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domenica, 27 febbraio 2011
Due inviti: al Booklet e al Trotter di Milano
DUE INVITI

al Booklet Milano

via Mario Pichi, 3- 20143 Milano

MM2 Porta Genova F.S.- Bus 90-91 ; tram n. 3

Poesia, Forma di Vita

a cura della Redazione della rivista di poesia arte e filosofia La Mosca di Milano

martedì 1 marzo 2011 – ore 18.00

a cura di Sebastiano Aglieco e Alessandra Paganardi

presentazione di 2 poeti

della collana Sguardi, La Vita Felice, MILANO

Maurizio Gramegna, Silenzi a memoria

Pancrazio Luisi, Luoghi del silenzio

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All’ Associazione Culturale

Casa della Poesia Trotter

Al Trotter: entrate da Via Giacosa o da via Padova

MM1 Pasteur- MM1 Turro

Venerdì 4 marzo, ore 18,00

Gabriela Fantato

legge i testi e presenta della poetessa milanese

Daria Menicanti

(Piacenza 1914-Mozzate, Como 1995)

Con riferimento all’antologia di saggi critici collettivi

Con la tua voce- incontro con 10 grandi poetesse del Novecento

a cura di Gabriela Fantato (La Vita Felice edizione, 2010 )

“Di solito succede a questo modo:

dopo un lungo silenzio le parole

anche le più comuni le più

consumate dall’uso e dalla pace

vita riprendono, colore.

Escono ardendo e si aggruppano in corone

di isole in arcipelaghi

o, se hai fortuna, in continenti. (…)”

(Daria Menicanti, Ultimo quarto, 1990 )

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:30 | link |

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venerdì, 25 febbraio 2011
IL MONDO È VEDOVO , Paola Turroni
Dare un senso allo sguardo, il contatto più impalpabile ma allo stesso tempo più denso, intenso, invasivo e invadente. La frequenza con cui Paola Turroni in questo suo volume poetico, Il mondo è vedovo, pronuncia, richiama, sottende o esplicita l’atto del guardare non appare casuale, ma piuttosto programmatica, nel senso di una deliberata messa in pratica, dolorosa e tenace, di una necessità penosamente vitale: osservare il mondo, e con lui noi stessi, per capire ciò che c’è e ciò che manca, la certezza del dolore nella ricerca di qualcosa d’altro, un altrove mai trovato e mai abbandonato. Il libro di Paola Turroni, recentemente edito da Carta/Bianca, ha un peso specifico notevole, quasi a contrastare, con la sostanza della parola e del pensiero, l’agile consistenza dell’oggetto libro, nel caso specifico lieve, maneggevole, sottile. Nella nota critica introduttiva Alberto Bertoni accenna opportunamente alla “visionarietà di una migrazione ininterrotta”. Il tema del migrare, attuale ed eterno, ha più livelli di intrepretazione e significato. Nel libro di Paola Turroni si rivela come un’attività di vivida mappatura dell’interiorità, percorsa però non con un ragionamento sterile e anodino, ma, piuttosto, come esplorazione dei dati di fatto della vita, per quanto alieni, crudi. Ma durante il viaggio l’autrice accoglie in sé il dolore e la bellezza, ed ha la volontà di dare misura e significato a tutto ciò che arricchisce ogni passo, ogni verso: “I colori della mia gonna/ conservo nel colore la mia terra/ Un viaggio siamo diventati/ con i divieti addosso, tenuti stretti/ come un riconoscimento”. Il coraggio di riconoscersi nell’altro è arte complessa, sia nella vita che sulla pagina scritta. Paola Turroni lo fa con spontaneità sincera. Ed ogni pagina di questo libro ci mette di fronte ad una schiettezza che chiama in causa, per analogia e contrasto. Le immagine sono nitide, ed ogni dettaglio, ogni fotogramma, rappresenta sensazioni realmente percepite e vissute prima ancora che costrutti sintattici, metafore e allegorie. Il mondo è vedovo è una sfida, richiede al lettore lo stesso sguardo con cui scruta, si scruta e ci scruta. Per capire quanto siamo colpevoli di fronte alla “vedovanza del mondo”. Per comprendere se siamo in grado di essere sinceri, per poter dialogare davvero, per parlare di noi agli altri e a noi stessi: “Non ti piace essere guardato negli occhi/ ma cerco i tuoi occhi – in questo resto di città./ La faccia stretta dalle cinghie dell’elmetto/ per trattenere la paura – non serve/ che a evitare un mattone, in bilico sulle macerie/ o a trattenere la paura”. I.M.

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testi tratti da

IL MONDO È VEDOVO
di Paola Turroni

Carta/Bianca edizioni, 2010

primo coro

Non so del vostro passo cosa fate, io cerco solamente di guardare.
Arrivano i soldati a cancellare – il nome.
Io esisto in voce di quelle persone, di questo cammino.
Non è nemmeno esilio in questa terra ipotecata
non c’è brace sufficiente a fare luce,
quanto fuoco hanno dato in cambio di un fratello
è così che mi sono arresa – la retorica d’amore
non basta per fare una promessa.
Loro che camminano, loro sono come un pianto
ostinati, che camminano
siamo reduci della polvere.
Così come coltivano i campi i contadini,
mungono le vacche i pastori, seppelliscono i morti le madri.
Ci sono gesti piccoli – la nostra preghiera audace
che insiste alla terra dei sicari.
Senza pietà, senza perdono
è un cammino che serve a guardare.
C’è un lavatoio da questa parte dove le donne parlano
di come si fa la pace e come si fa la guerra, parlano
mentre lavano i pantaloni dei loro soldati
dei loro sicari.
Si assediano i fianchi, la pancia necessaria
una doglia di bellezza – la guerra si perde
per assecondare la terra.

* * *

loro che camminano

Camminano e arrivano alla fonte, tra le bestie del pastore
hanno sete.
Lui guarda senza domandare – non vuole sapere
le bestie hanno sete.
Si danno il cambio. Poca acqua, senza spingere
solo un sorso, il caldo ha asciugato la rabbia.
Un sorso a riparare i ricordi
perché non l’indurisca la sete
l’assenza o lo scambio continuo
dei morti.
Lui tiene il bastone in punta, appoggia le spalle
lo tiene in punta per muovere i sassi
e ritrovare la strada.

* * *

sud-est
levante dal latino nascere, alzarsi

Qualcuno di voi sa cosa vuol dire
abitare un tappeto?
Il mio tappeto mi assomiglia – vedete?
I colori della mia gonna
conservo nel colore la mia terra.
Un viaggio siamo diventati
con i divieti addosso, tenuti stretti
come un riconoscimento.
Un castigo di confini è diventata
la mia terra.
Nelle stazioni e negli alberghi abbandonati
dividiamo i pavimenti coi tappeti
un tappeto è il nostro riconoscimento.
Dorme un poco del mio sonno il mio bambino
rincalzo le coperte nella cassetta della frutta
la sua culla, il mio armadio.
È qui che tengo il pane, le monete per la nave
e la collana di mia madre – perché un giorno
io abbia una finestra, dietro la quale indossarla
a una figlia.

* * *

Non ti piace essere guardato negli occhi
ma cerco i tuoi occhi – in questo resto di città.
La faccia stretta dalle cinghie dell’elmetto
per trattenere la paura – non serve
che a evitare un mattone, in bilico sulle macerie
o a trattenere la paura.
Una cinghia stringe il giubbotto sul petto
trattieni il cuore sotto
hai una madre oppure, così magro
e solo – sei già padre?
E tu donna hai sentito quel rombo? Tuo figlio
non può tenerti il braccio, tiene
la manica della casacca vuota.
Le smorfie di dolore di tuo figlio
ti assomigliano – è da questo
che si riconoscono i bambini.
La strada di fango scende dalle montagne
e arriva in casa, confondi il pavimento
col selciato e quando chiudi le finestre
c’è sempre qualche buco da cui entra il freddo
ma chiudi le finestre lo stesso.
Ci sono gesti che bisogna continuare a fare
chiudere finestre, tostare il pane, legarsi
il fazzoletto sulla nuca
non c’è altro modo che i gesti
per fare i vivi.

* * *

Sotto questo cielo solo il cuoio
lo scoccare del cuoio sulla schiena
solo questo si sente, uomini e donne
quaggiù non si ama.
Un cielo limpido e livido – non siete venuti
per divertirvi, dice la voce che insegna
e invita a sedersi, a silenziare
a inchinarsi, a smettere la legge
e frustare.
Un silenzio polveroso – sotto questo cielo
polvere tra i denti, ingoiare polvere
e se qualcuno ha sete, se qualcuno ha fame
giovani ignoranti vendono acqua e pane.
Questo si fa nell’arena, cento frustate a testa
un uomo e una donna si sono amati – ma non erano sposati.
Ci sono tre giudici in fila – una mano forte, un forte offeso
solo il rumore del cuoio sulla pelle nuda
diamoci il cambio signori – affinché ognuno
sia giudice abbastanza.
Le grida che spezzano il cuoio – sotto questo cielo
e la ragazza sotto la coperta perde sangue di nascosto
un animale macellato – affinché non resti traccia
piegati in due sull’erba
puniti corpi.

* * *

Ora che posso ascolto, stare qui
seduta a imparare – lascio scoperta la faccia
voglio ascoltare con tutta la faccia,
imparerò a curare le piaghe – e non avrò bisogno.
Ho messo il rossetto
fatto la riga sugli occhi, anche
quand’ero nascosta – ma non l’ho detto.
Con mia sorella vado al bordello, ho una gamba corta
mangiata da una mina, ma ci son soldati
che a vedermi zoppicare – dicono ch’è bello.
Le bambine portano
i cesti del bucato, ricevono in cambio
un vestito pulito – poi andiamo
insieme al mercato, chiediamo in dono
la verdura.
I miei fratelli raccolgono spazzatura nelle discariche
quando l’alba fa vedere, plastica o ferro,
quello che si può riciclare. Al campo mangiamo
patate e cipolle, il rumore dei mestoli
nell’acqua che bolle, è un rumore che aiuta
a saziarsi.
I bambini che sanno nascondersi
la notte al cimitero – a scavare
cercano le ossa, diventano
tritate – concime
e poi si vendono.

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:16 | link |

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domenica, 20 febbraio 2011
EL DJABLO di Roberto Morpurgo – recensione di Mauro Ferrari
La nota di Mauro Ferrari a EL DJABLO, libro di racconti di Roberto Morpurgo edito da puntoacapo, è nitida e appassionata, e propone scenari e considerazioni di più ampio respiro. Partendo dal libro di Morpurgo, volume fuori schema, del tutto originale ed autenticamente innovativo, Ferrari parla anche della letteratura contemporanea, con schietta lucidità. Propongo qui di seguito la recensione di Ferrari. I. M.

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Roberto Morpurgo, El Djablo, puntoacapo Editrice, pp. 192, € 15,00

Qualche riflessione

Se c’è un modo per fare torto a un libro di narrativa, è quello di soffermarsi sulla trama; se questo vale per il romanzo, a maggior ragione sarebbe sciocco e inutile per un libro di racconti; volendo dare una lettura semplificatoria, ma anche falsata, della raccolta di Roberto Morpurgo, potremmo dire che si tratta di racconti di ambientazione spagnoleggiante o sudamericana, come si evince dai numerosi inserti in spagnolo. L’interesse del narratore – che in realtà è, nell’accezione più ampia del termine, un poligrafo – va però ben oltre la delineazione di una trama, il tratteggio di un ambiente e di un personaggio. Incrociando questa prosa immaginifica, magmatica e labirintica, queste storie improbabili quanto la realtà stessa e gli interrogativi impliciti che presenta, è evidente che Roberto Morpurgo, in rotta dalle narrazioni lineari della tradizione, ha rifiutato anche la battuta strada della Letteratura-senza-autore (senza tema e senza responsabilità); quella che parrebbe scriversi da sola salvo, poi, a non dire nulla se non autisticamente se stessa, in un intrattenimento infinito e alienato.

