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martedì, 23 novembre 2010
I CANALI DI BRUGES, di Marco Fregni
Ci sono città strane, differenti, in grado di consentire, nell’atto di attraversare una strada o un ponte in apparenza banali, il passaggio da una dimensione all’altra, dalla realtà alla memoria, al sogno, alla riflessione, a quella magia arcana e malinconica costituita dall’intuizione di qualcosa di profondo, oltre la barriera del contingente, al di là della superficie. In questo suo lavoro, “I canali di Bruges”, Marco Fregni indaga, mentre attraversa terre ed acque che evocano pensieri in modo tanto sommesso quanto intenso, su un discrimine che si sposta in continuazione, imponendo a ciascuno di tracciare carte sempre nuove: si tratta del confine tra buio e luce, tra ciò che è “notturno”, con tutte le assonanze richiamate sia dal vocabolo che dal concetto, e ciò che è illuminato, dalla coscienza, dal desiderio, forse velleitario ma imprenscindibile, di chiarore, di nitidezza. In questo contesto, solitaria, quasi estranea come una macchia di colore scuro sullo sfondo sfumato di un quadro, si colloca la figura umana, un punto interrogativo minuscolo, che, tuttavia, dà vita ad un interrogativo gigantesco, richiamando a sé l’attenzione, il moto dell’occhio. Perfino in un ambiente oscuro, tra entità “all’umano indifferenti,/simili a dura pietra”, l’autore riflette su eventi fisici e mentali che confermano quanto, a dispetto di tutto, le figure umane, nel dolore fisico del ricordo e del rimpianto, “durino/ a vigilare sul tempo”. Ed è ancora una volta il tempo, l’avversario ed il compagno di cammino, a fare la differenza, testimoniando una presenza che si muove nell’oscurità, su canali antichi, sospesi sull’acqua. E resta, nella tenacia del cammino, l’idea, intimamente umana che “forse/ davvero/ queste sponde/ arriveranno agli occhi/ a segnare/ il paesaggio interiore”. Ma, proprio per questo, riflette Marco Fregni, “come allora/ non avere paura,/ sapendo /l’incerta cattura/ d’ogni memoria,/ l’esitare della sosta,/ il richiamo/ solitario/ che non lascia traccia/ e destino”. Una poesia densa e complessa che ci accompagna, ad occhi aperti, a guardare l’orizzonte in cui buio e luce si incontrano creando strie e bagliori di verità. I.M.
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mercoledì, 10 novembre 2010
AURORA/SARA – poemetto di Lucianna Argentino
Il testo qui proposto, “Aurora/Sara”, fa parte di un trittico di poemetti che Lucianna Argentino ha scritto pensandoli anche come lavori poetico-teatrali che ha messo in scena su un palcoscenico, lasciando che ciascuna voce si identificasse con uno strumento, un ritmo, una cadenza, armonica o frammentata. Nel primo poemetto, “Madre”, un tamburo ha riprodotto il suono del battito cardiaco come fosse quello del bambino che si rivolge alla fonte della vita, e alla vita stessa. Nel secondo c’è una corda, perché la protagonista, Valentina, s’è impiccata, e il solo strumento è il silenzio. Nel terzo, quello qui presentato, un piccolo xilofono è utilizzato nelle parti in cui a parlare è la bambola della bambina. Ma non ci sono balocchi né profumi. C’è, piuttosto, una visione disincantata delle cose e delle esperienze, ad occhi aperti, spalancati, in una sovrapposizione fisica e metaforica tra lo sguardo della bambina e quello della bambola. E lo sguardo, l’atto del percepire, è presentato in modo complesso e sfaccettato: non solo origine della coscienza e della consapevolezza, ma anche fonte della pena dell’individualità, della penosa distanza perfino dagli affetti più vicini e presenti. Fino al punto in cui si ipotizza la cecità come soluzione, e si sogna di estirpare quegli occhi di bambola fintamente innocenti che fanno da specchio spietato al mondo interiore ed esteriore. “La luce ha ragione/ nel suo ostinarsi a fare chiaro/ ma la sua vera arte è l’ombra./ L’ombra è la voce della luce/ e la notte è il suo canto pieno”, scrive l’autrice. Ed in questo complesso contrasto si dipana il canto fertile e consapevole del’autrice, e la sola speranza, se ha corpo, è in quella ostinazione a fare chiaro, anche nell’ambito del buio, del dolore. I.M.

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Lucianna Argentino

AURORA/SARA

L’infanzia è un regno immenso
circondato da giganti minacciosi
con buio e lupi assopiti tra le gambe,
giganti le cui voci franano
sui piccoli esseri che lo abitano
gli picchiettano sulle spalle come sassi.

L’infanzia è un regno immenso
senza fortificazioni senza grammatica
con la sintassi dell’erba e l’ortografia dell’acqua.
Il tempo non vi scorre
il tempo vi abita e senza nomi
è un regno che sta tutto nei palmi delle mani
nei cui solchi sono i semi della prima nascita.

L’infanzia è un regno immenso
con moltiplicazioni di pani e di pesci
con miracoli di lapis
con alberi di sole cime
con sbucciature e ragioni incomprese:
capricci e lacci sciolti.

L’infanzia è un regno immenso
dove s’impartiscono lezioni di volo al vento
e gli esseri piccoli che lo abitano
sono aria acqua terra e fuoco
sono il gas primordiale, i numeri primi.
Sono l’aprirsi dell’infinito e il ristoro.

L’infanzia è un regno immenso
senza verità senza menzogna
dove tutto respira e ha occhi e un’anima
dove la luce abbonda
dove è un solo popolo, una sola lingua,
una sola sostanza tra le cose, gli animali e
gli esseri piccoli che lo abitano.

Non ho mai avuto un regno
tutto s’è fatto subito mondo
un mondo verticale
da arrivarci con sforzo in punta di piedi
dove io ero già io
cordicella tesa di fibre spaventate
in piena di sgomento.
Solo otto gli anni miei e poco più
compresi i mesi nel ventre di mia madre.
Mi voleva, ha detto
ma poi andava in motorino
ad altri ha raccontato
che è stato un calcio di mio padre
ma questo io non lo so.
Io devo sapere che è stata una buca nell’asfalto
e poi i dolori al ventre.
Appena sei mesi sono stata nel suo utero
rotti gli ormeggi salpata alla deriva
nascevo io soltanto alla mareggiata
lei si ritirava, mi lasciava all’approdo
annegava nel dolore, non si perdonava.
Forse non ce l’avrei fatta le dissero
che ancora mi domando come
quei centimetri, quei grammi minimi che ero
siano riusciti a convincere la vita
la morte a farsi da parte
vinte da tanta ostinazione
da tanta fame che ancora non si sazia.
Ma appena ne ho sentito l’odore
appena l’ho toccata l’ho amata la vita
e lei che mi ci nasceva e mi ci sono aggrappata
quasi fosse quell’utero appena perso.
Neanche sei mesi sarà per questo che in me
non si rimargina lo strappo
che sempre qualcosa da me fugge via.
Sarà che sono nata respirando morte
un giorno dopo la morte di mia zia.
Dovevo chiamarmi Aurora
ma mi hanno chiamata Sara come lei.

Mia madre e mia nonna mi sgridano
perché alle bambole taglio i capelli.
A una ho tolto gli occhi: non mi piacevano,
sembravano un cielo disadorno e muto
Ora da quei due buchi scuri
più profondi e veri degli occhi seri di mia madre
mi sento guardata
la bambola guarda me e io in lei mi guardo
da quei piccoli fori mi partorisco
nel giusto del tempo, annullo l’anticipo
il mancato appuntamento.
Mi partorisco Aurora perché
in quel nome c’è la mia vita persa
non questa rasa e arsa
e poi non mi va di avere il nome di una morta.
Me la volevano buttare via
ma non glie l’ho permesso
gli ho detto che se lo fanno scappo di casa.

Mia madre dice che sono matta
sempre con quella bambola orba
che non sapevo che significa
e le dicevo non è Orba è Aurora!
Lei non sa che io in quel vuoto d’occhi
ci sto tutta, che è l’abbraccio a cui lei manca
è mammella con cui nutro la mia fame.
Aurora è la guardiana per la paura
di non esistere, di non sapere chi sono
di non farcela a convivere con l’assenza.

La luce ha ragione
nel suo ostinarsi a fare chiaro
ma la sua vera arte è l’ombra.
L’ombra è la voce della luce
e la notte è il suo canto pieno

mi sussurra Aurora di notte
per questo non temo il buio.
E’ quando viene giorno
che mi prende la paura
e non mi ci arriva il fiato a dirla
tutta quella luce estranea, opaca
tutti quegli occhi frettolosi addosso
a farmi diversa a farmi un’altra.
Il buio mi è caro, mi è grembo e riparo
se lo guardo con i suoi occhi cavi
lo scavo e scovo la luce buona, la luce madre
quella che spinge in alto le radici.
Con lei trovo un’altra vista
nell’orbita vuota imparo al tatto tutto quel mondo
in cui passo con ossa morbide, da latte
ossa da gatto
per cercare quanto di me non è nato
perché di qua ho ancora il peso piccolo
della nascita e non lascio tracce.
Aurora sorride…

Sempre si nasce nell’incompiutezza
perché non hanno figli gli angeli
e molte saranno le nascite
se ognuno si fa nascita all’altro
se l’anima si fa utero.
Vivere è portare a compimento
ciò che assieme a noi è solo germogliato
è fioritura all’aperto delle stagioni
perché i bambini un riparo non ce l’hanno
se non se lo fanno
se non se lo costruiscono

con ogni battito del cuore
passato nella sabbia asciutta degli arenili;
con lo sguardo dei rapaci e dei fiumi in piena;
con il portare alla bocca il mondo
scoprirne con la lingua il nervo
scioglierne con la saliva la poesia;
con il rompere le cose
scovare il nesso tra noi e la creazione
toccarne il nome segreto
che il crescere degli anni fa dimenticare;
con le immaginazioni che alle cose ci affratellano
con le ardite somiglianze;
con il coraggio di chiedere
alle mani l’onnipotenza;
con le veglie accanto al cuore
come fosse sempre una vigilia;
con l’ostinato avido domandare
come e perché si è vivi in questo modo;
con le domande-varco
domande difficili, ultraterrene;
con fingersi animali e amici immaginari;
con un giocattolo accanto quando è notte
e il sonno è un orco che li rapisce.
Sempre orfani sempre nei corridoi
nel raccontarsi storie contro i bagliori del buio
con parole che ululano alla luna.

Mia madre è una stronza
beve e grida alla nonna,
a volte la picchia
a me no, a me non mi tocca
ma certe volte maledice il giorno in cui sono nata
e la sua voce mi imprigiona il cuore
che batte batte come un ramo
contro una finestra
e intanto lotta con la tempesta.
Poi quando c’è lui mi manda via,
mi manda a dormire dalla nonna.
Mia nonna poveretta lei mi vuole bene
ma da sola con questa figlia e quell’altra morta
non ce la fa.
Mio padre non so dove sia
lei non ne parla
e ogni giorno un poco me ne va via il ricordo
l’odore che a volte mi sembra di sentire
non so perché non torna
cos’è che gli impedisce di tornare
quale incantesimo lo tiene lontano
o se è perché non so essere figlia.
Come non sapevo che gli alberi
e i fiori e l’erba avessero radici sotto
a tenerli attaccati alla terra
e mi chiedevo com’è che non cadessero
che non se li portasse via il vento
come mi chiedo ora com’è che sto in piedi
che non volo via se non sento radici
sotto i miei piedi.

Fatte di cosa le parole?
Di quale materia e sostanza?
D’aria, di fiato, di corde vocali
di lingua contro il palato e i denti.
Leggere eppure potenti.
Invisibili non si possono cacciare via
né toccare, ma ti toccano
ma attraversano persino i muri
e la pelle e le ossa
e dentro ci nascono, ci diventano corpo
inarcato ponte sopra i domini del silenzio
che scorre in senso inverso all’andare delle parole,
fa spazio all’ascolto
che senza attento ascolto
le parole muoiono, muoiono di fame.
Corpuscoli i cui passi ci attraversano
lasciano orme, ci fanno rin-tracciabili,
attraversabili e raggiungibili
se non ne facciamo alti muri
dietro cui stiamo nascosti
e la cui ombra ci ammala.

A scuola le altre bambine
non giocano volentieri con me
il mio grembiule non è bianco come il loro
nei capelli ho nodi che non si sciolgono
e le mie mani inquiete ali
si stringono a frenare voli disobbedienti
a impedire che lo smarrimento mi frammenti
mi ferisca la gola
come la volta che dissi a Gloria
che Babbo Natale non esiste
e lei ne pianse e non mi parla più.
Non piaccio tanto neppure alle maestre
anche se fanno di tutto per nasconderlo
non tanto a me quanto a loro stesse
lo sento da un’incrinatura aspra nella voce
da un’esitazione severa nello sguardo.
Non vedono, non sanno
che conosco solo le distanze
che mi prende la paura, lo spavento
che dentro trema tutto
e le mie sole piccole mani non bastano
a fermare quel tremore
che mi sembra di avere un temporale dentro al petto
che dentro mi si spezzi la vita
che mi rincorra un tintinnare di vetri in frantumi.
E salgo salgo nella vertigine
dei ciuffi d’erba tra le tegole
nello sforzo della borraccina
tra i mattoni di un muro
io nella crescita orizzontale
dei cani e dei gatti
avanzo raccogliendo avanzi
briciole cadute dai miei sogni e pietre aguzze
mi conducono fuori da questo giardino
di cui abito la prossimità al muro
che pure la mia infanzia è nata prematura
nate fuori stagione e maturate a terra
in una serra dove il cuore batte di battiti intraducibili
impazienti al ritmo della nostalgia
che non so com’è sentirsi uno con un altro.

Ieri ho disegnato un bosco
con gli alberi tutti in fila
uno accanto all’altro, con le fronde che si toccano
e la maestra me l’ha corretto
non stanno così in fila gli alberi mi ha detto
ma loro sono contenti così, vicini
ombra nell’ombra, i rami intrecciati come mani
e sotto le radici a parlottare
abbracciate alla terra.

Motivare il mondo è scoprirlo
sentirne sottovento il canto
e farne una promessa
per guarire lo stare spaiati, alla rinfusa
nel poco chiaro delle parole
nella loro pronuncia confusa
in ciò che ne rimane in bocca…

Zitta Aurora zitta
che viene giorno in groppa alle cicale
e reca in dono un uccellino
racchiuso in un guscio di noce
che in tutti si salva un luogo
dove non arrivano le onde
su una spiaggia dove stanno vicine
le nostre orme salve nel loro
non procedere né tornare indietro.
Eccola, la vedi, la luce appena nata
s’aggrappa alle nuvole con nocche tenere
così s’aggrappano al fiato le parole
quando la voce non ha un nido
dove posare i suoi frutti.
Vieni Aurora, vieni che lo disegno io il nido
ricalco i contorni della mia mano guardache bello!
sembra il sole con raggi piccoli
e ossa trasparenti, ecco guarda la mia mano
rimane aperta…
alla vita!

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MARCO FREGNI
I canali di Bruges
( notturni)

I

Mi chiedo
davvero

se esistano
queste acque che
lambiscono, notturne,
i canali, così le luci
e le case
che qui, specchiate,
muoiono un poco
ogni notte

o se soltanto degli occhi
ogni notte
questa sia pura illusione,
sola forma
che indugia

e, come
catturata figura,
tra queste parole
resti

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°°°
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II

Nel chiuso
dell’ora
tutto avverrà
lentamente

tenteremo,
notturni,
la sete degli specchi
e dei canali

quelli appena visti,

cercando,
nella dimenticanza
dello sguardo
se, dove
lasciati,
ancora restino
a conservare forma
e colore

oppure,
come in un esilio
di stanze,
smettano d’apparire

e, all’umano indifferenti,
simili a dura pietra
durino
a vigilare sul tempo.

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°°°
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III

L’acqua,
ora,
chiede alla pietra
la stessa immobilità,
affondata nell’oscurità
della voce
riposa sull’indecisione
che avvolge
le rive…

stasera
il principio
di tutte le cose
è qui

dove la rinuncia
imminente
è ombra di passi

e il bivio di luce
che ancora residua
è momento ultimo,

perfetto assedio
d’ogni equilibrio

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IV

Forse
davvero
queste sponde
arriveranno agli occhi
a segnare
il paesaggio interiore

come allora
non avere paura,
sapendo
l’incerta cattura
d’ogni memoria,
l’esitare della sosta,
il richiamo
solitario
che non lascia traccia
e destino

sulla polvere,
il disegno

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°°°

V

Accade,
talvolta,
che i canali
sospingano
verso la notte,
silenziosi
evitino ogni bagliore
svelando
la loro insonnia
più segreta

e, nell’esatto istante
della resa,
feriscano,
per un solo momento,
l’indolore artiglio
dell’acqua

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°°°
°°°

VI

Ancora
non so
se riconosco
questi ponti
senza
più acque

e le vie calme
di luce serale
che accompagnano
e di cui ora
dico

o se tutto questo
sia
vapore di parola,
lieve nebbia,
lieve,
che si alza
nell’istante,

dissolve

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VII

Nessuna
onda,
dopo l’onda
che, scura,
ignora
i residui del giorno
e chiude
alle voci
oltre
l’ultimo
arco di pietra

Oscurità
è il solo
nome

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sabato, 16 ottobre 2010
IPOTESI DI CONTRASTO – di Rossella Luongo
Queste poesie che ho ricevuto da Rossella Luongo, facenti parte del suo recente libro Ipotesi di contrasto, pubblicato da Giulio Perrone Editore nella collana Lab City Lights, confermano il percorso attento e coerente con cui l’autrice ha costruito e sta costruendo il suo mondo poetico, sul piano dello stile e dei contenuti. Tramite il verso breve, in primis, l’attenta selezione della parola e dell’approccio, verso la parola stessa, ma anche verso i destinatari delle liriche, sia quelli evocati in prima persona tramite le dediche sia quelli più indiretti ma non meno pressanti, costituiti da ricordi, impressioni, stati d’animo lontani o recenti ma sempre in grado di turbare, di ferire o di fare sognare accordi e dialoghi. Il tono è asciutto, volutamente sobrio, sia nella disillusione che nella ricerca dell’incanto. E la speranza si fonde con la consapevolezza di un mistero destinato a non essere risolto, se non dominio nel dubbio, in quella ipotesi che è parte integrante, ed evocativa, del progetto poetico della Luongo, così come del titolo del suo libro. “Lascio la mia mano/ di polvere impronta/ tesa a cercarti sulla/ foto della vita andata,/ noi che da quaggiù/ non sappiamo quanto/ tempo ancora abbiamo”, scrive l’autrice. E, accanto alla montaliana poetica del “non essere e non sapere”, c’è quella tensione della mano, quasi metafora concreta della parola, che, con adeguata lentezza, si muove verso la vita, esporandola, nella sola ipotesi che è in grado di darle senso, perfino nell’assenza, nel contrasto. I.M.

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Poesie da “Ipotesi di contrasto”
Perrone ed., Roma 2010

SULLA PAROLA
(a Matteo Chiavarone)

Perla suprema

La tavola s’incentra
nel confronto sul testo
dalla notte spigolosa
s’arrotonda il cerchio
dell’alba inanellata
di lirismi e stilemi
egualmente ragionata
parola dopo parola
incidente raggio di luce
nella sfera perfetta
globalmente nascente
dalla perla suprema.

SULL’AMORE
(a Luciano)

Talamo

Trasversalmente
al piano del piacere
libricini arabica fiori
sorseggiando bolle
di pensieri, le parole
gli appuntamenti
restano coniugati
nell’agenda bendata
dagli occhi vitrei
della notte. Sfollano
nuvole intirizzite
nel battito che pulsa
sanguoso, dalla vita
ferma la luce sparge
afrore sul talamo
ancora tempo
– mi dici –
ci vorrà per morire.

SULLA POESIA
(a Bruno Bartoletti)

Così, come tu mi vedi

Io sono un’altra cosa
tendo a chiudermi
come le ostriche al vento
per poi riesplodere
in una bracciata di mare
tra le onde dei versi
così, come tu mi vedi.
Schiumosa e prepotente
a volte assente, nei miei
pensieri sbriciolati di sale
in un muro di silenzio.
Così, come tu mi vedi
mi ritrovo senza senso
ad osservare tutti, nessuno
escluso in competizione
strani, all’occorrenza vani.

SULL’AMICIZIA
(a Giuseppe Vetromile)

La Bella e la Bestia

Gli occhi negli occhi
le ciglia tra ciglia
s’incontrano al bar
fumigose guardando
scontrose fuggendo

– nel bene e nel male
soltanto astrazione –

conflitti ammirando
in un agone di rosa
spiantata strappata
spinata spetalata

– spez
zet
ta
ta –

Impietosamente assetata.
E languida nel rosso
ferroso del cono
vesuviano di sguardi.

SULLA VITA
(ad Alessandra e Federica)

Notte sul campo

A sera mi assento
dagli impegni dovuti
sulle luci notturne
dell’inverno incantato
deragliando a valle
tra pause chopiniane
in quel flash di mente
dove albergano in frack
gli sguardi del tempo,
tra i camini fumanti
e l’aforisma della sera
sgomitando nella lotta
tra giusto e sbagliato
ingoiando il vuoto
del cielo mandorlato
tra gli astri e le comete
in fuga, verso il risveglio
di latte amore biscotti
intriso di prospettive
nella rotondità rosata
dell’alba sui campi
bagnati, dove il carillon
dal settimino suona
e i Lari attenti vigilano
sul focolare della Casa.

SULLA MORTE
(A mio padre)

Mano di polvere

Ti accarezzo sul vetro
dei ricordi, laddove
non c’è parola sangue
calore ma solo amore,
lascio la mia mano
di polvere impronta
tesa a cercarti sulla
foto della vita andata,
noi che da quaggiù
non sappiamo quanto
tempo ancora abbiamo.
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domenica, 08 agosto 2010
IN UN’ECO DI CONCHIGLIA – poesie di Laura Cantelmo
Laura Cantelmo è poeta e traduttrice. Fa parte dell’Associazione Milanocosa e collabora con la rivista La Mosca di Milano. Tra i versi delle poesie che mi ha inviato ho scelto, per dare un titolo a questo post, “In un’eco di conchiglia”, individuando una sensazione più che un nesso logico in grado di fare da fil rouge ai suoi testi qui proposti, a queste poesie lievi e intense, chiare e misteriorose. Nelle liriche di Laura Cantelmo si può trovare, nel medesimo tempo, il soffio leggero di una brezza marina, breve, circoscritta, ma anche, nella suggestione che nasce e si coglie tra le righe, qualcosa di più profondo e lontano, un ricordo, una riflessione, un desiderio di dire e di dirsi che, nonostante l’orrore e l’assurdo del tempo e dei tempi, si può ancora attendere pace, verità, perfino giustizia. Anche se resta, vigile, la consapovolezza che “l’oceano attende, lontano,/ risposte che ancora ignoriamo”. Una poesia lineare che tuttavia con la forza degli oggetti e dei concetti scelti e conservati come foto, invita a pensare, e a fare del pensiero volontà, ricerca di sé.
Colgo anche l’occasione per augurare ai “dedalonauti” vecchi e nuovi, a chi visita queste pagine con curiosità e passione, un’ottima estate, ricca di ispirazioni, sulla pagina e nella vita. (I.M).
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poesie di
Laura Cantelmo

Delta del Mekong

La pace del tempo dilava
nei tuoi nove figli le piaghe
slabbrate di storia. Le canne,
le frasche graffiate dal vento
sospingono i nostri malcerti
destini nell’onda infinita.
L’oceano attende, lontano,
risposte che ancora ignoriamo.

Tra verghe intrecciate ho nascosto
conchiglie di giada e manghi
succosi, per rendere il viaggio
più lieve.

* * *

Cimitero nel mare

Il nostro mare è pece.
Ha monti alti come onde,
onde di calce come croci,
perle sul fondo come occhi
cani da guardia sulle sponde.
Il respiro migrante si confonde
tra i gorghi – recando
tralci di lacrime col vento.

L’urlo è voce di donna,
il grido morto di un bambino

* * *

Azulejos

Per Pablo Luis A.

Come lunghe le notti del ricordo.

Azulejos antichi e il blu
dell’ombra, il caldo volo
delle voci amiche e i compagni
illustri sul divano.

Vorace la porta si spalanca
sul balcone della notte e un volo
variegato di paloma s’incolla
sulla tela.

Nel giardino di cani maculati
in una bianca piroetta di note
Federico García coglie limoni.

E tu, anima inquieta,
in uno spumeggiare di gatti
persiani a modulare l’ombra
del cancionero gitano.

L’Alhambra tra le rose fiammeggiava
nel patio cittadino, un luce di nuvola
infiamma la corona di volti amici
sui tetti di fumo del cuore di Milano.

Una jota di cristallo illumina
l’offerta di un pavone blu e giallo
a un Federico bambino e per noi
le rime sull’eterno mistero del tuo cielo
e della tua mano.

* * *

Foto di gruppo con un figlio

Una sequenza singolare, la foto dell’anniversario,
il poeta cinto d’alloro, l’avvocato, il cane e
il magistrato, poi Peppinella sotto il tiglio con
l’intenso vermiglio del grembiule.

Brindisi per un figlio – tintinnava per te
l’aria al volgere dell’anno con il luccichio
delle stelle.
Con le nostre attese il segreto dell’estate
scendeva come lacrima sopra il ciglio del mare.

Poi una voce inabissata. Ripeteva il tuo nome
in un’eco di conchiglia precipitando nell’amaro
passato i giorni che verranno.

* * *

Aria di Langa

Aria di Langa, tra le brume.
I faggi spelacchiati
bucano il ghiaccio
sopra il nero tufo.
Dalla corona dei monti
voci soffocate di gufi,
fruscio di nascoste serpi
sospiri di lotte tradite.

Il velo brunito dei tramonti
dentro l’azzurro sfocato
copre storie di dolori taciuti
di memorie braccate.
Il fuoco ribelle si consuma,
ma ancora il fuoco
è fuoco, finché sulla terra
non declina la vita.
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mercoledì, 28 luglio 2010
AMALGAMA – di Valeria Serofilli
Propongo qui di seguito alcuni testi che mi sono stati inviati da Valeria Serofilli, tratti dal suo libro, di recente uscita, Amalgama. È anche un’occasione per parlare dei “Quaderni di Poiein”, la collana dell’Editrice Puntoacapo di cui il volume Amalgama della poetessa pisana costituisce la seconda monografia finora pubblicata.
Alcune delle poesie di Valeria Serofilli qui proposte sono quelle collocate all’inizio del libro. Altre sono tratte dalla Sezione “Dantesche” e costituiscono una rilettura in ottica personale di alcune delle vicende più toccanti della Divina Commedia. Inserisco anche, su richiesta dell’autrice, la poesia “Preghiera del poeta”, a lei particolarmente cara: un testo complesso giocato tra ironia e partecipazione intensa, sentita.
Chi fosse interessato, può contattare l’autrice a questo indirizzo di posta elettronica: valeriaserofilli@alice.it .
Oltre al libro di Valeria Serofilli la medesima collana di Puntocapo editrice ha già proposto il libro di Arnold de Vos, e proporrà nei mesi a venire le opere (testi e commento critico) di altri interessanti autori: Daniela Raimondi, Giovanni Nuscis, Annamaria Ferramosca. I.M.
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I Quaderni di Poiein
Collana di monografie poetiche diretta da Gianmario Lucini

(Redazione: Viola Amarelli, Mauro Ferrari, Letizia Lanza)

1. Arnold de Vos (maggio) ISBN 978-88-960209-55-5

2. Valeria Serofilli (giugno) ISBN 978-88-96020-57-9

3. Daniela Raimondi (ottobre)

4. Giovanni Nuscis (ottobre)

5. Annamaria Ferramosca (dicembre)

Ogni volume, di 48 pagine, avrà formato 17 x 24 e offrirà l’autorevole monografia critica di un poeta, il cui lavoro sarà illustrato da:

a) Presentazione critica dell’autore nel contesto della poesia italiana contemporanea

b) Bio-bibliografia

c) Nota personale di poetica, o intervista

d) Cenni critici sulle pubblicazioni precedenti, con poesie esemplificative

e) Presentazione critica e ampia silloge di una trentina di testi inediti

Un numero € 7,50. Sottoscrizione per i 5 numeri annui: € 28,00 (per i soci dell’Associazione Poiein: € 20,00) che darà anche diritto a un volume omaggio dal catalogo puntoacapo scelto dall’Editore.

La sottoscrizione alla Collana, o l’acquisto di singole uscite, sarà possibile tramite bonifico sul CC bancario intestato a “Puntoacapo Editrice di Daglio Cristina” (Cod. IBAN: IT 02 A 02008 48420 000041240096) indicando chiaramente la causale: “SOTTOSCRIZIONE ACQUISTO QUADERNI DI POIEIN ANNO 2010”. È anche possibile inviare un assegno non trasferibile, ma indicando chiaramente la causale e l’indirizzo postale per l’invio delle pubblicazioni.

