• Il progetto è quello del volo panoramico, in forma di parole, idee, letture, riletture, sui territori letterari, tra mura ed ali, labirinti e spazi liberi
  • DEDALUS Questo spazio telematico si propone di esplorare qualche tratto di strada del mondo letterario. Con l'ebbrezza del volo ma anche con l'attenzione alla realtà delle rocce e dei fossati. Con le ali spalancate ma anche con gli occhi bene aperti. Anche per cogliere, magari, qualche segnale di fumo, sempre bene accolto, di novità, spazi potenziali, espressioni di vita e di energia esistente e tenacemente resistente. Saranno benvenuti commenti, testi, proposte, suggerimenti, richiami, segnalazioni di concorsi, iniziative, editori degni di tale nome. Sempre attraversando cieli e sorvolando suoli ampi e vari. analogie e divergenze. Concedendomi magari il lusso di dire anche la mia, tentando collegamenti e riferimenti, anche con la mia personale esperienza di scrittura. Non garantisco che l’esercizio possa condurre, me in primis, all’apprendimento dei rudimenti del volo. Di sicuro però prometto un percorso, un viaggio. Nel tempo, nello spazio, e sui sentieri, aspri, intricati e sublimi, delle idee. ------------------------------------------------------------------------------ Un primo percorso, sui sentieri della conditio sine quan non: LA PAROLA Inizierei con l’osservare che per parlare della parola debbo fare ricorso ad un identico materiale, in una sovrapposizione emblematica. Tutto ciò appare banale e scontato, d’accordo; ma se mi consentite l’ossimoro, direi che è "significativamente banale". Il primo decollo, il battesimo dell’aria, lo faccio grazie ad uno scrittore e saggista austriaco del secolo scorso, Franz Blei. Relativamente poco noto, ma autore di un testo ironico ed arguto, "Il bestiario della letteratura", all’interno del quale propone un passaggio perfettamente confacente al contesto: Si può pensare solo con le parole, cioè in immagini. Per questo le parole dominano il mondo e le idee appartengono, nella loro azione diretta, alle parole. Per porre il tutto su un piano simile, ma in un’ambientazione concreta e attuale, quotidiana, è il caso di dirlo, mi metto sulle tracce di "Zazie dans le métro" di Raymond Queneau. Tu causes, tu causes, c’est tout ce que tu sais faire. Parli, parli, è tutto quello che sai fare. Frase che abbiamo detto, o pensato, infinite volte. Rivolti agli altri ma anche, ahimè, a noi stessi. Il prossimo punto di riferimento è Anton Cechov. Qui, per par condicio, sarebbe giusto proporre una citazione in cirillico. Purtroppo non sono attrezzato per tale compito. La frase dello scrittore russo la apprezzo ugualmente, però, e la riporto come posso: Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero. Qualsiasi commento è superfluo. Il mio amato Voltaire nei suoi "Dialoghi" include una frase che i politici, ma non solo loro, dovrebbero ripetersi almeno una dozzina di volte al mattino prima di colazione: Gli uomini si servono delle parole solo per nascondere i loro pensieri. In seguito, magari, i suddetti signori continuerebbero ad operare "per il bene comune", ossia per il loro, come hanno sempre fatto. Tuttavia l’esercizio risulterebbe salutare, non solo per loro, lo ribadisco, per provare ad inviare qualche segnale a quell’accessorio non-optional chiamato coscienza. Gran bella parola! E, si spera, anche qualcosa di più di una serie di grafemi e fonemi. Grazie alle "Massime e riflessioni" di Goethe si potrebbe trovare una scappatoia, una via di fuga, una giustificazione o quasi per mille mezze verità: Ogni parola che si pronuncia fa pensare al suo contrario. Ma ci riconduce alle realtà nitida e semplice delle cose Publilio Siro. Una citazione in latino possiede sempre un suo fascino. Quindi, poiché è vero Oscar, si resiste a tutto tranne che alle tentazioni, la propongo. Sermo imago animi est: qualis vir, talis et oratio est. La parola è lo specchio dell’anima; tale l’uomo, tale la parola. La traduzione può anche essere approssimativa. Non certo il concetto, ineludibile, che la sentenza propone. Con una virata di non poco conto, non solo nell’ambito cronologico, passo da Publilio Siro a Pittigrilli. Tagliente, sarcastico, ma anche estremamente lucido, non c’è dubbio. Nel suo "Amori Express" osserva che: Esistono da sempre delle droghe più potenti, più calmanti, più tranquillanti, più allucinogene di tutte le droghe della farmacopea antica e della farmacologia moderna. Queste miracle-drugs, queste droghe-miracolo sono le parole. Rimanendo nella scia di un umorismo