Già l’Avvertenza ci fa accorti di due elementi essenziali: “malgrado ogni apparenza, questo è un libro nato dalla disperazione” dice Morpurgo. Ora, non è il caso di cadere nella fallacia autobiografica cercando di rintracciare la disperazione dell’autore: è, quanto meno, un elemento non pertinente. Piuttosto, rimandiamo alla frase di Kafka, secondo cui c’è un mondo di speranza, ma non per noi – noi umani, naturalmente. Il secondo tassello arriva poco sotto: “Le persone di cui si narra in questo libro non appartengono all’ordine dell’esistenza”, e l’autore cita l’esilio, un “limbo di penombre e parole dal lembo screpolato”. La disperazione parrebbe quindi giacere nella condizione ontologica dei personaggi, come immagine di (noi) uomini, “ipocriti lettori”, sospesi fra pulsione ad esistere e impossibilità a definirsi, cioè a dirsi unici e univoci. Il libro, puntualmente, propone una ridda di doppi, di specchi, scambi, rifrazioni, labirinti anche logici (l’Originale e l’Imitazione) che non permettono molto spesso di disambiguare il senso di una scena, una storia, un personaggio – elementi che non rimandano mai ad altro che se stessi, all’infinito. Si veda il metodo faulkneriano di costruzione di El Companero.
Attenzione quindi a quell’infrazione gratuita del segno, quel Diablo che diventa Djablo innescando fin dal titolo il graffio dell’Identità come gratuità. O scelta, o libero arbitrio. O Differenza che non è, per nulla, la Différance à la Derrida, la quale differisce/rimanda all’infinito un significato finale che non esiste, né un ennesimo svolazzo sul tema barthesiano della morte dell’autore, bensì l’esaltazione ambigua e problematica, e gioiosa perché tragica, della vitalità della Parola come Dono, cioè performatore dell’alleanza (Caillou) fra Uomo e significato. E quindi dell’Autore, che esiste e cerca con noi, e per noi, tracce e segniportatori di un errore – genetico – di trascrizione che autorizza l’unicità del singolo, di quell’Individuo che deriva etomologicamente dal termine latino individuus, composto da in- “negativo” e dividuus “da dividere”!
La Letteratura come gioco dei significati non è proprio l’idea di Morpurgo; piuttosto lo è la Letteratura come ricerca, esaltazione dei significati. Come vita insomma, se proprio vogliamo scomodare il concetto più pregnante di tutti.

El Djablo è davvero un libro disperato, un libro tragico che parla di uomini minacciati dalla follia dell’Indifferenziato e dell’Ambiguo, della regressione a un mondo in cui ogni cosa equivaleva al suo contrario e solo la forza del simbolo – sim ballo – poteva ergersi contro la distruzione. Morpurgo sa bene che il demoniaco – EL DJABLO – cioè l’elemento che separa – dia ballo – è anche quello che scinde e permette la diversità e l’unicità. La quale è tanto espressiva, della propria scrittura personale, quanto biologica, poiché il Logos si scinde e diventa un ordine logico separato dalle cose. Le parole si distaccano dalle cose. La nostra logica, ma anche la nostra condanna, è nell’ordine dell’entropia che domina il mondo del Big Bang in cui la Freccia del Tempo non è reversibile.
Se l’Uomo è ricerca di un senso unico, allora la Letteratura è la traccia della sua ricerca; e le sirene, i mostri e i venti saranno altrettante occasioni di perdita e perdizione. Da un lato la tentazione dell’assoluto indifferenziato, ma dall’altro, comunque, dell’Uno altrettanto folle e disperato per la follia del molteplice. Le voci che parlano, del resto, sono spesso contornate da un alone di opacità, indeterminatezza. “Noi non riusciamo a decidere”, p. 78: parrebbe scritto da uno dei tre grandi del Novecento: Godel, Heisenberg, Scroedinger.

Ecco forse perché i personaggi di Morpurgo sono alla ricerca: la curiosità “demoniaca” è la molla interiore che spinge a viaggiare, a ricercare – quanti viaggiatori in questo libro!; è il demone del caso che gestisce (non sempre per male) le cose umane. E allora questa è la radice della scrittura di Morpurgo, persino del mistilinguismo che contamina e arricchisce ogni pagina di questo libro, che diventa un arabesco di senso come il segno grafico che apre il libro; ma, anche, la scrittura di Morpurgo inscena una conversazione amabile, in cui l’Autore – spesso presente e ammiccante al Lettore (perfino in qualità di… specchio, si veda El Borracho) ha la facoltà di aprire digressioni e persino perdersi in arabeschi alla Sterne, tornando sempre al punto di partenza. Soprattutto, è un narratore che aizza le possibilità di fraintendimento, mi pare, con continui rilanci, interrogativi, dubbi. Ed è un narratore che appare come tradizionale, o così si presenta, dandosi arie di onniscenza, cambiando spesso punto di vista e focalizzazione – insomma spiazzando il lettore, o meglio quello che sembra l’ascoltatore di una placida conversazione inglese. L’aggettivo non è casuale, visto il debito esplicito con alcuni dei modi dominanti della più classica narrazione anglosassone.

Si pensa allora a come “catalogare”, definire questa prosa. Iper-tradizionale? Certo siamo davanti alla proposta di una possente restaurazione dell’autore come unico sovrano e responsabile di una scrittura che non assembla materiali creati della lingua, ma che più borgesianamente segue una traccia sperduta nell’infinità, una traccia che qualcuno ha scritto; che poi quel Qualcuno diventi Nessuno non è dovuto ad altro che alla stessa ricchezza: se il denominatore, il divisore, è l’infinito – cioè il tutto, o meglio noi tutti, allora ciascuno è una sua parte – dice Donne – ma anche un nulla, come ci insegna ogni buona democrazia il cui il potere del singolo è annegato dalla legge dei grandi numeri. In un certo senso, Morpurgo rende tangibile come il nostro essere sia proprio lì, nella minuta follia di un gene che ci rende, grazie al suo errore di replicazione, unici. Perché, appunto, imperfetti.
O, al contrario, questa scrittura è l’unica vera scrittura davvero moderna? Alla fin fine, la scrittura nasce già sperimentale, e possiamo ben dire che nessun romanziere ha davvero inventato nulla di nuovo dopo Sterne… E allora, ricollocandola non come una operazione nostalgica ma, più correttamente, come forte innovazione, proposta di stile ma anche proposta ermeneutica, potremo vedere come Ninguno sia l’Uno nella Folla, come il toro Manso sia Ulisse, o forse Everyman disperso nei non luoghi. E via ragionando…

Morpurgo in El Djablo ci narra favole; e sono proprio favole di identità, narrazioni sospese fra sogno e realtà, del tutto a-realistiche anche se mai irrealistiche nella loro ambientazione spagnoleggiante, con tracce di eventi, personaggi e cose concrete; ci narra, a braccetto di Borges, Melville e altri grandi (Hawthorne, Kafka, Conrad).
Favole… Il vertice del libro, soggettivamente, è El Ninguno; una perla davvero alto-modernista nella sua ricchezza di sensi: come narrare la trama (se esiste una trama) di questo racconto? Potremmo dire che è la storia di una manque irrimediabile (Gutierrez non avrà mai il paio di cesoie perfette che chiede) che tuttavia produce nel suo destinatario impossibile – il signor Ninguno/Nessuno, nientemeno) la pulsione a scrivere, a dare una risposta, a trovare… non le parole, ma i segni. A intraprendere una attività scrittoria. L’analfabeta traccia infatti tre disegni; il destinatario li fraintende e ci si arrovella, perché la gioia dello scrivente – non è necessariamente uno scrittore – non ha prodotto un senso univoco.
Favole: prendiamo El Companero, ritratto di un altro Nessuno, personaggio inafferrabile che tutti conoscono ma nessuno incontra – o viceversa: Omero. Prendiamo El Minimo, personaggio che affascina come una tragedia sconosciuta e comunque incomprensibile il giornalista che cerca di avvicinarlo. Borges, ma anche il Meliville del Bartleby citato in esergo. Prendiamo ancora il toro Manso, in Mansedumbre, che oltrepassa con nonchalance i propri limiti, più come lo stolido Wakefield di Hawthorne, che come un Ulisse va verso l’ignoto. Anzi, verso “il riflesso di ciò che abbandonava”! Ed ecco una nuova alleanza che viene saldata, fra le due famiglie di Manso. Prendiamo El mono, forse il pezzo più “narrativo” della raccolta, in cui si aprono squarci profondissimi sul significato del sacrificio e del dolore. O riflettiamo su Azar, ritratto di dodici – o tredici? – esuli (improbabili cubani in Canada!) prigionieri dell’amore per le scommesse, che poi sono un esorcismo sul reale.
Da qualunque parte si prenda, il libro di Roberto Morpurgo è inafferrabile, indecidibile. Classico, tutto immerso nella gioia del narrare, ma consapevole dell’impossibilità di approdare in alcun luogo. E sarà allora qui la sua modernità, la sua capacità di resistere e parlarci – sempre.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:20 | link |

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mercoledì, 16 febbraio 2011
I FUORIUSCITI di Michele Lupo

È un libro forte, I fuoriusciti, schietto, capace di abbinare l’impatto con il reale alla riflessione, seppure dentro le cose, nella corsa del tempo, con lo stesso passo e lo stesso sangue. Il sottotitolo, “Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette”, è, allo stesso tempo, consono e (volutamente) spiazzante. Perché le fughe ci sono, ma sono parziali, imperfette, i ritorni auspicati, certo, ma beffardamente ciclici e claustrofobici, percorsi di umanissimi criceti in gabbie autoprodotte e autonomamente serrate buttando via la chiave. Ma le vendette, in questo contesto, non possono essere “trascurabili”, se non nell’accezione ironica, abilmente sarcastica, proposta da Michele Lupo. Le vendette non sono trascurabili, sono definitive, vitali, oppure mortali, che poi, nel contesto specifico del libro, non sono concetti e realtà troppo dissimili. Le vendette pongono fine a storie impossibili, eppure vere, verosimili, giocate sul confine incerto tra simbolo e corporeità, metafora e materia. Sei racconti di varia lunghezza, quelli de I fuorisciti, libro edito da Stilo Editrice nel 2010 ma contenente racconti che l’autore aveva già pubblicato nel corso degli anni in riviste ed in altri volumi. Un percorso lungo e coerente, giocato sempre a viso aperto, in uno scontro con la vita armi alla mano, in cui lo scrittore non possiede né un fucile né una pistola, ma non è uomo morto in partenza: non lo è se può fuggire, scappare fuori, restando però sempre all’interno, dentro l’assurdo e la follia, la fame e la sete di vino e di corpi, la foga di cercare ancora, sperando di non trovare mai una chiave unica, univoca, per poter cercare ancora, in quel tragitto disincantato ma anche intensamente e fascinosamente lacerante, mai sconfitto, in fondo, che è la vita, la scrittura. Se lo sguardo è sincero, come nel caso di questo libro, e l’ironia è possente, capace di dare il coraggio di guardare dentro le cose, vedendo anche noi stessi, per un istante, senza compiacimento, e senza rabbrividire. Trovando la giusta dimensione allo specchio troppo nitido, arrivando perfino ad un sorriso, amaro, crudele a tratti, ma autentico, genuino.
Non potendo partecipare al Concorso “La vita in prosa” con testi editi, Michele Lupo ha inviato il racconto “Le lenzuola dell’architetto”, coerente con i temi e lo stile de I fuoriusciti. Il racconto è stato prescelto nella fase preliminare del Concorso, e, seppure decisamente lungo, lo propongo qui di seguito ai lettori nella versione integrale.
I.M.
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Michele Lupo