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VALERIA SEROFILLI
testi tratti da Amalgama
“I Quaderni di Poiein”, Puntoacapo Editrice, 2010
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Sono l’impasto / da gustare piano
pagina a pagina, riga inchiostro pelle
carta di guscio che t’incanta molle
lievito amalgama / caricato a molla

Adombra il rischio di pensieri imberbi

Trapianto bulbo che ti accresca, se mi sfogli
mano tesa e cogli / acini essenza
pane seme mosto

Il più ambito frutto in quest’inchiostro.

Bevitrice d’inchiostro

Non lapidare i bevitori di birra
tu che bevi solo coca-cola
la felicità di un foglio bianco
non appaga lo sforzo dell’astemio

La luna piena stanotte
non sussurra che versi
stanchi a me / stanca in ascolto
bevitrice di birra
più o men bionda
ma più d’inchiostro
che come malto non finisca
in orzo.

Indosso arcobaleno

Foschia dietro la rocca
così il mio animo
Ma a ben guardare c’è l’arcobaleno

Si. Ora arcobaleno / in tutti i sensi
E sorride la ragazza in motorino
mentre un rosa / accende la mia voce
se ti dico – Aspettami che arrivo –

Resisterà nell’animo / dietro le nubi:
intanto indosso il mio più bel sorriso
o meglio, arcobaleno.
.
Ben altra controversia

Risparmia il verso che corre controvento
riscopri il senso che nutra di risveglio
il giusto pane, lievito / impastamento
per non rischiare cadute di non senso
falsi richiami a miti desueti
ferri lisi che non tessono divieti
freno che non unto si consumi

Tieni a ricordo il tempo del tuo gioco
di calcio, vicoli, urla e di risate
Tingi d’inchiostro il tuo accorato coro
e non ti curar di loro
ma vivi in ben altra controversia
per cinger tempie del più verde alloro.

Inchiostro

L’aratro ha mietuto
distanze impari e ne
è nato inchiostro probabile
per farne capoverso.

Sovrasenso

Se questo ha un senso / non rinunci il sonno
a scoppiarti le tempie nel rimbombo
che preme / freme, in bislacco sovrasenso
soldato di trincea senza l’elmetto

Abbraccia l’euforia dell’abbandono
a un sé, a un poi / a un mai detto
sovratono

Crea per te il bianco di un silenzio
ma colmo del più acuto sovrasenso
e circuisci lo spazio che ti pesa
centometrista senza la sua asta:
quel che resta / nell’ingorgo che sovrasta
è gran sete / prima della resa.

dalla Sezione “Dantesche”

Paolo e Francesca
(La Divina Commedia, canto V)

Lo sguardo complice
il furto di una vita
in quella mela / labbra rosse

Adamo ed Eva
clonati dal peccato / prima radice
rinati pallidi dalle pagine
di un libro, da quel bacio
unico/ sia pur imitativo

A tanta passione / troppa condanna

Con Dante io vi comprendo!

Pier delle Vigne
(canto XIII)

Dal crudel atto scisso / corpo d’anima
ora sei pianta, mentre sanguini e parli
ma d’umano sentir è il tuo dolore
nella tragica metamorfosi che t’incarcera
ché non giusto è rivestirsi di quel che ci si
tolse
e le tue fronde selvatiche / o meglio sterpi
ti rammentino il maltolto.

Brunetto Latini
(canto XV)

Tu che insegnasti come rendersi eterni
ora in eterno vaghi / scontando
dell’asimmetrico rapporto
giusta condanna

Ma profezia di esilio e gloria
da quel tuo labbro ustionato!

Ulisse
(canto XXVI)

Dei remi hai fatto ali al folle varco
viaggio in te stesso ma allontanamento
assetato d’eccesso / spingendo il legno
oltre l’umano senso

Tu, novello Alessandro / lingua di fuoco
a Dio non ribelle, ma eroe ardito eloquente
della pagana limitatezza.

Il Conte Ugolino
(canto XXXIII)

Come Francesca parli e piangi insieme
ma il ricordo è diverso e men soave

E duro il cuore, come il teschio che rosicchi
al pensiero che per cibo ti si offerse
il sangue tuo congiunto

quando eterna si fece la condanna
a fame certa
e certa la fine.

* * * * * * *
Preghiera del Poeta

(…)
quando uscirà / il mio nuovo libro
avrà pagine di vento
i colori del tramonto
inchiostro d’alba / la pelle dei bambini
di tutto il mondo

Il mio nuovo libro
quando uscirà / sarò uscita anch’io
e fuor di scena detterò
parole intrise della saggezza
di chi non più la cerca

Sarà allora che il mio Editore
venderà copie a milioni
e le ristampe
e presentazioni ovunque
ed interviste

Quando uscirà / il mio nuovo libro
sarò famosa d’erba e nuvole
e da un angolo di cielo
assaporerò finalmente
ciò a lungo negato

E se mi commuoverò
il mio sorriso / rifranto all’infinito
avrà tutte le sfaccettature
della luce
rugiada mattutina le mie lacrime

il mio pubblico immenso:
ogni poeta / ogni ricerca di senso

Sarà storia il trascorso
il vissuto un esempio
consiglio ogni sbaglio

Senza rilegature le pagine
si spargeranno a mille
seme di giudizio / maturato a pelle
perle di esperienza

Rilassata / altrove, ne gusterò
il sapore, raccogliendo il frutto
del mio trascorso ardore

Ora che più non preme
anche se oltre, il senso, non
verrà disperso / eredità sofferta
ma mai rimorso, il tentativo di
suggerimento

Non più resoconto
né agli altri, né a me stessa

Unico giudice l’Eterno.

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domenica, 04 luglio 2010
LA POLVERIERA – racconto di Maria Zimotti
Questo racconto si muove sulla linea di confine tra realismo e immaginazione, verità e simbolo. L’autrice descrive con ricchezza di dettagli attenti e minuziosi realtà concrete, o almeno verosimili, quelle con cui ci troviamo a fare i conti ogni giorno: le oppressioni apparentemente ordinarie, quelle a cui crediamo di poterci e doverci abituare. Ma ad certo punto, per scelta e necessità, come per effetto di una possente pressione interna, forse la ribellione, la rivolta, il ribrezzo che coglie chi sa scrutare al di là dei muri, al di sotto della superficie delle cose e delle situazioni, l’autrice va oltre, affida la tenace volontà di guardare per vedere qualcosa di diverso alla metafora, ad oggetti che trasformano la propria natura misteriosa e minacciosa in simbolo, in allegoria. È un racconto, questo di Maria Zimotti, scritto con lucidità, con rabbia aspra ma non accecante. Si percepisce, anche nella descrizione dell’assurdità più opprimente, la capacità di resistere allo schifo per continuare fino in fondo a descrivere e a raccontare. Così come parlando di un evento particolare, apparentemente circoscritto nello spazio e nel tempo, si finisce per parlare del tempo e dello spazio che più ci stanno a cuore: lo spazio in cui viviamo e il tempo attuale, quello di questi anni, le oppressioni della nostra epoca, coperte da uno strato biancastro, forse cipria generosamente applicata sui volti telemediatici, oppure sabbia copiosamente gettata sulle verità. Alla fine restano altri vetri attraverso cui guardare: continuando a cercare; se non la speranza la testimonianza. I. M.

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racconto di Maria Zimotti

LA POLVERIERA

Quando arrivo vedo subito una finta bionda che mi accoglie nella luminosa stanza centrale dello stabilimento invasa dall’odore chimico. Ha un camice bianco che non riesce a chiudersi sulle forme generose, la faccia ingiallita, la voce lamentosa di chi cerca di indorare la pillola.
Questa moderna kapò mi presenta sbrigativamente le altre ragazze. Mi indica un tavolo con un nastro trasportatore dove scivolano scatolette di cosmetici su cui bisogna incollare le etichette.
L’alienazione prende forma nei visi fermi dallo sguardo assente, nelle membra rigide concentrate nel ritmico susseguirsi dei gesti. Le mani eroiche gioiscono delle vittorie sulla velocità del nastro che inesorabile non si ferma a ringraziarle della celerità del loro lavoro. Dopo un’ora le vertebre del collo pungono e lo sguardo ancora attonito cerca calore guardandosi intorno. Sono finite le scorte delle scatolette e la piccola pausa mi offre l’occasione per scrutare le mie compagne di lavoro. Hanno l’aria pacatamente determinata delle madri di famiglia. Avverto nella mia espressione un disagio mascherato dal sorriso cordiale. In ogni caso qualsiasi cosa di me pare non influire sul loro comportamento. Sempre più spettatrice le sento parlare della loro vita familiare e certo piccoli cenni di approvazione muovono il mio viso quando parlano di problemi quotidiani che anche io ho affrontato. Non c’è gioia nei loro discorsi a semplici scalette quotidiane. Si avverte un’aria mesta di sacrificio, uno sguardo altrove. Mi si fa sempre più chiaro mentre le ascolto che lo sguardo altrove è la convinzione che questa situazione è solo provvisoria.
– ” Ho cominciato a lavorare convinta ce al momento di avere un bambino avrei
smesso ma i soldi non bastano mai” -.
– ” Guarda, più si va avanti e più i figli costano. ” -.
La finta bionda arriva. Si avvicina ad Anna, una ragazza bassina dai lineamenti marcati che le danno un aspetto grintoso. Con voce suadente le dice che c’è da andare alla polveriera. Anna fa una smorfia, un sospiro profondo poi tira su le spalle e indossa una mascherina protettiva. Le ante di una porta nera pesante si spalancano su una stanza senza finestre, debolmente illuminata, da cui fuoriesce un forte odore di polvere. Non riesco ad individuarlo subito ma mi ricorda la polvere di cemento. Un’altra ragazza bionda che non avevo visto prima esce da lì tutta impolverata, la mascherina slacciata e gli occhi rossi. È una bella ragazza, fisico atletico, aria sana se non fosse per il fatto che continua a tossire e a soffiarsi il naso.
– Vieni gioia, dai, un pò per ciascuno, voi lo sapete è un lavoro importante
” – è la cantilena della prosperosa kapò.
Anna viene inghiottita dalla polveriera che si chiude alle sue spalle come un
antro vergognoso.
La finta bionda si gira verso di me e la prima cosa che mi viene in mente è che il suo sguardo arriva da lontano. E’ lo sguardo delle maitresses. Nella piega della bocca all’ingiù la testimonianza di una lontana tristezza che contrasta con il tono falsamente gioioso delle sue parole. Sta per dirmi qualcosa ma io mi giro verso Anna che sta uscendo dalla polveriera, attratta dai suoi colpi di tosse.
L’odore acre della polvere ha invaso la stanza che ha perso l’aspetto sterile che le dava quella specie di odore di medicinale. Prima sembravamo tante api laboriose benevolmente sospinte dalla materna ape capoperaia, concentrate nel ritmo della etichettatura che era una danza della allenata manualità femminile.
Ora, la pausa nel ritmo incalzante, le anime che cominciano ad esprimersi in gesti più naturali hanno messo una goccia di caos destabilizzante per la kapò che con le sue manone cerca di riportare il silenzio dando disposizioni. Getta su di me sguardi furtivi. Devo avere un’aria stupita che evidentemente le fa fare marcia indietro su quello che vuole dirmi.
In realtà solo superficialmente mi sento toccata da quello che vedo. La ragazza che tossisce suscita in me solo parvenza di indignazione, reminiscenza di indottrinamento democratico. Non mi sento vicina a queste ragazze non solo perché non le conosco ma perché ho sentito subito questo loro distacco dalla realtà che è stato contagioso. È un distacco che si è radicato in loro lungo anni di assuefazione. In me invece c’è ancora qualche stordita sensazione eccitata dal desiderio di conoscenza che tutte le esperienze nuove portano. Fuori c’è una giornata di sole. Ci sono magnolie dalle foglie lucide, sembrano le chiome di ragazze che si sono appena lavate i capelli per una giornata di festa. Qui dentro il nastro trasportatore ricomincia a cigolare.
Si fabbrica, si confeziona la bellezza ma nei volti storditi dall’incessante lavoro monotono qui la bellezza si è decomposta grottescamente nella ostentazione di tinte sgargianti, rossetti marcati su bocche stizzite. I pensieri vengono rapiti ipnoticamente dallo scorrere del nastro trasportatore. Così passa questa giornata, in una specie di sonno dei sensi che si ribellano alla fine lasciando segnali di intorpidimento. Tutte le ragazze sono entrate a turno nella polveriera, tranne me. La kapò ha capito che domani non tornerò ma io mi sento privilegiatamente inviolata. Quella stanza oscura ha per me la valenza di un’iniziazione alla vita vera.
Mentre le altre ragazze vanno a cambiarsi io mi avvicino esitante alla polveriera. C’è un tavolo bianco con una serie di stampi rotondi. Un compressore è appoggiato sul tavolo. La polvere residua quasi annebbia la stanza già povera di luce. L’odore acre mi ricorda quello sentito durante una visita al museo della Scienza e della Tecnica.
Il reparto dei reperti archeologici della siderurgia si trovava in un seminterrato buio debolmente illuminato simile a questa stanza cupa. Io immaginavo gli operai che consumavano le loro vite con quel sapore di ferro. Chissà se la frenesia della rivoluzione industriale alitava nei loro respiri come le pompose iconografie futuriste volevano mostrare. La voce degli operai non resta. Il silenzio domina le loro giornate inghiottite dal ritmo incalzante delle macchine che non dà il tempo per pensare.
Io domani non tornerò. Scelgo la via più facile. Però ora so. So perché gli operai sognano per i loro figli “la scrivania” che è un feticcio di visibilità.

È una serata in cui si indovinano stelle dietro il bagliore delle luci elettriche della pianura laboriosa. Saetto verso casa. Le ore di lavoro sono state tante perché nelle lavorazioni conto terzi dell’industria cosmetica si lavora più che si può per essere competitivi. I capannoni industriali si succedono senza soluzione di continuità. Dietro le finestre sagome silenziose e assorte sono ombre di vita. Attraverso vetri loro guardano. Attraverso vetri io guardo. Sempre, comunque, aria chiusa, senza respiro, vita condizionata.

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venerdì, 18 giugno 2010
LO SBARCO SULLA LUNA – racconto di Claudia Iandolo
Claudia Iandolo ha saputo racchiudere in questo breve racconto il senso di una vita, di un personaggio autonomo, con un suo destino individuale, che comunque, senza forzature e senza sproloqui fuori luogo e fuori misura, diventa simbolo di un’intera generazione, forse di una nazione intera. La lucidità del protagonista, quella che gli consente di percepire i trucchi del potere, le astuzie di chi ha in mano le leve del mondo e dei destini, è una forma di ideologia attiva, per così dire, geniale come la sua capacità di comprendere il funzionamento delle macchine, capendo soprattutto ciò che non è umano, ciò che contrasta ed opprime, in modo occulto e subdolo, l’equità, la giustizia, l’opportunità per tutti di vivere una vita degna di tale nome. Ma l’abilità narrativa dell’autrice ha saputo racchiudere in un crescendo rapido come il tempo il momento di crisi e di mutamento: l’intelligenza del protagonista non è solo quella della mente, è anche e soprattutto del cuore. Nel finale della vicenda si rende conto che la lotta più estrema è la difesa della fantasia. E al sogno della speranza, per sé ma soprattutto per suo figlio, sacrifica la logica della ragione. Prende atto, forse, regalando tale consapevolezza anche ai lettori, che il territorio più prezioso, quello da difendere a tutti i costi dagli assalti dell’avversario, è quello dei sogni. Poco importa se la luna è stata effettivamente raggiunta e “colonizzata”. Ciò che davvero conta è conservare il sogno della luna, il più poetico, il più imprenscindibile. Un racconto credibile, quello di Claudia Iandolo, ben ideato e strutturato da un’autrice che sa proporre una narrativa in grado di abbinare lievità e profondità, realismo e capacità di guardare oltre la superficie dei tempi e delle situazioni. Guardando alla luna, magari, per parlare, con poetica concretezza, della terra, dell’uomo. I. M.

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LO SBARCO SULLA LUNA
Racconto di Claudia Iandolo

Lui non ci aveva mai creduto, e proprio perché, l’aveva visto in televisione. Una grande messinscena per tutti i fessi del mondo, i fessi come loro, che si alzavano alle quattro del mattino e non contavano niente. Lo diceva con foga che non contavano niente, nessuno di loro, non uno in quel bar sporco e fumoso. E li sfidava a dimostrare il contrario, se per esempio quelli decidevano di fare la guerra, o di licenziare gli operai da una fabbrica, o di fare una legge che da domani nessuno poteva più fumare in compagnia, insomma qualunque cosa, quelli decidessero, la decidevano tra loro. Quelli erano i ricchi, i potenti, i politici, lo stato, i preti. Tutti eccetto loro. Beveva un altro caffé corretto, si accendeva una MS e se ne tornava in officina. Al bar continuavano a sfotterlo, lui lo sapeva e non gliene importava niente. Gerardo era uno lucido, aveva un mente precisa e una vocazione che rasentava la genialità per tutto ciò che era macchina, motore. Perciò, le sue tirate da filosofo, perfino durante il tressette serale, dov’era imbattibile, non avevano mai intaccato il rispetto di cui era circondato, e che si era guadagnato sul campo, resuscitando marchingegni morti. E quel luglio del sessantanove era più lucido del solito. Una macchina sulla luna, era questo che volevano fargli credere. Una cosa pazzesca, ma ci credevano tutti. Incollati davanti alla tv, euforici, a ripetere quella frase idiota Un piccolo passo per un uomo un passo gigantesco per l’umanità, o qualcosa del genere. Suo figlio a dieci anni la sapeva a memoria, in inglese That’s one small step for a man, one giant leap for mankind, e piantava bandiere tra i peperoni della nonna con i compagni di scuola. Al bar, ormai, lo provocavano senza ritegno, e ridevano come i fessi che erano, o gli davano del comunista, quando li stringeva con la sua logica prepotente. Ma Gerardo più ci pensava più si convinceva che era stata tutta una montatura, un’enorme presa in giro collettiva che aveva le sue ragioni logiche, comunque. Primo, gliela avevano fatta vedere ai russi e ai loro Gagarin, secondo, quella bandiera piantata sulla luna significava davvero che non c’era più nulla da fare, la guerra era persa, e il mondo sarebbe andato dritto filato dove l’America avesse deciso. Insomma, un grande balzo per l’umanità. A patto che l’umanità coincidesse con l’America. Se solo si fossero fermati a riflettere, a pensare, lo avrebbero capito anche loro. E invece bevevano Stock già alle cinque del mattino, e ammettevano che, in definitiva, non sarebbe cambiato niente nelle loro vite, ma chissà, in quelle dei figli forse sì. A dicembre del ’69 Gerardo decise che non ne avrebbe parlato più, almeno spontaneamente. Da quella volta bisognava aspettare che fosse brillo, allora cominciava come sempre con una serie di domande spietate, alle quali si poteva rispondere solo sì o no. – L’hai mai vista una strega che vola?
– No
– E perchè?
L’interrogato si prendeva una pausa, o meglio ci provava, ma Gerardo lo incalzava: – Perché? Perché le streghe non esistono. Perché nessuno può volare su una scopa, giusto?
– Giusto, ammetteva l’altro
– E se la vedi in televisione una strega che vola, che fai?
– Che faccio…
– Che fai, ci credi o no?
– No
– Perciò non tutto quello che vedi in televisione è vero. Giusto?
– Sì, giusto.
– Quindi in televisione puoi pure vedere una cosa che non c’è, che non esiste, giusto?
– Sì, vabbé, ma che c’entra. L’altro tentava una scappatoia, una via d’uscita, ma Gerardo non gli dava scampo:
– C’entra. Perché adesso spiegami questo: se ti avessero detto che era un film, un film di fantascienza per esempio, che avresti detto?
– E che avrei detto?
– Te lo dico io: che stronzata, avresti detto, figurati! La luna. Sulla luna, con i motori che ci sono qua.

Vent’anni dopo il figlio si era preso una laurea. Arrivò una sera ad ora di cena, trafelato, euforico.
– Guarda, disse al padre, e gli tese una pagina di giornale.
Gerardo era in uno dei suoi momenti di distrazione, muoveva la testa se gli parlavi, come se capisse, diceva perfino ah! veramente? Ma in realtà non ti ascoltava per niente. Il figlio se ne accorse immediatamente.
– Papà, e leggi almeno il titolo.
– Il titolo, disse Gerardo, ma non riusciva a trovare gli occhiali da presbite, senza i quali era perduto.
– Non trovo gli occhiali, che dice?
– Dice che era tutta una bufala, una montatura.
Gerardo lo guardava assente, l’argomento era stato archiviato da anni, e comunque non gli interessava più in generale, e meno che mai in quel momento particolare.
– Lo sbarco sulla luna, papà, non c’è mai stato. Guarda, ci sono le prove. Era un set cinematografico, era un film, magari l’ha girato Kubrick, quello di 2001 Odissea nello spazio.
Gerardo cominciò a mangiare. Il figlio era davvero esasperato: -Papà, e guarda almeno. Ci sono le prove.
– Le prove. Di che? disse Gerardo. E, aggiunse masticando carote: – E tu ci credi?

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domenica, 13 giugno 2010
L’OROLOGIO È SFINITO – testi di Fortuna Della Porta
Tra il fiato e i fiordalisi, l’istinto dell’esistenza e la ricerca di tutto ciò che, per valenze simboliche e allegoriche o tramite la capacità evocativa immediata di un profumo, trasporta in una dimensione altra, lontano dalla contingenze della realtà “concreta”. Tra questi due estremi, con un’impronta individuale e ben definita, si muove e spazia la poesia di Fortuna Della Porta, poetessa e organizzatrice di incontri e dialoghi che ruotono attorno al pianeta poesia, a Roma e non solo. C’è, nei versi dell’autrice, il gusto serio e divertito, profondo senza mai risultare pedante o artificioso, dell’invenzione e della “variazione sul tema”, per dirla con termini musicali. Alterna versi brevi e lunghi, metafore piane e accostamenti estremi, acrobatici, mai per il gusto della scena, ma piuttosto per dare forma di parole e di suono ad un’esuberanza che è ricerca di senso e di quel significato ulteriore che si trova, a volte, nella magia arcana delle cose, in quello spazio tra sogno e veglia, comprensione e meraviglia. L’autrice è conscia che è vano il progetto di dar misura al tempo: “Torna all’indietro la vita:/ l’orologio è sfinito” e “troppi sono gli opercoli che sfilacciano il passato”. Ma altrettanto bene sa che restano l’istinto e volontà, la scommessa dell’uomo che dirige il suo passo verso una direzione, una meta, un sogno di parole, immagini, ricordi e miti più veri del vero, “tutta la vita della Terra/ e la vista pur sempre fervida/ sui gigli amici, ancora un giorno roridi di polline”. I. M.

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Fortuna Della Porta

testi tratti da

“La sonnolenza delle cose”

…e alla fine il
bastione
del fuoco
il nucleo
cadrà su se stesso
esausto
il destino cosmico…

Il Tempo mi lima come una moneta
e ormai manco a me stesso

(Osip Mandel’stam)

Estiva

La sonnolenza delle cose
colpisce stanotte
l’arsura del patio
e lassù la luna sinuosa
non regge lo scirocco
Dietro la casa colline calve
come seni avvizziti
da che il tempo è girato
e scruta inviolabile
l’enigma
delle cose indolenti e il silenzio

Arboreo

Sulle gambe e su ogni strada pallidamente
l’immobile giro dei secoli:
assiderato, anche il mio breve stelo
sul crinale di tanto gelo

segna con le dita la propria deriva
sulla volta celeste. Anche l’inverno
trasecola dalla culla della slavina bianca
il fragile stillicidio della nostra era

e la moneta di conio stanco che il viaggio paga.
Ciò che m’abbaglia lo distillo di sera
con inchiostro cagliato che il respiro rapprende

mentre un sussulto risponde al rollare
solo parole vaganti nell’aria transfuga:
sulla tomba meglio i garofani.

Nonsenso

Tace la carta: il tratto arranca.
L’occhio della mente sul nulla,
nel letto della gravità notturna
con coltri pungenti come scapole,
ancor più il giudizio si torce
come albero in veste d’inverno
nella corteccia disanimato.
Ma anche di giorno, acquosa,
la parola fluttua
e l’ora maligna partorisce solo se stessa
in un saliscendi di ruggine
senza spillare lucciole e assiepando
in cardi le rose.
Così, quando il sole si piega
allo sconcerto della controra,
coltivo lacrime
e un refolo di mutua pietà
con la lingua che dissipa un vaniloquio
in alto a sorvolare aria incontrastata.

Fuoco fatuo

Gelo della notte, silenzio,
battuto in ogni istante
ti affido l’angoscia di un poeta
il dente, a testamento, del veleno.
La sua meditazione, la lingua del fuoco
posata sui carrubi o il daino
che ambisce la neve dei cocuzzoli,
ma più ancora il tremito da filugello
che non riscatta il bozzolo.
Il verso che contenne nomadi discorsi
senza suono.
Ti rendo, esausta, la bava di lumaca,
notte, che compitò lune errabonde,
fiumi impazienti o arditi
nel confluirsi al mare
le serpeggianti cacce nell’inquieta estate
i ricoveri dell’ansia, le battaglie
in solitudine sulle spire di fiamma
del domani che oggi diventa sale,
dopo gli alpeggi
del cuore stretti fino a ieri
in un impulso credulo
e nello spillo degli occhi,

caduti entrambi sotto le pervicaci nuvole
che annacquarono i sogni
senza squarcio d’azzurro per ristoro:
in mano alcuna sorte.
Ti segno un addio nella costellazione
che incontrò la mia finestra
e il mio tormento.
Ti affidò i coralli, le erbe, tutta la vita della Terra
e la vista pur sempre fervida
sui gigli amici, ancora un giorno roridi di polline.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:55 | link | commenti | commenti

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domenica, 06 giugno 2010
LA PAROLA VERSATA – testi di Paolo Fichera

Leggendo le poesie che ho ricevuto da Paolo Fichera, tratte dalla raccolta “Nel respiro”, ho percepito la sensazione multiforme, intimamente contraddittoria, che prende forma associando il sostantivo “parola” al verbo “versare”. Si pensa ad un brindisi, un moderno convivio, bottiglie e bicchieri che si riempiono e si svuotano tra grida, sussurri e racconti reali o immaginari. Ma anche, con forza non certo minore, quel versare fa pensare al sangue, alla linfa, ad ogni liquido vitale che scorre nel corpo e in ogni luogo impalpabile e non facilmente collocabile nello spazio-tempo, ma, nonostante questo, o forse proprio in virtù di questo, assolutamente imprescindibile. I versi stillano brevi e densi, ognuno con un suo suono ed una sua differente vischiosità. E non è agevole distinguere la volontà della comunicazione dal dolore della necessità di dire ciò che non di rado appare indicibile. Non sono casuali forse in questo contesto i riferimenti frequenti, ripetuti e posti in posizioni che rivelano la sostanza di analogie e contrasti, a liquidi diversissimi tra di loro ma tutti in grado di evocare valenze fondamentali, concrete e simboliche: sangue, caffè, latte, muco. Questo scorrere ampio e complesso genera, tramite un’orditura testuale ben coesa e adeguatamente ambivalente, “l’identità-germoglio” che “riaffiora/ nel tempo presente/ che chiamerai notte antica/ spinata/ dove la parola versata in suono/ è percezione”. I.M.

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PAOLO FICHERA
testi tratti da “Nel respiro”
ediz. L’Arcolaio

nel battito

unge

l’estrema

doglia

e tu figlio animale
tu principio di rosa

precipita la rosa oltre gli sterpi
avena rigida la schiena
bruciando manoscritti
in pietà di diamante

la pietra spessa affonda
la mano impressa
l’orma: grotta di cibo

il nemico cade
porgi la mano

il guscio
amalgama
fin dentro la regola
che il lupo sa e svela alla mano –
mano d’uomo – alle sue ossa,
alle vene, al sangue, fino alla fiaba
e alla preghiera, al sangue pulsato,
alla voce che innalza la pietra a statua, a dio,
al miele di una cometa che si sfalda
e espande, al calice che alzo in nome
dei figli morti striati in vendetta
sul tuo seno

fisso oltre fin dove la radice è anello,

luce del pane grotta di specchi
è femmina il coraggio è arca
occhio spezza le ombre rese
fame ombra di mandorla, bersaglio

il fuoco al graffito dei segni
una tazza di caffè alla morte
e tu sigilli il respiro nell’aria

Figlio del latte,
del polso, mia vena

accolgo
il dovere che resiste
ai vagiti, traccia
la fiamma che perdura nella bocca
come goccia ferita

la verginità condivisa con la carta

battito sei nel seme

figlio del pane,
saprai cenere e paglia
l’alba viscere nel muco la preghiera
eretta, voce imperdonabile
a dire perdilo

ci sono ombre
che lasciano i cigni
lontano da noi

la fede esatta
scolpita
che manca assalta
l’esatta figura

l’abito della festa
ai piedi dei cherubini
come insegne le mani
aprono l’antro
e i templi
gemono nell’orto
in un travaglio di presenze e radici

spoglia
una legge
più forte, esatta, dura
testimonia il respiro piagato
dal respiro, l’acqua dal respiro

mi fa inconoscente

fin dove il perdono si fa pane
l’identità-germoglio
riaffiora
nel tempo presente
che chiamerai notte antica
spinata
dove la parola versata in suono
è percezione

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mercoledì, 02 giugno 2010
GIOCARE IL TEMPO A TESSERE – inediti di Raffaele Piazza
Anche in queste tre poesie che mi ha inviato per Dedalus, Raffaele Piazza rimane coerente ai temi, alle cadenze, alle metafore e ai racconti in versi che gli sono propri. Il ritratto di donna che l’autore propone è anche stavolta sfaccettato, complesso, sospeso tra realtà e memoria, sensualità e distacco, possesso e abbandono. Ed è continuo anche l’oscillare tra la sfera mentale, esplorata anche tramite richiami letterari e cinematografici, e, sull’altro fronte, o meglio affiancato e sovrapposto ad esso, il contingente, il necessario e stritolante mondo attuale, quello delle cose da fare, urgenti, ineluttabili: “ufficio asettico, nivee pareti,/ sulla scrivania computer,/ stampante laser e una rosa rossa/ in un filo di bicchiere”. Tra questi due estremi, Piazza lo mostra con chiarezza, si dipana giorno per giorno l’eterno conflitto tra ideale e reale, sogno e verità: il succo della poesia di Piazza è una riflessione che muta nell’attimo stesso in cui proviamo a renderla razionale. Non resta allora che prendere atto delle stato di cose, senza tuttavia smettere di cercare nei gesti di donne incontrate per strada o immaginate ad occhi chiusi il senso o l’assenza di senso di questo nostro ineludibile “vegetale/ incantesimo di cose per giocare/ il tempo a tessere”. I. M.

