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sabato, 27 giugno 2009
FARSI ALTRO – silloge di Alessandra Paganardi

Poeta recentemente vincitrice del Premio “Astrolabio”, presieduto da Valeria Serofilli e della cui giuria faccio parte anch’io, avendo l’opportunità di leggere alcuni autori validi e originali, Alessandra Paganardi, di cui sono lieto di presentare qui alcuni testi, autrice coerente nella ricerca di un linguaggio personale, in grado di rifuggire sia dalla retorica sia da asfittici minimalismi, mi ha inviato per Dedalus una sua silloge inedita, che lei stessa ha definito, trovandomi d’accordo, “fresca”. E’ fresca non solo perché è stata composta da poco, ma anche per il senso di genuinità e autenticità che riesce a comunicare. Il titolo della silloge, in fieri, è “Farsi altro”, e lo spunto iniziale, la goccia che mette in moto il flusso delle parole, è la riflessione sulla bellissima, sconvolgente cava tuttora in esercizio sul monte Pisanino, dalle parti di Marina di Massa, visitata nelle vacanze pasquali dalla Paganardi con la sua famiglia. La cava, come specifica la stessa autrice in una lettera allegata ai testi, “è una presenza costante nel [suo] immaginario; ma, partendo da questo luogo fisico che inevitabilmente entra nella geografia del pensiero e del sentire, la composizione dei testi deraglia verso varie forme del divenire, quasi fossero tutte figure della permanenza nello sparire: dalla trasformazione di una banale conchiglia in perla, ai passaggi di stato dall’alba alla notte, all’incompiuto per eccellenza della Pietà di Michelangelo, che è quasi una volontà di fermare il divenire nel tempo”. Riportata questa bella e nitida descrizione della Paganardi sulla genesi della scrittura di questi testi, a me non resta che invitare alla lettura di questi versi di cui personalmente apprezzo, lo confermo, la cadenza ed il tono, capace di conciliare la solennità profonda di alcuni momenti di umana rivelazione con la lievità di chi è ben conscio della fatale inconsistenza dell’essere (qualcuno avrebbe detto “leggerezza): la coscienza, ben descritta in questi versi, che “Ci siamo messi in fila anche noi/ rocce cave per il tempo che attende/ di tagliare i ricordi, di spostarli/ via dalla mente in blocco, uno su uno”. Ma proprio questa consapevolezza, paradossalmente forse, ma neppure troppo, porta anche a cercare con gli occhi e con il cuore attimi di senso e di lucida meraviglia, quella vitale madreperla “nutrita dal niente di un grumo/ [che] l’ha trasformata in una goccia rotonda/ di bellezza, una minuscola luna”. I.M.

————————————————————————-

ALESSANDRA PAGANARDI

FARSI ALTRO

silloge inedita

LA CAVA

E’ duro il salto, come questo marmo.

Bisogna flettere il calcagno freddo

alla salita, rendere le suole

alla polvere che si fa più scura

nel passo. Appiattire il respiro

alla pietra. Poi l’ultima stanza –

quell’orecchio di Dioniso svuotato

nel venerdì di Pasqua, dadi immensi

allineati come case a schiera.

Non sarà mai acqua

il fiume – è un rumore la voce

impigliata tra fango e sassi.

Ci siamo messi in fila anche noi –

rocce cave per il tempo che attende

di tagliare i ricordi, di spostarli

via dalla mente in blocco, uno su uno.

E tutto ricomincia a farsi altro.

***

PARATESTO

Scrivo, ma non mi sento fra le mani

l’inafferrabile. Scrivo che neppure

un sasso è saldo ed è sicuro nella

sua forma, che soltanto

la traccia è vera ma non è invisibile –

è lì nascosta. Un solco

che si gonfia di terra sempre nuova

una crepa che chiama sotto i piedi –

come grattare il muro per trovare

un ritratto, e ancor più sotto un camposanto

antico. Scrivo che anche il tempo

diventa mite se lo lasci sfogare

la sua voglia di uccidere ogni cosa –

triste come un tiranno senza sudditi.

***

RIVIERA

E ritornare là dove ogni cosa

infine si fa notte:

la voce di un concerto non finito

come neppure il vento più sa fare.

Qualcosa sembra arrendersi da sempre,

qualcosa ha rinunciato ad aspettare

come la spiaggia a novembre –

l’orologio che batte sul profumo

del primo pane, solo per sentire

che non è stata inutile la sera.

***

GENEALOGIA

Sembra una foto d’epoca ingiallita

la madreperla che accoglie la luce

nelle sue valve scure senza storia.

L’ha nutrita dal niente di un grumo

l’ha trasformata in una goccia rotonda

di bellezza, una minuscola luna.

***

PIETA’ RONDANINI

E’ lotta oppure amore

questo tuffarsi in due senza misura

nel verso della notte

l’affondo sghembo di un corpo che crolla

in un abbraccio inutile di madre

Il compasso sul foglio ha perso l’ago

prosegue la sua corsa all’infinito

nella retta di un gesto –

e non si sa chi muore.

***

ULTRASUONO

Poi tornerà anche il gufo

questo bambino imbronciato che vola

col suo fischietto né acuto né grave –

un ultrasuono di polvere.

Passerà solo come un’isola

stregata, canterà l’ora di tutti

più forte di un poeta.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:19 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: inediti, alessandra paganardi

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mercoledì, 17 giugno 2009
FRANCO BUFFONI : anticipazioni da “Roma”, Guanda

E’ un luogo ineludibile, Roma; fisico, spirituale, politico, concreto, onirico: paesone ciociaro, smaccatamente e sbracatamente innocuo ed apatico, in apparenza, e, un passo oltre, un grido e un tombino più in là, metropoli pluristratificata, sottilmente mefistofelica, come il sorriso del senatore a vita per antonomasia, quello che continua a ghignare di noi, dei destini che ha orientato e rubato, tra una messa alle sei di mattina ed un incontro col malaffare, con o senza bacio. Ma tant’è. Roma è tutto questo; è un’idea, un ricordo presente e futuro, qualcosa con cui sia chi la ama che chi la odia deve fare i conti. Ignorarla non è possibile: la presunta indifferenza è in realtà una scelta di campo. Un poeta come Franco Buffoni, attento a tutto ciò che di per sé assume un valore metaforico, in grado di gettare luce sul senso delle cose, e sulla sfida di fondo, quella tra l’umanità e il suo contrario, tra l’autenticità dell’essere e, sul fronte opposto, ciò che la nega e prova ad annichilirla, sia essa la guerra, o l’indifferenza, o l’offesa cieca e ottusa contro forme ed esistenze libere nel corpo e nel pensiero, si trova così a scrivere un libro dedicato a Roma, di prossima pubblicazione con Guanda, di cui propongo qui due anticipazioni, significative, scelte dallo stesso autore. Lo sguardo di Buffoni sulla città eterna è attento e accurato, tagliente e lieve, ironico senza rinunciare allo scavo, anche nel senso letterale del termine, la volontà di sondare ciò che si cela sotto la superficie, delle cose, degli splendori e delle macerie, nel cunicolo fascinoso e intrigante fatto di parole dette e alluse, nomi che hanno lasciato una traccia nella Storia o hanno comunque inciso qualcosa di sé sulle mura della morte e della vita. Il tocco finale, acrobazia ben riuscita, in grado di mettere in contatto senso e non senso, presente e passato, sacralità e quotidianità, unisce la Domus Aurea con lo Stadio Delle Alpi, oggi Olimpico, e pone in parallelo, tramite il sorriso della poesia, la disperata e libera frenesia di un antenato di Pasolini con le finte e i dribbling di Del Piero. Una poesia, quella di Franco Buffoni, che concilia lievità e profondità, evocando quella mitologia del quotidiano, che, passo dopo passo, ci accompagna in quel “passaggio sotterraneo che conduce/ al santuario di Vesta” e a “questo selciato composto/ di basoli in pietra calcarea”, da cui si vede, come in uno specchio, la grandezza e la limitatezza umana, e, al di sopra e all’interno di tutto, una solare, tenace forza vitale. I.M.

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Franco Buffoni

ROMA

I

Com’era il mondo dove sbarcò Enea

Al di sotto del piano di campagna?

Rimosso lo strato di cenere compatta

Appaiono ambienti d’epoca ellenistica

Già nel 79 dopo Cristo abbandonati

Per precedenti terremoti e inondazioni…

Erano tante Rome disperse nei villaggi,

Varrone già lo scrive col tono del racconto:

Mons Capitolinus era chiamato un tempo

Il colle di Saturno, e cita Ennio

Come in una favola, sul colle

Saturnia era detta la città…

E presso Porta Mugonia al Palatino

Dalla casa dei Tarquini

Nel passaggio sotterraneo che conduce

Al santuario di Vesta

Scava ancora l’équipe per dimostrare

Come vuole il professore

Il legame tra i poteri:

Solo al re un diretto accesso era permesso

Al sacro fuoco.

Roma, roma che ci scherzi ancora.

II

Da questo selciato composto

Di basoli in pietra calcarea

Si accedeva alla fortezza con funzioni di culto

E rifugio in caso di guerre. All’interno

Le tre nicchie con volte a botte per i sarcofagi.

Aveva diciott’anni Antonio Bosio

Nel 1593

Quando, entrato per un piccolo forame

Serpendo e col petto per terra,

Si ritrovò in santa Domitilla…

“Sodomito”, vergò un giovane collega

Sotto una volta della Domus Aurea

Accanto al nome Pinturicchio

Autografo, come la sua invidia.

Vi si calavano i giovani pittori

E poi strisciavano fino a quei colori

E rilievi con stucchi. Lavoravano

Per ore con poca luce e pane

Tra serpi civette barbagianni

E poi vergavano la firma.

Erano accesi i loro sguardi vigili

E sguaiati. Erano maschi.

“Pinturicchio”, definì Del Piero l’Avvocato

Nel momento del massimo fulgore.

Note:

Il giovane maltese Antonio Bosio – autore di Roma sotterranea, uscito postumo nel 1632 – discese col suo maestro Pompeo Ugonio per la prima volta nelle catacombe di Domitilla il 10 dicembre1593.

L’Avvocato per antonomasia era Gianni Agnelli, proprietario della Fiat e della Juventus, squadra nella quale giocava e tuttora gioca Alessandro Del Piero.

Da ROMA, nuovo libro inedito di Franco Buffoni (uscita prevista: gennaio 2010, editore Guanda).

postato da: ivanomugnaini alle ore 19:02 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: anticipazioni, inediti, 2010, guanda, franco buffoni

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mercoledì, 10 giugno 2009
NEL SENSO DEL VERSO – testi di Valeria Serofilli

Dopo Elisabetta Baleani, propongo un’altra poetessa, anche lei, seppure con toni e forme divergenti rispetto alla Baleani, alla ricerca della conciliazione tra armonia e caos, tra la dimensione ideale e la concretezza dei dati concreti dell’esistere. Propongo qui una breve nota relativa al libro di Valeria Serofilli, di recente uscita per i tipi della Leonida Edizioni, “Nel senso del verso: nuovo volume”. L’indicazione “nuovo volume”, non è casuale né accessoria: testimonia un processo di maturazione, assimilazione, conferma e revisione di dati, modelli, visioni, approcci. Attingo dalla prefazione al volume, scritta con attenta e partecipata cura da Floriano Romboli, citandone alcuni passi che ben riassumono questo progressiva elaborazione stilistica e testuale: “Se in precedenti raccolte la Serofilli era incline a riconoscere all’attività poetica, forse memore di un celebre luogo dell’Ars poëtica oraziana (“Aut prodesse volunt aut delectare poëtae”, v. 333), anche una funzione confortatrice, spiritualmente consolatoria, in questa silloge la tensione conoscitiva appare senz’altro dominante e centrale. […] Non sono ammessi cedimenti agli artifici mediocri degli “pseudo salotti saltimbanco”, mentre il discorso meta poetico prosegue in altri componimenti”. Per leggere la versione integrale della prefazione, e per ricavare informazioni più dettagliate sul lavoro dell’autrice, e liriche tratte dal lbro citato, consiglio di visitare il suo sito personale, http://www.valeriaserofilli.it, o siti delle case editrici con cui ha pubblicato, Leonida edizioni e puntoacapo editrice. In questo spazio segnalo il suo recente volume e ne estrapolo un paio di liriche, testimonianza di un lavoro tenace, appassionato e in costante fase di sereno ma anche severo confronto con il sogno e con il vero, la poesia e la realtà. I.M.

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VALERIA SEROFILLI

testi tratti da NEL SENSO DEL VERSO –

NUOVO VOLUME

Via di fuga nel dislessico

Sospesi tra l’attesa del peggio / quel tuo dire

“tanto deve finire” e “la spendo appieno

giacché non dura – per così dire -”

Ciclicità è rinascita / ma sfianca:

gemme continue germinano stress

e a ripetersi, l’indefinito / già sei fortunato

Ma quale fugace fuga e fuggitiva

si prescrive nel flusso che furtivo

ci consuma? / Consunti di solerte dinamismo

consenzienti impacchi di mistero in attesa

d’incudini a recidere (il niente o il meno vero)

Astanti di tempi senza resa / miraggi

di lungometraggi in attesa

si continui a fugare quell’arresa

nel consuntivo che ci preme / ressa inattesa

riscossa della più fervida rissa

di quell’arringa / terra promessa

letale plancton che alla sorte

germina misfatto, surimi per non dire granchio,

(cavia) caviale o più pregiato succedaneo

Sospensioni liquide di amplesso

siamo più o meno quel che ci è promesso

(o meglio concesso), ma la fine sussiste,

quanto prima e la sfida continua

nel dislessico.

***

Se casomai spronato

Se casomai spronato quel tanto / da

dar luogo ad un rimorso che convenga

ti spiegherei che esiste anche la selva

ad inselvatichire le stanche membra

Se casomai servisse a qualche cosa

delucidarne il lucido sentiero, ti

spiegherei che quel che avverto è vero

e non son versi buttati alla rinfusa

Refuso il satiro e il sarcasmo, sprono

quel tanto che mi faccia effetto

quel poco che mi sostenga l’affetto

e fintanto che ne sono degno

Se casomai l’eclisse fosse vento

cerco l’effetto fin quando non l’avverto

sfogo lo sdegno che più mi diverte

e mi sostengo in differito inganno

mentre tento / la sorte / e la ritento.

postato da: ivanomugnaini alle ore 18:53 | link | commenti (1) | commenti (1)

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sabato, 30 maggio 2009
VENTO ROSSO – poesie di Elisabetta Baleani

“Avevo voglia, stasera,/ di far tremare la primavera”, scrive Elisabetta Baleani, in una delle poesie qui proposte, contenute in una raccolta recentemente edita dalle edizioni Simple. Sono versi che si prestano ad una lettura duplice: la volontà di far tremare la primavera può essere la dichiarazione di intenti di chi vuol fare concorrenza alla lievità del vento, diventando dolcemente suadente e insinuante, rivaleggiando in maliosa e fertile sensualità. Ma si può voler far tremare la primavera anche per la schiettezza, la forza, la sincerità tagliente e diretta di ogni sillaba, ogni accento. Nelle poesie di Elisabetta Baleani, per scelta, per istinto, per capacità di cogliere l’essenza di molteplici e contrastanti profumi, le due istanze convivono, si lacerano a vicenda, lottano fino allo stremo, per poi fondersi, nel profondo, in un magico amplesso. La rabbia, la sensualità, il coraggio di guardare il mondo dritto negli occhi, per poi guardarsi dentro, sognando realtà più vere del vero e più immaginifiche di qualsiasi volo onirico, sono gli ingredienti più nitidamente individuabili ed assaporabili all’interno della gamma di sensazioni vissute ed evocate dall’autrice. “Il vuoto alleggeriva le giunture/ ero finalmente la gazzella del vento,/ o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere/ esce smunta, circuisce un po’ la luce/ e se va più su oltre il midollo/ che la spinge lontano dalle mani”, annota, emblematicamente, in una lirica. E’ complessa, aspra, sempre sensata e viva, mirata alla ricerca del bello anche attraverso il buio, e del piacere anche a dispetto del dolore, la poesia di Elisabetta Baleani, originale, personalissima; va letta gustandola come un vino corposo e inebriante, non come un rassicurante brodino. Poesia contrastata e inquieta, chiama in causa, spremendo poesia dalla vita. I.M.

————————————————–

ELISABETTA BALEANI

Poesie tratte da VENTO ROSSO

ediz. Simple, 2009

Sulle ginocchia della sera blatero

al vento le mie canzoni:

vecchie morìe, impacchi giallastri,

stupefatte gondole quasi a galla

non vi vorrei avvicinare

se non per commissione,

vi odio più della pelle che mi riempie

perché straripate

per diventare me, non avete

pietà nella staffetta,

né di quanto aguzzina

sia la vostra sosta

sulla mia bocca.

In risposta: che peritura

sia la mia salita.

Che non incappi

nel vostro condominio.

***

E’ tempo di sangue e di zanne,

sciolte croci navigano avvistandomi,

silenti fuochi si affliggono

iridescenti, io meno la sorte,

mi sveno volando,

mi svendo ambulando,

m’arrendo e nutro biancori e corazze.

Sterminatrice d’ossimori,

le lande dall’onda

rugginosa non accolgo più,

anzi quasi annego lontane,

così schiarite, estranee a

questa nitidezza orba di fiati,

a queste lame rosse di mattino

impuro. Non così. Non oltre.

Non con la luce.

***

RISVEGLI

S’allunga il giorno negro su di me

mio malgrado mi rivestirà

spariranno le finzioni della notte

la luce mi sfonderà.

Ora, l’alba è sfumata

su frantumi di bitumi,

il mattino mi scodella, schivo,

brandelli di mele corrugate

e la pancia del mondo

s’arrovella su tastiere

dove sarebbe fresco morire

prima di perdere la terra

agra, dove la parola è bestemmia

e il silenzio una risacca attonita.

Ego iucundissima sum

In questo dies irae.

***

COME L’ODIO

Come l’odio sulle rupi bianche, sciancate, deformate,

come l’odio pulito e acre di un’acqua butterata

e come quello che sale e sfiata

da oscure melme e ascose penitenze

e colpisce il giogo di tempi e tormenti,

asseconda vicende di serpi e di serti,

come l’odio giallo del sole-pungiglione,

così m’ha ucciso, m’uccide e mi recide

il tuo sformato amore scostante e violento,

che canta burroni e scortica visioni,

così mi schiude e mi sbuccia

con coltelli dai denti d’aurora

che, sbreccando le mie carni, v’inducono la luce,

così m’assolve imprigionandomi il mio amore felino,

dipanandomi pian piano inerte,

dislocandomi di stazione in stazione

esule dal mondo e dalle cose,

fertilizzandomi, mentre fiorisco gialla e cadente

dietro le sbarre di chi non ha più niente.

***

NOTTI ESTRANEE

L’auto mastica invano la strada

dove i gatti si disossano molli,

guanti riversi.

Vagabondando infausti

infiliamo rossori

ci impigliamo nelle gonne nere

come ragnatele

ci prodighiamo in volti di plexiglas

trastulliamo la guarigione.

La notte intanto tiranneggia, atroce.

Le stelle sono ora

le squillo più ambite.

Viziamoci soffici, mio puledro,

e dondoliamoci.

***

A SOLO

E così vai solo

coniugando per difetto

le litanie che il tempo

ti smemora labili

e che il rossore delle carni

ti assegna immancabilmente;

vai solo affilando

utopie seriali, panoplie da

accasciati carnevali.

Calmati, perché tanto

sub tegmine fagi

non ci sarà rumore

né pastura al dolore

le foglie tremoleranno imberbi,

le grinfie misureranno

gli occhi di queste notti

in cui se Venere vuoi disturbare

c’è mela e mela

frontiera e frontiera.

Non piangere: tanto

sub tegmine fagi

non é per te carezza di brezza.

***

IN MEMORIAM

Rabberciando trampoli:

rabbrividita mi protergo

amara luce, spaziando

per quest’erta dove giacciono

parole a rilevarsi ossute,

dove non esistono spiragli compagni

né querelarsi varia la memoria.

La storia è storia:

di folle c’era l’antefatto

(il grillo parlante sfornava sentenze).

Di scompensato ancora si ode

il celebrare minestre su finestre.

Per la radice tua

silenziosissima preghiera scioglierò

e perché tu possa raschiare

molliche dalla crosta d’ogni pane.

***

Avevo voglia, stasera,

di far tremare la primavera

-io, sul ponte del nulla,

masticata dal vento,

ingiallita da elettrici barlumi-

avevo voglia di graffiarmi addosso

di recitarmi fino all’osso

-corre di traverso l’onda sozza

della notte facile e leggera-.

Ma canta l’ago

e mi presta il suo fragore

m’oscilla addosso scatenando

terree brine sulle terre di confine.

Stasera, il firmamento

m’è bestia silenziosa,

infido si protende

smascherando stelle

come toppe e bende.

Piena, in questa oblunga notte

sono, di passerelle.

***

Devi fuggire sulle ali del jazz

ed io veramente su quelle sono fuggita

non c’ero più, salivo, salivo,

il vuoto alleggeriva le giunture

ero finalmente la gazzella del vento,

o la farfalla, se vuoi, che dalle viscere

esce smunta, circuisce un po’ la luce

e se va più su oltre il midollo

che la spinge lontano dalle mani

e dai diari, lontano dal tempo

che lampeggia fiacco e sfiora

solo cose che dobbiamo perdere.

Devi fuggire sulle ali del jazz,

allungare il passo e andare oltre

più su, oltre il confine che ti vede all’ombra,

oltre la soglia che non ha memoria,

defluire dall’oscurità e risvegliarti

limpido e leggero sull’onda

che rinnova e riconsola.

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:12 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: editi, edizioni simple

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domenica, 24 maggio 2009
INTAGLI DI MEMORIE – poesie di Bruno Bartoletti

“Solo intagli di memorie/ trafiggono il cerchio di luce che fugge/ all’orizzonte”, scrive Bruno Bartoletti nella lirica “Le radici”, una delle poesie che propongo qui di seguito, tratte da “Il tempo dell’attesa”, Società Editrice <>, Cesena, 2005. L’impostazione è classica, il passo ampio, cadenzato. Il verso si distende piano, quasi a voler mimare, anche sul versante del ritmo, una riflessione accurata, sul tema dei temi, la domanda per eccellenza, inelubile e arcana: quella concernente il tempo, il senso dell’attimo presente e di quello passato e futuro, le radici che si proiettano verso un cielo difficile da esplorare e impossibile da mappare. La poesia di Bartoletti ha cadenze lunghe; ma è distante anche da certe vuote banalità cantilenanti. Per questo motivo, anche per inserire in Dedalus ogni tanto una poesia incentrata sulla rotondità del suono, sull’attesa, sulla parola che assapora il gusto di sonorità quiete, propongo questi versi di un autore che per lunghi anni ha raccontato in versi un’esistenza fatta di serietà e coerenza, tramite una scrittura lineare ma capace a tratti anche di generare suggestioni salde e genuine, l’attimo in cui l’autore scopre che “profuma anche il silenzio il tuo ricordo”.

—————————————————————————————————

BRUNO BARTOLETTI

testi tratti da

“IL TEMPO DELL’ATTESA”

—————————————————-
Il tempo dell’attesa

Io fui. Già il tempo quieta l’acqua

sul non cresciuto porto dell’infanzia

caligine avanzata sulla proda dove il vento

forte mulina remore e ricordi

sotto la torre vigile dell’ora

ombra tra ombre disseccate al suolo

fui quell’istante esile nel soffio

che sulle smorte sillabe rimuore

quando nel vespro cadono le stelle

fui solo l’apparenza una domanda

pagina bianca inutile sospesa una promessa

per completare il tempo dell’attesa.

***
Attesa lunare

La gora rimescola i giorni

sospesi a una pendola bianca

tra occhi di melograno,

fessure tagliate di luce,

si screpola il gesto nel lento

naufragio dell’ora.

Mi slena il silenzio dei monti

cucito a memoria negli occhi,

l’immagine nera di un treno

che screpola l’ombra del tempo.

Si sveste la sera le mani di seta,

nel soffio rimemora il vento d’aprile,

sui campi profumi di stoppie.

Attesa lunare distesa sul fiume

che inonda silenti bambini

in attesa, profili di donne

supine nell’ultima luce.

***
Non lasciarmi parola

Non lasciarmi parola

sopra aride spoglie

ramo inutile e vuoto

non fuggire oltre i deserti del fuoco

tra le lande pietrose della negazione

o nella palude dell’indifferenza

(il giorno batte le sue ruote

e la sera affonda

nell’implacabile violenza degli astri)

non recidere la radice

che ancora mi trattiene

nella lacerazione

di oscuri cunicoli

per risalire a vie chiare

nella contemplazione

della mia della tua sofferenza

nel fuoco o nel tormento

della tua significazione

(schegge di luce sferzano l’alba

e il sole trabocca

nell’incerta reliquia del giorno)

non vuota non sola

ma limpida

acqua di pura sorgente

al silenzio

alle nevi perenne

ritorna

non disabitata

all’essenza suprema

***
Le radici

Sono tornato qui, tra queste crepe d’erba

e ginestre, dove solo intagli di memorie

trafiggono il cerchio di luce che fugge

all’orizzonte, qui dove siedo memore

di spazi mai posseduti, con queste mani

aperte che bevono un tramonto di pensieri,

con questo cuore impaurito di preghiere,

qui dove stride solitario un corvo sopra

spelonche ripide e ondeggia sopra l’ombra

nera del fiume. Esule pensiero di memorie

trafuga questo istante nello sbadiglio pallido

del sole che si insacca. Qui sono nato,

o forse mai. Nasce chi cresce nella sua

terra e vive e poi vi muore. Io no.

Mi portò esule il vento per ragnatele

di strade, dove già tanto era fermarsi

un poco per sostare, eterno forestiero

ad esplorare palpiti vivi nelle rughe

del pensiero, viandante sopra lidi

di emozioni solo sfiorate con gli occhi

addormentati a raccontare storie

sepolte seminate nel vento.

Si piega sopra il borro, fantasma di memorie,

la quercia secolare con le grosse radici

che gonfiano da crepe e soffia il suo lamento

nel vuoto che risale.

Sprofonda la badia il suo silenzio.

Tace e un tormento sale dal profondo,

esule ancora, dalle membra stanche.

Per chi non ebbe soglie da varcare,

sconosciuto viandante, il tuo riposo

è solo là dove vedesti il sole che non

ricordi, o spiagge che non toccasti.

La marea porta sempre alla deriva

e ciò che resta è solo la memoria.

Profuma anche il silenzio il tuo ricordo.

***
Mi dilaga nell’animo la selva

Mi dilaga nell’animo la selva

dei pensieri tra spigoli di mura

di questo borgo chiuso al suo silenzio.

Il freddo non dà tregua, taglia la macchia

brulla, scopre la montagna e scende

tra queste quattro case, screpola la pelle,

penetra. E oscure apparizioni lasciano

presagi incerti sulla selce ove gioca

un riflesso d’acqua e mutamenti.

Tempo che fu raccolgo dalle ceneri

del vento, grani di giorni uguali,

come uguale è questo sentimento

che preme come un lume sotterraneo

tra maceri di lacrime e di foglie.

Ciò che regna è un silenzio d’altri tempi,

di tenebre, di cose, oggetti sparsi

su una materia opaca, invisibile,

che il cuore non ravviva, muore.

Sono i piccoli specchi in cui si frangono

sembianze sconosciute, presagi

inafferrabili di cenere e di assenze,

è la parola oscura, senza voce,

eco perduta nella polvere e nel vento.

Il mio tormento è risorgere ogni istante,

tramutato, da queste oscure soglie,

è vivere e durare oltre quest’attimo.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:49 | link | commenti | commenti
categorie: editi, società editrice il ponte vecch

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domenica, 10 maggio 2009
ABITARE L’IMPERFETTO – testi di Lina Salvi

“Bisogna sempre mentire al titolare”, è questo uno degli imperativi, o meglio, uno dei consigli per l’esistenza, e la resistenza, suggeriti da Lina Salvi nel suo libro Abitare l’imperfetto, edito nel 2007 da La Vita Felice. La chiave privilegiata per entrare all’interno di questo libro, scritto con misura ma anche con passione, con un’esplorazione attenta e conscia degli universi dell’assurdo e del dolore, è, forse, proprio nel luogo più evidente, un po’ come La lettera rubata di Poe. Il codice di lettura è in quel vocabolo sistemato in bella evidenza sulla copertina, nel titolo: quella parola ineludibile “imperfetto” che reclama un’analisi, un confronto. Partendo dalla coscienza della precarietà dell’esistere, fallace, sospesa sulla corda che separa il tragico dal grottesco, verrebbe fatto di individuare in modo netto, perentorio, l’identità del “titolare” a cui necessita mentire. Ma, come detto, l’autrice è attenta alle complessità, alle sfumature, alla coincidenza degli opposti. E’ così allora che il destinatario delle vitali e salvifiche menzogne, può essere anche il tempo, o “quello strano movimento/ del cervello, il girare a vuoto/ nella sagoma di un coltello,/ la solita infiammazione di un nervo,/ un fuoco che pervade il cerebrale/ lo stare della scrittura su una gamba/ sola”. La cura e la malattia, lo scrivere, il pensare, il fuoco della passione, rivestono in quest’ottica un ruolo duplice, ambivalente, come è giusto che sia, come in ogni poesia di spessore che sappia ragionare sul mondo ragionando su se stessa e sulle prospettive divergenti, piacere e dolore, bene e male, resa e tenacia, che costituiscono l’essenza di ogni individuo. I.M.

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LINA SALVI

testi tratti da Abitare l’imperfetto – ed. La Vita Felice, 2007

Abitare l’imperfetto

Affrontare la quarta fase

investire in ciò che siamo

non siamo, di verità avidi

sempre in bilico il sapere.

Bisogna sempre mentire al titolare

garbatamente dire,

infilare l’ago dolcemente nel punto

più dolente della gamba,

nascondere lo sdegno.

*

Mi spaventa il ritmo regolare

delle piante, le stagioni, sempre quelle

catena al collo

si potrebbe inventare, dire

di una sinistra variazione del tempo

qualcosa che sfugga suo malgrado

primitiva alla morte.

*

È uno strano movimento

del cervello, il girare a vuoto

nella sagoma di un coltello,

la solita infiammazione di un nervo,

un fuoco che pervade il cerebrale

lo stare della scrittura su una gamba

sola.

*

Resto comunque aggrappata

alla vastità di una pianura, al mare

d’oriente, a quel bacio inesplorato,

ritmo cardiaco. Dopo il primo pianto

ci sarà dato, al secondo giro di vento,

al cenno sovrano del bicchiere.

*

La messa è finita

raccogli dunque il tuo pane

l’epifania del lago, i battelli

battezzati, un nome solo

a memoria.

La parola non è che

un corpo innaturale

pelle avida di sale.

*

Spingersi oltre questa sera

per netta conseguenza

dentro a un film

in uno spostamento d’aria di vuoto,

che ognuno porta con sé.

Conosco il male, ciò che hai lasciato

la necessaria violenza del sale

quel freddo che restringe

in un appello nominale, le arterie.

Socialità

La lettera giunse in dicembre.

La lettera parlava chiaro: non avevo

scelta dovevo partire, accettai contro

il parere di mia madre. La nostalgia

mi costringeva a lunghe telefonate

a faticosi viaggi, interrotti da turni

di lavoro, incomprensioni di colleghi

che dei meridionali non ne parlavano

mai bene, lei non mi salutò mai

con un bacio, con una carezza.

Desiderava che accettassi

l’aiuto di un parente o che tornassi a casa

il ragù che ribolliva sui fornelli

potesse amalgamare non solo la pasta!

L’ordine del giorno scivolava

apparentemente su argomenti più frivoli,

ero fidanzata, non ero fidanzata,

pensavo di esserlo a breve, mi vergognavo

della mia schiena, della sua cicatrice.

Alle sue domande reagivo come se non avessi

ascoltato, come se si fossero d’un tratto

interrotti i fili della comunicazione,

come se l’esistenza di un bisogno

mi procurasse un’emozione

dalla quale era meglio stare alla larga.

Riprendevo vigore, scatto assumevo

un’espressione inflessibile e statuaria, io

che senza una barra metallica conficcata

nella schiena non ero nemmeno in grado

di governare il capo.

***

Il nuovo colpo di grazia lo dovevo

alla nascita di un partito.

I miei connotati furono sfruttati

per stabilire nuove minoranze, diversità .

si parlò di federalismo, secessione, di come

saremmo stati ricacciati nelle nostre terre,

nelle nostre case, di come le nostre stereotipate

valigie di cartone si fossero dissolte al di là

del Po, nell’inevitabile scenario di

miseria, di sporcizia delle nostre città.

***

Il primario entrava da un ingresso

secondario, osservava la schiena

prescriveva radiografie, avanti

il prossimo paziente. Immaginai

solo la catastrofe. Erri mi lasciò.

Povero, non gli riusciva di vedermi

in quello stato! Il viso deformato

dalla mentoniera, le gambe rigonfie

dalla caviglia all’inguine

un corpo impossibile da esplorare

causa le sue forme, non perfette.

Non mi guardavo allo specchio

non mi piacevo.

Nel nuovo quartiere fui nota

con un appellativo, una sillaba

che nell’uso dialettale

valeva come sinonimo di diversa.

La pronuncia, dapprima labile

a mano a mano che la parola

prendeva corpo diventava più acuta

nel tono. Quell’insieme letterale,

apparentemente innocuo e privo

di significato, produceva su di me

lo stesso effetto del magma, dell’infuocata

massa terrestre di cenere e lapilli

che, sgorgata dal ceppo del cratere,

raggiunge valle portando dietro sé

fiumi,germogli,case.

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:23 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: la vita felice, editi, lina salvi

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domenica, 03 maggio 2009
IL LIBRO NATANTE – testi di Alberto Mori

“Nella parola piscina/ righeboe allunghe”, scrive Alberto Mori nella lirica Il libro natante, qui proposta assieme ad altre variazioni sul tema con oggetto il volume, luogo di raccolta di parole e di mondi. Mi è sembrata suggestiva questa idea della parola come piscina, serbatoio fluido, mutevole, in grado di accogliere corpi fisici e pensieri, sogni, giravolte più o meno armoniche, e, di riflesso, forse proprio in virtù di questa effimera inconsistenza, qualche nuvola di passaggio dalla forma più che mai sfuggente e riflessi di luce, cangianti. Le varie immagini del libro rese metafora da Mori mi sembra che siano recipienti interessanti, vari, traboccanti di immaginazione, ma anche di ironia, di sorpresa, appassionata, di fronte alle varietà dell’ente parola, ora rigida e inaffondabile, ora soffice, in grado di andare sotto la superficie per un istante in cui il verso coglie il mistero del senso, o lo evoca, in una capriola, leggera, vitale, tenace, in grado di dare scopo al gioco tramite il gioco stesso: “Sul/ Proscenio Bianco/ Dissolvenza/ Incontro/ E/ Dunque/ Il punto/ Alla Levità/ Sospinto”. I.M.

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ALBERTO MORI

testi inediti

* * *

Il libro natante

Intanto

corpi scivolanti

dalla soluzione dell’immagine.

Così

nella parola piscina

righeboe allunghe

durante nuoto in corsia.

Crawl improvvisi.

Braccia vocali ritte.

A dorso pagina

acqua addentratata

nel margine di lettura.

Poi

riemersione

a farfalla dell’occhio

verso lo stile libero dalla forma.

* * *

Il libro riletto

Alzando

Un poco

La copertina

Per quei

Gradi definiti

Dalle dita

Schiudendo

La controcopertina

Vedendo

Lo sfondo

Neutro

Al retro

Tornando

Ai corsivi

Scorrenti

Nel rettangolo biografico

La richiusa

Veloce planatura

Sulla pagina

Introduttiva

* * *

Il libro rinato

>Accade Accade <

11.35

* * *

Il libro risuonato

Lo slancio armonico

torna all’aria

in fiati clarini

note nubi

strati variati

soli spartiti

* * *

Il libro rivisto

Inizia

entra nella parola

dal bordo

percorrendo

il tratto

che va

in avanti

e

oltre

appare

e tu sai

avanzando

con la mano

spostare l’occhio

accanto

dove

questa parola

scomparendo

rivede

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:42 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: inediti, alberto mori

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domenica, 19 aprile 2009
INDEFINITO CANONE – poesie di Mirko Servetti

Contiene un’esuberanza vigilata, un lirismo conscio del peso del tempo, la poesia di Mirko Servetti. Nelle poesie qui proposte il linguaggio spazia con misura e padronanza dal racconto al sogno, dalla descrizione di stati d’animo all’analisi attenta, a volte ruvida, di situazioni e rapporti interpersonali. E’ una scrittura, quella di Servetti, che ha piena coscienza di quanto sia presente e in qualche modo ineluttabile questa “età delle parole/ mutile di luce e superflue al cuore”, e quanto sia crudo questo “inesorabile tempo presente/ senza suono e senza terra”. Ma il suono, un’aspirazione ad una forma possibile di armonia, Servetti lo ricerca e lo attua comunque, con sentimento e tecnica, seppure per rappresentare, con onestà, una terra che soffoca e opprime o una donna che offre “amore di lupa che irretisce/ il doppio di me riflesso ai miraggi”. Con nitidezza, ma non senza cuore e coinvolgimento, l’autore ci indica il luogo del non-dialogo, l’abisso avido di “quel dove che coltiveremo,/ killer e mandatari di noi stessi”. Una poesia mai banale e scontata, quella di Servetti, da leggere apprezzando gli echi armonici, ben bilanciati, sul piano del linguaggio, e, simultaneo controcanto, la stringente attualità dei toni e dei contenuti. I.M.

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MIRKO SERVETTI

Indefinito Canone

Canone I

Eppure con l’età delle parole

mutile di luce e superflue al cuore,

supponevo le strade come reali

quando gli odori delle trattorie

stemperavano note di mandòla

e il pane stava avvolto nei lunari

di tanti cieli prima. Della Russia

da lavoro il nonno ne riportava

fatiche su meraviglie e la strada,

questa strada che mai si realizzava

dove la polvere nulla poteva

contro le bacche più rosse dei fiumi,

me la figuravo senza guardare

quel reale che potevo vedere

solamente alla luna di febbraio,

il mese in cui nei campi fa silenzio

anche il giorno e le notti sono immense

e recinte da macchie d’erba medica.

Canone II

Dunque le mareggiate senza vento,

rare come una sorsata di pioggia

pure se i tuoni promettono imprese

affatturanti e si cerchi riparo

col consueto travaglio d’ogni fine

licenza. Ma l’annunciato furore

non è che una città di mezzo agosto,

inesorabile tempo presente

senza suono e senza terra ma lacrime

tramate dalle stelle, poiché il canto

sciolto in freddi rivoli non insinua

incontri di regolare scadenza.

E il cemento d’alta stagione, unito

ai candelieri della bassa riva,

spegne i contorni dei sigilli impressi

al sentore d’ogni nuovo equinozio.

Diadema del nulla

Nel pieno delle tempeste lunari
ogni terra mi discorre di te,
quando al mezzo della notte fragranze
d’aria scolpiscono effigi di sale
e tergiversano i proemi del cuore;
così dissimuli il tempo allo specchio,
ora indossando la foggia invernale
sui cigli delle strade, ora schiudendo
con apprensione i cassetti tarlati
dei ricordi che avevi conservati

tra le calze di seta e un sillabario
in un mattino che sfidava il sonno
nonostante le fradice percosse
del vento. Grande è infine la riserva
marina che si estingue in squarci, nero
il tuo amore di lupa che irretisce
il doppio di me riflesso ai miraggi.

Dove quel dove che coltiveremo,
killer e mandatari di noi stessi…

Sequenza mobile

L’Occidente, al principio della fine,

si chiude nelle stanze circolari

che ti alloggiarono, bruna e febbrile

in un corpo che Dio non può sapere.

Il mito latino mi deglutisce

e mi disperde ai margini di te,

come un grumo di terra che si bagna

all’ annunciare delle fioriture.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:40 | link | commenti (9) | commenti (9)
categorie: inediti, mirko servetti, indefinito canone

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domenica, 05 aprile 2009
CENDRILLON – racconto di Lucetta Frisa

La prosa di Lucetta Frisa, con il materiale ampio e vario di citazioni, rimandi, collegamenti intertestuali, pone il lettore di fronte ad una domanda il cui senso è nell’atto stesso dell’interrogarsi, nell’esplorazione tenace di un dubbio fondamentale. L’acuto, brioso, teso, sorprendente racconto che propongo qui di seguito, ne è un chiaro esempio: partendo da una vicenda reale (riassunta nella nota fatta precedere al testo), seppure ai confini del credibile e dell’immaginazione, l’autrice ne esplora i sensi e controsensi, le verità e le menzogne, percorrendo quella sottile linea di confine che unisce e separa l’assurdo dal sensato, la lievità libera dall’oppressione dei dati di fatto. La letteratura, evocata, creata, rimodellata, venerata e modificata, diventa un mezzo privilegiato per provare a sondare la terra di nessuno, quella zona priva di indicazioni e segnalazioni esatte, quella in cui dimora il senso ulteriore del viaggio, la direzione, se non la meta del cammino. Sempre senza pontificare, con una prosa lieve e ironica, sempre capace di unire la sostanza con un ritmo accattivante, Lucetta Frisa continua a portare con sé, nelle sue escursioni sui terreni della narrativa, i bagagli di una vasta cultura ma anche gli abiti lievi, da turista disposta a prendere atto delle sorprese e delle meraviglie del mondo e della parola, sperando costantemente nell’attimo in cui le due dimensioni si sovrappongono in un istante, prezioso, di bellezza. I.M.