Le lenzuola dell’architetto

Aveva studiato a lungo l’opera di Gaudì.
Studiato, si fa per dire. Era stata una buona scusa per trascorrere lunghi periodi a Barcellona durante gli anni dell’università. Qualche rudimento tecnico di architettura lo apprese in seguito, grazie a una famiglia che da quattro generazioni distribuiva personale che costruiva le tane con cui gli uomini si difendono dalla natura e dai propri simili. Tutti da parte di padre, ingegneri e architetti, nonché geometri che si improvvisavano ora l’uno ora l’altro, secondo le convenienze e le necessità.
In quella serie non si era manifestato nessun genio, Luca lo sapeva, ma molto mestiere e nessuna caduta di gusto eclatante. Perciò si sarebbe laureato in architettura anche lui, non per allungare la catena di rispettabile mediocrità ma per lasciarsi del tempo per tutto il resto.
Tutto il resto non era poi tanto. Era bella vita, lunghe notti indolenti in compagnia di studentesse e amiche di studentesse, un po’ di musica. Tutto il resto era amore – lui lo chiamava così, seduto davanti a una birra in un bar delle Ramblas, con l’amico Jorge. Le ragazze passavano allegre e loro due giocavano a chi aveva l’aria più strafottente.
Fu durante l’ultimo soggiorno a Barcellona che conobbe Emily, una giovane e disinvolta canadese, borsista di lingua e letteratura spagnola. Disinvolta fu l’aggettivo che usò lui, parlandone con un altro amico diversi anni dopo, volendo simulare la leggerezza di una controllata ironia che invece, trattandosi di lei, non aveva mai conosciuto. Gli bastava guardare quella curva ineccepibile delle sopracciglia, il modo in cui essa si stringeva al centro, sulla verticale del naso – ciò che aggiungeva una specie di fredda esattezza alla morbidezza della bocca e dei capelli – per sentirsi vacillare.
Il primo colpo lo avvertì in Costa Brava, durante un week-end nella casa di Jorge intorno al porto di Llansá. Luca non si era mai spinto fin lassù, conosceva il tratto di costa fino a Tossa de Mar, ma il percorso successivo, con le curve che serpeggiavano fra i monti e le insenature incuneate nello smalto azzurro del mare, lo aveva eccitato.
Era un venerdì pomeriggio, uno di quei momenti in cui a Luca sembrava che la vita gli si aprisse davanti senza schermi, vulnerabile, innocente. Come se non ci fosse più passato, o futuro, e non occorresse tentare di addomesticarla. Il mondo era lì e bisognava soltanto prenderlo. Questa condizione, edenica e occasionale, che generalmente ci abbandona dopo l’adolescenza, in Luca faceva fatica a dissolversi. Mentre gli altri, crescendo, la smarrivano a forza di vergognarsene, lui la ostentava per principio. Considerato il numero di donne che si portava a letto, gli veniva facile.
Appena arrivati, prima che facesse buio, lasciarono le borse in macchina e andarono sulla spiaggia. Il modo indolente in cui la donna stava distesa sul pontile gettando un sasso nell’acqua e uno sguardo sul piccolo libro, gli accarezzò la retina come il presentimento di una tensione nuova, elettrizzante. Il sole si frazionava in bande orizzontali via via più scure, gialle arancioni e rosse, sprofondando sotto la linea dell’orizzonte. Al ritmo del disegno ci pensarono due cosce di lunghezza strepitosa e uno snodo massiccio di capelli che svolacchiavano nel vento – battere e levare.
Luca rivolse un’occhiata di biasimo a Jorge, come a rimproverarlo per non avergli detto che aveva un’amica così attraente. L’altro non ci fece caso o non capì, intento a commentare l’attracco maldestro di una piccola barca che qualcuno aveva lasciato nelle mani di un bambino. Dal lato del faro cominciò a montare un rombo sordo e inquieto, da alta marea. La schiena davanti a lui si dondolava leggermente all’indietro come un pendolo lento. Quel paio di minuti in cui Jorge si attardò nel crocchio di pescatori intenti ad assicurare la corda intorno alla bitta, gli parve non finire mai.

Al que ingrato me deja, busco amante
al que amante me sigue, dejo ingrata…
Emily li salutò così, scattando in piedi, con quel chiasmo reciso e una pronuncia eccellente, alzando gli occhi dal libro. Poi abbracciò Jorge e gli prese il naso fra le dita. Luca fissò per un attimo il profilo delle sue caviglie, il tempo di seguire il percorso delle mani che stringevano la sua. Jorge disse qualcosa in spagnolo che Luca non afferrò; guardò la donna che lanciava un altro sassolino nel mare, come per farlo rimbalzare contro un bersaglio immaginario sospeso sul vapore dell’ acqua.
Una civetteria la sua, senz’altro, ma Luca non aveva niente contro le civetterie se erano riscattate da un barlume di quello che lui considerava un possibile stile – quel volumetto di poesie e lo scatto delle dita dietro i capelli gli confermarono la prima impressione. L’orizzonte sembrò assumere una insolita compattezza sferica con il montare dell’oscurità.
Lei si scusò di non poterli seguire a cena. Disse che aveva un impegno, ma assicurò che si sarebbe fatta viva l’indomani. Luca le guardò di nuovo i piedi nudi e sperò che non lo dicesse solo per educazione.
A cena, mangiò distrattamente il gazpacho. Gli faceva schifo, ma era troppo impegnato a non fare domande su Emily. Jorge un paio di volte gli lanciò un’occhiata sospettosa. La situazione non era da sottovalutare. Quando gli chiese se avesse una buona enciclopedia a portata di mano, l’amico rise per la richiesta insensata. Luca farfugliò qualcosa a proposito dell’acquedotto romano di Segovia. Masticò anche la saliva residua, come se ciò lo aiutasse a schivare lo sguardo perplesso dell’amico. Si tradì confessando che voleva sapere qualcosa di più su quella poetessa messicana, una religiosa, che Emily aveva detto di studiare con interesse.
Il giorno dopo, Jorge, quando li vide salire sulla barca malsicura lasciatagli dal nonno – pescatore di razza come nella migliore tradizione del luogo – raccomandò di non allontanarsi. Un naufragio, aggiunse, i suoi antenati non lo avrebbero considerato un evento onorevole.
Anche per difendersi dall’idea un po’ assurda che potesse sentir freddo – glielo aveva fatto pensare il brillìo increspato dell’acqua, una specie di contropelo che il vento sfilzava sulla superficie del mare – Luca remò di buona lena. Una volta al largo, si raccontarono del Canada, dell’Italia, ma molto, e con una certa sorpresa da parte sua, di loro stessi. Le confessò di averci voluto impiegare il più tempo possibile, per laurearsi, ma che era ormai rassegnato a tornare in Italia e annoiarsi con la professione di famiglia. Aveva una montagna arricciata di capelli scuri, Emily, un sorriso beffardo e due occhi che a tratti sembravano attraversarlo come se lui non esistesse.
Non si accorsero di quanto la corrente li avesse trascinati lontano. Le case, da lì, sembravano disperse in una sola chiazza indistinta che annullava le linee e i confini fra una e l’altra. Luca fantasticò su una scena di tempesta, una drammatica avventura a tu per tu con mare orco, ma era un genere di fantasia che non lo metteva di buon umore.
Quando tornarono a riva, era quasi buio. I pochi metri che occorrevano per attraversare la banchina e raggiungere la casa di Jorge li fecero senza parlare. Luca aveva ancora negli occhi quelli di lei, quando all’imboccatura del porto li fece oscillare fra il cantiere e il frangiflutti, come se avesse voluto isolare un lembo di territorio che li avvolgesse, loro due, in una luce separata dal resto del mondo.
Jorge non si fece trovare.
Entrambi pensarono che questo semplificava le cose.

Nel viaggio di ritorno verso Barcellona – Jorge era stranamente silenzioso – Emily civettò a proposito del suo italiano. Faceva progressi ogni giorno. Le sarebbe piaciuto leggere Tommaso Landolfi, prima o poi.
– In originale, intendo. Conosci Landolfi, vero?
– Di nome.
Luca, che non era un grande lettore di romanzi, si staccò una pellicina da un dito e la triturò fra gli incisivi.
Cominciò a piovere. Sotto lo strapiombo, il mare dava l’impressione di gonfiarsi minaccioso. Fecero il resto del viaggio in silenzio. A Barcellona, quando Jorge lo fece scendere, Luca balbettò un saluto nervoso. Si impose di non voltarsi a guardarli. Più tardi però non seppe resistere e la chiamò. Lei, dopo un po’, si sentì costretta a mettere in chiaro le cose. Era la prima volta che una donna gli parlava in quel modo. E anche se al telefono la stizza si poteva nascondere meglio, se la sentì in faccia lo stesso, per tutta la sera.
Una settimana dopo – infrattati sotto la pioggia nell’erba del Parc Guell –, sperò ancora che la ragazza non facesse sul serio. Lui, impegnato nella stretta delle sue natiche, ripeté certo, sono d’accordo, niente impegni – pioveva a dirotto, Cristo, e in quelle condizioni si potevano dire cose molto eccentriche. Specie se secerni sperma a getto continuo nelle mutande.
Per due settimane, si videro con una certa frequenza e non fecero altro che scopare. Per questo, quando Emily sparì, gli sembrò di ammattire. La donna non si presentò a un appuntamento mattutino per la colazione e Luca provò inutilmente a chiamarla al telefono. Andò da lei e non la trovò. Chiese notizie ai condomini del suo palazzo, a La Ribera, e non ne cavò nulla; si accasciò nell’androne; si fece una canna. Poi uscì, girò più volte intorno all’isolato e provò a fare il numero di casa da una cabina telefonica. Naturalmente, squillò a vuoto. Chiamò Jorge. Non ne sapeva nulla. Tornò nel palazzo; bussò di nuovo alla sua porta. Si sedette sulle scale. Nella testa rimbombavano le parole di Emily. Una relazione fra loro era possibile solo se non ne escludeva altre. La promiscuità era una garanzia di stabilità. Cose che in passato Luca aveva già sentito, ma – era questo il punto – dalla sua bocca. Sopraffatto dalla stanchezza, si addormentò accucciato sui gradini. Più tardi, un tizio grande e grosso lo svegliò urlandogli qualcosa con un accento basco che rendeva il suo spagnolo incomprensibile. Afferrò Luca per la giacca e si fece capire.

La letteratura critica su Gaudì continuava a trascinarsi nelle risapute contraddizioni, fra modernismo e neo-gotico, misticismo reazionario e morfologia naturale. Ci fu un momento in cui Luca credette di aver individuato un punto d’intersezione, la sintesi definitiva di quel mistero. Però quel momento volò via, risucchiato fra le gambe della canadese che gli stava stravolgendo la vita. Il punto di vista di Emily sulla loro relazione era chiaro, anche se Luca faceva fatica ad ammetterlo. Stava scoprendo di avere una sua sensibilità in fatto di donne, e cominciò a scopare dolorosamente. Le palpebre che si chiudevano davanti a lui, quando facevano l’amore, avrebbero di lì a poco, forse già il giorno dopo, offerto lo stesso spettacolo a un altro. O forse conservavano ancora la memoria di una notte appena passata altrove, la memoria e il gusto, mescolato con quel momento lì. Questo pensiero lo riempiva di rabbia e di orrore. Una sera tentò di mitigarne l’angoscia tormentando la carne della donna, neanche fosse farina da impastare, le mani serrate sulle gambe in una presa violenta che la fece scattare come una molla.
– Sei impazzito?
– Scusa.
Emily si alzò e si vestì in fretta. C’era una specie di inclemenza sistematica nei suoi modi. Non gli dava il tempo di far maturare un’illusione: con una puntualità che gli sembrava premeditata, interrompeva l’idillio un attimo prima.
– Non cercarmi domani – disse, chiudendo la porta.
Luca si sparò sedici canne in ventiquattr’ore. Provò anche quella volta a cercarla, ma fu lei a farsi sentire cinque giorni dopo. Era stata a Bilbao, da amici. Quando tornò da lui, Luca, nonostante l’ansia e il risentimento, si mise ai fornelli. Era intento a preparare un sugo per il suo piatto preferito – penne alla vodka – quando Emily, non vista, si sbottonò la camicetta e lo accarezzò da dietro, sui fianchi. Luca sentì il ballo delle tette sulla schiena e in un attimo fu costretto a venire a patti con il proprio strazio. Posò il cucchiaio sul piano della cucina, si voltò, la spinse verso il tavolo e le allargò le cosce. Non aveva mai conosciuto una donna così. Le fu subito dentro, la colpì forte, le leccò il collo e gli occhi gli finirono sul set di coltelli di fianco al lavandino. Ebbe la tentazione di farla finita in fretta, perché gli altri erano lì, addensati in un ronzio insistente. Qualcosa in cucina cominciò a bruciare mentre Emily rispondeva alle spinte da sotto, curvando la testa all’indietro, gli occhi socchiusi, la bocca aperta e la lingua che gli leccava le labbra. Luca le strinse le natiche, tuffò il testone fra le sue tette, al colmo del desiderio e della pena per quel cazzo altrui che l’aveva fatta godere la notte prima. La sua mente era occupata da quelle immagini come un’arnia da una colonia di api. Era una scena davvero deprimente: la totalità del genere maschile al lavoro su di lei, una monta di gruppo da cui l’unico innamorato sensibile della scena usciva sbriciolato.
Aveva finito da poco quando, tra il fumo della padella bruciacchiata, gli sembrò che quel ventre morbido sul quale poggiava la testa lo accogliesse insieme come un bambino e come un tradimento.