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RAFFAELE PIAZZA – Inediti

Camere di Rosaria

1
Ufficio asettico, nivee pareti,
sulla scrivania computer,
stampante laser e una rosa rossa.
in un filo di bicchiere. Entrano
le matricole oltre la chiave della
nebbia:Rosaria bionda
naturale sorride
come una donna e dà i
questionari..
Garrire di rondine azzurra
sul sagrato del tempo e colleghe
amiche per la pelle.
Sarebbe attimo perfetto: squilla
il telefono
(se un solo amore bastasse).

2
Rosaria bionda nel campo di
grano, come i suoi capelli, Rosaria
a fare l’amore in quel morire
per risorgere,
un filo d’erba nella bocca,
attimi di inazzurrate tegole
della casa. frontale pari
a muro che aggetta dall’anima
di vetro. Un fiore d’erba
da cogliere in armonia di
vegetazione ad iridarsi Rosaria
in attimi oltre il tempo di ieri.

E’ il 1984, scivola l’auto
dopo l’amore profano
e ci sarà raccolto.

3
Rosaria nello studio con Giovanni
il film è finito Il posto delle fragole..
Nel fresco del divano
brilla il DVD , Rosaria in forma
di rosa gioca alla vita,
mentre bacia Giovanni in liquida
armonia. Tende l mano affilata
al fiore della grazia.
E’ felice Rosaria in attimi rosapesca
si avvicina al tempo di ieri,
la sera che non torna
e a casa trova la pianta della fragola
di Giovanni dono.

4
Rosaria rosavestita per la vita
sul ciglio delle benedizioni
di un’amniotica pioggia sul balcone.
A giocare con le comete
del desiderio, attrae le stelle
di una vita intera.
Rosaria sul balcone tra le
piante nello scorgerle lontane
sul filo delle cose di sempre,
la buganvillea il gelsomino
e la rosa gialla. Vegetale
incantesimo di cose per giocare
il tempo a tessere

5
Rosaria nel museo tesse fiorevoli
parole per l’amato e tutto accade.
Vento di vetro esterno spira
in chiara armonia di laghetto.
Versi di Rosaria sul diario
di bordo di una vita
sui lieti colli dell’anima,
felicità oltre la nuvola grandiosa.

Ecco, traspare il greto
di sillabe in sensuale armonia.
Nel lunare chiaroscuro
si sparge il fiore della fragola.
Guarda un quadro di Andy Warhol,
il rosso fuoco del dipinto,
occhi di Giovanni e trasale

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sabato, 29 maggio 2010
LA FANTASIA IN DIFESA – inediti di Antonio Spagnuolo
Cito nel titolo di questo post parte del verso conclusivo della poesia “Ritorno”, uno dei tre inediti che ho ricevuto da Antonio Spagnuolo. Lo cito volentieri perché mi sembra che rappresenti bene l’approccio dell’autore napoletano nei confronti della parola, o forse della vita stessa: la consapevolezza della “infinita poesia del disinganno/ più volte sbilanciata dall’affanno”: Ma c’è anche, nonostante questa amara certezza, nonostante questo sentirsi immerso nel “tempo del nulla”, la reazione, tramite i versi, o forse nel confine sfumato tra i versi e la realtà, nel senso del ritmo che dà consistenza ad un senso più ampio, quello spazio arcano e vitale ancora tutto da esplorare, una meta a cui è necessario sognare di poter ritornare “senza mai piegare” scodinzolando leggeri “senza sbagliare un pegno/ unico a rinoscere l’eroe nel cenno/ fluida tensione della fantasia in difesa”. I.M.

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Antonio Spagnuolo (inediti)

-Vertigini –

Vertigine:
solo se chiudo gli occhi
sbando illusioni e si interrompe il giogo
delle scommesse.
Così plagiamo i giorni in uno sguardo
che consuma le attese, in quel che chiamo oblio,
per il sigillo che conclude il dolore inatteso.
E tu precipiti ancora di traverso
tra il ritmo che tenta di sconvolgere il ventre
e le braccia devastate da rime incomprensibili.
L’ultima lacrima rimane sigillata
nel presagio di un nome, il nome Tuo,
che comprende il bagliore della Tua nudità
oltre la Croce.
Forse è il tempo del nulla:
un’infinita poesia del disinganno
più volte sbilanciata nell’affanno,
o la tortura broccata di parole adirate
con diffidenza smarrite nel conforto.

* * *

– Falsetto –

Spesso riaccendo i segni fuggitivi
della giovinezza, fuggitivi e contorti,
in questo lento sconforto che pretende
nuovi abbandoni.
Altra stagione si affaccia sospettosa
e fra i giochi , impaurito, ho abbandonato
l’ultima cadenza della luce.
Forse inseguendo le piccole alchimie
dei racconti, delle leggende aggredite,
raccolgo il fruscio di strani aromi,
che aggiungono ferite al solito nirvana.
Dicevi lacerazioni nell’affondo
a segnare l’aria di brusii senza più aroma,
capace di intrecciare più cellule
per alcuni sussulti che si stringono
al brusio del falsetto.

* * *

– Ritorni –

Resta in fondo l’immagine dell’incedere
in fuga per fantasmi e il calpestio
spaventoso quasi incredibile nel segno di un riflesso,
fibra dell’antica potenza del tuo respiro.
Ha consistenze il tempo,
linea nel senso del cucciolo:
il colore è splendore, rapido e abitato
in questo mondo di roventi inganni,
sfumando il grembo con il gioco di nuvole.
Riesci a riportare la dolcezza profumata
del tuo abbandono docile,
e nello specchio hai il coraggio di fissare
la forma , sicuro di un fedele guaito.
Vorticando il sapore delle corse,
da fare invidia alla luna, esattamente
perderti e ritrovarti ogni sera nell’incisione
della tentazione o per la luminosità degli occhi.
Forse ritorni , affiancando gli dei nel cammino
vagabondo , senza mai piegare,
scodinzoli leggero, senza sbagliare un pegno,
unico a riconoscere l’eroe nel cenno
fluida tensione della fantasia in difesa.

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mercoledì, 12 maggio 2010
SOLO DIECI PANI di Anna Maria Farabbi

Nell’agile plaquette Solo dieci pani, pubblicata da Lietocolle nel 2009, Anna Maria Farabbi conferma la capacità, tutt’altro che frequente, di muoversi sul terreno friabile e insidioso dei sentimenti umanamente profondi e determinanti sul piano esistenziale senza cadere nel gorgo risucchiante della retorica. È un esercizio di abilità che riesce a compiere conciliando e facendo convivere forze opposte: il richiamo all’etereo, all’impalpabile, e, al tempo stesso, l’attrazione verso il terreno, verso ciò che di umano, laicamente spirituale, è possibile trovare sul suolo calpestato ma ancora vivo. Il richiamo al pane, contenuto nel titolo, forse non è casuale e di sicuro è ricco di valenze e suggestioni. Mi limito a proporre qui di seguito la prosa poetica con cui si apre il libro e le prime due poesie, lasciando ai lettori il gusto di assaporare autonomamente il resto della silloge. Mi soffermo su alcuni versi che a mio avviso riassumono bene quanto ho cercato di indicare in queste righe: “La foresta bianco rosa dei ciliegi sulle sponde del fiume/ improvvisamente si è mossa: l’odore/ e i petali nella brezza si staccano all’unisono/ vibrando una leggerissima intima/ bufera”. Tra consistenza e fludità, delicatezza e sostanza, si muovono le liriche di Anna Maria Farabbi. Ed i suoi versi permettono anche al lettore di percepire quella “leggerissima intima bufera” che forse è la vita, o la poesia, o la ricerca tenace di entrambe. I.M.
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testi tratti da
solo dieci pani
Lietocolle, 2009

il colloquio

tra figlia e madre

Ho studiato che il rosone di alcune chiese romaniche è stato progettato come meridiana notturna affinché i monaci, durante la preghiera, potessero conoscere l’ora osservando le stelle, attraverso la rosa vitrea.

Non tanto per conoscere l’ora figlia mia, ma per l’esercizio interiore della dilatazione. Per l’accoglienza intima dell’infinito. Sì studia. Ma dimentica tutto umilmente.
Raggiungi le terre oltre le chiese. Entra nel fuoco assiale della tua lente interiore. La meta profonda del viaggio è in te: saper mangiare pane respirando il vuoto limpido.

* * *

andrò dalla vecchia
consegnandole il mio tempo
in una ciotola di argilla

al mio fianco il fiume scende
con dentro la montagna liquefatta

cercheranno la mia essenza acustica
e la migrazione della mia rondine interiore

* * *

Mi cercano nel paesaggio. Io sono uscita

morta diffusa: creo la quiete tra le tempie
mentre pellegrino scalza
nell’ombelico madre.
Chiedono se la mia voce esiste
o canta il linguaggio dei pesci
dove sono in che cosa si è trasformata
la radice dell’io.

Da animale a vegetale a minerale in pane.

La foresta bianco rosa dei ciliegi sulle sponde del fiume
improvvisamente si è mossa: l’odore
e i petali nella brezza si staccano all’unisono
vibrando una leggerissima intima
bufera.

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domenica, 02 maggio 2010
Mirko Servetti – testi da “Terra bruciata di mezzo”
Si muove tra il richiamo e l’attrazione dei classici, antichi o recenti, di sicuro ancora vivi, mai archiviati o rimossi, la poesia di Mirko Servetti, di cui propongo qui di seguito alcuni testi che mi ha inviato. Ma l’autore la vivifica, e la rende attuale, con riferimenti al presente, a volte fluidi e consequenziali, in altri casi volutamente spiazzanti, quasi a confermare un effetto di straniamento che agisce sul ritmo, sul tono e sul registro. Accade così di leggere, come in Canone IV, che “l’amore è un’inezia, un’offerta discount”, e, poco oltre, si accosta “un rivolo di falda” al “resto in spiccioli”. Il tutto tuttavia non stride, così come non appare fuori luogo né fuori schema il bisogno di inserire un filo di salvifica ironia anche nei passaggi più lirici o negli spunti in cui l’autore chiama la sua poesia a farsi civile, parlando del tempo, anzi dei tempi e dei luoghi di oggi e di sempre, di questa “Terra bruciata di mezzo”, tra Vespero e Lucifero, che l’uomo si trova a percorrere, e da cui, nel profondo, è percorso. Un autore, Servetti, con una sua voce, un suo cammino, tenacemente e coerentemente percorso. I. M.
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Testi di Mirko Servetti

Canone IV

La goccia sottratta al nembo
mi dice il tramonto
che gia si rivelò
negli anni degli dèi.
Cytera è la città dei giochi
con gli occhi dei bambini,
il segreto delle sfere. Ma
l’amore è un’inezia, un’offerta
discount; e il sole
lava la terra, la tua terra
unica e trigona.
Mi aspettavi come un rivolo di falda,
come il resto in spiccioli
di una bancarella cotta dal sole,
allo zenit della tua testa
in levare

*******

da “Terra bruciata di mezzo”
(fra Vespero e Lucifero

Minuzzoli di galassia
volgono alla mattinata
riesumando gli amplessi
alle labbra che si cercano
e chiedono se la stella,
che ultima si espone,
fosse dea d’amore
da tenere tra le pieghe
di quest’eprom,
dove l’ombra si fa carne
le tue mani calice,
e le vene del collo
scongiurano acqua.
Lampi, remoti e ricorrenti,
spiegano tentacoli
come accordi andalusi,
rimbombi saturnini e dissueti
perché privi di lenimenti.

*******

Estraneo al samba delle luminarie,
come ai tempi che si porta indosso,
il veterano scalpellino
traduce fuori i bocia
che stanno a corto d’ossigeno
con un moccolo a metà strozza
per lo scampato pericolo.
Il portale dorato stride
e sforma le giovani sagome
schiaffate sui tramezzi,
di tutto maldestre
ma ognuna navigata di attese
agli imbarcaderi rabberciati
per allascarsi affetti e fame
con le gravose some e le secchiate
di scirocco sulle groppe,
colonne mute branchi sfilati
per la cruna di un ago
col sangue e la sabbia
alla bocca.

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mercoledì, 07 aprile 2010
CONCORSO LA VITA IN PROSA: VINCITORI E SEGNALATI

VINCITORI, FINALISTI E SEGNALATI DEL CONCORSO

“LA VITA IN PROSA” – prima edizione, 2009 – 2010

Il Concorso LA VITA IN PROSA, organizzato da Puntocapo Editrice, ha visto la partecipazione di 203 autori, per un totale di 414 lavori inviati. Le partecipazioni sono pervenute da tutte le regioni italiane, da alcuni paesi europei, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Germania, Lussemburgo e Malta, ed anche dall’America, Stati Uniti e Canada, e dall’Australia.

La Giuria del Concorso, composta da Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di Puntocapo Editrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Alessandro Polcri (poeta e scrittore, Professore alla Fordham University di New York), Viola Amarelli (poeta e critico), e da Ivano Mugnaini (scrittore, direttore della collana di narrativa di Puntocapo Editrice) che ha svolto nell’ambito del Concorso anche il ruolo di segretario, ha valutato i testi inviati, rilevando una grande varietà di stili, generi e temi, a testimonianza di percorsi personali variegati ed interessanti.

La giuria, che ha valutato i racconti in forma anonima, ha effettuato una prima selezione, in seguito a cui sono emersi i lavori dei seguenti autori:

Alaimo Franca, Annino Cristina, Are Caverni Lidia, Argentino Lucianna, Barni Paola, Bonvicini Oreste, Cannetti Barbara, Castellani Silvia, Ciammaruconi Maria Teresa, Concu Massimo, D’Adamo Barbara, D’Altilia Grazia, De Lorenzo Christian, De Polzer Lida, De Vos Arnold, Donno Massimo, Fattori Narda, Frisa Lucetta, Galetto Federica, Ghirigato Italo, Macchia Annalisa, Magnolfi Bruno, Micalone Andrea, Missaggia Maria Giovanna, Molon Katia, Morpurgo Roberto, Murru Virginia, Nava Giuseppe, Nigro Michele, Perrone Aldo, Pretti Emma, Pignotti Sandro, Quintavalla Maria Pia, Righetti Marco, Righi Donatella, Salvi Lina, Savino Mauro, Spagnuolo Antonio, Tempesta Rossella, Vecchio Chiara, Vetromile Giuseppe, Vettorello Rodolfo, Zani Gabriele, Zimotti Maria.

Un’ulteriore cernita ha evidenziato i testi dei seguenti autori, a cui è stata attribuita la qualifica di Segnalati:

Franca Alaimo – Cristina Annino – Lucianna Argentino – Grazia D’Altilia – Christian De Lorenzo – Lida De Polzer – Arnold De Vos – Massimo Donno – Lucetta Frisa – Federica Galetto – Italo Ghirigato – Annalisa Macchia – Maria Giovanna Missaggia – Roberto Morpurgo – Michele Nigro – Emma Pretti – Maria Pia Quintavalla – Marco Righetti – Antonio Spagnuolo – Rossella Tempesta – Chiara Vecchio – Giuseppe Vetromile.

Dalla valutazione finale dei testi segnalati, è emersa la seguente classifica:

AUTORI VINCITORI a pari merito:

Cristina Annino, con il racconto “Il vecchio va sano e va lontano”

Michele Nigro, con “L’uomo che non sapeva leggere”

Emma Pretti, con “Randagi”.

AUTORI FINALISTI a pari merito:

Christian De Lorenzo, con il racconto “Frammenti dalla Fine”

Arnold De Vos, con “La vita in prosa”

Lucetta Frisa con “L’incantatrice di oche”

Federica Galetto con “La torta di Madame Claudine Gallet”

Italo Ghirigato con “Un viaggio in parallelo”

Annalisa Macchia con “Posta d’amore”

Maria Giovanna Missaggia con “Il potere della scienza”

Marco Righetti con “Dodici sono le porte, Iqbal”

I racconti degli autori vincitori verranno pubblicati in una plaquette edita da Puntocapo Editrice ed inserita nella Collana Passi narrativa.

Come da Bando di concorso, puntoacapo Editrice si riserva inoltre di pubblicare, con regolare contratto di edizione, alcune opere di particolare interesse e rilevanza.

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venerdì, 26 marzo 2010
COS’È UMANO – testi di Ivan Fedeli

La poesia di Ivan Fedeli esplora il nostro tempo con occhio vigile. Senza disincanto, ma senza cedere a facili compromessi, con le mode, con i meccanismi del potere, con gli imbonitori e i burattinai, e, con uguale rigore, con se stesso. Nelle raccolte precedenti Fedeli concedeva uno spiraglio più ampio ad una forma di canto e di parola che cercava e trovava, in una convivialità scabra, essenziale, quella dei microcosmi ancora vivibili, la provincia, il paese, il gruppo antico di amici, un residuo di speranza. Ora, in questa raccolta dal titolo ineludibile, Cos’è umano, lo sguardo si allarga, e la visione del macrocosmo, il pianeta, la nazione, lo stato generale delle cose, impone, per reazione, per resistenza, un passo più attento ed un gesto più secco, una forma di protezione del solo territorio che resta da difendere. La distinzione tra noi e gli altri diventa dolorosamente necessaria: non per un istinto manicheo che sarebbe fuori luogo e intimamente contraddittorio, ma per non cedere alle lusinghe subdole di un “vogliamoci bene”, o del “siamo tutti colpevoli e tutti innocenti”, che, da sempre, sono le armi zuccherose e letali di chi ha in mano le leve del potere. Passa attraverso citazioni e riferimenti letterari e filosofici la difesa di Fedeli, per poi attraversare le terre dell’avversario, certa televisione di oggi, certi discorsi mediatici, una certa e consolidata maniera di avvelenare di falsità e assurdità gli ambiti in cui è più essenziale distinguere ciò che è umano da ciò che non lo è: la sanità e la giustizia, in particolare. Versi coraggiosi, quelli di Fedeli: impegnati non per posa o per sfoggio, ma per una necessità sentita e viva, oggi più mai: “la bulimia visiva tutta dentro non c’è prima dopo a favore o contro/ ma tacito consenso slittamento percentuale al tasso di realtà/ morte per annullamento del resto”. Da tutto ciò nasce una presa d’atto, che non cede tuttavia alla tentazione del silenzio-assenso: “il credo nell’imprinting iniziale nessuna coscienza del male come/ le oche al seguito soltanto un reset e cambierà tutto il segno di croce/ il set delle scarpe i sogni di notte”. I.M.
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IVAN FEDELI
testi tratti da Cos’è umano

Cura Ludovico

“È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto
quando uno li vede sullo schermo”
(Alex, durante la cura)

(doveva essere così povero er
quel mondo d’ombre il palinsesto pronto
e le sinapsi programmate al sì
incondizionato dopo la cura
sui divani infeltriti le catene
come nella caverna di platone)

tutta una bocca a tavola feroce il pasto azzannando immagini e voci
gli occhi torti lo stesso fotogramma nessuna deviazione impercettibile
cambio dello spazio visivo è questo il dramma la mutazione dell’essere
nella percezione del corpo tutto indistinto quasi un diaframma spinto
nel colore dei prati a ridosso delle domeniche di sole mamma
chi sei mentre giri canale e il mondo non chiede cos’è bene cos’è male

qui nei diciotto pollici di sera il tempo in un clic c’è uno strano amore
nella stanza dei buoni mentre il padre celebra riti ai nuovi patroni e
la preghiera indotta è un fermo immagine l’adorazione dei magi del loto
in attesa di espiare il peccato

(perdona se ho pensato ho contraddetto
ho intuito ferendoti alla base
nessuna velina notizia frase
al di fuori di te signore nostro
il mostro che è in me scarnifichi il fatto
donarti il consenso tutto me stesso
ritorno nel resto un po’ di pietà
la mente è deviata giuro lealtà
a un popolo solo a un’unica vita)

l’onnipotenza del gesto cambiare canale a usura fondendo kakà
garlasco la paura del virus suino in una nuova creatura
non c’è coscienza dei morti dei vivi ma percentuale di ascolti volti
privi di materia nobile gas come il risucchio di un imbuto l’occhio
ormai incapace di chiedere aiuto

è vita mediatica evoluzione ultima di generazioni statiche
testate nella misura del cranio per neuroni assertivi volontà
latente tendenza all’assuefazione esiste in un’ immagine la voce
il credo nell’imprinting iniziale nessuna coscienza del male come
le oche al seguito soltanto un reset e cambierà tutto il segno di croce
il set delle scarpe i sogni di notte

fagocitare idee identità mentre lo zapping diventa nevrosi
e la realtà si annulla sarai tu davvero la bella del film criptato
così è il non essere la volontà si allinea alle cose senza sapere
la bulimia visiva tutta dentro non c’è prima dopo a favore o contro
ma tacito consenso slittamento percentuale al tasso di realtà
morte per annullamento del resto

chissà se c’è amore nell’amnesia dello sguardo nell’atto programmato
delle notizie nei tanga che vibrano quando la notte cattura ammiccando
e sei la carne al macello del loro non essere madre perdona solo
la follia se non ti vedo viva nel liquido amniotico di quest’utero
informe dove il respiro fa asmatico lo spazio e tutto è un canale pulsante

(si nasce così un vagito un istante
si digita vita forma apparente)

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sabato, 13 marzo 2010
L’IMPAZIENTE – di Rossella Tempesta

Inizio a parlare di questo libro, partendo da un dettaglio, circoscritto ma a mio avviso rivelatore: la poesia intitolata “Dal sonno”. Contiene parole brevi, essenziali, racchiuse in versi staccati, quasi a rappresentare, anche graficamente, una separazione dagli affetti, che non avviene tuttavia, non si verifica mai definitivamente, questo sottende l’autrice, neppure nel sonno della morte. Più che un commento vero e proprio, questa lirica mi ispira una considerazione, arbitraria e personale quanto si vuole, ma nitida, consistente: se qualcuno riesce a leggerla senza commuoversi significa che è già morto, o sarebbe meglio se lo fosse, perché è morto dentro, in quel qualcosa di tenace e nascosto che si chiama umanità. Scritta in un altro modo, la lirica in questione sarebbe risultata stucchevole e irritante, a me per primo. Ma c’è una forza sincera nei versi: nessuno sfoggio, nessuna richiesta esplicita o camuffata di plauso, commiserazione o altro. C’è solo il coraggio di esporre, nudo, l’amore assoluto. Non è poco. E, lo ribadisco, la commozione che nasce conferma che siamo ancora vivi.
Rossella Tempesta si muove tra due mondi: Napoli e la Romagna. Entrambi sanguigni, canori, seppure con toni ed accenti diversi: più melodica Napoli, più asciutta ed ironica Rimini. Una dimensione stempera e completa l’altra, e la somma è mirabile: una moderata tempesta (se mi è concesso il gioco di parole con il cognome dell’autrice). Il libro L’Impaziente riflette il clima e l’atmosfera fertilmente ambivalenti in cui vive ed opera l’autrice. Le varie sezioni del volume sono identificate da nomi di modi e tempi verbali: Indicativo, Participio, Imperfetto, Gerundio, Interrogativo. Ed è una distinzione sottile, basata sul tempo e sullo spazio mentale, su luoghi fisici e psicologici, vissuti o immaginati tramite il gesto del dare e del ricevere, dal mondo e verso il mondo.
Indicativo sembra rispecchiare la realtà concreta, l’hic et nunc. Ma non è un caso forse, o se lo è una coincidenza significativa, che diverse poesie anche di questa sezione alludano a ipotesi e sogni, programmi, progetti : “Sogno per Delfina”, “Sogno di Via Martinelli”, “Se rinasco”, “Arcadia”. La sezione Participio parla di luoghi e visi incontrati, attraversati con il corpo e con il cuore. Ancora vivi, ancora in transito. Imperfetto è vocabolo e concetto poetico per antonomasia: e, coerentemente, nello spazio riservato a questa parte del libro, l’autrice gioca, con lievità e serietà, ad illustrare il divario tra le aspirazioni e i dati concreti, tra la stabilità e l’incertezza, le scosse telluriche del destino che fanno tremare di tensione e paura. “Il male c’è”. È questo il verso d’esordio, perentorio, che apre come uno squarcio la poesia posta all’inizio di questa sezione. Con un abile accostamento, quasi ossimorico, l’autrice fa seguire l’ineluttabile presa d’atto della sconfitta da un’esclamazione solida e possente che rafforza l’assunto ma fa allo stesso tempo da controcanto: “abbi fede”. Nulla toglie però che anche qui, in questa fase del volume, della coscienza e della ragione, il verso finale sia costituito da un’osservazione schiettamente e dolorosamente obbiettiva: “Gli innocenti restano schiacciati sotto le ferraglie dell’omnibus” . Ma l’occhio e la mano di Rossella Tempesta sono troppo vivi per cedere a questo dato di fatto senza opporre la resistenza della speranza. Nella lirica “Una resurrezione” il vento si alza, e dà fiato al corpo quel tanto che basta per affermare. “Si può sperare di avere un’altra anima/ e dire basta a questa sofferenza”.
La sezione Gerundio contiene liriche d’amore in senso ampio: per il suo uomo, per i figli, per il pianeta, per quell’attimo di malinconia che coglie alla sera, tornando a casa: “la stanchezza giusta” che non dispera e ritrova senso e misura nel proprio microcosmo senza mai erigere steccati e linee Maginot. Sempre con la volontà di tornare fuori l’indomani, nel cortile e nelle strade, cercando gli occhi della gente, sperando di vederli nuovi.
L’ultima sezione, e non è un caso, ha per titolo Interrogativo. La poesia domanda, propone, genera dubbi e proposte, non dà risposte assolute e definitive. Ma l’atto stesso di chiedere, anelando un senso, auspicando un mutamento, del sé e degli altri in rapporto al sé, è la più profonda e vitale delle risposte possibili. L’ultimissima poesia del libro contiene la chiave di interpretazione del titolo, L’Impaziente: ciò che freme, ciò che pungola, è l’amore, per il mondo, per gli altri, e l’autrice deve tenerlo a freno, altrimenti “si riverserebbe su di ogni volto/ come un vento forte, di mare”. Più esattamente L’Impaziente è la parola amore, la parola e il suo concetto, fino al punto in cui le due entità coincidono e si sovrappongono. E, parafrasando il titolo di un film, viene fatto di pensare, leggendo questo libro, che la parola amore esiste. E con la parola il senso, l’impegno, la volontà.
L’amore contenuto in questo libro è rabbia e pazienza, Martin Luther King e Gandhi, pace e lotta, generosità e coscienza di necessarie distinzioni. Nella poesia “Rap” l’autrice esclama: “Più nuda di una perla/ ho preso a camminare/ tra cose nude e nere/ le loro cose care”. L’amore contenuto nelle pagine de L’Impaziente è anche rispetto per la natura, impegno ecologista. Mai però inteso e vissuto come posa alla moda. E’, al contrario, stile di vita, filosofia pagata e vissuta sulla pelle, modus vivendi e sentiendi. L’opposto dell’impegno di vetrina di molti personaggi che si credono chic, quelli presi di mira con arguzia nella poesia di pagina 34, “Viviana”, personificazione del luogo comune, negazione di ogni sentimento reale.
Questo libro contiene prese di posizione nette, manifestate con naturalezza fluida, intensa. Nella lirica “L’Amore” si profila un momento di conquista ottenuto, conquistato, proprio nell’istante in cui si acquisisce la certezza di averlo sempre posseduto: “Senza un diavolo di nemico/ constateremo/ che avevamo in fondo già capito./ Che sapevamo,/ o potevamo sapere,/ ne avevamo la capacità./ E l’amore era la scelta.”
Lo scarto, il salto di senso e di visione, sono cose preziose in poesia. E’ l’attimo in cui ci si accorge di aver compreso senza bisogno della ragione, al di là del raziocinio. Rossella Tempesta in questo libro prepara e favorisce questo scarto, soprattutto nella parte finale di ciascuna poesia. Tramite un suggello che rovescia di segno ed invia un messaggio che non è vuota retorica ma stimolo ad agire, ad operare. Il modo in cui l’autrice osserva ciò che ha intorno è sete di speranza: la scoperta di un mondo che cerca il giusto posto. Cercandolo crea le premesse per crearlo. E nulla è uguale a se stesso; anche se tutto resta identico. O, meglio, tutto appare uguale a se stesso, ma dentro, nel profondo, qualcosa è cambiato. I.M.