sapido, sostanzioso, viene fatto di citare Carlo Dossi: Il meditare da solo è onanismo - il pensare con altri (conversare) è coito. Restituisco alla parola la propria sacralità tramite un’affermazione di Chateaubriand che personalmente trovo molto convincente: Ci sono parole che dovrebbero servire una sola volta. Ognuno avrà in mente una quantità di vocaboli adatti ad impersonare un solo ruolo in una scena esclusiva di un unico film. A me ne viene subito in mente una, anzi due "Ti amo". Utopico? Forse sì, forse no. Allora aggiungo alla lista anche "Ti odio", oppure "Voto questo partito", o ancora "credo" o "non credo", e via dicendo. L’utopia così si fa totale. E, in fondo, non è male. Scusate la rima. Giunto fin qui, nei pressi ormai della pista di atterraggio, posso affermare di avere compreso qualcosa: le parole possono servire a tutto e al contrario di tutto. Mi resta cioè, come alla partenza, un dubbio. Ma un dubbio fertile, pronto a pronunciare ed ascoltare altre frasi, nuove certezze, ulteriori dubbi. A far convivere, ad esempio, Pirandello, che in "Ciascuno a suo modo" esclama: Quanto male ci facciamo per questo maledetto bisogno di parlare!, con l’Eschilo di "Prometeo incatenato" che sostiene con solennità che Le parole sono medicina all’animo che soffre. Una cosa è certa: rimane, immutato, più vivo che mai, il mio amore per la parola. Nonostante tutto. A dispetto di quanto male a volte siamo capaci di trattarla. Ma è sostanza eterea; rinasce, si riplasma, si rimodella. Aria mobile, inebriante. Come il volo. Resterebbe, chiaramente, moltissimo da dire. Fiumi di sillabe incatenate da riversare ancora nel mare magnum della parola. Tuttavia, per non eccedere, torno a terra. Facendo tesoro di un’ultima frase, pronunciata da Luigi XIV, re di Francia: E’ difficilissimo parlare molto senza dire qualcosa di troppo. Affermazione contenuta nel volume "Memorie storiche e istruzioni per il Delfino suo figlio". Non sono il Delfino di Luigi XIV. Anche se, per ragioni eminentemente finanziarie, tale condizione non sarebbe disprezzabile. Tengo conto lo stesso, comunque, della sua ineccepibile "istruzione". Lascio in pace, momentaneamente, le parole. Per tornare però, molto presto, a bussare alla loro porta, con identica passione, in occasione del prossimo volo.
  • PER CONTATTI : ivmugnaini@libero.it ----------------------------------------------------------------- IVANO MUGNAINI Si è laureato in Lettere Moderne all'Università di Pisa. E' autore di testi di prosa, poesia e saggistica. E' direttore della collana di narrativa dell'editrice "Puntoacapo". Cura la rubrica "L'ombra del vero", sul sito della Bompiani RCS: www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner , all'interno del quale propone suoi racconti e sue "rivisitazioni" di film e classici letterari. Pubblica suoi testi e recensioni per alcune riviste nazionali tra cui: "L' Immaginazione", "La Mosca di Milano" e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet. In particolare Vico Acitillo 124 - Poetry Wave, www.vicoacitillo.it, su "Via Delle Belle Donne", su "Rebstein" e sul sito "Sinestesie", di cui è redattore per la sezione "Scritti di poesia", E' socio e collaboratore del Gruppo Internazionale di Lettura di Pisa. Collabora, come autori di testi, con alcune associazioni culturali, tra cui "Il Teatro di Campana". Alcuni suoi racconti e poesie sono stati letti e commentati in trasmissioni radiofoniche di Rai - Radiouno. Fa parte della Giuria di alcuni Premi letterari, tra cui il Concorso nazionale di poesia "Astrolabio". Il suo racconto "Desaparecidos" è stato pubblicato nell'Antologia "Parole di Carta" recentemente pubblicata da Marsilio Editore. E' autore di racconti premiati o segnalati in alcuni concorsi letterari, tra cui: Premio "Nuove Lettere" Istit. Italiano di Cultura (NA); "Città di Lanciano" (CH)ed altri. Ha pubblicato la raccolta di racconti "LA CASA GIALLA" il romanzo "LIMBO MINORE" (Piero Manni editore, Lecce) e il libro di racconti "L'ALGEBRA DELLA VITA" (Greco & Greco, Milano, 2011). E' autore di poesie e raccolte premiate o segnalate in concorsi letterari nazionali, tra cui: Premio "Eugenio Montale" (Roma) - Sez. Inediti Italiani - "Leopardi" (Recanati) Centro Studi Leopardiani; "Lerici-Pea" (SP) ; "Camaiore" (LU) -Sez. opere prime, ed altri. Ha pubblicato la silloge dal titolo "CONTROTEMPO". Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Ferdinando Camon, Paolo Maurensig, Giorgio Saviane, Michele Dell'Aquila, Umberto Russo, Walter Mauro, Raffaele Nigro, Andrea Camilleri ed altri.