Prima di conoscere Emily, parole come le sue sui rapporti senza regole e costrizioni a due, era abituato a pronunciarle lui. Ora sentiva come il sapore di una frase pronunciata da una voce diversa dalla sua ne cambiava il senso. Sicché una sera, dopo una sveltina involontaria provocata dal magone, disse: – La coerenza è un’astrazione, il mito posticcio di una razionalità malintesa.
– Non capisco – disse lei.
Emily imparava in fretta ma quello, al momento, era un italiano un po’ troppo sofisticato. Luca provò a tradurre in inglese, poi in catalano. Si sentì così ridicolo che tolse via la mano dalla tetta destra di lei – la migliore. Aveva qualcosa, Emily, che lo faceva sentire stupido. Era una donna troppo forte per le sue abitudini. La vide fare uno strano sorriso a occhi chiusi.
Andò in cucina a scolarsi una birra.
Un pomeriggio – Emily si era dileguata di nuovo – se ne andò in giro per le Barcelonetas con Jorge. Provò ad accettare la situazione. Ce la mise tutta, propose all’amico di andare allo stadio il giorno dopo ma Jorge scoppiò a ridere. Sapeva che Luca detestava il calcio (secondo lui avrebbero dovuto lasciare i tifosi ad ammazzarsi fra di loro). Ebbe la conferma che l’amico era cotto e quel sabato sera non lo aspettò perché non aveva nessuna intenzione di rovinarsi la serata.
Luca restò a macerarsi nel suo appartamento: più si sforzava di non pensare a lei più l’immagine di Emily, a letto, con lui o con un altro ma a letto, gli rimbalzava nella mente come una scarica di ceffoni. Decise che se Emily voleva soltanto scoparlo lui avrebbe dovuto mollarla, subito e per sempre.
– Sì davvero – fece il giorno dopo, rivolto a Jorge. Imprimendo un’accelerazione ai suoi passi, sembrò trovare in una decisione improvvisa la scintilla che azionava il motore della sua vita. Il suo lo lanciò dritto verso il Museo di Storia della Catalogna, affacciato sul mare che stava ad aspettarlo, paziente, in attesa delle sue elucubrazioni. – Forse c’è qualcosa di nuovo nella mia vita – disse.
Erano tre giorni che non aveva notizie. Il saliscendi morbido delle onde; la vastità dei confini. Era quanto di meno peggio ci fosse al mondo, in quel momento, il solo luogo in cui potesse stemperare le sue emozioni in un silenzio confortante – il mare visto dalla terra. Erano seduti da un quarto d’ora, la sigaretta ormai alla fine quando Jorge gli complicò la giornata vanificando la presenza del Mediterraneo e il tepore del tramonto.
– Il cucciolo ha bisogno di dolcezza – disse, esibendo un sorriso fraterno che annullasse all’istante quel sarcasmo inopportuno. Perché tale si rivelava alla fin fine, nonostante nelle intenzioni dovesse aprire uno spiraglio di filosofica comicità sulle sorti imprevedibili e strambe in cui spesso va a cacciarsi l’amore.
– Non mi prendi sul serio, immagino – disse Luca.
Un po’ allarmato, Jorge si ritrasse dal dire quello che aveva pensato un attimo prima e cioè che l’errore dell’amico stava nell’escludere a priori che fosse Emily quella che sotto sotto ambiva a un amore più stabile e duraturo. Del resto, la considerava egli stesso una supposizione un po’ fragile, basata soltanto sul ricordo di un’esperienza personale. E poi, meglio non immischiarsi più di tanto.

Luca si laureò tardi. Impiegò due anni per scrivere un articolo su Gaudì commissionato da una vecchia conoscenza catalana. Non fece notizia perché non aggiungeva nulla al già detto. In Spagna ci tornava malvolentieri.
Non seppe mai se il bambino che Emily gli disse un giorno di aspettare fosse suo. Neanche lei lo sapeva. Lo considerava importante fino a un certo punto ed era decisa a tenerlo comunque. Il tempo della borsa di studio era esaurito. Sarebbe tornata in Canada, dai genitori – ottima famiglia, il bambino non sarebbe stato un problema. Gli sembrò pazza e glielo urlò disperatamente. La spinse contro il muro e tentò di baciarla. Lei gli dette un morso sulla lingua. Gli sembrò di impazzire. Era stato sempre così fra loro. In poche ore passavano dall’euforia all’ostilità più brutale. Pochi giorni dopo, Emily gli disse che era suo al settanta-settantacinque per cento. Aveva cercato di ricordare, si era impegnata, in questo, come meglio aveva potuto. Suo al settanta-settantacinque per cento.
Luca pensò che doveva salvarsi, lui che non voleva figli, a maggior ragione se dubbi – con Emily poi. Vivere con lei non sarebbe stata una passeggiata, pensava, senza chiedersi più, chissà perché, se ne avrebbe avuto voglia lei. Credette di averne la conferma definitiva quando, dopo che in un momento di tenerezza cioè di incertezza aveva provato a suggerire l’ipotesi di un aborto, Emily lo piantò nella hall del teatro Liceu, fra un atto e l’altro del Don Carlos, con una parolaccia sputata fra i denti in inglese. Rastremando quell’ingombro di angoscia fino a un apice acuminato e confitto contro i suoi sentimenti, giurò a se stesso che quella storia era finita.
Nel volo che lo riportò in Italia pensò con orgoglio che i doveri coniugali lo atterrivano. Che era riuscito a non intaccare la sua coerenza. Quel compiacimento durò fino a che si slacciò la cintura di sicurezza. Scese dalla scaletta dell’aereo con un timpano dolorante e un gran bisogno di vomitare.

2.
L’aria è irrespirabile, ma non è solo per il gran caldo che tiene le tapparelle abbassate. Aspetta che la faccenda si smorzi un po’. Poi passerà anche la vergogna. Dalla sigaretta salgono spirali di fumo che poco a poco si disperdono nella stanza… è come dentro una nube, Luca, gli sembra che gli oggetti galleggino in una specie di polvere di sogno, l’occhio della macchina da presa spianato su un paesaggio scosceso, una valle aperta come una profonda fessura di carne. Poi l’inquadratura si stringe addosso a una finestra, indugia il tempo di uno spasimo che s’intuisce dal vetro e infine si schiaccia sul volto dell’attrice, sulla sua bocca pronta a inghiottirlo… Emily …
Emily, gli sembrava la sua bocca, quella, e sua la lingua che… Emily.
La prima volta fu il trepestìo della sala a scuoterlo, una mischia di maschi che facevano su e giù nel buio, che si infilavano nei gabinetti e ne uscivano sfatti e furtivi, affondati in una torpidezza di calzoni umidicci, poi l’attrice l’aveva risucchiato nello schermo, ne aveva sbriciolato la resistenza residua, sgranato lo sguardo, e poi farlo scivolare più giù, Luca, scaraventato indietro di quattro anni, sul tavolo di una cucina, i denti stretti sulle ascelle di Emily, aperte sotto la sua ossessione, tesa come un arco su quel legno freddo, mania sgocciolata in amplessi ripetuti – lunghi a volte, ma impossibili da custodire.

Sei mesi dopo essersi laureato, e contro la volontà dei suoi, Luca sposò Paulina Mayer, ex pornostar ungherese che gli aveva fatto perdere la testa grazie a un paio di numeri mai visti e a una vaga somiglianza con Emily. Che sarebbe diventata ex, costituì una clausola imprescindibile del patto di matrimonio.
Non era stato difficile trovarla, in un giro di locali sparsi fra la Versilia e la Lombardia. La sedusse, lei che aveva maneggiato il sesso di migliaia di uomini, con un invito a cena corredato da un profluvio torrenziale di chiacchiere sull’arte, quella propriamente detta se ancora ve n’è una, e quella di lei in cui si incarnava non so che spirito del tempo, a sentir lui, insomma una cosa sofisticata, questo le era sembrato che dicesse.
L’aveva poi portata con sé in un albergo, sulle Alpi.
Paulina lo trovò eccentrico ma tutto sommato a posto. Luca non smetteva mai di parlare, e se ciò da una parte le suscitava apprensione, dall’altra, senza che capisse bene perché, la rassicurava. Erano discorsi difficili, quelli di Luca, sulla sua identità, su ciò che lei avrebbe dovuto imparare a tirar fuori da se stessa – lei! – sul fatto che avrebbe dovuto imparare a non odiarsi, ecco, questo l’aveva colpita più di ogni altra cosa. Le accarezzava i capelli, come fa un padre col suo bambino per favorirne il sonno. Che faticava ad arrivare, perché Luca aveva avuto l’estrosa idea di prenotare una camera con due letti separati. Paulina non si era mai sentita così imbarazzata.
Nella sua città per un po’ di tempo non si parlò d’altro. La famiglia di Luca era conosciuta e di lui in certi ambienti si era sempre pensato che le stravaganze giovanili fossero soltanto il segno di un estremismo borghese alla moda, qualcosa cui non badare più di tanto perché poi sarebbe tutto rientrato nelle convenzioni di una borghesia più misurata. Di fatto, il lavoro diminuì. E questo non era stato messo in conto, figurarsi il resto.
Dal canto suo, Paulina non pensò mai con rimpianto alla carriera troncata di colpo. Era già stanca quando lo incontrò. Luca la convinse senza grosse difficoltà, potendole garantire una vita economicamente solida, e anche qualcosa di più. Avevano fatto male i conti, ora era chiaro, ma non era questo a preoccuparla. Luca era stato il primo a intuire quanto la sua nudità fosse una copertura della sua anima clandestina, dei suoi sentimenti. L’aveva convinta che fosse così. Lei lo aveva considerato un saggio di bravura, di intelligenza. Una stronzata, invece, ecco cos’era. Una vera stronzata. Ora le veniva impedita persino una vita normale: uscire di casa, farsi un giro, vedere gli amici.
Ogni volta una scenata.
All’inizio sperò di poter addomesticare le sue stranezze. Lui in fondo era vittima di se stesso, della sua sensibilità insolita e un po’ misteriosa. Anche per questo l’aveva affascinata, e poi le garantiva un minimo di rispettabilità sociale – non quella sperata a dirla tutta. Cominciava a sanare la nausea dei troppi cazzi avventizi con l’incerta sensazione di una specie di solidarietà verso se stessa – tutto grazie a lui.
Paulina voltava pagina. Per questo aveva accettate le sue stranezze, compresa quella che Luca definì un “patto di fedeltà assoluta”, in cui si sanciva l’indistruttibilità dell’unione e si dichiarava che non si sarebbero fermati davanti a niente, neanche al sangue che lui fece scorrere sottilissimo con un rasoio sotto il seno e che succhiò per consacrare il rito, invitando lei a fare altrettanto leccandone la lingua con la sua. Paulina l’aveva preso come un gioco, senza sospettare di quanta torva serietà possa essere gravido un gioco, soprattutto quando è uno solo a condurlo.
Luca era affettuoso; non mancava giorno che lasciasse il suo tavolo – lo studio consisteva in una piccola stanza in fondo al corridoio di casa: per il lavoro che gli era rimasto, bastava -, si calasse le mutande e si avvicinasse a sua moglie con l’uccello bello dritto e socievole.
Era felice di far l’amore soltanto con lui? Era felice così, la sua Emily, o pensava ad altri uomini? Di notte, magari? In sogno?
Passi per quel nome con cui gli piaceva talvolta chiamarla, ma le fissazioni, i sospetti farneticanti, gli scatti d’ira presto diventarono un assedio. Nei momenti di collera, scaricava su di lei la colpa del poco lavoro, dell’ostilità dei genitori. Certe volte non rispondeva al citofono, e costringeva Paulina a fare altrettanto. Si dedicava a quell’annullamento di sé con una dedizione a suo modo rigorosa. Gli venne anche un’idea per rimpinguare le casse. Parlò con un organizzatore di mostre, di eventi spettacolari, un tizio di Milano. Ragionarono sulla possibilità di mettere in scena quella reclusione. Magari avrebbe legato Paulina al water, l’avrebbe incatenata e ne avrebbe fatto una performance artistica. Il tizio la trovò un’idea formidabile.
Lei un po’ meno. Perché Paulina aveva sbagliato a sposarlo, ma non si era bevuta il cervello. Solo, la paura la mandava al bagno più del dovuto.
Una mattina Luca le strappò brutalmente una sigaretta dalle dita.
– Neanche questo posso fare, cazzo? – urlò lei. Si avvicinò al lettore, ne estrasse il cd e lo buttò per terra. Quella musica le aveva sempre dato sui nervi.
Luca raccolse il disco, lo girò sul lato suonabile e vi scorse una sottilissima fenditura. Non si dette il tempo di ricordare che c’era già da prima. Le si avvicinò e fece partire una sberla.
Coprendosi con una mano la bocca insanguinata, Paulina gli giurò che era finita.