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testi tratti da
L’IMPAZIENTE di Rossella Tempesta,
Boopen Led, Napoli, 2009

Rap

Sfinisce questa foga
del tendere strinutile
a mete travisate
di corpi rilucenti
di macchine potenti
e coiti inenarrabili.
Ti dico: sono stanca,
ho voglia di spiazzare
le loro aspettative
lasciandomi dormire,
senza più gareggiare.
Più nuda di una perla
nel fango del porcile
ho preso a camminare
fra cose nude e nere,
le loro cose care

il frutto di una vita:
plastiche e peli lucidi
e tetti e lingotti
e urne cinerarie.
Ti dico: sono stanca,
non posso più restare,
sono sfuggita al senso
di correre, sgobbare
senza poi far l’amore,
al massimo scopare.
Tenetevi le stole,
le uova di storione
io voglio andare al sole,
passatemi a trovare.

***

L’Amore

Tutto chiarirà il suo senso
in un tempo sconosciuto e prossimo alla vita,
forse parallelo
Ce ne staremo arresi in un angolo
finalmente seduti per terra e fermi
Senza un diavolo di nemico
constateremo
che avevamo in fondo già capito.
Che sapevamo,
o potevamo sapere,
ne avevamo la capacità.
E l’amore era la scelta.

***

Una resurrezione

Si è alzato il vento
ma lievissimo, restituisce appena
una sembianza di vita alle cose.
Che giorno fermo e grigio, che pare uno di quei tre sul Cra­nio.
Dunque se la storia è vero si ripete,
si può sperare una resurrezione.
Dei nostri animi stanchi,
delle braccia cascanti lungo i fianchi.
Si può sperare un temporale immenso
che svegli dal torpore, con boati e scrosci e livore dei cieli.
Si può sperare di avere un’altra anima
e dire basta a questa sofferenza.
Si è alzato il vento.

***

Dal Sonno

E se pure io non muoverò le labbra,
e non potrò che dormire, ricordate
che pazzamente vi amo
e nel mio sonno vi sentirò persino respirare
-com’è adesso-
e che nel Sonno
sognerò voi solo, e di riaverci.

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domenica, 28 febbraio 2010
LE LACRIME DELLE COSE – di Gabriella Sica. Recensione di Marco Righetti
Un libro significativo di un’intensa autrice, letto e commentato con acume e passione. Pubblico qui di seguito la recensione di Marco Righetti a “Le lacrime delle cose” di Gabriella Sica, Moretti & Vitali, Bergamo, 2009. I.M.
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Su Le lacrime delle cose di Gabriella Sica
di Marco Righetti

Quando le res accadono con un presentimento di verità allora “l’io è le cose che succedono”. Le Lacrime delle cose di Gabriella Sica affidano al titolo virgiliano domande personali e universali, la dialettica del buio, del suo vortice e la pace conseguente, l’echeggiare dei “frantumi”, dei “pezzi di Dio”.
Se “come niente fosse al tramonto” l’autrice scrive poesia le pagine diventano allora luogo di ricerca e colloquio, doglia d’un parto che scruta “la misura del tempo” e consapevolezza di una vita “sempre incompiuta”, apprendimento d’una “lingua madre lingua radice lingua terra/trafitta di luce e di buio…”
Nel Campo umano di Vetralia rovente e verticale (dove è trasparente più d’un richiamo al Pascoli di Myricae) gli antonimi bianco e nero traducono un’alternanza del cuore che è una costante di questa scrittura tersa e pianamente ispirata (naturaliter lontana da certo “poetese” per significati tutti da ricostruire) e che raggiunge la vertigine nell’incipit della Domenica d’insurrezione “Tu sei risorto e pare di morire”.
Ci cattura il dialogo della poeta, drammaticamente pacato, con figure mitiche e reali, con se stessa e con i morti che, dopo la pascoliana estate fredda, diventano “anelli di una catena” con i “non morti”.
Il quotidiano, anche più atroce, (Ossezia, 3 settembre 2004, “le stragi-spine dell’Italia divisa”, le torri gemelle, il conflitto arabo-israeliano, lo tsunami) artiglia lo scorrere delle poesie, convive col “fragore del pane entrato nelle ossa” e col rinvio ineludibile a un “remare il cielo come mare aperto”. La penna codifica l’emergenza del vissuto nella varietà delle scelte metriche e la veste di poetica compiutezza.
Resta sempre come pregio, dopo la lettura, la sensazione di un vantaggio che il verso acquista subito sulla memoria che racconta, una chiarezza nel lutto, che è poi la luce di questa poesia. Così hanno la medesima origine l’attesa di Poesie figlie (“elettre fragili e antigoni gentili”) e il chinarsi sugli amici e i maestri scomparsi, Rosselli, Sicari, Tripodo, Salvia, Bellezza, Plath, Caproni, Pasolini (nella contiguità fisica tra il sonetto per Caravaggio e la Passione di Pasolini vive nuovamente l’accostamento tra i due artisti già al centro del suo saggio L’artista e la croce. Caravaggio e Pasolini).
Nel testo finale che abita intenerito il Salmo 22, la Lettera agli Ebrei e il Petrarca Gabriella Sica ridona al lettore – nel volano poetico – “la bellezza trascorsa” e la volge in speranza, chiedendo “a Dio che siano le braccia luminose ali”.
Il miracolo avviene già nella pittura belliniana, quella “luce non perduta” che tu “ancora ricordi come un fatto eterno”.

Didone abbandonata e Sylvia con i figli!
fiere stremate per selve e mari
spose della morte e dei bianchi gigli
(oh pietre scartate pietre angolari!)
hanno buttato già la casa e la vita.
Tombe da cui risorgere e non ferita…

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venerdì, 26 febbraio 2010
Storie dell’altro mondo – collana Kufferle
Pubblico qui di seguito la nota che ho ricevuto da Guglielmo Leoni, riguardante “Storie dell’altro mondo”, il primo titolo della collana Kufferle, antologia del fantastico italiano con testi di Gozzano, Nievo, Boito, Lombroso. I.M.

E’ uscito per Incontri Editrice di Sassuolo Storie dell’altro mondo, primo titolo della nuova collana Kufferle. Si tratta di una raccolta di dodici testi italiani del mistero, dell’occulto e del fantastico, pubblicati in origine tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. A fianco di esponenti molto noti della cultura italiana come Guido Gozzano, Cesare Lombroso, Ippolito Nievo, Luigi Capuana e Arrigo Boito compaiono autori meno conosciuti al grande pubblico – da Iginio Tarchetti a Federigo Verdinois, da Angelo Brofferio a Remigio Zena, da Paolo Mantegazza a Luigi Arnaldo Vassallo a Giorgio Cicogna – che, secondo prospettive, sensibilità e stili letterari differenti, hanno affrontato in modo estremamente originale il variegato mondo del soprannaturale.
“L’Ottocento e il Novecento italiani sono pervasi da occulto, spiritismo e mistero”, affermano Guglielmo Leoni e Nicola Caleffi, curatori del volume e ideatori della collana. “Dall’alambicco che li contiene prende vita un filone letterario che non si esaurisce nel reale. Questa antologia ridà luce a parole dormienti, che meritano di essere riscoperte. Sono dodici storie italiane, espressione composita di voci note o poco conosciute: ed è giusto, oggi, farle riverberare, perché è la letteratura, crediamo, uno dei luoghi dove si esprime con più forza l’altro mondo”.
Un omaggio agli “altri mondi” della letteratura, dunque, a segnare l’avvio di una nuova collana – la Kufferle – che ha l’intenzione di pubblicare libri “straordinari” sotto tutti i punti di vista: libri letteralmente “fuori dall’ordinario” come le Memorie del boia Mastro Titta, le favole dei fratelli Grimm tradotte da Antonio Gramsci, gli scritti civili e religiosi di Lev Tolstoj, la proto-fantascienza de L’uomo di fil di ferro di Ciro Kahn, libro cult degli anni Trenta anticipatore dei mondi di Asimov e Philip Dick. Saranno questi i primi titoli che usciranno per la collana edita da Incontri Editrice nel corso del 2010 – libri orgogliosamente “inattuali” che aspirano alla classicità.

La collana Kufferle è curata da Guglielmo Leoni e Nicola Caleffi
Il nome della collana è un omaggio a Rinaldo Kufferle, intellettuale italo-russo attivo nella prima metà del Novecento, traduttore di Dostoevskij e Turgenev (tra gli altri) e tra i primi divulgatori in Italia del pensiero antroposofico.

Note tecniche
Titolo: Storie dell’altro mondo. Racconti italiani del mistero, dell’occulto e del fantastico 1860-1931 Autore: AAVV Edizioni: Incontri Editrice Pagine: 199
isbn: 978 88 89080 97 9 Prezzo: 12,00 euro

Sassuolo (Modena), febbraio 2010.

incontri editrice – via indipendenza 30 41049 sassuolo (mo)
tel. 0536 981390 – fax 0536 988433 – http://www.incontrieditrice.com
incontrieditrice@email.it – info: kufferle@gmail.com

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domenica, 21 febbraio 2010
SMERILLIANA – presentazione alla Libreria Mursia
Pubblico qui di seguito le informazioni riguardanti la presentazione della rivista
Smerilliana alla libreria Mursia di Milano. I.M.
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MERCOLEDì 24 FEBBRAIO, ALLE ORE 18, PRESSO LA LIBRERIA MURSIA, via Galvani, 4 , Milano (MM 2 Gioia) PRESENTAZIONE DELLA RIVISTA SMERILLIANA.

Coordina il dibattito Mariella De Santis.

Intervengono:

GUIDO OLDANI, FABIO CLETO, ANTHONY ROBBINS.

Recital di CLAUDIA LIUZZI.

Saranno inoltre presentate le tre recenti raccolte di versi dei poeti di “Smerilliana”:
Carlos Sànchez “La poesie, le nuvole e l’aglio” (Lìbrati)
Michael Donhauser “Poesie scelte” a cura di Gio Batta Busciol , (Cattedrale)
Enrico D’Angelo “Il fiore della serpe – 36 versi per l’Aquila”, (Cattedrale)

L’incontro verterà sulle varie voci poetiche che compongono Smerilliana, la quale è stata definita da Giovanni Raboni sul “Corriere della sera” come “La realtà poetica italiana più aperta e attenta al “fare” poetico e intellettuale”.

Ingresso libero.

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Sommario del n.10 di «Smerilliana»

Editoriale.
13 Alessandro Centinaro, Il nodo e il modo della poesia

In Limine.
20 Kunvar Narayan, Necessità della poesia Traduzione dall’hindi di Roberta Sequi.

Poeti Italiani.
25 Cristina Alziati, I riccioli della chemio, 35 Francesco Giusti, Undici poesie 51 Guido Oldani, Mezz’Italia. Con la Nota Per un’altra via . 67 Paolo Gentiluomo, Poesie 83 Mia Lecomte, Sette poesie 91 Carlo Cipparrone, Otto poesie da Il poeta è un clandestino 105 Marco Simonelli, Shake. Con la Nota Shakexperience di Federico Scaramuccia.

Poeti Stranieri.
125 Carlos Sánchez, Sette poesie da La poesia, le nuvole e l’aglio Premessa di Enrico D’Angelo. 137 Nikola Šop, Il Nonveniente. Traduzione dal croato di Dubravko Pušek. Introduzione di Zvonimir Mrkonjić. 153 Mugyabuso Mulokozi, Polenta e uova Traduzione dal swahili di Elena Zúbková Bertoncini con un ‘glossario’ finale. 173 Michel Leiris, Poesie scelte. Traduzione dal francese e introduzione di Alberto Toni. 189 Scripta Volant. Helmut Seethaler, Nove poesie. Traduzione dal tedesco e introduzione di Gio Batta Bucciol. 201 Dal Mahābhārata: “Il supremo fine” . Traduzione dal sanscrito in ottava rima di Michele Kerbaker.

Le Conversazioni.
215 Antonella Anedda in conversazione con Adelelmo Ruggieri. Alle porte delle nostre case. Con cinque poesie della Anedda. 229 La Copertina di «Smerilliana». Bruno Ceccobelli dialoga con Osvaldo Rossi. 235 Sopravvivere al Novecento. Incontro di «Smerilliana» con Alfredo Luzi, Massimo Raffaeli e Francesco Scarabicchi. A cura di Antonio Tricomi. Fotografie di Ennio Brilli.

Arcipelago.
277 Osvaldo Rossi, A proposito di luce e ombra. 281 Fabio Cleto dialoga con Mariella De Santis, Cos’è il Camp? 299 David Bergman, Camp e Copia nella poesia americana del dopoguerra. Traduzione dall’inglese di Vincenzo Del Vecchio e Anthony Robbins. 321 Marco Gatto, Aggredire la parola. La poesia di Jolanda Insana tra realismo esistenziale e anti-lirismo sovversivo. 339 Giacomo Guidetti, Per una breve storia di poesia e musica. Con la Nota di Mariella De Santis Intorno a qualcosa di vero. 353 Elena Frontaloni, Figure e versi di Franco Scataglini. 379 Anthony Robbins, Self e Complexity nella poesia di lingua inglese. 405 Sguardi. Ennio Brilli, Fotografie per L’Aquila. Con una quartina di Enrico D’Angelo da Il fiore della serpe
Rasa. 417 Luca Canali (su Carlo Cipparrone). 421 Francesco Muzzioli (su Federico Scaramuccia). 425 Marco Vitale (su Alberto Toni, Mario Benedetti). 429 Alessandro Centinaro (su un’antologia di poeti russi). 433 Marco Gatto, Sullo “stile tardo” in poesia. Note su un recente libro di Luca Lenzini.

Violazione di Domicilio.
455 Robert Louis Stevenson, Una rivista universitaria. Traduzione dall’inglese di Lucilio Santoni. 465 Ahmad Sciāh Bukhārī, Decadenza. Traduzione dall’urdu di Alessandro Bausani. 467 Peter Stamm, La sosta. Traduzione dal tedesco di Gio Batta Bucciol. 473 Salvatore Ritrovato, Aria di San Giovanni Rotondo (alberi, parchi,
marciapiedi, non solo Padre Pio). 481 Marilena Renda, Tideland (La scoperta)

Finis
487 Federico Scaramuccia, Fior di Lattice. Quattro ninfe illustrate da Laura Spianelli
493 Emidio Giovannozzi, La vignetta.

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lunedì, 15 febbraio 2010
CONTROFIGURA – romanzo di Luigi Fontanella
Un testo narrativo è spesso intessuto di tempo, ne è condizionato, connaturato, composto, forgiato, rimodellato. Scrivere prosa spesso consiste nell’approccio con questo filo sospeso tra passato, presente e futuro; tra memoria, realtà e ipotesi di mondi possibili. L’abilità di un narratore sta nel sapersi muovere su questa corda sottile, balzando avanti e indietro, tenendo a mente l’arte della danza senza scordare la consistenza, la necessità di restare in equilibrio, considerando tutte le forze, la gravità, l’attrito, ed anche, in misura non inferiore, l’impulso più indefinito ma non meno possente del volo, l’esplorazione dell’elemento ignoto. Nel romanzo Controfigura, edito da Marsilio nel 2009, Luigi Fontanella ha dimostrato di sapersi muovere con destrezza da acrobata, abbinando ragione e passione, lievità e profondità. Anzi, ha fatto di più. Come un abile regista, immaginifico come Fellini e maniacalmente attento al dettaglio come Kubrick, ha trasformato l’ostacolo in un vantaggio, o meglio, tramite inquadrature ravvicinate alternate a metaforiche riprese prospettiche, lo ha tramutato in qualcosa di specifico ed autonomamente espressivo: ha fatto del tempo un personaggio. Lo ha reso eroe, protagonista, antagonista, compagno di viaggio, deus ex machina ed innocente viandante, antagonista ed amico.
Lo spunto iniziale del romanzo è un espediente: un taccuino ritrovato dopo anni, assieme a foto in bianco e nero, in cui è abbozzata la fabula di un romanzo ambientato a Roma all’inizio degli Anni Settanta. È, forse, una forzatura solo parziale, o comunque tollerabile nel contesto da me ipotizzato qui sopra, affermare che la Controfigura a cui ci rimanda il titolo del libro, non è solo l’alter ego, l’ombra fedele che segue il protagonista, Lucio Grimaldi, nelle sue peregrinazioni progettate anni prima nel taccuino e rese reali dal narratore che si pone docilmente al suo fianco e al servizio dei suoi sensi e della sua fantasia. La Controfigura è, per un suggestivo gioco di specchi, il tempo stesso. L’ombra ulteriore, il gioco di luce che non si coglie del tutto nelle sue forme e nei suoi margini. Non se ne percepisce che un alone cangiante, Luckily! Luckily!, Per fortuna!, come si esclama in modo perentorio nel Cuore di Tenebra di Conrad.
Ma la Controfigura di Luigi Fontanella non è soggiogata dall’orrore né dall’angoscia. L’incubo della luce, quella che inonda la scena del tram fermo in Otto e mezzo di Fellini, e, per contrasto, l’orrore del buio, l’incertezza, l’abisso, il vortice degli anni, sono entrambi adeguatamente contrastati dall’ironia dell’autore e del personaggio a cui dà vita. Lucio, forse non è un caso neppure questo, ha un nome di battesimo che, per assonanza, richiama alla mente filosofi e poeti. Ed è di riflessioni, di disanime lucide, che si compone il suo mondo, affiancate a riferimenti letterari, letti, incontrati, resi parte integrante del viaggio. Ma Lucio è filosofo-poeta innamorato della vita, nonostante tutto. La sua non è arte impalpabile ed algida: c’è sempre, ben salda, nella vicenda ipotizzata e ricostruita e nel presente soggetto alle date dei calendari, una tendenza a nutrire i sensi e la narrazione anche degli aspetti concreti, dei cibi, dei corpi, il cous cous, la danza del ventre, le rotondità femminili, a volte conturbanti, altre sarcasticamente sovrabbondanti, sempre osservate con avida e complice passione.
Lucio Grimaldi, e con lui Luigi Fontanella, autore ben distinto dal personaggio, ma legato da significative affinità, è poeta che osserva la vita senza sottrarsi al fascino della sua imperfezione. Si nutre di libri, di citazioni letterarie e cinematografiche, e nel suo pensiero porta con sé tutto ciò che ha letto, scritto, ipotizzato, sognato di sognare. Il personaggio tuttavia, e con lui l’autore, non percorrono la città in cerca di una memoria sterile e fine a se stessa, né di spunti buoni per trarne paragrafi di romanzi, versi o altri appunti di taccuini. Cammina, Lucio, esplora i quartieri ed il tempo per incontrare la vita autentica, qualunque essa sia, affrontandola sempre con entusiasmo e con uno sguardo diretto, schietto. La letteratura nasce, rinasce, assume corpo essa stessa, non come sostituto dell’esistenza ma come parte integrante della vita: quasi un’incarnazione delle donne strane e fascinose e degli uomini affini o estranei con cui entra in contatto in un dialogo autentico, sanguigno. Per questa ragione, in virtù di questa connaturata autenticità, il romanzo di Fontanella assume fascino e spessore; ed è su questa base che il narratore, tornato alla fine della vicenda all’hic et nunc, al presente attuale negli Stati Uniti, a Port Jefferson dove risiede, può permettersi di riallacciare le fila dell’esistenza vissuta e immaginata, lasciando spazio ad una speranza non di maniera, non fittizia o artefatta. La Controfigura sincera a cui Fontanella ha dato misura e dimensione può permettersi di sorridere, alla fine del romanzo, perché ha saputo percorrere i meandri della memoria senza stordirsi di nostalgia ed ha saputo portare con sé, come bagaglio leggero ma indispensabile, i suoi sogni fatti di parole, di letteratura, di cinema, ma anche di concretezza, sguardi, carezze, amplessi, vino e risate. Fino al punto sperato, agognato, in cui lo stesso vino e lo stesso respiro caldo del sole di Roma si fondono alle parole lette, scritte, studiate, amate fino a renderle parte integrante del proprio sé. Fino al punto in cui la vita cammina per le strade del mondo con l’arte al suo fianco. E viceversa.
Ivano Mugnaini

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martedì, 09 febbraio 2010
Concorso LA VITA IN PROSA – nota informativa
Si è concluso il 31 gennaio, come indicato dal bando di concorso pubblicato su questo stesso sito, il periodo utile per inviare lavori al Concorso LA VITA IN PROSA, da me organizzato per conto di Puntocapo Edizioni. I concorrenti partecipanti sono 203, per un totale di 414 lavori inviati. Le partecipazioni sono pervenute da tutte le regioni italiane, da alcuni paesi europei, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Germania, Lussemburgo e Malta, ed anche dall’America, Stati Uniti e Canada, e dall’Australia. Molto vari, per lunghezza, tema e stile i testi proposti.
Tutti i lavori pervenuti saranno sottoposti ora al vaglio della Giuria del Concorso, composta da Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di puntocapo Editrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Alessandro Polcri (poeta e scrittore, Professore alla Fordham University di New York), Viola Amarelli (poeta e critico), e da Ivano Mugnaini (scrittore, direttore della collana di narrativa di puntocapo Editrice) che svolge nell’ambito del Concorso anche il ruolo di segretario. I lavori verranno proposti anonimi alla Giuria, caratterizzati solo dal titolo del brano. Al termine della selezione operata dalla Giuria, ai tre Autori risultati vincitori verrà pubblicata gratuitamente una plaquette da Puntocapo, e potrà essere proposta una pubblicazione agli Autori Finalisti e Vincitori di particolare interesse editoriale.
Il resoconto delle varie fasi della selezione verrà pubblicato su questo blog e sul sito di Puntoacapo, http://www.puntocapo-editrice.com.
All’esito finale del Concorso, inoltre, con il nome dei Vincitori e dei Finalisti, verrà dato rilievo, oltre che sul sito e sul blog sopra citati, anche su altri siti letterari che verranno a suo tempo indicati.
Un ringraziamento e un “in bocca al lupo” a tutti gli Autori concorrenti. I.M.

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mercoledì, 27 gennaio 2010
LINA SALVI – prosa inedita
La prosa che Lina Salvi ha inviato per il Concorso LA VITA IN PROSA può essere definita “poetica”, a mio avviso, nella migliore delle accezioni: descrizione del reale, e, allo stesso tempo, di quel mistero che va oltre il dato di fatto concreto, tangibile e percepibile tramite i sensi e la ragione. Inserisco volentieri questo brano in Dedalus, ricordando a chi fosse interessato che per partecipare al Concorso c’è tempo fino al 31 gennaio. Un saluto cordiale a tutti, e a presto, I.M.

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LINA SALVI
Prosa inedita

Luce dei miei occhi sconvolti dalla pila verdastra, (strumento medico), che indaga la pupilla.
Potrebbe non essere vero quel sonno indagatore sfumato in una morte quasi cerebrale, del tutto inutile, inutilizzante. L’armonia non è dei rapporti, corri alla vigilia del Natale per un pezzo di carne. Terribile il tuo fiato.

*

Sbatti i denti e la porta, parli del freddo, taci quel poco di buono, che sai essere l’amore,
certo, ma non per me. Abbatteresti un albero per ogni misera ragione, la stessa direzione di uomo diventato cieco. Perfetto con la vanga scavata la terra, accumuli zolle, un varco potente per la betulla, resa sterile dal dio tutore.

*
Ciò che sorge in un notturno non appartiene che al regno dei cieli, meditare sulla bellezza, brulicante, buia. Fatta fuori nel modo più banale normale, quintessenza delle parole che limano.

*
Di giorno proteso al dubbio, di notte scuoti carcasse, attirato da stati febbrili.
Non combatto per il tuo nome, né per il triste cappello. Rivedo chi ci ha lasciati, presto interdetti. Contro ogni misericordia la bontà dei preti.

*
Assurdo resisterti nel gelido mattino, non la grazia della bellezza, parole sante protettrici. Nella prigionia siamo simili, vinti da una grazia felina.

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:38 | link | commenti (2) | commenti (2)

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domenica, 03 gennaio 2010
MARIELLA DE SANTIS – Memoriale immaginale
Mariella De Santis è poeta, scrittrice e condirettore della rivista Smerilliana. Propongo qui di seguito due prose poetiche che l’autrice ha inviato per Dedalus, “L’inquilina del terzo piano” e “Memoriale immaginale – ideografia poematica per l’arte di Armando Ilacqua”. Sono testi in cui la prosa si incontra con la poesia, e con l’arte, generando fertili ritmi e suggestioni. In seguito all’invio del bando de “La vita in prosa”, e alla mia proposta di partecipazione, i testi qui presentati partecipano anche al Concorso. Invito alla lettura dei testi di Mariella, e colgo l’occasione che mi offre questo post per fare a tutti i lettori, i visitatori, gli autori, i visitatori commentatori e non-commentatori di Dedalus, gli Auguri per un Anno Nuovo, ma nuovo davvero, per tutto ciò che conta, per ciascuno di voi. Un saluto cordiale, e a rileggerci, I.M.

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MARIELLA DE SANTIS
Prose inedite

L’INQUILINA DEL TERZO PIANO

L’inquilina del terzo piano ascolta musica ad alto volume.
Non proprio ogni giorno, ma molto molto spesso.
Ascolta cose strane, insolite.
Non so dove trovi quei dischi ma quando accende lo stereo, ci tiene sospesi tra sublime e supplizio.
L’inquilina del terzo piano non dà feste, non fa mai rumore, esce da casa con discrezione. Saluta cortese, in cortile accarezza i bambini. Paga ogni bolletta, partecipa ad ogni colletta.
A volte inizia l’ascolto il pomeriggio e può smettere subito o andare avanti per ore, ore, ore.
All’inizio pensavo che il suo vicino pignolo avrebbe protestato, invece nessuno mai si lamenta per la sua musica. Proprio qui, in questo condominio dove tutto è a malapena sopportato.

Claudia dice che talvolta, si vede la sua ombra ballare.
La portinaia una volta le ha portato una busta mentre la musica era altissima e ha avuto
l’ impressione che avesse molto pianto.
Ma io non credo sia vero.

L’inquilina del terzo piano in alcuni giorni mette un brano nel lettore di compact disc, lo memorizza e lo sente per cinquanta o anche sessanta volte.
Avrei voluto chiederle notizie sulla musica che ascolta, che ci fa ascoltare, ma il suo sorriso mette pudore. Mentre saluta, china leggermente il capo a sinistra e la sua dolcezza diviene austera.
Io sono l’amministratore del condominio. Ho pensato spesso che avrei potuto creare molte occasioni per parlarle, ma oggi l’ho incontrata mentre usciva dall’ascensore. Io ci stavo entrando. Ci siamo guardati negli occhi. I suoi erano acuminati e frastagliati come canyons dalle pareti ripidissime. Mi sono tenuto alla porta per paura di caderci dentro. Lei è impallidita.
È entrata in casa, la porta accostandosi allo stipite ha fatto un rumore crepitante, come un cerotto tirato via velocemente da pelle tenera. Dopo pochi minuti dalla solita finestra un martirio di note ha invaso il cortile. Una voce ha stracciato le piccole anime stese ai balconi.

Poco fa ho visto scivolare un biglietto sotto la soglia della mia porta. C’è scritto:
Non cambia suono nei secoli la sottomessa ferocia dell’esilio.
E il ghiaccio non potrà mai perdonare al sole il suo calore.

L’inquilina del terzo piano io penso sia l’angelo sterminatore, ma non lo dirò a nessuno.