VIRUS di Ivan Fedeli

Il recente libro di Ivan Fedeli, Virus, edito da Dot.com Press, tratta tematiche complesse, si muove su terreni fragili, sul sentiero che sovrasta panorami di caotico dolore, un camminamento stretto, eppure notevolmente trafficato. Molti viaggiatori hanno riempito valige di foto e didascalie retoriche, oppure, forse per difesa, forse per distrazione, eccessivamente sfocate oppure nitide ma asettiche. Fedeli, pur conscio della difficoltà, ha deciso di procedere passo dopo passo sulla strada che sovrasta quello stesso abisso, ha sentito di doverlo fare, per rispetto a quella speranza che ancora, nonostante tutto, percepisce come sfida estrema, l’unica reale trasgressione. E il sentire che Fedeli trasmette è sincero. Proprio perché non aspira a convincere della sua autenticità; non la vuole dimostrare come un teorema, un dogma, un assioma. La esplora, piuttosto, si muove sui lidi e nelle vie metropolitane del nostro paese e osserva, certo di non avere certezze, disposto a recepire il male e l’assurdo, deciso ad attraversarlo e a lasciarsi attraversare senza diventarne complice. Con la sola forza della parola, la testimonianza, che non significa di per sé giustizia, ma è pur sempre una forma di resistenza, una presa di posizione.
Prendere posizione significa rinunciare ai privilegi di fondo, quelli a cui ognuno, e i poeti non fanno eccezione, restano spesso e volentieri aggrappati, volenti o nolenti, consciamente o in modo spontaneo, connaturato. In primo luogo il privilegio cronologico: quello di poter dire che la scrittura è fuori del tempo, in un limbo indefinito e indefinibile, una landa astratta in cui ciò che avviene, di qualunque natura siano gli accadimenti, è distante, percepibile con un distacco tutto sommato rassicurante. Il secondo tra i privilegi di lusso è quello della mancata identificazione: osservare qualcuno o qualcosa significa essere qualcos’altro o qualcun altro. E il soggetto della visione diventa in ogni caso un oggetto, anche nel caso in cui si tratti di persone. Fedeli, non con una dichiarazione astratta, ma in modo concreto, verso dopo verso, rinuncia in questo libro ai privilegi di cui sopra. Si muove volutamente su diversi piani temporali, tra riferimenti ad anni trascorsi, tragedie scandite e mandate a memoria, e, sul fronte opposto, la cronaca attuale, quella letta su giornali che ancora odorano di inchiostro fresco o ascoltata e vista su canali che sono già passati al digitale terrestre. L’effetto è immediato e deciso: quello di parlare del passato e del presente dando al lettore una visione più ampia, quella del sempre, la ciclicità, la natura perpetua del dolore, della sopraffazione, della violenza di inesauribile vena e ferocia che l’uomo rivolge all’uomo. Da questa prospettiva, anche il secondo privilegio sparisce: se il tempo non ci separa, se non fa da filtro distorsivo, anche lo sfasamento delle individualità non ha più modo di essere: “ci si ammalava dunque senza sosta/ nessun vaccino precauzione prece/ penetrava a fondo il canino e dopo/ la voce telecratica il lavaggio/ dei neuroni in massa si sbavava”, scrive Fedeli nella sezione iniziale del libro. “Ci si ammalava”: l’io diventa noi, e non in ossequio ad un abile gioco linguistico, ma per logica del sentire, necessità del raccontare sapendo di essere voce e corpo, sguardo e materia. Poco oltre, a pagina ventuno, l’autore annota: “il virus tutto addosso e non dà scampo/ seziona svuota l’occhio annulla il tempo”.