Nonostante gli volessero bene, un paio di amici di Luca presero le parti di lei.
Quando li informò di quella faccenda della performance, la spinsero a mollarlo. – Non ci sta più con la testa, è chiaro – disse uno di loro. – Un conto è farti scopare su un palco da un cobra, o da un vaccaro della Valtellina, un altro è sottoporti a una gogna in casa tua per dodici giorni di seguito.
– Già – disse lei -. Doveva salvarsi, lasciare quel marito impazzito, artista presunto più che fallito, come aveva sentito dire una volta a una festa. Le erano sembrati perfidi, invidiosi e un po’ interessati, anche a giudicare dagli sguardi che riceveva. Stavolta no.
– Sì. Debbo darci un taglio – disse.
Pensò che non sarebbe stato semplice trovare un luogo in cui vivere, ma doveva andarsene dall’Italia. E dopo l’ennesima mattinata di scazzi – Luca l’aveva rimproverata di ridere poco, di essere ingrassata nel giro-vita – fu ciò che fece. Paulina prese un taxi che la portò a Roma e da lì volò a Budapest.

Luca restò tre giorni barricato nel suo salotto. Allungato sul divano, il biglietto di addio di sua moglie arrotolato sull’orecchio, una tovaglia da cucina con le frange che lo copriva fino al ginocchio. Quando si alzò, a tarda sera, prese a fumare. E a bruciare fotografie. Il secondo giorno, incartato nel suo risentimento, si sedette davanti al computer, cliccò sull’icona della posta e inviò quattro e-mail identiche a quattro amici traditori. Il terzo giorno, investito da una nuova torbida energia, preparò una valigia sommaria e prenotò un volo per Budapest. Per le scale, incontrò il padre, che aveva inutilmente cercato di parlargli al telefono. – Sei sempre stato uno stronzo – disse il vecchio.
Prese un posto accanto al finestrino. Dapprima, le nuvole scivolarono sotto di lui compatte, dense, stipate dentro masse di materia raggelata che lo aiutarono a costringere la sua volontà in un nucleo di forza bene augurante. Dritto con la schiena, appollaiò quel grumo di fiducia in un fascio di muscoli tesi contro lo schienale a dare credibilità alle sue intenzioni. Poi, sorvolato l’Adriatico, il vuoto sottostante cominciò a sgranarsi lentamente, a scomporsi in fumacchi incerti, e bastò questo a inquietarlo. La sospensione immobile dell’ala che tagliava quei brandelli di vapore lattiginoso, nella sua staticità gli sembrò un’immagine puntuale della sua vita.
Ricacciò indietro il pensiero. Prese a sfogliare una vecchia guida dell’Ungheria che aveva trovato a casa nello scaffale dei libri di viaggio. Si era dimostrato reattivo, non aveva perso tempo, era montato su un aereo e andava a riprendersi la moglie. Era un fatto. Qualcosa ancora girava nel verso giusto, in lui. Andava a riprendersela senza tante storie, altroché. Così, quando si addormentò, la bava agli angoli della bocca lo tenne al riparo dal mondo per una mezzoretta buona. Lo svegliarono gli sbalzi dell’aereo che cominciava a perder quota. Quando vide quella minuscola città a tre-quattromila metri da lui, fu colto da un pensiero di cui in quel momento non aveva proprio bisogno. Volar via, scomparire dal mondo, non restava altro alla fin fine. Mentre su quella città la vita sarebbe continuata per sempre, Luca sarebbe stato dimenticato, sarebbe restato solo un nome incerto nella memoria casuale di qualcuno indaffarato da qualche altra parte. E l’idea che quella morte in fondo per gli altri non sarebbe stata niente, non avrebbe significato niente, gli procurò un brutto mal di pancia. Non era mai stato così sincero con se stesso, il che valeva dire che non aveva mai sentito così tanto la mancanza di qualcuno da amare, e il fatto che lui non sapesse farlo, che non sapesse amare, non gli sembrò il più grande fallimento della sua vita. Di peggio c’era che non sapeva neanche staccarsi dagli altri, cioè che non sapeva non farli soffrire. Quando l’aereo atterrò, Luca si tappò le orecchie con le dita.

3
Non conosceva la città. Prese la guida. Ricordava confusamente un nome che ora però sembrava scomparso dalla cartina. Era nata a Obuda, Paulina, allattata in un casermone di quelli costruiti durante la dittatura comunista. Così gli aveva detto, una volta.
Gli spiegarono che a Budapest i nomi delle strade cambiavano spesso, e dopo l’89 una riscrittura della topografia precedente aveva scompaginato la mappatura della città.
Passò la sera in un albergo dalle parti della Hösök Tér, non distante dallo zoo. Aveva letto dell’esemplarità liberty della costruzione, ma non fu l’unico motivo della scelta. Il suo gusto manierista era orientato a supporre interessanti il tanfo e la cattività degli animali sotto quei padiglioni, come un segno palese della sostanziale enigmaticità di ciò che chiamiamo estetica. Inoltre, gli piaceva l’idea di avvicinarsi alla città partendo dalla periferia: questo gli dava l’illusione di cingerla in uno sguardo più attento, esteso, prima di scalettarla in una serie di avvicinamenti graduali come fa un verme nelle cialde di un wafer.
Seduto su un divano nel locale annesso all’albergo si lasciò accostare da due ragazze giovanissime. Offrì loro da bere. Si fece accendere una sigaretta. In un angolo appartato e coperto da una fredda luce blu, un’altra ragazza affondava la bocca sul cazzo di un uomo. Nonostante i dollari elargiti alle ragazze, Luca non riuscì a sapere nulla di Paulina. Declinò l’invito in discoteca per la sera. Fu poi svegliato alle due di notte. Dall’altra parte del telefono, in un inglese più incerto del suo, una voce femminile gli dettò il nome di una via sull’altra riva del Danubio, oltre l’Isola Margherita.
Il mattino seguente, Luca scoprì che i palazzoni di Obuda, quelli segnati dallo stampo sovietico, non erano peggiori di tanti dormitori disseminati lungo la penisola italiana, periferia della capitale compresa. Di quelli sotto i quali lui si vantava di non aver mai apposto la propria firma, per intendersi.
La trovò subito, Paulina, in un alloggio al terzo piano di un palazzo grigio topo. Si domandò come avesse fatto lei a vederlo: stava lì ad aspettarlo, sul pianerottolo, come se non fosse sorpresa di trovarselo davanti, pallida, le braccia conserte e smarrite dentro un pullover nero larghissimo.
– Luca – disse. Una rasoiata di luce obliqua che filtrava dai finestroni del palazzo ne tagliava a metà il volto.
– Ciao.
– Che cosa ci fai qui?
Luca evitò di rispondere. Aveva immaginato di trovarsi davanti a uno sguardo diverso, più duro. Paulina entrò nell’appartamento, senza chiudere la porta. Un po’ improbabile nei movimenti (sembrava un adolescente), la faccia compunta a dovere, Luca la seguì. Sentì Paulina dire qualcosa in ungherese. – Vieni – disse poi a lui. Quando la donna anziana si affacciò nella stanza, lui le strinse subito la mano. Cercava un’alleata e trovò una presa flebile. I movimenti minimi, la testa bassa; la madre di Paulina gli sembrò subito scavata in una sua rassegnazione di donna invecchiata male, senza più speranze per il futuro. Gli fece segno di sedersi. A giudicare dal modo in cui guardò lui e sua figlia, il ritorno a casa di lei non doveva esserle piaciuto. C’era una specie di ritrosia che Luca giudicò provvidenziale. La donna disse qualcosa, poi lo guardò come per scusarsi e sparì dietro a un corridoio.
Quello di Luca fu un tormento breve. Sua moglie era splendida. Il pullover nero, Budapest, la rendevano più malinconica, segreta. Sicché parlò pochissimo, attento a tenere la voce su un registro grave, consono a quello di un uomo maturo che sa di aver sbagliato. Era lì per chiederle perdono. Disse qualcosa a proposito della passione, en passant sul furore degli artisti. Lei doveva sapere di cosa stava parlando. Per un attimo gli sembrò di aver visto una lacrima scivolarle su una guancia. Non ne fu sicuro. Le si accostò. Addolcì ancora di più il tono della voce. Neanche lui sapeva se in quell’adulazione si conciliassero la verità e la messinscena o si implorava semplicemente una tregua che alleviasse la stanchezza conseguente all’agitazione degli ultimi giorni. Confidava che Paulina, costretta all’angolo anche dalla scelta di campo della madre, fosse destinata a cascarci, come sempre.
Lei indossò un cappotto, e uscirono senza dire niente.

Camminando per la città, Luca, per quanto infreddolito, si trovò a suo agio in quel florilegio di estetismi oltranzisti, fra pinnacoli e torrette simil-gotiche, fregi barocchi veri e falsi, turcherie sparse capricciosamente su per la collina di Buda. Sembravano messe lì apposta per lui.
Si fermarono sul Ponte delle Catene, affacciati sul Danubio che la divideva in due. Nonostante un intermittente imbarazzo, le si era appoggiato dietro, in piedi, e l’aveva abbracciata, strofinandole il muso su una guancia, quattro occhi nervosi rivolti verso il Gellért. In un primo tempo il corpo di Paulina sembrò volesse negare aderenza a quello di lui – una specie di attrito che le faceva tenere le braccia un po’ rigide, le mani allungate nelle tasche del cappotto. Serrata in una difesa che Luca calcolava come temporanea. Il vento lo aiutò. Le si strusciò addosso sussurrandole qualcosa nell’orecchio, e sentì il corpo della donna scaldarsi man mano che s’indeboliva la sua resistenza. Nel pulviscolo umido che compattava loro, il cielo e il Danubio, Budapest era una centralina che lavorava per lui.
Giunti in Clark e Adam tér, presero la funicolare per salire sulla collina del Castello. Erano soli, e fu lì, dentro il piccolo vagone di vetro, innalzandosi lentamente come due angeli sulla città screziata dalle nuvole, simile a una torta gelato sfaldata da un troppo di temperatura ambiente, che Luca infilò una mano sotto i jeans di Paulina. Gli bastarono i due minuti dell’ascesa fino a Szent György tér per liberarla in un rapimento spasmodico dalla tensione delle ultime settimane.

Più tardi, si diressero verso la collina, attraversandola fino alla chiesa di Mattia. Luca la teneva per mano. Non era sicuro che la selvatica emozione di prima fosse bastata. Chiuso al traffico delle automobili, il quartiere era silenzioso. Davanti ai portali con le decorazioni in rilievo e alle vetrine degli antiquari, Luca commentava con il garbo di un corteggiatore eccessivamente prudente: una forma di lusinga estrema tanto nella sua estenuazione quanto nell’efficacia del risultato che si prefiggeva. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di riportarla a casa. Della chiesa di Mattia aveva memorizzato tutto il possibile dalla guida. Quando se la ritrovarono di fronte, anche per evitare che l’orribile hotel adiacente sciupasse l’incantesimo (teneva Paulina in una bolla magica e fragile), ebbe fretta di entrare.
Dentro ebbe la conferma che quello era un giorno fortunato. Non c’era nessuno, neppure un turista, e da qualche parte arrivava un corale di Bach. Avrebbe sciolto un iceberg, quella roba. Perciò era il suo momento – e lo studioso di architettura, la bocca appena dietro la nuca di Paulina, iniziò la sua lezione. Dall’originaria edificazione di Stefano I alle incursioni distruttive dei tartari, e poi alla prima ricostruzione del re Bela IV che eresse la fortezza in pietra per difendere i magiari dagli invasori, nella chiesa di Mattia si disegnava, alla lettera, la storia stessa della terra ungherese.
Paulina non poté fare a meno di rivolgergli uno sguardo affettuoso.
– Dall’impianto romanico si passò al gotico, – continuò Luca. Aggiunse qualche notazione sulle tre navate rialzate e ridotte a una, sulle vetrate ogivali, sulla singolarità di una curiosa finestrina tonda, aperta come un imbuto spiraliforme.
Paulina taceva. Era andata via da Budapest giovanissima. Doveva averla vista solo un paio di volte la chiesa, da bambina. Non sapeva nulla di quanto le diceva Luca. Forse era la musica, forse era il senso di raccoglimento degli splendidi marmi bruni, ma la voce di suo marito non le era mai sembrata così bella. Le vicissitudini di quella chiesa erano le sue.
– Il 2 settembre del 1541 i turchi occuparono la Fortezza di Buda, – disse Luca – e trasformarono la chiesa in una moschea. Più tardi tornò in mano ai cristiani, e naturalmente anche qui i gesuiti lasciarono la loro impronta innestando elementi barocchi. Vedi quella nicchia?
In quell’avvicendarsi di popoli, Paulina, figlia tardiva di un ebreo dei Carpazi mai veramente recuperato a una totale sanità di mente dopo un anno passato nel campo di Buchenwald e morto suicida nel 1974 due mesi dopo la sua nascita, sentì, confusamente ma con un’emozione intensa e di un genere sconosciuto, come lei non fosse emersa dal vuoto ma da una storia di cui era difficile ricostruire il filo eppure colma di una sua sostanza e concretezza, fatta di corpi, di sentimenti. Era una storia fatta di storie, forse anche di odi e grovigli inestricabili ma proprio per questo un viatico per il suo nome, un credito per la sua vita futura.
Gli prese la mano. Lui stava accennando all’architetto Frigyes Schulek che decorò la chiesa con motivi moreschi e disegnò le bellissime vetrate, ancora alla ricerca di una possibile sintesi fra Oriente e Occidente, quando lei lo fissò negli occhi.
– Voglio un bambino, Luca.
Luca sorrise, fermo.
– Ci aiuterebbe tutti e due – aggiunse lei.
Luca la strinse a sé. – Lo avremo – disse.
Paulina lo abbracciò, incurante della vecchietta che sfiorò entrambi. Non poteva che essere lui l’uomo che l’avrebbe aiutata a ricostruire la trama della sua memoria, del mondo da cui lei stessa proveniva. Si sarebbero aiutati a vicenda. Lei avrebbe lenito la sua nevrosi, placato la sua gelosia, mentre lui l’avrebbe stimolata a studiare, a riscattare l’inanità della propria giovinezza. Insieme avrebbero cresciuto un nuovo essere umano, e il loro amore, quello stesso che le sembrava avvolto da quella musica meravigliosa, ne avrebbe fatto un individuo sano, non una svista del destino, un incidente occasionale come tante volte si era sentita lei. Paulina non aveva mai riflettuto sino in fondo su quello che più nitidamente di lei Luca sapeva, cioè che la musica, fra le altre cose, produce lo straordinario effetto di nasconderci l’orrore del vuoto.