Pärt, Cantus, Milano luglio 2005
Minutissimo eccelso strazio, MDS

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MEMORIALE IMMAGINALE
ideografia poematica per l’arte di Armando Ilacqua

memoriale immaginale retina sensoriale gli anni i giorni lenzuola a sbiancare
uno che passa un altro che urla non li lasci andare figura senza ombra ritorno
sul cammino. memoriale immaginale attenua il male del guanto ruvido vuoto
della mano di bambino rimasta sull’asfalto tu ne fai filtro ombra luce inversa
spazi e linee domate nella curva del fianco e del volo e del duecentesimo colore
inesplorato da cui pretendi fede in un uomo nuovo. memoriale immaginale mio
lasciarmi andare ascolto senza voce lingua senza verbo tu non racconti avventi
opponi ipotesi a evidenze sogni ai cocci infranti dal giogo del potente. messaggi
in file organizzati strumento per meraviglia che a te non molto tenta piuttosto ti
piacciono le reni che si inarcano d’ardore e indignazione per questo poi scombini
misure e proiezioni allarghi prospettive indaghi le condizioni del solito guardare.
memoriale immaginale non libera dal male veste la memoria vita oltre la vita
insidia il calendario rovescia sui millenni lo sforzo del domani cerca scava trova
un pallido ricordo gli dona forza nuova solo qui s’appoggia l’umanità futura nel
vero che non dura nei corpi

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:00 | link | commenti (1) | commenti (1)

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mercoledì, 30 dicembre 2009
LA VITA IN PROSA – tre prose di Gabriele Zani
Un altro autore selezionato per la pubblicazione in Dedalus tra i partecipanti al Concorso LA VITA IN PROSA. Si tratta di Gabriele Zani, cesenate, autore anche di libri di poesia, tra cui, per peQuod, Finestre di Via Paradiso (molto poco celeste, in questo caso: Via Paradiso è la via di Cesena dove abita Zani). Propongo qui di seguito tre prose che l’autore romagnolo ha inviato al Concorso La Vita in Prosa, e ricordo che il Concorso scade il 31 gennaio 2010. Un carissimo saluto, a presto rileggerci e buon Anno Nuovo (nuovo davvero, si spera) a tutti, I.M.

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GABRIELE ZANI
Tre prose

Di settembre

Come ora il grosso ago di cui si servono i pescatori per cucire le vele, e come il pesce di mare dalla caratteristica testa a rostro, o lungo becco appuntito che dir si voglia e da cui è bene guardarsi perché fittamente dentato al pari di un seghetto, anticamente anche l’aquila veniva chiamata aguglia, chissà perché.
In effetti è nome di etimologia incerta, ma certamente si sa che Plinio non già l’uccello, bensì era il pesce che chiamava acus, che infatti significava prima di tutto ago, ma anche pula o paglia, fino all’uso figurale che ne fa Plauto quando dice acu rem tangere, ossia toccare il punto, indovinare.
A questo pensavo oggi, mentre dagli scogli di Cesenatico pescavo aguglie una dopo l’altra, e che davvero non erano aquile quelle, sebbene anche il nome del rapace trovi poi la sua brava radice nel latino acula… piccolo spillo, filo d’acqua.

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Ricordi di un pescatore

I

La canna era primitiva, una canna di bambù senza mulinello, comunque perfetta per i miei primi pesci, che erano piccoli ghiozzi, comunemente chiamati paganelli.
Mio cugino più grande (io potevo avere dieci o dodici anni) ne pescava sempre più di me, ma non tanto per il fatto di possedere un’attrezzatura migliore, piuttosto perché era più bravo a sentire le beccate e a tirare al momento giusto.
Si trattava di scandagliare la parete del molo con un filo piombato poco prima dell’amo.
Quando la punta della canna cominciava a tremare, quello era il momento giusto per tentare la ferrata.
Come esca molti usavano le cozze, trovandole tra gli scogli, ma c’è da dire che i paganelli mangiano di tutto, basta che gli si muova qualcosa davanti. Ricordo di averne pescati addirittura con un filtro di sigaretta.
Particolarmente adescanti sono però i lombrichi. Mio padre prendeva la vanga e sollevava un paio di zolle nell’orto di casa. Bei tempi.

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II

Il ricordo più emozionante che conservo è quello dell’erba che mi bagnava le gambe, quando ancora portavo i calzoni corti.
Erano mattine d’estate, si partiva presto, andavamo a Montenovo, dalla nonna, i miei ad aiutare nella raccolta della frutta.
Come molti contadini, anche la nonna aveva un piccolo lago, che serviva per l’irrigazione dei campi.
Stava sotto la casa colonica, recintato, dalle sponde quasi del tutto impraticabili perché ripide, scivolose, invase dalla cannezza*.
Un bel lago tra le colline, pieno di carpe.
Dalla casa il tragitto era breve, quasi una corsa.

* Del termine dialettale “cannezza” non mi risulta che esista l’equivalente italiano. In italiano avrei potuto parlare di “canne”, ma queste rimandano ai canneti, dove crescono decisamente più alte e robuste di quelle in questione, invece tipicamente palustri o comunque acquatiche, spesso presenti anche lungo le rive di fossi e canali.

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Intorno ai cachi

Dei tanti spettacoli che riserva l’autunno, addirittura meraviglioso è quello dei cachi.
Specie quando l’autunno volge all’inverno, stanno nella campagna come dentro un sogno, piccoli alberi ischeletriti, eppure colmi di pomi.
Così restiamo a guardarli di lontano, immagini di abbondanza e carestia insieme, verrebbe da dire, a causa di tutto quel nero che sembra uscito da un incendio, tanto appare carbonizzata la scorza dei tronchi, dei rami e degli stecchi, di contro al giallo sfacciato, tondosolare dei frutti, peraltro duri a staccarsi, quando infine li raccogliamo.
Bando dunque ai discorsi, ché del resto non c’è dolce migliore, più arrendevole al palato e persino rincuorante nei freddi giorni d’inverno, di un caco rosso, maturo al punto giusto.
E qui davvero, una volta tanto, sia pure per un peccato di gola, siamo contenti di non rimpiangere i Romani, che dei frutti cinesi nulla seppero, né i Greci, se “kakós”, in greco, voleva dire “cattivo”.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:51 | link | commenti | commenti

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domenica, 13 dicembre 2009
I POETI – altre “ustioni” poetiche
Inserisco qui di seguito altre descrizioni di “ustioni poetiche” scritte per la rivista telematica I POETI. Il senso e lo scopo sono quelli indicati nel post precedente: proporre qualche racconto personale dell’attimo dell’incontro con la poesia, lasciando ai lettori e ai visitatori il gusto di confrontare il proprio attimo e la propria scintilla, cogliendo analogie e contrasti, distanze e affinità elettive. I.M.
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Ivano Mugnaini

L’ustione poetica

Da bambini si sogna di diventare astronauti, archeologi, aviatori, maghi, piloti di macchine da corsa. Io non ho fatto eccezione. Fantasticavo, con la testa, con le gambe, con le mani, camminando, correndo, provando, per quanto potevo, a staccarmi dal suolo. Poi, una mattina iniziata come tante altre, ho scoperto che esistevano uomini che vivevano nutrendosi di tempo e di vento, esplorando il mistero fino ad esserne inglobati, diventandone parte integrante. Forse è successo ascoltando Baudelaire, Garcia Lorca, Campana, Rimbaud, o un verso di Brecht rubato da un libro del liceo. Ho immaginato, dopo la poetica ustione della gioventù, parole con cui si potesse trovare il senso che unisce e lacera il tempo e lo spazio, la voglia di vita e lo sgomento, silenzioso, micidiale, per la ruga sul volto della donna amata. Ho sognato di essere un uomo strano, sulla pelle e nel cuore, come tutti coloro che hanno provato, pagando con la pena dell’emarginazione, a cambiare il mondo, a mutare le cose. Baudelaire, Rimbaud, Campana, Garcia Lorca, Brecht, e mille altri poeti antichi e moderni, diversissimi tra di loro eppure identici, uguali nella mente e nella carne che esiste e respira desideri e bisogni autonomi, sacri nella loro imperfezione, non nati per essere rinchiusi in astratte gabbie di ipotetiche eternità. E, visto che la poesia è regno onirico ed è realtà, mi è stato concesso di continuare a sognare, fin quando potrò, il tempo ed il vento, la terra e l’aria: l’anello che eternamente non tiene, se non dentro un sorriso che non pretende niente, solo la magia del suo semplice e vitale esistere, il dono immenso di sfidare l’assurdo e la morte, volando, con piedi umani, accarezzando ancora, nonostante tutto, la terra.

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Teresa Mariniello

Mattino di tempo fa. Roma

La luce entra obliqua dalla finestra sulla sinistra. Lei è a sinistra, con uno sguardo attento e pacato, che scoprirò consueto; in sala leggono le poesie delle premiate e pubblicate.

Io sono tra queste, e lo è lei, senza che ancora lo sappia quando le rivolgo parola. Diretta, precisa.

Solo perché ha intorno un’aura aranciata, di calore che sento guidato, come di cavalli che portano una biga che si vuole giri intorno a una meta. Una.

Di dove sei? Cos’è per te la poesia..

È lavoro mi risponde. Frantumando così ore, soste in coda, sindacato, e quanto concepisco legato al lavoro; mi si affaccia l’immagine della mia cucina, in cui i gesti più quotidiani si allacciano alle parole, tracciate, scovate, nel tentativo di dare immagine e suono a ciò che naviga dentro.

Conosco tutto ciò, ma lei lo porta con un sorriso che sembra non conoscere fatica, e con una parola che dice bene tutta la fiducia, la tenacia, la forza, che occorre per essere su questa strada, percorrendola anche fuori dalla propria interiorità, con una spinta che desidera l’affaccio agli altri,

a costo di notti insonni, lunghi viaggi, rischi di incomprensioni, incastri nel vivere quotidiano.

La guardo meglio e ora che vedo capisco.

Ha negli occhi un passaggio di nuvole con piccoli fuochi; mi si rovescia un bene caldo che scalda senza bruciare, e per questo resta, sopravvive. E indica.

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Federica Trenti
La mia scintilla Joyce

Dentro un antico palazzo, dentro il cassetto di uno schedario trovai Inventario delle cose certe; sul tavolo della biblioteca lessi le poesie di Joyce Lussu e la curiosità cominciò a strofinarmi i pensieri. Così irresistibilmente che negli anni ho scritto di lei e della sua vita. Lei, che può essere considerata a seconda dei gusti una poetessa, a me ha aperto una strada avventurosa. Percorrendola ho imparato, crescendo e rinnovandomi.

Ho compreso nel tempo che sulla trama e l’ordito della carta può imprimersi la voce della resistenza, per sempre, finché i pensieri di un essere umano incontrano il linguaggio poetico. Poeti e poetesse possono generare un’alchimia con il lettore, l’ascoltatore; le loro vite si intrecciano ed un istante, congiunto a parole che appartengono all’universo, possono trasformarsi in un anello forte. Essi lasciano agire il cuore ed in una materia impalpabile come il tempo infilano le dita delle mani, sfiorando per caso, per destino o per scelta fili e nodi nascosti, dentro la vita. Più dentro viaggiando mentre il mondo, fuori, li chiama a scriverne, raccontare, portare fuori un dono, per amore, per passione, per onorare la vita.

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Carlo Guerrini

Era sera inoltrata, ormai notte. Ero nella terra della diversità, con uno strano timore per aver trasgredito il conformismo della gioventù. Le parole della solitudine mi vennero incontro, a sostegno di una scelta ardua ma inevitabile: “Felice chi è diverso / essendo egli diverso. / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune”. E tutte le parole della poesia erano nell’aria notturna, bisognava solo catturarle. A quel punto mi accorsi che essere soli, in modo totale, è uno strano dono, croce e delizia del vivere. E se un “bianco taccuino” può raccogliere quell’ineffabile impasto di gioia e malinconia, di vitalità e istinto di morte, si è accarezzati dall’ombra del riscatto, da una folata transitoria di eternità. Quello che volevo/potevo essere non aveva più importanza. Avevo scoperto ciò che non ero. In piedi sullo scoglio, attendevo il tuffo del nuotatore verso l’ignoto.

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Laura Ricci

Incontrando l’ustione

La mia ustione è stata da ghiaccio. 13 gennaio 1983, quasi una folgorazione nella candida vitrea campagna umbra. Una lama di diamante – immacolata – affonda la cesura nell’iceberg maturo a frantumarsi. Alba, il silenzio immoto di creature e creato, lo spazio vuoto attonito dove la parola – originaria – partorisce. Un viaggio breve, un flusso in cui le scaglie glaciali – frammentate – si moltiplicano e irresistibili si perdono. Mentre solco la bianca pura porcellana del paesaggio. Poi, su un foglio a mala pena reperito – smozzicato eburneo – i primi versi. Con loro, dalla testa, la lezione masticata mai compiuta dei poeti amati, la promessa ansiosa dei molti mai assaggiati. Dal ventre, l’ustione fonda rovente della mia bisnonna analfabeta, le sue nenie arcaiche semplici morbide di talco, quella scorza buona dura pacata di visionaria sopravvissuta. E la musica – chiara limpida – dei preludi di Bach – freddo cristallino ruscello – che una famiglia promossa borghese mi aveva assegnato come netta rigorosa disciplina di pianoforte.

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Gabriella Bianchi

Con l’ustione

Angeliche furono le ustioni sul midollo dell’anima quando il vento della poesia mi prese per mano. Non brezza, ma bufera. Il vento ha spalancato porte che non vedevo e da esse si è sprigionato il profumo invitante e tentatore della poesia. Una seduzione quasi carnale. Ho teso le mani e l’orecchio verso melodie di chitarre, e sono apparsi i gitani accampati sotto gli arabeschi dell’Alhambra. Federico, aspettami. Senza le tue candide colombe non trovo più alcuna direzione. Sul palmo della tua mano Ignazio va incontro al suo destino mentre tutti siamo prigionieri della luna. Luna madre, luna morte, luna poesia. I gelsomini impazziscono al tuo passaggio, Federico. Tu ammansisci il cuore animale e vegetale della notte, lenisci ferite sanguinanti con il balsamo dei versi, soffi sulle parole inerti e le fai danzare. Nessuno, prima di te, ha cantato sotto la mia finestra la ferita aperta dell’adolescenza da cui nasce la radice della solitudine. Tu solo sapevi e lo hai detto a tutti, perché così era giusto che fosse, ma nessuno ti ha detto grazie. I tuoi nemici ti hanno braccato e hanno punito la tua sincerità, il tuo spudorato candore. Ma hai lasciato un testamento aperto, un marchio a fuoco sul biancore allucinato dell’anima: l’innamoramento. Grazie a te, riesco ancora ad attraversare -come in sogno- la strettoia acre della vita.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:07 | link | commenti (4) | commenti (4)

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sabato, 12 dicembre 2009
rivista I POETI – L’USTIONE POETICA
Su sollecitazione di Anna Maria Farabbi, alcuni autori hanno proposto la descrizione dell’istante in cui è scoccata per loro la scintilla che ha provocato “l’ustione poetica”, l’innamoramento, la follia, la passione per la parola. Queste testimonianze, sincere e sentite, sono state pubblicate nel sito dell’editrice Lietocolle, nel secondo fascicolo della rivista telematica I POETI. Propongo qui di seguito alcune delle “ustioni poetiche”, in modo da permettere a chi le leggerà di confrontarle con la propria scintilla creativa, o semplicemente di gustare il racconto dell’attimo in cui nasce una passione che ispira ed orienta una vita intera. Per ragioni di spazio non posso pubblicare tutti gli interventi. Rimando quindi chi fosse interessato a visitare direttamente il sito della rivista I POETI http://www.lietocolle.info/it/la_ruota_dell_ustione_i_raggi.html . Un saluto cordiale e buoni ustioni poetiche quotidiane a tutti, I.M.

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Elio Grasso prova a guardare quel mare

Dov’è Quarto dei Mille, Esterina si lanciava in acqua con i suoi voli d’an­gelo. Il giovane Montale, con gli amici Bianca e Francesco Messina, os­servava con “dolce inquietudine” pensando ai versi di Falsetto, e agli altri versi da mostrare in un secondo tempo (dunque le pagine del primo grande libro, Ossi di seppia). Lì oggi è difficile scovare qualche traccia di un passato memorabile. Il moletto che finiva con un trampolino non esiste più. Soltanto qualche nostalgico della poesia, dei piccoli eventi che essa accompagna, può vedere il fantasma di Eusebius con l’asciuga­mano sulle spalle, assorto nella contemplazione della tuffa­trice e del ma­re. L’iconografia ci ha abituati a un Montale balneare, ironi­co e sornione, con maglietta bianca o grandi cappelli, e comunque sem­pre in compa­gnia di belle donne. Era il 1924.

Esterina, i vent’anni ti minacciano,

grigiorosea nube

che a poco a poco in sé ti chiude.

[…]

Ti guardiamo noi, della razza

di chi rimane a terra.

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Tre tempi di Antonio Alleva

DAI RAGGI DELLA BICI DEL PICCOLO FEDERICO.1

Ora anche Anna mi chiede di mettermi in gioco, di tirar fuori dalla pelle i segni di quelle antiche bruciature. Ma devo scegliere, le righe sono poche. Cri Cri. Mi distoglie un cri cri nel portentoso silenzio di qui, guardo, è la bici cigolante del piccolo Federico, la seguo, m’incanto sui giochi che l’ultimo raggio di sole imbastisce con i raggi della ruota.

Faville, brillii, ecco la folla dei nostri capitomboli dalla sella umana, la folla delle folgori che ci elettrizzarono per sempre sulla via della nostra privatissima Damasco. Scegli, mi dico, dirle tutte non puoi.

Va bene, Anna, eccoti la prima: faceva “Tom – tom c’est moi. Io e la chitarra azzurra / siamo una cosa unica. …” Due versi sul frontespizio della Bianca di Einaudi, li lessi e niente fu più come prima.

Era Wallace Stevens, era la scoperta di uno che nel giro di un lampo, sulla mia frequenza d’onda, aveva centrato il cuore del segreto senza svelarlo. E se adesso dico eccoti la seconda, seconda è proprio un modo di dire: la maestra Wisława irruppe nella mia vita dalla Terza di un quotidiano, vi faceva parlare un gatto in una stanza vuota, e io non riuscivo più a respirare. Riusciva Wisława Szymborska, con gli arnesi corti e veloci della poesia, a cucire compiutamente romanzi dipinti e cinema, mi ricordava – ma giusto il tempo di un lampo – il Calvino prestigiatore di Se una notte d’inverno un viaggiatore, ma giusto per il tempo di un lampo: giacché la maestra Wisława non si distraeva, appendeva i balocchi dello scrivere dritto per dritto dentro i battiti più autentici del vivere.

Corsi a comprare “25 poesie” – I miti di Mondadori, ricordo come fosse ora quando la quarta di copertina – tutta d’argento – scatenò ancor più il festante finimondo: c’era stampato in rosso: “La poesia – / ma cos’è mai la poesia? / Più d’una risposta incerta / è stata già data in proposito./ Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo / come alla salvezza di un corrimano”. Eccoti Anna la risposta precisissima alla domanda del tuo foglio n. 1. Precisissima, credimi, come sono altrettanto precisi quei due versi da commiato, “il delirante fermento / d’una limpida meraviglia”, che già anni prima il maestro Ungaretti m’aveva scavato dentro come un abisso.

PORT ANGELES E LA PANCHINA SOTTO IL TIGLIO .2

Ti perdono, Anna, se per esigenza di brevità t’ho costretta a togliere le righe, le ustioni e i maestri che avevo raccontato qui sopra. Ma per fortuna l’avevo lasciata per ultima l’ustione più inguaribile, questa, l’ustione provocata dal mio mentore terreno lungo il corrimano della letteratura vivente: figura che salvò in contemporanea alla sua anche la vita mia. Erano i primi anni ’80, era Raymond Carver: era Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (Principianti, come sappiamo adesso, originali che ne innalzano ancor più il valore), era quell’incipit “Stava parlando il mio amico Mel McGinnis, Mel McGinnis è cardiologo, e ciò gli dà talvolta questo diritto. Eravamo tutti e quattro nella sua cucina, seduti intorno alla tavola a bere gin. …” Era quel racconto sbucato all’improvviso da linea d’ombra di Goffredo Fofi, rivista che dal villaggio andavo ad acquistare alla Feltrinelli di Roma come fosse un fervente pellegrinaggio. Poi giunse Vuoi star zitta per favore!, poi Cattedrale, poi giunse il conforto dell’intera opera ma l’ustione riguardava la biografia, la sanguinante fratellanza: anch’io ero stato portiere di notte e varie altre cose, anch’io usavo come scrittoio serale – alla fine delle quotidiane gimcane per il pane – quella panchina sotto il tiglio o l’abitacolo dell’automobile: e il campare mi pareva durissimo, e mi sentivo dannatamente solo con quella assurda penna in mano, senza che per di più lo sapesse nessuno. Ma ora c’era lui. Ora potevo finalmente abbassare le palpebre e bisbigliarmi che Port Angeles era lì, lì più delle mille altre biografie della storia delle letterature, lì come un dietro l’angolo complice e vibrante, e ancora adesso per me il giugno del 1988 non c’è mai stato:

ancora adesso il maestro Raymond mi tiene compagnia, mentre siedo ancora sulla stessa panchina sotto lo stesso tiglio, o dentro lo stesso abitacolo, alla fine della quotidiana via crucis lungo le stesse gimcane per il pane: mi sostiene ancora il maestro Raymond, continua a dirmi senza posa “dài, è ancora questo ed è giusto ed è nostro il nuovo sentiero per la cascata”.

IL SICOMORO DI WORDSWORTH . 3

Tutte non posso. Anna mi chiede di raccontare solo l’ustione più inguaribile, nello spazio perfetto della brevità, “proprio per intensificare l’incisività del segno”. Eccolo allora, fedelmente qui, eccolo questo libro blu con Nubi di Constable in copertina, Wordsworth-Coleridge, Ballate liriche, biblioteca di Arnoldo mondadori editore. Eccolo qui sul piccolo scrittoio bianco, nello studiolo situato nell’angolo più appartato della tana, a sua volta situata nell’angolo più appartato del villaggio. Splende il regno del silenzio, qui, di quel silenzio anonimo e dorato che solo certi paesaggi riescono a contendere alle corti dei conventi, alle navate delle chiese. Eccola qui pagina 255, con il cartoccio di un chewin-gum all’arancia che sin d’allora le fa da segnalibro:

“… È giunto il giorno in cui ancora io mi stendo qui,/ Ad osservare sotto questo scuro sicomoro/Questi rustici lotti e questi ciuffi di frutteti …” l’identico silenzio che accoglieva William Wordsworth ad ogni ritorno sotto quel suo sicomoro. Ricordo come fosse ora: niente per me fu più come prima dopo che lessi quella ballata, questa potente e carezzevole cavalcata, questo canto lucido e accorato, che devo ritoccare con le mani almeno una volta al mese, a voce alta, da solo, mentre micia Rucola mi squadra con gli occhietti sgranati. Versi composti ad alcune miglia dall’abbazia di Tintern indusse pure me a scegliere un fico segreto dentro il mio paesaggio: sono infinitamente grato a questo dire altissimo e preciso, a questo sguardo che – usando nel giusto ritmo le semplici parole degli uomini – illumina l’esperienza, la fatica che alla fine penetra e conquista: e afferra il nocciolo e rasserena in profondo il complicato scorbutico rapporto tra l’io e il mondo. “… Né meno, credo, / Sono stato ad essi debitore d’un altro dono, di natura più sublime: quella santa attitudine / Grazie alla quale il fardello del mistero, / Anzi il peso sgradevole e gravoso / Di tutto questo mondo incomprensibile / Diventa più leggero …”. Era il 1798. Molto era di là da venire. Wordsworth vi era già arrivato. Ogni volta che prendo la penna per scrivere una parola, guardo il libro blu e tremo. Ogni volta mi consiglio di rinunciare, o di farlo ma profondamente conscio del rischio che corro.

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Vittoria Ravagli

La piazza è piena a Bertinoro, è una domenica pomeriggio assolata. Dalle strade laterali sbucano biciclette e carri agricoli con sopra donne e bambini che arrivano vocianti dai paesi vicini; si fermano disponendosi in cerchio ai bordi della piazza .

Al centro la “caveja dagli anell” (simbolo dell ‘ospitalità romagnola) e tutto intorno il pubblico, in attesa. Gremiti di gente i balconi.

Davanti alla “caveja” un uomo legge, altri si alternano a lui. Sono i poeti. Tra loro mio padre.

Bambina, assisto a un “Trebb”: si leggono poesie in dialetto romagnolo, “frammenti di vita” – come dice papà – Pezzi di vita propria e di altri.

Seguendo la tradizione romagnola, i poeti recitano nella piazze dei paesi , una domenica qua, una là. Sono poeti e cantastorie.

Questo il mio incontro magico con la poesia. Con i poeti che cantano la terra e i suoi abitanti , nella lingua madre. Loro hanno segnato il mio percorso.

Da lì è nato l’ amore per la poesia essenziale, semplice, quella che capiscono tutti e che ci canta dentro, che nasce dalla terra e che ci passa nel sangue.

La poesia che ho dentro

è come l’acqua dei fossi

corre nascosta,

corre e si perde

nel fondo della mia valle

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Alberto Toni

All’origine di tutto c’è Sandro Penna. Anno 1976, io ventiduenne, con l’animo del poeta, per un incontro del tutto casuale. A scuola, una compagna di banco di mia sorella era la sua vicina di casa, in via della Mola dei Fiorentini. Una manciata di poesie in lettura e poi la telefonata di Penna e l’incontro, c’era anche una sua amica, in quello straordinario appartamento, rifugio e scavo, ogni cosa sull’altra in abbandono, gli oggetti come in un’idea fossile del mondo. Lessi Penna d’un fiato, la vera ustione della giovinezza. “Lumi del cimitero, non mi dite / che la sera d’estate non è bella”. Mi colpirono subito quei versi, forse per una certa assonanza con un mio tentativo precedente in settenari. Lì però ritrovavo anche la vaga nostalgia delle vacanze, e forse la futura nostalgia per i trapassati che mi avrebbe preso nel tempo, le future scomparse degli amici. E sono tanti. “Lumi del cimitero”: l’agostano turbinio delle mie vacanze in campagna e un desiderio di utopica vita al riparo dal male.

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Fernanda Ferraresso

Il vuoto

Mi chiedi dell’ustione e ti rispondo direttamente. Chi brucia non ha molte parole e quelle che ha sono secche, addirittura aride, forse anche incomprensibili, si confondono, si fondono con il corpo.

“Mi corico dentro la morte. La mia notte è un pozzo profondissimo. Niente sogni. Niente segni. Un buio senza sosta. Mi alzo per volontà di (r)esistere. Non ho luoghi dentro me, solo deserto, senza confini. Anche il cielo, dentro la testa, è senza stelle. In quella claustrofobia, una fitta sabbia, un corpo nel mio mi preme il respiro. Vivo, vuole che anche io viva. Mi conficca il giorno, una brace nella carne, un battito e un fuoco in gola. Estirpa il buio, lo interra, lo frantuma, lo rende friabile, fertile. Di pane il corpo e d’acqua la voce, commestibilità di un nuovo giorno. E torna a mangiarmi la vita, a scorrermi dentro come da un secchio calato nell’origine, come se anch’io, dopo l’incendio dentro il buio della notte, fossi tornata intera, e in terra un’alba.”

Questa apertura è una crepa, una scarna sintesi di ciò che Saenz ha interrato in me dalla sua vivissima notte. Cito il mio incontro con Jaime Saenz anche in apertura di Migratorie, la mia prima raccolta, di segni. Indico il dis-velamento della “mia”vita abbracciando la sua poesia. Nell’oscuro di un respiro, che è fuoco, vivo l’oscuro che abita il parodosso rincorso nella e dalla sua parola, l’inganno, quasi, che cela il percorso, abbandonato lungo la vita e lungo la morte, che non è un atto finale e conclusivo, è il ciglio della stessa strada, gli affanni e le passioni in cui si resta immersi,in una specie di alcolismo, la nostra narcosi dei sensi, di cui ci ammaliamo credendoci normali e ciechi. La distanza è la misura della separazione tra noi e la vita. Percorrerla, tra il corpo e la sua notte, è come sentire depositare il mondo dentro la morte. Non è recuperare tempo, non è tornare all’infanzia. Soli, nel buio, in quel tracciato senza mappe, attraversando quel silenzio di sogni e immagini, il giorno occultato preme finalmente nel vivo e nel corpo della notte rinasce l’altro, il corpo abitato, i quartieri della distanza senza misura. Così dentro, da non poter essere visto, da non poter essere raggiunto, se non per un terremoto. Nella terra della frana si fessura la vista e, finalmente, riusciamo a guardarci, come da un luogo all’altro. “Io sono il corpo che ti abita, e sono qui, nell’oscurità, e ti dolgo, e ti vivo, e ti muoio. / Ma non sono il tuo corpo. Io sono la notte”. (epigrafe iniziale di Migratorie non sono le vie degli uccelli- Edizioni Il Ponte del sal-2009).