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CENDRILLON

racconto di Lucetta Frisa

N.d.a:

Nell’anno 1697 si scoprì un delitto compiuto da Pierre Perrault Darmancour, figlio di Charles Perrault, nella persona di un giovane sconosciuto. Ne seguì un processo. Per ottenere la protezione della corte durante il processo, il padre avrebbe pubblicato, con il nome del figlio Pierre Perrault Darmancour, il volume di racconti intitolato Histoires ou comtes du temps passé avec des moralités, dedicandolo a Mademoiselle, la nipote di Luigi XIV. Pierre venne graziato. Tre anni dopo, partì per la guerra dove perse la vita. Le favole di Charles, con il titolo Les comtes de ma mère l’oye sopravvivono fino ai nostri giorni. Il guitto napolitain che avrebbe tradotto in francese il capolavoro di G.B.Basile, è vissuto solo nella mia immaginazione.

Parigi: luglio 1697, notte alta.

Nel salotto non filtra una bava d’aria. L’atmosfera è afosa e cupa : due scrittoi, uno ordinato, l’altro invaso dai fogli. Brocche d’acqua. Candelieri accesi.

Qualcuno bussa.

È il valletto che, mezzo addormentato, annuncia:

– Monsieur, il viaggiatore che attendevate è qui.

– Entrez!

Monsieur tiene in mano un mouchoir di pizzo chantilly per detergersi le perle di sudore che colano giù dalle tempie strette e sventagliarsi un po’.

Il viaggiatore, avvolto in un mantello nero pece, fa il suo ingresso silenzioso e felpato. Respiro ansante, alito non aristocratico. E’ senza parrucca, i capelli folti e nerissimi, sono incollati al cranio. Cinque giorni di viaggio da Avignon e neppure una sosta.

No, non bisogna aver pietà per quelle ossa maltrattate dalla corsa su carrozze scomode e arrugginite con cavalli moribondi: nessuna pietà per il sonno arretrato e quel sudoraccio puzzolente. Monsieur ha fretta. Non si alza come imporrebbe il dovere dell’ospite. Dice solo, indicando col lungo mignolo un’ombra smilza, alla sua destra, china sullo scrittoio affollato di carte:

– Questo è mio figlio Pierre Perrault Darmancour, che prenderà qualche appunto. E laggiù – il lungo mignolo devia di pochi millimetri dalla traiettoria – c’è dell’acqua, se volete.

L’uomo si toglie il mantello. Altra puzza, più intensa e diffusa, stavolta. Fa circolare per la stanza uno sguardo nerissimo come tutto il resto. Si versa rumorosamente da bere, mentre Pierre Darmancour tossisce, si accomoda meglio sulla seggiola, comincia a intingere la penna d’oca che ha un lieve soprassalto entrando nell’ampolla dell’inchiostro.

Rimangono in attesa, la penna, l’inchiostro, il foglio e Pierre Darmancour, il cui volto è abitualmente pallido ma ora è addirittura cadaverico sotto la luce delle candele.

Lo sconosciuto si abbatte nel fauteuil con uno schianto. Fruga dentro un involto che nasconde sotto il mantello, ne estrae con cura un libro vecchio, di media grandezza, rilegato in pelle da poco prezzo. Lo posa con delicatezza sul palmo della mano sinistra e mentre la luce del candeliere gli serpeggia sul volto che Monsieur giudica intollerabilmente vulgaire per la carnosità delle labbra e lo spessore allargato del

naso, lo apre con solennità. Poi solleva la mano destra come a dirigere un ensemble di viole e violoncelli, fa un sospiro in tre tempi e con tono basso ma vibrante, inizia:

LO CUNTO de LI CUNTI ovvero LO TRATTENIMENTO de PECCERILLI di Gian Alessio Abbatutis, detto GiovanBattista Basile, in Napoli 1634, Jornata Prima.

– Un momento, – interrompe Monsieur, tirandosi i baffi aguzzi come vibrisse – mi assicurate che l’autore è morto da trentacinque anni?

– Uì, Messiè – risponde il napoletano.

– E che l’opera omnia è postuma?

– La sorella Adriana la fece pubblicare due anni dopo la sua morte. Ma mezzo sconosciuta è rimasta. Parola mia, Vossia…pardon, Messiè.

– Mi assicurate che siete l’unico su questa terra a possedere l’unica copia rimasta dell’opera?

– Uì, Messiè, parola mia. Avete avuto le giuste informazioni.

– Et vous, com’è che sapete il francese? – chiede infine Monsieur Charles Perrault con malagrazia, al termine dell’interrogatorio, con lo stesso tono indagatorio e diffidente.

Neppure lui si ricorda con precisione il nome e l’aspetto di chi gli ha confidato nella massima segretezza e dietro un sostanzioso compenso, come un certo Giovan Battista Basile, vissuto in Italia presso le piccole corti della Campania, avesse scritto comtes très intéressants. Racconti ascoltati dal popolo e in seguito trascritti, rinventati, arricchiti di particolari, per divertire i suoi signori, ma…hélas! En langue napolitaine.

Aveva messo in atto una serie di strategie, con informatori e spie, che si depistavano l’uno con l’altro, ingarbugliavano le notizie, fino a giungere all’uomo chiave: un ignoto guitto napoletano, figlio illegittimo e rinnegato di un nobile decaduto, ma buon amante delle parole, sia parlate che scritte. Su un carro di Tespi si era allontanato da Napoli, salendo per tutta l’Italia, portandosi dietro altri girovaghi, rimaneggiando vecchie commedie a uso e consumo dei suoi attori e di un pubblico sempre diverso. E girando e rigirando per le piazze italiane era arrivato fino in Provenza dove attori, teatro e girovaghi stanno di casa, vi aveva fatto fortuna e imparato il francese. Un guitto napoletano che possedeva il libro originale di Basile e vi attingeva per tirar giù canovacci alla buona.

Questo gli conferma adesso il napolitain in persona che continua ad asciugarsi fiumi di sudore davanti a lui con un orrendo foulard sbrindellato storpiando la sua bella lingua francese fino a farlo imbestialire.

– Provate a leggermi qualche pagina di Monsieur Abbatutis – ordina Monsieur Perrault e si assesta più comodamente nel suo fauteuil.

– Antonio di Marigliano ped essere l’arcifanfarode de catammare cacciato dalla mamma, se mese a li servizie de n’uerco…

– Comment? – interrompe la voce stridula di Pierre Darmancour Perrault, finora muto come un sepolcro, ma con la penna sempre in aria intinta e rintinta tante volte nel calamaio senza avere scritto una sola parola.

– Traduco subito, Messiè, statevi bbuono…- dice il napolitain fermando in aria quella sua mano così volatile che accompagna le volute barocche del racconto.

– Antonio di Maragliano, cacciato dalla mamma perché è il capintesta degli scemi, si mise al servizio di un orco…

Perrault si tira le vibrisse in segno di soddisfazione, mentre quel traduttore-traditore legge infervorato, addentrandosi nei sapori della lingua del Basile e traducendola con una certa maestrìa in un francese accettabile. Di tanto in tanto emette un Ah, bon, sorride e ride malgré soi, perché già si immagina il suo successo, proporzionale al divertimento di Mademoiselle e di tutta la corte riunita a cerchio attorno a lui che di sera, avrebbe letto a voce alta quelle favole.

Anche Pierre ha deposto la penna inutilizzata, se ne sta con le orecchie tese, a braccia conserte, più cadaverico che mai.

Poi Monsieur smette di divertirsi e comincia a pensare. Una domanda gli guasta la festa, gli trapana il cervello.

Come essere sicuri che questo incontro segreto rimanga tale?

D’accordo, Napoli è lontana e l’unica copia de LO CUNTO de LI CUNTI è lì, nelle mani del presente guitto napolitain che si agita come solo i meridionali italiani sanno fare. Ma… già si è saputo che lui, Charles Perrault, Accademico di Francia, ha attinto qua e là, per le sue fiabe, da LE PIACEVOLI NOTTI de Lo Straparola, in una traduzione francese…Ma adesso, Parbleu, nulla deve trapelare di questa visita notturna, di questo attore-traditore che ha portato qui, fino in casa sua, il libro tanto straordinario di Monsieur Abbatutis, vulgo Basile. Che opinione si farebbe la Francia e il mondo intero, di un accademico di Louis XIV che scopiazza le sue fiabe da un ignoto écrivain napolitain?

– Bon, – taglia corto Monsieur – Voi mi dovete tradurre questo libro. Anzi, mi hanno parlato di ben cinque volumi, se non erro. Donc, il tempo stringe, l’estate è al suo culmine e io ho fretta di pubblicare. Quando tutto il lavoro sarà finito, sceglierò quelle trame e quei particolari che più mi piacciono. Sarete pagato bene per questo servizio. Ma sarete pagato di più per il silenzio. Nessuno, mai, dovrà sapere del nostro incontro di questa notte.

– D’accordo, Messiè.

– E voi dovrete togliere dal vostro repertorio le commedie che si ispirano a quelle di Basile. Sarete pagato ancora molto di più per questo. Ma guai a tradirmi. Ho le mie spie.

– D’accordo, Messiè.

– Sarete alloggiato a casa mia. Avrete ogni conforto: vitto abbondante, abiti decenti, una sgualdrina per i vostri bassi piaceri. Lei non parlerà, è muta, né potrà scrivere, è analfabeta. Ma, ripeto, nessuno, al di fuori di me e di mio figlio- e di quella sgualdrina – dovrà sapere del vostro soggiorno qui. Detterete a voce la traduzione dal napoletano in francese, direttamente al qui presente Pierre Darmancour, mio figlio, che la trascriverà in bella copia. Avez-vous compris?

– Uì, Messiè ai vostri ordini, Messiè …Però adesso, vi prego di ascoltarmi – fa l’attore, con un tono quasi perentorio, e i suoi occhi si accendono di una luce

luciferina – Questa storia dovrebbe piacervi in modo particolare. Si intitola:

Il Sesto passatempo della prima giornata ovvero la Gatta Cenerentola.

Già dalle prime battute Monsieur è rapito, il mouchoir di pizzo di chantilly si è bloccato a mezz’aria, il respiro pure. Solo le vibrisse tremano.

Una notte di luglio a Parigi, nel 1697, Zezolla comincia lentamente a trasformarsi in CENDRILLON che lascia la sua vecchia casa napoletana e corre al ballo di un principe francese. Chi già la sta immaginando in questo modo, fa cenno con il mignolo a un’ombra smilza di avvicinarsi. L’ombra si avvicina, Perrault padre accosta le labbra all’orecchio dello spettro- figlio e bisbiglia:

– Bisogna bruciare il libro appena tradotto. Mai visto, letto, ascoltato.

– Oui, monsieur le père.- risponde lo spettro con un altro bisbiglio.

Poi lo spettro indica col mento aguzzo il lettore-traduttore-traditore napolitain che, leggendo appassionatamente, non si è accorto di quegli spostamenti in platea, né tantomeno dell’espressione complice e perversa di due paia d’occhi che lo fissano, e aggiunge, con un sibilo ancora più impercettibile:

-E di lui, che cosa ne faremo?

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:36 | link | commenti (17) | commenti (17)
categorie: racconto, lucetta frisa

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martedì, 24 marzo 2009
CURVE DI LIVELLO – Annamaria Ferramosca
Nell’ambito della rassegna Itinerario rosa 2009 – percorsi al femminile
Città di Lecce, Assessorato alla cultura

Sala conferenze ex Conservatorio S. Anna ( Lecce),

giovedì 2 aprile 2009, ore 18

sarà ospite

Curve di livello, MARSILIO editore, collana Elleffe- Lingue di poesia

di Annamaria Ferramosca

Letture dell’autrice – Interventi di Elisabetta Liguori e Bianca Madeccia

Al violoncello Antonio Cavallo, all’arpa Carmela Cataldo

“Perché i segni realizzino il processo di traghettare il tempo, a non arrendersi di fronte alla storia dicendola impossibile o finita, occorre che la parola poetica recuperi questo suo compito attraverso la componente mitica; occorre che la poesia non smetta una sua tensione anche utopica a farsi mitopoiesi, a isolare cioè i personaggi che schiude, le dimensioni che rappresenta, presentandole con quel nitore che è proprio del mito, come figure che in qualche modo si consegnano alla nostra memoria. E questa mitopoiesi, come attraversamento e confronto con le culture e con la tradizione, è un tratto distintivo della poesia di Annamaria Ferramosca.” (Marcello Carlino, “poiein.it”)

“Annamaria Ferramosca ha saputo proporre con questa sua nuova, convincente opera poetica, Curve di livello uno scandaglio ampio e incisivo del mondo. Ha saputo oscillare con moto isocrono tra la concretezza dei dati di fatto dell’essere e quell’aspirazione, ugualmente solida, a crearsi una “mitologia del quotidiano”. Questo libro è un utile e ispirato “manuale di volo” da leggere prima, dopo e durante i tentativi di decollo e di atterraggio sui suoli sassosi del nostro tempo.” ( Ivano Mugnaini, vicoacitillo.net )

“Chiudiamo il libro avendo attraversato la densità di un’esperienza certamente adulta, pagine nelle quali si assume su di sé il tempo e il suo portato di scenari con energia e leggerezza e che hanno dietro l’eco della grande poesia, da Leopardi a Saffo al già citato Rilke.” ( Maria Grazia Calandrone, “La Mosca di Milano” )

“In questa raccolta i suggestivi graffiti di ipotetiche grotte di Lascaux “traghettano” il tempo come sulle pagine la scrittura, in un abbattimento di barriere spazio-temporali come solo la magica forza del poiein sa operare. (Valeria Serofilli , motivazione Premio Astrolabio)

Curve di livello è finalista al Premio Camaiore 2007, è Primo Premio Astrolabio,

Città di Castrovillari-Pollino , Violetta di Soragna, finalista ai Premi Lerici Pea e Pascoli.

Testi in voce su : http://oboesommerso.splinder.com/tag/progetto+lettura+55+aferramosca

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:07 | link | commenti | commenti
categorie: curve di livello, marsilio, annamaria ferramosca

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domenica, 15 marzo 2009
UN SOGNO GUIDATO – poesie di Eugenio Nastasi

“Non sogno più”, scrive Nastasi in un verso di questa sua raccolta pubblicata nel 2008 da Lepisma. Con un verso altrettanto breve precisa, poco oltre, “prendo appunti”. La negazione dell’attività onirica e l’affermazione di un’attività di pratica e metodica annotazione della realtà sembrerebbero delineare un chiaro e tutto sommato sereno discrimine, una scissione netta, un taglio pulito, quasi chirurgico. Leggendo i versi della raccolta di Nastasi, tuttavia, ci si accorge che, per dirla in termini pittorici, non siamo di fronte ad un taglio alla maniera di Fontana, ma, a sfumature, nuances, grumi corposi di colori di stampo, per così dire, impressionistico. Con molta onestà, con occhio e mano di poeta-pittore, Nastasi descrive lo spazio che vede e percepisce, avendo sempre, come amara consolazione e contrappunto, il senso del tempo che scorre, la visione che si fa inevitabilmente memoria, “le scarpe consumate dagli alberi/ i pensieri già esplosi come germogli”. Ma in quella visione di un tempo attuale che si fonde al passato, c’è una consapevolezza a tutto tondo, gli occhi che subiscono una ferita di dolcezza, senza rinunciare alla ricerca di “un’altra pelle/ finalmente indivisa”. Forse la poesia, forse la verità, o semplicemente l’intuizione breve e interminata di un senso che svanisce nell’attimo stesso in cui viene concepito, ma lascia, nonostante tutto, una traccia di bellezza. Ed allora l’affermazione di partenza dell’autore, “non sogno più”, appare inesatta, contraddetta dalla trama dei versi, e dalla ricchezza immaginifica, semplice e suggestiva, degli appunti poetico-pittorici raccolti da Nastasi in questo suo libro con estrema cura e passione, sapendo bene che “non succede che ripassi altra vita”. I.M

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EUGENIO NASTASI

poesie tratte da UN SOGNO GUIDATO – edizioni Lepisma, 2008

2.Se il dolore rimane e

non ingombra, più calma

la sorgente forma un lago

Ma quale cielo, quale inganno

di nuvole infedeli

coinvolge e placa di marzo

un corpo dilatato nelle cose?

E’ l’anima il suo sogno migliore.

antefatto

Su e giù nel tempo una notte

in veglia appostando un suono

di voci scivolate

nella somiglianza che le fa proprie

al buio,

sfogliate nell’intonaco e pallide

in attesa d’essere riconosciute.

Come piccole torce

a cercar sosta, si scoprono devote

al mio star male,

e come me

dopo ogni notte

tornano alla forma contorta

del loro natale

voci al telefono

Voci al telefono, lucciole

di fiato indistinguibile

appese all’orlo del mondo

in controluce, intensamente

vive di una loro

primitiva sequenza,

voci che mi attraversano e

dolorose dicono di esistere,

voci notturne

senza riposo agli occhi,

ferite dalla loro dolcezza,

piene di astinenza e un poco vinte

nel pallore della confessione,

con amore nelle mani

programmate per fuggire via.

Voci che in gocce

mostrano

la tenerezza del morire

per la vita che se ne va

dietro la vita

cercando un’altra pelle

finalmente indivisa.

ansia dei nomi

Vivere un’ansia di nomi non posati,

sentirsi clandestini dove il cuore

converge

in cerca di un riscatto,

tenere dentro la paura di chiamare

un nome

sapendo che nessuno risponde.

un sogno guidato

C’era un noce nella macchia

in collina

fichi d’oro e una pergola

d’ombre spandeva favole

con semplici rivelazioni –

c’era a settembre il gioco alle noci

che variava per numeri –

il tiro al tocco che appena ti segnava

rendeva incerta la mira –

c’era un mondo di cesti di tini

e grappoli ungevano riserve

di sere odorose e indulgeva

il nostro ruolo di infiniti fanciulli

che vedevano chiaro oltre i canneti

della fantasia –

c’erano pomeriggi estivi

di muscoli tesi

le scarpe consumate dagli alberi

i pensieri già esplosi come germogli –

c’erano distanze dietro tutti i cancelli

e il mare dietro le siepi – sempre il mare –

sapevano di more le carezze

e di petrolio gli occhi spalancati.

jonica

Andare senza respiro

dove il ficodindia urta la ginestra

e l’ astinenza più che un dono

è un vizio,

barattare un mattutino

all’angolo di strada

per smuovere tutta la solitudine

di una sola vita,

stringere il fiato nelle radici

d’inverno quando l’anima

indica un’onda di gabbiani

navigare sull’ erba tra gli ulivi

come se fosse prosciugato il mare.

prendo appunti

Ho creduto a storie

di timide sere

Un fuoco di mani

apriva mondi

e la carta della mente

non si asciugava mai

Stelle spandevano brina

con occhi di gelo

Il miele del vivere

consegnava pezzi di pane

come grani dell’ultima Cena

Ho creduto a uno sguardo dativo

All’opera che s’incarna

nel rimescolio degli uomini,

ai cortei alle fughe alle piazze,

ai sogni orizzontali,

al nostro canto libero, reduci

dell’oceano provinciale

Non sogno più da anni

vendo piccoli quadri dove un merlo

è più di un aquilone

Conosco il nome dell’erba settembrina:

ho ancora una penna,

prendo appunti.

la parte ritrovata

Dalla parte ritrovata, nella stanza

o nell’altro cielo,

si scoprono alchimie e false trasparenze,

umana mente di attesa e pazienza –

il vero non accade nel sogno.

Rimossa la pietra pasquale,

la rivincita dei sensi risale

da una finitudine perfetta.

Vivere di questa terra calpestata

dove i pensieri sono più dei gesti.

Non succede che ripassi altra vita:

questo il disegno che abbiamo

colorato, questi i contorni.

Se m’accosto vedo l’antico portone

e penso che di là c’è un’altra infanzia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:26 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: editi, eugenio nastasi, lepisma edizioni

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domenica, 01 marzo 2009
VARIEGATO GIOCO D’INTAGLIO – Domenico Cipriano

E’ “variegato gioco d’intaglio” questa plaquette di Domenico Cipriano dal titolo emblematicamente complesso, “L’enigma della macchina per cucire”, pubblicata dalle Edizioni L’Arca Felice e arricchita da un pensiero visivo di Prisco De Vivo. E’ gioco d’intaglio, come la ricerca di una risposta all’ironico e ineludibile questito, come l’attività stessa di mettere parole a fianco di parole, pensieri a fianco di emozioni, dubbi, scampoli e frammenti di certezze, che, indossate e osservate allo specchio, danno corpo a nuovi dubbi. Ma la macchina umana, la mente, è tenace e ostinata, per fortuna. Così come nell’attività-necessità di tentare di dare veste alla poesia. E Cipriano, anche grazie all’amara e intrigante suggestione visiva di De Prisco, intesse versi che lacerano e ricuciono, aprono squarci di luce, anche grazie allo strumento antico e vitale del ritmo, la magia arcana della musica che si può ottenere, con passione, anche da una macchina indocile come la mente. In ritagli di visione di materia e suono, si ha davvero l’impressione di cogliere e sorseggiare “la solitudine dell’uva”, e “gli abiti indifesi”: quell’istante di illuminazione che risponde alla domanda di partenza, e all’interrogativo di sempre, nella sola maniera possibile: con una nuova domanda. Come la poesia. I.M.

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DOMENICO CIPRIANO – “L’enigma della macchina per cucire”

(con un pensiero visivo di Prisco De Vivo)

1.

Abbiamo una visione tumefatta delle cose

da qualsiasi lato giriamo la testa troviamo

aghi che ci pungolano gli occhi. Rigiri

il bicchiere che profuma colmo di vino

e sorseggi la solitudine dell’uva, qui

dove la terra si contorce e la curva in lontananza

nasconde il fascio affiorato del faro.

2.

Quanta dura scrittura scuce le mani

scortica mura atroci: amara impura

frase cercata oscura per la cura della

notte asfittica ricercata dalla veglia

sonnambula. Consesso di parole

ricuciono le doglie mattutine, poi

sotto l’acerbo sole sperpero le ore.

3.

Ho iniziato ad osservare i segni

delle rughe, mi soffermo ad ogni

aggrottarsi della fronte (sarà

la coscienza d’invecchiare).

Guardo i righi netti orizzontali

o brevi crucciati vorticosamente.

Quel variegato gioco d’intaglio

sugli abiti indifesi, la mano precisa

che ricuce la materia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:36 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: cipriano, de vivo, larca felice

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domenica, 01 marzo 2009
POESIA AL FEMMINILE
IL CIRCOLO LETTERARIO ANASTASIANO

ha organizzato per

GIOVEDI’ 5 MARZO 2009 alle ore 18.00 presso il Salone del Circolo “IncontrArci”
Piazza C. Cattaneo 9, Sant’Anastasia (accanto alla stazione della Circumvesuviana).

OTTOMARZO IN VERSI,

Incontro di poesia al femminile, in occasione della festa della donna

Le 20 Poetesse: ANNA BRUNO, ANNA GERTRUDE PESSINA, ROSSELLA TEMPESTA, ROSSELLA LUONGO, ANTONIETTA GNERRE, RITA AMELIA, BRIGIDA GALLO, ALESSANDRA MAI, CARMEN PERCONTRA, ROSA SPERANZA, AGOSTINA SPAGNUOLO, ADELE DI PIETRO, MARIA ROSARIA LUONGO, CARMINA ESPOSITO, DOLORES SCIPPACERCOLA, ROSARIA ZIZZO, EMANUELA ESPOSITO, NUNZIA AMATO, ANNA BARTOLOMUCCI e ORIANA COSTANZI,

declameranno loro poesie con il sottofondo musicale del Maestro Antonio Marotta.

Introduce la presidente del Circolo IncontrArci, Maria Angela Spadaro. Coordina Giuseppe Vetromile

Alla fine della serata è previsto un piccolo rinfresco.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:32 | link | commenti | commenti
categorie: otto marzo, circolo anastasiano

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sabato, 21 febbraio 2009
IL VOLTO QUASI UMANO – poesie di Paolo Valesio

Conciliare l’urgenza del presente con l’aspirazione a qualcosa che vada oltre l’attimo, far convivere il patrimonio ingombrante dei padri letterari con gli stimoli quotidiani di una società che tramite una “coscienza esterna e schiacciante” tende a spingere verso il basso, appiattendo, negando perfino l’idea delle nuvole, è un’esercizio arduo di equilibrismo. Per riuscire a non cadere, e a non corteggiare il sogno effimero delle ali, bisogna aver perfettamente metabolizzato la cultura, senza santificarla e senza smaterializzarla, e, dal canto opposto, bisogna aver avuto il coraggio di masticare i bocooni amari ma necessari del presente, dell’hic et nunc, senza farsi avvelenare o snaturare. Leggendo i versi de Il volto quasi umano di Paolo Valesio ho ricavato personalmente un’impressione di salda lievità, un passo sicuro che tuttavia non scorda di sondare bene passo dopo passo la corda di senso e di coerenza che tiene sospesi nel tempo attuale, salvandoci sia dal tonfo che dall’inconsistenza dell’aria. E’ per questo forse che il quadro più bello, emblematicamente e suggestivamente indicato dall’autore, è “La sepoltura del conte di Orgaz”, perché in quella conciliazione mirabile di tinte e nuances, ombre e luci, è racchiusa la sintesi dell’esistere e del resistere, l’ottica concreta e ideale in cui si può esclamare “non ho mai visto più vicini/ quelli del cielo e quelli della terra”. Ombre e luci, guerra e amore, il divino e l’umano, le tinte essenziali che danno corpo allo spirito e vita al corpo, vengono tratteggiate con attenta precisione da Paolo Valesio nelle poesie di questa sua raccolta. Senza sperare in improbabili panacee, con consapevolezza onesta e lucida di artista, ma anche senza rinnegare la parola, la voce, la ricerca di un significato che trova il suo cielo e la sua terra nell’arco stesso del dire, nell’atto di essere presente, perfino nella rivolta contro un presente che “nel crepuscolo mentale” trionfante conserva forse, nello spazio vitale di un verso, “un sussulto di dignità”. I.M.

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PAOLO VALESIO

Il volto quasi umano (Poesie-dardi, 2003-2005)

Semivigilie

Quando si riscuote

nell’alta notte e sul basso giaciglio

nel soppalco di sant’Alessio*

(son da poco trascorse le tre)

chiama alla mente

il volto di qualche estraneo

che sia emerso nei giorni precedenti

dall’infinita visualità del mondo –

il viso sdentato e montanaro

di un benzinaro,

una cameriera spìppola,

un mendicante dilettante

che gira in tondo in pantaloni gialli

e passi di lupo

sulla soglia del caffè –

a questo volto si avvolge e dice:

‘O diverso individuo,

raccontami le tue peripezie!’

Poi senza transizione (nessuna parola si è udita)

vede stesso e l’altra creatura

scambiarsi un rapido abbraccio

come i funzionari dell’altare

al momento salutatorio.

Quella frase, e lo scambio

del segno della pace

vengono ripetuti varie volte

nello spoglio teatro della mente

come prove in costume

prima che il sonno incertamente arrivi –

intermissione di coscienza

per le due ore

al mattino inoltranti.

13 agosto 2001

* Secondo la leggenda, Alessio alla vigilia delle nozze fugge della casa paterna e vi fa ritorno (dopo lunghi anni di esperienza ascetica), senza essere riconosciuto o farsi riconoscere; e là dimora in un sottoscala, come mendicante, per diciassette anni fino alla sua morte.

Dedicatoria

Alla memoria di mia figlia Sara (1968-2008)

Alla reclusa amata

Il sole tramontante che corre dietro al treno

mi orla di sangue gli occhi

ma offre anche un tocco di dolcezza

e ricorre il pensiero

che guardo tutto anche per conto tuo

eppure non so

come possa a te recarlo.

Parlare l’uno all’altra

è impossibile ormai:

mi affido all’utopia –

vile o ardente non so –

della direttamente trasmissione

di pensiero a pensiero

ovvero alla preghiera orizzontale

traiettoria che unisce

gli esseri umani senza il verticale

eleva-mente a Dio

il quale ultimo

deciderà se raccogliere o no

questa preghiera

in fondo alla sua rete.

Treno Roma – Napoli

14 maggio 2003

Longa manus

Quell’alto americano nel cespuglio

entrando nella sua guerra invadente*

ha sollevato il braccio verso il cielo

senza pensare abbastanza

alla ambigua differenza:

era verso, o era avverso?

Da quel momento

è calato sul mondo un silenzio

in cui si teme-aspetta

che uno degli Arcangeli di Dio –

Michele o Gabriele o Raffaele

ma sopra tutti Michele –

alzi il suo braccio.

Laghetto
29 settembre (Festa dei Santi Arcangeli) – 30 settembre 2003

* In primavera era cominciata la guerra in Iraq.

Preghiera della torera

Per Pedro Almodóvar

Ti aspetto inginocchiata sull’arena

prego le mie mammelle

costrette nel corpetto

prego le mie spalle larghe

sotto lustrini e mostrine.

Ecco irrompi, toro – locomotiva

della coscienza esterna e schiacciante.

Punto di domanda

“L’amour va-t-il vers l’aimé pour se confondre avec lui, ou

va-t-il vers l’amour pour l’accueillir et le donner sans fin?”

(Jean-Louis Chrétien)

Resta incerto di fronte alla risposta:

soltanto sa

che l’amore salta in un tempo stesso

(come un salmone

che abbia perso la testa)

verso la foce e verso la sorgente

e in questi pazzi salti

scavalca a rotta di collo

la puntualità di ogni rapporto.

La sepoltura del conte di Orgaz

Per El Greco

Qualcheduno mi ha chiesto nella notte:

“Qual è quadro più bello

che tu abbia mai veduto?”

E senza esitazione io ho risposto:

“El entierro del conde de Orgaz”,

perché non ho mai visto più vicini

quelli del cielo e quelli della terra.

La nolontà di dire

Ogni giornata è corta eppure porta

un mutamento di ondate grandi

ma lo sforzo di farne altrui partecipe

si dissolve in naufragio

e la mistica aspirazione

di raccontarlo all’Altro

sopra di sé ripiega

sconfitta dal pensiero

che il pensiero divino è tanto svelto

dunque la onniscienza

può anche apparire come indifferenza

perché visiona tutto in un istante

e allora nulla resta interessante

così che forse la cancellazione

di qual si voglia comunicazione

è la sola e povera possibile risposta

ma così nel crepuscolo mentale

non sai più se questa è umiltà

o un sussulto di dignità

o la pericolosa illusione

di dominare il mare

dentro te quasi fossi un mezzo-dio.

Biblioteca “Sterling”

19 agosto 2005

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:14 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: scritture, inediti paolo valesio

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sabato, 14 febbraio 2009
IL SOFFIO NON PLACATO – inediti di Francesco De Girolamo

In questi versi inediti di Francesco De Girolamo, articolati in due Movimenti distinti e tuttavia complementari, ho percepito una tensione interna, una ricerca di senso, una volontà mai doma di porsi le domande nel modo giusto, perché, non di rado, in un’epoca in cui le risposte sono comicamente e maledettamente inadeguate, l’arte di chiedere, di interrogare, interrogandosi, è la sola risorsa e la più impellente necessità. La tensione che percorre e rende laceranti i versi di De Girolamo lo porta ad impegnarsi in un tiro alla fune con la struttura stessa del verso, esteso fino ai margini estremi, ai confini della prosa. Ma la forza della poesia autentica vince la contesa, e il bisogno di raccontare una storia si innerva nel corpo di una poesia moderna e attuale eppure ancora fertile di echi classici, nella forma, nel tessuto di assonanze e consonanze che chiedono a viva voce al mondo un perché destinato a non avere eco, se non “nel cerchio delle ombre che non hanno più vita”. Le vicende che De Girolamo racconta descrivono situazioni estreme, attimi senza tempo in cui la violenza nega la natura stessa dell’umanità, gli stupri ai danni della vita che si consumano nei teatri della storia, con o senza la fatidica S maiuscola, nei meandri di “in un ritorno del tempo che insegue un altro tempo, /il soffio non placato dell’insondabile notte”. Questi versi di De Girolamo confermano che esiste anche “un soffio non placato” che non si stanca di esplorare, che non ha paura di percorrere le vie del buio con occhi aperti e parole che non smettono di scavare nella nebbia e nel fango dei tempi e dei cuori, per trovare, magari, uno sprazzo vitale di luce. I.M.

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FRANCESCO DE GIROLAMO

Due Movimenti

(Inediti, 2008)

MINUSCOLE SPINE

– Basso lontano –

Svanisci, limpidezza, da questo sogno imberbe,

a diradare il fumo con venti caldi

da dove i cieli si levano piano,

senza cadere a capofitto nel vuoto.

Splendore cupo, che seguivo con gli occhi

lungo il mare, quando inerme piangevo

senza sapere il perché, o sapendolo bene;

forse anche più di ora, che non piango

se non di velenose, minuscole spine.

Chiarore informe, infetto, che mi donavi

un’ora spuria di quiete, troppo vicino

al tuo dolcissimo lete, come un osso

gettato ad un cane, perché non latri forte.

Torpore maledetto, nascosto sotto il cuscino,

che mi assalivi nel letto, come un assassino,

e liberavi il buio dalla paura; certo,

ché la paura eri tu, di ogni livido gesto;

e con cura mi riportavi oltre, dove finivo

di assaporare il segreto del tuo silenzio

dorato, come racchiuso in un nido

di tiepide braci, una capanna ovattata

di croci, di un legno tramato e lieve.

Sopra di me vedevo il regno fiero

della tua promessa, il tuo manto dischiuso

sul mio capo; ed ero tutt’uno con te,

come una dama fiera di soggiogarsi al suo re,

come se nel mio sangue scorresse segreta

l’ondosa asprezza della tua saliva,

e le mie lacrime luccicassero del seme tuo

per benedire il nulla spietato che preme

su dalla gola di chi non ha che un ben misero

incanto da custodire tra i suoi gualciti panni.

Oh, quante volte mi sarei perduto

senza il tuo grigio lampo! E svenduto

nella speranza di essere creduto un altro,

che afferrasse le cose ed avesse la forza

di camminare sicuro e guardare sereno,

come i ruvidi eroi dei film da cento lire,

alla sala parrocchiale, frugando nei calzoni

di un compagno di scuola che diceva:

“Dai, continua, non farti pregare!”

Per poi negarsi, nella menzogna più vile.

E quelle cento lire erano il prezzo di un giuda

imbellettato sul sedile, per venire a sputarti sul viso

la sua arte d’inganno più cruda, la fierezza virile

di ogni bestia più uguale a una bestia normale.

E poi, tornato all’aria, rinnegandoti anch’io,

per un letto accogliente di chiare memorie,

soffici, calde come in un sole blando,

prima che si inarcasse il volo, prima

che tutto fosse nemico di tutto.

Odiosa vanità, trascinarti nel fango

fu la mia insperata vittoria,

fu la mia vera gloria, ora che ringhio

di gioia feroce nel saperti finita

nel cerchio delle ombre che non hanno più vita.

OVUNQUE FERITO

– Sospeso leggero –

E’ già un soffio quel ringhio; e già un riflesso

di quel tonfo lucente rifrange sordo, mutato negli anni,

spoglio di inganni, in un dolore tenue come quando

i denti, giù in fondo al palato, sono ancora di latte

e la pelle profuma di fragrante sudore, ed il seme affiora

mai veduto, inatteso, nell’anno del primo dio; non sai

ciò che sembra crescere occulto, ma avverrà

che il “mai più”, forse, possa chiamarlo “ancora”,

dove trova ristoro ogni spasimo, ogni assurdo rimorso,

giacché forse non è questo il perdono, la sorte, il sogno espugnato,

la disdetta, il destino domato, l’insondabile pegno del ricordo

che in un cieco abisso tiene la piccola furia di nuovo assopita.

E allora? E’ tutto qui, proprio davanti a te, ma gli occhi non lo afferrano,

lo nasconde l’aria nuda, arsa come i frutti feriti dal sole di luglio,

che all’orizzonte affonda la sua lama nel maglio dell’onda.

Puoi correre a gridare che non sarà mai più molto, per te,

e gioire come ogni uomo, alla fine della sua attesa.

Oppure credere in silenzio che un altro ti vedrà

e manterrà il segreto che tu non oserai mai rinnegare.

Ovunque ferito. Non ascoltare altra voce. Entra nel vuoto

ad occhi chiusi, come un’ombra lambita dal velo dell’alba,

le mani tese verso l’aria fresca del vento che ghermisce polvere e oro.

Ovunque conduci la tua stella catturata, il tuo nuovo occhio

che vede oltre il sangue e non teme che lo vinca l’oscura

piaga, che lo spenga paura, che lo trafigga, quindi,

in un ritorno del tempo che insegue un altro tempo,

il soffio non placato dell’insondabile notte.

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:54 | link | commenti (12) | commenti (12)
categorie: movimenti, inediti, de girolamo

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domenica, 08 febbraio 2009
ERAVAMO CIECHI E RESISTENTI – poesie di Maria Attanasio

“Eravamo/ ciechi e resistenti”, scrive Maria Attanasio nei versi qui proposti tratti da “Amnesia del movimento delle nuvole”, edito da La Vita Felice. Ciechi e resistenti, ossia ciechi ma resistenti: condizioni che appaiono quasi in rapporto ossimorico, intrinsecamente contradditorio e conflittuale. Non è così. Si può e si deve resistere, nonostante la cecità imposta, suggerita, inoculata, esaltata tramite spot mirati, pubblicità occulta e palese. La cecità, e l’atteggiamento ad essa correlato, il silenzio, vengono santificati sugli altari di mille voci ronzanti attigue ai palazzi dove si annida il potere. Si può resistere, i versi di Maria Attanasio lo dimostrano con ampia, ritmata, possente evidenza: tramite la scrittura, tramite la ricerca di senso, complessa, intricata, a volte deliberatamente dislocata, arabescata, diretta per mirabili e vitali volute verso le due mete salvifiche da conservare e da ricercare fino all’ultimo filo di fiato: la verità e la bellezza. Anche quest’ultima conciliazione, essenza della poesia di ogni tempo, ma anche di ogni vita che pretenda di avere un significato, è resa pratica attiva dai versi della Attanasio. Attraverso una poesia che racconta, affabula, conduce a visioni spesso crude ed estreme, ma sempre percorrendo vie assolate ed autentiche, quelle delle campagne siciliane, ma anche le arterie della Mitteleuropa. E’ poesia mediterranea ed universale, radicata nello spazio concreto e nel tempo, “nel mondo delle epoche”, il cui senso è nel dolore ma anche nella rivalsa, nella sete di giustizia umana, conscia e innamorata della vita, nonostante tutto, a dispetto delle ferite della storia e della contemporaneità. Leggere i versi di Maria Attanasio è un piacere estetico, di natura ritmico-musicale, ma anche un atto di intensa presa di coscienza, rabbia, amore, passione civile senza retorica, per tramutare le amnesie in memoria, in presenza viva. Con molto piacere inserisco in questo spazio di volo letterario una poesia legata al sangue e alla linfa autentica della terra. I.M.

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MARIA ATTANASIO
Da Amnesia del movimento delle nuvole (Ed. La Vita Felice, Milano, 2003)

In fuga, a branchi

Risalimmo le lettere del libro
il mistero della luce a spirale
nella stanza – a branchi, in fuga,
non si sa da chi da quanto- ribaltando
il silenzio in algido fondo
astrale.

* * *

Nel mondo delle epoche

Nel mondo delle epoche echeggiavano risate
vibrazioni come tuoni tempeste in lontananza
erano invece i parlanti -guerre epidemie campi
minati e campi di sterminio- avremmo voluto
soffrire per quelli, portare un qualche aiuto
-Spartaco a Roma è crocifisso- eravamo
ciechi e resistenti: grumo afasico e incolore
che non volendo era.

* * *

…odiavo l’inverno

…odiavo l’inverno e mi dispiacque
essere ameba nella notte antartica
-sorte di banco in banco acuminato
letargo- aspettando tra le tempeste
che Magellano doppiasse Capo Horn
o che un qualche animale sulla tolda
mi metabolizzasse in balzo di tigre
nella savana. Al buio continuai la mia corsa,
poi gli occhi vicinissimi allo specchio
verdi, radianti…

* * *

La sedia che la sua mano…

La sedia che la sua mano impagliò

e disperse le sue tracce

tra il bianco delle infermerie il freddo

dei notomizzati nel buio lessicale

che fu

schianto di temporale tra gli agrumeti,

estate di fumo nei campi del quaranta.

Arbeit macht frei.

* * *

..di colpo la parola smarrimento…

…di colpo la parola smarrimento subito dopo l’altra
seicento -facili rime assonanze mi dicevo nel sonno-
affondando tra i liquami nel lazzaretto di Palermo
dove fui medico della Gran Corte –di nome Ingrassia-
con infusi alchimie salvavo dalla morte gli appestati,
l’anno dopo da ignota mano avvelenato a corte per invidia…
…morivo
a poco a poco risalendo tra le strade di Parigi sul finire
del secolo dei lumi Viva Saint Just! Viva Robesbierre!
Fu sentenza di morte. Sulla carretta verso la ghigliottina
domandai chi fossi al Capitano Giustiziere indicò
nel folto di una schiera un ragazzo imbottito di tritolo
in Palestina, e un’altra, lapidata…
….nel frattempo ero già morta…

Era la notte del diciannove giugno del 2002: non sapevo chi,
in quale modo ero.

* * *

Un attimo uno solo…

Un attimo uno solo -assoluto
in cima al campanile- luce
di sofferenza intelligente
che tace nell’occhio del mattino
senza scissure fraintendimenti
si guarda e non si riconosce,
il dio imperfetto, la grande amnesia.
postato da: ivanomugnaini alle ore 11:14 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: maria attanasio, la vita felice, editi, amnesia del movimento delle nuvo

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mercoledì, 04 febbraio 2009
MANIFESTO POESIA FENICEA – di Massimiliano Antonucci

Conosco da tempo la passione di Massimiliano Antonucci per la poesia, quella autentica, spesso scomoda, tagliente, vera. Massimiliano mi ha recentemente inviato questo suo “Manifesto della poesia fenicea”. Essendo anche un brano di prosa poetica ben scritto e capace di generare suggestioni, lo inserisco volentieri in Dedalus, sperando che possa dar vita a un dibattito e ad un confronto sul testo specifico e più in generale sul senso, la ricerca, la meta e la strada della scrittura. Chi desiderasse qualche notizia in più su Massimiliano Antonucci e sulla sua dichiarazione di poetica può cliccare su http://www.massimilianoantonucci.it . Per quanto mi riguarda pubblico qui di seguito il suo grido appassionato e possente rivolto alla poesia vera e a ciò che l’autore ritiene il suo esatto contrario. A presto rileggerci, I.M.