Questa immedesimazione permette una visione a tutto tondo, il piano oscilla dal dettaglio alla panoramica, da un lato della strada a quello opposto, dai migranti alla gente che li guarda sbarcare e marciare scortati verso i “centri di accoglienza”. L’autore in tal modo può dipingere con un unico tratto l’ansia di chi sbarca e “la paura di incrociarli”.
Da lì può giungere una visione a tutto tondo, una considerazione ampia sul come, se non sul perché: “hanno vinto cambiando il dna/ con quegli strani incroci tra canzoni/ di natale e pubblicità progresso/ i bimbi tutti biondi immacolati/ il popolo al sicuro e fuori il freddo/ …/ la paura è questo/ dividere il puro e il malato il resto/ che sprofonda da ciò che stando a galla/ balla pensando ci sarò domani”.
Per esprimere appieno questa perdita della coscienza della sacralità della materia e del corpo umano, Fedeli ricorre alla metafora più cruda e veritiera: l’altro diventa rifiuto, l’estraneità si incarna, quasi una paradossale resurrezione che conduce alla morte piuttosto che alla vita. La nuova epoca dell’Italia, parafrasando il titolo di una delle sezioni del libro, è scandita dalla macerie, rifiuti fatti di cibo e di carne, di astrazioni televisive, di quiz e reality show. Non resta allora che fare un resoconto accurato, un elenco accurato dei vari generi di Macerie di cui viviamo e moriamo giorno per giorno. Gli scarti del tempo e della vita che produciamo e da cui siamo prodotti e riciclati senza speranza di rigenerazione. Come la “donnina dai cinquanta euro di bonus”, che affronta con parole grosse il discorso della crisi, “recessione speculazione pil/ come se le frasi avessero un corpo/ loro e tu perdessi il filo, la prova/ di rimanere intatta a fine mese”. Questi tentativi di sopravvivenza, questo percorso a ostacoli tra le macerie, avviene, per molti, in totale solitudine, tra folle di persone perennemente connesse tramite web “mentre la vita accade per sbaglio”. Per il resto, non rimane che prendere atto che il virus, “la peste non ha nome, non ha faccia/ impazza non dà scelta ci rimpiazza/ nel video dei tg nel lazzaretto/ affilia i membri in una sola razza”.
Si riparte, allora, da questa ineluttabile presa di coscienza, la consapevolezza del nostro stato, tramite i versi di Franco Loi posti ad esergo della sezione La città dei giusti: “Sèm poca roba, Diu, sèm quasi nient/ forsi memoria sèm, un buff de l’aria”. Siamo niente e viviamo in luoghi dove è muto lo sguardo di chi passa e “la paura fa avere paura”. Anche qui, in questa terra delle esperidi che alcuni chiamano “paese del sole, tempo/ approdo, speranza, la striscia oblunga/ che aspetta il tramonto e chiude alle neve”.
Il libro di Fedeli invita a scrutare ad occhi aperti le nostre paure, a ricordare i tempi di Ellis Island, le visite mediche ai nostri connazionali emigrati esaminati come se fossero bestie da macello. Collegando il moderno e il passato, segue i passaggi e le mutazioni del virus che ci ha resi “pura biomassa”. La sola via di uscita, forse, è affrontare il virus, sapendo di averlo già contratto, di essere noi stessi quel contagio che ci rende vittime e carnefici. Ricominciare da quel punto, fino a riscoprirci, magari, ad “amare la vita prima che sia troppo tardi”. I.M.