Quando si è piccoli, ragazzi, e anche nell’età adulta, ci si spinge lontano, anche molto lontano, si pratica la distanza, per cercare qualcosa che si crede viva lì, in quella distanza tutta terrestre che, poi si capisce, non è nemmeno fisica. Ma questo avviene dopo, più tardi, spesso molto più tardi. Talvolta però un intoppo, qualcosa che ha frenato la corsa e ha franato il mondo, il corpo, o entrambi, la percezione della “vicinanza della distanza”, dell’intimità e della “prossimità”con essa, si fa tangibile, sveglia un senso nuovo. In quella “prossimità” con la frana si sente in sé la distanza, e ha, questa volta, l’ampiezza impercorribile della notte che abbiamo dentro. E’ un corpo-mondo mai visto prima e impraticabile con la vista. Gli occhi sono un battello e ci portano nella profondità, che diviene es-tensione. Si naviga il buio. Nel buio si toccano gli sbandamenti, con tutto il corpo, e ci si scortica, spesso fino a perdere la precedente sostanza, fino a perdere il sé antico per incappare in una primitività quasi animale. “Il corpo”, l’altra notte, vive a ridosso di quelle scabre ossa che bruciano il midollo come magma ma. E’il vuoto la parola densa, impenetrabile proprio perché così denso. Lì, nulla è separato da nulla. In Percorrere questa distanza, Saenz scrive :”Nelle profondità del mondo esistono spazi grandissimi / – un vuoto presieduto dal vuoto, / che è causa ed origine del terrore primordiale, del pensiero e dell’eco. / Esistono profondità inimmaginabili, concavità per il cui fascino, per il cui incanto, / sicuramente si resterebbe morti. In Nessuno ama aggiunge: “Nessuno ama e sono le cose che amano, / quando guardo il mondo e i venti, suntuoso batte il mio / cuore nell’angoscia / vedo gli esseri soli e straniati dal mondo, esploro/e arrischio per loro sul nascere/e non amano e non vogliono restare, transitano ed io sono / il loro unico amico. / Fin dalla solitudine le cose mi amano…”.Non ci sono tempi lontani, o morti, nella vita, tutto è, vivo persino nella morte. Migrare, nella notte, è acce(n)dere nel buio del corpo una miccia, dal corpo della morte al dentro della vita, il centro fuori asse del labirinto che brucia e ci abilita a vivere, toccare, anche se duole, la costola e il ventre dell’ atroce cieco minotauro, quel mostro cosmogonico che ci mastica in continuo e non finisce mai di sacrificare il silenzio, il mistero intatto di un corpo dentro il nostro e che, stranamente, ci troviamo addosso come un “abito”tessuto.

6 agosto 2009

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Daniela Terrile

L’ustione poetica della sorellanza

Il mio incontro con il fuoco é avvenuto alcuni anni fa in un momento della mia vita in cui la mia anima era imprigionata, assopita, malata per risvegliare i più profondi legami con la terra é giunto dal cielo un angelo in carne ed ossa, una donna di terra, femminile in un modo ormai dimenticato dal genere umano la sua femminilità risiede nella forza, nella dolcezza, nella caparbia e soprattutto nel suo cuore donna di terra, dai colori terreni e capace di tessere un filo forte resistente come il filo della tela del ragno ecco il fuoco che ho incontrato, che ha saputo sciogliere lo strato di dolore e di amarezza che aveva addormentato il mio più profondo questo fuoco ha stemperato il nero del siero della serpe che mi aveva infettato.

Non é da tutti ricevere un tale dono dall’universo, é stato un incontro atemporale, che permane, una amicizia di pancia, che esce dal ventre una creatura nuova che é nata e continua a vivere di suo, senza l’intervento di nessuno, con una propria volontà questa é una nuova maternità, universale, la vera creatrice, la portatrice di sale e pane per tutti, grandi e piccini

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:55 | link | commenti (7) | commenti (7)

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domenica, 29 novembre 2009
testo selezionato – Concorso LA VITA IN PROSA
Propongo qui di seguito il secondo testo (sempre in ordine di tempo) selezionato nell’ambito del Concorso LA VITA IN PROSA per la pubblicazione in Dedalus, come previsto dal regolamento.
Si tratta di Un perro (Lettera a Francisco Goya). L’autrice è Lucetta Frisa.
Ricordo che questo testo, così come tutti quelli che perverranno al Concorso, concorrerà per il premio finale, consistente nella pubblicazione gratuita di un volume di racconti con le Edizioni Puntocapo. I.M.

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LUCETTA FRISA

Un perro

(Lettera a Francisco Goya)

Madrid, 25 novembre 1823

Illustre Maestro,

mi permetto di indirizzarVi questa lettera, affidandomi alla Vostra compiacenza. Vi prego quindi di perdonare la mia ingenua curiosità.
Ho avuto il privilegio, un giorno, di penetrare, insieme a certi amici, nella Vostra Quinta del sordo. Gli amici – che Voi conoscete ma dei quali preferisco non fare il nome – mi avevano sconsigliato di accompagnarli. Sostenevano che quanto avrei visto non era “cosa da donna”, e per di più giovane come sono io. Ma, alla fine, il mio carattere ostinato prevalse sulle loro obiezioni.
Davanti a quelle pareti, la commozione e l’orrore mi sconvolsero. Non vedevo solo un capolavoro di arte nuova, ma anche una lezione di realtà la cui potenza tragica mi era sconosciuta. Nessuna opera pittorica, finora a me nota, le assomiglia. Ed è cosa ancora più sorprendente per chi è abituato ad ammirare lo splendore dei vostri ritratti e dei Cartoni per gli Arazzi. È il lato oscuro e bestiale di questa società e dell’uomo in quanto tale, oppure ciò che rappresenta è frutto di un incubo, di uno strazio, di un’insonnia protratta oltre le umane possibilità?
La domanda che più mi preme è quindi questa: fino a che punto, illustre Maestro, le Vostre Pitture Nere rispecchiano il reale e quanto l’immaginato?
Perdonate questa domanda ingenua, che da troppo tempo mi assilla e a cui gli amici hanno risposto in modo evasivo: solo per tranquillizzarmi, io penso. Di questo genere di tranquillità faccio volentieri a meno.
La seconda domanda riguarda in particolare un affresco: è quello del cane, tutto solo, separato dalle altre pitture notturne e diaboliche che lo circondano.
E’in bilico tra la vita e la morte? C’è chi dice sia lì per sprofondare dentro una voragine, o venire trascinato da un’onda marina, un’alluvione o una frana che a una creatura fragile come lui può essere fatale.
È così?
Non so perché, ma mi ricorda Tito, il figlio di Rembrandt, che il pittore ritrasse tra i suoi libri, appoggiato al banco di studio come da un balcone. Un’apparizione che emerge dal buio, dolcissima, e che sappiamo fu molto breve sulla scena della vita. Vi parlo di Rembrandt, illustre Maestro, perché solo alla sua grandezza posso accostare la Vostra.

Ricordo i Vostri animali: quelli che circondano Don Manuel Osorio de Zuniga nella sua stanza: i gatti affamati e maligni, la gazza ammaestrata, i cardellini in gabbia, come pure il bel cavallo di legno nerissimo di Pepito Costa y Bonelis. Ma soprattutto il meraviglioso quadro di Maria Teresa Cayetana de Silva, duchessa d’Alba: al suo fianco destro c’è un cagnolino bianco che sembra un giocattolo anche perché porta un nastrino rosso nella zampa posteriore destra, fiocco uguale agli altri fiocchi rossi della sua padrona.
Quel gesto però, quel misterioso indice puntato della duchessa, a chi è diretto? Al cane che dovrebbe obbedirgli o a qualcun altro, fuori dal quadro ?
Così come ricordo un cucciolo-giocattolo dal musetto nero, della Marchesa de Pontejos. Immagino siano le signore a trattarli così e Voi mostrate questo comportamento femminile, raffigurando i cani e le loro padrone, nella stessa posa vezzosa.Gli altri cani dei Cartoni, sono ben diversi, molto più naturali. Dormono, abbaiano, partecipano. Cani da strada che nessuno coccola e protegge e forse instupidisce.
Penso anche ai vostri ritratti di bambini, figli di ricchi e di nobili, col peso dell’eredità familiare e del futuro sulle spalle esili. Non ridono mai, sembrano consapevoli di ereditare qualcosa che li allontanerà per sempre dalla gioia. Quella dolce libertà che li accomunava ai cuccioli viene imprigionata dal ritratto stesso. Quei ritratti segnano dunque anche la fine dell’infanzia e Voi, Maestro,sapete dipingere la malinconia infantile, molto più struggente di quella adulta.
Nei dipinti mi piacciono in particolare certi segnali allusivi – il loro linguaggio segreto che appartiene alla poesia. Il silenzio di quei gesti è un alfabeto che solo un poeta sa decifrare. La poesia dei segni ci comunica un senso di sospensione, come quegli occhi che non smettono di seguirci facendo abbassare i nostri: vorremmo fuggire via da loro, per non sentirci nudi. Rendere gli occhi così vivi e persecutori è creare l’illusione di un altro mondo, di una traiettoria che unisce sguardo a sguardo, in un’intesa enigmatica al di là del tempo.
Così il piccolo Tito e quel piccolo cane sono guardiani di una soglia tra un mondo e l’altro. Appaiono qui e già sono sommersi. Vorrebbero restare, aggrappati a questo limite sabbioso, ma si oppongono con tutte le loro forze – o si abbandonano? – a qualcosa che li spinge al di là.
Al contrario, certe creature angeliche, certi fanciulli divini che ignorano il dolore e la terra, stanno nei quadri solo per ricordarci di conservare la nostra anima in un’infanzia eterna.
I miei amici hanno discusso tra loro se l’affresco del cane fosse o no compiuto. Io penso che – comunque sia – quel cane de La Quinta del Sordo ha un potere di suggestione straordinario, forse proprio per quel senso di incompiutezza che suggerisce.
Che cosa c’è, nella vita umana, di compiuto? Si illude chi crede di concludere un’opera nel corso della vita. Non illudersi è restare più vicini alla realtà. Vedere un’opera nell’attimo che ci è concesso di vederla è come ascoltare il racconto di Shéherazade che si interrompe all’arrivo della notte per ricominciarlo la notte successiva: tutto è racconto senza inizio né fine.
E poi, non siamo noi, gli umani, ad avere molte caratteristiche canine? Anche noi soffriamo, ci emozioniamo, amiamo, siamo schiavi di padroni, ci rallegriamo e rattristiamo per un nonnulla, non sopportiamo la solitudine, patiamo la fame e la paura, amiamo tanto la nostra dimora quanto l’aria aperta, e una carezza ci solleva mentre la sua assenza ci sprofonda.
Forse noi stessi abbiamo cuore, sangue e nervi ancestrali, in parte analoghi a quelli della razza canina.
Solo Voi, Maestro, avete saputo turbarmi così tanto con quella figurina solitaria e disperata. Più disperata di quelle nere e orribili figure che lo circondano. Quelle creature nere credono al diavolo e gli dedicano sacrifici. E forse il diavolo – ammesso che esista – andrà in loro aiuto. Ma il cane? Il cane non si affida né al diavolo né a Dio. Quel cane non ha il conforto o l’illusione di un’aldilà. Chi è più degno di commozione e d’amore di lui?
E ora, Maestro, Vi confiderò una mia debolezza, sento di poterlo fare con chi, nella magia di una piccola figura, ha scatenato nel mio animo emozioni e inquietudini tanto forti. Sicura che non riderete di quanto sto per dirvi, se è vero che la sensibilità di un artista è simile, in qualche modo, a quella di una donna o di una ragazza come me.
Ogni volta che vedo un cane, una fitta come una lama finissima di coltello mi attraversa il polso e raggiunge il palmo della mano. Anche osservando il Vostro cane dipinto, questo bizzarro fenomeno si è ripetuto. Dante Alighieri diceva che la visione della sua amata gli faceva tremar le vene e i polsi. Forse – mi dico – nelle vene e nei polsi passa una debolezza particolare che accomuna il senso dell’amore a quello della natura creaturale.
Mi sento così vicina a tutti quelli che vivono, godono e soffrono e non sanno perché, e neppure se lo chiedono e neppure lo potrebbero. Chi, se non i bambini e gli animali? Chi, se non i poveri, gli offesi, gli ignoranti, i diseredati? Loro sono ancora dentro di noi, come lo è la nostra infanzia, l’inizio indifeso e inconsapevole della vita. Ma per loro, al contrario dei bambini, il futuro non ci sarà.
E Voi, Maestro, in pochi tratti di pennello avete espresso quello che nasconde la nostra cellula più antica e che nessun altro ha saputo far risuonare nel profondo.
Vi ringrazio umilmente di questo dono che non ha prezzo.
Vostra devotissima

Maria Dolores Cardillo de Cordoba

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mercoledì, 18 novembre 2009
Concorso LA VITA IN PROSA – testo selezionato
Propongo all’attenzione dei lettori il primo dei racconti selezionati nell’ambito del Concorso LA VITA IN PROSA. Come previsto dal bando, inserito alcuni giorni fa in questo stesso sito, tra i racconti inviati al Concorso ne vengono scelti alcuni che vengono periodicamente inseriti in Dedalus. Il primo, in ordine di tempo, dei racconti selezionati, è “In quel momento” di Lucianna Argentino. Nei prossimi giorni verranno proposti altri testi. Ricordo inoltre che tutti i racconti pervenuti al Concorso, così come quelli che perverranno entro la scadenza, prevista per il 31 gennaio 2010, concorreranno al premio finale consistente nella pubblicazione gratuita di un volume di racconti con l’Editrice Puntoacapo. Un caro saluto a tutti, I.M.
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racconto di LUCIANNA ARGENTINO

IN QUEL MOMENTO

Eccola lì. La vedo, immobile, mentre guarda fuori da una grande finestra. E’ il 2 luglio. Il 2 luglio di tanto tempo fa e lei sta per compiere quattordici anni. Si trova in una stanza d’albergo che si affaccia sul mare e sono da poco passate le cinque del mattino. Le onde sono dorate e quiete. Hanno perso il furore impietoso della notte precedente, quando lei s’era sentita persa, sballottata impaurita; quando aveva visto la prua del traghetto innalzarsi come invocando verso l’oscurità del cielo e poi giù sparire nell’abbraccio tempestoso delle onde alte. Ora guarda il mare come si guardano due amanti dopo un amplesso appassionato. I suoi fratelli stanno dormendo. Era da più di un anno che non dormivano nella stessa stanza, più o meno da quando lei ha avuto le prime mestruazioni e i loro genitori hanno deciso che era giunto il momento di separarli. Le è spiaciuto, in verità, essere trasferita nel salone, pure se ha un mobile letto nuovo nuovo, dove può tenere tutte le sue cose. I libri, i dischi, le bambole con cui non gioca più. In cuor suo sa che quel trasferimento ha segnato la fine di qualcosa che non sarebbe più tornato. I suoi fratelli sono rimasti in quella che continua a considerare la loro stanza, oltre la parete da cui li sente parlare e ridere prima di addormentarsi, proprio come facevano quando c’era anche lei a condividere quei momenti. Le mancano quelle chiacchiere, quelle risate. Allora, a volte, bussa sul muro e i fratelli le rispondono e continuano fino a che non si stancano. Eppure la sera prima hanno parlato poco, forse stanchi del viaggio o forse imbarazzati per quella ormai estranea intimità. Loro due hanno comunque trovato le energie per litigarsi il lato del letto in cui dormire e lei, di solito insofferente per quelle intemperanze, ha provato un po’ d’invidia per la loro lotta e non ha pensato a dividerli, calmarli, come fa a casa quando litigano anche solo per un pezzo di carta o semplicemente perché uno dice all’altro “facciamo a botte?”. E’ rimasta a guardarli in silenzio, da una lontananza che l’ha spaventata. Sul comodino c’è il suo diario, dove annota pensieri, dove racconta delle passeggiate con le amiche, dei primi turbamenti del cuore e di tutto quello che le capita nelle sue semplici giornate di adolescente. Dove più tardi annoterà di questa sua prima alba. Ora, davanti a quella grande finestra, osserva il cielo grigio che, come sfinito dalla notte, pare faccia fatica a trovare il suo giusto colore. Vede i gabbiani, ne sente il grido acuto, come un richiamo, una domanda. Non lo sa ancora ma è da quel momento che ogni volta che sentirà quel loro verso stridulo proverà un profondo senso di nostalgia. Una nostalgia al rovescio che non parla di cose perse o lontane, ma di cose custodite dentro che a certi suoni , a certi odori, a certi colori o scorci di luce le fa vibrare il cuore e la pelle. In verità anche il garrito delle rondini le fa chiudere gli occhi e la trasporta in aria, tra quei voli ripidi e spericolati. Ricorda quando, l’estate precedente, tra le viuzze del paese del nonno materno lei e i suoi fratelli trovarono un rondone, chissà come caduto a terra, che si dibatteva cercando invano di riprendere il volo. Impauriti e preoccupati erano corsi a chiamare il nonno che subito prese il rondone e dal terrazzo della loro casa, cui si accedeva salendo una ripida scaletta di legno, lo lanciò nell’aria dove, dopo un veloce battito d’ali, l’uccello riprese il volo. Lo seguirono per un po’ con lo sguardo fino a che non lo persero confuso tra gli altri. Non ha molti ricordi ancora. Ha piccoli ricordi. La visita allo zoo. Il morbillo. Il giro sul trenino attorno al lago di Scanno. Il primo giorno di scuola nella nuova classe, con le nuove compagne. Lo zio che le insegna a pattinare. Le domeniche dell’austerity in bicicletta. Il recente viaggio in traghetto. E altri che ancora non fanno un passato. Tranne, forse, quello che ancora duole, di cui sente il fiato dietro al collo con le parole sussurratele nell’orecchio da suo padre, le mani poggiate sulle sue esili spalle, “dai un bacetto a nonno che nonna è morta”. E il pianto. Solo tre anni prima. Il primo dolore vero. E senza passato assapora a fondo quel momento e la vita che sente crescere e complicarsi assieme a lei.
Alle sue spalle sente il respiro dei fratelli. Un respiro leggero, spensierato che viene da un sonno puro, appena appena inquieto con l’infanzia che ancora tira, trattiene e non s’arrende ancora… E lei avverte in sé come una carezza, un dolce e misterioso struggimento, come una mano che lascia cadere qualcosa, un seme piccolissimo, pronto a germogliare, una premonizione, un sussurro. Non lo sa ancora ma fu in quel momento che lei e la poesia si accolsero.
Guarda fuori e il tempo è come il mare calmo e lei si sente cullata e al sicuro come le barche attraccate al molo. Sente l’abbraccio della vita e il futuro così vasto e lontano da non esistere quasi. Anche il suo futuro è piccolo, a breve scadenza, poco più di un domani. La prossima partenza per la montagna, il rientro a Roma con le tante cose da raccontare all’amica del cuore. L’inizio del primo anno di liceo.
Il giorno prima, mentre era in mare, si è ferita a un piede tentando di salire su uno scoglio. Non ha sentito dolore, se n’è accorta solo quando ha visto i ciottoli della spiaggia tingersi di rosso. Molti anni dopo avrebbe ripensato a quel banale episodio come a una metafora della sua vita, del suo cammino. Un cammino non troppo doloroso, ma sanguinante. Sangue come nutrimento e vita, come fecondità e dono, spargimento di sé. E il sangue nero dell’inchiostro sgorgato dalla pagina graffiata, tagliata, ferita come la sua carne dallo scoglio.
Davanti a quella grande finestra prova una malinconia che sfiora la gioia, nata da una rinnovata sensazione d’intimità con il mondo intero. Come la provava fino a pochi anni fa, quando le cose erano tutte vicine e nulla era quello che sembrava e tutto era prossimo a trasformarsi in altro. Lontana è l’inquietudine, lontano quel nuovo e sconosciuto senso di solitudine che a volte la fa piangere senza motivo. O quello spaesamento che la fa sentire fuori luogo ovunque. Eppure a quattordici anni il mondo conserva ancora un poco di magia, è semplice, chiaro, tutto in luce. Non capisce allora quelle ombre che sente venire da lei stessa, quel disagio come se fosse lei a fare ombra al mondo, a privarlo della sua luminosità. Il fatto è che solo fino a poco tempo prima gli adulti erano rassicuranti, tenevano lontana la paura con le favole di un mondo dove regna il bene e il bello e i cattivi vengono sempre sconfitti. Un mondo dove il male esiste e ti tocca, ti ferisce ma alla fine è sempre il bene a vincere. Ora no. Ora che si sente più vulnerabile e avrebbe più bisogno di rassicurazioni, le mostrano un mondo pieno di insidie, minacce, pericoli. Strappano la fiducia come si fa con le erbe cattive, ma ha la sensazione che così strappino i fiori e lascino solo le erbacce. Lei ha creduto a suo padre quando, diversi mesi prima, le ha sequestrato i pattini a rotelle giustificando il suo gesto col timore che lei possa fare brutti incontri nella villa dove va a pattinare con le sue amiche e che lui ritiene sia frequentata anche da ragazzi poco raccomandabili. (Come faccia a saperlo lui che è sempre via per lavoro è per lei un mistero). Lei, comunque, non li ha mai visti. Né qualcuno l’ha mai infastidita. Ci sono solo dei ragazzini e delle ragazzine della sua età. Ma ora davanti a quella grande finestra, a quel mare, comincia a sentire chiaro che suo padre non teme i ragazzacci. Teme lei. Teme quello che le sta accadendo e contro cui non può nulla, proprio nulla. Lei sta crescendo. E’ questo che lo preoccupa, di fronte a cui si sente impreparato e confuso forse più di lei. Lei sa cosa può accadere tra un uomo e una donna e non lo teme, no. Lo sente come attesa, come qualcosa verso cui sta andando incontro. D’altra parte ne aveva avuto un presentimento diversi anni prima. Avrà avuto cinque o sei anni e si era svegliata in piena notte, la luce del corridoio era accesa e suo padre e sua madre non erano nel loro letto. Allora dormivano tutti e cinque nella stessa stanza. Così si era alzata piano, senza far rumore, senza chiamare e, appena uscita dalla stanza, aveva visto i corpi nudi dei suoi genitori stesi sul divano rosso del salone. Se ne stavano immobili, quieti, forse assopiti,. Era rimasta a guardarli sorpresa e incantata poi, senza saperne nulla, un poco attonita ma in pace e serena, con dentro il germe di una nuova consapevolezza, era tornata a letto. Non aveva più dimenticato quello che aveva visto. Lo custodiva in sé assieme a pochi altri ricordi della sua infanzia, quei ricordi che puntellano tutta un’esistenza. L’immagine dei corpi nudi dei suoi era però più di un ricordo, era qualcosa che ormai apparteneva al suo stesso essere, alla sua stessa carne, era un ricordo-luogo a cui ritornava, era il luogo della sua origine e vi attingeva forza ed energia.
Ora il cielo si è fatto ceruleo. Le strade sono sempre più animate di corpi e di rumori. Qualche peschereccio rientra seguito da uno stormo di gabbiani, ma per lei il paesaggio comincia a tacere. Quattordici anni sono ancora pochi per stare a lungo davanti a una finestra. Altri pensieri penserebbe se sapesse, o se fosse già accaduto, che di lì a poco, in un altro luogo, dietro una catasta di legna umida, avrebbe per la prima volta baciato un ragazzo. Anzi che un ragazzo le avrebbe insegnato a baciare. Non lo sa, così riaccosta la pesante tenda, non troppo però, quanto basta per lasciare che un po’ del chiarore del giorno incipiente entri nella stanza. E senza sapere di me, che da trent’anni dopo la sto osservando, si riaddormenta.

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domenica, 01 novembre 2009
SERIE DEL RITORNO di Stefano Massari

“Il vero è una morte intera”, recita l’epigrafe che apre una delle sezioni del libro “Serie del ritorno” di Stefano Massari, recentemente edito da La Vita Felice. Sono parole di Amelia Rosselli, e danno un’idea forte, chiara, onnicomprensiva, del rapporto coraggioso, a viso aperto, che questo libro affronta e propone con i nodi cardini dell’esistenza: la minaccia del dolore, la precarietà, la necessità di prendere la realtà per ciò che è. Ma l’elencazione di Massari degli oggetti e dei soggetti del mondo non è sterilmente burocratica: c’è in ogni parola strappata al vuoto e al silenzio una partecipazione intensa, come a voler rendere ogni peso, concreto e metaforico, parte della propria carne, della gravità da affrontare e da condurre con sé, passo dopo passo. Accanto all’urlo della morte, opportunamente citato da Milo De Angelis nella prefazione al libro, ci sono, altrettanto presenti e urgenti, “improvvise rinascite, barlumi, terre felici”. Nei versi del libro di Massari è racchiuso e custodito un riflesso complicato, cangiante, infinitamente sfaccettato: quell’ambito ristretto, la sottile e pietrosa linea di confine tra l’esistenza e il suo contrario, la luce e il buio, e la tenacia umana nel percorrere quel tratto di strada, ad occhi chiusi come un cieco, con la mente spalancata alla percezione dell’orrore ma anche della bellezza, a tratti ben divisi e separati, a tratti indistricabili. Perché nell’urlo di morte (e di vita) c’è la speranza che “nell’urlo nascosto nei nomi dei figli […] loro dopo capiranno domani vendicheranno negli anni saranno gli assassini di queste colpe”. Un libro complesso e intenso, Serie del ritorno di Stefano Massari, in cui la parola diviene scandaglio, pugnale che lacera, bisturi che purifica ed estirpa mali testardamente radicati. Versi che aiutano a pensare e a sentire più a fondo quell’esistenza “sola come una colonna”, che, tuttavia, “cerca la sua specie il patto in cui anche sanguinando crederai”. I.M.

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testi di STEFANO MASSARI
tratti da
SERIE DEL RITORNO, La Vita Felice, 2009

Corre la guerra ancora coi denti protegge la torre prepara la storia corre
nell’acqua dei santi nel cemento dei civili sulle schiene di noi gli obbedienti
noi gli inseguiti corre nell’urlo nascosto nei nomi dei figli perché loro dopo
capiranno domani vendicheranno negli anni saranno gli assassini di queste colpe

***

corre tra ciminiere barriere operai vangeli detriti insulti croci addii
radio confini corre nel caos di cancelli aghi ospedali negli ascensori
che piangono nei perdonati che colpiscono tra gli impazziti nelle case
corre tra femmine e maschi in posizione di precisione e annientamento
corre verso paesi feroci che esultano a comando

***

la pioggia di te di tutto il tuo nome sottovoce del tuo odore
contro febbraio come grano senza ordine senza direzione
ora che siamo soli come un tempo che non prevede vendetta
né ricostruzione che respira come urlo di tutti i nostri treni
verso la necessaria città del dolore
non so come credere ancora alle mie mani alla tua ragione di nascermi
colpo dopo colpo nel pieno dello sterno e in pace guerriera e pulita
e lieve come questo incanto che il poco nostro inverno adesso
ti concede
perché io conosco tutto quello che tra i tuoi reni di pietra e giustizia
non mente tutto quello che nel tempo senza me combatterai
il nome quieto che cercherai per i tuoi figli l’incubo che spezzerà
la fede dei nostri padri i giorni come alberi che curerai con la volontà
di restare gola distesa e tiepida contro le macchine della storia
le autostrade di quando piangerai sola come una colonna che cerca
la sua specie il patto in cui anche sanguinando crederai

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martedì, 13 ottobre 2009
Concorso nazionale LA VITA IN PROSA
Pubblico qui di seguito il bando di un concorso che ho ideato e organizzato, in collaborazione con l’Editrice puntoacapo. I vincitori saranno pubblicati gratuitamente da puntoacapo, e, periodicamente, i testi ritenuti interessanti saranno pubblicati in Dedalus.
Se vorrete partecipare mi farà piacere. E ringrazio fin d’ora quelli che, con i loro blog o tramite le loro mailing list, contribuiranno a far conoscere l’iniziativa.
Un caro saluto, e a rileggerci,
I.M.

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LA VITA IN PROSA
Concorso Nazionale di Narrativa
Prima edizione, 2009

NORME DI PARTECIPAZIONE

Il Concorso prevede la selezione di scritti inediti in prosa (racconti, lettere, considerazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto in prosa). I Vincitori saranno pubblicati gratuitamente da puntoacapo Editrice, http://www.puntoacapo-editrice.com .

I testi migliori saranno inoltre inseriti periodicamente nella rivista DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario, http://www.ivanomugnaini.splinder.com. Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo. Sono stati pubblicati, tra gli altri, Antonella Anedda, Alberto Bertoni, Biagio Cepollaro, Maura Del Serra, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Anna Maria Ferramosca, Mauro Ferrari, Luigi Fontanella, Alessandra Paganardi, Alessandro Polcri, Maria Pia Quintavalla, Massimo Scrignoli, Valeria Serofilli, Antonio Spagnuolo, Paolo Valesio, Viola Amarelli, e molti altri. Per una visione completa degli autori pubblicati, tutti degni di una menzione che per ragioni di spazio non è possibile proporre qui, si consiglia di visionare direttamente il sito http://www.ivanomugnaini.splinder.com ).

La Giuria, composta da Ivano Mugnaini (scrittore, direttore della collana di narrativa di puntoacapo Editrice), Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di puntocapo Editrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Alessandro Polcri (poeta e scrittore, Professore alla Fordham University di New York) e Viola Amarelli (poeta e critico), valuterà tutti gli scritti pervenuti e proporrà infine a puntoacapo Editrice una rosa di massimo dieci lavori Finalisti, tra cui tre Vincitori. Puntoacapo pubblicherà gratuitamente le tre plaquette vincitrici, riservandosi di proporre una pubblicazione agli Autori Finalisti e Vincitori di particolare interesse editoriale.

MODALITA’ DI INVIO:

Gli autori interessati devono inviare i loro testi inediti entro il 31 gennaio 2010. I partecipanti potranno inviare da uno a tre racconti, lettere, pagine di diario o brani di prosa creativa, a tema libero e di lunghezza compresa fra due e cinque cartelle per ciascun testo, per un massimo di 20.000 battute cadauno, tramite file in formato Word allegato ad un messaggio e-mail indirizzato al seguente indirizzo: ivmugnaini@libero.it , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso La Vita in Prosa”.