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MANIFESTO DELLA POESIA FENICEA

di Massimiliano Antonucci

“Certi poeti rappresentano la realtà

ma questo lo sanno fare tutti.

L’unica lirica in grado di saziare lo stomaco

zampilla acqua e sangue

come una gallina azzannata da una volpe.

Uno scrittore vero s’infila tra le gambe un pugnale

per segnare un suono ignoto”.

Capita che guardi e veda acqua. Le ombre dell’Arno si muovono dentro di me dove si trova sempre presente una dimensione parallela a quella del vivere giorno per giorno. L’acqua è una forza che mi perseguita e mi spezza la schiena, si nasconde ma alle volte fa di tutto per emergere in maniera prepotente sotto forma artistica: una sorta di ribellione e riscatto, una potenza vitale che mi rende elettrico come una gatta prima di mangiare. Nella sua voce si nasconde rabbiosa una disperazione fatta arte. Altri poeti hanno preferito scorciatoie, mezzucci per allietarsi l’esistenza, ma hanno finito per produrre una falsa forma di bellezza. Se sei poeta non sei facchino o imprenditore, non sei avvocato, impiegato o macellaio. Sei ladro. Un ladro che ruba dissonanze dentro le perfette costruzioni della mente. E mentre la notte mi invade con una continua richiesta di morte e di rinascita, lo spirito mi viene addosso in una vestaglia di raso rosso e il suo calore è più appagante di mille vittorie. Non abbiamo bisogno di una vita cauta ed infelice. Non abbiamo bisogno di una felicità vuota alla quale tutti possiamo ambire. Abbiamo bisogno di sentire. Di emergere. Per le strade noi vaghiamo oltre l’istinto in situazioni ai limiti della percezione, in luoghi apparentemente sconosciuti dove bruciamo, bruciamo sempre insieme a moschee piene d’odio e a cattedrali dorate che inneggiano falsi dogmi. Adesso che stiamo per scrivere l’anima della notte giunge e si mostra subito irrequieta. La notte ci invidia.

Nessuno è in grado di accedere alla propria realtà interiore senza avviare un processo di conoscenza profonda che inizia

quando lo spirito s’impone sulla rozzezza della materia.

La poesia fenicea scaturisce dalla tensione prodotta dall’uomo-poeta che urta la materia e si oppone alla mediocrità

che non vede prigioni.

Lo sforzo creativo dell’uomo supera tutte le prigioni della mente costruite sotto il comando impietoso della paura

attraverso una differenziazione dell’individuo dallo status quo.

Il feniceismo rappresenta un movimento artistico di rottura verso quei comportamenti istintivi che preservano la propria natura dal distruggere le certezze mai discusse, sviluppando nel poeta una ricerca intuitiva che affonda oltre l’assetto consolidato

dell’ordine sociale.

Gradino dopo gradino il poeta si inoltra al di sotto della soglia del logico per superare gli argini dell’essere statico e le allucinazioni indotte dalla falsità del vivere: egli è nella oscurità, oltre i simboli del giorno, dove è il baratro in cui si trova originario ed intatto

un personale senso di verità.

La sensibilità di questi scrittori della vertigine si muove verso la scaturigine del bene e del male che compare dentro di sé.

Il potere di penetrare tra le ombre dell’esperienza li rende abili a trascendere il visibile; essi stracciano le vesti alla bellezza per imbattersi in quella verità che solamente il corpo ha il potere di raccogliere, nascondendola.

Sudore bile lacrime seme sangue plasmano il suono di un nuovo lirismo che non indietreggia al buio, anzi lo attraversa nel segno

di un linguaggio ruvido e non uniforme.

I poeti fenicei sono deliranti uccelli senza respiro che trapassano le vette del meraviglioso e profanano le profondità del fantastico

per rivelare l’oscenità di una forma di coscienza primordiale.

Tutti quelli che creano senza sapere il motivo, tutti gli invisibili, gli emarginati e gli inconsapevoli che vivono l’arte come una possibilità di redenzione, che rimuovono l’illusorietà dalla finzione poetica e non sanno ancora a cosa appartengono, fanno parte di questo movimento e sono detti poeti della fenice.

Il mondo ama l’arte ma odia l’artista che afferma la sua unicità su ogni metodo e tecnica.

Chi non vive la condizione di diversità non può capire la dimensione eroica dell’esistenza che traduce la frantumazione della regola

nella formazione di uno stile che aderisce alla più autentica individualità.

L’artista si denuda senza compiacersi.

Mettere il trucco sopra i volti non è suo affare.

Se sapesse farlo non riuscirebbe ad abbracciare l’Osceno.

L’esercito della scimmia è contro di lui, l’umanità lo ripudia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:20 | link | commenti | commenti
categorie: manifesto, poesia fenicea, massimiliano antonucci

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mercoledì, 04 febbraio 2009
Concorso “Les Fleurs du Mal”

Banner_Fleurs_3Inserisco il logo del Concorso “Les Fleurs du Mal” indetto da Tespi editore. Chi fosse interessato a ricevere maggiore informazioni in proposito può collegarsi al sito http://www.tespi.it/ .
postato da: ivanomugnaini alle ore 14:38 | link | commenti | commenti

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sabato, 31 gennaio 2009
CONSUMATORI A SBAFO – versi di Giuseppe Vetromile

I versi di Giuseppe Vetromile si muovono, a me pare, su un binario sospeso tra estremi opposti, sia sul piano della forma che su quello dei contenuti. Il verso è lungo, si estende sotto la pressione dell’urgenza di narrare, dare voce e forma a una storia, una vicenda. Ma c’è anche la capacità di concentrare in una manciata di sillabe uno stato d’animo, un mondo interiore. Non è forse un caso che in molti versi sia presente una cesura, come a conciliare diverse distanze e istanze, la narrazione e la suggestione. Fondamentale, e ottimamente realizzata, è anche a mio avviso la conciliazione tra il livello sociale e quello personale, tra la rabbia e la richiesta di equità per i popoli, e, dal canto opposto, ma forse in realtà complementare, il bisogno di una realizzazione autentica negli ambiti più intimi e personali. Tra la dimensione che conduce a prendere atto che “veniamo da vicine ombre/ l’uno all’altra affacciato/ per sentire le cose con gli stessi sensi” e la certezza che “siamo fantasmi […] che cercano speranza […] in abbondanza di miti/ scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo”. Una poesia dalle caratteristiche specifiche e ben individuabili, quella di Vetromile, ricca di sensi ma mai pesante, mai carica di vani orpelli; in grado di parlare alla ragione e a qualcosa che alla ragione sfugge, rivolgendosi al tempo e al mondo in cui si muove, a volte con disagio ma sempre con tenacia e volontà, e a quella dimensione che lo spazio-tempo schiva, riscrive, ricrea. I.M

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DISTACCHI E OMBRE
poemetto di GIUSEPPE VETROMILE

1. Nel credo delle stagioni

Nel credo delle stagioni e delle piazze vado sfrangiandomi a dismisura

Dopo il tramonto avallare la mia ombra sui muri condivisi

sarebbe follia di reincarnazione

stante la nostra ala di luce appiccicata ad un sogno immateriale

(sfollati noi siamo dai reparti del supermercato appena una lieve

evanescenza di sudditi dell’economato a braccia tese

verso il rendiconto di finemese in fondo al purgatorio

il nostro valore fu in qualche centesimo di aurora oppure

nel quinto mistero gaudioso che si comprime tra le dita intricate

appallottolando tutto ciò che sa di sacrale)

Eppure mi ripiego spesso dietro il lumino e a sera

non visto

predìco l’abbondanza dei miti e dei segni poi

tramite l’almagesto mi pongo al centro delle cose

fiaccando ogni credenza

alla fine restando

solo ombra vacua di me

tra il tempo che produce attese infinite sui muri opachi

e dentro le crepe dell’anima

assolata

* * *

2. Il mio asìntoto di luce

Non ho mai detto a nessuno di seguire il mio asintoto di luce

Quando il mattino floscio ridà il confine a noi affollati e obliterati

nel quartiere s’alza il viavai browniano

verso il recondito punto di raccolta amen

io mi scartoccio dall’incavo del cielo e vado da solo

verso la Domanda repentina

improvvisa

e improvviso un magma verboso che scende fino al cuore

apre squarci di possibilità in abbecedari inconsultabili

: mi darà da vivere quest’enfasi e la Risposta non retorica

(solo quella Parola dal creato si distacca

una sola Parola che basti per tutte):

raccoglierla scrupolosamente per i passi nuovi del domani

scordandosi dell’ombra vecchia

smorta sul muro del tramonto

nel riempire il mondo non si fa che attendere una dissolvenza d’amore

* * *

3. Un referto di felicità

Un referto di felicità m’induce a progredire lungo i brani del mattino

aggiungendo nuove rime ai pilastri del breviario quotidiano

Ma noi abbiamo mia cara uno spigolo sghimbescio che alterna luce

ai primordi del buio camerale

quando inventa l’ombra una forma che si possa offrire

giusta

per dimensioni e incanto compatibili al nostro comprendonio

Dimidiati così tra cielo e suppellettili andremo franchi di fede

fino al prossimo mercato dove il companatico ci aggrada

(e abbiamo da pensare finalmente al finemese sgattaiolando

lungo l’informe pista dei compratori d’assoluto niente)

Distacchi e ombre :non altro siamo dentro il giorno

e va perpetuandosi un ingrato giro d’ore attorno a noi

mia cara

:vederti così attenta al grido della terra che ti inonda di verbali

sentirti le mani così piene di rumori

il cuore così duro

etichettato

* * *

4. In abbondanza di miti

Ho appena conquistato un pugno di tempo da smaltirmi rilassato

sulla liquefatta balconata dopo aver rimesso in tasca

l’ultima ombra della cuccagna agguantata ieri in un effluvio

di sole abbacinante laggiù vedo un acero contorto e la luce

vi piove attorno come per accontentarlo :io e lui

non siamo che gravità occasionali impulsi di terra

raccontati al cielo infinito come una fiaba per dormienti

buoni e castigati

Noi si sa mia cara veniamo da vicine ombre

l’uno all’altra affacciato per sentire le cose con gli stessi sensi

e i riti riprendere per esorcizzare la malasorte

e viviamo della stessa spesa e delle stesse orme di storia

Nulla ci abbandona se non quest’ombra a sera e ci distacca la luna

dalle nostre orbite subliminali E’ vero :siamo fantasmi mia cara

che cercano speranza nel buio corridoio

tra una stanza e l’altra

in abbondanza di miti scritti sulla nostra pelle di consumatori a sbafo

* * *

5. Il più delle volte

Ma il più delle volte ci regala un sorriso di luce calda il sole a perpendicolo

sui nostri burrascosi inciampi e le nostre vettovaglie appaiono

bianche e splendide in un agguato di materia latente nelle pieghe dei contorni

Il più delle volte il tuo viso è lontano dall’irrealtà del tuo apparire

: mia cara sei così fluida e leggera in questo conguaglio di tempo

(tra la morte e la vita non c’è che un pensiero d’amore)

Sarebbe bello il crederti crisalide pasquale che sublimi la tua polvere

in un orgasmo di cieli e terre nuove e tu come Pirra

daresti vita ai funebri sassi di carne che dietro i tuoi passi

vanno ricrescendo

Oh ma tu sei ombra non già distaccata dal superficiale fiato terrestre

sei ombra come me e gli altri

in cammino perenne verso dove

e il cielo sa cosa precipitare

Il più delle volte

è solo un incubo la mano sta sulla maniglia la valigia è colma

la porta è solo da aprirsi

in abbandono di luce la casa la meraviglia d’un tiretto di ricordi

la zia il nonno le trapassate cose di famiglia

un evento sbiadito oltre il muro del pianeta

e noi non siamo mia cara che un illustre sogno di carta : fantasmi

che pretendono riconoscenza

tra distacchi e ombre in perpetuo riciclaggio

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:58 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: poemetto, distacchi e ombre, giuseppe vetromile

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domenica, 25 gennaio 2009
MEMORIE DEL FUTURO – testi di Adam Vaccaro

Il filo rosso che unisce i testi di Prisco De Vivo (pubblicati nel post precedente e di cui tornerò a parlare presto) ai versi di Adam Vaccaro qui proposti è la reazione di stupore e dolore eternamente rinnovato di fronte al ricordo della violenza e dell’assurdo, che, anch’essi, si rinnovano mutando forma ma non sostanza. Adam Vaccaro è un poeta che ha fatto della coerenza un proprio segno distintivo: operando concretamente nel tentativo, spesso riuscito, di creare una rete di voci e testimonianze a favore della pace, della giustizia, della necessità di dare un ruolo alla poesia nell’ambito di ciò che agisce sulla vita, sulla dignità dell’esistenza umana. Tale coerenza e nitidezza fanno sì che anche il suo grido contro la guerra, anzi contro le guerre e le violenze di tutti i tempi, meriti ascolto. In questo caso più che mai qualche lettore troverà eccessivi alcuni accenti. Personalmente confermo quanto scritto precedemente: il grido del poeta è sincero, non artefatto, non di maniera. Al di là dei riferimenti specifici resta la sostanza profonda di una richiesta più che mai vitale di dialogo, di pace, di una pace giusta ed equa. Con la speranza che, accanto ai significativi gesti concreti contro la tortura, sia concesso a chi può di agire concretamente anche a favore della pace e di una vita vivibile e umana per tutti, torno a parlare di poesia, evidenziando il fitto ed efficace ordito di assonanze e consonanze presenti nei versi di Vaccaro, quasi a creare un tessuto di coesione che mima nella forma un auspicio di armonia. Torno a parlare di poesia, con la speranza e la convinzione che, nonostante tutto, non siano vani la voce ed il canto, nel dolore, nella memoria, nell’idea necessaria di una strada nuova. I.M.

———————————————————————————-

testi di ADAM VACCARO

MEMORIE DEL FUTURO

La cenere dei fumi di Auschwitz

così bianca e viola infine rossa

batte batte dentro al cuore come

blatta che non volerà rimarrà

a rodere tra questi ruderi nutrirà

il nostro sangue nero sconfinato

insaziabile non si fermerà vorrà

sfamarsi di ogni sangue e vittima

diventata cenere deporla

nelle mani di Cerere a farne

messi di una Terra non più

prona a poteri e follie di ieri e

di oggi che sappia pesare

sulla stessa bilancia ogni

grammo di carne umana

rossa poi viola infine bianca

offerta al dio di tutti

i popoli di tutte le terre

ricche povere e senza

privilegi né figli prediletti

di una Terra non più

crocifissa da confini e

tavole imbandite da eletti

assediate da cumuli di blatte

affamate impazzite –

se questo è un uomo

* * *

IL ROSSO E LA NEVE

Qui è ormai tutto bianco

come una perfetta notte

di Natale mentre una fitta

si conficca nel costato

di questa impotenza

che può solo pensare

al rosso che cola

tra i muri massacrati

di Gaza

*

Qui da noi il padrone è una stella

che ci impone la misura della terra

della farina dell’acqua della dignità

che ci invade e distrugge le case

che ci affama e fa piovere bombe

nel nome di Davide e di Israele

che chiude il cerchio glorioso

della bestemmia Gott mit uns

su noi che non abbiamo più voce

in questo dominio del mondo

sommersi dalle mille voci

che del tempio fanno mercato

su noi resi ciechi e muti dall’oro

che scorre nelle reti e nei nervi e

comanda sapiente voce o silenzio

che non rompa la pace dei servi

o silenzio del dio dei popoli

tra scoppi di brindisi e bombarde

nell’impronunciabile nome YHWH

di un dio che ormai è solo tra gli eserciti

*

e voi qui ancora al caldo della favola di lana

del lupo e dell’agnello – di una stella che brilla

di dollari e uranio minacciata da un esercito

insensato di fame e stracci – di una stella

supernova del pensiero unico dominante di

una destrasinistra che balla abbracciata alle

stesse bugie e bolla da antisemita chi

rifiuta macelleria e storia che fa della speranza

umana una tomba, che rovescia la clessidra

e fa dell’Olocausto un grande ombrello

per coprire meglio tutte le vergogne, che

compra silenzi e falsità di politici e media

O Obama Obama, tu quoque!, ci dici

anche qui yes we can, incurante di quanto

verdelatte ti ha versato la lobby di Sion?, o voi

re della parola, poeti di lumini accesi

e voi che beati nuotate nel mare di cose

appesi alle code dei saldi – bambini dietro

aquiloni d’affari d’oro – non siate troppo disturbati

da bambini sventrati o ammutoliti di terrore

sulla striscia di Gaza

Gennaio 2009

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:58 | link | commenti | commenti
categorie: giornata della memoria – adam va

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mercoledì, 21 gennaio 2009
AD AUSCHWITZ – testi di Prisco De Vivo

Con la pubblicazione odierna dei testi di Prisco De Vivo e di quella che seguirà a breve, dedicata ad alcune poesie di Adam Vaccaro, proverò a ricordare, da questo minuscolo, impalpabile palco telematico, la ricorrenza grande, concreta, eternamente viva e pulsante del Giorno della Memoria. Sia De Vivo, con uno stile più classico, di impronta quasi visiva, da addolorato, tragico affresco, sia Vaccaro, con un’impronta più diretta, tagliente, provocatoria, parlano di memoria, di sangue, di tragedie di un passato più che mai attuale. Ogni poeta esprime un punto di vista personale, un’urgenza interna, un bisogno di urlare ciò che lo lacera dentro. Un urlo può ferire, e di sicuro qualche lettore o visitatore troverà eccessivo se non decisamente sgradevole ciò che De Vivo e Vaccaro scrivono. Da parte mia, pur consapevole di tale rischio, desidero dare voce a chi, con schiettezza e sincerità, esprime orrore per ciò che provoca morti insensate. Guardando “fascine di cadaveri” “bambini tappeti” e “tempie bucate”, non si può conservare prudenza, misura e controllo. Sarebbe una forma di complicità con una ferocia che non ha tempo né confini e tende a rinascere, provando a mettere radici nei più disparati suoli di questa terra che chiede di respirare. Da parte mia dell’urlo dei due poeti colgo e ascolto l’invito a non dimenticare, a non farsi alleati del silenzio. Perchè in ogni uomo e in ogni popolo, la Giornata della Memoria forse serve a ricordare proprio questo, c’è la capacità antica, innata, di distinguere la luce nel buio, quel bagliore mai vinto di umanità che riesce a separare il senso dall’assurdo, la vittima dal carnefice. I.M.

——————————————————————

PRISCO DE VIVO

testi tratti da AD AUSCHWITZ

raccolta di prossima pubblicazione

A fine settimana

“A fine settimana

Inizia il concerto.

Date un’ultima occhiata

Agli spartiti.

Accordate gli strumenti.

Ci sarà dell’ottima musica,

Qui ad Auschwiltz”.

60 strumentiste arruolate

Per una Sinfonia Gassata.

* * *

Ad Auschwitz

I raggi del sole

Non riscaldano le mani.

In questo grande spazio

Corpi rosa

Sono stati trasportati

Come foreste spianate,

Come alberi andati in fumo.

* * *

Fascine di cadaveri

Fascine di cadaveri,

Tizzoni di popoli,

Carni e radici.

Bambini tappeti

Alle parate perverse

Nella gloria di eterno piscio.

Nessun pensiero hai più stuprato.

Il cameriere fedele in silenzio

ti ha bucato le tempie.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:53 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: inediti, auschwitz, giorno della memoria, prisco de vivo

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mercoledì, 14 gennaio 2009
IN MARI INTANGIBILI – poesie di Nevio Nigro

Il verso breve, a volte composto da una sola parola, può essere, a seconda di come lo si utilizza, comodo o arduo, scarno e limitato o capace di aprire orizzonti. Nevio Nigro ha fatto della brevità un suo marchio di fabbrica, un’impronta personale del tutto riconoscibile. E, nel suo caso, il lavoro di cesello, la selezione sistematica dei termini, conduce ad un risultato appagante, ad un’armonia rotonda, generosa, come se ognuna delle sillabe racchiudesse fiumi di vocaboli, dialoghi, esperienze di vita vissuta o immaginata. Anche in Incontri, il suo volume edito di recente da Crocetti, fiumi di tempo reso senso e memoria convergono in un mare “intangibile”, ossia, forse, fuori della portata della ragione, della sterile logica dei dati di fatto. La poesia di Nigro è sospesa tra sogno e carnalità. Una dimensione si fonde all’altra tramite un’altra specifica mistura: quella tra malinconia e ironia. In tale modo, tramite questa suggestione, il livello onirico e la sensualità si rafforzano a vicenda, come in un mare notturno, le cui onde sono celebrali ma hanno il calore del sole e il gusto aspro del sale: il rischio di immergersi nel tempo, nella vita, nonostante tutto. I.M.

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Seguimi

Seguimi questa sera

così non sarò solo.

Ti aspetterò

sul molo del mio mare.

Sai dove sono.

Insegnami la luce.

Possiedo la tua assenza.

Perciò vieni.

Poco si deve andare.

Così poco.

* * *

Di notte

Come il mare di notte

culli i miei sogni.

E fai pensar d’amore

se il giorno soffre

il lungo camminare.

Carezze brune

e dolce non parlare.

Come il mare di notte.

Quando tace.

* * *

Un bacio nel sogno

Trasforma la notte

in silenzi

di labbra e lune,

in mari intangibili

al vento

dell’angoscia.

Quando fugge

lo inseguono

fiori di oleandro

ai bordi della via

e un solitario

canto.

* * *

Tu cosa sei?

(Consolazione)

Ti aspetto anche domani

angoscia del mattino.

E in fondo

ti amo

se segreta mi culli,

se tradendo il tuo nome

mi consoli.

Ma puoi essere tu

se tu non sei?

Sei attesa

tuttavia.

E l’anima

ammalata

al tuo miraggio

ancora

si abbandona.

* * *

A Vicente Aleixandre

“Labbra azzurre

escono dalla notte,

e il giallo sboccia.

Come una luna chiara

aderisce a quel volto,

dove fa notte

a sentirsi

sfiorare”.

Sei Tu,

maestro sognatore,

delirio lirico

che mi coinvolge.

E le mie lune, mari,

albe e sogni

sono povere ombre

nel confronto.

Adesso che l’anima

gela per le ore

persiste il tuo richiamo.

Dove la notte di seta

tace e carezza.

E remoti orizzonti

cantano solitari.

* * *

Arcipelaghi

La luna

si finge cieca

se il mare è cupo.

E i giorni vanno

da un quando a un quando

senza di noi.

Ma è tornata

la stagione del canto

e forse domani

saremo felici.

Vorrei per compagna

una stella.

Cosi

mentre si muovono parole

da me a me,

a terra ombre

seguono le nuvole.

* * *

Canzoni

Invitai la bellezza

sulle ginocchia.

Cantava

strane

canzoni.

Allora tanto cielo

su di me.

Ci ho messo

tanto

per trovarle

amare.

Poi sono fuggito

per non sentirle

più.

Ma sul tardi

tornano a parlarmi

canzoni.

(Nel suo segreto

ognuno

ha una traccia

d’azzurro.)

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:25 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: edito, crocetti editore

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mercoledì, 07 gennaio 2009
SPECCHIO DI CIO’ CHE E’ VERO -poesie di Carlangelo Mauro

C’è una dolcezza scabra nei versi di Carlangelo Mauro, quasi un desiderio di sogno e di idilliaca memoria che si scontra con la coscienza e con il peso del reale, dell’attuale, del vero che impera, cancella e trasforma. Ma forse è esatto anche il contrario; è possibile che vada letto tutto in direzione opposta: nonostante la visione attenta e nitida che l’autore riserva alla stato concreto delle cose, c’è, ugualmente forte, la tendenza a cercare con la coda dell’occhio uno specchio deformante, per individuare ancora la volontà se non la speranza del sogno. L’atto di onestà con cui l’autore definisce “inutile” lo specchio di ciò che è vero non è una resa, non è sconfitta. E’ solo un modo per giocare a carte scoperte, con la consapevolezza che nulla cambierà, che le persone perdute o smarrite nel tempo e dal tempo non torneranno; ma anche con la certezza che solo ciò che è inutile è davvero bello, in fondo, è poesia, ricordo che non si spegne. La poesia di Carlangelo è salda e matura, intessuta di sincerità, di genuina tensione verso un luogo che esiste solo nell’atto concreto e simbolico del cammino, del viaggio. Forse perché, nonostante il senso agro e diffuso di ciò che si è perduto, si riesce ancora in certi momenti a vedere la vita “un po’ maldestra correre ad ostacoli”, e allora “ecco, cade la pallina/ ricominci da capo”. I.M.

————————————————————
POESIE di Carlangelo Mauro

I
a Carlangelo Mauro

(1902-1976)

nel ’43 per strada

in pericolo di salire

sui camion

per un viaggio senza ritorno

fu il caso – una dei Contieri

che parlava tedesco –

studiò le attente parole

quelle che non so ripetere

che valgono una vita

senza essere mai scritte

II

Ad Antonio Russo
(1918-1990)

colpi di fucile nella sera

il ratto passava ignaro

lungo il filo

di cemento dietro gli alberi

atteso da Antonio lo zione,

Leopoldo Carmine Nicola

e altri che non ricordo

«forse era un esorcismo

o un semplice divertimento serale»,

invidiavo il gruppo dei grandi

seduti a semicerchio

mio padre mai avrebbe permesso

di farmi respirare

la fresca aria del giardino

nelle interminabili

notti d’estate

quell’aria nera

piena dei passi

delle parole dell’attesa

lo zio poggia il fucile

sulle ginocchia

lo vedo per un attimo al centro

della scomparsa compagnia

***

«ecco.. il riposo del guerriero…

respira, adesso…», mi dicevi,

e del nero della terra e dei frutti

nelle notti insonni

mi lascia il segno

le donne in quel mestiere

c’erano nate

ma preferivano la velocità

di mio padre Felice

dopo i cesti il giardino

era un’ombra placata

di voci che nel sole

più non si rianimano

***

in una delle tue tante spedizioni

di osservatore

con il fucile in spalla

ti colpì quella strana

malattia inguaribile

i tuoi occhi

di brace ardenti

in una pentola sul focolare

preparò il rimedio

rimestato di erbe del giardino

di frasi oscure

un vecchio saggio

ti ordinò

di fissare lo Sterminatore

pena l’insuccesso

mi raccontasti per giorni

della tua incredula guarigione

di un altro mondo

***

III

a Felicetta Sangermano

(1920-1999)

qualche pietra di tufo

dell’infanzia scheggiata

quando cacciavamo le lucertole

nella terra confitta

là dove passavamo

oltre il viale

attenti ai gigli viola

che piantasti

uno spettacolo quel filare

che non ne vedevi la fine

dove c’era la pianta

dei fiori del paradiso

e più a destra

il grande rifugio verde

l’alloro caduto con il muro

***

IV
A Rosanna Sepe

(1968-1995)

Mi scegliesti guida dell’equipaggio

una gara che volevi

assolutamente vincere

ma io ti delusi

ecco, cade la pallina

ricominci da capo

mentre tutti dai balconi ti guardano

un po’ maldestra correre ad ostacoli

tante cose come queste di te

avevo nella mente quando

non eri più tu

gonfia e martoriata

tu così fragile e sospesa

forse era un altro nostro

errore quotidiano

una mezz’ora in più al volante

o un fruscio maligno tra gli alberi

***

V

a Isabelle Mazza

(1966-2001)

Ho aspettato vent’anni per dirti

quello che a te è caduto

perso per sempre dalla mente

di un mattino pieno di sole

di vivi non morti, non ancora

e di un organo antico meta

del nostro piccolo viaggio

una chiesa dove sono

tornato per una morte:

lì i tuoi bianchissimi

capelli, la tua adolescenza

fatale si fissò

«ma sei la figlia di Sergio», disse

sorpreso il sacerdote della tua

veloce maturazione

come tutte le cose perduta

nel passaggio lasciata

in brandelli sull’opaco

inutile specchio

di ciò che è vero

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:55 | link | commenti (10) | commenti (10)

—————————————————————————-

domenica, 28 dicembre 2008
IMPRONTE SULL’ACQUA – poesie di Francesco Marotta

Impronte sull’acqua, il libro di Francesco Marotta pubblicato da “Le voci della luna” in seguito all’affermazione dell’autore nel Premio “Renato Giorgi”, è una testimonianza ricca, generosa, sul rapporto complesso tra poesia e vita, tra parola scritta e voce interiore. La coscienza dell’inconsistenza del gesto e perfino del tentativo di una riflessione in qualche modo razionale, si scontra con il desiderio e con la necessità di osservare l’impronta dell’essere e del percepire nell’attimo breve in cui lascia traccia di sé sulla superficie in costante mutamento. Quell’istante di creazione costituisce il più grande dono e la più grande condanna di ogni artista, di ogni uomo. La condanna ad essere un dio, per un tempo infinitesimale destinato a scontarsi con la beffa dell’eternità: ciò potrebbe spingere al silenzio, ad una negazione che è cancellazione del sé, distruzione a priori. Ma alla fine, un autore autentico come Francesco Marotta, un uomo che sa bene che la ricerca di senso, al di là di tutto, è forse l’unico senso esistente, contrasta l’istinto della distruzione con l’essenza della volontà di esplorazione, anche di territori desertici o di confine, dove la vita è più aspra e più vera. E la creazione, la mappazione di aree estreme, può avvenire solamente attraverso la descrizione, la nominazione di enti e pensieri, fenomeni e noumeni. La parola, nell’atto di dare forma, dà vita. Ed è la vita, anche nel dolore ed attraverso il dolore, ad emergere dai versi di questo libro intenso e scabro. La parola nuda, priva di orpelli, conscia del ruolo di fragile ma tenace generatrice di mondi, nell’atto di delimitare espande, e, per quanto è concesso, modifica, o progetta di modificare: “resistere al pensiero e/ stare col padre a raccontarsi/ favole di nebbia, ricostruire/ il nome, franato, che/ precipitando al suolo, rese in /curabile la distanza”. I.M.

—————————————————

FRANCESCO MAROTTA

da Impronte sull’acqua ,

Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2008

* * *

giorno di calma sui sensi, in

aspettata quiete a

dismisura, col suo carico

vivente di memorie, con

la sua terra distesa sul viso

nuda, in attesa del

l’acqua odorosa dei sogni

della sorgente infetta di

gioie lontane sotto

traccia, di migrazioni

piaghe, giunture e intagli

profondi come un rifugio, un

sonno raccolto tra i capelli

pettinati d’ombre, poteva

essere sguardo che controlla

transiti e tormenti, poteva

sentirsi grido ingigantito dal

le linee della mano, farsi

corpo di neve a

disperazione del lievito

d’aprile, di tutto il vento

trattenere appena un arco

di cielo immobile, fissarlo

quaggiù sulle sue gambe

dargli aria goccia a goccia

dalle labbra del cuore, poteva

resistere al pensiero e

stare col padre a raccontarsi

favole di nebbia, ricostruire

il nome, franato, che

precipitando al suolo, rese in

curabile la distanza

* * *

è la mente che

numera il silenzio

dei morti, e la conta

è un dolore che vive e

ramifica in chiazze di

nuvole sulla pelle, a volte

è sabbia, un tramonto

un fiore di neve

a distendersi fino al

le pupille, a

riempire la bocca

con la sua lingua colma

di ricordi, con i resti

vaganti di un

incendio, con la sua

veste di orme, di voci

di capelli, con la

rappresa, impura

verità del gelo

* * *

la crosta si sazia di ghiaccio

minerale, la zolla che

preme ha la pelle

costellata di fori, accensioni

che affondano il senso e

sfumano alla resistenza

del seme, e dunque

l’arsura è un coagulo

che impregna tutte

le cose, un liquido inverso

muta occhi per uscirsene

al sole in forma di

stelo, di voce, mentre

scivola via da ogni sponda

tra un filo di sale e uno

strappo nella rete

del tempo, ma

qualcosa s’attacca al

la bocca, un pulviscolo, un’

ombra, una creta, un’orma

sul manto del buio, un

profilo di sangue, di linfa

aggrumata

s’apprende al suono dei passi

scioglie i lacci al

sonno dell’angelo

che rovina, al risveglio, nel

vuoto di volti del

la prima dimora

* * *

frana anche l’attesa e

l’ora spalanca tiepide

quieti d’abisso, lo spazio che

cede a un graffio d’anima, al

pallore di ombre di plastica e

ossa, immagini a picco

sfarinate nel piatto, un

pasto di sere già muffe, il

ventoso continuo di luci e

rombi che gonfiano l’aria

trapassano in dissolvenza

le strade ad altezza

di voce, i liquami di vite

arenate ai margini di un grido

filamenti, radici, qualcosa

che arriva alla porta e

vapora sull’uscio

in forma di respiro, un saluto

un sorriso stentato, tu ora

dormi, io raccolgo la

sabbia dai vetri, la polvere

rossa che rinasce nel palmo

a ogni colpo di spugna, un varco

carnale che tracima alfabeti

parole per dire riconoscimi

sono tua madre, sono

l’acqua che

grandina sete nel

l’arsura dei giorni, la risposta

che scivola via dal

le labbra in forma di rogo

* * *

ascoltami, con gli occhi

accogli il colpo e immobile

pensa un cenno di saluto

per il fuoco, poi

componi la cenere

nel calice, un sorso di

calore per la tua pupilla

che ha sentito il gelo, il

dono che trascorre e

si allontana come si scioglie

l’alba all’apparire, e credimi

la cera che ti porgo è l’unico

frutto del mio incendio

un pegno maturato in

sorte liquida

simile alla macula di

luce che annuncia la luna

ai poli, è cera o mosto

d’alghe, frumento di deserto

coltivato sui mari

di ponente, osservalo

portalo alla bocca, le linee

aguzze che nuotano

nel grumo sono un sigillo

di notti, e notte che ricorda

vene, umori sparsi, immagini

franate, come chi vive

per lasciare impronte, un

solco per la morte che

ci segue, che ci precede

in forma di stagioni

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:25 | link | commenti (17) | commenti (17)
categorie: editi, le voci della luna, premio renato giorgi

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sabato, 20 dicembre 2008
MANTO DI VITA – testi di Pietro Pancamo

Nell’attuale periodo, in cui, non di rado, corrono a perdifiato le carte di credito e gli zuccheri nel sangue, le macchine e le bollette dell’Enel, e a tale sovrabbondanza di luce elettrica non sempre corrisponde un’identica ricerca di chiarore interiore, propongo, nello spazio limitato e circoscritto di Dedalus, un minuscolo tentativo di contrasto. Pubblico qui di seguito alcuni liriche tratte da Manto di vita di Pietro Pancamo, un autore giovane ma già molto impegnato nella ricerca di una propria espressione personale, tramite la propria scrittura e attraverso il lavoro di redattore e collaboratore di riviste, tra cui “La Mosca di Milano”. Pancamo parla di magrezza, di essenzialità. Ed osa farsi con parole chiare domande semplici, quindi, per forza di cose, le più complesse, quelle che è più comodo evitare o offuscare con abili giri di parole: “Amore o desolazione?”, si chiede; e si interroga sul senso del proprio festeggiare, sulla somiglianza, sulle partenze, sulla vecchiaia, sulla mezzanotte, sui racconti e perfino sull’ispirazione. Un poeta giovane, Pancamo, ma già conscio del valore e dei limiti della parola, della necessaria serietà e dell’altrettanto vitale bisogno di una dose di ironia. Perché in questo “manto di vita” accade di assumere la consapevolezza che “ogni minuto è fluido di rumori:/ sbattono le ali/ contro pannelli d’aria. L’impatto/ vibra di scherno:/ è un lazzo di sdegno voluto dalla mia notte”. I.M.

———————————————————————————

PIETRO PANCAMO

poesie tratte da

MANTO DI VITA – Lietocolle edizioni, 2005

* * *

Spiegazione di un giorno

Il giorno che saltella

lungo le impronte delle mie scarpe;

il giorno che saluta frantumato,

quasi appostato

fra le dita.

Ogni minuto è fluido di rumori:

sbattono le ali

contro pannelli d’aria. L’impatto

vibra di scherno:

è un lazzo di sdegno

voluto dalla mia notte.

* * *

Amore o desolazione?

Mangiamoci il tacchino riscaldato:

andiamo verso il forno

tenendoci per mano.

* * *

L’ironia

Indosso la magrezza

con la disinvoltura

di chi ironizza.

Eh, ironia

con te la disperazione

è filosofia!

Ma senza di te,

ahinoi,

la poesia

è pura (mera) melanconia.

* * *

Somiglianze

A quest’ora

ogni paese

è un fagotto

di stelle e di buio.

Ma lo è pure

questo cielo vagabondo

(guscio d’aria e di respiri)

che stringe in un solo mondo

città, mari e tempeste.

Ma lo è pure

questa via

(intirizzita di pioggia)

col suo buio

incatenato ai lampioni

e un po’ di stelle

che sussurrano al mio palazzo

la ninna nanna:

vedo tante finestre

chiuse fra perimetri di sonno.

A quest’ora

ogni uomo

è un fagotto

di buio e di stelle.

* * *

Partenza

Ogni saluto è un commento

alla tristezza

di dover partire.

Nel disordine di un abbraccio

escogitiamo

ricordi improvvisati.

* * *

Disprezzo ai tramonti

Se la morte gira:

cimitero a vista.

Come disprezzo

questo mondo

nel quale si vive

solo per evitare

noie al motore.

Se il rombo dei pistoni movimentati

è felicità,

lo stridor di denti della frenata

che sarà?

Delusione? Depressione? Confusione senza pari?

Oppure lo scatto nervoso

dell’uomo che, dal finestrino,

ha visto una puttana a puntino?

Quando la morte gira:

seppellire a vista.

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:06 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: lietocolle, editi, mosca di milano

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giovedì, 11 dicembre 2008
CEDEVOLE AL TATTO – testi di Paola Loreto

In un mondo mappato al millimetro e scrutato istante dopo istante da innumerevoli satelliti e navigatori, resta comunque un territorio inesplorato, o, meglio, una terra costantemente nuova, seppure identica a se stessa: la mente umana, il corpo, e quell’istmo complesso e frastagliato che unisce e separa i due continenti, le sensazioni, il bosco fitto e vivo del provare umane emozioni. Leggendo i testi di Paola Loreto si ha l’impressione che, dopo aver accumulato necessaria cultura, nozioni e conoscenza, dopo aver ricercato la valenza scientifica della lingua e del pensiero per ragioni professionali, l’autrice si sia deliberatamente fermata in quel bosco di sensi che passano attraverso le sensazioni. Un luogo in cui, osservando un acero fino a entrare al suo interno, scorrendo nella sua stessa linfa, si ragiona, smettendo di ragionare, ritrovando una forma di pensiero che passa attraverso le mani, gli occhi, il respiro. Riflettendo sulla radice prima dell’essere, su ciò che fa dell’uomo parte dell’universo, ci si accorge che nei gesti apparentemente normali c’è un mistero che si svela nell’atto di vivere: “Si sgretola friabile/ sotto la mela il morso perché /è nato così: per darmi gioia /finendo di esistere perfetto”. La presa atto dell’imperfezione è il primo passo per una misura più ampia, in grado di inglobare l’universo che preme e si espande dentro. E alla fine il premio, il raggio di sole che, nonostante tutto, penetra dal fitto, dall’ombra, dal buio, è l’istante in cui la fragilità si fa forza, e nella poesia si scorge la vita, nuda, esile, tenace: “L’acqua mi reggeva/ un tempo. Adesso cede /al caso. Cosa fare, quando/ viene la paura. Andar/ per mare, quando cade. /Se accade, andare”. I.M.

———————————————————————————-

testi di PAOLA LORETO

da L’acero rosso, Crocetti, 2002

Il disgelo

Appariva

il nocciolo delle streghe

in fiore. Era giallo

nell’aria di vetro.

L’odore asciutto

di un freddo che punge

appena increspa ancora

la pelle,

custode di una tenera

materia.

Prese a scorrere

un nastro inquietante

di troppe profondità

di grigio, rigato

di esilarate canoe.

Danzavano le otarie

nell’acquario, insieme a passi

alleggeriti da una luce

appena nata. Bevevano i bambini

solamente, a bocca aperta,

il segreto ridente

di un liscio trascorrere

rotondo. Ci avvolse

e strinse

il tumido calore

di fiori tropicali

del colore corallo

di cui vestivo

quel giorno.

* * *

Metafora

Sei un’acqua cheta,

come me. Accogli il fiotto

dove nasce e lo snodi

e aggrandi senza troppo

rumore. Dentro te

raggiunge l’inaudita meta

del mare. S’inarca

sui sassi, e ride.

Bagna la sponda

che lo beve avida.

Cosa vive

più lieve?

Eppure viene la piena

e impazzi e rompi

e gridi

che ti perdi e ti assorbe

la terra cui non eri

destinato. Di schianto

cede la forza

di te che sei

d’acqua forte.

* * *

Metronomo

In luoghi nuovi

avverto la giornata

rintoccare

le sue parti.

L’identità del tempo

camminarmi accanto

eretta.

Distillo

la mia vita

in alambicchi.

* * *

Le nuvole dal treno

Quando il cielo sembra finto

e dipinto – troppo raro

per esser vero –

mi perdo tra i fiordi

delle nubi e gli orli

dei ricordi.

Non combaciano

e mi rubano le pieghe

della mano.

* * *

L’accolta perdita

C’è una casa a tre archi

avrei voluto abitare

con te.

È in un cielo indeciso,

dove un sole respira, affannato,

tra nuvole giovani e inquiete.

Sopra un colle bagnato,

da aspettare il sereno

in un giorno di questo

febbraio.

Nella giusta misura, però,

vedo altri nell’orto

da coltivare.

Raddrizzan la vigna

che popoleranno di cani

e bambini.

da Addio al decoro, LietoColle, 2006

I morti non si contano

Quando viene paura,

va bene. Quando torna,

ancora. Non c’è strada

che si possa camminare

diritta e da sola. Mi vuoi

bene. Posso perdere

un guanto e magari

l’equilibrio e se cado

è la fine. Ma non

cado. E non mi fermo.