————————————-

IVAN FEDELI
Poesie tratte da “Virus”, Dot.com Press, 2011

erano i giorni della pandemia
un’influenza strana un po’ barocca
il virus nei polmoni nella testa
la pelle con le pustole poi gli occhi
appesi contro il video, nei tg.
Vederli contagiati, deperiti
finché non ci si accorge che è già qui
il male sotto casa quando bussa

(la faccia, i lineamenti di quegli altri
lo sguardo scuro e dopo tutto il resto:
invasi da una schiera silenziosa,
un morbo pestilente mai a riposo)

* * *

è il tempo delle ronde, della scure
tu vigila che l’ora non si sa
la forma del contatto se c’è rischio
a prenderli per mano, dirne i nomi,
chiamarli come il cane con un fischio

* * *

ci si ammalava dunque senza sosta
nessun vaccino, precauzione, prece
entrava il fantasmino dentro e dopo
la voce telecratica, il lavaggio
dei neuroni, in massa si sbavava
urlando a più non posso: democratica
illusione che tutto si parifica,
si annulla, come nel diciotto a Breving
le fosse piene sotto il permafrost
di madri senza nome, donne pregne
lasciate lì incubate per vergogna

(il virus tutto addosso e non dà scampo
seziona, svuota l’occhio, annulla il tempo)

* * *

(è così il contagio: azzerare tutta
la memoria e l’abiura del passato.
Niente storia, solo un lieve collasso
dei giorni, un passo senza direzione,

basta poco: quattro parole in croce
verbi all’indicativo, impersonali
e poi lo sguardo bieco, la deriva
del bene non sapendo quale il male)

* * *

Hanno vinto, cambiato il dna
con quegli strani incroci tra canzoni
di natale e pubblicità progresso,
i bimbi tutti biondi, immacolati,
il popolo al sicuro e fuori il freddo:
capire chi davvero è poi se stesso
chi si adombra con gli zigomi viola
e il vomito indotto. Non si sa come
colpirà il nemico, certo nessuno
lo riconosce. La paura è questo:
dividere il puro e il malato, il resto
che sprofonda da ciò che stando a galla
balla pensando ci sarò domani

* * *

1.1

Hai separato l’umido dal secco la plastica le pile le lattine
ogni cosa al suo posto come è giusto e tutto logicamente intruppato
chi da un lato chi da un altro. Dunque l’educazione di base è il principio
sapere che tenere che scartare nel modo più indifferente totale

(così quel giorno i rifiuti e altro ancora come nel luglio del trentotto il bene
e il male ritrovarsi almeno sani schivarla la pietà che si dà ai cani)