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio, non nel file. Dovrà essere anche allegata una dichiarazione secondo cui: “I testi sono inediti e di creazione personale dell’Autore, che autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso LA VITA IN PROSA”.

E’ gradito l’invio di un contributo spese in misura libera da inviarsi preferibilmente tramite assegno non trasferibile, intestato a: Ivano Mugnaini, oppure con vaglia postale indirizzato a Ivano Mugnaini – via delle Sezioni, 4348 – Località Bargecchia – 55040 Corsanico (LU) , indicando come causale: “Concorso La Vita in Prosa”. E’ possibile anche l’invio tramite contante con lettera (assicurata, o raccomandata) indirizzata al medesimo indirizzo riportato qui sopra.

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.
Il corretto ricevimento del messaggio e dei file, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.
Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi portali letterari e sul sito di Puntoacapo Editrice.

Per eventuali richieste di maggiori informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: ivmugnaini@libero.it .

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mercoledì, 07 ottobre 2009
Annalisa Macchia – A SCUOLA DI POESIA
Il libro di Annalisa Macchia, A scuola di poesia, pubblicato di recente da Florence Art Edizioni, nasce dall’esperienza del laboratorio di poesia condotto dalla stessa autrice. I destinatari ideali del volume sono gli studenti, dunque, e tutti coloro che si avvicinano al mondo variegato dei versi. Il libro tuttavia è piacevole e interessante anche per gli addetti ai lavori (se mi concedete e mi perdonate questa definizione brutta e vaga, sebbene utile): è piacevole anche per chi percorre da tempo i sentieri tortuosi della poesia, per la capacità messa in luce da Annalisa Macchia di proporre un manuale preciso e razionale, quasi un documentato “stradario”, senza tuttavia rinunciare al gusto di proporre anche numerosi esempi concreti (dalla Vispa Teresa a Dante Alighieri), di poesie, esercizi, giochi di parole, analizzando anche vari modelli di composizione. L’emozione di chi ha redatto il manuale, si è riflessa, inoltre, ed è questo forse l’aspetto più coinvolgente del libro, sugli studenti, giovanissimi, a cui sono state rivolte le sue precise e tuttavia appassionate lezioni di poesia. Ed è istruttivo, e illuminante, leggere le reazioni ed i commenti dei giovani allievi posti per la prima volta di fronte all’universo della poesia. Reazioni divertenti e dissacranti, ma anche, nelle pieghe dell’imperscrutabile e fertilissima fantasia che le ha ispirate, del tutto illuminanti nella loro apparente oscurità. Poesia nella poesia e dentro la poesia, non c’è che dire. Un lavoro onesto, accurato ed efficace, quello portato avanti da Annalisa Macchia in questo libro, che, in punta di piedi e con le maniche rimboccate, con l’esempio concreto, mostra che anche la poesia può entrare nella scuola, non come divertissement o come ostico esercizio mnemonico, ma, piuttosto, come pratica della mente e del cuore, esercizio per imparare a vedere più forme e più colori, nelle parole, negli eventi, e nelle persone. I.M.

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:35 | link | commenti (7) | commenti (7)

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mercoledì, 30 settembre 2009
LA DONNA D’ORO – di Cristina Babino – peQuod edizioni
I prossimi due post di Dedalus sono dedicati alle segnalazioni di volumi. Proporrò all’attenzione dei “dedalonauti” due libri, diversissimi tra loro ma accomunati da una passione e direi un amore autentico, genuino, per la poesia. Nel prossimo post parlerò di A scuola di poesia, di Annalisa Macchia, edito da Florence Art Edizioni: un manuale pratico e tuttavia generoso di citazioni ed emozioni per chiunque voglia capire, spiegare, scrivere ed amare la poesia. Qui ed ora, invece, propongo qualche mia personale impressione riguardo al libro La donna d’oro di Cristina Babino, peQuod edizioni, 2008. Anche il libro di Cristina Babino, liberamente ispirato alle vicende biografiche della pittrice Tamara de Lempicka, conduce ad amare la poesia. Per un sentiero meno diretto, tuttavia. L’autrice infatti ha il coraggio di percorrere una via impervia, piena di labirinti e meandri, per condurci in un mondo complesso, in cui non tutto può essere capito, spiegato, illustrato nei dettagli: la psiche umana, luogo di infinite e fascinose asperità, ancora di più, se, come nel caso del personaggio che ha ispirato il libro, siamo all’interno dei processi mentali, le scelte, gli instinti, le creazioni e le distruzioni di un’artista disperatamente e possentemente geniale. Cristina Babino, con quell’istinto che guida verso la strada giusta solo chi ha fiato, forza e talento per giungere fino in fondo, ha trovato il modo di rimanere pagina per pagina, verso per verso, sul crinale esile e vitale che potesse permetterle di diventare lei Tamara senza smettere di possedere anche la lucidità per potersi vedere e leggere mentre sognava e percepiva la vita di un’altra artista, con un proprio destino, una sorte diversa. C’è un’immedemisazione coerente, densa di affetto, rispetto, coraggio di sentire nelle vene lo stesso calore e la stessa passione: ma c’è, anche attraverso l’utilizzo del verso, mezzo privilegiato caro alla Babino, la capacità di raccontare una vicenda, con il rispetto per l’intelligibilità, la cronologia, i legami, i nessi tra il tempo e gli eventi. “E io in quel soffio calore di terra/ e di fuoco sospeso riposo/ in quella polvere indomita volo/ in nessun luogo presente e in ognuno”, afferma Tamara tramite i versi di Cristina. Da questo connubio nasce un libro di terra, fuoco, polvere e tempo, ricco di genuina volontà di vita e poesia. I.M.

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mercoledì, 16 settembre 2009
DOVE ESITI ESISTI – raccolta inedita di Alessandro Polcri

L’esitazione a cui fa riferimento il titolo della silloge inedita di Alessandro Polcri che propongo qui di seguito è forse quell’istante di riflessione ulteriore che ti coglie a sorpresa, a tradimento quasi; è, forse, quell’amo conficcato nella gola di tutti coloro che provano a volare per procacciarsi il nutrimento vitale, il cibo, ma anche il volo, la sensazione di essere, per un istante o per un tempo che deborda al di là dei suoi stessi confini, il punto di connessione tra l’aria, l’acqua e la terra: eterea consistenza, impalpabile solidità. Non è un caso, probabilmente, che l’esitazione sia messa in parallelo con l’esistenza. Quella fluttuazione costante è, nella traiettoria diretta verso una meta, o nella sua stessa autonoma essenza di tragitto, una forma dell’essere. Il parallelismo che mi sembra più netto, più marcato, è quello tra la poesia e la vita. Condotto da Polcri in modo tutt’altro che banale o scontato; anzi, combattuto, sofferto; ma alla fine la consapevolezza che la parola, scritta, sentita, vissuta o sognata, ha un ruolo preponderante nell’esistenza, in qualità di ente creatore-distruttore-ristrutturatore, emerge, riaffiora, si impone all’attenzione della mente e del corpo. Per portare avanti questa esplorazione parallela dei due mondi confluenti, quello del vivere e quello del dare alla vita forma e dimensione, necessita una visione panoramica, a tutto tondo, a 360 gradi. C’è bisogno di attraversare, cioè, il sublime e il concreto, il linguaggio ricercato e l’immediatezza del gergo quotidiano. “Anche se tu ora mi apparissi/ magari travestita nella cameriera/ che lascia il panino sul tavolo/ a dire «ecco, questo è il segreto»,/ non saprei portarlo sempre con me”, scrive Polcri, e quel “tu”, quel destinatario reale e ideale, l’autore lo sente, per dirla con le sue stesse parole, espresse in una sua lettera privata, “più come la Poesia o Dio con i quali dialogo sempre in assenza, mentre sono a caccia delle tracce da loro lasciate (l’esitazione è mia ma e’ anche loro quando per un momento si fanno cogliere e sorprendere)”. Tutto ciò, queste mete in costante movimento, sono inseguite dall’autore anche tramite il sestante del linguaggio, il caleidoscopio di riferimenti linguistici e letterari, le filosofie, la spiritualità, il bisogno di andare al di là delle crepe e del fango della terra desolata. Pur con la dolorosa, tenace consapevolezza che “la conoscenza assoluta è inconciliabile/ con la quotidiana gara”. Ma non c’è sconfitta nella ricerca di Polcri, non traspare un senso di resa: c’è, semmai, una volontà di approfondimento ulteriore, come a cercare un’acqua ancora più densa e una giungla ancor più intricata. Non per sfida, non per vanto; per necessità, per la consapevolezza che c’è una chiave, fosse pure in una rilettura in apparenza vana di una sciarada infinitamente complessa. Il rimedio al vuoto del vivere, e all’interminabile labirinto dei segni che compongono i giorni e le parole, è, forse, nel cammino stesso e nell’utilizzo appassionatamente instancabile di quegli stessi segni. Mantenendo un contatto saldo e vivo con il destinatario che abbiamo scelto o che ci è capitato in sorte, per poter trovare il modo, la sequenza di fonemi e grafemi, per confermare a lui e a noi stessi che si vive “dovendo condividere il fiato/ e restituirlo all’intorno perché tu possa/ saltare dall’uno all’altro di noi/ e poi sparire come raggio o bolla/ senza centro e senza origine:/ tu, fine e sublime scaturigine/ tra il tutto e il nulla”. I.M.

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Alessandro Polcri è nato ad Arezzo nel 1967. Vive tra New York e Sansepolcro (AR). Si è laureato all’Università di Firenze in Letteratura Italiana del Rinascimento e ha conseguito il PhD in Letteratura Italiana alla Yale University nel 2004. È Assistant Professor of Italian alla Fordham University di New York. È redattore di Interpres (rivista di studi quattrocenteschi edita a Roma dalla Salerno Editrice) ed è condirettore della rivista Italian Poetry Review (presso la Columbia University e la Italian Academy for Advanced Studies in America, ma stampata a Firenze dalla Società Editrice Fiorentina). Ha pubblicato, tra le altre cose, saggi su Luigi Pulci, Matteo Maria Boiardo, Marsilio Ficino, Martino Filetico, Cosimo de’ Medici e numerose voci del Compendium Auctorum Latinorum Medii Aevi (Firenze, Edizioni del Galluzzo). Sta ultimando un libro su Luigi Pulci e la Firenze dei Medici, ma si occupa attivamente anche di poesia contemporanea. Oltre al libro di poesie Bruciare l’acqua (prefazione di Alberto Bertoni, Firenze, Edizioni della Meridiana, 2008, premio speciale “Coppa del Giornale La Nazione” del premio “Le Muse-Pisa” 2009 e nella rosa dei finalisti del Premio Internazionale Mario Luzi 2009), ha recentemente pubblicato un breve racconto nell’ebook Italians. Una giornata nel mondo, introduzione di Beppe Severgnini, Milano, Rizzoli, 2008 (per scaricarlo: http://www.corriere.it/solferino/severgnini/).

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ALESSANDRO POLCRI

da dove esiti esisti (raccolta inedita)

C’è sempre un punto dove esiti

anche quando non ti vedo

e non conosco lo sforzo che fai

per lasciarti sentire.

Urli, ti rotoli

sbocci nei fiori

torci i venti

immagini nuovi cristalli

nelle pietre nascoste ovunque.

A volte percepisco che ci sei stata,

nulla più.

E la tua frustrazione

è quel lamento costante,

una radiazione di fondo

quel cigolìo perenne dell’universo.

***

Senza sentire sento

Altre voci fuori del mio udito

sento passare vicine

come dita di ragno

non fanno rumore

ma toccano il cuore

di una cosa dopo cosa

e l’una e l’altra calpestano

e il mondo traversano

e nel girotondo risvegliano il pensiero

di chi sente il loro silenzio.

Non mi interessa vedere

il corpo da cui emana il profumo

preferisco la scia, la traccia, il punto

della stanza che è diverso dagli altri

per quell’odore lieve che mi lascia

immaginare la storia del passaggio.

L’orma sulla neve mi affascina di più

dell’animale ormai imprendibile.

***

Se costeggio il bosco

ti sento narrare le tue storie

attraverso le mille bocche delle rane e dei gufi

il trascolorare del rumore dei rami

rotti dalle zampe dei cinghiali

e i tonfi secchi delle ghiande

mentre il vento spande l’eco del tuo canto

unito e coerente amalgama

di incoerenti note.

Da qui, dall’orlo dove mi trovo,

non mi è possibile separare

le diverse voci che compongono la tua.

Il continuum è il solo dato di fatto del tuo esistere,

del mio solo un ascolto occasionale.

***

Anche se tu ora mi apparissi

magari travestita nella cameriera

che lascia il panino sul tavolo

a dire «ecco, questo è il segreto»,

non saprei portarlo sempre con me

mentre pago il conto

o vado in farmacia

o chiudo la sera le finestre.

La conoscenza assoluta è inconciliabile

con la quotidiana gara.

***

Colpisco l’aria invano

per trovare le tue forme

tra gli spiri lievi nella stanza

e con il palmo della mano

accompagno il movimento di danza

del mio braccio teso verso il vuoto.

Poi penso che con un mantello di farina

potrei catturare le tue impronte

vaghe sulla terra e riconoscere

il ritmo del tuo passo,

illudendomi che tu sia ora

qui per me giunta a portarmi

in dono il tuo orologio

con cui misuri il tempo della bellezza

e le illusioni.

***

Sono a caccia

di una tua esitazione,

della bonaccia delle tue scorribande

di te che tra i forzati ritiri e le rivelazioni

trascegli sempre i momenti

meno naturali per ricevere piccole ovazioni

da chi t’ama senza conoscerti

ma solo per fama. M’acquatto

tra le macchine nel traffico al semaforo

m’illudo di vederti saltare fuori da un cespuglio

al parco o nella vasca dei pesci rossi

dove tra spugne e sassi vorrei scorgere

la punta del tuo occhio di luce.

Ma forse sei meno ovvia

e ti nascondi sotto alla corteccia

degli olmi e nei colmi dei catini

dove sei liquido flusso delle acque

oppure sei semplicemente scheggia

o aria che respiro

e che non posso trattenere

dovendo condividere il fiato

e restituirlo all’intorno perché tu possa

saltare dall’uno all’altro di noi

e poi sparire come raggio o bolla

senza centro e senza origine:

tu, fine e sublime scaturigine

tra il tutto e il nulla.

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domenica, 06 settembre 2009
ALLA LONTANA, ALLA PRIMA LUCE DEL MONDO – di Alberto Toni

Il libro di Alberto Toni, pubblicato di recente da Jaca Book nella collana “I Poeti”, ci conduce, senza strepito, senza eccessi e senza colpi di teatro fuori luogo e fuori scena, all’incontro con versi autentici, genuini, in grado di generare riflessioni ed emozioni altrettanto salde, sensate, corpose. Come opportunamente osserva Roberto Mussapi nella sua nota al libro, nelle poesie di Toni “tutto scorre come in un film limpido e come animato da una quotidianità fuori dal tempo”. Lo stesso può valere anche per un altro libro dato alle stampe da Toni quest’anno, Mare di dentro, pubblicato da Puntocapo editrice. Ciò che colpisce in Alla lontana, alla prima luce del mondo è proprio questa capacità di partire da eventi del tutto normali, in apparenza, per giungere poi a mostrare ciò che di più profondamente umano si cela nelle cose e negli accadimenti di tutti i giorni, nella vita che viviamo o percepiamo, negli attimi e nei ricordi, nelle immagini, nei suoni, nell’aria percorsa da respiri e stagioni. Emblematica in tale ottica è la poesia che qui propongo per ultima: le sequenze dell’esibizione dei pattinatori alle Olimpiadi Invernali del 2006 le abbiamo viste in molti e in molti le ricordiamo. Si tratta di una piccola-grande tragedia amplificata dalla televisione, che, come un immenso coro, l’ha trasmessa a milioni di persone, obbligate a confrontarsi con il mistero della sconfitta, un attimo in cui la sorte, il Fato, rivelano il loro beffardo, incontrastabile potere. In fondo è un evento di poco conto: un gesto di disappunto, uno sguardo sospeso tra il comico e il drammatico. Ma la poesia autentica, quella di Alberto Toni, in questo caso, recupera quell’istante, lo raccoglie dalla memoria come un relitto, o un naufrago ancora vivo, arrivando a cogliere, senza imporre soluzioni o risposte, il senso ulteriore, la sconfitta condivisa, il momento in cui tutti quanti ci siamo arresi “al grande tradimento/ dell’equilibrio”. Lo stesso meccanismo, la stessa abilità sommessa e efficace di esplorare situazioni in cerca di un pathos spontaneo, profondo, si riscontra in tutte le poesie del libro; quelle personalissime, “A casa” ad esempio, istantanea di una vita, della storia di un uomo, e quelle in cui il personale si unisce al sociale, la passione individuale si fa civile, non come sterile predica o comizio, ma come reale necessità di indicare la strada che conduce ad una vita più giusta ed equa. In questo spazio di Dedalus posso proporre solo qualche stralcio e qualche testo. L’invito, in questo come in altri casi, è quello di incuriosirsi, cercare il libro, acquistarlo, esplorarlo lasciandosi esplorare. Perché, anche attraverso la poesia e la letteratura, oggi più che mai “è tempo/ di sbracciarsi in avanti”. I.M.

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ALBERTO TONI

testi tratti da

ALLA LONTANA,

ALLA PRIMA LUCE DEL MONDO

Jaufre Rudel

Oggi c’è un timido vento di scirocco,

scrivo, se e quando il mio trovar t’è grato,

di lontano ti giunga con la mia forza intatta.

Perché non c’è niente oltre lo schermo e non

la voce che prima ho sentito al telefono.

Là sulla costa atlantica a New York

t’immagino di profilo o è il riverbero scolpito

sullo schermo bianco. Re: NY tips,

l’invio immediato, la forbice che taglia di netto il foglio,

ché non c’è niente di più dolce dell’amore di lontano.

***

Alla lontana, alla prima luce del mondo

Alla lontana, alla prima luce del mondo,

quando per te è giorno, moglie mia, io ti

ricordo dietro la benda che mi copre e mi

vieta di esistere. Sarà giorno, è vero, come

quando facevamo colazione nella stanza

sul giardino. È un po’ che non sento piangere

i figli dei vicini, la piccola aveva un anno

quando sono partito. Il rumore qui sopravanza

di gran lunga il cielo e l’infanzia. Il nero di notte

è nero, alla fuga, ai lampi, di maceria in maceria,

rompe il sonno che non è sonno. Non so che fanno

i soldati di là dal fiume, so che mi tocca rispondere.

* * *

A casa

per Raùl Rivero

Sono di nuovo a casa, dice, rianimato dalla stagione,

dalle strade di sempre.

La pioggia se ne va, è stato un timido assalto

alla sua figura, con tutta la sua lunga storia,

così lontana. Come un risultato insperato. La

moglie lo guarda

seduto sul divano in salotto.

Dicembre 2004

***

Dico ai miei ragazzi a scuola

Dico ai miei ragazzi a scuola che è tempo

di sbracciarsi in avanti.

Uno per uno, facendo leva su sentimento

e ragione. L’aria, sì l’aria così fresca alle

otto del mattino nell’aula piccola e affollata

di pensieri, di fulminei sguardi, tradimenti

da niente. Serve un foglio bianco all’appello,

le idee non mancano, tenetele, per tutto quello

che non c’è ancora, per un giorno d’aria

più fredda, di freddo intenso o d’interiore

avviso o d’altro improvviso insuperato cielo

di sentinella. Così dal contrasto per

ricreare o rispondere, farsi artefici, non altro

aspetto, non di altri i gesti, i movimenti della

mano che disegna e incide, sferza le età già

trascorse, quelle future

di certo limo alimenta.

***

Olimpiadi Invernali 2006

a Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio, pattinatori

Nel finale del samba sono a terra,

poi vanno di nuovo avanti, sul ghiaccio

ma s’era fatto morbido e scivoloso, sì,

scivola il sogno olimpico, così sognato,

così lungamente accarezzato ma non caro

al divino, al supremo astro che gira e toglie

il passo. A lungo si sono guardati dentro,

ognuno per sé, o all’altro indicando nel respiro

il torto, contro la cosa, il fatto inverosimile e

penoso, contro l’oro perduto

e il pianto trattenuto, contro la corsa e il battito

corporale, mani e gambe al grande tradimento

dell’equilibrio.

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venerdì, 28 agosto 2009
L’ALTRO SGUARDO – testi di Renzia D’Incà

C’è una volontà tenace, nella poesia di Renzià D’Incà, di contrastare il dolore. Anche e soprattutto quello più subdolo, quello che si traveste da dovere, da convenzione consolidata, da presupposta Santa Inquisizione e Purificazione di colpe antiche e moderne, peccati più o meno originali ma sempre additati come atti di sfida da scontare. Per contrastare il dolore si può tentare di ignorarlo, schivandolo, camuffandolo, ricoprendolo di vesti posticce di immagini e di parole, oppure, con metodo opposto, si può provare a guardarlo negli occhi, per iniziare il cammino verso una forma di dialogo, una comunicazione: percorrendo in punta di piedi la stretta linea di confine che separa la forma altra, eterogenea, dall’abisso degli specchi, l’immedesimazione, la voglia di essere risucchiati da un gorgo. La sintesi mirabile di questo incontro-scontro tra l’io e l’opposto del sé, Renzia D’Incà l’ha offerta nei versi de Il Basilisco, un libro che ha ottenuto riscontri significativi, proprio per la capacità di proporre un approccio diretto alla necessità e al rischio di fare i conti con una parte oscura che attrae e respinge, affascina e inorridisce. Propongo qui in Dedalus qualche stralcio di testi tratti sia da Il Basilisco che da altri volumi editi dalla D’Incà. Ho tratto le liriche qui proposte dal sito della poeta di origine veneta da tempo residente in Toscana. Il sito della D’Incà, http://www.renziadinca.com, mi è parso anch’esso coerente con il suo modo di scrivere e di rapportarsi al mondo della poesia e al mondo tout court: sobrio, funzionale, attento all’estetica ma alieno ai fronzoli fini a loro stessi. Lo stesso atteggiamento, la stessa volontà di rivelarsi senza mai abdicare del tutto al diritto di conservare quel filo di mistero che è rispetto per la sacralità della persona e della poesia , l’ho trovata anche nei versi che propongo qui di seguito. Renzia D’Incà chiama il lettore a confrontarsi assieme a lei con il bello e l’orrendo, l’arte e l’assurdo, l’anelito all’eccelso che incontra sulla sua strada il becero, il violento, il nemico giurato di tutto ciò che è armonia: questi ostacoli ottusi, questi avversari tenacemente ottusi, l’autrice li contrasta con le armi che le sono proprie: l’intelligenza, l’ironia, la capacità di restare con i piedi per terra senza smettere di sognare nuvole baciate dal sole. E’ ancora L’altro sguardo, titolo di un suo libro di qualche tempo fa, a costituire l’arma privilegiata di esistenza e resistenza. Ed è uno sguardo che coinvolge, quello di Renzia D’Incà, per le verità che sa proporre mentre dichiara, solenne e serena, “Io sono un’insostenibile bugia”. E forse non è casuale l’uso di un’aggettivo che si pone in parallelo alla leggerezza dell’essere di Kundera. Una “guerrigliera delle parole”, che ha il coraggio di osservare che “noi siamo l’amore e gli inferni domestici”, ma che sa anche dire, e dirsi, tramite la poesia e la fedeltà ad essa: “io non sono un desiderio imploso/ e nemmeno una bruciante vendetta/ Sono la necessità/ che sopravvive ai sogni”. I.M.

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RENZIA D’INCA’

Brani estratti
Da L’altro sguardo (Baroni, Viareggio 1998)

…L’altro sguardo…

*

io non sono un desiderio imploso
e nemmeno una bruciante vendetta

Sono la necessità
che sopravvive ai sogni

*

io emigrante in terra di nessuno
coincidenza di opposti
convivo tra opposte polarità
io somma di numeri negativi
che fa sempre zero
luogo geometrico dove non mi incontro mai

oscuro presentimento fa di me un fuori legge
avverto clamore di poteri precostituiti
( non lavoro per bande
né per confraternite segrete)
-che sarà di me-

allaccio resistenze misteriose con gli angeli
per sollevarmi un pò da terra
ciclopica gravità mi sbatte al suolo
cado e mi rialzo con dignità
-almeno così m’illudo-

intanto la Storia passa sottotraccia
alla mia vita
ed io lancio per mare non informatico
segnali di vita in bottiglia cosmica

*

io sono
un’insostenibile bugia

un ghirigoro a lapis
sopra le certezze di un’adolescenza antica

io sono ciò che resta
del precipitato di nebbie alpine
corpuscolo di smog
atomo radioattivo cesio 173
sono la derivata alchemica
di un singhiozzo femminile
e una bestemmia paterna

sono la linea retta
fra due punti
A come abbandono
B come bambino

*

mi fanno paura la carne e il sangue
le pozzanghere scure
la notte dove tutte le vacche sono grigie
mi fanno orrore le siringhe
gli strumenti di tortura
la Prozac-felicità
e la porno-noia
Cosa ci rimane in fondo
che cosa ci consola
una sagace follia (?)

*

noi siamo ciò
che siamo stati

la memoria non serve a vivere
serve a non dimenticare
che siamo fallibili e soli
a scegliere fra luce e tenebra

noi torneremo sempre
nell’esatto punto
in cui è iniziato il nostro viaggio
condannati ad essere decisi
dagli eventi che ci hanno partorito

noi siamo l’amore e gli inferni domestici
da cui ci siamo illusi
di aver preso le distanze
in volo solitario

noi siamo sempre ciò che siamo stati
anche se ci merita un destino migliore

e la memoria serve solo a ricordarci
che il nostro viaggio è un eterno ritorno
dalla notte in corsa cieca incontro
a un’eterna notte

*

quando le parole annegano il discorso
meglio sostare sulla soglia del non dire
ad ascoltare il silenzio
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Brani estratti
Da Il basilisco (Edizioni del leone, Venezia 2006)

l’amante è più divino dell’amato
perché Dio è nel primo ma non nell’altro

(Platone – Simposio)

Il basilisco

ho incontrato il tuo occhio
sulla soglia e sono morta
morta di paura morta di voglia

da qual momento in poi
cessato mai ho d’amarti
tu di perseguitarmi

a stanarti tento
con la penna del disamore
straziarti vorrei che delle carni
tue mai sazia mi sento
T’offro in dono materia pulsante
‘per tua grazia ricevuta’
parola distillata grondante

a te consegno i resti
del pasto inconsumato
ed agli amanti degli amori
incorporei surrogati devastanti

*

smottamenti bradisismi
incrostazioni, nel magma
semantico pulviscolare
caotico nascente
vedi tu forse qualcosa?
Io niente. Niente di niente

*

chiedo chi sei chi sono
e perché tu perché noi
e noi due e perché perché
non altri ma io e te
-ed io da te-
perché noi e l’altro
l’altra da me e da te

Così nell’arte del domandare
sfinita muoio nello scortichìo
delle mie futili parole inutili
disperate sgorgoglianti
arcane frantumate umilianti

*

niente addosso niente dentro
iato silenzio sfinimento
una quieta dissolvenza
una funebre dissonanza
vuoto di senso discrepanza

*

tu solo e sola anch’io
vuota la stanza
dilagante l’inappaganza
manca il desiderio
latita la danza

*

ti guardo non m’ascolti
ti sento e non mi vedi
è un dialogo fra ciechi
visione fra sordi
discorso d’animi dissolti

*

mio dolcissimo amante
mio lutto, mio patèma,
forse schiavo sei ancora
e di me innamorato perso
mio re dell’universo?

*

e si fa gioco e si fa alleanza
e si canta ancora, io e te insieme
gemelli disuguali, placide iene
tu il torturatore ed io la torturata
tu io principe ed io la fata

*

figlia tua bestia scannata
puerile ribelle disonesta
accoglimi ancora fra le tue braccia
lesto che aspetti, fammi
le fusa, su fammi la festa

*

il gioco ricomincia
oppure è latitanza?
sono sola, immota,
e non conosco via
lingua o danza

*

“da un tuo discorso
da un tuo sospiro
avulso monco tronco”

accanisciti dai,
vuoi farmi ruzzolare?
Tanto non mi prendi
Sarai tu stavolta
a cadere, tu a farti male

*

bambina mia
non si può fare
lo sa, è proibito
sarebbe un incesto

Padre o amante
-chiunque tu sia-
per me questo
è un sottile pretesto
un invito manifesto
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Brani estratti
Da Camera ottica (Baroni, Viareggio 2001)

Emicrania

La dura madre ospita
affilata spada
nei crepacci del cervello
Non sono padrona d’altro
che di un dolore pelvico
che come ferita inguinale mi trapassa
ma decentrata in alta sfera
intellettualizzata
così conforme del resto
a donna di pensiero
Mi compiaccio
Sola vegeto sul suo nobile alato
cerebro occidentale emisfero

Logos trash (sul cavalcavia)

Ah, l’Amore
le cui forme
(I corpi) dissoluti-dissolti

Anime chiare (I corpi)
anime vele
autentiche come chimere

Anonime aporie
gesti irrisolti
pendenze trascorsi-morti

Volti assassini
seni cosce
sembianze di cielo

Putrefazioni
storie d’asfalto
esondazioni d’organi
fognature dissepolte

Psicanalisi post femminista

E’ il punto G che conta
il cerchio l’O di Giotto
sostare sulla soglia
con la porta socchiusa
Ehi, dico, piano
non occorre scardinare
che non c’è serratura

Brigatista d’immagine

Guerrigliera delle mie parole
gestivo uno sguardo diritto
e ti schiacciavo il naso contro il muro
sul mio Wonderbra che ingessa
per farti finalmente guardare
al muro in orizzontale appesa

Ora che il fiume si è seccato
con te spartisco il pane nero
l’assassinio del discorso rotto
In fiamme le parole vanno a ruba
giù per il sentiero della trama
sconnesse hanno perso il filo
levata l’armatura
ohi mi s’è smagliato il seno!