Tre mesi dopo, un bel giorno Luca decise di staccare il telefono.
L’ultima telefonata l’aveva fatta lui prima dell’incidente, a un suo amico, per dirgli che non dovevano aspettarlo per la solita partita di tennis del martedì. Pietro, avendo sempre pensato a lui come a un uomo più brillante di quanto fosse mai riuscito a essere lui stesso – persona colta ma pigra e irresoluta, che raramente si muoveva dalla sua città – aveva nutrito per Luca un’ammirazione dubbiosa e un’invidia cristianamente rattenuta (gli aveva perdonato anche la malvagità di quelle e-mail: in fondo c’era da comprenderlo), ma questa volta era stato meno indulgente del solito e gli aveva detto che stava esagerando, che non poteva continuare così, che stava calando in un precipizio senza fondo. Così gli aveva detto; e Luca sghignazzava.
– Per dio, hai una città intera contro, – aveva aggiunto l’amico – te ne sei accorto o no?
Non gliene fregava niente, a Luca, di chi aveva contro. Non gliene fregava niente di non avere più quasi lavoro e non gliene fregava niente se la madre aveva avuto un infarto. Per lui quella era l’arma ignobile che lei usava per costringerlo a fare ciò che non avrebbe voluto. Trovava paradossale che dopo essersi dovuto difendere dai genitori per la scelta che aveva fatto in passato ora doveva di nuovo combatterli perché difendevano sua moglie. Ciò che essi disapprovavano era sempre ciò che volta per volta era disapprovato dalla gente ed era terribile che un infarto dipendesse dal giudizio bizzoso di una città. Che ci si potesse lasciar morire per le azioni di un altro, questo Luca non riusciva a perdonarlo neanche alla madre. Per lui, persuaso che fingere volesse dire addolorarsi sinceramente ma solo il tempo necessario a ottenere lo scopo che ci si è prefissati, tutto ciò era inaccettabile. Cos’altro significava quel precipizio, allora, se non una rotta verso una possibile libertà, il rifiuto di un’opinione pubblica che aveva formulato una sentenza di condanna con quella inconsapevole distrazione che chiamiamo morale? Non aveva rinunciato anche a una possibile carriera universitaria per essere se stesso?
Una volta tornati dall’Ungheria, con la stessa melliflua dolcezza con cui l’aveva persuasa a riabbracciarlo, Luca disse a Paulina che di bambini per il momento non avevano bisogno, che non c’era nient’altro da desiderare loro due a parte, che anzi un bambino avrebbe distrutto il loro tempio. Lei pianse; strepitò. Lui alzò la voce. E una volta anche le mani. Non ne voleva sapere, tutto qui. Di moccioso, gli bastava quello della fotografia nel portafoglio. A seconda dell’umore gli piaceva o meno pensare che fosse suo. Lo aveva visto soltanto una volta, a Firenze, in compagnia della madre. Emily era venuta in Italia per un lavoro sull’attività di El Greco a Roma. Luca non seppe decidere se un po’ gli somigliasse o no, il bambino (quante volte ci ha ripensato: Emily, vedendolo così inetto, con un sorriso che insieme mostrava la generosità dei forti e compassione per quel compagno mancato gli fece: – Non sai dirgli neanche una parola? – e lui non se la sentì di constatare ad alta voce che un po’ gli ricordava Jorge, quel bambino: gli stessi occhi ravvicinati, impenetrabili e caparbi).
Quella notte il coltello non toccò il cuore, e non scese neanche troppo in profondità, ma l’ambulanza arrivò lo stesso. Era stata lei, Paulina, a chiamarla, fra gli urli di disperazione, i suoi, perché Luca realizzò pochissimo, fra la vischiosità del sonno e la densità del sangue che dal petto colava sulle lenzuola. Ma mentre gli infermieri salivano le scale, marito e moglie furono abbastanza freddi da dirsi che avrebbero parlato di un incidente, o di un gesto estremo dovuto a… a… ci avrebbe pensato lui.
Dopo otto giorni fu dimesso dall’ospedale.
Nel frattempo, Filippo Segnalini, compagno di banco alle superiori, bruttino, ipermetrope, architetto mancato con soli dodici esami sostenuti, una vita fallimentare nutrita dall’odio per chiunque avesse un minimo di successo sociale, pensò che fosse arrivato il suo momento. Riciclatosi come cronista per un giornale locale, e in attesa dello scoop che lo avrebbe lanciato sulla scena di una grande testata nazionale, decise di precipitarsi prima in ospedale, dove un infermiere indulgente o complice lo avrebbe fatto passare, poi di sparare l’obiettivo della sua Yashica contro il corpo di Luca che dormiva, e infine di correre a casa sua costringendo Paulina a parlare.
Lei, sconvolta, aveva mezzo detto mezzo no, non proprio la verità di quella notte ma abbastanza sui mesi precedenti.

– Che cosa avrei dovuto fare? – singhiozzava Paulina – Quell’uomo insisteva, teneva acceso il registratore, tu non immagini che cosa ho passato, ho provato a strapparglielo dalle mani, a mandarlo via, io non volevo, Luca, non volevo, ma tu…
– Non ci pensare, amore, ormai è tutto finito – le disse piano Luca in un orecchio.
– E poi sono venuti Pietro, e Francesco e… – fece lei – … e i tuoi, io non sapevo che dire, e neanche loro…
– Non fa niente, te l’ho già detto, capiranno, si faranno gli affari loro, quello che conta siamo io e te…
– Mi arresteranno.
– No che non ti arresteranno, sono stato convincente, lo sai… tira fuori la lingua amore, sì così…
– Ahi… Segnalini insiste, quello è un…
– Non piangere, – mormorò Luca, succhiandole un capezzolo – questa la pagherà amore, stai tranquilla, la pagherà quel figlio di puttana.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:28 | link |

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sabato, 12 febbraio 2011
Racconto selezionato – Concorso LA VITA IN PROSA 2011
Viene proposto qui di seguito il racconto “Nero vince in tre mosse” di Simona Conte, il primo dei testi che, come previsto dal regolamento del Concorso LA VITA IN PROSA, viene pubblicato in “Dedalus”.
Ne verranno proposti a breve altri, scelti tra i racconti concorrenti.
Questa pubblicazione, che rappresenta un primo riconoscimento riservato ai lavori ritenuti interessanti dalla Giuria, non è legata a quella che sarà la graduatoria definitiva del Concorso che sarà stilata alla scadenza dei termini previsti per l’invio, prevista per il 31 marzo 2011.
Auguro a tutti i “dedalonauti” una buona lettura.
Un caro saluto a tutte e a tutti, IM

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racconto di SIMONA CONTE
(selezionato nell’ambito del Concorso “La vita in prosa”
edizione 2011)

NERO VINCE IN TRE MOSSE

Gli Scacchi non sono come la vita… Gli Scacchi sono la vita. Esattamente come il teatro.
Carlo Bolmida (Reykjavik 1972).

Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera, che è il suo piccolo momento di piacere. Quando arrivo ha già messo al loro posto i pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento, e ogni partita dura un’ora o poco più.
– Non tocca a me il nero – faccio, come ogni volta.
– Sì invece – dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.
Caterina è minuta, e quando ascolta le si forma una piccola ruga in mezzo agli occhi, sembra sempre che si stia affrontando il tema cruciale della vita. Quando ritiene che il mio discorso sia giunto al termine, vuole esserne certa. – Hai altro da aggiungere – mi chiede, e tutte le volte rido, anche se so già che lo dirà, lo so con largo anticipo, ma non riesco a trattenermi. E’ troppo buffa nel suo ruolo di giudice di corte d’assise che pare sempre volerti concedere il beneficio dell’ultima argomentazione.
Apertura.
– Da quanti anni ci conosciamo, io e te? – è una domanda che le rivolgo con una certa frequenza. – Tanti…tanti…saranno venti, o più… – è la sua risposta che conosco a memoria. Perché continuo a chiederglielo? Per tenere il conto? Non so. Forse perché mi piace l’espressione che fa in quei pochi secondi che trascorrono da quando io pongo la domanda a quando lei formula la risposta, come se in quei due, tre, quattro secondi davvero tutta la nostra lunga amicizia ripassasse attraverso la sua mente e una sequenza ininterrotta e vorticosa di immagini agitasse il suo animo, e lei davvero si ritrovasse a sommare i singoli istanti per giungere ad un risultato matematicamente incontestabile. Siamo amici, fortemente, profondamente, irrimediabilmente. Io la amo, ma non è rilevante. L’amo da sempre, da quando sulla sua fronte non si formava alcuna ruga e le sue labbra si sovrapponevano con irripetibile turgore. L’amo, ma non è indispensabile che venga detto. Lei no, non mi ama, ma non m’importa più ormai. L’ho avuta io più di chiunque altro, cosa potrebbe mai aggiungere alla inesorabilità della nostra storia una sua dichiarazione formale? Le sono indispensabile, mi basta, non chiedo altro, sono un componente essenziale della sua esistenza, più di qualunque altro uomo passato nella sua vita, più di qualunque altro essere vivente, più dei suoi amatissimi libri. Non rinuncerei mai alla mia posizione privilegiata. Per cosa? Per un contatto fisico che sia io che lei possiamo procurarci facilmente altrove?
La sua casa è come lei, minuta. Un paio di stanze, niente di più, e un bagno. Un locale d’ingresso, che fa da tutto: cucina, soggiorno, sala congressi, camera oscura, casa da gioco, cinema per proiezioni d’essay, e una camera che ti dice subito con chi hai a che fare, una libreria ad angolo che copre due intere pareti, con i libri in doppia fila, suddivisi in base ad un ordine che sfugge a qualsiasi indagine interpretativa. Ordine cronologico di acquisto? Sfumature di colore? Sensazioni percepite durante la lettura? Nessuno saprebbe dirlo. Lei sa dove sono i suoi libri, e tanto le basta. Non li presta, non li presta mai. Caterina non consente ai suoi libri di uscire fuori dalla sua camera. Ricordo la sera in cui, conoscendola davvero poco allora, le chiesi di prestarmene uno. Il libro mi incuriosiva, lo cercavo pigramente da tempo, senza affanno, e lei lo aveva. Era lì, in bella vista nella sua sapiente collezione, a portata di mano. Pensai di chiederglielo. – Domani. Te lo do domani – mi rispose. Il giorno dopo lo trovai nella mia buca delle lettere, ma era nuovo, fresco di stampa, con il prezzo coperto dall’etichetta della libreria più vicina.
Caterina legge a letto, per ore, a volte per tutta la notte, e la mattina è distrutta, non ha la forza per mettersi in piedi, gli occhi gonfi, il naso rosso, ma si alza ad orario e va al lavoro. Poi, alla prima pausa, mi chiama – Stanotte ho letto una delle cose più belle della mia vita – mi comunica solennemente – ho fatto l’alba, non riuscivo a smettere -. Si tratta sempre di una delle cose più bella della sua vita, e qualche volta è vero.
– Muovi, tocca a te – dice richiamandomi al dovere. Ero altrove, lo ammetto, la mia mente si era distratta un attimo. Mi sollecita la mossa, ha ragione, così si perde tempo, non riusciremo a finire la partita in un’ora se non ci diamo una svegliata. Il mio pedone nero si muove, lo colloco così vicino al suo che si guardano negli occhi. Da quanti anni apriamo nello stesso modo? Eppure dopo questo passaggio non so mai dove andremo a finire. Vent’anni sono tanti, ma non giochiamo da così tanto, gli scacchi sono arrivati dopo, ad un certo punto della nostra vita, forse quando abbiamo scoperto di avere anche questa passione che ci accomunava, e abbiamo capito che al cinema potevano andare anche in un altro giorno, che di mercoledì sarebbe stato più interessante starcene a casa, metterci comodi sul pavimento, collocare i cuscini in posizioni strategiche per le nostre schiene e dedicarci al gioco, senza fretta, senza scopo, senza interruzioni dall’esterno, e godere della partita, di un bicchiere di buon rosso temperatura ambiente e della reciproca compagnia.
Caterina è come la forma delle mie mani, come la barba che mi faccio al mattino, come la piccola voglia che ho alla base del collo. Quando mi dice che si sta vedendo con un uomo (inizia sempre così) per me è un film già visto, non una, mille volte. La scritta ‘The End’ lampeggia a caratteri cubitali su uno schermo pesante di tela bianca. Possiamo metterci anche gli occhialini per gustarcelo in tre dimensioni, amore mio, ma io so già come andrà a finire. Vi vedrete per un po’, uscirete insieme, ti farai bella per lui, rinnoverai la tua biancheria intima, risveglierai la belva famelica che è in te, non mi tacerai nulla dei dettagli più scabrosi, ed io, che non godo di ciò e non mi masturberò sul ricordo dei tuoi racconti, dovrò ascoltarti, e consigliarti, e consolarti, per conservarti. Ti consolerò infinite volte, raccoglierò le tue lacrime, farò mie le tue autoanalisi, dispenserò consigli e pareri che tu ascolterai a labbra imbronciate. Poi una sera mi dirai – Sai, è finita – e io ti dirò che mi dispiace, che era inevitabile, che non era l’uomo giusto per te.
Quanto può essere forte un uomo? Io devo esserlo. Devo esserlo più di quanto vorrei essere, più di quanto credevo di essere. Forte o malato? Chi può dirlo, la distinzione è sottile e decisamente non rilevante. Uno dei due deve esserlo, ed è toccato a me.