1.2

Perché la malattia fa paura ti chiedono il nome chi sei che vuoi
senza premura in un modo pulito basta un sorriso educato e il mondo è
salvo ma un ghigno forzato cos’è diranno ti vogliono bene è vera
amicizia non sei la sporcizia e per strada c’è sempre un gruppo che corre
ti insegue purifica il fuoco scalda l’inverno. Il nuovo millennio riscopre
gli eroi i nostri patrioti l’eterno riposo per chi si converte gli altri
distesi e sopra coperte nemmeno una prece un segno di croce (abbassa
la tele c’è il quiz che mi piace in rete il mio nome mi addormento felice)

* * *

(macerie 1. Italia, crisi)

Donnina dai cinquanta euro di bonus
in coda per la frutta un po’ ammaccata
e i bastoncini findus la domenica

avevi nello sguardo un non so che
di antico, il portafogli a fisarmonica
e le parole grosse sulla crisi

recessione speculazione pil
come se le frasi avessero un corpo
loro e tu perdessi il filo, la prova
di rimanere intatta a fine mese

tutta nella carne e nel sangue, arresa
solo al colpo di tosse, a tuo marito
quando cambia canale di nascosto
dopo la cena mentre a letto dormi

in attesa di carezze mai date.
(Si affonda in un attimo, il terremoto
davvero è cadere senza sapere)

* * *

(macerie 2. Milano, lebbra)

L’alleato invisibile, il disegno
divino di colpa: chiamano lebbra
la carne che si gonfia, dopo il labbro

biascica, sputa l’infedele polpa
e sangue. Non c’è posto per l’antica
pietà mentre a terra sbocca il nemico,

mostra i segni di un dio vendicatore.
Un caso a milano e nessuno sa
nessuno vuole sapere davvero.

(Nell’ umano decoro tutti lì
leopardiamente umili spostando
macerie come si deve tra simili
ricordando per non dimenticare)

* * *

(macerie 14. Tv)

Comincia così. Il guinness dei primati,
il televoto in onda per il naufrago
migliore, lo speciale sulla vita
nei posti esclusivi per le vacanze.

È democrazia visiva in tinta
con il divano nuovo e i tuoi calzini
tolti per un dopocena italiano
con famiglia e patatine Pai

in offerta. Non dirlo non del tutto
che è perfetto questo mondo a colori
come là fuori non accadesse altro.

(Nel bacio della buonanotte al piccolo
girandoti nel letto mentre il sonno
tarda aspetti senza affanno domani)

* * *

(macerie 15. Studenti)

Rasati fino allo sguardo non belli
mentre masticano nervosamente
cercano l’ombra dove vomitare
le ultime parole prima del tempo.

Vogliono un riparo tra i bagni e il bar
per esistere un po’ senza pensare:
interrogarli, ma come filtrare
Leopardi Montale le notti in chat,

tutto connesso, mischiato nel male
di vivere e miabella89
alle tre di notte pronta al contatto,

la webcam sulle rotondità accese
cinque minuti solo cinque minuti
tua mentre la vita accade per sbaglio.

(Tutto per chimica reazione sforzo
anche l’alba, anche la luce nuova
del giorno quando sferza gli occhi, abbaglia)

* * *

(macerie 16. Nipoti)

Chi mai l’avrebbe detto, i nipotini
di bella ciao ridotti a seppellire
ancora i nonni. Cos’è la memoria
se non miseria di tempo, poltiglia

di gente che va via. È l’oblio il punto,
la sua dimenticanza senza appello
come non ci fossero figli, storia
e tutto si risolvesse in abbagli

soluzioni momentanee dove
cercare la quadratura del cerchio.
Eppure vent’anni, inneggiando a roghi

e fantasmi tornati: piove a roma
nessuno propone rime o parole
buone. E siamo schiene, sguardi più proni.