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:52 | link | commenti (4) | commenti (4)

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mercoledì, 26 agosto 2009
OMAGGIO A LEONIDA REPACI – Viareggio – Villa Paolina

In attesa di tornare a proporre, a breve, testi creativi di autori che ritengo molto interessanti, inserisco in Dedalus in questi ultimi giorni di agosto, un altro post informativo, riguardante una mostra e un convegno che hanno luogo oggi a Viareggio dedicati a Leonida Repaci: interverranno tra gli altri Enzo Romeo e l’amico Ottavio Rossani, poeta, critico e giornalista, curatore del blog di poesia del Corriere della Sera, http://www.poesia.corriere.it . I.M.

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26 agosto 2009 a Viareggio, ore 21.30

Omaggio a Leonida Repaci.

Una mostra e un convegno con gli interventi di

Enzo Romeo e Ottavio Rossani

Geografia dell’anima. La Calabria di Leonida Rèpaci è la mostra costituita da 60 pannelli di grande formato e dedicata al grande scrittore calabrese e fondatore del OPremio Viareggio, che è stata inaugurata il 21 agosto nei locali di Villa Paolina a Viareggio (Lucca), e che si chiuderà il 30 agosto prossimo.

Sempre a Villa Paolina il 26 agosto, alle ore 21.30, si svolgerà il convegno Omaggio a Leonida Rèpaci con gli interventi di Enzo Romeo (TG2 RAI)e di Ottavio Rossani (Corriere della Sera). L’attore Salvatore Puntillo leggerà alcuni brani particolarmente significativi dello scrittore, Con un sottofondo musicale (dal vivo). Infine, la proiezione dello storico documentario RAI del 1973, girato ne La Pietrosa di Palmi, la villa a strapiombo sul Tirreno, amatissima dallo scrittore e della moglie Albertina, filmato nel quale Rèpaci racconta e si racconta. Il documentario è firmato da Stefano Vecchione ed Attilio Zagari; nel Catalogo della Mostra l’introduzione è di Maria Brancato.

“La Calabria è una terra grande quanto mezzo Piemonte, e io non posso dire di conoscerla tutta. È questa una delle mie spine. Ho girato tanto mondo… e non conosco della terra nativa che quella balconata a mare infiorata di ulivi, di vigne, di eucalipti, di aranci, che guarda la Sicilia e le Eolie. Più che alla realtà, la Calabria appartiene per me alla geografia dell’anima…” Così scriveva Leonida Rèpaci nel suo Taccuino segreto. Partendo dalla sua celeberrima “favola” Quando fu il giorno della Calabria e spaziando poi in tutta la sua produzione letteraria, la mostra mette a confronto le parole di Rèpaci con immagini capaci di restituire le emozioni dello scrittore. Un viaggio nella regione attraverso la testimonianza di chi l’ha conosciuta e amata profondamente. Una storia che diventa sintesi del patrimonio storico, artistico, ambientale della regione.

La Mostra è stata ideata e prodotta dall’Associazione Amici Casa della Cultura ‘Leonida Répaci’ di Palmi, città natale di Leonida Rèpaci, e viene presentata a Viareggio grazie alla collaborazione fra il Comune di Viareggio e l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Reggio Calabria.

La Mostra, con ingresso libero, resterà aperta, escluso il lunedì, dalle ore 18 alle 23. Per informazioni: Ufficio Cultura Comune di Viareggio, tel. 0584 961076 – 966341. http://www.comune.viareggio.lu.it;
ufficiocultura@comune.viareggio.lu.it

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:18 | link | commenti | commenti

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martedì, 04 agosto 2009
“Cultura scritta e società” – Master – Università della Tuscia

Riporto il bando di un Master in “Cultura scritta e società” organizzato dall’Università della Tuscia il cui scopo è quello di fornire agli interessati gli strumenti per svolgere le professioni di bibliotecario, archivista, documentalista e collaboratore di case editrici.

Colgo anche l’occasione per augurare a tutte e a tutti un’estate ricca di felici ispirazioni, letterarie ed umane. I.M.

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“Cultura Scritta e Società”

Master

Facoltà di Lingue e

Letterature Straniere

Moderne

Università degli Studi della Tuscia

COMITATO ORDINATORE

Prof. Fabio Troncarelli

Prof. Leonardo Rapone

Prof. Saverio Ricci

Prof. Gino Roncaglia

Prof. Maria Paola Saci

Dott. Pamela Michelis

Dott. Francesca Lotti

SEGRETERIA:

Dipartimento Ciclamo,

Facoltà di Lingue e Letterature Moderne,

via S. Maria in Gradi 4, Viterbo 01100

Tel.0761/357607

e-mail: lucianagrazini@unitus.it

ORGANIZZAZIONE DIDATTICA:

Dott. Pamela Michelis

e-mail: michelispamela@hotmail.it

l Master di primo Livello in “Cultura scritta e società” sviluppa temi e problemi di “Storia della comunicazione”. La storia della comunicazione permette di ricostruire l’evoluzione delle tecniche e dei metodi di comunicazione e trasmissione della cultura dall’antichità ai nostri giorni.

Il Diploma, rilasciato dall’Università degli Studi della Tuscia e valido a tutti gli effetti di legge, costituisce specifico titolo di studio e requisito preferenziale per il superamento di concorsi pubblici correlati a questi argomenti. Il Master ha come obiettivo principale quello di fornire ai partecipanti gli strumenti necessari per la descrizione e catalogazione di manoscritti, documenti di archivio, libri, foto, stampe, documenti scritti e visivi e per la collaborazione occasionale o il lavoro continuativo con case editrici. Al termine del percorso formativo il partecipante ha acquisito competenze e conoscenze utili per svolgere le funzioni ordinarie di bibliotecario, archivista, documentalista, esperto in tecniche

di archiviazione fotografica nei musei e nelle istituzioni dotate di materiale scritto, visivo e sonoro, operando come libero professionista o come dipendente di un ente pubblico o privato. Nello stesso tempo il Master fornisce gli strumenti concettuali e tecnici per una collaborazione professionale con le case editrici. Il corso di Master si rivolge principalmente a titolari di Lauree di I Livello. Gli insegnamenti sono organizzati in moduli suddivisi per aree didattiche. Ogni insegnamento prevede lezioni teoriche ed esercitazioni pratiche. Saranno tenute lezioni di antropologia della scrittura,

paleografia, archivistica, storia del libro, storia dei mezzi di comunicazione di massa e delle tecniche di

comunicazione nella società contemporanea, con esercitazioni pratiche in biblioteca ed in archivio.

Saranno tenute anche lezioni ed esercitazioni sulle tecniche di pubblicazione online, gli E-books e l’Elearning. Oltre alle lezioni frontali, si svolgeranno lezioniesercitazioni su manoscritti, documenti d’archivio, libri rari e testimonianze storiche custoditi in istituzioni prestigiose, come ad esempio la Biblioteca Nazionale di Roma, l’Archivio di Stato di Roma, l’Istituto dell’Enciclopedia Treccani, la biblioteca Casanatenese di Roma, la Biblioteca dell’Antonianum di Roma, la Biblioteca degli Ardenti di Viterbo. Si terranno inoltre due cicli di seminari. Il primo ciclo di seminari prevede lezioni di responsabili di case editrici (Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Settecittà, Coniglio, Fazi, Castelevecchi, Onyx, Socrates) con esercitazioni pratiche di tecniche editoriali (come, ad esempio, l’ impaginazione, la revisione e correzione delle bozze, la compilazione di indici analitici, la preparazione della quarta di copertina). Il secondo ciclo di seminari prevede lezioni di scrittori professionisti, sceneggiatori, giornalisti e pubblicitari tra i quali figurano Rosalba Campra ( Gli anni dell’Arcangelo, Il

filo, 2007), Antonio Pascale ( Scienza e sentimento, Einaudi 2008), Renzo Paris, ( Cani sciolti, De Donato 1999; La croce tatuata, Fazi, 2005) Mario Quattrucci ( Marè in luogo di Mare, Robin 2009), Francesco Piccolo (scrittore e sceneggiatore: di Il Caimano, di Nanni Moretti; Caos Calmo di Antonello Grimaldi) Mauro Casiraghi (scrittore e sceneggiatore di Un Posto al Sole, La Squadra, RIS), Pasquale Chessa (Vicedirettore di Panorama); Gioacchino del Balzo (Marketing Consultino Pirelli). Anche questi seminari prevedono esercitazioni pratiche: in accordo all’identità dei docenti invitati ai seminari, si svolgeranno esercitazioni di scrittura creativa, di elaborazione di sceneggiature e di composizione di articoli di giornale. Il corso avrà la durata di 9 mesi, da novembre 2009 a Luglio 2010, secondo un calendario articolato che prevede lezioni nella Facoltà di Lingue e Letterature moderne a Viterbo; seminari ed esercitazioni in biblioteca, in archivio e in case editrici a Viterbo ed a Roma.

A complemento del corso è prevista una settimana di seminario nella sede del CSALP dell’Università della Tuscia di Pieve Tesino di Trento. Il seminario ha carattere internazionale e prevede la partecipazione di studiosi che provengono da Università italiane ed europee, come la Tuscia, La Sapienza, Pisa, Alcalà de Henares, Valencia. I partecipanti al corso saranno ospitati nella sede del CSALP.

La sede della Direzione del Master è presso la cattedra di Paleografia della Facoltà di Lingue e

Letterature moderne dell’Università della Tuscia. Il contributo di iscrizione richiesto è di € 1.500,

che possono essere versate in due rate all’atto dell’iscrizione e a metà dei corsi.

Le iscrizioni si effettuano tramite presentazione alla segreteria del Master di una domanda, con allegato

curriculum (è possibile iscriversi online collegandosi a: http://www.unitus.it). Il termine ultimo per iscriversi

è il 15 ottobre 2009. L’impegno didattico richiesto è di 600 ore complessive per un totale di 60

crediti. La frequenza è obbligatoria per almeno l’ 80% delle ore totali di lezione e per le esercitazioni.

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domenica, 19 luglio 2009
VERA D’ATRI – inediti

Uno dei titoli delle liriche che mi ha inviato Vera D’Atri, “Nella casa e nel vento”, mi sembra riassumere in modo diretto, immediato, la solidità del noto, del familiare, e, sul fronte opposto, la ricerca di un altrove, uno spazio diverso, nella geografia fisica e mentale, la pagina e il pensiero. “Chiudo gli occhi e vedo passare/ il tempo coi suoi bagagli ingobbiti/ Accumulo diari”, annota. E sono diari, a loro modo, sublimati e resi vivi, ritmati da calibrate metafore, anche i componimenti nitidi, puliti, con cui affronta e delinea le strategie di difesa nei confronti del nemico di sempre, il tempo, la tenacia ottusa di un’avversario che si muove e si trasforma in continuazione restando identico a se stesso, negandosi alla comprensione, alla possibilità di una connotazione precisa. Resta, allora, la casa; l’autrice lo sa bene, e coltiva con passione quei sentimenti che non sono banali né stucchevoli, se, come accade, dimostrano di essere consci anche del lato debole, quello in ombra, soggetto alle crepe: il dolore, il luogo dove “al bordo dell’allegria che si dilegua/ l’asfalto camminando si scompiglia”. C’è la casa, come detto, ma altrettanto vivo è il bisogno di fuga, reale e ideale: “Il pomeriggio è un acino nero/ schiacciato nell’autunno,/ incerto sul bordo d’un bicchiere./ Qualunque cosa pur di entrare nel vento”, scrive. Ed il suo viaggio, tra sorprese e delusioni, scoperta, perdita, e ancora ricerca, nonostante tutto, nonostante la pena e la fatica del cammino, prosegue, verso dopo verso, con una passo lieve ma non inconsistente, lasciando intravedere, magari di riflesso, nei chiaroscuri, nelle fessure sottili tra il detto e il non-detto, un anelito di bellezza; la consapevolezza che “poi solo un attimo è dato al fulmine,/ solo un attimo di chiarezza/ nel cielo che scoppia di presentimenti”. I.M.

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VERA D’ATRI

Inediti

Caracciolo

La vertigine del consecutivo,
la grande curva di Caracciolo,
l’istante schiaffeggiato dal vento
come un uccello che nidifica tra mare e tufo.

Cerniere di un tessuto fragile eppure insostituibile
si saldano lungo la linea frastagliata
dell’approssimazione,
mentre l’arco di un secondo si fa lenta migrazione
e tocca il rame inverdito dei tuoi occhi.
Perché io posso affrontare il dolore
ancora una volta, ma non il nulla.

La consistenza violacea
di un livido segna il tempo
come un orologio che si assottiglia
nel portare avanti le ore.
Lo preferisco alla provvista non usata,
alla distanza cautelare dal fermento
all’ottusa verginità dei mesti.

Al bordo dell’allegria che si dilegua
l’asfalto camminando si scompiglia.
Sul frizzare del mare scaglie di sole
ricoprono l’acqua di monili ondulati.
In me sono lampi d’albagia terrona,
immaginari immensi e volatili
come quel dire d’amore e di disfatta
che batte dentro e che non trova verso.

Aspro

Il pomeriggio è un acino nero
schiacciato nell’autunno,
incerto sul bordo d’un bicchiere.
Qualunque cosa pur di entrare nel vento.

Fili di lana si annodano
in piccoli traguardi gialli e rosa
mentre per tutto il mese
al silenzio sommiamo
la forza che sprigiona l’agonia.

E intanto l’ape fa ritorno
al glicine abbattuto.
L’esperienza, morbidamente,
e il cuore con durezza
scelgono una residenza
tra memoria e premonizione.

E se il desiderio è un abbraccio ancor vivo
e il sonno un sigillo troppo docile ai sensi
questi fogli mangiano parole
ancor prima che le abbia pensate.

Tuttavia l’innocenza del precursore
non si accanisce più
sulla crudeltà degli incontri.

Ora che il sogno è sfigurato,
bacche e fiori tardivi,
come veneri per il cuore inestirpabile,
spostano il respiro oltre la fine.

E l’arancio già punge d’aspro
nella raggiera informe delle ombre,
eppure come da un abito severo
nulla traspare.

La prossima mossa

Dove adesso l’ora è un piccolo uccello infreddolito,
gocciola initerrottamente il tuo richiamo.
Il ritmo della casa è un ondeggiare tranquillo,
il colore delle superfici, nel ronzio della luce,
avvolge in un tabernacolo la tua sagoma seduta.

Avere pace.
Di tutte le possibili omissioni
non sapere né di sangue né di emozioni;
scordare le lacrime che sono sempre nuove.

Nel sogno vermiglio,
nel tempo in cui è possibile avere fine,
mi sono chiesta perché,
qui da noi, dietro al vetro delle nicchie,
anime di purgatorio continuino a bruciare
entusiaste
nelle loro insopprimibili fiamme di gesso.

Non l’estate e nemmeno un testardo patire
riprodurranno mai più il papavero;
nella penombra di quanto scompare
paesaggi leggeri si decompongono
in infiniti sfuggenti disarmi.

Solo meraviglie postume ci toccheranno
se il patto di non confondere
la vita con le insulse agitazioni del quotidiano
dovesse venire a mancare.

Ma la prossima mossa è già accaduta.
Di nulla facciamo tesoro.
Piccole fatue messe in scena prendono voce
all’estremità dei pensieri
come gente di nessun conto disposta a mentire.

Fuori dal gioco

A quest’ora i fiori si assottigliano,
si chiudono,
inghiottono il loro stesso profumo,
evocano il fasto della solitudine
in piccole stanze segrete.

Perché solo i segreti annunciano la perfezione
come il tacere aggraziato di una governante
che aspiri a far bella figura.

L’immunità è assicurata.
Anche se piò fermarsi il cuore
ora che la luna è senza guance
ed io senza baci.

Ma in nessun tempo vissi da mercante.
Io questo solo voglio che di me si sappia.
Di null’altro voglio rendere conto.
Null’altro serve a chi è fuori dal gioco.

La pioggia mi disperde

La pioggia mi disperde.
Nessuna punta di fuoco nei pensieri.
Solo la consuzione del perché,
il ramoscello d’olivo,
l’abbandono alle tue gesta.

L’impossibilità di arginare la forza misteriosa
della costanza
sta creando l’isola del mio dolore.
Tutti gli incantesimi del sangue,
tutti i desideri che hanno luce
dileguano nel limbo delle ripetizioni crudeli.

Poi solo un attimo è dato al fulmine,
solo un attimo di chiarezza
nel cielo che scoppia di presentimenti:
una manciata d’anni o forse qualcuno in più
per mantenere vivo il nemico
e rimediare alle ingenuità con il sarcasmo.

Nella casa e nel vento

Nella casa e nel vento
vivo come se non m’importasse
di conoscere il perché della tua riservatezza.
Chiudo gli occhi e vedo passare
il tempo coi suoi bagagli ingobbiti.

Accumulo diari.
Vivo come se avessi un viaggio
da compiere che mi obbliga a soste veloci.
Sul cotone del letto
non ho cifre da ricamare.

Attraverso rinvii
da qualche parte sto andando.
Ti sento parlare e la tua bocca
è la mia malinconia.
Eccoti, dopo pochi secondi,
rimpicciolire dietro ad un fiammifero.

Mattutino

Martedì arriva in fretta,
a testa bassa tra gli asciugamani.

Corre dove scorge appigli.
Cataloghi. Corre da cose come cassetti e ante.
Grappoli di foto e ossessioni.

Corre alla rosa sul precipizio dello stelo,
che più scura si è fatta e più dignitosa.

Corre a dar briciole agli uccelli,
uno sgomento,
perché non di sola innocenza
è fatto il gesto del donare.

Corre come corrono quelle
nuvole da occidente,
idiomi capovolti, schegge d’inverno
cogli uomini scudieri e la viltà respinta.

Corre.
Ma dove? Come?
Da un lato all’altro del duello
lei si rimpiange.

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venerdì, 10 luglio 2009
NEL FUOCO DELLA SCRITTURA – testi di Biagio Cepollaro

“Così ci sono segni che sfuggono/ al codice e al comando”: questi versi, tratti da Nel fuoco della scrittura, edito da La Camera Verde nel 2008, mi sembrano contenere una possibile chiave, o almeno additare una direzione da percorrere per esplorare il mondo artistico, articolato e multiforme, di Biagio Cepollaro. Si può sfuggire al codice e al comando in vario modi: il più evidente è quello di fingersi ciechi e sordi. Non è questa la strada di Cepollaro, che, semmai, ha scelto il cammino opposto, quella dell’amplificazione dell’ascolto, della voce e del segno, anche tramite una commistione tra diversi linguaggi artistici, in particolare tra l’immagine e la parola. Nei versi qui proposti, tratti dai libri Fabrica e, come detto, da Nel fuoco della scrittura, il linguaggio è essenziale e tuttavia nitido, come una foto scattata con mano ferma e con la mente coinvolta al punto giusto, densa di emozione ma anche attenta a far sì che la luce non sia eccessiva o scarsa, e che i dettagli facciano pensare a sfondi e panorami di più ampio rilievo, in grado di abbracciare paesaggi aspri, essenziali. C’è la quotidianità e il ragionamento, la cronaca e la filosofia. C’è la volontà indicare i mali del mondo e del tempo pur sapendo che niente condurrà alla cura, se non l’interruzione del contatto, lo schermo vuoto e spento. Ciò che resta, forse, è la consapevolezza della distanza, la volontà di porsi altrove, rispetto, ad esempio, al “telemondo” dominante e trionfante; ciò che resta forse è la ricerca di una sostanza dolorosa ma sincera, una follia amletica, non meno eversiva ma priva di posture artefatte. Resta la consapevolezza, tenace, nonostante tutto, che:
“è moto di fatto la rivolta anche se incerta/ resta e locale anche se cieca o umorale/ è moto a dire la tua passione che fa del moto/ nuovo stile e al chiaro punta tra lo sgomento/ realistico è così quel moto a dire che s’apparta/ dall’unico racconto e dal telemondo che il mondo/ sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito”. I.M.

BIAGIO CEPOLLARO

Da Fabrica (1993-1997), Zona editrice, 2002.

Per moti di dire

un moto a dire

un moto a dire è sempre l’inizio del verso

ma ora che ovunque è perso il mondo a dire

scrive lo scriba per moti di fatto moti cioè

dal gran mondo di dire sparsi e ridotti a nulla

o fatti

è moto di fatto la rivolta anche se incerta

resta e locale anche se cieca o umorale

è moto a dire la tua passione che fa del moto

nuovo stile e al chiaro punta tra lo sgomento

realistico è così quel moto a dire che s’apparta

dall’unico racconto e dal telemondo che il mondo

sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito

per moti di dire

per moti di dire per mondi sfatati sfrontatamente fri

abili ai cinque sensi perduti ai programmi ai compromessi

per moti avvelenanti e nubi tossiche aleggianti fetide

sull’europa immoti cubi di debiti sugli alti tassi e modi

per ammortizzare i costi con triplicati orari con turni

festivi e con straordinarie cancrene in organici e venti

con abbassamenti di coste e allagamenti con friabile dighe

nei diritti negli elementi con trasformazioni di vene in vane

vele di rendite finanziarie vele incolumi elusive procellarie

mentre da casa in isolatissimi isolati si fanno ordini elenchi

commissioni ed inventari e così accordari spostari di capitali

si fanno così anche telematici solitari e tristi amari immoti

chiudiamo il contatto

chiudiamo il contatto che appesi restino e muti

che pendolino stesi finalmente e muti

franiamo una volta per tutte il contratto

dicendo un conto è la forma del patto

altro è sostanza

l’abbondanza oggi affama perciò facendola

chiara chi ci guadagna non lavora chi bilica

svidea e sgrama

Da Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma, 2008

(…)

così ci sono segni che sfuggono

al codice e al comando

segni la cui sola funzione

è di additare il limite

di un linguaggio usato

come si crede di usare

il mondo

i limiti del linguaggio

sono i limiti del mio

mondo: eppure l’unico

filosofo vero del secolo

passato pensava al di là

di quei limiti senza il coraggio

di dirli: lo stesso era capitato

a Federico il secolo prima

e a Baruch ancora più

indietro:

la ragione è più larga

e lo diceva Amleto dovendo per forza

passare per folle eppure impeccabile

la sua logica andava a braccetto

con gli spettri ma non tutti

possono dire di questo

perché non tutti hanno vissuto

a testimonianza di questo

e le parole contano solo

se non sono solo parole

l’itaglia è un paese retorico

e la sua poesia per lo più lo è

Nota.

Fabrica, con Luna persciente (Mancosu ed., 1993) e Scribeide (P.Manni Ed.,1993) costituiscono la trilogia De requie et natura. Oggi questi libri quasi introvabili sono liberamente scaricabili dal sito http://www.cepollaro.it. Nel fuoco della scrittura ha dato il titolo alla mostra essendo parte integrante del lavoro visuale. Un videocatalogo della mostra è reperibile su http://www.youtube.com/watch?v=z8GWUo2Bvns

e, in generale, per il lavoro visivo sul blog http://cepollaroarte.wordpress.com

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sabato, 27 giugno 2009
FARSI ALTRO – silloge di Alessandra Paganardi

Poeta recentemente vincitrice del Premio “Astrolabio”, presieduto da Valeria Serofilli e della cui giuria faccio parte anch’io, avendo l’opportunità di leggere alcuni autori validi e originali, Alessandra Paganardi, di cui sono lieto di presentare qui alcuni testi, autrice coerente nella ricerca di un linguaggio personale, in grado di rifuggire sia dalla retorica sia da asfittici minimalismi, mi ha inviato per Dedalus una sua silloge inedita, che lei stessa ha definito, trovandomi d’accordo, “fresca”. E’ fresca non solo perché è stata composta da poco, ma anche per il senso di genuinità e autenticità che riesce a comunicare. Il titolo della silloge, in fieri, è “Farsi altro”, e lo spunto iniziale, la goccia che mette in moto il flusso delle parole, è la riflessione sulla bellissima, sconvolgente cava tuttora in esercizio sul monte Pisanino, dalle parti di Marina di Massa, visitata nelle vacanze pasquali dalla Paganardi con la sua famiglia. La cava, come specifica la stessa autrice in una lettera allegata ai testi, “è una presenza costante nel [suo] immaginario; ma, partendo da questo luogo fisico che inevitabilmente entra nella geografia del pensiero e del sentire, la composizione dei testi deraglia verso varie forme del divenire, quasi fossero tutte figure della permanenza nello sparire: dalla trasformazione di una banale conchiglia in perla, ai passaggi di stato dall’alba alla notte, all’incompiuto per eccellenza della Pietà di Michelangelo, che è quasi una volontà di fermare il divenire nel tempo”. Riportata questa bella e nitida descrizione della Paganardi sulla genesi della scrittura di questi testi, a me non resta che invitare alla lettura di questi versi di cui personalmente apprezzo, lo confermo, la cadenza ed il tono, capace di conciliare la solennità profonda di alcuni momenti di umana rivelazione con la lievità di chi è ben conscio della fatale inconsistenza dell’essere (qualcuno avrebbe detto “leggerezza): la coscienza, ben descritta in questi versi, che “Ci siamo messi in fila anche noi/ rocce cave per il tempo che attende/ di tagliare i ricordi, di spostarli/ via dalla mente in blocco, uno su uno”. Ma proprio questa consapevolezza, paradossalmente forse, ma neppure troppo, porta anche a cercare con gli occhi e con il cuore attimi di senso e di lucida meraviglia, quella vitale madreperla “nutrita dal niente di un grumo/ [che] l’ha trasformata in una goccia rotonda/ di bellezza, una minuscola luna”. I.M.

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ALESSANDRA PAGANARDI

FARSI ALTRO

silloge inedita

LA CAVA

E’ duro il salto, come questo marmo.

Bisogna flettere il calcagno freddo

alla salita, rendere le suole

alla polvere che si fa più scura

nel passo. Appiattire il respiro

alla pietra. Poi l’ultima stanza –

quell’orecchio di Dioniso svuotato

nel venerdì di Pasqua, dadi immensi

allineati come case a schiera.

Non sarà mai acqua

il fiume – è un rumore la voce

impigliata tra fango e sassi.

Ci siamo messi in fila anche noi –

rocce cave per il tempo che attende

di tagliare i ricordi, di spostarli

via dalla mente in blocco, uno su uno.

E tutto ricomincia a farsi altro.

***

PARATESTO

Scrivo, ma non mi sento fra le mani

l’inafferrabile. Scrivo che neppure

un sasso è saldo ed è sicuro nella

sua forma, che soltanto

la traccia è vera ma non è invisibile –

è lì nascosta. Un solco

che si gonfia di terra sempre nuova

una crepa che chiama sotto i piedi –

come grattare il muro per trovare

un ritratto, e ancor più sotto un camposanto

antico. Scrivo che anche il tempo

diventa mite se lo lasci sfogare

la sua voglia di uccidere ogni cosa –

triste come un tiranno senza sudditi.

***

RIVIERA

E ritornare là dove ogni cosa

infine si fa notte:

la voce di un concerto non finito

come neppure il vento più sa fare.

Qualcosa sembra arrendersi da sempre,

qualcosa ha rinunciato ad aspettare

come la spiaggia a novembre –

l’orologio che batte sul profumo

del primo pane, solo per sentire

che non è stata inutile la sera.

***

GENEALOGIA

Sembra una foto d’epoca ingiallita

la madreperla che accoglie la luce

nelle sue valve scure senza storia.

L’ha nutrita dal niente di un grumo

l’ha trasformata in una goccia rotonda

di bellezza, una minuscola luna.

***

PIETA’ RONDANINI

E’ lotta oppure amore

questo tuffarsi in due senza misura

nel verso della notte

l’affondo sghembo di un corpo che crolla

in un abbraccio inutile di madre

Il compasso sul foglio ha perso l’ago

prosegue la sua corsa all’infinito

nella retta di un gesto –

e non si sa chi muore.

***

ULTRASUONO

Poi tornerà anche il gufo

questo bambino imbronciato che vola

col suo fischietto né acuto né grave –

un ultrasuono di polvere.

Passerà solo come un’isola

stregata, canterà l’ora di tutti

più forte di un poeta.

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