Mediogioco.
Il suo piccolo esercito bianco avanza con circospezione. Conosco il suo stile, cercherà di confondermi, muoverà per perdere, per infognarsi fino alla gola e poi godersi l’impossibile risalita, ma giochiamo ormai da troppi anni perché lei possa sorprendermi ancora. Però glielo lascio credere, è il gioco delle parti, devo essere così bravo da far finta di non riconoscere un buon giocatore che fa finta di essere un cattivo giocatore; devo essere così maledettamente bravo da far finta di non riconoscere un giocatore che gioca contro l’avversario e non contro la scacchiera. Vedere la scintilla che scocca nel fondo della sua retina quando mi comunica lo scacco matto si colloca, nella scala dei piaceri assoluti, soltanto un gradino più in basso di quello nel quale alloco il godimento puro che provo battendola davvero.
Ora puoi calpestami il cuore, amore mio, sono pronto.
– Senti…mi sto vedendo con un uomo… -. Lo sapevo. Era la serata giusta per il suo “mi sto vedendo con un uomo”, mi mancava. La mia torre nera, in caduta verticale lungo la colonna, divora il suo cavallino bianco e sufficientemente distratto che già pregustava, sulla traversa superiore, l’abbraccio mortale del pedone nero, ed io non so come faccio a trattenermi dal dirle – Ma certo cara, fai benissimo, anch’io questa settimana mi sono visto con una donna, due volte, la stessa, il che è quasi un record, due magnifiche, memorabili scopate in rapida successione, senza alcuno spargimento di sangue, con una regina bianca, morbida e consapevole. Ho leccato le sue cosce calde, ho pregustato la sua viola pulsante, ho lasciato che l’animale donna riconoscesse in sé il desiderio che non ha bisogno di pensare, e ho goduto dentro di lei, con gratitudine e bramosia, e l’ho anche ringraziata per aver sopportato un uomo senza mediazioni e senza rimorsi – ma mi trattengo, e non le racconto niente, e decido di non vendicarmi, di non infliggerle il dolore del tabellone delle mie vittorie fuori campo. So che non lo farò mai, perché se vengo fuori con una frase del genere la uccido, perché lei sa che succede, ne è certa, ma non vuole sentirmelo dire, perché io sono più forte di lei e posso reggere i suoi racconti, mentre lei è troppo dipendente dal mio amore assoluto per concedere una sola possibilità all’idea che io possa riconoscere uno spazio nella mia vita, seppur minimo, a un’altra donna. Non vuole ascoltarmi perché è intelligente e sa che chiamiamo ‘compatibilità fisica perfetta’ la maschera che mettiamo alla paura quando non vogliamo guardarla negli occhi.
– Parla…ti ascolto… – dico, ma sono io quello che ha più bisogno di ascolto, un bisogno che nessuna soddisfa, né tu, perché non vuoi e non puoi, né le altre, alle quali non perdono il loro non essere te.
Raccolgo dunque le sue rivelazioni, i suoi dettagli, le sue inquietudini, i suoi dubbi, le sue analisi circostanziate, le sue perplessità. E’ felice? Ancora no, ma per un po’ lo sarà, nonostante tutto, perché le sue storie esistono appieno soltanto quando diventano parole delle quali io, mendicante di carogne, mi lascerò nutrire, come un cane magro tenuto alla catena, avido di carezze e di cibo malsano. Il suo eroe si sublimerà nelle sue narrazioni, nella sua azione creatrice. L’oggetto irraggiungibile del desiderio verrà arricchito, perfezionato, travisato, trasformato in ciò che ai suoi occhi già è, e procederà così, pezzo dopo pezzo, fino a quando la scacchiera sarà chiara, interamente composta. Così farà anche stavolta, ne sono certo. Il futuro re è stato scelto, apparentemente a caso, ma non è vero. C’è dietro doviziosa e selettiva cura. Ciononostante, quando sarà ad un passo dall’incoronazione, crollerà, come sempre crolla, sotto il peso di una superiorità inculcata ad oltranza e l’inconsistenza di un esercito impreparato, stupito e incapace. Lei lo lascerà giacere, riverso a terra, semimorto, ricoperto del suo stesso sangue, divorato dalle mosche, colpevole di non essere stato all’altezza delle aspettative dell’esigente giocatrice che non lo degnerà nemmeno di un’occhiata. Il dio ha smesso di esistere.
Finale.
La tua nuova partita è appena all’inizio, il tuo “mi sto vedendo con un uomo” è stato appena pronunciato, ma quella con me sta giungendo al termine. Forse stavolta non ce la farò, forse stavolta non riuscirò a sostenerti fino alla fine piccola mia, forse sono diventato troppo vecchio per questo gioco, troppo vecchio per continuare a combattere. Comincio a sentire anch’io, sempre più forte, il bisogno imperioso di stendermi all’ombra di un salice e lasciarmi accarezzare da una mano che, semplicemente, mi vuole. Ma in questo momento il re bianco è scoperto. La tua regina puttana lo ha momentaneamente abbandonato a se stesso. Impudica, sta flirtando con un giovane alfiere, ed io ho deciso di approfittarne. Non avrò cedimenti né remore. Il piacere assoluto per me sta per arrivare. Tu, mia cara, ti stai vedendo con un uomo, ma sono io quello che sta per mangiare il tuo re. Sono io quello che sta pochi istanti godrà della scintilla magica, sono io quello che tra qualche immane attimo di eternità raccoglierà la tua dichiarazione di abbandono, la tua resa incondizionata, la tua insanguinata bandiera bianca.
Mia è la vittoria. Mia la donna.
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Concorso Nazionale LA VITA IN PROSA, edizione 2011

LA VITA IN PROSA

Concorso Nazionale di Narrativa

Seconda edizione, 2011

– scadenza 31 marzo 2011 –

NORME DI PARTECIPAZIONE

Il Concorso prevede la selezione di scritti inediti in prosa (racconti, lettere, considerazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto in prosa).

Periodicamente alcuni dei testi migliori pervenuti potranno inoltre essere inseriti, indipendemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario, http://www.ivanomugnaini.splinder.com.Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo. Sono stati pubblicati, tra gli altri, Antonella Anedda, Alberto Bertoni, Biagio Cepollaro, Maura Del Serra, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Anna Maria Ferramosca, Mauro Ferrari, Luigi Fontanella, Alessandra Paganardi, Alessandro Polcri, Maria Pia Quintavalla, Massimo Scrignoli, Valeria Serofilli, Antonio Spagnuolo, Paolo Valesio, Viola Amarelli, e molti altri. Per una visione completa degli autori pubblicati, tutti degni di una menzione che per ragioni di spazio non è possibile proporre qui, si consiglia di visionare direttamente il sito http://www.ivanomugnaini.splinder.com.

La Giuria del Concorso è composta da IVANO MUGNAINI(scrittore, direttore della collana di narrativa di puntoacapo Editrice), MAURO FERRARI(poeta, critico, direttore editoriale di puntocapo Editrice), VALERIA SEROFILLI(scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), ADRIAN BRAVI(scrittore), ALESSANDRA PAGANARDI (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), ROBERTA LEPRI(scrittrice) e DANIELA RAIMONDI (poeta e scrittrice), valuterà tutti gli scritti pervenuti e proporràinfine a puntoacapo Editrice una rosa di Finalisti, tra cui tre Vincitori.

I lavori Vincitori saranno pubblicati da puntoacapo Editrice,www.puntoacapo-editrice.com. Al volume contenente i loro racconti sarà dato ampio rilievo e godrà di una valida promozione grazie alla mailing-list dell’Editrice e a tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.

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Agli Autori che hanno inviato al Concorso La Vita in Prosa testi ritenuti interessanti potrà essere proposta la presentazione critica dei lavori con cui hanno partecipato, o di altri, anche già editi, presso lo storico Caffè letterario dell’Ussero di Pisa, o presso la Villa di Corliano, a San Giuliano Terme (PI), nell’ambito degli eventi letterari promossi dall’Associazione “Ussero Cultura”, appuntamenti che hanno visto avvicendarsi nei mesi scorsi alcune delle voci più significative della prosa e della poesia contemporanea.

Al di là dell’esito finale del Concorso, inoltre, la Giuria si riserva di segnalare a puntoacapo Editrice un numero limitato di lavori ritenuti meritevoli.
Agli Autori di questi lavori potrà inoltre essere proposto l’inserimento nel primo volume di “DEDALUS: Quaderno di Narrativa Contemporanea”, vero e proprio “Annuario” della narrativa italiana.

MODALITA’ DI INVIO:

Gli autori interessati devono inviare i loro testi entro il 31 marzo2011. I partecipanti potranno inviare da uno a tre racconti, lettere, pagine di diario o brani di prosa creativa, a tema libero e di lunghezza compresa fra le due e le dieci cartelle per ciascun testo, tramite file in formato Word allegato ad un messaggio e-mail indirizzato al seguente indirizzo: ivmugnaini@libero.it , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso La Vita in Prosa”.

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio,non nel file. Dovrà essere anche allegata una dichiarazione secondo cui: “I testi sono inediti e di creazione personale dell’Autore, che autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso LA VITA IN PROSA”.