Ho solo paura.

C’è una via, per esempio,

che corre troppo liscia

e non mi lascia riposare.

E ce n’è una cava e buia

senza margini per posarsi

in volo che non imboccherò

senza te che guidi certo.

L’acqua mi reggeva

un tempo. Adesso cede

al caso. Cosa fare, quando

viene la paura. Andar

per mare, quando cade.

Se accade, andare.

da La memoria del corpo, Crocetti, 2007

Albe insonni

Gli Stati Uniti sono il posto della luce

riflessa sulla trave a vista di una baita.

Mi volto nel sonno e mi apre gli occhi

e viene incontro una figura di legno

stagionato, una macchia di marroni

trafitti in fenditure oblique e avvolte

dal tempo in rilievo trasparente e umbratile

che si fa calce tra un tronco e l’altro.

Il mio giorno è diverso in questo posto

dove niente può aspettare di iniziare

un’altra volta, di diventare qualcosa,

d’esser cosa, fatta.

Uintha Cabin, Tarryall Valley, Colorado

* * *

Vicino al cielo

Provo a sentire il sapore

di una fetta di mela cotta

con la buccia sulla torta

soffice di Lyn, al mattino,

quando il sole si alza labile

oltre il Picco del Bisonte

e mi tocca tangibile

sul ponte di legno del rifugio

della Valle degli Indugi.

Il senso repentino

del non cedere di un film

che serra la polpa sfatta

profuma di cannella.

Mi scotto col caffé appena

fatto (Dave ha detto di

andarne fiero) con regolare

affetto. Si sgretola friabile

sotto la mela il morso perché

è nato così: per darmi gioia

finendo di esistere perfetto.

Una voce mi salta nel cuore,

poi un’altra. È quasi giorno.

* * *

Cedevole al tatto

Finché avrai da darmi questo verde,

questo monte, questa luce e questa

svolta non ti domando altro, e so chi sei.

Finché mi chiudi nell’angolo di meraviglia

non ho il tempo né la voglia

d’esser triste o non saper cosa fare

di me. Qualcuno pensa, fa di me

quello che vuole, e non si sbaglia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:43 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: crocetti, lietocolle, editi

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domenica, 30 novembre 2008
IN STASI IRREGOLARE – testi di Antonella Pizzo

Lo scontro ininterrotto tra la cognizione del dolore e la necessità di proseguire il cammino lascia uno spiraglio, una zona franca, una stretta ma fertile terra di nessuno. In questo ambito ci si può muovere percependo una visione d’insieme, un panorama, forse il senso dell’insieme, o perlomeno la coesistenza della vita e del suo contrario. In questo territorio di confine si muove con una leggerezza densa ed attenta Antonella Pizzo, “in stasi irregolare”, per dirla con il titolo di una sua raccolta, in una staticità che permette di penetrare il fondo delle cose senza smarrire il moto, il tempo, il necessario mutamento. Perché c’è una ragione altra, errabonda, ubriaca di una testarda, adrenalica malinconia. Ti porta a dire ancora una volta che “che la matematica sia un’opinione è risaputo/ ma ciò è insulsaggine per dire ciò non si può dire/ quale l’infinito, lo strazio o il foco magno”. La gamma dei toni e dei colori della poesia di Antonella Pizzo è adeguatamente ampia e varia: pubblico qui qualche stralcio di vari momenti del dire e del sentire dell’autrice, lasciando poi ai lettori interessati il piacere di un’esplorazione di più ampia portata. Il filo rosso, o almeno uno dei fili possibili che pervadono e tengono insieme i versi, mi pare sia una ricerca di luce nel buio, anche nel più fitto abisso: luce che arriva dalla terra, densa di humus e di tempo. Luce come sbocco, anche come ferita, purché sia aperta alla parola e da essa percorsa, come un sangue, aspro certo, ma tenacemente, ostinatamente, rosso, vivo, sincero. I.M.

– – – – – – – – – – – – – – – — – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

ANTONELLA PIZZO

da Di lievi deliqui e smarrimenti

I

Regina madre che al castello sgravasti

cuore di tortora e leone

beati i poveri di spirito

che non hanno visto il pozzo di petrolio

e l’oro ricoprire gli abiti delle donne bionde

brune rosse passionarie

ossa d’anoressiche donzelle

sulle passerelle coi trampoli

non hanno raccolto il passo

in minimal style valentino

l’ultima moda di tatuaggi e pearcing

che non hanno segnato le nuche sottili ed il profumo

dalla traslucida ampolla non hanno mai leccato

miscuglio micidiale che arriva in gola e strozza

il pensiero di una terra a zolle e di una semina

di sudori sparsi e di occhi di pernice spessi

che non hanno mai discusso sui massimi sistemi

che non hanno mai avuto un contatore e un blog

V

Ma il pesce ha il ventre gonfio

il costato da parte a parte passato

le branchie di sangue confuse,

gli azzanni di lupi nei polpacci

dei bambini che nelle spiagge

correvano con i denti di latte spezzati

solo sapevano di fossi e castelli

di conchiglie che al collo tintinnavano

fecero in tempo ad aprire le mani

leggere le linee torte e svariate

ce n’era una che portava lontano

arrivava al polso e poi girava

dietro il gomito e poi risaliva

fino a perdersi nelle pieghe in fronte

in mezzo agli occhi bendati di lino

nel sudario sulla testa poggiato

raccontava di mandorle malate

d’albicocche senza nocciolo dentro

d’uva amara, d’uva nera

***

In fondo sono stata bene in questo posto

non mi lamento più, prima lo facevo spesso

rimuginavo, m’agitavo, recriminavo

non guardavo più in là della mia siepe

presbite e miope io sono stata, aggrovigliata

nel mio ottundimento, dalla mia carne flaccida o soda

dalle mie ossa curve o dritte

di certo allora m’arrabbiavo

sbraitavo

m’affliggevo

ricordo bene che

mi dissero che quando nacqui prima piansi piano e poi sempre più forte

m’attaccai al tubo, all’aria, al legno, ai beni, alle persone

con forza, determinazione

in verità vivere fu una questione complessa

guadagnarmi il pane e il companatico lo stesso

ero fragile, da maneggiare con cura, ne sono consapevole,

così mi riparai di spine e andai.

In fondo stavo bene in quel posto

sanguinavo da ogni poro, copiosamente

dagli occhi versavo sale e lacrime, dalla bocca lamenti in forma di canzoni:

Giro giro tondo casca il mondo

casca la terra e tutti giù per terra.

Ti prego mondo oggi non cascare

non farlo proprio adesso che ci sono io

perché non sei cascato prima quando non c’ero?

Non sarei nata e non avrei cantato

questa canzone di morti e di bambini.

***

Ossessivamente langue e si rapprende il rumore

dei piatti e dell’incudine e il martello

volge allo strano, alla nota alta e acuta

sono del servizio segreto venne dallo schermo

a spiegare l’enigma la voce, il suo corpo l’abbiamo trovato disfatto

finalmente. Oh se vuoi qualcosa si può fare

rispose l’attrice imbellettata e radicata nella parte inconsolabile

di vedova, si può andare

al molo declinare verbi

estesi o pitagoriche tabelle che tre per due

fa sempre sei

che la matematica sia un’opinione è risaputo

ma ciò è insulsaggine per dire ciò non si può dire

quale l’infinito, lo strazio o il foco magno.

***

né da stridii d’ossa

da mormorii di vene, d’orrore o da pietà

di noi assiepati o disposti ai lati della via

lacrima lo spazio e l’infinito stilla sale

la terra si sommuove a passo di supplizio

il tempo si rapprende poi ristagna in mescolanza orbando

cede la mente

vacilla il corpo al peso del silicio

di una fusione fredda, di un chi l’ha visto

di un the show must go on, di un vuvuvu che aliena

ma il tuo calvario è il nostro

il nostro è il tuo

di questo il nostro vuoto si riempie

così d’ogni sangue si dispone

e ogni sangue in nuovo ordine si colloca

d’un sangue che santificando scorre

***

uno sguardo a quell’ora

potrebbe essere fatale

grimilde grida vendetta

dirsi non cambierà il destino

quando l’edera si avvinghia

a strozzarci la vita

così quel Tenco che si sparò le note e le parole

in testa confessò che non conviene

ora che sono fioriti i glicini

e le margherite spandono petali al cielo

***

Le lettere incise nella pietra erosa dal tempo

sono incomprensibili

come il tuo viso in bianco e nero

stanco della perenne posa.

Così il vestito di merletto a giorno ricamato

con cui sei stata posta sopra al cataletto

è ormai stinto dalle tante stagioni passate.

Erano stagioni che ti appartenevano

coi gelsomini, i campi a maggese

il talamo nuziale

la discendenza che la morte ti ha negato.

Mi suggerisce il fruscio delle foglie il tuo nome

uccelletto caduto dal ramo

tua madre piangeva seduta all’angolo, lo faceva piano

perché oltre al pane anche le lacrime risparmiava

la speranza la teneva in serbo nel petto

non sapeva che molte altre di sangue ne avrebbe spese

quando nel giugno del ‘43 ti vestì di merletto

e t’abbellì per questo tuo ultimo ritratto.

Mi giungono ora le voci di tutti

e sono tante

raccontano di quando tuo padre si perse, lui e il suo senno,

in un’alba rosata

fra rumori di ferraglie e brusii di rabbia

per una guerra che mai si chiama giusta.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:40 | link | commenti (15) | commenti (15)
categorie: editi

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mercoledì, 26 novembre 2008
ERBA ED ARIA – poesie di Fabio Franzin

Ospito per la prima volta in Dedalus testi scritti in dialetto, e mi fa piacere iniziare con le poesie di Fabio Franzin, un autore giovane ma già molto apprezzato che si esprime sia in italiano che nelle “lingue” della sua terra. Nello specifico pubblico qui di seguito la prima sezione di una raccolta di Franzin dal titolo Erba ed aria, scritta nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense. Al di là di questo pur necessario chiarimento, è opportuno dire che, indipendentemente dal mezzo, ossia dal materiale linguistico utilizzato, la poesia di Franzin spazia con ritmo armonico dalle radici al vento, parafrasando il titolo della raccolta: dalla concretezza quotidiana distante sia da idealità astratte ed arcadiche che da moderne insensatezze metropolitane, all’aria, al respiro tenace di una volontà di sogno, perfino di un velo di speranza. C’è la Gazzetta rosa, e c’è, diretta verso la chiesa del borgo, Lina la zoppa, “regina dei pidocchiosi”: c’è un mondo confinato nella dolcezza agra del tempo che passa sostanzialmente identico a se stesso, ma c’è anche la visione, l’idea, imperfetta, istantanea, in qualche modo viva, che “l’uomo senza sorriso / vaga fra quei miracoli rosa / e quelle ole di verde / come uno che abbia ritrovato / le parole dei suoi sogni”. Una poesia intensa, quella di Fabio Franzin, curata sia nella versione in dialetto che nella traduzione in italiano: scritta ad occhi aperti, ma senza mai scordare un senso doloroso ma vivo di appartenza e di sim-patia, la comprensione percepita più che ragionata di un mondo minuscolo e soffocato che è capace tuttavia di farsi specchio del mondo nel suo insime, dell’uomo nel suo fragile persistere. I.M.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – —

FABIO FRANZIN

Stradhèe

(stradine, sentieri)

(Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)

‘Sta strissa scura de ‘sfalto

(che so èsser stàdha bianca,

‘na volta, e pì strenta), strada

che tajia drio ‘e case, el paese,

che va, dreta, verso ‘a lontana

sagoma vioéta dee montagne

a bona biava, zàea, alta, fòjie

longhe come spade; a zhanca

un canp a pustòca, un gat biso

in mèdho, el pass lidhièro dea cacia.

De’à el colmo dolzh de l’àrzene,

‘a spiuma verda dee cassie e po’

(no’ la vede, ma sinte ‘a só santa

presenza) l’aqua ciara dea Livenza.

E ‘sta lìnia tiràdha passando via,

te un bàter de zhéjie, pa’ travèrs

aa strada, ciapa drento tut un mondo,

amór e memoria, pianura e poesia:

vede un bòcia, fra ‘e rame, un nido

de nogarini in man; vede ‘l forgón

de mé pare, drio un morèr, lu sentà

contro ‘l tronco, ‘a Gazéta rosa soto

el cul, fumar aa só scaeògna; sinte

el crack dee cane, l’ansàr dea Magalì,

i becóni rossi tee ganbe nude, là, fra

zhope e radìse; vede mé fradhél cuzhà

drio ‘a riva, ‘a cana in man, ‘na tinca

che salta, che sbate ‘a coda te l’erba…

Mondo mio, caro, de zhièse e tenporài,

de vose e orazhión, mondo cèo de sói

e paròe, de sesti poaréti, sì, ma sinceri…

Nissùna nostalgia passe insieme a l’aria,

là, fra l’erba alta sora l’àrzene: chel ieri

l’é ‘ncora qua, co’ mì, fra i òci e ‘l cuòr.

Questa striscia scura d’asfalto / (che so essere stata di sassi, / un tempo, e più stretta), strada / che taglia oltre i caseggiati, il paese, che va, diritta, verso la lontana / sagoma lilla dei monti // a destra mais, alto e giallastro, foglie / lunghe come spade; a manca / un campo incolto, un gatto grigio / lo attraversa, il passo lieve della caccia. Oltre la curva dolce dell’argine, / il folto verde delle acacie e poi / (non la scorgo, ma sento la sua sacra / presenza) l’acqua chiara della Livenza. // E questa linea tracciata in corsa, / in un battere di ciglia, sbieca / alla strada, recinta tutto un mondo, / amore e memoria, pianura e poesia: // vedo un bimbo, fra le fronde, un nido / di lucherini in mano; vedo il furgone / di mio padre, dietro un gelso, lui seduto / contro il tronco, la Gazzetta rosa sotto / il sedere, fumare alla disdetta; odo / il crack delle canne, l’ansimare della Magalì, / i ponfi rossi nelle cosce nude, lì, fra / zolle e radici; vedo mio fratello accucciato / lungo la riva, la canna in mano, una tinca / che saltella, che dibatte la coda nell’erba… // Mondo mio, caro, di siepi e temporali, / di voci e preghiere, mondo esiguo di voli / e parole, di gesti umili, ma sinceri… / Nessuna nostalgia scorra insieme all’aria, / lì, fra l’erba alta sopra l’argine: quel ieri / è ancora qui, con me, fra lo sguardo e il cuore.

* * *

Stradhèe, stradhèe dei nostri

paesi, perse, strente, lontane

daa piazha, fòra via, senpre

conpagne, anca se ‘l ‘sfalto

dèss l’à covèrt el bianco dei

sassi e del paltàn, tii ricordi.

Stradhèe de quatro case che

forma pòre vie za tel nome

periferie: “Paeù”; “Dosa

de sot”; “dee noghère”…

‘Ndo’ che i cani i ‘bàia, co’

te passa, ‘bàia e te core drio

e l’é senpre calche vècia

betònega che vièn fòra,

tel cortìo, a osàrghe: “sta

bon, sito, curi cucia” parché

‘e vèce, le ‘é coriose, se ‘o

sa, ‘e sta là, co’a scóa in man

a spiàr se sie Nane che torna

inbriàgo da l’osteria, ‘a fìa

dea Tolfa co’a còtoea curta,

chea troia! ‘a Lina zhòta che

va a messa co’l só bel còeo

de piìcia, ea, ciò, ‘a “regina

dei péociosi”, o sol calcùn

de forèsto, pì gusto ‘ncora…

Stradhèe, fra fossi e zhièse,

fra i saézhi, o ‘l siénzhio

de l’afa, che po‘e mòre

tel cortìo de l’ultima casa

coeònica prima del canàl,

del vigneto, o dee panòce.

Stradhèe nostre, destìn e

fortuna de quel che camina,

de quel che in fra i só passi

pesta l’onbra che ‘l conósse.

Stradine, stradine dei nostri / paesi, perse, strette, lontane / dalla piazza, nella campagna, sempre / uguali, anche se l’asfalto // ora ha coperto il bianco della / ghiaia, della fanghiglia, nei ricordi. / Stradine di quattro case che / formano misere vie già in toponomastica / periferie: “Palù”; “Dosa / di sotto”; “del noceto”… / Dove i cani abbaiano, quando / passi, abbaiano e ti rincorrono // è c’è sempre qualche vecchia / pettegola che sbuca fuori, / in cortile, a urlargli dietro: / ”buono, taci, vai a cuccia” perché // le vecchie sono curiose, si / sa, si impiantano là, con la scopa in mano / a spiare se sia Giovanni che torna / ubriaco dall’osteria, la figlia // della Tolfa in minigonna, / quella troia! La Lina zoppa che / si reca a messa col suo bel collo / di pelliccia, lei, ciò, la “regina // dei pidocchiosi”, o solo un qualche / estraneo, ed è più gusto ancora… / Stradine, fra fossi e siepi, / fra i salici o il silenzio // dell’afa, che poi muoiono / nell’aia dell’ultima casa / colonica prima del canale, della vigna, o del campo di mais. // Stradine nostre, destino e / fortuna di colui che cammina, / di colui che fra i suoi passi / calpesta l’ombra conosciuta.

* * *

Ortensie

drio ‘l sentiero che ‘l porta

al paese. E, prima de caeàrse

voltra ‘e coìne, ‘l sol de giugno

stuca de carne i sό scansi.

Pèrs fra i pensieri e i sό neri

ricordi, l’òn senza sorìso

passa fra chii miràcoi rosa

e fra chee onde de verdo

come un che ‘l èpie trovà,

de nòvo, ‘e paròe dei sό sogni;

ortensie, a baro, bόe coeόr baso

fisse de cuoréti, de conféti, bèi

pa’l batìdho dei òci. Ortensie,

come lanpioni a far ciaro, drio

‘a via, parché nissùn se perde

fra chel rosa, sie òn o can, sie

siénzhio o canzόn. Ortensie,

poesie de giugno fra stradhèe

e case vèce, incùo, qua in coìna.

Ortensie / lungo il sentiero che conduce / al paese. E, prima di calare / oltre le colline, il sole di giugno / colma di carne quei valloni. // Perso fra i pensieri e i suoi scuri / ricordi, l’uomo senza sorriso / vaga fra quei miracoli rosa / e quelle ole di verde // come uno che abbia ritrovato / le parole dei suoi sogni; ortensie, a cespi, bocce color bacio / fitte di cuoricini, di piccoli confetti // per il battesimo degli sguardi. Ortensie, / come lampioni a illuminare / la via, affinché nessuno si perda / fra quel rosa, sia uomo o bestia, siano // silenzio o canto. Ortensie, / poesie di giugno fra stradine bianche / e case abbandonate, oggi, qui in collina.

* * *

Drio ‘a Livenza

Voràe dirte come che tut

mudha, montando sora

l’àrdene, sponda verda

fra l’aqua e ‘a tèra, come

che tut se invera, da ‘sta

prospetiva: el corso che

se fa sogno, strissa bisa

ssivoeàr sienzhiósa, drio

‘e cassie, farse spècio

pa’ un passàjo de ànere

raso via, àe come crose

nere a carezhàr l’aqua

che trema. De qua, tut

un tiatro de zhièse, zhoche,

de tère aradhe, zhope,

i fiumi fermi dee strade.

Voràe dirte come che ‘e

par pì basse, ‘e nùvoe,

da ‘sto rialzo, come che

l’aria sa da pess e semenza

qua in zhima, da poesia.

Un gabiòt, pì ‘vanti, bass

sot’a riva; un brazh come

quel de ‘na gru e picàdha

alta aa sferzina ‘na baeànzha:

quaro de redhe a conca

a pescàr ‘ste paròe qua,

nassùdhe drio ‘a Livenza,

fra siénzhio, passi e fedeltà.

Lungo la Livenza

Vorrei dirti come tutto / cambia, salendo sopra / l’argine, sponda verde / fra l’acqua e la terra, come / tutto si invera, da quella / prospettiva: la corrente che / concilia il sogno, fascia grigia / a scivolare tacita, oltre / le acacie, farsi specchio / per un passaggio radente / di anitre, ali come croci / scure a carezzare l’acqua / che trema. Oltre, tutto / un teatro di siepi, ceppaie, / di terre arate, zolle, / i fiumi immobili delle strade. // Vorrei dirti come / paiono più basse, le nubi, / da questo rialzo, come / l’aria ha sentore di pesce e sementi / qui in alto, di poesia. // Un gabbiotto, più avanti, basso / sotto la riva; un braccio come / quello di una gru e appesa / alla sferzina una bilancia: telaio quadrato di rete a conca / per pescare queste parole, / nate lungo la Livenza, / fra silenzio, passi e fedeltà.

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:52 | link | commenti | commenti
categorie: dialetto, editi

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domenica, 16 novembre 2008
ADDIO E RINASCITA – “Codice terrestre” di Gabriela Fantato

Tra i vincitori del Premio “Tortona”, di cui si è tenuta da poco la cerimonia di premiazione, ci sono vari autori che ho avuto il piacere di ospitare in Dedalus, e che sarò lieto di rileggere e ripresentare in questo spazio. Mi fa piacere che ci sia concordanza di idee con la giuria del Premio, e colgo l’occasione per proporre qui alcune liriche tratte da Codice terrestre, il libro di uno dei vincitori, Gabriela Fantato. E’ un libro che parla del tempo, e, coerentemente, è esso stesso fatto di tempo, sia nel senso di ritmo che nell’accezione concreta e astratta riguardante il trascorrere fisico e mentale, vissuto e pensato, delle stagioni della vita. Non c’è resa, tuttavia, all’incedere e all’incombere della trasformazione. Prende atto, Gabriela Fantato, del mutare costante di visioni e prospettive e del conseguente sfumare delle certezze, istantanee colte nell’atto del movimento, e quindi necessariamente imperfette e sfumate. Non c’è resa perché non rinuncia a cogliere l’essenza, il “Bacio dopo l’ultimo”, o un “Canto per Galileo”, come recitano i titoli di due sezioni del libro. C’è il senso del dolore, e di una sconfitta presente e futura, di cui necessita tenere conto. Ma c’è anche, grazie all’abilità dell’autrice di far emergere la vita dalla vita, l’anima dalle cose e dai gesti apparentemente minori, il senso di una realtà che consente ancora una forma di respiro, un adeguatamento al Codice scritto e non sottoscritto, tramite la consapevolezza che, frutti imperfetti di nascite imperfette, “nella fessura del presente stiamo,/ dentro la testa – un mare,/ senza data e il nome”. Per arrivare alla visione più nitida e essenziale, la capacità di comprendere, o meglio di percepire, in un attimo, la compresenza di passato, presente e futuro, la speranza-certezza che “la terra conserva/ la formula del fiore e la legge/ della stella”. I.M.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

GABRIELA FANTATO

da Codice terrestre

VI.

C’è un’intimità dentro la pietra,

la mano può sentirla

– il bocciolo salva il fiore,

il figlio suo padre.

Tentiamo la cima nel tempo

dell’infanzia segnata nell’abbraccio

dentro l’acqua

e i racconti salvati nel bisbiglio

della madre.

Il problema non è il silenzio,

non i papaveri cresciuti a marzo

– tutto è partenza, solo l’arrivo

libera dal male.

Si potrebbe sentire la linea del legno,

prendere le schegge sulla pelle.

A dopo il regno della voce, a dopo.

* * *

VIII.

Forse il peso che sento nelle spalle

è questo mugolare

– la materia parla ostinata, a sottintesi.

E’ un ronzio che striscia dal metrò

alle case, al piatto, al tavolo da pranzo.

Nemmeno i balconi sanno tenere

il sibilo che sale dai tombini

e non si ferma.

Una finestra sta ficcata nel cielo

con la promessa di aprirsi.

Succede, come sempre, succede

– di sbieco si vede il taglio,

la bellezza che resiste.

Ne sono certa, verrà di nuovo aprile,

verrà nel fusto dei platani

un’estate d’aria e d’erba cruda.

Nient’altro.

* * *

– l’arrivo

Seguo i metri – uno su uno,

sino al colpo, sino all’abbraccio.

Vengo da te che mi strappi e sei

la mia stanchezza.

Forse è vero, sarei la tua terra,

– un solco per la mietitura.

La città sale dentro le lenzuola,

il racconto è sirene

e allarme.

Solo l’inondazione di rughe

e figli placa il cielo, questo bianco.

Mi distendo nell’incavo dell’estate,

paziente alla resa.

Insisto la richiesta, salto alle radici.

Tu respirami

pesce d’oceano – ricorda la bocca

* * *

Nascite imperfette

Nella fessura del presente stiamo,

dentro la testa – un mare,

senza data e il nome

resta la ninna nanna

di mia madre nel bianco,

come fosse una notte

senza luna

E’ stretta la mattina dove si perde,

dove è più scuro

il giorno sopra le pagine

resta il segno nella mano

di mio padre,

la nostalgia, un balzo

senza fine

La terra conserva

la formula del fiore e la legge

della stella.

* * *

La forma della vita

Cammini sul ciglio della strada

dove non c’è riparo, né contatto.

Tutto è compiuto

in questa città che ha la forma

di ogni altra città a venire.

Cola la notte dentro gli uomini,

strade a corridoio

dove scivola il gesto che sa

e tace – la ferita.

Sarà questa l’ora di dirlo

il tempo immacolato e crudele?

L’ infanzia orfana,

la casa – una guerra nella pelle

che tiene la memoria.

Le luci, le luci sono troppo alte

per vedere l’ombra,

la vostra – la mia e il sangue

nel canto taciuto ai figli

dentro la pagina.

I corpi hanno perso il sogno

nel tanto spaccare la vita

con le unghie, sino in fondo,

nel dirlo ogni volta – estinto

il sogno

come fosse per davvero,

per sempre.

Cerco l’abbraccio nelle piazze

smagrite, lo trovo la notte,

lo inseguo nel piano inclinato

degli occhi.

Ho scavato una grotta

per la solitudine e la preghiera

non scordata mai, non saputa

se non nel grido.

Sotto, più giù dentro i cunicoli,

nel nero che assedia

le ginocchia

si chiude il cerchio, la parola

consumata all’inizio

– non ho più occhi.

Tengo stretta la mia, la tua ora

quella che sola ci appartiene

dove diciamo – amore

e ci credi e lo tieni

come l’ospite, l’ultimo.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:40 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: la vita felice -editi

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mercoledì, 12 novembre 2008
ANTONIO ALLEVA – testi

Si muove su spazi estremi e contrapposti, Antonio Alleva, sia sul piano della forma che su quello del tono e dei temi prescelti: passa da una liricità nitida, ricercata, lieve e in qualche misura classica, ad un approccio più scabro, essenziale, brusco nel ritmo e crudo nel taglio. Tra evocazione dell’ideale e registrazione del reale. Nel “moto perpetuo” dell’esistenza pare voler trovare, o creare, qualche punto fermo, un’immagine certa, nei margini e nelle figure. Ma ogni volta all’operazione “grafico-onirica” si affianca e si sovrappone la coscienza del vero, le ferite, le fratture, gli strappi al quadro ideale dell’essere e dell’amare. Tra istanti in cui sembra di “sfogliare tra la punta delle dita/ il quid del celeste” a momenti in cui la domanda d’esordio, immediata, ineludibile, è “qual è il senso dell’ultimo rantolo?”. Ma nelle poesie di Alleva non c’è mai, come è opportuno che sia, un completo abbandono all’ebbrezza o al dolore. C’è una miscela particolarissima e originale, una mistura ricca di tenacia e volontà, una tensione verso una speranza matura, concreta, ottenuta e ricercata tramite la lotta e la passione autentica. Una ricerca che porta a prendere atto con lui, nonostante il peso di assurdi millenni, di “quanto inesausti siano e indomiti gli uomini e le cose”. I.M.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

testi di ANTONIO ALLEVA

CICCIO E ZIA MARIA

qual è il senso dell’ultimo rantolo?

e il mio che li chiamavo forte tra la nebbia

Ciccio, zia Maria

misteriosamente uniti da un tenero unisono

oh Gabriele che li guardavi dalla tua piccola palla di neve

qual è il senso delle creature ammalate umiliate ferite

quale della gravità che le schiaccia

come fosse il piano della terra l’immensa croce

dove ci piantano ogni giorno senza chiodi né legno

e io che prima di quell’ultimo rantolo

gli fissavo l’imbavagliato urlo verso la luce e l’angelo

gli fissavo le pupille ritentare l’aggancio

a qualunque a qualunque cosa gli si muovesse intorno

e i loro palmi mi facevano vibrare il palmo

frugando ancora e ancora

«ancora per favore un goccio d’aria».

* * *

BUSSAI ALLA PORTA

bussai alla porta col sangue ancora fresco sulle nocche

Pietro esclamò sei sconvolto ragazzo mio.

gli risposi se c’è un tempo anche per l’ospite inatteso

se c’è una porta, se era quella e

se c’è, se era la porta giusta anche per me.

uscivo allora dal lampo furibondo,dal morso alle spalle,

dal temutissimo sibilo dal violento colpo di coda,

e pensare che mi sarebbe bastato ancora un istante, un respiro di tempo,

io volevo provare a baciarla davvero la terra

a penetrarla davvero con lo sguardo della mano profonda,

a incantarmi a inchinarmi come sanno fare solo i fili d’erba,

io volevo provare ad addestrarmi davvero

all’ascolto militante del canto degli angeli,

e pensare che mi sarebbe bastato ancora un istante, un respiro di tempo,

quando mi tornarono alle spalle che ero in ginocchio

ad annusare le virgo l’aroma tra la salvia negli orti.

* * *

POI ARRIVARONO QUEL GIORNO QUEL LAMPO

poi arrivarono quel giorno quel lampo

quel pomeriggio d’ottobre in cui il sole sembrava

un’immensa carezza

carezza sul celeste

sui gerani superstiti,

sui mattoni sui legni delle porte,

sugli ultimi giri delle bici all’aria aperta,

un’infinita carezza

sulla struggente bellezza dei melograni morenti.

«Oh sì – pareva mormorare l’invisibile Artefice,

oh sì l’imperdonabile Custode pentito –

oggi realizzo anch’io il peso di quanti assurdi millenni

e quanto inesausti siano e indomiti gli uomini e le cose,

e quanta fragilità nei dati di fondo e quanto inaudito sfrido»

un’infinita carezza

al tic tac che sento e al muro da cui pende

«e anche a te sulla tua guancia»

gli mormorò porgendogli un fiordaliso l’io narrante.

postato da: ivanomugnaini alle ore 16:12 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: editi

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sabato, 01 novembre 2008
LA POESIA: VALE – testi editi di Biagio Cepollaro

Dell’ampia gamma di testi di Biagio Cepollaro a cui avrei potuto attingere, ho scelto alla fine proprio quelli presenti nel suo sito, http://www.cepollaro.it . In primo luogo perché l’intento di Dedalus, in questo caso come nelle precedenti e nelle future occasioni, è proprio quello di rimandare alla lettura di autori di valore, rinnovando la curiosità e invitando lettori e visitatori a cercare o ricercare di persona notizie, dati biobibliografici e testi. E non c’è luogo migliore per leggere ancora Cepollaro che approdare al suo sito personale, ricchissimo di scritti e notizie, ed anche non ultimo, di immagini. Cepollaro è infatti anche autore di arte visiva, e Dedalus, abituato a proporre nudi testi, preferisce indicare un luogo in cui è presente al contrario una vasta gamma di immagini artistiche. Al di là di questa necessaria premessa, pubblico questa selezione di testi di Cepollaro tratti da numerosi libri, perché ritengo che nel caso di questo autore, coerente, rigoroso, scomodo, scabro, alieno a qualunque compromesso con qualsivoglia potere che non sia quello della libera espressione, sia più che mai attuale una delle possibile chiavi di lettura del titolo di questo post: LA POESIA: VALE. Vale nel senso di ha valore. Sicuramente letterario, per il tessuto fitto e saldo di assonanze e consonanze, per il ritmo, per la compattezza della struttura di Cepollaro. Ma vale anche in senso più ampio, sociale, e perciò umano. Vale perché ad ogni verso contraddice l’idea (che qualcuno si ostina ancora a tenere viva) che la poesia sia uno sfogo fine a se stesso o un esercizio estetico e vano. La poesia, quella vera, è strumento di esistenza e resistenza, spazio da difendere con i denti, pagando, ogni giorno, il coraggio di esistere, erigendo dighe di parole, gesti e scelte per contrastare “nuovi avvallamenti di sabbia e capitali”. I.M.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

TESTI DI BIAGIO CEPOLLARO

Luna persciente (1989-92)

da: Epistola alla moglie Franci

(epistola alla moglie Franci)

disertato inerme cupiscente

lanciato in un lascia-spingi

di viale gente fioccoso

ripiegato tutto dentro al

torace occhio allo sterno

stremato senza rullo agire

(…)

Fabrica (1993-97)

da: Meditationes 3

dentro la terza rivoluzione industriale si confondono per la terza

volta le cose e i sottostanti sommovimenti non sembrano più feroci

né tali

ci si mette anche a ragionare

sulle idee. tranne scriba che intravedendo vede enormi prodigiose

masse d’acqua le dighe le sotterranee esplosioni le sparizioni e la deriva

dei nuovi avvallamenti di sabbia e capitali

Le parole di Eliodora (1983-84)

da: Che non saprei dirti nulla:

che non saprei dirti nulla

(tanto

meno scriverti

che vivo d’accensioni

(colpi

di coda e reni)

che un filo tiene il cervello

ai piedi

(la pelle

conduce le parole e tutto il gioco

Versi Nuovi (1998-01)

da: Per ogni giorno

dovrei dire anch’io a quarant’anni ciò che a venti

non si poteva dire chè ti viene naturale all’inizio solo

quello che hai sentito dire il resto

che conta

nessuno te lo dice ci devi

sbattere per poi scoprire

che anche un applauso ti porta

fuori

strada che debole

è la via

e veramente oscura e chiesi

come fare

ad avere mente

ordinaria

(…)

La poesia: Vale (2003)

da: Male d’amore

*

non prendertela con lui, Vale, non è lui

lo stronzo come dici: è che ciò che in alto

ci porta è anche quello che ci fa precipitare:

insieme tirate la corda che vi fa cascare.

*

non va perso niente, Vale, niente: ogni lacrima

ogni sussulto allo squillo del cellulare: niente.

ma senza di lui la vita andrà avanti lo stesso

tornerà la tua stanza il concerto la pizzata

con la Simo e con quelli della piazza

le cazzate della festa finchè ti diranno

che una volta la Vale era fuori –di testa.

Lavoro da fare (2002-2005)

VIII

ecco che in una piazza

ritroviamo il nostro vulcano

quella cosa di fronte sulla cui

cima ci siamo mille volte

arrampicati per poi discendere

con quotidiana conferma della cosa

non detta a parole

luminosamente fissa

e alta

abbiamo preso nello stile una strada

solitaria e muovendo ci sentiamo

senza terra sotto i piedi: di qui

i capovolgimenti ché senza storia

ci si muove nello spazio in cerca

di approdo

per questo la piazza quasi comune

funge da inizio e ci dice che mai

bellezza lo è stata semplicemente

che a lei era affidata la pausa

che fa sentire la musica fatta

di un tocco ripetuto quanto la vita

e quella musica ancora risuona

anche se mai veramente diventata

mondo

ché a lui frammisto

è finita meccanica nostra

l’oceano sordo di atti piovuti

giù senza consapevolezza

(…)

*

dunque era questo

il lavoro da fare: giungere

alla Porta

e anche se presto

gli abiti ci si richiudono

addosso

il grosso del lavoro

è stato fatto

il sospetto della bellezza

dell’essere

oggi non è più sospetto

ma un’esperienza

oggi non vogliamo più

che le porte siano chiuse

abbiamo sbirciato

e nella grande sala

c’era un lago verde-chiaro

e profumo di alghe

e di presto mattino

ci siamo visti al centro del lago

con i piedi sui sassi del fondale

e le mani che toccavano

il cielo

ci siamo anche voltati

da ogni lato

e da ogni lato c’era il verde

del lago

ora siamo sulla Porta

e non sappiamo né ci importa

quali saranno le parole

a venire

noi andiamo oltre i segni

per il tempo che ci resta

noi andiamo a ringraziare

per essere stati invitati

al banchetto

ora siamo sulla Porta

del ritorno e della restituzione

postato da: ivanomugnaini alle ore 20:01 | link | commenti (2) | commenti (2)

————————————————————————————————–

mercoledì, 22 ottobre 2008
IO VOGLIO ANDARE AL SOLE – testi di Rossella Tempesta

Mi è capitato varie volte di leggere la poesia di Rossella Tempesta, ed in ogni occasione, alla fine, la sensazione è stata di appagamento: un inquieto, vivido piacere, una tensione orientata verso un luogo dell’essere, forse reale, forse utopico, ma pensabile, quindi umano. Tra le cascate gelide della poesia sterilmente spettrale e quelle contrapposte ma non meno micidiali della poesia consolatoria ad ogni costo, c’è una terra di mezzo, per fortuna, un sentiero da percorrere lentamente gustando ogni passo: è quello della poesia in grado di motivare piacere e dolore, e il loro eterno, appassionato amplesso. E’ il caso, quest’ultimo, anche della lirica di Rossella Tempesta. Parte sempre da sfondi e situazioni semplici, familiari. Terreno, si sa, potenzialmente più letale delle montagne dell’Afghanistan o dei vicoli di Baghdad. Questo lo sa bene, l’autrice, conosce il dolore e l’assurdo, ne sa a memoria l’odore, ne percepisce chiaramente l’assenza e la presenza. Ma, senza vane acrobazie linguistico-sintattiche, con una volontà autentica che riesce a trasmettere con un dettaglio, una sfumatura, un richiamo all’essenza tenace di ciò che ci rende umani, è capace di cercare sempre il sole tra le nuvole, anzi quel luogo nel sole che non importa che esista o meno, concepirlo rende la vita vivibile, e, a momenti, per quanto possa perfino spaventare il concetto e la parola, felice. Sempre ad occhi bene aperti, lottando anche nel sociale, nel civile, sul fronte quotidiano della convivenza. Una poesia, quella di Rossella Tempesta, capace di tenersi a debita distanza sia dalla banalità che dall’asprezza immotivata. Con il gusto di celare e ritrovare il sapore della vita in frammenti di versi che rivelano istanti di senso e sana sensualità. I.M.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

ROSSELLA TEMPESTA

In assenza del suo odore, della traccia luminescente nella notte

in assenza dei loro fremiti e respiri e battiti veloci

Mondo Feroce non saprei attraversarti

– neppure un’ora di sonno –

Mondo Male Feroce, mio cuneo scheggia conficcata

E tu Belva industriosa, mangiatore di creature vive

onnivoro e vampiro d’aria e di sangue trasparente

linfa che per dignità non scorre più neppure

e bianca è la morte bianche le bare

sbiancata la pelle degli ammalati consumati

da te avido immondo che consumi e rimetti e rimangi il tuo sterco ed il tuo bolo

e tutto ti diviene

oro.

**************************************

Sfinisce questa foga

del tendere strainutile

a mete travisate

di corpi rilucenti

di macchine potenti

e coiti inenarrabili

Ti dico: sono stanca,

ho voglia di spiazzare

le loro aspettative

lasciandomi dormire,

senza più gareggiare.

Più nuda di una perla

nel fango del porcile

ho preso a camminare

fra cose nude e nere,

le loro cose care

il frutto di una vita:

plastiche e peli lucidi

e tetti e lingotti

e urne cinerarie.

Ti dico: sono stanca,

non posso più restare,

sono sfuggita al senso

di correre, sgobbare

senza poi far l’amore,

al massimo scopare.

Tenetevi le stole,

le uova di storione

io voglio andare al sole,

passatemi a trovare.

**************************************

Infilo gli occhi nel verde

non vedo più la strada, sfuggono le case.

Così il mondo è già completo, solo distese verdi,

file di alberi immensi e alberi soli e immoti.

Perfette sono le siepi e i rampicanti

perfetti gli ikebana di sterpi e fiori

Sono lontana, sono una foglia

un tronco una farfalla.

Solo per il tuo canto ritorno.

*****************************************

S’è alzato il vento

ma lievissimo; restituisce appena

una sembianza di vita alle cose.

Che giorno fermo e grigio, pare uno di quei tre sul Cranio.

Dunque se la storia è vero si ripete

si può sperare una resurrezione

dei nostri animi stanchi, delle braccia cascanti lungo i fianchi.

Si può sperare un temporale immenso

che svegli dal torpore, con boati e scrosci e livore dei cieli

Si può sperare di avere un’altra anima

e dire basta a questa sofferenza.

Si è alzato il vento…

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:03 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: antologia, selezione, raccolte, editi

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mercoledì, 15 ottobre 2008
MIELE CALDO DI LUGLIO – testi di Anna Maria FARABBI

Unire impegno e sensualità, cronaca minuziosa del sentire individuale e attenzione al panorama più ampio del tempo e della storia, è la sfida che Anna Maria Farabbi conduce da tempo con grande passione e intensità, sia nella sua opera poetica che negli scritti in prosa. Ma forse più che di sfida è preferibile parlare di istinto, di necessità. “L’ape di luglio che scotta”, la definisce Francesco Roat nella monografia a lei dedicata pubblicata da Lietocolle. C’è la suggestione, il coinvolgimento dei sensi, ma c’è anche il richiamo al tempo, a epoche di ingiustizie sociali, e c’è la volontà di pungere, di bruciare, non per mero e sterile accanimento ma per una difesa strenua di ciò che ancora può dare vita al bello, al vero, alla poesia tenace, quella che, nonostante tutto, sussiste e resiste. Osserva il mondo, l’autrice, ne coglie graffi e ferite, ma non produce liquido amaro di vane lamentazioni. Continua a cercare una dolcezza vivida, combattiva, ad occhi e mente aperta: “Di questo non piango/ perché attraverso e vivo/ ancora con insistenza e ancora imparando dall’alba/ l’alba in me permane tutto il giorno e nella notte ruota/ i suoi chiarissimi rossi i suoi chiarissimi tuorli”. Chiarissima e rossa è l’alba di passione che Anna Maria Farabbi percepisce e fa percepire, lasciando che sia il lettore a colmare il divario tra l’ambito personale e il richiamo civile, nell’accezione più autentica del termine. “Non insegno a nessuno il mio non verbale alfabeto/ insisto ancora a leccare con la mia lingua il mio abisso/ insisto ancora tramandando l’alba nel donare questa lingua/ e questo mio abisso”. Ed è sempre coinvolgente percorrere nei suoi versi lo spazio che separa ed unisce questi estremi che si sfiorano, producendo fuoco vivo e miele caldo di luglio. I.M.

– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –

ANNAMARIA FARABBI

Le cose stanno così madre

abbiamo perso le stagioni incatramando gli orti

anche quelli interiori

i ghiacciai si sciolgono si scioglie

anche la pietra di Saint Victoire

il quadro giallo di Vincent lo specchio di alice

dentro cui non passa più io

Leggici nei polmoni cosa abbiamo fatto dell’aria

pesci ed uccelli improvvisamente scoppiano

si rovesciano tutti gli animali dell’arca quasi capovolta

manca noè manca un filo con cui tessere memoria e responsabilità

nell’eredità dei quattro elementi

manca un vaso femmina dentro cui immergersi e rinascersi

riconoscendoti

il vento svuota una tempia dopo l’altra e chiacchiera in ogni bocca

Anche in quella dei poeti

che illanguidiscono senza pane limpido e fuoco liquido

nel sangue nel canto nel vino

mentre creano tende di carta e tornei durante il loro esodo

Di questo non piango

perché attraverso e vivo ancora con insistenza e ancora imparando dall’alba

l’alba in me permane tutto il giorno e nella notte ruota

i suoi chiarissimi rossi i suoi chiarissimi tuorli

Scrivo ormai solo sui palmi dei miei piedi mentre ti cammino

non insegno a nessuno il mio non verbale alfabeto

insisto ancora a leccare con la mia lingua il mio abisso

insisto ancora tramandando l’alba nel donare questa lingua

e questo mio abisso

da In nomine, con incisione di Simonetta Melani, Due Lire, 2008

———————————————————–

PICCOLA ANTOLOGIA

Da Scheiwiller, 1996

Non ha il becco eccessivo

la passerina che canta bene

TRAPASSATA LA MEZZANOTTE

SONO LE SEI DELL’ALBA.

TORNO A CASA PER STANCHEZZA

NON PER AMORE.

E ANCORA UNA VOLTA

SBAGLIO.

Il fulmine convoca la terra e il cielo

in un punto.

C’è un punto biancastro nel tuorlo

dov’è il germe. C’è

un punto di attacco nel fiore

che è l’ombelico esterno

nel luogo dei semi.

Lì sporge il sole e chiarisce

il mondo.

Anche quest’anno per presunzione,

ho dato per scontato l’esistenza

della luce nel paesaggio:

il lavoro della luce

nelle forme del paesaggio.

Ho finito per scordare

che il ciliegio ha la testa

e che in primavera è più leggera

perché dalle radici sverna in petali

rosa. Uno

è il battere e uno

il levare della passera

che ora le sta dentro

per cantarla.

Mi fa accorgere del mondo:

alle sei dell’alba il ciliegio è fermo.

Ma scrivo una bugia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:25 | link | commenti (3) | commenti (3)
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mercoledì, 08 ottobre 2008
L’OCCHIO INTERIORE – poesie di Gabriella Maleti

C’è un legame stretto tra i versi che pubblico qui e quelli del post precedente. Il rapporto di collaborazione che lega Gabriella Maleti a Mariella Bettarini è di lunga data e profondo, al punto che, pur conservando caratteristiche del tutto individuali, le due artiste hanno contribuito a forgiare reciprocamente e in modo fertile i reciproci lavori. Gabriella Maleti esplora con molta abilità e perizia anche il settore delle arti visive: l’antologia A parole – in immagini di Mariella è corredata, per fare un esempio, da alcune sue fotografie che illustrano e integrano specifiche liriche del volume, creando un ulteriore dialogo, un’interazione tra parola e immagine, mai banale o sterilmente didascalica. Ma l’aspetto del lavoro di Gabriella più consono e inerente al campo d’azione, e di volo, di Dedalus, è quello letterario. E’ anche autrice di testi di poesia e prosa, e, anche in questo caso, non si rileva alcuna scissione tra il suo lavoro di scrittrice e quello di fotografa: c’è anche qui un cammino condiviso, un dialogo, un confronto arricchente. Le poesie di Gabriella Maleti che propongo qui di seguito sono “racconti in versi”, ma, con uguale nitidezza, sono istantanee colte con tempismo da un obbiettivo attento ai dettagli, alle sfumature, alla concretezza palpabile delle cose, e in qualche modo anche, o forse proprio in virtù di questo, a quello che solo l’occhio interiore sa cogliere: quell’attimo di dolore o emozione, di senso o di assenza di senso, che costituisce il nocciolo dell’esistere, e, allo stesso tempo, della poesia. Il linguaggio, coerentemente, oscilla tra ritmi e andamenti più distesi e virate brusche, anche sul terreno del gergo o del lessico colloquiale. Quadri che ricordano certi fotogrammi felliniani, sospesi tra la normalità dell’esistenza e l’incontro inatteso e magico con la meraviglia dell’essere, con il sogno della felicità e il corpo della pena, “l’Alchermes come integratore di chiacchiere carnevalesche” e l’attimo in cui si scoprono “avulse le gioie dal cuore”. I.M.

———————————————————————————–

POESIE DI

GABRIELLA MALETI

*

L’impaginato è lì,

tra i miei quattro mobili,

alcuni impialacciati, così quando

li caricai sul vecchio camioncino

per portarli a casa dalla casa di mio padre morto,

cominciò a piovere, presero acqua.

L’uomo del camion li aveva coperti con un telo,

ma nella corsa svolazzavano agli angoli

e fitte gocce si fermarono lì sopra.

L’autista guidava imprecando si bagnano,

io dicevo pazienza, che vuol fare.

Si gonfieranno, diceva l’uomo guidando col

cappello da muratore in testa, le mani tozze,

tagliuzzate parevano quelle di mio padre

che ora le teneva al buio intrecciate sul petto,

inermi. Stravagante uomo, dopo averle usate

nel bene e nel male, specie nell’ira.

L’uomo del camion agguantava il volante

come un collo di donna. Un collo di mamma.

Come mio padre.

“È morto giovane”, diceva di lui.

72, ma ancora con molti capelli neri. È morto di cioccolato.

Una sera diversa, sensitiva, con paura.

Abbandonato il capo all’indietro, su una seggiola.

Restò così ore. Cioccolato dietro le ante, nei cassetti.

Pioveva e le quattro carabattole sul camioncino, in curva,

si muovevano, seppure vicine davano piccoli cozzi,

crepassero, ma sì, tanto…

Gonfiavano d’acqua, il legno si sollevava e nemmeno

a martellate sarebbe andato giù. Un tempo infame.

I piatti nelle scatole facevano baccano, e i tegami si urtavano.

“Non stanno zitti”, diceva l’autista al volante,

“anche se le corde le abbiamo tirate”.

Non fa niente, ripetei. Il carico, sommesso, parlava di sé,

diceva cose che era meglio non sentire.

Portavo a casa la vita pietosa di un uomo,

per caso padre.

È qui l’impaginato, nel primo cassetto.

È sempre stato lì.

*

Di qua e di là accozzaglie,

ma non sia mai detto di forchette spaiate.

“Tira su!”

“Dài, dài, dàiiiii”.

“Il gatto?”

“È qui”.

“La padella col coniglio?”

“Sono qui!”

Quattro sedie, due sgabelli,

un ritornello: “Quanno se dice sì…”,

sei gambe,

quattro grandi, due piccole.

Una goccia di sangue

sul parabrezza scende.

Interna? Esterna?

Un dito va a vedere,

il gatto fa il bartino*, arretra.

Dio, lo sgombero.

Scende il sangue col suo filo,

non s’aggruma,

fa silenzio e scende.

Una serie di carabattole da poveri

in canna,

grattugia, comodini-odori, mattarello,

poveri davvero neri di capelli

che s’insultano, s’arraffano,

beccheggiano tristi come barche:

noi eravamo il camion che perde e parla sangue,

un filo basta,

tutto traballa e vanno lontano,

sono vicini, son da vedere, da fotografare

col sangue che scende,

che lascia il suo dito, la vulgata perenne.

24 febbraio 2007

*bartino: voce emiliana. Quando l’animale tira indietro le orecchie per paura.

*

Poi, continuando.

La vetustà dei luoghi (se dopo tanto li rivedo)

l’incallita esegèsi della tolleranza,

la giacenza ibrida nei rifugi per vita e sopravita,

così parevano le case abitate da noi, famiglia,

distrutte in un momento

con l’alterco di voci e redingote consumate,

il Sassolino come liquore,

l’Alchermes come integratore di chiacchiere

carnevalesche, che la madre, posta di sedere, arrotolava

e friggeva, friggeva,

pasta di marzo e di uova, preda palatale e fragrante.

Che rimane se non la visione calcificata di guai e

male alle orecchie per infezioni d’interni,

un filo di susseguenti cose,

nel trito orrore di una specie umana che si trovava là,

proprio là, guardate: un gigantesco grumo di carni

portato dal vento in luoghi di specie

dove era così e nient’altro,

dove l’altro era mota, sì, e

sovravisione di come tre potessero cambiare,

disfare in un secondo ciò che natura aveva creato.

Infatti i tre erano nati con gambe, mani, braccia, piedi, ecc.

Avevano olfatto e gusto.

Come si fa a replicare duramente alla proprie mani?

Dire: perché ci siete? Chi vi voleva?

E ai piedi: perché siete venuti?

Ma erano lì, i tre, con tutto quello che serve.

Oramai qui, depositati. Defenestrati.

“Andate in malora” era stato loro detto.

“Andate a farvi fottere”.

Così, un po’ accatastati, molto mortali,

madre e padre hanno fatto quello che potevano.

Si sono spintonati, strappati i capelli,

avulse le gioie dal cuore.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:33 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: inediti – racconti in versi

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venerdì, 03 ottobre 2008
IL SILENZIO SCRITTO – testi editi di Mariella Bettarini

A me e ai lettori che accolgono volentieri quanto c’è di autentico nel mondo della scrittura, Mariella Bettarini ha fatto il dono di un’antologia solida e corposa che racchiude scritti e pensieri che spaziano nell’arco di una vita, quasi cinquant’anni di frequentazione assidua e appassionata con la poesia. Mi sono sentito molto solidale con Sisifo: un compito non facile, il mio, quello di sintetizzare in un unico post di Dedalus una tale abbondanza e ricchezza di spunti, un percorso così lungo, vario e fertile di sbocchi, incontri e diramazioni. Ma sono un Sisifo contento: per quanto imperfetta e lacunosa possa risultare la mia personale scelta nel mare magnum dei lavori poetici di Mariella Bettarini, avrò in ogni caso il piacere di proporre a chi segue le peregrinazioni di Dedalus un’autrice che ha fatto della serietà e della coerenza punti di forza preziosi. C’è un filo rosso che lega le numerose raccolte e le sillogi che ha dato alle stampe: c’è una fedeltà a idee e ideali spesso osteggiati dal potere e dalla maggioranza dei cosiddetti “benpensanti”. Una battaglia, tuttavia, condotta senza perdere l’essenza della generosità e di una dolcezza attenta, ad occhi bene aperti, pronta ad aprirsi e a chiudersi, a dare o a negare. Senza estremismi, sempre, e senza negare ai tempi e alle epoche il diritto di mutare. Ma anche, con uguale costanza, senza cedere a facili compromessi, nel mondo della scrittura e in quello ad esso correlato, la vita. Per parlare di un libro di quasi novecento pagine, e di un’esistenza intera dedicata alla scrittura, ci sarebbe bisogno di ben altro che di queste brevi note. Spero tuttavia di essere riuscito almeno a comunicare a chi legge l’essenza, il significato più profondo, al di là dell’indubbio valore letterario dei testi, del percorso di Mariella Bettarini. Il suo è un sincero “silenzio scritto”, una ribellione a ciò che contrasta e offusca il diritto alla bellezza e alla libertà. E’ un farsi muta per poi sussurrare e urlare tramite la parola, strappata al tempo e all’effimero, lasciata come testimonianza costante di amore verso il mondo, nonostante tutto, e verso la poesia che, a dispetto di tutto, è ancora nelle parole e nelle cose. L’invito ai visitatori e ai lettori di Dedalus è quello di cercare ulteriori informazioni sulla sua antologia poetica A PAROLE – IN IMMAGINI, realizzata assieme a Gabriella Maleti, artista e poetessa a lei legata da un lungo e fertile sodalizio poetico. Assieme a Gabriella, Mariella cura le edizioni Gazebo, per i cui tipi è stata pubblicata l’antologia. Anche questa realtà editoriale conferma la coerenza di cui ho detto, e contribuisce a rendere scritti molti silenzi ricchi di passione e di poesia. Perché, come recita il titolo della prima raccolta pubblicata da Mariella, scrivere è l’arte di muoversi sul filo che unisce Il pudore e l’effondersi, lo sguardo e la voce. Della capacità dell’autrice di muoversi con armonia su questo filo, parleranno, meglio di me, i versi che pubblico volentieri qui di seguito. I.M.

———————————————————————————————

MARIELLA BETTARINI

da LA SCELTA – LA SORTE

(Edizioni Gazebo, Firenze, 2001)

La collettività

sciami – torme – frotte –

stormi: rondini? vespe?

viaggiatori? bambini?

io/tu/tutti?

stuolo vermiglio – capannelli – folle –

turbe di collettivo – genti a flotte – uno più uno

più uno più uno…

amor millanta sé

se

l’or di notte ripopola le stazioni interrotte

e se collima il collettivo

col tuo tu – col il me

***************************************

La metamorfosi

fà conto che sussista e si valga la mente

d’un umbratile riconoscersi

che le fibre sappiano

la comunione – la chiamata

che moscerini e farfalle

svolino dentro “dal disio” vocati

che la discendenza sia

un discendere e il passato un risalire

che valgano poco (e

fiocamente]

attinenze – assonanze – affinità (documenti d’oscuro)

che – benché calma calda la voce – il gelo

sia immisurabile

che (noi sommersi – folgorati – persuasi

spenti) s’emani un principio d’identità

ormai rancido

che tardi troppo un esito qualunque –

che (figurato) appaia in contumacia il carro

del fieno e del sole

che il respiro soffra (esso)

la mala gloria e la vanagloria soffochi:

la metamorfosi

sarà di certo già passata indenne – vittoriosa

dentro i nostri corpi di (ex) luce – nel buio

brancolante (di ciò che chiamiamo mente o spirito o

anima – legamento etereo con il carnale)

saremo metamorfosi

noi pure – pure metamorfosi di ciò che incombe

dentro la forma e che tuttavia è già passato –

passa la metamorfosi e non torna

passa il veltro – il tedio

passa

tutto il passaggio (passante) di noi che filiamo

vacui – cui punge vaghezza – la muta vaghezza d’un film

****************************************************************************+

La poesia

talora grida

altre chiama – canta – parla – sussurra –

urla (talvolta) – discorre e ride

ma non prevede la felicità

lei – la fascinata

l’ammaliatrice

dei suoi corifei

repressi o sublimati – miscelati

o compressi – a torme – a bande – a file

di cipressi

solitàri – malmessi

castrati

per il Regno (grida – sussurra lei)

per il non “Oraesempre”

esiliati (nei misteri – nei misteri – nel fondo –

nel fondo monumento di parole)

nel più oblungo

nel più ovale del mondo

la pianta

s’è essiccata

la pianura gelata

l’acqua allaga

e rivela

sussurra lei ( la vivandiera

senza cibo assediata

acquartierata senza acqua –

bambinella corsara ed equina

gazzella)

La bellezza

ah quel filo – quel filo –

la bellezza – il cartiglio sul collo – s’un colle

la verdezza

il deserto – la piaga

che questo mondo è

a coloro che non son suoi (altro inizio)

poi:

veemente – spaesato paesaggio –

casto corteggio – epifania – coraggio

e dopo

carne – corpo fuso nella bellezza – e bellezze

di pietra e cruda asprezza e montagne e città

(che a vicenda si son perse d’udito)

gronda questa luce dagli occhi

dalle orecchie – quel tatto lieve – quel sonoro suono

boschi che bruciano – mostri metropoliti

in cupa mostra

bandiere belle

e belle sonaglière

begli alberi e bei visi

e più sporche riviere

tutto segnato (a fuoco?) o non piuttosto

tutto quanto sognato?

*************************************
postato da: ivanomugnaini alle ore 14:46 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: antologia, editi, gazebo edizioni

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venerdì, 26 settembre 2008
SENZA RAGIONE APPARENTE – e altre storie

Pubblico qui, come preannunciato nel post precedente, il mio personale contributo all’antologia, prossima ventura, dedicata alla narrativa breve. Aggiungo, per i lettori più pazienti, anche un altro paio di miei racconti lievemente più corposi, escursioni sul terreno del surreale (ma forse, chissà, neppure troppo), e della memoria, proiettata però sul presente e su una speranza di futuro. I. M

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Racconti di Ivano Mugnaini

SENZA RAGIONE APPARENTE

Nell’anno 2014 la benzina era diventata quasi introvabile. Le macchine tuttavia continuavano a girare, sporche, assetate, feroci. Facendo la fila ai rari distributori aperti erano molto maggiori le probabilità di conquistare acciaio e piombo, direttamente inglobati nel corpo, piuttosto che l’anelato liquido. Eppure c’era traffico, l’uomo era ancora animale motorizzato. Si stava rapidamente operando, semmai, una selezione darwiniana che suddivideva gli automobilisti in specie e sottospecie: c’erano i nobili levrieri, coloro che, chissà come, riuscivano ancora ad alimentarsi a benzina; c’erano gli erbivori, coloro che mischiavano al carburante surrogati vegetali, e c’erano, ultimi, i lombrichi, quelli che si muovevano a piedi, passo dopo passo, odiati, disprezzati. Per un lombrico come me vedersi dare un passaggio da un levriero fu quasi commovente. Andò piano, all’inizio, e mi rivolse perfino la parola un paio di volte. Poi, senza ragione apparente, accelerò in discesa fin quasi a staccarsi da terra. Solo allora capii il senso del manuale che teneva sul cruscotto e di cui avevo scorto alcune righe: “Per ottenere una soluzione simile in tutto e per tutto alla benzina è necessario unire al sangue del soggetto donante una buona dose di succhi gastrici”.

________________________________________________________________

L’AMIGDALA

“L’amigdala è un’area del cervello, grande in media come una mandorla, fondamentale nei processi emotivi. Alcuni studi recenti hanno identificato in quest’area profonda del cervello i meccanismi chimici che scatenano, tra gli altri, il sentimento della paura. Non solo. La ricerca ha anche dimostrato che le connessioni tra le cellule nervose che compongono l’amigdala si consolidano di fronte ad una situazione di pericolo. Lo stesso accade per le passioni, l’invidia, l’ira, l’odio, l’amore. La corteccia cerebrale contiene solo i dati astratti, il ragionamento, la conoscenza. Tramite la corteccia si può avere solo un’idea, un “concetto”, delle passioni. E’ l’amigdala che cattura le esperienze ad alto tasso di emotività. Fornendo ad ogni stimolo il livello ottimale di attenzione, arricchendolo, e, infine, immagazzinandolo sotto forma di ricordo”.

Ripeto a me stesso, in una sintesi estrema, come per un ulteriore e più probante esame, quanto ho appreso in anni di studio. La teoria, lo spartito mentale mandato a memoria. Oggi tuttavia, è davvero il momento, ho deciso di cambiare. Voglio e devo mutare pelle come un bruco famelico, uno sgusciante serpente. Da esecutore divenire creatore. Scegliere tempi e modi, toni e colori. Creare la mia musica. Sopra e con un corpo umano.

Io e Cosimo eravamo amici. Abbiamo fatto l’università assieme. Stessi drammi, stesse sciocchezze, lo slalom gigante tra professori equi e professori infami. Siamo diventati entrambi chirurghi. Colleghi, come nei sogni, nei progetti cullati per mesi e mesi. Colleghi, ma con sbocchi del tutto diversi. Io ora dirigo una clinica di lusso, lui è poco più che un medico della mutua.

Siamo rimasti in contatto. Mi parla, Cosimo, mi racconta di sé. Senza più leggerezza, senza simpatia. “Un giorno ti batterò” – mi ha sussurrato l’ultima volta al telefono. Sentivo lo stridore degli incisivi nella morsa delle mandibole. “Le cose cambiano, vedrai. A vincere ci tengo da morire”.

Ho continuato a sperare che scherzasse. Poi ho riflettuto. Cosimo non scherza mai. Ha preso a tempestarmi di telefonate, a seguirmi con la macchina mattina e sera, a fissare per ore da un’apertura della siepe me e la mia famiglia.

Ieri ho deciso di chiamare Giacomo. Il mio miglior amico, senza ombra di dubbio. Fratello gemello di Cosimo, due autentiche gocce d’acqua. Anche Giacomo ha studiato con noi, ed è divenuto fatalmente un chirurgo, abile e ambizioso. Con lui, con Giacomo, ho osato confidarmi. Gli ho detto di suo fratello, dei sentieri di follia su cui è incamminato. Gli ho prospettato la soluzione: “disinnescare” Cosimo. Nel solo modo possibile. Disattivando l’amigdala. Una volta scollegata la mandorla avvelenata l’amato fratello ed amico sarebbe tornato un agnellino. Saggio e mite come un monaco di clausura.

Con un solo, lentissimo gesto della testa, senza mai guardarmi negli occhi, Giacomo ha acconsentito.

Ho fatto preparare una sala superattrezzata nei sotterranei della mia clinica. Volevo operarlo io Cosimo. Ma Giacomo mi ha implorato di lasciar fare a lui. Conosco bene l’amore che Giacomo prova per il fratello. Non ho potuto che dire di sì.

Fa un caldo insopportabile. Forse perché da anni non sono più abituato ad assistere ad un’operazione da semplice spettatore. Giacomo appare calmo, rilassato. Direi persino divertito. Muove rapide e sicure le mani, ma l’intervento procede in modo per nulla ortodosso. Il bisturi tocca punti del cervello da evitare ad ogni costo. Cerco di bloccarlo, ma vengo spinto via da due energumeni che si è portato dietro con la qualifica di “assistenti”. Posso solo guardare. Fino in fondo.

L’operazione è fallita. Condotta e completata in modo opposto rispetto a quanto stabilito. Solo alcuni punti della corteccia sono stati disattivati. L’amigdala è intatta. Intatta e pulsante. Il reattore nucleare delle passioni è più vivo che mai.

L’operazione è stata un autentico fiasco. Dal mio punto di vista.

Guardo meglio il braccio sinistro dell’uomo che ha appena posato il bisturi e si lava con cura le mani. Sotto il gomito c’è una cicatrice che non avevo notato. Inconfondibile. Di forma trapezoidale. L’ultimo rabbioso colpo di becco assestato da una poiana alle braccia torturatrici di Cosimo un attimo prima che gli spezzasse le ali.

L’uomo disteso sul lettino si risveglia gradualmente dall’anestesia. Ha negli occhi uno sguardo di odio infinito adesso. Identico a quello del fratello.

Entrambi fissano, con interesse per nulla professionale, la mia giugulare che trema di impulsi parossistici.

Negli ultimi istanti mi aggrappo ad un filo di agra ironia. L’operazione sbalorditiva, sebbene in maniera del tutto particolare, è avvenuta. Senza alcun intervento sui tessuti e sulle cellule, senza utilizzo diretto di bisturi o laser, la mia corteccia cerebrale è stata completamente scollegata. Resta solo lei ora, minuscola e trionfante: l’amigdala. Perla densa fremente di orrore.

Sì, l’operazione è degna delle pagine di “Lancet” e del “New England Journal of Medicine”. Avrebbe ottime prospettive anche in chiave Nobel. Peccato che nessuno, da questo preciso momento in poi, potrà e vorrà documentarla.

____________________________________________________________________________

IL FIUME DELLA VITA

Dulce et decorum est pro patria mori. Noia e studio, lingue morte e vive, anni di scuola, la testa immobile sui libri, placidamente perduto, sconvolto ma tutto sommato al sicuro, ed ora, là fuori, la morte bussa ed io non so che fare.

Loro sono e restano granitici, imperterriti. Sanno come agire, cosa pensare e cosa non pensare. Manganellate, fucilazioni, rastrellamenti, petto in fuori, una mano fiera sui testicoli, uno sguardo gelido e avanti, un’altra risatina e via al bar a farsi una briscola e a scolarsi un grappino. E io qui a rimuginare frasi in una lingua morta e a riflettere sull’etica della violenza. Cazzate! Li ho visti, giù alla curva davanti alla vecchia miniera. Li ho visti con i miei occhi fucilare sei ragazzi di vent’anni. La colpa? Avere un’idea. Il grave per loro non era che l’idea fosse opposta, contraria, ma che esistesse, che avesse forma, corpo, pensiero. Il sole spietato d’agosto e l’odore del sangue. Li ho visti. Li ho ancora nella mente. Un attimo scolpito nelle braccia, nella fronte, nelle costole.

Avrei dovuto essere là anch’io, indossare la camicia di quei ragazzi trucidati e macchiarla anche con il mio sangue. Io che non amo far male neppure ad una zanzara per esistere ora devo uccidere o essere ucciso. Il gioco della vita è questo: ora, per vivere, devo morire. Morire o cercare il mutamento che può ridarmi la vita attraverso la morte. La loro.

Ho una donna. Quando poso la testa sul suo seno e le mie mani scivolano sulla pelle liscia delle sue cosce non c’è guerra, la vita non odora più di morte. C’è solo il profumo di lei, il suo sudore caldo, la saliva, la linfa.

“Se muori fai morire anche me. Non andare”, mi ha detto.

Forse ha ragione. Non vale la pena morire per questo paese. Le ingiustizie cambieranno colore un giorno, ma io resterò straniero, escluso, al di là del fossato e della rete di recinzione. Che duri finché deve durare. Niente è eterno. Anche l’Impero Romano sembrava infinito, poi, un giorno, si è sgretolato, sfarinato, disciolto come neve al sole. Passeranno anche loro. Non darò la mia vita per questa patria. La mia patria sono io. E’ lei la mia patria, Monica, l’amore, l’affetto sincero.

Morire per un mondo come questo? No. Anche il mio, ne sono certo, non è perfetto, non è ideale. Ma è mio. E’ diverso, lontano dal loro. Troppo lontano. Qui, in questo posto non farei mai nascere un figlio. Dargli la vita qui, hic et nunc, sarebbe qualcosa di più crudele di una beffa mortale.

Una beffa. Come questa pioggia, l’acqua che prende a cadere, ironica e tenace, proprio ora che avevo in progetto di uscire per respirare un po’ d’aria e un po’ di sole. Resto qui invece, davanti a questa finestra spalancata a bagnarmi la faccia e i capelli, ad annegare i pensieri e a salvarli uno ad uno su sponde salde di sorrisi. Penso alle settimane, ai mesi interi in cui l’afa ha dominato incontrastata. Assorbe la carne l’afa, risucchia le energie, la volontà. Beve e risputa sull’asfalto infuocato perfino la speranza. Pensi che sarà sempre così, arrivi a concludere che è tutto assurdamente necessario: è così e non può essere diverso da così. Poi, un pomeriggio come tanti, un granello di polvere si fa più scuro e un altro accanto a lui si colora, muta, respira.

Mi sbaglio. Adesso lo so. So che la logica che custodisco dentro come uno zelante carceriere è peggiore della follia. Ne ha diritto. Il figlio che sogno un giorno deve avere una possibilità. Devo offrirgliela. Quello che appare impossibile deve poter provare a mutare di segno, deve poter scommettere di esistere in modo diverso. Devo lasciare spazio a mio figlio, spazio e tempo, anche di sbagliare, di fare i suoi errori, ma in un mondo libero, che magari, tra dieci o cent’anni, saprà fare equo, vivibile, solidale.

Giù al fiume c’è un ponte. La vita si agita, incalza, cerca di scorrere, di scivolare in avanti, anela al panta rei. Loro lo bloccano, fanno da argine all’espandersi del mondo nuovo, allo straripare dei partigiani nella pianura, verso Reggio Emilia. Da giorni decine di ragazzi provano a forzare il ponte ma è tutto inutile. E’ imprendibile, l’unico risultato finora è una lunga catena di morti falciati dalla mitragliatrice.

Noi siamo gli studenti, quelli che masticano latino e greco, quelli che stanno nei bar a cazzeggiare, a parlare di filosofia, di Bakunin, di Lenin, di Trotskij, quelli che non hanno mai preso una vanga né un fucile in mano. Siamo quelli che durante le battaglie stanno nascosti in cantina a sussurrare sogni di rivoluzione timidi e ciechi come pipistrelli. Siamo quelli che si riempiono i polmoni di parole grosse ma sussurrate sottovoce come in chiesa. Quelli che tremano al pensiero di esser visti, denunciati, interrogati e presi a bastonate nelle costole e sulla testa. Siamo sempre e solo noi, i perditempo.

Sono andato al bar oggi, dai vagabondi come me. Ho parlato della mia donna e di mio figlio. Quello che non ho. Quello che non ha me, quello che un giorno nascerà dal mio sangue, quello che forse avrà solo la sostanza di una chimera. Ho parlato della mia donna e di mio figlio ai compagni. Oggi facciamo una chiacchierata diversa, noi smidollati. La andiamo a fare all’aperto, davanti al fiume. Ci siamo guardati ed abbiamo deciso, piangendo, ridendo, urlando per una volta, tutti insieme. Insieme, per una volta, tutti quanti.

Un fucile ce l’abbiamo, una moschetto, una doppietta, va bene qualsiasi cosa. Un’idea, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Un’idea valida. Nascosti nell’erba alta col fiato trattenuto cerchiamo un’escamotage. Farci massacrare subito servirebbe a poco. Uno di noi deve andare là disarmato e distrarli, deve lasciare agli altri tempo e modo per aggredirli a sorpresa. Giorgio parla tedesco, suo nonno era austriaco e lo ha ospitato per mesi su nel Tirolo. Andrà lui. Si rifiuta però. Propone di far scegliere la sorte. Nessuno vuole andare, tutti dicono di voler agire, tutti dicono di voler sparare. In realtà ciò che vogliamo davvero è scamparla: sappiamo bene che chi sale sul ponte disarmato durante il conflitto a fuoco sarà spacciato, è già, fin dal primo momento, un morto che cammina. Decido di andare io. Anch’io parlo un po’ di tedesco in fondo.

Percorro i primi metri con le gambe leggere, inconsistenti. Sento solo un martellare insistente all’altezza degli zigomi. Il resto del corpo è aereo, impalpabile, è come se se vedessi e sentissi me stesso camminare al mio fianco. Cerco di far comparire sulla faccia qualcosa di simile a un sorriso e mi avvicino ai soldati di guardia. Chiedo la più banale delle informazioni, la strada più breve per arrivare ad un paese vicino. Facciamo qualche metro insieme, poi, nel momento in cui mi voltano le spalle, prendo a correre a perdifiato verso la postazione della mitragliatrice. Il fattore sorpresa mi concede istanti preziosi. Corro ad occhi semichiusi. I colori si confondono con i suoni e gli odori. Tutto si ingantisce e si fa vivido, il mondo per qualche passo è dentro di me, ne colgo il mistero, la chiave, la direzione. Fino al momento in cui il primo sparo mi lacera i vestiti e la carne, un taglio netto, profondo, un dolore che afferra le gambe e le trattiene. Il sangue cola lento e denso sul fianco. Posso ancora muovermi però, ne ho ancora la forza. Sono a pochi metri dalla mitragliatrice, schivo una raffica buttandomi a terra e mi scaglio addosso al soldato che mi spara contro. Lo immobilizzo con un abbraccio disperato quindi estraggo il coltello e glielo affondo nel petto fino all’ultimo centimetro. Solo adesso riesco a guardarlo. E’ un ragazzo della mia età. Il suo sguardo di terrore esterrefatto è fisso nella mia testa. Chiude gli occhi lentamente, divorato dalla morte. Li chiudo anch’io, serrati dal sudore, dalla paura, dal frastuono degli spari, dal desiderio di quiete. Sotto di me l’acciaio fumante della mitragliatrice e il corpo del ragazzo, le gambe e le braccia in una posa grottesca, un Cristo in croce di qualche pittore minore, una figura sospesa nell’estasi tragica di una macabro presepe.

Rimango fermo, abbracciato alla morte finchè non si spegne l’eco dell’ultimo degli spari. Rialzo la testa di qualche palmo, in tempo per vedere le braccia dei compagni levate al cielo, in tempo per sentire urla di gioia che attraversano i campi e le strade. Il ponte è libero. E’ nostro. La prima volontà, l’istinto immediato, è quello di distruggerlo. Pensiero tanto assurdo quanto prepotente. Prevale presto la ragione, la consapevolezza che è un bene prezioso, da proteggere ad ogni costo. Un paio di settimane dopo, dal nostro ponte, transitano le truppe alleate. E noi con loro, fino in fondo, fino alla sponda più estrema, verso la città, verso la gente.

L’acqua scorre, ora. La vedo ancora rossa di sangue, il loro e quello dei compagni. Ma si muove, è libera, vola verso il mare. E’ valsa la pena. L’acqua potrà tornare limpida, tornerà a vivere.

Dall’acqua scorre il tempo, l’avvenire. Il cielo è caldo adesso, nei polsi e nel petto c’è il tepore di un respiro che abbraccia l’orizzonte degli anni. Riapro gli occhi. La playstation di mio nipote spara sibili elettronici come una mitragliatrice. Vorrei raccontargli la mia storia, vorrei dirgli di quei giorni, dei boschi, delle montagne, della paura, del coraggio, delle attese. Vorrei dirgli tutto, ma forse faccio bene a tacere. Non è stata un videogame la mia vita, è stata sangue e fremito al cuore, stretta violenta di realtà. Non capirebbe. Riderebbe sarcastico per qualche attimo, si farebbe una sbuffata e accenderebbe lo stereo.

Apro la finestra e ascolto il suono dell’aria. C’è ancora il profumo e il ritmo della pioggia. Piove ancora, come quel pomeriggio lontano della mia gioventù, la stessa acqua, la stessa musica sulla terra e nella carne, la stessa forza, la stessa speranza. La vità è uguale, nel profondo, identica a se stessa. Anche oggi i ponti della libertà sono occupati e presidiati. Da loro. Gli stessi, a ben vedere. L’oppressore muta divisa ma non gli occhi, non le braccia, le astuzie, le trappole. Anche mio nipote, con la sua playstation eternamente in funzione, con il suo videofonino sempre in mano, deve correre sopra un ponte a petto nudo contro piombo e fuoco, contro assurdità e ingiustizia.

Posso raccontarglielo. Sì. Posso rivivere con lui la mia storia, la storia di un uomo. Posso aiutarlo a correre. A correre anche per me. Anzi, posso fare di più. So parlare la sua lingua, se voglio. So parlare anche la loro, quella del nemico, dell’oppressore. Insieme, io e mio nipote, possiamo fregarli. E’ ancora possibile, correre, vivere, respirare, mettere a tacere la loro mitragliatrice, acciaio di falsità e ipocrisie non meno micidiale del piombo reale. Sì, è ancora possibile.
postato da: ivanomugnaini alle ore 13:19 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: surreale, memoria, narrativa, inediti

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sabato, 20 settembre 2008
ESSERE MOSTRUOSO e altre storie

Dopo molta poesia, propongo stavolta narrativa breve, anzi brevissima, calvinianamente contenuta e concentrata nello spazio di una mezza pagina. Lo faccio tramite due racconti di Gianni Caccia, autore e redattore di significative riviste e case editrici. I racconti qui di seguito pubblicati sono stati scritti per un progetto specificatamente dedicato alla narrativa breve, finalizzato a raccogliere testi da pubblicare in un’antologia che sarà proposta anche in forma cartacea nei mesi a venire. Sono stato coinvolto anch’io nel medesimo progetto ed ho scritto due racconti che proporrò a breve in Dedalus. Qui ed ora tuttavia presento volentieri queste storie di Gianni Caccia, che, anche in questa forma estremamente concisa di narrazione, conferma con coerenza le caratteristiche che rendono la sua scrittura personale e ben individuabile. Caccia rifugge con decisione da tutto ciò che è eccessivamente scoperto e banale, preferendo che il lettore si trovi a dover operare tra le righe, nelle pieghe del non detto, dell’alluso, di tutto ciò che viene abilmente suggerito da situazioni che si collocano nella zona di confine tra realtà e immaginazione, linearità del concreto e imprevedibilità del surreale. Il tutto con un linguaggio che concilia in una personale miscela linguaggio colto e colloquiale, senso del quotidiano e ricerca di qualcosa che scava dentro, oltre le miserie del tempo e del vero. I.M.

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GIANNI CACCIA – racconti inediti

ESSERE MOSTRUOSO

– È da ieri era che sta chiuso lì dentro, non sarebbe il caso di andare a vedere?

– Mah… la porta è chiusa.

– E bussiamo!

– L’ho già fatto due volte, la prima non mi ha risposto, la seconda mi ha urlato di andare via. E poi quelle frasi…

– Che frasi?

– Mah… cose sconnesse. “Ho fatto la scoperta”, diceva. “Mostruoso. Andate via, che ho fatto la scoperta. È mostruoso”.

– Quale scoperta?

– Non ho idea. Ha detto che aveva da fare al computer, cose importanti, che non lo disturbassimo. Sarebbe rimasto tutta la notte. Stamattina sono arrivato ed era ancora lì dentro.

– Certo che lui ci sa fare proprio di tutto, col computer. Non vorrei…

– Che cosa?

– Non so… qualcosa troppo oltre…

– Comunque hai ragione tu. Dobbiamo andare lì dentro, non possiamo lasciarlo così.

Prima che picchiassero la porta si aprì. La faccia terrea, d’un bianco sovrumano riempì tutta l’apertura; pareva davvero essere rivenuta da un oltre. Le labbra tumide, violacee testimoniavano la lotta svoltasi nella notte, e cercavano di muoversi per qualche parola. I due rimasero paralizzati, compresero il terrore che era anche il proprio.

– È mostruoso – disse infine.

– Che cosa è mostruoso? Che ti è accaduto, dicci!

– Mostruoso. L’ho scoperto. C’è, è lì.

– Lì dove? Ti prego, parla!

– L’ho scoperto. Dio esiste. Mostruoso.

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MORTE IMPROVVISA

L’attaccante ricevette palla sulla trequarti, si girò fulmineamente e puntò verso la porta. Gli fu consentito un varco libero di qualche metro, giusto per caricare il piede. Il difensore più prossimo si accorse e si gettò a fermarlo, ma era tardi. Quando le due gambe entrarono ben giunte sul suo piede destro mandandolo all’aria aveva già colpito. Anche il portiere si accorse, indietreggiò di qualche passo preparandosi al tuffo, ma era tardi. La sfera partì dritta verso la meta, s’impennò il giusto e si inscrisse perfettamente nell’angolo in alto a destra, all’incrocio tra palo e traversa, dove mai nessuno sarebbe andato a coglierla. Il pubblico che aveva seguito l’azione con un’onda di sorpresa azzittì, il gelo discese sullo stadio. Impassibile, risuonò il fischio dell’arbitro che indicava il centro del campo. L’attaccante si alzò, si tolse la maglia e la porse al compagno che l’aveva falciato; lo squadrava ancora attonito, ancora incapace come gli altri di una reazione.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:04 | link | commenti | commenti
categorie: progetto, inediti, narrativa breve

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venerdì, 12 settembre 2008
GLI SGUARDI DELLA MEMORIA – testi di Luigi Fontanella

In uno dei brani in prosa contenuti nel volume Oblivion, Luigi Fontanella, parlando dello sguardo dello scrittore Malcom Lowry, lo descrive in un primo momento come “prigioniero di se stesso”, per poi giungere, qualche riga oltre, ad una definizione diversa, evidenziata dall’uso del corsivo: interamente abbandonato a se stesso.

E’ forse una metafora, un’immagine di quello che può essere considerato un aspetto della poesia: la capacità di astrazione e scavo, il sorriso che “non scaturisce da una visione esterna, ma come conseguenza di una riflessione interna”.

Leggendo le poesie del libro di Fontanella di cui qui pubblico la prima sezione e alcune prose poetiche, concentrate sui dettagli, sulle sfumature, sui petali di un fiore, per poi spaziare con intensità lieve e coinvolgente all’incrocio aereo di coordinate sfuggenti, il volo di una vespa o di un calabrone, la vita, il tempo, forse il destino, viene fatto di ripensare allo sguardo, anzi, agli sguardi di Malcom Lowry, al loro potere di suggerire e in parte incarnare l’atto della poesia.

Si è ricavato, Fontanella, per scelta, abilità ed istinto, uno spazio personale di osservazione, una prospettiva sul mondo interna e tuttavia esteriore, integrata ed autonoma: un modo per poter parlare di cose leggere senza rinunciare a suggerire l’essenza, per sostenere la necessità del ricordo senza esserne schiacciato, concedendo uno spiraglio al presente e al futuro. Tra vita e sogno, realtà e ideali, Fontanella, come il suo emblematico Giacinto, fiore caro ai poeti, sa che l’uomo è destinato a soccombere, ma in ciò sta la sua vittoria: “in quella macchia di sangue sul viso/ ch’è pura azzurra memoria”. I.M.

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Luigi Fontanella

OBLIVION

(2000-2006)

Archinto RCS ed., Milano, 2008

a Emma, ai suoi vent’anni

********

FIORI

I fiori sono come le stelle: hanno la virtù

di confondere i piani, perché ciò che non si vede

è degno di massima fede o di totale esclusione.

ANEMONE

Anemone, fiore dell’abbandono

vai incontro al passeggero

che si lascia dietro infanzia e gioco.

Fiore di notte, fingitore

maestro di travestimenti e pentimenti,

stasera un sentiero nel buio

mi riporta a te

e una lucciola s’è fermata

sopra i miei capelli.