( i nostri i nostri guerrieri altruisti
ascoltano l’inno cuore alla mano
le moto crudeli i loro pensieri)

***

La peste non ha nome, non ha faccia,
impazza non dà scelta ci rimpiazza
nel video dei tg nel lazzaretto
affilia i membri in una sola razza.
Ma tu lo osservi il cielo intero avanti
ti fondi all’orizzonte non ti perdi
nel brulichio di nomi adesso sguardi
dimentichi te stesso poi t’inventi
fingendo una parata per la festa
e dietro è carnevale preghi il vento
che spinga ben distante voci chiocce

la bimba che s’infetta i chiodi il tempo.

* * *

V’è un paese che i Grài chiamano Espèria,
terra vetusta, fertile e guerriera
(…)
Virgilio – Eneide , Libro I , trad. Guido Vitali

Raccontano di una terra lontana
dai dolci fiori, di un popolo forte
fatto schiavo per oblio, la morte
è memoria resa stantia, alzheimer
che rode in modo progressivo e vivo
è chi dimentica in fretta. Tu hai preso
a piene mani l’unguento ingoiando
la polvere bianca, ora un mondo nuovo
circonda un presente eterno, il vento
affonda l’orizzonte e non c’è fronte
migliore dove colpire il nemico.

* * *
L’hanno chiamata terra delle esperidi,
alcuni paese del sole, ponte,
approdo, speranza, la striscia oblunga
che aspetta il tramonto e chiude alla neve:
trovarci almeno resistenza al fango,
solo un breve sussulto dignitoso
adesso che la marcia serra i passi
e un sissignore rimbomba ossequioso.
Cos’ è colpa se non vivere stando
tutti in stand by mentre il canino affonda
la carne venuta da altrove e piove
sui nomi, muore la storia di un mondo,
la gloria è la ronda che passa, chi
si piega si abbassa vive godendo.

* * *

Ma almeno ci fosse un fuoco di paglia,
la mano buonista verso quegli altri
cattiva memoria è il danno alla specie
mentre su facebook, al telegiornale
si pensa alla razza afflitta dal male:
la colpa è il diverso afferma la piazza
con voce guidata e attenti alla puzza
perché li riconosci dall’odore,
la sudorazione impura, il respiro
da bestia quando si affannano in cerca
di donne pronti allo stupro, poi sputano
ovunque senza pudore, consumano
l’acqua ci inquinano l’aria, la nostra
vita in pericolo e il mostro è servito.

* * *

Il cielo di notte a Roma si staglia
come se in tutto ci fosse un respiro,
donne passeggiano, i bimbi vicini
l’italia è così: si dà in un sorriso,
la madre che chioccia e a fianco il marito,
nessuno mai pensa e questa è la vita.
Eppure vederli negli occhi che tagliano
i caschi, contarli per gli anni, il ringhio
del fiato: collezionano denti ossa
contenti del raccolto. Pulizia
è questo lavarsi le mani dopo
la mietitura alla stazione Termini,
dove muto è lo sguardo di chi passa
e la paura fa avere paura.

* * *

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,
forsi memoria sèm, un buff de l’aria
Franco Loi

Nella loro stretta di mano muti
come i pesci cresciuti nell’acquario
salgono in macchina annaspando un po’
col temporale addosso, tutta pioggia
che scende a sipario e Milano è un luglio
di palazzi bagnati senza l’ombra.

Un sorriso soltanto e poi sparire
nell’acqua che fagocita e non sembra.

* * *

Dunque questo il nostro modo di amare
l’assuefazione ai si dice al narrato
l’immagine che domina l’ascolto
di cronache presunte di peccati
commessi per bestialità la norma
alzare il tiro per decreto fare mostra
di muscoli teppaglie ronde scure
importa la paura della folla
la molla dopo scatta e non si torna
si marcia per la strada bella squadra
di giovani promesse della vita

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