È gradito l’invio di un contributo spese in misura libera da inviarsi preferibilmente tramite assegno non trasferibile da accludere al plico con i testi e le dichiarazioni, intestato a: Ivano Mugnaini, oppure con vaglia postale indirizzato a Ivano Mugnaini – via delle Sezioni, 4348 – Località Bargecchia- 55040 Corsanico (LU), indicando come causale: “Concorso La Vita in Prosa”. E’ possibile anche l’invio tramite contante con lettera (preferibilmente assicurata, o raccomandata) indirizzata al medesimo indirizzo riportato qui sopra.

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.
Il corretto ricevimento del messaggio e dei file, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.
Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi portali letterari e sul sito di Puntoacapo Editrice.

Per eventuali richieste di maggiori informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: ivmugnaini@libero.it.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:26 | link |

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domenica, 02 gennaio 2011
IL ROMANZO CIRCOLARE , di Giuseppe O. Longo
Propongo qui di seguito il racconto “Il romanzo circolare” di Giuseppe O. Longo, tratto dal volume Il fuoco completo, edito da Mobydick nel 2000. Un testo in cui, in modo del tutto specifico, il linguaggio impostato su modelli logico-scientifici si abbina ad una accattivante fluidità. Il tutto poi si arricchisce di valenze simboliche e metaforiche che nascono dall’esposizione dei dati e delle connotazioni oggettive, senza bisogno di interventi e giudizi autorali. Si aprono una dopo l’altra con curiosità le scatole cinesi che racchiude il racconto e in cui è racchiuso, scoprendo mondi possibili che mettono in relazione la scrittura e la vita, fino al punto in cui i confini svaniscono e le coordinate si perdono, o, forse, nell’atto di smarrirle si ritrovano. I.M.
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Il romanzo circolare

di

Giuseppe O. Longo

tratto dal volume Il fuoco completo, Mobydick, Faenza, 2000

R. T. Dass, matematico e scrittore scomparso pochi anni addietro, è noto tra gli specialisti per le sue ricerche di analisi funzionale e di teoria dei gruppi, ma l’opera per cui è giustamente famoso è un singolare romanzo, Il Premio della Perseveranza, a lungo quasi ignorato per una serie di vicende legate alla sua inusitata struttura. La lunga narrazione è organizzata in modo ciclico e si dispone intorno a periodici centri o nodi da cui procede per circoli concentrici che interagiscono tra loro in modo complicato. L’interpretazione di questa struttura e la sua risonanza soggettiva cambiano a seconda del punto in cui si trova il lettore e a seconda di certe trasformazioni di variabile compiute surrettiziamente dall’autore in alcuni momenti.
A tratti la struttura, la vicenda e anche il linguaggio si addensano in modo straordinario, come accade nei punti singolari di certe funzioni matematiche in cui l’infinito piano complesso si concentra in un’immagine angusta ma perfetta. In questi gangli della narrazione ogni lettore può cogliere, in misura diversa a seconda della sua penetrazione, l’essenza di tutta l’opera, il suo sviluppo ulteriore e le premesse non esplicitate (ma vedremo le difficoltà di questo accesso). L’intensità comunicativa è tale, in questi passi, che se ne prova uno smarrimento, anzi un vago malessere, come a toccare un’intimità troppo profonda.
Tra i punti singolari più intensi e tormentati è quello in cui vengono ritrovate le cinque monete nella stanza che era stata di Gupta: in quelle monete si riflette, come in un microcosmo pentagonale e abbacinante, non solo la vita di Gupta e il suo imminente destino di morte, ma anche la vita dei suoi compagni, l’atroce storia della Casa presso il Lago e la biografia stessa di Dass, che altrove è diluita e stemperata «come una lagrima nell’oceano».
La natura circolare e pseudoperiodica del Premio fa sì che ogni sua parte rimandi con precisione quasi assoluta a un’altra – successiva o precedente, non c’è differenza – in un giuoco infinito di echi, di riflessi e di sprazzi opalescenti che sembrano alludere a significati precisi e inafferrabili. Conscio della tensione spirituale e dell’esaltazione emotiva che avrebbe provato il lettore, nel consegnare il manoscritto all’editore Dass ebbe cura di sopprimerne un capitolo, riducendo il romanzo a un’opera, se non mediocre, certo priva di eccezionalità. Il capitolo espunto, ritrovato alcuni mesi or sono e da poco pubblicato, costituisce la chiave non solo per comprendere la mirabile struttura formale del libro, ma anche per ristabilirne le proporzioni sentimentali, liriche ed epiche. Come un delicato e complesso organismo che viva pienamente solo nel rapporto armonioso tra le sue varie parti, il romanzo ha riacquistato in questo modo la sua fisionomia originale, insospettata e straordinaria. Non si può più parlare di inizio o di fine della narrazione: ogni passo è in certa misura il centro dell’intero racconto e tutto rotea intorno a tutto.
Che dal libro fosse stato espunto un capitolo era apparso evidente ad alcuni amici dell’autore, ma questi si era sempre rifiutato di discutere l’argomento. A lungo si era congetturato sulla natura e sul contenuto del capitolo eliminato e sui suoi legami col resto del Premio; alcuni giovani matematici si erano perfino esercitati a ricostruirlo secondo equazioni ricorsive che avevano ritenuto di poter estrapolare dalla narrazione. Nessuno di questi tentativi era andato vicino al segno, ma le versioni «completate» del romanzo avevano raggiunto una certa diffusione. Oggi se ne può apprezzare la scolorita lontananza dal vero.
Ma il rigore della struttura o i suggestivi rimandi simbolici non prevalgono su altri aspetti del Premio: anzi il suo fascino più vero sta forse nel contenuto poetico, che non si può esaurire in un’analisi sia pur puntigliosa. Si ricordino «le corti bagnate di luce lunare rinchiusa», o l’aspetto misterioso delle città notturne, in cui larvali personaggi cercano simulacri di verità al termine di ingiustificabili peregrinazioni. Spira ovunque un malinconico senso di irripetibilità che contrasta col ciclico riprodursi della vicenda in condizioni sempre nuove. Tutto ciò s’inquadra ma non si esaurisce nell’inflessibile sintassi del libro.
Gli slanci lirici e descrittivi, scintillanti come inverosimili costellazioni canicolari, sono incastonati nel ferreo giuoco delle corrispondenze e si affacciano in primo piano o si ritraggono sullo sfondo a seconda della distanza che il lettore riesce a stabilire tra sé e il racconto (ma è l’autore stesso, in qualche maniera incomprensibile, a regolare questa distanza). Ad esempio il viaggio notturno dei tre Pellegrini verso la Città sacra può apparire una parabola in necessaria corrispondenza sintattica con la veglia funebre di Gupta, con la reclusione di Dass nel cortile e con tutte le altre scene modulari ed equidistanti; ma quando l’autore ci permette di avvicinarci ad essa con animo più appassionato e meno rarefatto, si può quasi isolarla dal giuoco dei richiami e goderla per ciò che essa ha di delicato e struggente: «La notte fuggiva dinanzi ai loro passi leggieri verso un orizzonte invisibile; nel cielo profondissimo e nero si prolungava la vibrazione trepidante e presaga delle loro anime inquiete.»
Tra le pagine più belle ricordiamo quelle in cui Dass descrive la propria prigionia – non è dato sapere se volontaria o imposta – insieme con la serva idiota nelle stanze interne del suo palazzo, disposte intorno a un cortile di pietra ornato di statue e piante fiorite. Tutta un’estate sembra fluire con incredibile lentezza in questo carcere, lontano dal mondo, in uno stupefatto silenzio coronato di eroici tramonti e pervaso di estenuanti profumi: «Passeggiavo nella loggia che circonda il cortile e sentivo il tempo scorrere nelle mie fibre come i granelli di sabbia nell’orifizio di una clessidra di cristallo.»
Nella lingua di Dass ogni sillaba, parola o frase narra e insieme rappresenta, suona ed evoca, cristallizzandosi all’interno di un magma bronzeo e vibrante per poi sciogliervisi di nuovo, tracciando duttili lingue ignee che travalicano i limiti del narrare e legano oggetti e significati lontani in un fascio acceso e serpeggiante. Le parole sono vive: si pongono su infiniti piani diversi e risuonano per insondabili profondità, scavando caverne sulfuree dentro la totalità del sentire.
I tentativi di tradurre il Premio nella nostra lingua – quattro finora – sono tutti mal riusciti, sia per la distanza tra la sensibilità di Dass e quella dei suoi traduttori, sia per l’invalicabile diversità fra i suoi mezzi espressivi e i nostri. Queste traduzioni passarono, a suo tempo, quasi inosservate e anche oggi, benché integrate con il capitolo mancante, lasciano perplessi, delusi e vagamente irritati. Come rendere ad esempio la scena dei sitar accordati dalle due ancelle con amoroso avvicendarsi nella notte illune? O quella dell’Indovino, le cui parole si dispongono, come tessere di un mosaico invetriato, secondo un’astrusa ma trasparente scala cromatica, accennando a un significato che resta misterioso fino alla morte di Gupta?
Si pensi anche alla scena di questa morte, che fra tutti i punti nodali della narrazione può essere considerato come quello più essenzialmente singolare e simbolico nella versione monca, benché in quella completa esso venga ricondotto nell’ambito della periodicità strutturale. In una notte di luglio che la luna rischiara col suo pallido volto, Gupta inseguito dagli assassini si rifugia nel Castello diroccato. Prima di varcarne la soglia ingombra di macerie e addentrarsi nel labirinto di sale e cortili – immagine distorta e approssimativa del romanzo stesso – egli si volge un attimo a contemplare la vasta pianura che si stende tranquilla ai piedi del Castello, tagliata in due come da una spada dalla strada bianca, lunghissima e dritta, che punta verso mezzogiorno e simboleggia l’Amore, la Vita e la quieta Felicità domestica che il destino gli ha negato. A tutto ciò Gupta volge le spalle in un attimo di suprema concentrazione sentimentale. La coscienza della morte ormai prossima lo rende indifferente al fascino greve delle rovine sotto la luna. Rifugiatosi in cima all’unica torre superstite, egli attende immobile gli assassini cui non può sfuggire: «Giacque sul tiepido impiantito di mattoni antichi. Lontano nella campagna i cani latravano sotto la luna, mentre buffi di vento portavano breve refrigerio alle sue aride labbra. La sua anima si lanciava ormai per centrifughe vie verso mete lontane.»
Opera crepuscolare, anzi notturna, il Premio è popolato di personaggi evanescenti come ombre suscitate da una luna affoscata dietro nubi vaganti; essi sono dotati di una fissità rituale e simbolica come le figure dei tarocchi (si pensi al Venditore d’incenso, alla Donna dal sorriso spento, all’Uomo nel vaso, al Falsificatore di bilance). Solo alcune di queste figure vivono una vita meno provvisoria e lasciano un’impressione durevole e ricorrente.
Come accostarsi dunque a questa incredibile opera che sembra eludere ogni tentativo di contatto tradizionale? Dice Shrivastava nell’ultima appendice della sua monumentale Storia delle Letterature: «Il romanzo di Dass non si può, non dirò penetrare, ma neppure intuire o sfiorare, se non attraverso un’insolita operazione dell’inconscio – il sogno. Solo mediante questa trasposizione di significati, assonanze e strutture in una massa onirica da contemplare fuori del tempo, in uno spazio rarefatto e vagamente incongruo, si può ricavare – se non una visione – almeno un presagio di questa singolare vicenda creativa dell’anima e della mente di un uomo (o di una moltitudine?).»
Del resto un’indicazione implicita ma precisa in questo senso è fornita dallo stesso Dass quando descrive i Sognatori della Città sacra come si presentano agli occhi deliranti dei tre Pellegrini: «I loro corpi giacevano su letti di rose agli incroci di strade convesse, presso ruscelli limpidissimi, sotto torri di cristallo e di pergamena, negli slarghi di piazzette deserte. Sotto di essi l’anima del Mondo fomentava con calore irresistibile i loro sogni: le visioni esalavano in sospiri allungati e si mescolavano e fondevano in una leggiera nube che si sfilacciava intorno alle guglie altissime della Città sacra. Così ognuno viveva con pari intensità i sogni di tutti e nessuno reclamava improbabili e futili paternità. Ciascuno sognava negli altri, ciascun’anima viveva nelle altre, come se una sola immensa creatura multiforme e tentacolare si smemorasse nelle sue fantastiche creazioni oniriche.»
Ma non a tutti è dato sognare, e ciò che si sogna non sempre obbedisce ai comandi dei nostri desideri, neppure di quelli più ardenti. Per quasi tutti noi il romanzo di Dass resta un sogno che vagheggiamo di sognare.

14 ago 1978
Riveduto: gen 1999

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