**************************

CAMELIA

Possiedi, Camelia, quella perfezione

d’amore che io non seppi far mia.

Il tuo splendore si sprigiona soprattutto nell’ombra,

creatura antelucana,

testimone di sofferenza e passione.

Sei venuta poco fa a visitarmi

senza preannunci

con la forza della tua leggiadria

**************************

DALIA

Dalia è rimasta una bianca fanciulla

che accoglie ridente i suoi amici,

a volte li sistema in cerchio

e per ognuno s’adopra in leggiadra armonia.

Come la dea di Pafo

ha una cintola ricamata di fiori

e lettere d’oro

“Amami” vi si legge “amami tutta

e non ti angustiare se anche altri mi ama”.

**********************

GERANIO

Geranio è infanzia piena

occhi sorrisi da un antico balcone

una mano accarezza viso di bambina

nell’ombra di un androne.

È tardi, qualche genitore di troppo

richiama i ragazzi dentro

fuori

pulviscola l’ultimo biancore.

Ma non attecchisce il freddo

sulle nude gambette e sulle millebraccia

di Nina Berto Enzo Elvira

e poi primavera è vicina.

*****************************

GIACINTO

Fiore purissimo, per te s’apre

lo scenario d’una competizione

che ha per posta la morte.

Sei destinato a soccombere

e in ciò sta la tua vittoria:

in quella macchia di sangue sul viso

ch’è pura azzurra memoria.

*****************************

MARGHERITA

Margherita sorride

leggera e scordarella

ha smarrito una volta in più

ombrella e quaderne

s’offre nuda e non soffre di gelosia.

A chi ama e non ama

fa ritrovare innocente la via.

******************************

ROSA CANINA

Rosa canina,

t’ho cantata selvaggia e impunita…

ami la folla che domini nuda

rusticamente altezzosa

cresci rapidamente. Sei

precoce pungente forastica

ma quanto materno

il tuo secreto licore

quando sprizza agretto dopo l’inverno

in vivida sfida

il tuo colore che acceca.

*************************

VIOLETTA

Violetta è delitto notturno

azzurro cupo che si stende sulle ramblas.

È modestia e gelosia

nascondimento sortilegio artificio addio

partenze improvvise impazienti attese.

È il fantasma di Gardel che canta

alle tre del mattino.

********************************

II

INTERMEZZO

Ripenso a quei giocattoli abbandonati per distrazione, o per uso consunto, in coni d’ombra domestici; vecchi giocattoli che non riemergeranno più da quel loro silenzio; giocattoli muti,

non più ravvolti in fasce innocenti.

******************************

… è un labirinto di voci che s’inseguono l’un l’altra, riflessi d’immagini che si moltiplicano e si richiamano. Perdute, si ritrovano di colpo, in virtù di un suonosenso che le accomuna. Corpo smembrato che si riunisce insieme, frammentato all’infinito, eppure completo, perfetto, unito nel suo unico e armonico viluppo. Eco che si rincorre, rimbalza in mille specchi, e fissa reinventata la stessa voce, voce mobile, voce ferma che svetta; voce chiara, trasparente e diretta verso

un’unica foce.

*************************

Sbadataggine: ultima àncora della mia salvezza. Mi scopro a pregare il dio nascosto di Goldmann identificandolo in una Illusione, che scongiuro perché tenga compagnia alle mie stravaganti divagazioni; amori di un giorno appesi alla corsa di un rispecchiamento calmo e vertiginoso.

*******************************************

La musica degli occhi è una moltitudine di quadri interni ed esterni di bellezza mista e distaccata. Come scrive Casanova, vedo ovunque un bazar di amatori che esercitano il proprio talento per districare gli intrighi.

Di questo immenso foyer i miei occhi hanno sempre profittevolmente beneficiato.

************************************

C’è una foto di Malcom Lowry, scattata nel giugno 1957, tre giorni prima che morisse. Malcom sta seduto su uno spuntone roccioso e guarda pensoso davanti a sé. Alla sua destra c’è il mare (o forse un lago?); oltre di esso, il profilo di una montagna molto arida, fatta di soffici, levigate ondulazioni, tipo quelle che si vedono attraversando l’Arizona. Ciò che più colpisce di questa foto è lo sguardo intenso, quasi prigioniero di se stesso di Malcom. La sua faccia sembra accennare a un vago, lievissimo sorriso, che però non scaturisce da una visione esterna, ma come conseguenza di una riflessione interna, molto intima, di Malcom stesso. Lo scrittore indossa una maglietta abbastanza larga, aperta a triangolo sul collo, con un taschino sul lato sinistro. I pantaloni sono di fustagno bianco, trasandati, con i bordi inferiori sdruciti. Anche le scarpe sembrano consunte, non si capisce bene se siano addirittura prive di lacci: si intravedono i buchi ma non i lacci. Malcom Lowry se ne sta tranquillamente seduto, le braccia distese in giù, le mani nascoste fra le gambe. È tutto rinchiuso in se stesso. Cosa stava pensando in quel preciso momento? Avvolto nel brusio pulviscolare dei suoi pensieri, Malcom è come assoggettato al proprio sguardo, che è interamente abbandonato a se stesso. È già fuori dell’umano consorzio, Malcom; vaga assorto nell’Altrove di un altro tempo-mondo che non è più il nostro.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:32 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: rcs, editi, archinto

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sabato, 06 settembre 2008
E RIPARTE, RIDENDO

Con il libro Kobarid, da cui sono tratte le poesie qui proposte, Matteo Fantuzzi ha vinto la sezione opera prima del Premio Camaiore, di cui proprio oggi ha luogo la cerimonia conclusiva. In virtù di questa concomitanza, ma anche e soprattutto per l’originalità e la surreale suggestione di questi versi sospesi tra gioventù e maturità, amarezza e sarcasmo, capacità di scavo e lievità quasi area, li pubblico volentieri in Dedalus. Lo sguardo di Fantuzzi coglie il lato in ombra della vita, l’attesa, la speranza che teme di guardarsi allo specchio: il portiere di riserva costretto a non esultare e ad attendere l’infortunio del compagno per poter giocare, oppure il panorama di treni e aerei che promettono viaggi improbabili e consegnano il dono ingombrante della consapevolezza delle distanze, geografiche ed umane, la scoperta che ciò che appare vicino in realtà è lontano nel tempo e nello spazio. Non resta allora, forse, che un’esplorazione disincatata ma non disperata del mondo: una presa di visione attenta, disperatamente divertita. Un prendere atto che il mondo va come vuole, mettendo in campo, come difesa, una finta ingenuità e refrattarietà, quella che spinge Fantuzzi ad esclamare: “In effetti non è che pensi a molto ultimamente/ sono bloccato da qualcosa che mi umilia,/ forse le immagini del dramma/ oppure un’insistente insinuazione del ricordo”. Quell’insistente insinuazione ha in sé anche una tenace volontà di non cedere, dando al ricordo una dimensione umana, presente, in qualche modo viva. I.M.

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MATTEO FANTUZZI

testi tratti da KOBARID, Raffaelli editore

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Devi diventare più aggressivo col lavoro

perché oramai va forte anche l’usato

e un poco ovunque spuntano degli outlet;

devi andare (avrai capito) nei luoghi del dolore,

in clinica oncologica ad esempio, e dire:

“Lei è incurabile per caso? E quanto tempo ha

[a disposizione,

un anno? E alla bara ha già pensato? Io le vendo da

[20 anni,

importo il legno dalla Svezia, sono bravo, costo poco”.

O ancora meglio ti dovresti fare forza e suonare

porta a porta nel paese, e chiedere a chi t’apre

se per caso è a conoscenza di qualcuno che sia morto

o lì per farlo o se quello in primis (pure in ottima salute)

non volesse già decidere la cassa.

Perché tanto “quella” arriva e non fa sconti,

e per lo meno allora la tua bara sia economica e curata,

di buon gusto, fatta a mano, da un esperto del settore.

************************************************

Malpensa

Non è per dire, io ti ricordo al duty free

della Malpensa, con il vestito, come tutte

perché uno sguardo come quello non si scorda:

di chi da terra ha sollevato un corpo

ancora caldo e l’ha piantato, l’ha ricoperto,

ha omesso, ha tolto. Senza parlare, nulla.

È un mondo a parte la Malpensa,

coi tabelloni bianchi

coi profumi, le sigarette a stecche da 50,

il brandy che ti guarda e sembra un viso

che conosci, sparato in volto, decapitato

chiuso dai capelli, misto alla polvere,

che implora di riemergere.

*******************************************

In televisione rivedo Pier Carlo,

cuoce una bernese di sgombro.

Quello che presenta domanda:

“anche i grandi poeti mangiavano il pesce sovente?”

Ed ecco che lui gli risponde. E sorride.

Pier Carlo a vent’anni se lo contendevano tutti,

era la grande promessa, il nuovo Leopardi.

Montale perfino voleva cenasse con lui

ogni volta possibile, lo chiamasse “nonno”:

lo amava come fosse un figlio.

Ma un giorno una tv privata gli chiese

di partecipare a un dibattito:

e lui era bello, spigliato, ci sapeva fare,

“è perfetto” dicevano

“sa proprio bucare lo schermo”.

Di comparsate Pier Carlo ne ha fatte 240 a quest’oggi:

scalato montagne, visitato malghe, accudito delfini,

camminato sui carboni ardenti, inviato ai mondiali di

[rutti.

Esce un suo libro ogni anno, ma li scrive Sandro,

[ragazzo di Sondrio

pagato profumatamente per tacere, lavorare. basta.

*************************************************************

Devo prendere gli antipsicotici,

è quello che ha detto Nazzoli alla clinica.

I motivi già li conoscete:

ho reazioni scomposte ed attacchi di panico.

Alle volte mi pare qualcuno mi fissi

sull’autobus, è a quel punto che cerco

di sfondare il vetro scappando per strada.

Fingo d’essere un terrorista due volte ogni anno,

minaccio l’autista con il tagliaunghie,

gli dico di portarmi in Piazza dei Servi:

lui ormai mi ha presente (è lo stesso da anni)

in fretta mi lascia nel luogo richiesto,

chiede scusa alla gente sul mezzo

e riparte. Ridendo.

*******************************

dimmelo mamma:

che sono bellissima, come le ballerine alla televisione,

anche se in classe mi chiamano

scimmia e mi gettano in faccia le arachidi.

ma tu dimmelo. dimmi che io sono

intelligentissima meglio dei miei professori

che mi urlano ”
scema perché non capisci che è così

[
semplice: è ovvio! ”

che mi hanno affidato a una tizia che insegna le cose

[più semplici.

ed io te ne prego tu dimmelo: dimmelo

mamma, ti prego, e smetti di piangere. basta.

***************************************************+

A volte Pier Carlo mi chiama

la notte, mi dice che ancora una volta

Montale gli è apparso nei sogni

ai piedi del letto

e lo ha preso a schiaffi.

Risponde mia moglie,

gli dice che sono a Milano,

o Varese per qualche convegno,

che è solo un fattore nervoso, di prendere

un bel latte caldo e rimettersi a nanna.

***************************************

Il lattaio di via degli Ori

chiuse nel ‘938

per scappare in Francia

dove aveva parenti.

Per anni sulla vetrata

rimase a vernice la scritta

latte ebreo

E io ero un bimbo,

senza un’idea precisa di quello

che stesse accadendo:

credevo si trattasse soltanto d’un gusto,

come la grattachecca all’arancia.

Un giorno ne domandai

al nonno per fare merenda.

Lui mi lasciò cinque dita sul volto.

*****************************

Un anno. E un anno è poco ma anche tanto,

se a casa sta una moglie a letto con le doglie

con la testa della bimba dietro al corpo col cordone

cinto attorno al capo ed urla “padre, padre”

e il padre sta a combattere la guerra

ad ammazzare i figli di quegli altri

a compiere gli stupri, in modo la sua razza sia difesa

e sia immortale: e salva sia la sua famiglia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:25 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: editi, raffaelli editore, premio camaiore

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venerdì, 29 agosto 2008
IL RESTO E’ LETTERATURA
Torno a scegliere e a pubblicare in Dedalus testi tratti dalla raccolta Incorporando lineamenti estranei di Alberto Bertoni. Un po’ per rispondere alle richieste di alcuni lettori, un po’, molto più egoisticamente, per mio gusto personale. C’è un senso del ritmo, nei versi di Bertoni, che si attaglia alla perfezione a questo tempo, a quest’era incerta, intesa sia come fine estate sia come fine di una stagione che si perpetua, tenace, passeggiata traballante sull’orlo di un ilare crepaccio. Si pone le domande di tutti i poeti, Bertoni, con la stessa sincerità: ma gli capita, o forse sceglie, di porsele nel tragitto che separa le spiagge della Romagna dalle colline dell’Emilia, dalla frenesia alla lentezza, dalle grida al languore di un loquacissimo silenzio. In quel tratto, tra le curve di quegli interrogativi, non può che ospitare al suo fianco, sul sedile del passeggero, una fedele ironia, ancora lei. Quella che avrà il suo trionfo definitivo a Pavana, durante una partita a carte con F.G., Francesco Guccini, il poeta della canzone che ride perplesso quando lo chiamano poeta, come quando gli chiedono di spiegare il senso delle sue canzoni, sospese tra Bologna e Milano, Venezia e Porto Marghera. Bertoni osserva e ascolta, i lifting che non cambiano i lineamenti del mondo, i custodi del luogo, le notizie manipolate e manipolanti, “slancio di piume/ lontananza di fari”, la vita minuscola e quella macabramente insulsa, “altra litania di ombre/ profilo rasoterra”. E, nella sorpresa del viaggio, la persistenza che vale la pena vedere o pensare di vedere, il legno a cui aggrapparsi nel naufragio dei tempi, qualcosa, forse la poesia, che, a dispetto di tutto, “viene verso di te, ti mette/ lentamente a fuoco”. I.M.
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ALBERTO BERTONI
testi tratti da
INCORPORANDO LINEAMENTI ESTRANEI
Lifting

Ti riconosco pezzo a pezzo

e ti ricostruisco

Nell’espressione attonita di un lifting, stamattina

inimitabile, incompresa

lampeggia la tua piega sulla bocca

è timida e sardonica, serva e padrona

Già più remota, chissà dove sepolta

anche e mare in ondulazione progressiva

si trascina adesso una biondina

battendo di spume l’alta riva

della costa scoscesa – forse l’Irlanda

nel suo sciabordare d’acqua e pietra

Così, un giorno, la prima cacciatrice

per bisogno o virtù

inasta la lancia acuminata

a fare strage

essere lei la luna quando appare

là, in un angolo a caso

dell’universo cosmo, buio e desolato

Poi, ma dove non ricordo

riappare la fossetta delle guance

mentre in riso si scioglie l’aria altera

e mi fissi indifesa

occhio di luce buia

mia infallibile arciera

Il custode del luogo

Il mare diventa di ardesia

le bandiere si afflosciano

il confine del mondo è questa

sabbia di nuova marea

all’altezza delle barche

finalmente più bassi

del muro di sassi

a difesa dei campetti di patate

e l’olmo è lontano ma c’è

se ho bisogno di fronda se voglio

aggrapparmi al mio ramo

nell’ora del naufragio

… ma cos’era, ho domandato

al custode del luogo

incontrare un tuo morto

su uno scoglio di ruggine e bianco

a Capodanno…

Quando e se ti guardava, ha risposto

era come essere lì, sul molo

a osservare la Queen Mary

– viene verso di te, ti mette

lentamente a fuoco

Nel buio

Tante volte ho sofferto

nel buio di un altro il mio amore

al risveglio quel riso soffocato

pozzo senza cielo

Il sosia

Forse sono io quell’uomo

rannicchiato in un’auto uguale

che scruta il mio stesso giornale

di lunedì, aperto sulle corse

senza un ricordo di cui essere geloso

lo scatto di trotto sbilenco

questo cuore a riposo

Varenne

La corsa è andata, partita,

le posizioni già delineate

impossibili – sembra – da cambiare

e anche i brevi scatti, le rincorse disperate

tutto potranno scavare

ma non la sostanza del male

Una sagoma appare

e un’altra l’insegue, distante

Il crollo, la rottura sul traguardo sperare?

O il volo siderale di chi è dietro

nell’attimo che il primo

comincia a declinare?

Per lei, per questa eternità di marmo

(e di tempo, di spazio)

per lei, per le distanze

che puoi solo misurare

appena passato il traguardo

nella tua luce senza sguardo

Una notizia

” … il resto è letteratura” Mario Barbi, Il Corriere della Sera, ottobre 2006

Ma magari il resto fosse

LETTERATURA!

caro signor capo segretario

di qualcosa di politico di Prodi

(Politico? Prodi? Capo?)

adesso che La immagino nel gesto

di pensare ogni resto

SPAZZATURA!

e invece un supremo godimento

mi sento di prometterLe se Svevo

o Gadda o Montale o qualcun altro

(del medesimo livello, beninteso)

fossero il resto davvero

del Suo globalmente deserto

pensiero

Pomeriggio a Pàvana

per F. G.

Se non devo impegnarmi troppo

e se non serve l’occhio di una volpe

anche da miope riconosco

la casa diroccata sotto il bosco

che la gatta Paurina lungo pelo

e fame di carezze rende umana

mentre impugni con orgoglio l’arancia

bitorzoluta, aspra, ma nata

dal sasso di questa montagna

Dimostri l’importanza del silenzio

e del vivere lento, del fuori

che combacia con il dentro

nel sogno d’equinozio che la luce

combatte con il buio punto a punto

Fiume/bitume, cellulari/corsari

oggi le rime che mi regali

e non c’è nebbia che ci cancella

slancio di piume

lontananza di fari

Piccoli maestri

Nel nido senza moquette, a luce spenta,

nordocanale dove incidi

questa lastra di zinco

e polvere da stritolare il sangue

le mie palpebre di fango

al tuo: Giallo! d’improvviso squillante

non inquadrano corvi

né angeli sul grano

ma un attacco del Modena calcio

Poveri gatti tristi

i miei maestri piccoli

nelle loro case, tra le cose

di uso quotidiano

la ciotola dell’acqua, quella per il cibo

e una specie di gioco arrugginito

compasso smarrito tra le zampe

che non portano altrove, sono

altra litania di ombre, profilo rasoterra

Tempo dopo tempo

Mi perdo in un toponimo lombardo

e io non sono io ma un altro

che vaga alla periferia di Palazzago

davanti al cartello “Alberto sposo”

annuncio, presagio, disastro?

Ma sì, sì, nascosto, cancellato

e dove, da che parte

avvolto nella polvere d’oro

che sono questo sabato di marzo

le montagne col loro

covo d’ombra sull’alto

profilo dei crinali

nell’azzurro stagliati

più azzurro che riusciamo a immaginare

Bocca di freddo

e nessun porto da queste parti…

A nord di Brema

Dev’essere stato che alle sette

aspettavamo ancora il caffè

alla Locanda Camoretti

un nido d’aquile con poca moquette

e sagome gelate davanti al water

Il resto, le tazzine, la luce

e la mia prostata grande un mandarancio

erano vaghe impressioni di bianco

la certezza che a nord di Brema (nostra vera,

irraggiungibile meta) fosse

a ridurci fumo acre

una lastra accecante di mare

non un’altra pianura più vasta

e perdersi fosse perdersi davvero

trapungersi di aghi sotto un cielo

terso ed eterno mentre – invece – dentro

resta solo il vassoio di brioches

calde come le tinte della sala

ruggine e beige neanche

dovesse stamattina salvarmi

la precisione chirurgica della tua domanda

– Sicuro che il vuoto ha un colore e che questa

non l’hai già raccontata?

A New York, di mattina presto

Se non piove novembre

qua non piove più niente

e tu, cerbottana d’allarme

mi chiedi com’è il cielo

Sono a Manhattan, vedo

affacciarsi dal vetro un abusivo.

Non fa cifre

mi lascia nell’azzurro col mio fiuto

a imparare la luce che s’irradia

colpisce rasoterra ogni lavoro

l’umano dei particolari

Sollevata dal vento

la polvere del Tempo ci fa uguali

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:49 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: ironia, inediti, letteratura – articoli

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domenica, 24 agosto 2008
DIMORARE PRESENTE – “Radici e Rami” di Danilo Mandolini

I versi e le prose qui pubblicati sono tratti dal libro RADICI E RAMI di Danilo Mandolini, edito nel 2007 dalle Edizioni L’Obliquo di Brescia. Le radici che l’autore evoca scavando con coraggio nel suolo della verità sono quelle che legano l’uomo al suo destino, a “quella pena che l’uomo passa all’uomo”, per dirla con le parole di Philip Larkin citate nell’epigrafe del volume. Le radici sono il passato, quelle storie di guerra e miseria ascoltate come una favola amara, insistita, interminabile. I rami sono ciò che da quelle radici trae nutrimento, cercando di far scorrere la linfa di quel dolore e di quella memoria conficcata nel profondo della terra. Ma i rami, in più, hanno la ricchezza potenziale del contatto con l’aria, una crescita che, in qualche modo, può espandersi in direzioni altre, diverse. C’è specularità e profonda dipendenza tra le due componenti, quella che lo stesso Mandolini indentifica con chiarezza dichiarando di aver disegnato la struttura di Radici e rami pensando ad uno specchio, e osservando che le radici per un albero sono il riflesso nascosto dei rami. C’è un “argine contiguo dell’esistere”, come suggerisce efficacemente uno dei titoli delle poesie. Ma, pur senza vano ottimismo e senza improbabili idilli ed arcadie, il lento moto dei rami nell’aria descritto con misura e passione da Danilo Mandolini trova, in determinati momenti, una conciliazione, una convivenza possibile tra presente e passato, un ponte gettato su un progetto di futuro. Suggerendo, tramite una trama salda e fertile di versi che “qui si passa svelti e si ritorna/ di continuo per sentire respirare/ chi dispera nella vita mentre crede/ fermamente nella sera che sarà”.

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Man hands on misery to man.

It deepens like a coastal shelf.

Philip Larkin, This Be The Verse

Danilo Mandolini

RADICI E RAMI

Vengono i morti nel sogno,

ci affiancano se ne rivanno,

talvolta danno un segno – ma diviso

da noi – candela mossa dietro un vetro.

Così mio padre mi s’accende accanto

nel buio che mi fascia.

[…]

Fernanda Romagnoli, In sogno i morti

Percepirono all’unisono la sensazione di assistere alla caduta innaturale, al precipitare imperfetto di un evento di là da venire.

Un’entità – forse la ragione pronunciata solo con lo sguardo – che sibila diritta verso il basso senza mai toccare il suolo; l’apparenza che crolla, rimanendo infine sospesa tra materia e parola…

“Respirate lentamente.” disse uno di loro. “Vedrete che vi sentirete meglio.”

*******

Giocavo al calcio sopra le stoppie

dure del mais appena tagliato,

pensavo solo a quando quel campo

sarebbe bruciato senza soffrire.

*******

Dimorare presente 3

A questa finestra l’inverno appare sempre in un giorno solo.

Viene con l’accento metallico del freddo; come un sorriso che il viso accenna e che poi cancella.

*******

Dimorare presente 2

Là, oltre il vetro, l’anima trasparente del tramonto avvampa di giallo il cielo, traccia una curva irregolare: il dorso bianco delle montagne in lontananza.

*******

Dimorare presente 1

Da qui si scorge una ripida salita di linee e tetti, un ammasso di case basse e colorate appoggiate le une alle altre.

*******

Argine contiguo dell’esistere

L’ultimo dei convenuti a notte fonda arriva

alla festa per altri pensata e preparata.

Se ne sta lì ad ascoltare la sua voce che non parla, che non grida; disegna con il corpo un confine fatto d’aria e alla forza del silenzio chiede aiuto, per non morire…

*******

tre

Inumano è lo spirito che tesse

la veste rifinita di cemento,

le scale che lente fanno un filo

sospeso sul correre degli uomini.

La città è fragile e selvaggia,

costruita sul sangue e sulle vene,

sopra il sogno che porta dalla spiaggia

la vita e la morte della sabbia.

*******

due

Tra le piante cresce l’indole del gelo,

l’innocenza della terra che non sa,

che non dice quanto nulla le è davanti

né se il sole è all’orizzonte.

Profonda è la ferita che si apre,

che taglia nella notte il nostro sonno,

che piega il volere delle voci

sotto il peso dell’istante che si vuota.

*******

uno

– C’è chi parte e arriva senza sosta,

chi alle spalle chiude sempre la realtà,

chi non sa cosa sia la sofferenza

e la pensa come fosse una città.

Qui si passa svelti e si ritorna

di continuo per sentire respirare

chi dispera nella vita mentre crede

fermamente nella sera che sarà –

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:14 | link | commenti | commenti
categorie: edizioni lobliquo

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domenica, 17 agosto 2008
A SYLVIA PLATH – inediti di Raffaele Piazza

Forse la poesia, o il dolore, o forse la consapevolezza che la poesia è anche nel dolore, anche se il compito più vero e prezioso dell’arte è quello di contrastare il dolore, senza mai esaltarlo, senza diventarne complice. Raffaele Piazza questo lo sa bene, e in queste tre intense poesie si muove con abilità su quest’asse oscillante, questo filo sospeso tra più sensi e più significati, tra sincerità autobiografica e capacità di andare oltre, per parlare dell’uomo partendo dagli eventi della storia personale di un uomo. E, in quest’ottica, il momento cronologico specifico, quell’anno 1984 a cui i versi fanno più volte riferimento, diventa paradossalmente sfumato, indeterminato, come se quell’annus mirabilis e terribilis si ripetesse in continuazione, o non fosse mai esistito. E’ questo il dono di Mirta, la sequenza donata e scompaginata, l’arrivo improssivo, oltre una curva cieca, di Sylvia Plath, stretta in un amplesso che è verità, seppure tra icone di misteri e “linfe che non si mescolano”. Il mistero del tempo, colto in un attimo di luce accecante, è quello che domina e permane tenace, tagliente, esplorato da Raffaele Piazza con coraggio, fino a coglierne il più lacerante messaggio, l’invito ad esistere comunque, perchè c’è un momento in cui “viene Sylvia Plath e l’abitudine di amare/ è stringere una piuma di cuscino”. Ma tra l’inconsistenza e la speranza c’è, nonostante tutto, il verso finale, un grido, spiazzante, autentico, sentito, essenziale: “ti amo, Sylvia, e qui tutto comincia”.

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RAFFAELE PIAZZA

Il dono di Mirta

(a Sylvia Plath)

Poi donatami sequenza

del tuo ombelico scoperto,

nel fulcro del condominio

(terza scala per salire al cielo)

leggo il tuo anagramma Amrita,

titolo del tuo libro di

una stella cometa a riempirci

di straordinaria allegrezza

a immaginare sotto la stoffa

dei tuo jeans sdruciti l’amplesso

e la vittoria.

Poi la salita e ti tocco

al colmo della grazia

da poeta a ragazza da ragazzo

a poetessa sulla rosa tatuata

sul tuo culo.

Poi, dopo sigarette di salvezza

e il rosso del vino

fino alla mattina a proseguire

senza lavarsi la mente con la notte.

Siamo nel 1984, percorre

l’auto la salita della verità,

tu nuda icona di odori e misteri

le nostre linfe non si mescolano.

———————————————————-

A illuminare il tempo

Tra treni e navi trauditi

in lontananze che sanno

di rari luoghi la prosecuzione

delle ferie in quell’estivo

sangue nell’ossigeno

rapito dal verde cittadino

scende ai sensi, casa di luce,

rigenerarti vorresti, ascoltare

la sera precedente che non torna

nominare con vocaboli

altri le cose esiliarti nel delta

dei sogni e ritornare tra le vie

corrose dalle ombre umane.

Vedi terrazze altissime

e i panorami del cielo

della vacanza divenire strumenti

della gioia in musiche di vento

vetrate di luce a illuminare

istanti della forma dei tuoi occhi.

—————————————————–

Attesa di Sylvia Plath

Viene nel delta del sogno

il panneggiare della vita sei

Sylvia Plath

e l’abito e l’icona che sei e

l’auto addobbata per i figli e tu,

porti un bouquet di gioia simile

a neve estiva e

il mare blu navigazione o color squalo

pettinerai da donna come il vento

non può fare tra rondini di platino

che assomigliano a noi

contro il cielo ridono e il tempo

non esiste

siamo nel 1984 la 127 bianca

scivola tra il profano dei pini

per fare sesso senza figli

i gabbiani dicono

attenzione, attenzione, attenzione!

……..viene Sylvia Plath a toccarmi

nella macchina dell’amore candida

a possederla….. viene ed è una nascita

la perla liquida nella sua bocca nel 1984

in quella luce meridiana, la lama taglia

il tempo 40 gradi la forma la fa gelida

l’acqua nella bottiglietta del messaggio.

Viene Sylvia Plath e l’abitudine di amare

è stringere una piuma di cuscino

il tempo attende la via serale

ti amo, Sylvia, e tutto qui comincia.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:44 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: plath, inediti, sylvia, omaggio

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domenica, 10 agosto 2008
UMANO NOME – inediti di Ivan Fedeli

Ivan Fedeli è un poeta che da tempo ottiene riconoscimenti in concorsi validi, e pubblica con editori e riviste altrettanto attenti e selettivi. Ciò avviene in virtù di un’impronta personale, un ritmo, un taglio, una scansione interna del tono e del verso del tutto originali e riconoscibili. C’è una musicalità costante, coerente, mai cantilenata, nelle sue poesie. Questa traccia armonica descrive bene, per analogia o per contrasto, mondi circoscritti, quella che una volta veniva detta “la periferia”: quella zona della geografia urbana ed umana in cui si vive l’esperienza di un tempo che logora e l’identità va conquistata con i denti, strappando al nulla anche ciò che è più essenziale, il nome, appunto, l’identità di persona. Tra Pasolini e Gaber, tra riflessione e ironia, Fedeli è soprattutto esploratore autonomo dei territori della cultura, e, nello specifico, nelle liriche di questa raccolta “in fieri”, anche della religione, del mito, della storia del pensiero, del senso del giusto e del suo contrario, della colpa e delle sue incerte radici. Tale percorso mira costantemente però a parlare del suo e del nostro tempo: di cellulari e borsette, della Ferrero e della TV. Il tutto perfettamente adattato ai racconti di Pilato e della Maddalena. Pubblico qui una prima parte delle poesie di Fedeli, riservando ai mesi autunnali un secondo inserimento di questi versi pervasi da un’ironia salda e sensata, capace di far percepire con nitidezza il senso e l’assenza di senso di questa “terra mai vissuta mai promessa”.

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Ivan Fedeli

UMANO NOME

Alla pietà di chi prevale

(macchie di Roscharsch)

Sono macchie del resto percezione

pura puntini messi tutti insieme

allineati la forma ciò che vedi

si rivela eppure non consola

no pensare che l’apparenza sembra

più reale ma chi ha ragione dove

sta poi il torto dipende

da un dettaglio

sfumature questione di uno scarto

La santa assuefazione

È tutto preparato predisposto

lo schema il tono lento la struttura

sì persino la minima inflessione

della voce lo ascoltano annuendo

e predisporre gli animi non serve

asettico è lo sguardo il movimento

non li perdonerò neanche per questo

l’idea di procreare discendenza

del resto sono corpi carne infetta

da chiudere in un ghetto per cautela

ma basterebbe appena un colpo in fondo

o scriverlo sui libri

dirlo a scuola

che imbrattano la vista fanno danno

non hanno spazio o storia in questo tempo

i clandestini della vita i nulli

i piedi incatenati poi il cemento

***

Li vedono vicini in tuta scura

tenuta antisommossa da divieto

lo sguardo senza cielo gli altri dietro

parcheggiano gli uncini i loro arpioni

normale ti ripetono è normale

sapere poi spiegarglielo in che lingua

che è una formalità solo un’inezia

e basta dire sì non contraddire

banale questo mondo nuovo antico

sotto il sole questione di un accento

di uno sputo dividere il nemico

e il giusto questione di tempo insomma

vedrai che a poco a poco tutto torna

***

Domandano anche il nome ma con tatto

se fumi le tue abitudini in fatto

di sesso a volte il partito la fede

e lo fanno sorridendo a priori

con voce calda tutta accomodante

ma quello che preoccupa di più è

il sorriso quella bocca che tira

pesante perché ogni epoca ha i suoi modi

la nostra ha scelto la grazia il fair play

una questione dicono di forma

alleggerire il contatto con l’altro

il dito mai puntato sul chi sei

***

Ti avevano avvisato alla tv

la novità sicuro è l’aggravante

pestare questa terra di nascosto

diversa religione e tutto il resto

ma tu non ci credevi che pensavi

quel giorno sulla piazza dentro un tram

sicuro non accade almeno qui

abbiamo già un passato un buon vaccino

eppure i titoli i commenti sul giornale

colpevoli di avere un altro odore

un fiato inconsapevole il fastidio

sapere chi di noi dopo ha infierito

o forse si è confuso chi ha scagliato

la pietra originale del peccato

***

(Ci hanno convinti tutti anche stavolta

sì come quella volta del deicidio

azzannano la faccia a punta il cranio

oblungo dà fastidio anche sentirli

minacciano la quiete loro untori

usurpatori di pace flagello…)

***

Tema in classe terza ora in quinta b

la bella copia scritta in penna bic

spaventano per numero colore

ci vogliono rapire i figli fare

come a casa loro ma lei lo sa

che bevono sottraggono lo spazio

violentano anche spacciano per vizio

e noi non perdoniamo li osserviamo

attenti circospetti è dunque il noi

che più spaventa sì quantificare

il numero la massa condensata

eppure perdonarli per non aver

capito il senso di Montale Saba

o solo non ammettere la resa

l’inutile pretesa di pensare

di battere quei pugni in mezzo al mare

***

È logico dividere le parti

in due chi è giusto e chi ha peccato

manca

un purgatorio qualunque un posto

dove chiuderli per sempre e risolvere

il problema alla radice in attesa

del resto del battesimo feroce

perché si dice che mangino carne

viva poi bestemmino sottovoce

il nostro dio prima dell’atto impuro

pretendere che esistano altre strade

percorribili un crocifisso in alto

valido per tutti ma noi vegliamo

prepariamo quanto serve al fatto

la dispersione piena dallo sguardo

il loro scomparire senza meta

***

Dunque questo il nostro modo di amare

l’assuefazione ai si dice al narrato

l’immagine che domina l’ascolto

di cronache presunte di peccati

commessi per bestialità la norma

alzare il tiro per decreto fare mostra

di muscoli teppaglie ronde scure

importa la paura della folla

la molla dopo scatta e non si torna

si marcia per la strada bella squadra

di giovani promesse della vita

***

Parlavano tra loro di rifare

di chiarire come stanno le cose

per davvero vestivano eleganti

uguali funzionari del presente

la borsa sotto braccio la cravatta

le commissioni ancora impronunciabili

ricostruire il linguaggio trovare

i giusti termini quelli discreti

sì che non offendono

o non del tutto

ci siamo venduti per trentatré

denari ai profeti del tempio e adesso

non serve certo contare chi c’è

e chi non c’è sotto lo stesso tetto

o chiedersi se l’aria sa di vecchio

***

Se avessi potuto. No è qui lo sbaglio

credere nell’impotenza effettiva

della protasi socchiudendo gli occhi

quanto basta come Pilato un giorno

mentre votavano legiferavano

l’imbroglio che li rispediva a casa

nemmeno una protesta un cenno un tic

nervoso perché ora sarebbe stato

tutto più pulito sicuro asettico

li hai visti mai negli occhi quando il vento

li sfregia in mezzo al mare la paura

deve essere questo fuggire senza

sapere dove ritornare là

senza sapere quando perché come

***

È una ruota che gira prima o poi

migranti con le scatole in cartone

le code in quarantena il visto il timbro

la tessera che salva dà la vita

lo sguardo sospettoso il ringhio uscito

rovinano il presente fanno peso

coi figli il loro modo di mangiare

l’accento incomprensibile quel tanfo

un oceano fa nemmeno tanto

adesso è come sempre nonostante

le parti un po’ invertite c’è chi scende

chi sale su quel carro di monatti

chiedendo senza nulla dare in dono

è la memoria il difetto pensare

che siamo stati ciò che adesso sono

Canto della Maddalena

Non hai che un nome provenienza incerta

stretta forte all’onda quando frena

e scivola la barca di Caronte

ma lui ti chiede ancora

salva il mondo

un piccolo favore per quegli altri

sì quelli là dal puzzo di animali

la bocca con la bava poi si asciuga

un’altra almeno solo questa volta

ti giuro sorellina dopo smetto

le gambe strette il fiato contro il fiato

così finiva il sogno e ti lavavi

provando la salsedine l’amaro

e sotto ancora il mare l’incertezza

la terra mai vissuta mai promessa

1.

Chi lo sa la mamma se mi sapesse

qui professionale la sigaretta

accesa questa attesa che non passa

pazienza ci vuole pazienza arriva

il primo dei tanti primi il signore

vestito bene lui si lava dopo

e ti saluta dando del lei al mondo

famiglia a posto in regola coi conti

con le tasse farebbe carte false

per rubarti ancora dieci minuti

perché questi dieci minuti sì

li valgo in una vita tutta intera

2.

Rubata già così dall’accademia

lo studio delle forme Michelangelo

il tratto del pennino la materia

inerte da plasmare la creazione

si resta più vicini a Dio così

il bello salva il mondo ne è la chiave

e di nascosto aprirono la porta

dicendoti di andare

tu reclusa

nel corpicino molle da bambina

il sesso poi è la colpa c’è una strega

da battere punire in ogni tempo

hai tenere carezze un po’ per tutti

i baci no la bocca è per l’amore

il seno non ti basta le mie gambe

dieci minuti solo puoi toccarle

e penetrare in fondo farmi male

non è l’esatto nome del dolore.

3.

Il pianto della Maddalena tu

cristiana senza colpa senza pena

se non quella di vivere più in là

la vita a latitudine proibita

perché non c’è un perché per ogni cosa

lui spinge e il seno stretto nelle mani

ma come ai tempi antichi ancora tremi

padrone ti ho servita adesso posso

guardare cosa sono nello specchio

se l’occhio il pianto la carezza

il cuore

almeno non si arrende non del tutto

mi trovi sempre all’angolo le luci

si spengono la macchina più lenta

mi raccomando chiamami per tempo

il prezzo fallo tu quando è il momento.

4.

La percezione incerta di un ricordo

cortese la parola sì e l’amore

l’etimo di donna la poesia

cos’è l’omaggio il vassallaggio in fondo

se non servizio dedizione cura

ripeterlo da esimio professore

meccanico a memoria con la giacca

di taglio rispettabile discreto

anonima sul grigio la cravatta

la faccia da ginnasio come il resto

giochino lo chiamavi l’indicibile

dai muoviti più in fretta dai ti prego

pensavi poi alla Gigli alla Ferrero

ma sempre per cognome si capisce

te le trovavi tutte in una loro

le intoccabili piccine le tante

penetrate le già violate a mente.

5.

Ho preso proprio tutto la borsetta

il cellulare il numero il rossetto

il trucco per rifarmi un po’ di queste

occhiaie vorrei un letto per dormire

la casa due bambine con le trecce

no senza non si può non lo permetto

almeno lasciami al mio sogno adesso

ma è la parola grazia che ci manca

capire l’altro la pietà dell’altro

poi giovani di nero testa rasa

su mettila sul cofano non piange

ridevano picchiavano storditi

la bocca quasi un utero profondo

e buttavano giù il fiato la pillola

feroce quella che spalanca il mondo

6.

La pioggia crolla addosso punge lava

penetra nell’anima non così

no mettici un po’ il cuore cosa pensi

a casa che ti aspettano la cena

e prima il segno della croce grazie

per il pane stringi forte la carne

adesso dentro per favore smetti

un attimo e mi sveglio non c’è più

quell’uomo nero come da bambina

i sogni mamma corri che c’è buio

in fretta i pantaloni poi gli occhiali

sì cara arrivo ma in ritardo il traffico

l’ufficio il bimbo ha detto già papà

mi dici un dono del signore un figlio

se dorme quando torno non lo sveglio.

7.

L’hanno fatta proprio a pezzi la Rosy

quella vecchia ferma all’angolo opposto

aveva detto no non voglio come

se si potesse scegliere la vita

e adesso siamo meno c’è più spazio

ma è questo vuoto strano che spaventa

il suo silenzio freddo senza scelta

si cresce in fretta si fa in tempo almeno

a spingere lo sguardo sul carnefice

il monatto che ti unge di sudore

baciandoti sul collo un po’ sbavando

che si ritrae alla svelta soddisfatto

lasciandoti nel ventre un non so che

e quasi per ripetersi stranito

che cosa mai sarà di me domani?

8.

Lasciata tutta lì come una cosa

congedo quanto basta e poi la strada

il brutto è addormentarsi per un attimo

pensare una domenica di sole

e correre sui prati le farfalle

donarsi come sa solo una moglie

che bello il mio paese le colline

la vista sul Danubio il suo fluire

mi dai un passaggio giuro sarò buona

la tua bambina pronta a dire sì

la gonna sì ti piace è stretta fascia

mi dona certo

in bocca non ti bacio

sospiro quando vuoi faccio peccato

perdonami mio cristo della croce

se è un padre come tanti lui già figlio

di padre lui marito lui feroce.

9.

Vorrei chiamarti col tuo vero nome

bambina sedicenne senza scuola

ma come si fa con le principesse

lasciarti al sonno sotto le lenzuola

protetta dal feroce dal vorace

rubata tu i tuoi sogni le promesse

strappata via per strada senza voce

mi ripetevi è tardi adesso è tardi

l’imbuto mi risucchia vado giù

se vomito è per credermi un po’ viva

almeno nella macchia nell’odore

acre dell’impasto si vuota già

il parcheggio sì adesso è proprio l’ora

mi aspettano lo sguardo rosso il vuoto

della faccia regalo almeno sogni

desideri che dopo vanno a casa

sempre uguali sempre loro gli indomiti

appagati i mangiatori di loto

i peccatori dell’altrui peccato.

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:44 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: editi – crocetti – donzelli, inediti –

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domenica, 03 agosto 2008
DOLORE E CONOSCENZA – saggio di Maura Del Serra

Maura Del Serra, poetessa e docente universitario a Firenze, mi ha inviato un testo particolare, un lungo e ricco saggio sul tema del dolore apparso originariamente nel 2004 sulla storica rivista STUDIUM. Mi sono chiesto se fosse adatto per DEDALUS, in cui pubblico in genere poesia e brani di prosa, e mi sono chiesto anche se fosse il caso pubblicarlo all’inizio di agosto, in pieno periodo vacanziero. Alla fine, rileggendolo, mi sono reso conto di quanta poesia contenga questo saggio. Non solo perché l’autrice è lei stessa valida autrice di liriche, ma anche in virtù delle numerose citazioni di testi poetici, e, davvero non ultimo, per l’intenso e tuttavia lieve tocco con cui lo studio sul dolore è stato concepito e redatto. Con la capacità propria della poesia di interagire con la materia che tratta, con un atto di profonda com-passione, è il caso di dirlo, ossia, davvero, di sentire, e soffrire, condiviso. Riguardo al periodo in cui proporre questo saggio, la scelta è stata in parte causale e in parte voluta: in questo agosto in cui ci vogliono indurre, dai palazzi del potere, a credere che tutto va bene, tutto è pulito, e tutto è agevole, è forse bene pensare, magari per un attimo, agli sbarchi dei disperati sulle coste a pochi metri dalle spiagge dei bagnanti, ai conti che non tornano a fine mese, alla giustizia mutilata con un sorrisetto ironico da avanspettacolo, a tutto ciò che, ora più mai, ci conduce ad un mondo sempre più squilibrato e scisso, accomunato solo da uno strato coprente di pubblicità di macchine e telefonini sempre più accessoriati. Il discorso sarebbe lungo e porterebbe lontano. Mi limito a dire che DEDALUS compie il piccolo gesto paradossale e provocatorio di proporre in agosto una riflessione sul dolore. Non perché DEDALUS ami il dolore. Anzi, è fermamente contrario a tutto ciò che propone il dolore in sé come valore, come processo di arricchimento, espiazione o altro, come alcune filosofie o religioni hanno sostenuto. Questo no. Un discorso riguardo al dolore, semmai, può servire per cercare una gioia più vera, più sana, più equa. Ed è con questa speranza che pubblico qui una prima parte del lavoro di Maura Del Serra, riservandomi di riproporre periodicamente, nel corso del mesi, altri brani. Ricordando sempre che è fondamentale cercare “un equilibrio, un giusto mezzo nella sofferenza, abitandola per quanto possibile e volgendola in conoscenza, su­perando lo scandalo del suo apparente non senso; giacché, come ci ha insegnato anticamente Eschilo e come è tornato nel Nove­cento a insegnarci Gadda, la gioia si può possedere solo attraver­so la cognizione del dolore meditato e condiviso”.

———————————————————————

Dolore e conoscenza

«tò pàthei màthos»

di Maura Del Serra

«Uomo, non dire mai ciò che sarà domani né fino a quando chi vedi felice lo sarà: la mosca librata meno rapida scarta».

Simonide, fr. 6 D.

Il carattere universale dell’esperienza del dolore, che qui conside­ro nel suo aspetto di manifestazione psicofisica (non approfon­dendo la pur necessaria distinzione tra dolore dovuto a cause na­turali, curabile coi frutti del progresso medico-tecnologico, e do­lore dovuto a cause umane-sociali, come la violenza, dolore che è oggetto primo dell’etica e dell’ermeneutica filosofica), mi induce a consentire con Patrick Wall quando lo definisce «non solo una sensazione, ma, come avviene per la fame e la sete […], anche la consapevolezza della necessità di un programma d’azione finaliz­zato a debellarlo». Anche per Emanuele Severino, il dolore si identifica con la coscienza attiva del dolore stesso, ma prima di tutto si pone e si propone violentemente a noi come una sofferen­za allo stato igneo, incandescente, ovvero come ciò che divide drammaticamente l’uomo dall’armonia psicofisica, chiudendolo in un ripiegamento su se stesso, in una solitudine indotta, come vedremo, dal rifiuto ideale verso chi soffre da parte della comu­nità dei sani; un rifiuto che la dimensione universale e ontologica del dolore e l’esistenza di una comunità altrettanto ideale di soffe­renti non attenuano, ma esaltano per contrasto. Il dolore, quale esperienza di lacerazione dell’armonia dell’essere e di inadattamento al mondo, costituisce la riprova più drammatica della fini­tezza che uncina l’uomo, confermando anche la sentenza parafilosofica che ci si ammala o si soffre perché si è mortali, e soffrendo si può quindi sperimentare più o meno intensamente la perdita, la privazione dell’integrità, l’estraneità spossessante rispetto al se stesso di prima. Salvatore Natoli, nel suo noto volume L’esperienza del dolore, lo ha definito, nella sua accezione più semplice, co­me oggettività del male fisico-naturale che intacca la forma (an­che nel senso aristotelico di anima) e il contegno della persona, in­ducendo dipendenza e pudore, cioè forte ripiegamento sul pro­prio corpo e sul proprio io, ansia e senso di pericolo, chiusura e crollo del futuro, e quindi depressione se la cura fallisce.

La società occidentale moderna ha percepito e percepisce il mi­stero del dolore, connesso radicalmente e primordialmente col sa­cro e col tremendum (e con l’indicibile, l’àrreton greco), come un potentissimo tabù, forse l’ultimo tabù oggetto di rimozione dopo la caduta diffusa di quello sessuale, unitamente alla morte che del do­lore è l’epifania ultimativa, ed è perciò avvertita come pornografica, secondo l’espressione di Jean Baudrillard, cioè come inaffrontabile, etimologicamente oscena, da confinarsi, come il dolore, in luoghi sociali delimitati e altamente medicalizzati, «sterili», non domestici, dove la temuta incontrollabilità del dolore – sentito come «abisso che nasconde una terribile minaccia» – appare regolamentabile e inquadrabile (le «cliniche del dolore»). In questo senso la celebre e citatissima sentenza di Jung, «gli dèi sono divenuti malattie» (e le malattie tabù), nella società contemporanea comporta il fatto che la secolarizzazione «neopagana», come la definisce Natoli, si esoneri dal dolore e lo rimuova, confinandolo nell’altro, negli altri: e se si assume che «il dolore è sempre di altri», allora è possibile negare il male come oggettività del negativo, oltre che negare tutta la grande paideia e la pedagogia cristiana del dolore come tesoro spirituale e prova fruttifera, come salvifico e catartico mysterium Dei. La so­cietà odierna ha elaborato in modo assai complesso e sottile, e in­sieme eclatante, i meccanismi del cosiddetto «diniego» del dolore analizzati da Cohen nel suo volume sulla sofferenza storico-sociale: acutamente Cohen definisce il processo del diniego e il suo «sapere ambiguo», che equivale alla rimozione psicanalitica, come il «biso­gno di essere innocenti», che può essere intenzionale o meno, e l’ac­cumularsi dei dinieghi come «menzogne vitali o buchi neri della mente» contro la violenza del dolore procurato: comunemente, il diniego sarebbe un «angolo cieco di blocco dell’attenzione e di au­to-inganno», che assume, oltre alle forme personali, quelle ufficiali, culturali e storiche della cosiddetta amnesia sociale per lutti collet­tivi rimossi. Il terribile meccanismo psichico dell’assuefazione al dolore altrui, che Cohen definisce «stanchezza da compassione» e da aiuto verso situazioni senza speranza e/o psicologicamente incomprensibili, nel caso della violenza innesca il cosiddetto «effetto del testimone passivo», ovvero osservatore distante e desensibiliz­zato, che non riesce cioè a identificarsi con la vittima , e induce Cohen alla lapidaria espressione che stigmatizza la rimozione-dinie­go, «la sofferenza è sempre da un’altra parte», espressione esempli­ficata e colorita con la citazione icastica della poesia di Auden, Musée des Beaux Arts: «Sul dolore la sapevano lunga, / gli Antichi Mae­stri: quanto ne capivano bene / la posizione umana: come avvenga / mentre qualcun altro mangia o apre / una finestra o se ne va a zonzo spensierato». Cohen rileva che le due più potenti organizzazioni che si sono appropriate della sofferenza sociale sono la «belva» dei media da un lato e le organizzazioni umanitarie dall’altro; i primi, «che hanno il monopolio della creazione culturale delle immagini delle sofferenze» e delle atrocità, alimentando con telegiornali di ta­glio «hollywoodiano» e con eventi crudeli, personalizzati da primi piani delle vittime, il voyeurismo della sofferenza, che è solo ambi­guamente esoreistico (tutti abbiamo presente il cosiddetto «turismo del crimine» che porta folle di curiosi sui luoghi dei delitti): voyeu­rismo nel quale all’iperrealtà dell’avvicinamento a tali luoghi si uni­sce in ossimoro una nostra distanza incommensurabile dai fatti; le seconde, le organizzazioni umanitarie, combattendo il diniego me­diante la letteratura dell’appello e l’attivazione di meccanismi di indignazione, senso di colpa e responsabilità verso la fonte della sof­ferenza, producendo così compassione, empatia e identificazione, e trasformando, con un processo virtuoso di testimonianza morale autoconoscitiva, l’ignoranza in conoscenza, questa in riconosci­mento e il riconoscimento in azione: processo nel quale Vaclav Havel ha ben riconosciuto risiedere Vethos, ossia «il potere dei senza potere». (Pensiamo anche, come caso particolare dell’ambiva­lente spettacolarizzazione del dolore nei media, alla morte in guer­ra, enfatizzata nei documentari e nei telegiornali, esibita e censurata insieme nella fotografia dell’Ottocento e del Novecento, così com’è stata ricostruita da un libro recente di Susan Sontag, la qua­le- è tornata poi sull’argomento con un articolo giornalistico in cui, pur auspicando una «ecologia delle immagini», esorta e ammoni­sce: «Lasciamo che le immagini atroci ci tormentino»).

Al grande bacino semantico-psicologico del diniego della soffe­renza e delle condizioni anomale, o meglio alla loro elaborazione in perifrasi eufemistiche nel linguaggio contemporaneo, appartiene la categoria delle espressioni come «non vedente», «non udente», che negano lo status archetipico e perfino conoscitivo della figura del cieco e del sordo (non si può pensare a un Omero «non vedente» o a un Beethoven «non udente») e si limitano a rovesciarne passiva­mente la qualità positiva «normale»; oppure si può menzionare l’e­spressione diffusissima «disabile» (o addirittura «abile differente») che ha largamente sostituito quella, percepita ancora come troppo cruda, «handicappato» o «portatore di handicap», mentre «ipocine­tici» tenta di sostituire gli invalidi e «non deambulanti» gli infermi, fino alla suprema perifrasi applicata ai bassi di statura, che divengo­no «verticalmente svantaggiati», e al grottesco e istituzionalmente sprezzante dei «residui manicomiali» che designa gli ex ricoverati, producendo la massima nebbia conoscitiva.

Come sintomo dell’affievolirsi rimuovente della tradizione etico-teologica classica e biblico-cristiana, che vedeva la sofferen­za e l’handicap come espressione fisiopsichica di sventura (nel­l’accezione greca) e di peccato (nell’accezione cristiana), è caratteristico notare la scomparsa generalizzata dall’uso linguistico del­l’espressione «infelice» («è un infelice, ha un figlio infelice», ecc.) per indicare appunto la persona handicappata, espressione anco­ra in uso ai tempi della mia infanzia, nei cattolici anni Cinquanta pre-boom economico e pre-violenta laicizzazione tecnologica del­la società (un processo che Natoli definisce «soteriologia senza fe­de») . Era ancora attiva, in quell’espressione di identificazione dell’handicap con l’infelicità, la metafisica greca del tragico, giac­ché come tragico era percepito il dolore nel mondo classico, dove il «conosci te stesso» delfico implicava anche la coscienza e la co­noscenza del limite e della morte e dove nel concetto di tragico si innervava e si dispiegava la violenta antinomia del dolore rispetto alla gioia. Il dolore era per i greci un evento inviato dagli dèi e insieme immotivato, una folgore non puramente devastante, ma produttrice del frutto di fuoco della conoscenza: il primo testo dove il dolore appare fondante è addirittura quello principe della tradizione occidentale e del viaggio conoscitivo del suo eroe, l’O­dissea, in cui al noto incipit: «Cantami o Musa l’uomo ricco di astuzie» (Andrà mèi ènnepe Moùsa polytropon) segue nel v. 2 «Che molti dolori (àlghea) patì in cuore sul mare»: dove il viaggio di Ulisse, che ha un ritorno quasi infinitamente differito, è carat­terizzato dal più insidioso dei dolori, la nostalgia, ovvero appunto il dolore per il ritorno, il dolore – che vedremo destinato a un lun­go avvenire nella letteratura moderna – dell’esilio primevo, e che solo l’arte del cantore cieco redime appunto cantandolo, cioè po­nendosi subito come principio catartico, come logos del dolore e del tragico. Ma l’originario centro greco del nesso inscindibile tra dolore e conoscenza si dispiega in un ventaglio di voci liriche e tragiche, fra cui spicca per icasticità fondante il verso generalissi­mo di Alcmane: «esperienza principio di conoscenza» (pera tòi mathésios arkà), che conduce al verso centrale dell’Inno a Zeus nel-VAgamennone (177) di Eschilo, il celebre e splendido «tò pàthei màthos» (attraverso la sofferenza la conoscenza, letteralmente «l’insegnamento») che è proclamato «valida legge» e chiosato «e pur a chi non voglia / giunge saggezza».

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:19 | link | commenti (3) | commenti (3)
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venerdì, 25 luglio 2008
VIVA E PRESENTE – poesie di Ciro Vitiello

E’ possibile fare coesistere un andamento del verso disteso e piano con l’urgenza del dire e il rovello del sentire? E’ possibile conciliare un tono classico, solenne, cadenzato, con le fratture e le scissioni, fisiche, mentali e sociali, del mondo attuale? Leggendo i versi di Ciro Vitiello tratti da “Lunedì perduto”, recentemente editi da LietoColle, di cui pubblico qui una prima parte, mettendo in cantiere una prossima e ulteriore tranche, viene fatto di rispondere di sì. In molti casi l’impressione della lettura assume sostanza corporea, quasi tangibile, e il parallelo più naturale e immediato è quello con l’ambito della pittura. I quadri in forma di parola di Ciro Vitiello sono armonici, generosi di forme del dire e del percepire, con le figure ben distribuite e gli sfondi disposti con cura, come fondali teatrali. Ma è lontana la mera e sterile pittura di maniera: ogni quadro racchiude una storia, una vicenda umana: amore, odio, disillusione, ricerca di un nuovo inizio. Anche se, morde, e lacera, tarlo e tagliola, l’ira del caso, il principio misterioso dell’hazard, il fato, l’ineluttabile forza degli eventi che traspare nel detto e nel non-detto, tra le righe dei versi della raccolta. E c’è, tra le pieghe e i grumi di colore, come in un arcano dipinto leonardesco, la coscienza dolorosa e vitale della presenza di un codice, un senso ulteriore, un tempo altro che nega il tempo, riaffermandolo, rinnovandolo, dandogli nuova misura e significato. Come “un lunedì perduto”, in cui accade di chiedersi “chi tiene l’armonia infinita”. La risposta, forse, è nella domanda stessa. Una poesia personale e complessa, quella di Ciro Vitiello, un insieme di immagini a più strati e più livelli, in cui la visione si fa riflessione, dolore e volontà di ricerca di una direzione, una prospettiva: un giorno altro, in cui è nitido, seppure imperscrutabile “il piccolo enigma,/ lo strappo nella calma della mente dissociata”.

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Ciro Vitiello

LUNEDI’ PERDUTO

È lunedì ultimo giorno

È lunedì ultimo giorno di luglio. La civetta

dalla notte annuncia il presagio.

Sorgono paesi e fiori da specchi vuoti,

accensioni, fremiti; di godimento è invasata

la mente, dolce fiorisce la luce che, se non rapita,

subito dilegua come improvviso lampo.

Ti vedo venire dal cancello che s’apre

come mosso da una volontà ignota:

tutto è libero avvento quando il sangue vibra

veloce più della luce, è ansia di conquistarti

perché sia la libidine concentrata sulla fronte

del fato. Forse ho sentito nelle fibre il brivido

dell’utopia, l’altrove da cui lo sguardo ci riverbera

di felicità ed è trepido incontrare

il ciglio dei monti, l’orizzonte,

la velocità del dio

con le unghie acute.

Con viso naturale venivi

Con viso naturale venivi nel vallo,

ora avvampi o sei più gelida?

Cado sotto le lunghe lingue di fuoco per essere

estrema polvere? Questo lunedì sorge placido,

carne dell’umanità è la cariatide dell’indifferenza.

E tu sei cieco, fato! Sembra che la girandola

vada rapida al vento- le piane e i colli

respirino l’aria del dolce mattino-

gli alberi punteggino la catena montana

brulla e nuda: filano i cento cavalli nella solarità,

e il raggio luccica nei tuoi occhi

lieti- così la felicità incomincia a decollare

aquila che dopo il pasto

con le ali tese rotea

nell’azzurro immoto.

E da quanto tempo

E da quanto tempo mi rimbombi nella testa!

Sanguina la tua anca che non so io rimarginare

né tu colmare con il crisma della volontà:

è stata mia colpa mutarti, imbellirti, farti volare

spirito tagliente sulle cime della bellezza!

Le parole che la mia voce ripete sono cadute

nelle secche forre o baccelli arsi infisse nella zolla

cretosa di sole. Di colpo una luce rossa,

spia ignota, annuncia necessita fermarsi.

Turbinii di vuoto stancano la mente- vertigini

annientano la ragione- è terribile frattura correre

verso il nulla, perdersi nella stasi?

Perché sei taciturna col volto immoto

larva nella notte bruna e

ciglio di tenebra mi sfiori?

Ti fisso viva e presente

Ti fisso viva e presente quantunque

non aderisci ai miei sensi intimi in questa

incognita sosta che qualcuno impone, ma chi decide

quando devo finire, quando la strada devia

o la tegola cade? Mai sapremo giustizia

dove immette e vige. Tu che pensi, Saria,

levità della vecchia Urhinine?

Seduta sul basso muretto all’ombra del fico

e dell’edera novella, con le gambe contratte,

leggi il libro rosso e io immagino che sei delusa

come me, e segui i desideri- sento che

i nostri sentieri divergono, dimmi,

ti supplico, anche tu

forse cerchi la verità?

È tempo di rimettersi

È tempo di rimettersi in cammino, tornare,

e delusi dare ragione al caso?

Ciò che accade fuori dall’uniforme feconda

il fine essenziale, l’onda avvolge chi coglie il senso

di fatalità: è perdere qualcosa o acquistare altro,

la vita? Il principio è stocastico, ingenera

contraddizione o contrasto: la ragione pianifica

e corregge ma l’hasard rompe linee

e frantuma. Pensi al vecchio viandante

che accucciato, soletto ai confini dell’universo,

si accanisce a lanciare sul terreno polveroso

dadi privi di numeri cercando la perfezione

in ogni lancio senza accorgersi che essa

risiede nella sua mente. Chi

tiene l’armonia infinita?

Non è il sale

Non è il sale della vita mutare l’immutabile?

Ti culli nella purezza distratta e indifferente,

non ti importa nulla che azzittiscono

i cento cavalli invisibili. Sul muretto seduta

stai muta con lo sguardo perso nella vanità.

Mai nessuno ha riconosciuto la tua bellezza d’anima,

la profonda sensibilità verso il bello: godi il piacere

di dare voce agli spiriti che ti governano e ti sostiene

la luce che accende i tuoi recessi interiori-

avessi percorso a remo il ventre fiocamente illuminato

dell’antro come feci in altro tempo-

era la stagione delle energie possenti negli amori folli

ma più squassanti oggi che le fratture

intime sono rimbombanti- la sintesi è il nulla

e contemporaneamente l’istante

è il vitale dell’essere.

La calura arricciava i lembi

La calura arricciava i lembi, seccava le erbe,

bruciava i nostri sentieri

che non salivano dove le nostre carni

trepidando ambivano esaltarsi.

Nella secca del tempo, dietro il muretto, la divina

luce ti stringe in un blocco d’immobilità-

la pietra levigata da umano che ti ama

ti vuole senza violenza piena dolcezza

di comprensione- adoro il tuo corpo ferito,

le tue ascelle odorose di sudore, le umide anche.

Perché cado nelle fauci del tempo?

Sola soletta ancora siedi all’ombra tra l’edera

e il fico mentre la luce lotta con i rifiuti

e i sassi torridi. Nella mia mente abiti

perenne ora che ti allontani

dal mio desiderio per sempre.

Quanto ti riprenderai

Quando ti riprenderai, pensosa, avvinta

sotto l’albero a terra vedi le illusioni…

un fiato ostile impedisce i puledri a convergere

a libera sfrenatezza, a sconfitta duratura…

io solo ho rispettato la bellezza della tua inesausta anima

sebbene ribelle ruggisca la furia leonina che brucia

le vene e poi viene la cecità totale, l’ultima stella nel cielo,

la musica del Bach e il delibato groppo; dove sei finita

creatura del disincanto? Tutti i sensi umani declinano

all’ultima tappa, nessuno ha potere di fermare il corso,

così perfidamente nulla più germoglia

e le acque fluenti nel buio trascinano le spoglie

che l’invisibile espone.

L’uomo che parlava latino

L’uomo che parlava latino diceva che la logica

è vitalità della lingua e della vita-

garbuglio di risoluzioni nella pronta presa di ragione-

e tuttavia un’oncia di follia rende il giorno “più allettante”,

poi ficcò la testa nelle fauci dei cento cavalli

alla ricerca del fallo ma chi può vedere la verità,

questa astratta finzione della umana idiozia.

La spia rossa fermò il passo avvinghiandoci nella raucedine

della nullità. Fremendo, quasi isterico, capivo

che l’improvviso incaglio disintegrava il bel giocattolo

del giorno. Tu leggevi le congiunzioni delle stelle e dei mari

convinta che tutto era ormai vano e ingurgitavi il latte lentamente

inseguendo forse- lo vidi nello sguardo mansueto

di agnellino pronto all’ara- il piccolo enigma,

lo strappo nella calma della mente dissociata.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:31 | link | commenti (18) | commenti (18)
categorie: editi – lietocolle

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sabato, 19 luglio 2008
DAL BALCONE DEL CORPO

Non c’è resa alla frammentazione del verso e del senso nelle poesie di Antonella Anedda Angioy. C’è il sentimento del tempo, ferita costante, dolorosa; ma, dal balcone del corpo c’è sempre, ugualmente nitida e diretta, una prospettiva altra, una capacità di fare del ritmo visione, forma di sinestesia esistenziale, nata dalla scrittura ma orientata verso la vita, fino al punto in cui, come rette convergenti, i percorsi si uniscono, ed osservare diventare serbare, conservare nella memoria una realtà identica a se stessa, eppure mutata, resa umana, nel bene e nel male, nell’alveo di una pace occidentale che conferma buio e luce, negandoli, riconfermandoli. Una poesia ricca e complessa senza mai scivolare nel baratro dell’artificiosità. Con la coscienza del conflitto ininterrotto tra “il verso del corpo e del ghiaccio”, carne e mente, ragione e respiro. Perché “il corpo è la scure: si abbatte sulla luce”, la realtà rivela il mistero insolubile, “l’angustia delle biografie/ gli acini scuri dei ritratti”. Ma, tramite una rete di assonanze e consonanze del tutto naturali, sgorgate dal nucleo stesso del pensare, Antonella Anedda Angioy non si arrende all’incubo peggiore. Oppone al buio un canto che è carne, voce, discorso mai chiuso. La coscienza che “noi viviamo per schegge”, ma riscoprendo l’essenza dell’io, si ritrova una totalità libera, autentica: il solo possibile dono “per questa terra folgorata”.

—————————————————–

ANTONELLA ANEDDA ANGIOY

da Residenze invernali

Ci sarà un incubo peggiore

socchiuso tra i fogli dei giorni

non sbatterà nessuna porta

e i chiodi

piantati all’inizio della vita

si piegheranno appena.

Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio

il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.

Lentamente si schiuderà la cucina

senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.

Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo

per un attimo le stoviglie

si faranno immense di splendore marino.

Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire

là dove il futuro si restringe

alla mensola fitta di vasi

all’aria rovesciata del cortile

al volo senza slargo dell’oca,

con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce

il verso del corpo e del ghiaccio

voltarsi appena,

andare

da Notti di pace occidentale

I

Vedo dal buio

come dal più radioso dei balconi.

Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce

scostandola in silenzio

fino al varco più nudo –al nero

di un tempo che compone

nello spazio battuto dai miei piedi

una terra lentissima

– promessa

III

Per trovare la ragione di un verbo

perché ancora davvero non é tempo

e non sappiamo se accorrere o fuggire.

Fai sera come fosse dicembre

sulle casse innalzate sul cuneo del trasloco

dai forma al buio

mentre il cibo s’infiamma alla parete.

Queste sono le notti di pace occidentale

nei loro raggi vola l’angustia delle biografie

gli acini scuri dei ritratti, i cartigli dei nomi.

Ci difende di lato un’altra quiete

come un peso marino nella iuta

piegato a lungo, con disperazione.

XIII

a Nathan Zach

Anche questi sono versi di guerra

Composti mentre infuria, non lontano, non vicino

Seduti di sghembo a un tavolo rischiarato da lumi

Mentre cingono le porte di palme

Anche questo è un canto verso Dio

Che chini lo sguardo sui suoi vermi e ci travolga

Amati e non amati.

Non una tregua – un dono

Per questa terra folgorata.

*************

Siedi davanti alla finestra

Guarda, ma accetta la disperazione:

c’è verità nella luna che sale

eppure non si alza a scudo sul dolore

si traduce –

come ho appena tradotto il libro aperto verso il muro –

semplicemente unisce il tavolo al pensiero

in un’attesa che arde ma non spiega

e tormenta ogni foglio dentro l’aria

con musica di abeti, luci ostili.

***************

Ora è solo pioggia che benedice la strada

e nell’acqua che trema quasi una luce redenta da seguire.

Sarà una piccola distanza dal fulgore.

Dal forno dove il cibo si innalza

alle nuvole brune

tutto appena diverso dalla vita di sempre:

uno scarto nel gesto che depone i piatti per la sera

una luce nella crepa del muro

schiusa verso terre di pace.

Fuoco di cedro lungo i bordi del campo.

Così vedremo i volti degli assenti

le iniziali dei nomi travolte dai lapilli

nessun dolore ma il moto delle mani

che allontanano il fumo

e notte tra la notte: una fessura.

——————————————————–

DAL BALCONE DEL CORPO

“…Noi viviamo per schegge

che spostandosi frantumano l’io e il voi

e il più delle volte lasciano intatto solo il paesaggio”.

Lascia che la terza persona parli e che loro rispondano:

“Noi abbiamo i nostri giudici. Fitti come uccelli negli alberi.

Le loro voci si confondono.

Uno è più severo degli altri. Uno è più mite

(nostro padre era un giudice).

” Ora fai che il plurale si ritragga

indietreggi, dica di nuovo: io

(Coro, Dal Balcone del Corpo)

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:17 | link | commenti (4) | commenti (4)
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martedì, 15 luglio 2008
PREMIO DI POESIA IN/CIVILE
POESIA IN/CIVILE
Pubblico volentieri in DEDALUS un bando di concorso promosso dal Comune di San Giuliano Terme e dalla rivista Il Grandevetro. La Giuria è molto qualificata, e lo spirito è quello già chiaramente espresso dal nome del Concorso: una poesia civile che sa anche lottare, farsi barriera, con il corpo vivo della carne e della parola, contro il potere, contro ciò che nega e soffoca il giusto, il bello, la creatività, l’essenza autentica di ciascun individuo.
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Premio Nazionale di Poesia In/Civile – Comune di San Giuliano Terme

Bando della III edizione, anno 2008

Il premio è rivolto ad opere particolarmente attente al rapporto fra la realtà dell’individuo e quella del contesto sociale-storico-memoriale, secondo modi originali e linguaggi innovativi atti a descrivere la contemporaneità o a metterne in crisi le descrizioni correnti. Si articola in tre sezioni:

A) Poesia edita;

B) Poesia inedita (anche su supporto multimediale) per giovani under 30;

C) Multimedia.

Per la sezione A) il primo premio ammonta ad € 1500,00; per la sezione B) a € 350,00; per la sezione C) il premio consiste in 350,00.

La premiazione avverrà il 27 settembre 2008 all’interno della manifestazione “Settembre Sangiulianese 2008” presso le Terme di San Giuliano. I vincitori dovranno ritirare il premio intervenendo personalmente alla serata di premiazione, pena la mancata assegnazione.

Copia del Regolamento con le modalità di invio di opere ed elaborati è disponibile alle url: http://www.comune.sangiulianoterme.pisa.it, http://blog.libero.it/ilgrandeblog/,

oppure potrà essere richiesta per posta al Circolo Il Grandevetro, all’indirizzo: Via I settembre 43/B, 50054 Fucecchio (FI), oppure all’indirizzo e-mail ilgrandevetro@libero.it, o ancheai numeri di telefono 0571/21637, 0571/847022 in orario 16.00-20.00.

Il Sindaco di San Giuliano Terme

III edizione del Premio nazionale di poesia “In/Civile” – Comune di San Giuliano Terme – 2008

Regolamento:

Il premio è rivolto ad opere particolarmente attente al rapporto fra la realtà dell’individuo e quella del contesto sociale-storico-memoriale, secondo modi originali e linguaggi innovativi atti a descrivere la contemporaneità o a metterne in crisi le descrizioni correnti.

Il premio si articola in tre sezioni:

A) Poesia edita. Sono ammesse opere di poesia in lingua italiana o in dialetto edite dal 1° gennaio 2007 al 30 aprile 2008. Entro il 27 Luglio 2008 ai membri della Giuria Tecnica dovranno pervenire le sette copie dei volumi editi, con la dicitura “Premio Poesia S. Giuliano”, in busta chiusa e inviate per posta. Farà fede la data del timbro postale.

I recapiti dei giurati sono i seguenti:

1. Alberto Casadei, via Sighieri, 26 – 56127 Pisa;

2. Roberto Galaverni, via A. Costa, 98 – 50134 Bologna;

3. Guido Mazzoni, via Toselli, 6 – 56125 Pisa;

4. Renato Nisticò (Presidente Onorario), via Marsala, 4 – 56121 Riglione (PI);

5. Renzia D’Incà (Presidente), via Torricelli, 78 – 56010 Campo San Giuliano Terme (PI);

6. Alessandro Simonetti (Segretario), c/o Comune di San Giuliano Terme – Servizio Cultura e Beni Culturali, via Niccolini, 25 – 56017 San Giuliano Terme (PI);

7. Caterina Verbaro, via Enriquez Agnoletti, 52 – 50012 Bagno a Ripoli (Firenze).

La Giuria si riserva inoltre la facoltà di proporre autori a propria discrezione.

B) Poesia inedita per giovani under 30. Sono ammesse poesie (fino a un massimo di tre) in lingua italiana o in dialetto. I testi possono essere accompagnati a musiche (in tal caso il supporto sarà un CD) o a immagini/musica (DVD), fino a un massimo di due minuti di durata per ogni singolo testo.

Gli autori/autrici devono essere giovani che non abbiano compiuto il 30° anno di età alla data del 30 aprile 2008.

I testi, nel supporto prescelto, dovranno essere inviati entro il 27 Luglio 2008 in 10 copie in busta chiusa con la dicitura “Premio di Poesia S. Giuliano Terme”, presso l’associazione culturale “Circolo Il Grandevetro”, per essere quindi sottoposte al verdetto della Giuria Popolare costituita presso il Comune di San Giuliano Terme. Farà fede la data del timbro postale.

C) Multimedia. La sezione prevede la partecipazione di opere multimediali dove il testo poetico interagisce con altre forme d’arte: video, musica, performances, danza, teatro. I concorrenti dovranno inviare un “promo” con la propria opera su formato CD o DVD di non più di 10 minuti.

Entro il 27 Luglio 2008 ai membri della Giuria Tecnica dovranno pervenire sette copie delle opere multimediali, con la dicitura “Premio Poesia S. Giuliano”, in busta chiusa e inviate per posta. Farà fede la data del timbro postale. I recapiti dei giurati sono indicati alla sezione A) di questo bando.

Per la sezione A) il primo premio ammonta ad € 1500,00; per la sezione B) a € 350,00; infine, per la sezione C) il premio consiste in € 350,00. Sono previsti inoltre riconoscimenti e offerte di cortesia anche ai secondi e terzi classificati, cui andranno le dovute menzioni d’onore.

La premiazione avverrà il 27 settembre 2008 all’interno della manifestazione “Settembre Sangiulianese” 2008. I vincitori, che saranno tempestivamente avvertiti ai recapiti indicati, dovranno ritirare il premio intervenendo personalmente alla serata di premiazione, pena la mancata assegnazione.

Il Sindaco di San Giuliano Terme

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:04 | link | commenti | commenti
categorie: poesia in/civile

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mercoledì, 09 luglio 2008
LETTERATURA E IRONIA

Ci sono testi in cui si coglie meglio la capacità della parola di farsi canto, racconto, modulando alla perfezione una gamma di toni ampi, spesso contrastanti. E’ il caso degli inediti che ho chiesto ad Alberto Bertoni e che mi sono arrivati copiosi e sanguigni, intensi e suggestivi come un canto popolare, una di quelle canzoni che risuonano nei cortili assolati e nelle menti, evocando storie vere o inventate, sempre capaci di risultare familiari, perchè parlando di strampalate e sofferte esistenze finiscono per parlare della vita, mistero tragico e buffo. C’è in questi versi di Alberto Bertoni di cui pubblico qui una prima parte, riservandomi ancora una volta una seconda puntata, tutta l’ironia della terra e della gente emiliana e romagnola: la passione, sanguigna, genuina, l’amore per il bello e per il giusto, la lotta, viva, anche politica, mai disgiunta però dalla lievità, dal gusto di un sorriso che nasce, nonostante tutto, anche sulle rovine del tempo e dei tempi: ulteriore e possente forma di contrasto al potere becero e in apparenza eterno, immutabile. Una poesia, quella di Bertoni, da gustare come un bicchiere di buon lambrusco, con lo stesso riflesso di sole e di ombra, rabbia e sorriso, sapida rivalsa.

Alberto Bertoni

INCORPORANDO LINEAMENTI ESTRANEI

Dna

Mio nonno si chiamava Geminiano

come un patrono leggendario

di lui non esistono foto

faceva il commesso, beveva molto

era un inetto morto

di febbre spagnola nel ’18

Bussando battezzava il suo lambrusco

– a-m ciam Zemiàn, a sûn

al fiôl d’un pòver sugamàn

(mi chiamo Geminiano, sono

il figlio di un asciugamano povero)

Ora e qui

Io non so più cosa penso e sono

oggi in via Domodossola a Torino

appena concentrato sul ricordo

di mio nonno soldato nel ‘18

Avrà visto Montale allo spaccio

o dato un buffetto a Pavese bambino

qualche sera d’estate al Valentino?

Non credo,

era un tipo schivo

e del campo invernale

appena un fotogramma resta vivo

la cavalla che un giorno aveva ucciso

ammansita dal suo zuccherino

Ma qui ed ora guidando

al cospetto del Monviso

m’immergo in un mondo blu naufragio

occhio forbice fango

Cielo seduto al suolo

Un cartografo ad Auschwitz

Il mio cuore non prova spavento

e muove in piena libertà gli atlanti

non trema davanti

alle falesie, ai tanti

ripiegamenti del terreno

alle toppe di diamante

dei mari

Ma oggi che gli istanti

sono pietre orbitanti nel caso

e un velo avvolge la materia

i miei atlanti raccolgono il peso

di schiuma e di marcio dei piombati

Tra Fossoli e il deserto

per sempre sul treno

nell’indifferenza dei cari

Il portiere

Li voleva vicini a casa, mio padre

i campi del calcio minore

e non sopportava la pioggia

nemmeno di lontano, nemmeno l’odore

Preferiva i rimbalzi nella polvere

sghembi, che a due metri dalle aree

ingannavano il portiere

neanche fosse una colpa

respingere di piede

Esaltato, al suo fianco li guardavo

scommettendo sull’errore

l’inciampo fra traiettoria e pallone

inutilmente provavo a controllare

le movenze, i sobbalzi del cuore

Sarei stato anch’io portiere

ma non un buon portiere

inerme davanti alla catastrofe, la rete

E troppo magro, un chiodo

nel vuoto delle porte

il naso all’aria, la certezza dell’errore

In pizzeria
Qua l’aragosta è tranquilla

la luce rifratta e non c’è pioggia

perché attorno tutto è acqua

e roccia che aguzza la pelle

di mia madre mentre si affaccia

al vetro dell’acquario

dice che va in bagno

Alba tragica

Oggi che le avrei avute

al barista non gliele ho date

le monete necessarie

per il mio solito caffè

e per la brioche al cioccolato di mia madre

L’ho tenuta in tasca a tintinnare

questa ferraglia che pure vale

almeno ventimila vecchie lire

e che mi fa sembrare un omino michelin

mentre cerco di scattare

di là dal semaforo

senza aspettare il mio turno

di pedone ingombrante

sacrificato al primo cambio

La luce è anche più fioca

e più sporca del solito,

la visuale chiusa da una parte

e dall’altra, a ovest,

un semplice oscillare, barcollare

sul dorso della coda

Uno sceriffo dell’Oklahoma

Seminascosta nell’angolino

delle sette o quasi del mattino

capello più scuro e più corto

all’anulare un anellino storto

mi allunghi brioche e fagottino

La brioche per mia madre, ricordo

un giorno di aver detto

perché alla rosa del mio vizio

manca la nutella

e la nutella non è cosa

che senza divieto si scopra

Esco ma vorrei che dall’esilio

in agguato dietro la porta

uno sceriffo dell’Oklahoma

fino all’ultimo colpo facesse fuoco

mille buchi aprisse nel corpo

della fine del nostro discorso

Lezione di poetica

Una scena poetica perfetta, questa

nel parco Garcìa Lorca di Granada

a pochi metri dalla sua casa

bianca, rettangolare, modesta

Resta alla mia destra

la porta aperta e mi guarda

una sola finestra

E’ sera, una sera limpida e vera,

quando, tra le foglie della palma,

compare improvvisa mezza luna

A due passi anche loro

dalla mia testa,

i poeti competono coi passeri

chiassosi e modulati

sulle sfere celesti

Infondono caos, humour

e una musica remota

alla loro parola

Ma qualcosa manca

i passeri cantano e basta

Lezione di grammatica

La fatiscenza, il crollo

e forse il destino dei proprietari

del negozio di elettrodomestici e dischi

in piazza Mazzini, vista sinagoga

a due passi dal circolo di carte di mio padre…

Ma i verbi? m’interrompi

con voce da ventenne

muschio e soffio di carta

da tempo fai versi nominali,

frasi senza verbo…

Qui, però, concludi:

quale il destino di quei proprietari

e quale il senso del racconto

Eh, cara mia, ma i verbi

le azioni o gli stati

dove nasce il mondo di cui parli

i verbi reggenti, principali

non li possiedo da anni

presenti, futuri, passati

E la solitudine, se proprio vuoi saperlo

da quella bottega del centro

ha raggiunto l’esterno

il marciapiede sconnesso

l’aiuola un pezzo di deserto

me, nel cuore di Modena straniero

Domande

Intercettasse uno

le nostre rarissime pose

come direbbe gli occhi

i miei due fessure nel gonfiore

e i tuoi segnati dalle rughe

quando sollevi sulla fronte

di colpo gli occhiali da sole?

Magneti di bolle inesplose

o credere pietra le schiume?

Esterno notte

No, non lo fanno il palloncino ai pedoni,

ci chiedono solo le carte migliori

la solitudine dei sogni

dove sei tu che annunci

gli umili giochi delle luci

sui muri screpolati lungo

i padiglioni dei garages

ogni passo una sfida al tuo limite

il disgusto di vivere

Storia di una foglia

Io ci provo e riprovo

però il telefono squilla a vuoto

scandisce quel tuo tempo di rinuncia

e rifiuto del mondo

Ma adesso

che impasticcata me l’hai detto

e mi hai detto – Non appena finisce l’effetto

dimenticati di me per un bel pezzo

adesso comincio a ripetermelo dentro

il movimento finale di tua madre

un liquefarsi dell’occhio

la pressione definitiva della mano

mentre una foglia resiste sull’ontano

fino a non essere più foglia

solo pallottola di ruggine e di fango

piovuta da qualcosa

che intanto fai fatica a dire ramo

questa domenica di marzo

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:46 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: letteratura – ironia

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sabato, 28 giugno 2008
LA SOSTANZA – ALBUM FERIALE

Maria Pia Quintavalla mi ha inviato testi di notevole qualità in quantità generosa, come generosa è lei, la persona e la poesia a cui dà corpo. Non posso pubblicarli tutti in un’unica soluzione, e mi riservo il gusto di riproporre, come già mi è accaduto con altre autrici ed altri autori, un ritorno al futuro, anzi al presente della poesia coerente con se stessa, viva, mai datata. Mi ha inviato due inediti, Maria Pia, in cui a mio avviso è preziosa la nitidezza dello scavo all’interno di sentimenti che spesso vengono nascosti o almeno edulcorati. Qui, invece, senza un filo di retorica, l’autrice conferma che, se ci si abbandona al potere del sentire senza lasciarsi soffocare, si può rendere le parole “tagli preziosi”, “monili di tessuto” da porre, come regali, nello spazio più interiore, “nel più privato”. A fianco degli inediti pubblico poi “Ritratto in piedi”, un testo edito dedicato dall’autrice al padre, con un sincerità che davvero si fa luce, e altri due testi editi, un ricordo della città natale di Maria Pia, Parma, descritta con un taglio narrativo e con la capacità di far nascere la poesia dall’evocazione sacrale e disincantata delle cose, degli oggetti, dei gesti, includendo tra questi perfino il dolore, la speranza, il sogno mai rinnegato della poesia. I.M.

MARIA PIA QUINTAVALLA

INEDITI

I tuoi foulards

I tuoi foulards che da lontano apparivano turbanti,

con gli occhiali fumé spessi di miopia senza rimedio,

tu maestra di sottrazione di sé a se stessa,

così ti vedevamo icona negli antri dei portoni apparire

nei borghi degli inverni da intenso bianco.

Quei foulards ti vestivano come una madonnina,

castigando la purezza della fronte e il naso

ti infagottavano mamma, che più buona facevano,

ti proteggevano in realtà la testa dai dolori cervicali e

da altri fulmini che non celesti, potevano colpirti.

Cara madre dai foulards in pervinca azzurro,

o rosa fucsia pallido, che in ampio nodo

incoronavano il tuo viso come un manto

regale come una Bernadette antica, e ti destinavano –

al sacrificio, o alla visione.

Foulards custoditi in collezione dai molteplici

colori: a tinta unita come li definivi,

o in fantasia di bianco e blu chanel alla moda

degli anni sessanta, a disegno geometrico

un poco futurista, e giovanile –

Foulards che regalavi spesso alle tue figlie in visita,

come tagli preziosi, quasi monili di tessuto.

Nel più privato regalandoli, aggiungevi assorta

mentre li deponevi sul nostro capo o al collo,

Tienilo, ma per questa volta, oppure

separandotene, beh, te lo regalo.

La sostanza!

Tu, che di “sostanza” amavi fare scorta,

tu che la ciccia dolce e imperturbabile portavi addosso

come collana d’oro, tu che non osasti mai smentire tale

il grande corpo della madre trovasti

nella impenetrabile magrezza ultima una catarsi antica

mistica di te sognata, tappa ritmica del corpo

e cuore di ragazza, che diceva no – al suo cibo.

Una sua splendida trovata vita,

poiché dal lato di magrezza del pensiero spirito

dove non ti eri mai piegata, dal lato sconsolato

di tuo corpo attento, febbrile sua muscolatura

scatto dei “no” ripetuti in fondo al tempo dove

non ti eri più plasmata, così, all’ ultimo tu lo facesti

integra, t u o.

Né pancia o adipe più rivedemmo,

ma corpo asciutto di ragazza.

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Ritratto in piedi

parlato a mio padre vestito da respirante, sussurrante

albero che parla (e che mi ama), cime alla luce

occhi luminosi ogni tanto esso è qui, davanti

sta dicendo precise cose. Respira. Commenta (mi

rimprovera anche, mi contraddice).

Di pomeriggio lo vedo bene che il sole fa luce,

di passaggio di nascosto che fa luce – e

me li porto con me per digiunare gli occhi,

per le scale per le strade, poi divento normale

sottile netta, e bianca

(*)testo tratto da “Corpus solum”, ed. Archivi del 900, 2002.

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da ALBUM FERIALE – Archinto 2005

Parmigiana, I

Tutti gli amori ti furono infelici perché ci credevi,

tutta vi aderivi, alle promesse

dell’essere – al suo centro, ti innamoravi della vita

del paradiso dalle palme lente e dolci

dell’amore improvviso nelle dita,

degli amanti napoletani della forza che

ti travolgeva ma di messi astrali, bianche

di una stella carnale

antiche passeggiate e dolci mani,

della vita sentivi lì la forza intatta infrangersi

stupita appartenente a corse, statue di gaggie

erano tonfi al cuore, desiderio e copule del mare.

Forti le braccia i baci le lusinghe,

per amore della vita che perdevi

e lenta nell’amore ti perdeva.

*

II

Rivorrei la mia infanzia una triste

prigione del cuore – dissi

a lei che più non capiva da dove

tutto questo avesse inizio, così

mi mandò a dire, Vattene un po’

all’inferno vattene, sì vai via,

la tua finestra più non ci appartiene

né mai lo fece, Esci di scena.

Stanca sconsolata lei assentì, ma l’altra

da lì stette fuori tappata,

bocche e orecchie spaventata la guardava,

né poteva più rispondere.

Rivorrei la mia infanzia con le finestrelle

chiuse ottuse, lì nascosta poco di sotto

al cuore – ritornava ritornello infelice

postato da: ivanomugnaini alle ore 10:29 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: inediti, archinto

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sabato, 21 giugno 2008
TEATRO DELLA LUCE

Lucetta Frisa è autrice attenta all’esplorazione di varie forme di lunguaggio e di scrittura. Da sola, o assieme a Marco Ercolani, propone riletture e riscritture di testi antichi e moderni, ma soprattutto esprime una vena autonoma, individuale, sempre ricca di rimandi e suggestioni, in cui la ricerca più tenace ed autentica è quella dell’umanità, il meccanismo del pensare e del sentire, percorsi con acutezza e passione, non per una sterile volontà tassonomica, ma, piuttosto, per fare qualche passo sul terreno della comprensione del mistero dell’esistere, la vita, il pensiero, ciò che costituisce, nonostante la malattia, il male, l’assurdo, l’essenza vera e preziosa di ogni essere umano. Sono lieto quindi di ospitare in DEDALUS due suoi testi editi. Il primo dotato di una dedica significativa, ad Adonis, l’altro, più recente, ispirato ad un Vaso etrusco, mistero reso concreto, tangibile. In seguito, tra qualche settimana, pubblicherò anche un testo inedito che mi è stato inviato dall’autrice. Per il momento propongo con piacere questi testi editi di Lucetta Frisa, per scoprire magari che “cervello e cielo sono specchi” e, nonostante il trionfo dell’ombra, resta, ancora vivo, il teatro della luce. I.M.

Lucetta Frisa

Teatro della luce

per Adonis

Sogna – dice il corpo

che contiene luce e ombra –

sogna ciò che non sai

quello che sai dimenticalo.

Che il sole entri nell’ombra

l’ombra nel sole.

Le frasi si perdono in altre frasi

più potenti, signore del discorso

del sogno e ci giriamo su un fianco

le palpebre cominciano a tremare:

una folla di lente scene e bisbigli

di labbra appena mosse da un senso.

Ad ogni tremito passano i secoli.

Quanto dura l’assenza dalla stanza?

Ritornano pezzi di figure, forse

dita sulla fronte, freddo.

Gli occhi si scolorano

smarriti nella materia del sogno:

ombre invase che vanno

verso dove si impara

l’altra metà della luce.

*

Quando fummo pesce anfibio rettile uccello?

E in quale pausa si annida l’estasi?

Nella materia lampi di un altro mondo:

si andrà via – ci avvisano – disarmatevi.

Noi si torna indietro per le vie del sonno.

Dopo c’è solo un passo: poi si saprà.

*

Le immagini vegliate, l’ombra

le riporta alle ombre.

S’impiglia tra nuca e rètina

prima che lo specchio la catturi.

Sogna- dice il corpo-

leggi te stesso.

*

Le cose nascono tenere.

Da un grembo vanno

verso un altro grembo.

Poca luce stretta tra ombre.

*

Libertà non c’è né elevazione;

solo quest’aria

tra le sbarre della terra.

L’ampio respiro è il sognare.

*

Si parlano parole parlate da altri

si sognano sogni d’altri

i morti vegliano

i vivi dormono per poter parlare.

Limite non c’è tra uomini e astri

solo mortali pensieri

– pesante inganno ottico che può farsi leggero

nel sogno.

*

Come il serpente muta gli umori

nello scorrere dal freddo al caldo

dalla pelle la luce sfila

conficca nel midollo il sogno

che unisce la polvere della terra

a quella del cielo.

Questo calore è fermo nell’osso:

muoverà ciò che pulsa

e il fluire delle idee.

Col viso raggrinzito, gli uomini adulti

senza più scherzi di luce sul collo

hanno paura.

Per ristabilire la vicinanza

che si alterna al distacco

al ritmo delle palpebre, respirano.

*

Si cammina o si è fermi? Si ritorna o si va?

Non chiedere mai:

sogna.

*

Quali cavalle ci porteranno all’orlo delle cose

a sud o a nord sulle strade del giorno e della notte

lietamente rotolando nel nulla?

Se capire è essere

privi di vera sapienza sono viaggio e fine

e poi di colpo

qualcosa si apre?

*

Tra la palpebra e il sonno

come un’onda frenata sta la luce

e non sta.

*

Siamo noi che sogniamo

il giorno e la notte?

E il giorno e la notte

sono sogni?

Molte domande sospingono

la nostra indivisa scrittura.

*

La luce è sul fondo quando scriviamo

si affida al polso che vibra come pupilla.

Per una parola

più flessuosa delle altre

qualcosa sembra fare cenno.

*

Sale alle labbra

cade assopito sul foglio:

strappa le tempie e i muri

finalmente un bagliore senza l’ombra.

*

Mai le cose si potranno aprire

dicendo limpide profezie in questi spazi mortali

Sempre scossa è la materia

tra sogno e sogno

ariosa e greve luceombra girovaga.

*

Cervello e cielo sono specchi

dove s’alzano figure e fiori d’altre lingue

perché ogni mistero ha un doppio

si perfeziona se capovolto.

*

Sogniamo l’argilla

l’umida luce prende forma e fiato

l’asciutto feroce divora il fango

si screpolano le sillabe

la troppo veloce luce si fa polvere.

Si sogna:

lentamente culliamo le figure e ciò che le disfa.

*

Quale altra luce uscirà da questa polvere

a seminare silenzio e meraviglia tra le radici secche

e illuderle di fiori?

Fiato

talvolta riprende da capo un racconto

che vuole raccogliere tutto e portarlo con sé

poi si fa frase tremante

virgola obliqua

punto buio.

*

Non sappiamo

da quale punto di noi si sta sognando

in quale stanza della casa

in quale tana millenaria

chissà dove ha iniziato a finire il nostro sogno

a scriverlo mentre si cancella.

da Siamo appena figure, GED,2003

VASO ETRUSCO

Occhi degli animali paesi visti in dormiveglia
angoli di casa e di città il siciliano dei nonni le risate
affanni attese balconi sul mare
la paura il dolore lo spreco –
tutto mi è stato padre e madre che ho sepolto nell’osso
congedato anche il corpo
vaso etrusco fratturato che fuori luce è messo
insieme agli altri nella grande notte
dei musei bombardati dalle guerre.

Nessuna impresa è dipinta non ci furono
né imprese né pittore l’acqua sì
quella versata a caso
dalle nuvole forse
che si fece tempesta marea ricorrente
e avvertii perfino un dondolìo di culla
nelle carezze di un amore.
L’acqua mia madre era eterna
il sasso mio padre la frenava
un muro alto divenne
contro cui sbattere e invocare l’aperto.
Io lo ringrazio e solo ora
gli parlo a tu per tu
ora che iniziamo ad amarci nel nulla.
Sempre qualcuno fa qualcosa
di buono e cattivo per noi segnando
un destino o un’abitudine.
Ho guardato i vasi come corpi
sorvegliando aridità e gonfiore:
l’eccesso può spezzarli
se con violenza o lentezza non importa
ho assunto questo compito ereditato da mia madre:
la cura del vaso, acqua e pianta, perché
– lei diceva – non c’è vera gioia senza la misura.

Nessun vaso resiste l’acqua sì, anche versata.
Lei mi prendeva la mano
e mi diceva tòccala mi faceva toccare tutto
nominava le cose e le rendeva eterne
senti il profumo diceva ascolta questo suono
guarda questo colore guarda odora ascolta.
Mi insegnava l’effimero e il teatro degli uomini
il dramma che finiva in commedia
la disperazione in ironia.
Così è l’acqua che varia i riflessi
sembra ferma e continua a scorrere.
Le stesse cose continuai ad amarle
mentre il tempo ficcava il suo occhio nel mio
smascherando il racconto della narratrice.

da Se fossimo immortali, Joker, 2006

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:31 | link | commenti (6) | commenti (6)
categorie: editi

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sabato, 14 giugno 2008
TESTO POEMATICO

Gabriela Fantato pur essendo giovane è da vari anni una “operatrice culturale” tra le più attive. Ha fondato infatti e dirige la rivista “La Mosca di Milano”, è critica, saggista, ed è in contatto, anche attraverso significative interviste, con esponenti di rilievo della letteratura e dell’arte. Questa premessa di natura biografica mi è utile per sottolineare con rinnovata soddisfazione che, come già è accaduto con altri autori ospitati in DEDALUS, l’autrice è una “addetta ai lavori” ma è anche, e direi soprattutto, una poetessa vera. Questo è sempre fonte di soddisfazione, e di sollievo. Lo garantiscono i testi qui pubblicati, scelti dalla stessa autrice e definiti con il titolo significativo di “Testo poematico”. Un racconto in versi, una serie di istantanee crude, quasi dolci nella loro verità lacerante, un bianco e nero privo di compiacimento, sincero, genuino. La città si fa protagonista, entra dentro gli occhi e nelle parole, diviene metafora del mondo e di se stessa, dell’uomo che le dà vita, ricevendola, smarrendola, ritrovandola, nonostante tutto, nonostante la sua durezza, e la voglia di scappare, sempre viva, lei sì, sempre viva. Nonostante quel “ti voglio bene, afferrato al collo” che, alla fine, si finisce ancora per rivolgere a lei o a chi per lei. Nonostante il ritorno quasi eterno, che ci attende, e “un cielo senza rughe”, forse vero, forse sognato, che “non sa la differenza”. Una poesia densa e ricca, quella di Gabriela Fantato, intrisa del tono misurato e profondo di chi sa vedere la realtà anche nel tratto che unisce la Bovisa alla metropoli. C’è il passo di Neri e Majorino, e della migliore poesia lombarda, e c’è, non meno viva, una dolcezza cruda, femminile nel senso migliore del termine, aliena da vani e sdolcinati estetismi. Una poesia da leggere con gusto, con il sorriso che ci coglie mentre, sfogliando un album di foto che sembrano appartenere ad altri mondi, vi troviamo il nostro ritratto, sorpreso, come noi, del dono di un’istante di “traduzione lenta di ombre in corpi”.

TESTO POEMATICO DI GABRIELA FANTATO

La città sparita

I.

Torna ancora una mattina di nebbia,

ogni bocca, assomiglia a un paese

dove correvano i bambini.

Nei cortili qualcuno spera guarigioni

e il tempo si riga

tra i fili della biancheria.

Mia madre ha ancora il suo sorriso

di ragazza spalancato nell’addio.

Un tempo ci assomigliavamo

– occhi sgranati nella festa

dentro la durezza di Milano.

Oggi il bianco affoga tutto il male

dentro ai gradini.

Inseguo il coraggio della pietra,

il poco che resta.

Le labbra sanno intatto

il perdono.

Punizione non pagata.

II.

Accadeva un pomeriggio

nello sbiancare del grigio.

Il balzo, poi nulla.

Una schermaglia tra la terra

e l’aria la prendeva

e lei scende.

C’era quel rosso del vestito

nel vorticare e il rosso, dopo.

Tanto sangue tra le braccia a croce

– non lo dire a tua madre, bisbigli,

non farle capire quel tonfo.

La morte, una divagazione dentro

la logica dell’anno.

– Non piangere, dici, è il patto.

Nascondo la crepa dentro al cassetto

delle stoviglie

e il dolore sa le sillabe

e il rosso.

L’eversione è non urtarsi, fare piano

con la punta del coltello.

Resta il nero nella testa come

chi va avanti sin dove deve.

A volte, chiedo soltanto una canzone

più dolce tra la Bovisa

e i treni di Milano.

III.

In punta di piedi assisto al mio

sbilanciamento tra chi invoca

l’eco nel deserto e tu che aspetti

l’odore magro del caffè

– ignoravo il filo da un perché

al dopopranzo nella tasca,

il punto dove fiorisce

una somiglianza,

gioia nella ripetizione.

Non volevo che forme pure

dentro il bianco

a tenere il mondo nella testa.

Adesso l’indifferenza è un taglio

prima dei germogli.

Vorrei il rosso di un’adolescenza

scontrosa e sole a primavera.

Lascio che sia lento lo scivolare,

mi afferro a frenare la caduta.

Ancora una diga sta aperta al fianco

dove batte l’acqua

e il tremore della carne.

IV.

Una donna guarda a sud e cresce

muschio ai suoi fianchi.

Carezzo la sua testa dall’alto

senza vedere il viso,

l’onda della fronte

– questo è il posto, il punto

dell’incontro, dimmi, nella lontananza

dei nomi ?

La donna ha perso la direzione,

le caviglie battono una danza d’africa.

Le nuvole mormorano

un certo sentito dire

– viaggio scordato in una disciplina

di lacrime ficcata nel nome.

Prima o poi verrà il grecale

a portare la scontrosa

infanzia del sud.

Frugo nel prato le risposte,

le nuvole intanto continuano

a farsi bianche,

più acquattate.

V.

C’è un tempo per le strade

ancora giallo di tosse

e geloni.

Nelle stanze un boccone non basta

a fare la casa meno sola.

Davanti a casa una macelleria islamica

uomini si radunano

si scansano sino a notte.

Li chiama una legge antica – una dolcezza

prima che fosse la partenza.

La loro voce è un fiume con terriccio

e le sillabi: paludi larghe.

Tento di aprire la scatola dura del cervello,

il cemento si fa topografia,

lo smottamento del mondo confonde

i destini dentro la gola

– linee e punti senza i dettagli, senza quel

ti voglio bene, afferrato al collo.

VI.

C’è una pietà rosa nel granito

fedele alla promessa.

Oltre lo spazio di una grata

donne in preghiera

nella debolezza del mattino.

I piccioni lasciano al cielo la forza,

insistono la loro geometria

– terra su terra.

No, non bisogna andare

da nessuna parte, ma sentire

la commozione,

nutrirla di pensieri.

Lontano un bambino ride

senza pudore,

ride la sua corsa consegnata.

Mi raccolgo nella precisione,

come una scogliera del nord

in attesa del colpo che la porta al mare,

scaglia su scaglia

e così, piano la salva.

VII.

Forse è sparita nel cappotto

o in sandali d’estate

la strada che teneva stretta

l’infanzia nel cuscino.

Non c’è più l’acqua dei navigli dove

ci s’incontrava a notte

in un presente tutto da smontare.

E’ l’insonnia a riparare il danno?

e svaporano i dettagli nel diario.

Resta la fine intuita nei reni,

– attesa nell’asfalto che pulsa l’andata

e sempre un ritorno

ci attende.

Una traduzione lenta di ombre in corpi

mi restituisce i bordi del mattino

tra i platani magri.

Un cielo senza rughe non sa
la differenza.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:23 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: testo poematico

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sabato, 07 giugno 2008
LESA MAESTA’
“Sull’orizzonte della bellezza/ dove lievemente si vive, si muore”. Con questi due versi intrisi di nostalgia quieta e lacerante, paradossalmente nitida nel più denso e intricato dei dubbi, sguardo di naufrago verso onde interminabili, o sogno di poeta nella nebbia fredda e magica di Ferrara, Massimo Scrignòli ci fornisce una chiave di lettura, o forse un codice, un accordo di partenza, per vedere ed ascoltare una poetica ricca di sinestesie, sospesa tra suoni e silenzi, echi di miti, ricordi e frammenti scheggiati di realtà. Scrignoli è poeta autentico, distante da facili cantilene a buon mercato. E’ anche editore attento alla qualità, estetica e non solo, dei libri. Tutto ciò, benché raro, è prezioso; o forse è prezioso proprio in quanto raro. Torno tuttavia allo specifico del testo qui pubblicato, per soffermarmi sul titolo di una lirica, particolarmente consono, tra l’altro, al Progetto di volo che è alla base di questo sito. Il titolo in questione è “Insidia del volo”. Scrignòli illustra alla perfezione l’attrazione e il rischio dell’esplorazione aerea dello spazio, che è sempre, non solo per i dettami della fisica, anche tragitto nella dimensione temporale. Ne risulta una poesia lieve e intensa, volutamente sospesa tra il dettaglio e la visione d’insieme, come se l’autore si divertisse, o avvertisse la necessità, di agire costantemente sullo zoom, aprendo prospettive ampie per poi indagare sul particolare, e viceversa. Con questa abile danza di inquadrature e montaggi, accompagnati dalla colonna sonora di un tessuto di assonanze e consonanze sempre adeguate e mai forzate, Scrignòli, in un brivido lieve, ancora di nostalgia, attenuata dal dolore istantaneo di una ribellione essenziale fatta di comprensione e dubbio, del vero e del suo contrario, ci conduce a cogliere il senso, o almeno il succo, il profumo: l’attimo in cui si percepisce dove è nascosto “il profilo dell’ombra/ invasa da una rosa”.

Massimo Scrignòli

da LESA MAESTA’ (Marsilio, 2005)

———————————————

Mai cosí tanta neve
nel bosco di mirtilli
prima del miele invernale.

Mai cosí neanche
sulla malattia
o sul dominio del freddo.

Mai cosí estenuante
eppure necessario avvertimento
al dizionario dei sensi.

———————————–

Del silenzio

Da quando la neve entra nel sonno
qualcosa di me, cose non piú mie
si allontanano dall’autunno.

La pace non è quando il silenzio
nevica gabbiani, pace
è quiete dimenticata nel nido dell’airone,
come leggera Maestà dei violini
che toglie parte del finito all’infinito.

O forse è solo pallida memoria.
Un rumore elegante
sull’orizzonte della bellezza
dove lievemente si vive, si muore

cosí da poterci parlare
in nostra assenza.

—————————————–

Terra di attese

Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi

Tutto potrebbe accadere
se una sera di settembre uscendo
incerta seppure verso oriente
tu vedessi sul maestrale
quello che io adesso vedo.

Nella falce del vento
in questo taglio, è nella falce
che oggi ascolto il tempo. Eppure
esisti soltanto se ti penso.

E se torni sull’isola di neve súbito
avverti la quiete del giardino d’aria, senti
le doglie del mare e dell’erba
e intuisci il rifugio dell’abitudine al mondo.

Ritornano, e davvero
tutto potrebbe accadere
in questa terra che è terra di attese, qui
dove una vita basta appena
e aspettarti è un modo di pensare.

———————————–

Insidia del volo

Poi anche la morte è passata.

A cominciare dalle scritte dorate: lettere
alte, su marmo nero primonovecento
lucido di caldo sotto i vasi di peltro.
Piú in là cappelle piccole, di famiglie
forse nobili poi altre lapidi con fotografie
e fiori cosí ostinati da non appassire
mai, nemmeno d’estate al camposanto.

Una farfalla notturna riposava
nell’ombra sfinita dei lumini
sopra un’austera lettera E di Teodolinda,
viso solenne 1889-1980. Poi
la morte è passata sulle sue ali e le ha spente.
I bimbi non sorpresi ripetono
dorme, come solo i morti dormono. Certo
è proprio uno scherzo cieco,
un capriccio da destino animale
passare ad altra vita su un bordo
che confina con nomi consunti.
Sarà soltanto una coincidenza
di voli o il presagio di un’insidia
destinata a chi ha ali troppo brevi.

Eppure
spiando con eleganza tra i nomi
c’è qualcuno che insiste, racconta sottovoce
che il confine a cui pensare è una linea
obliqua, la nostalgia impossibile
di un naufragio.

E tutto si interrompe
in questo non sapere
dove esiliare le mani.

——————————————–

Il centro dell’orizzonte

Se penso che c’è un centro
altero dietro il filo dell’orizzonte
è per ridare colore al bianco
dell’assenza. E intanto seguo
con disegni di matita morbida
la mappa del rifugio
dove ho nascosto il profilo dell’ombra
invasa da una rosa.

Per questo dico che amare
è seguire le tracce dell’ombra,
amare è proteggere non la rosa
ma tutto lo spazio
del suo ricordo.

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:30 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: editi – marsilio

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domenica, 01 giugno 2008
INEDITI di Simona D’Urbano

Una poesia che contiene in sé una capacità di meraviglia ancora autentica, come se davvero il pensiero fosse “pittura materica sulla tela corporea mai conosciuta”, o, all’inverso, si potesse ancora appagare quella “sete di conoscenza che il corpo nasconde agli occhi della mente”. Un nuovo esempio di poesia fresca, con un già conseguito spessore di immediatezza e nitore, e, come già è accaduto con altre voci apparse su DEDALUS, prospettive di crescita e fermento, sempre nell’ambito dell’emozione del dire e della volontà di dirsi, raccontarsi, sospesa nella dimensione onirico-reale dell’essere “papavero nella neve” avvolta “in un oceano di parole”. I.M.

*****************

Senza saperlo

Tu hai trovato le chiavi

che io ho sempre cercato,

quelle di me stessa

****************************

Chiudo gli occhi e

il desiderio si anima,

come se le mie mani

ti avessero fra le dita,

sotto le carezze che profondo

senza cedimenti

Dentro, anima e corpo,

mi si apre il vuoto,

una sensazione che materializza

e risucchia il senso

Il pensiero diventa

pittura materica sulla

tela corporea mai conosciuta

che mi porto dietro,

ancora intatta

******************************

Quando non sai

e non puoi immaginare,

lo stupore ti assale

e si lascia vivere,

bello,

come la serenità

che regna

dopo l’essere stati

semplicemente accanto,

nudi

**************************

Come d’incanto

nelle lunghe sere

di giugno,

al frinire dei grilli si

alternano i bagliori delle lucciole

fra l’erba nuova e il grano,

così

il tuo pensiero che

chiamo e cerco

continua a sfiorarmi

in nuovi e sconosciuti modi,

dissetando appena la sete di

conoscenza

che il corpo nasconde

agli occhi della mente

Ti rimembro

costantemente

piccoli gesti e

momenti ormai donati al

nostro passato per

quella che sarà

la nuova rimembranza

che già ci accoglie

invisibile

*********************************

Sta albeggiando

lentamente

Ogni albero

ospita un nido

costruito dalla pazienza

dell’Amore

*************************

Piena

sei come Opale

velato dall’incenso delle nubi che

stanno fumando e

vegli il mio passo

mentre vivo

Con gli occhi ti chiamo

e ti parlo

Sono un papavero nella neve

E Tu

mi avvolgi col tuo oceano di parole

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:02 | link | commenti (10) | commenti (10)
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martedì, 27 maggio 2008
DIARIO INVERSO

Di un diario hanno la sincerità, i versi di Lucianna Argentino, il coraggio di parlare con sé come se fosse il proprio silenzio il solo interlocutore. Ma ogni diario è scritto, con atto lucidamente inconscio, anche e soprattutto con la speranza che sia letto da altri, magari proprio da chi, con i suoi silenzi e le sue parole, ha fatto sì che la poesia, il raccontarsi, divenisse la sola salvezza e un ulteriore rovello. In più, lo dichiara opportunamente il titolo del libro di Lucianna pubblicato da Piero Manni, questo è un Diario inverso: un modo per cercare anche nell’ironia, nel rovesciamento di senso del dire e del sentire, una via di fuga. Ma tale ironia non è facile, e, in questo caso specifico, con un verso piano, nitido, ritmato come la marcia precisa e determinata di un maratoneta, l’autrice ricerca, con lucida e densa tenacia, la cristallina essenza del vero. Senza rinunciare però, ed è questo forse il vero valore aggiunto di questi testi, alla scoperta dell’inatteso, lo scarto, la meraviglia della nascita di una vita, la creazione che si fa carne, ed è ancora parola, il coraggio di dire che “Le cose non capitano, accadono”, e un senso emerge proprio quando tutto sembra sommerso dall’assurdo. E’ lì che si stabilisce il discrimine tra una bugia ed una verità inventata, è lì che la poesia che non c’era d’improvviso riprende corpo e vita. I.M.

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POESIE DI LUCIANNA ARGENTINO

da “Diario inverso”, Manni editori 2006

Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva “abbassa la voce”
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve, come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.
“Cambia tono” diceva a lei lui che non capiva
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell’estate improvvisa, dall’assalto dell’inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono senza implorare altro
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.
***
Compiuto è l’anno, invertita la rotta
ed è risacca che spagina il tempo
è cura di un dolore contento
è linimento tardivo di un ritroso navigare
è scoramento dell’onda che torna in alto mare.
***
Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
– oscurata la luce, sospesa la grazia –
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.
***
Avrei voluto una bugia o una verità inventata
che desse pace e un volto accessibile a quanto si negava
ribelle nelle sue parole senza cielo né sguardo.
Parole dette col fiato sospeso su una verità
vegliata da un dio vile – un dio da cui non avere nulla
da temere e nulla da sperare.
***
Chi può dirmi chi sono
se lui non mi è più specchio?
Se di coraggio perso è il suo guardarmi
e di ritorni severi e di ritardi,
se nel suo sguardo disfatti vedo il tempo e me
me ridisegnata senza braccia.
Eravamo sullo stesso treno in quel luglio accidioso
ma solo io tornavo – lui, scontento, contro il paesaggio
in nascita al di là del vetro, era il profilo
in dissolvenza al di qua del presente
esondato su passato e futuro.
Nel suo sguardo sconosciuto penava
l’aut- aut imposto al mio ventre in festa.
***
Sfatta l’emozione mietuta fuori stagione
dal concreto della vita di cui manco – dice-
e non s’avvede che manca lui alla leggerezza
e s’autunna vinto da uno spleen senza gloria.
***
Smise d’essermi amante il suo sguardo
quando la lucentezza caduca dell’addio
sorprese i cortili e le voci che ne fuggivano.
***
Le cose non capitano, accadono.
Capita, forse, che io alzi gli occhi
dal foglio e veda nel cielo cisposo
un uccello passare, capita che mi cada
di mano un bicchiere, che dimentichi un nome,
che perda l’ombrello.
Ma accade che io, china sul foglio,
veda il mimo alle sue spalle mimare
il gesto di chi resta, ma sono in fuga le mani-
due lepri bianche braccate dalla loro stessa paura.

***
E’ un presente puro
mondato dell’attesa
– un mare senza risacca
un sorriso nello specchio
un vecchio amico.
Un presente pacato,
privo dell’ansia dell’attimo fuggente
un presente sativo.
***
a Damiano
Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l’attimo del “sia la luce”
nell’aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall’acqua all’aria e il pianto inconsolabile dello
strappo
– dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.
***
S’avvia in briciole il cercarmi dentro una poesia
in redenzione di tutte le offese del mondo
o solo un luogo di me stessa dove si ristori la fatica
di vivere molteplici esistenze, dove redimere
una vita spezzettata in piccoli orizzonti
mentre la volevo lungimirante e ammirevole
la vedo simile a una pozzanghera
in cui si riflette il cielo
col suo passaggio di nuvole e di ali
ma più cielo del cielo quando nella sua acqua
gli uccelli vengono a dissetarsi.
***
Fermarci, cercare la giusta distanza
tra noi e le cosa da fare
e quelle che ci fanno e ci disfano
quelle che confondono le nostre fisionomie
di cartone rosicchiato dai topi,
ma ora c’è l’incipiente autunno
a scucire il cielo e le sue fibre mistiche
per rammendare il nostro tempo di passaggio
da una sponda all’altra dell’esistenza.
***

Mi manca la poesia
nel giorno sceso in cenere
a forzare la veglia laica
la veglia stanca e irragionevole
al dio liquefatto nell’inchiostro
fatto preghiera di cose andate
e presto ritornate a nuovo uso
come la pioggia o la parola
accolta in limine
all’avvenimento che la dice.
postato da: ivanomugnaini alle ore 13:51 | link | commenti (7) | commenti (7)
categorie: poesie – manni editore

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martedì, 20 maggio 2008
ARMONIA DELLA DISAFFEZIONE

Propongo stavolta due testi di Domenico Cipriano, altro poeta giovane ma in possesso, come molti altri autori pubblicati in DEDALUS, di una voce individuale e individuabile, salda, aliena a facili compromessi. Le due poesie qui pubblicate, già apparse qualche tempo fa sulla rivista “Capoverso”, si muovono con attenta e conscia tenacia sul filo sottile ma vitale di una sfida: quella sospeso tra la presa d’atto della “disaffezione”, non di rado necessaria e a volte addittura salvifica, e, dal canto opposto, la ricerca, la volontà altrettanto viscerale dell’armonia, intesa anche come musica, spazio di senso e misura nel caos. Lo sguardo di Cipriano è sincero, il passo del verso è deciso, distante da vuote smancerie. Ma il ritmo, l’incedere, “il gioco della presenza” e il suo contrario, non gli impediscono di cercare e trovare, nelle cose, nella realtà che si fa tempo ed oggetto, “un’anima impreziosita/ dalla vita”.

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Domenico Cipriano

Due poesie

Ci sorprende inattesa la paura per la vita

tra il sibilo della notte e il giorno dirompente.

Cosa è importante: guardare fuori

o l’intimità della gente? Con le facce

in mostra non cerchiamo i colori sfrontati

della festa, ma l’armonia sussurrata delle cose

e le città visitate sono cave di storie dispari,

le loro case mausolei di calce e soprammobili,

ma le ombre si nascondono. Solo gli odori

si prestano al gioco della presenza.

(Monteforte I., 4 giugno 2006)

***********************************

Nelle cose che vedo trascinarmi

ogni giorno dalla scrivania alla casa

le ossa sparse tra le bocche dei randagi

e le pietre ferme e pazienti, negli oggetti

che passano tra le fughe degli occhi

riconosco un’anima impreziosita

dalla vita. Per questo non amo talismani

che immolano le cose con l’affetto

(devoto solo alle persone care)

e ne rispetto – dalla mia microscopica

percezione – il non possesso, la disaffezione.

(Avellino, 9 ottobre 2006)

postato da: ivanomugnaini alle ore 17:31 | link | commenti (15) | commenti (15)
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domenica, 11 maggio 2008
UN SUONO PRECISO COME IL TUONO

Per dare un titolo a questa breve nota introduttiva sui testi di Luca Benassi ho scelto un suo verso, una frammento lucido che assume valenze ampie, simboliche. I versi qui pubblicati sono sicuramente precisi e incisivi come tuoni, lucidi, consci del valore della sincerità. Anche il sogno, l’angolo che si credeva protetto e intangibile del mito, ad un certo momento cede ad una sfida tanto più ineluttabile quanto indesiderata. Le parole allora, perfino i domini liberi del linguaggio, diventano “come le ancelle stuprate che Ulisse appese alle travi della reggia”. Crolla il mondo sotto la pressione del vero, e la sola fuga possibile è “un flauto fatto di occhi”, per restare, resistere e persistere, cantando le gesta della sconfitta. Luca Benassi ci presenta nei versi qui pubblicati un “volto fatto di coragggio e di dolore”, una poesia che non cerca consolazioni a buon mercato, ma reclama tramite le sue armi, la nitidezza dell’espressione, la scelta attenta di ogni sillaba ed ogni fonema, il diritto di dare forma, ed una veste cruda e scintillante di armonia, perfino alla cognizione del dolore.

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Poesie di Luca Benassi

MARSIA

Hai aperto la sfida e hai perso.

Convinto di aver compreso il cielo

hai confidato nell’occhio benigno delle stelle

distratto dal sole che sfronda il bosco di luce

e scintilla sul niente del mare

hai creduto nel battito della farfalla

hai voluto la responsabilità del cuore.

II

Hai ceduto alla lusinga dei fonemi, ai sestanti

coraggiosi disegnati nella polvere, ai libri

senza ordine sugli scaffali inaccessibili.

Hai disegnato la geografia e firmato accordi

per regolare il tempo del perdono.

Ma la sfida di questo tempo

è una barca sullo Stige e la moneta

che paghi il silenzio di Caronte

è senza faccia e iscrizione.

III

Ci vuole un pentagramma lineare

sottile come i fili d’oro

che Penelope smonta la sera

come le ancelle stuprate che Ulisse

appese alle travi della reggia.

Ci vuole un flauto fatto di occhi

minuscole galassie, buchi neri, gocce di latte

un suono preciso come il tuono

o il fruscio della foglia

che si stacca dal ramo.

IV

Ti manca la trama dell’ombra

le ragioni occulte delle guerre

l’odore del sesso che appesta

i templi ai piedi delle are.

V

Per questo, Marsia, hai perso la sfida

con un dio malevolo che non vuole perdere.

Servono allora due pali d’abete, senza corteccia.

Ti hanno legato i polsi e le caviglie

Tastato il luogo del taglio preciso della pelle:

bastano due incisioni verticali

per sollevare i lembi della cute e sgusciare

via la carne, scoprire le nervature

i muscoli sensuali e senza colore come un polpo

le vene del braccio violetto, i capillari rappresi

nudi come la terra.

Inizia così lo strazio delle urla

mentre cinghie di cuoio rosso

si staccano dal busto come bende di carne.

Rimane un volto fatto di coraggio e di dolore

sotto lo sguardo attonito del carnefice

senza poesia e senza suono.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:00 | link | commenti (15) | commenti (15)

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domenica, 27 aprile 2008
POETICI FERMENTI – Rossella Luongo

Una poesia fresca ma tutt’altro che acerba, quella di Rossella Luongo. Capace di conservare l’incanto delle piccole cose, i doni, le scoperte, le favole narrate agli altri e a se stessa, al proprio tempo e al tempo altro, quello che forse non c’è. Ma persiste la visione e la coscienza del “treno a scomparti”, della vita che percorre la stagione fredda, quella che, inesorabile, lascia un “intaglio nel cuore”, il mistero di una malinconia quasi dolce, tra ricordo e sogno, fantasia e cognizione del dolore. Una poesia, quella di Rossella, che possiede una sua fisionomia, un taglio, una dimensione, un ritmo. E’ un fermento di scrittura che promette ulteriori, sapidi sorsi. I.M.

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Poesie di Rossella Luongo

Non vedermi

sull’orlo dei silenzi

traforati da un ago,

parlami e divorami

senza farti domande.

Guardami,

mentre comincio il ricamo

dai fiori più piccoli.

*

A piedi sporchi

salgo le scale,

mentre la vecchia

inforna biscotti

dalle persiane accese.

Invento parole,

da infilare alle dita

dell’alba che dorme

e mi chiudo la notte

senza fare rumore.

*

Il mattino

è un occhio aperto,

vede tutto

e ha paura

di perdere il sole

nella stagione fredda.

*

Temo gli arroganti

che mi rubano il tempo

di costruire una casa,

anche non sul mare

purché senta

l’odore dei gabbiani

sciolti, da una finestra

sul tuo sorriso.

*

Gli esodi di massa

sbucciano la città

dalla confusione, respiro

dimensioni proporzionate

riempio il vuoto.

Intaglio nel cuore

gli affetti più cari,

su un treno a scomparti

piccoli, di legno

appena lavorato.

*

Il giorno

si consuma

aspirato

in una foglia

di tramonto.

Mi hai donato

una scatola

di colori,

il respiro ampio

del sole

e l’attesa quieta

della sera.

*

Mi ritrovo

argilla cruda,

senza forma

ma duttile

di pensiero,

ancora mi piego

alle ginestre

senza parlare,

come arbusto

sul lago.

Rossella Luongo

da: “La Fata e il Poeta” (Fermenti Editrice, Roma 2007)
postato da: ivanomugnaini alle ore 14:24 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: poesie – fermenti

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sabato, 05 aprile 2008
PORTE/DOORS di Annamaria Ferramosca

Pubblico con piacere in questo mio spazio telematico due poesie di Annamaria Ferramosca ricavate dal volume “Porte/Doors”, Edizioni Del Leone, 2002. A breve inserirò nel blog anche testi più recenti di Annamaria tratti dal libro “Curve di livello”, altrettanto apprezzato e significativo, edito da Marsilio. Comincio dunque qui ed ora ad aprire queste Porte poetiche ricche di prospettive e punti di vista sulla realtà e sul sogno. Annamaria Ferramosca, a mio parere, sa conciliare con una naturalezza mai banale né scontata il rigore tecnico con il coinvolgimento, l’acutezza quasi scientifica dell’analisi con l’ebbrezza dell’ispirazione. La poetessa pugliese è anche, nel modo di scrivere e di sentire, anglosassone, mette insieme il Mediterraneo e il Mare del Nord, la taranta e una danza figurata irlandese. Ho pensato quindi in questo caso di proporre a fianco alle liriche la traduzione curata da Anamaria Crowe Serrano e Riccardo Duranti, anch’essa attenta e valida.”Insegno la geografia del limite e a varcarlo”, scrive l’autrice. E la pratica di tale viaggio, reale e ideale, è fertile, suggestiva.

———————————————————————

da Porte/Doors Edizioni del Leone, 2002

A perdita d’occhio finalmente chiara

distesa di vergini strade

ad elica, dai nomi

che chiedono d’essere nominati

o solo restare oscuri, se indelicatamente

l’ago scompiglia il nucleo

Gene straniero, ospite

sacro ospite un tempo si onorava

con candidi panni e cibo, mai

si aveva timore

del naufrago alla porta

Ora l’ibridazione mi confondesalta

domino le creature mi domino

come se avessi in dono droga

mosaico di natura snatura

m’innesto ali d’aquila, di certo

un cuore di leone

longevità di tartaruga

Volo

Pluripotente vivo

A lungo sopravvivo

Non mi riconosco, nuovo

dio della facilità, anche se mi libro

– a mezz’altezza –

anche se ci scambiamo tutti senza fine

geni come figurine

fino ad averle tutte

e poi e poi

Temo me, te temo

perduto il senso

noi d’essere noi

sentire amare noi

sperare

Genetically Modified Organisms

As far as the eye can see, the stretch

of helicoidal virgin roads is finally clear

with names

begging to be named

or just remain obscure, if the needle

indelicately upsets the nucleus

Foreign gene, guest gene

sacred guest honoured long ago

with immaculate clothes and food, there was never

any fear of

the shipwrecked man at the door

Now hybridisation confusexcites me

I master creatures I master myself

as if I had the gift of drugs

the mosaic of un-natured nature

I graft eagle wings on myself, needless to say

the heart of a lion

the longevity of a tortoise

I fly

I live multi-mightily

A long-term survivor

I don’t recognise myself as a new

god of easiness, even if I soar

– in mid air –

even if all of us endlessly trade genes

amongst ourselves like trading cards

until we have them all

and then and then

I fear me, I fear you

we, having lost the sense

of being us

feeling loving us

hoping

——————————————————————————————-

NOMI PER UN’ISOLA

Non chiamatemi isola

Chiamatemi quiete inquieta

a pochi passi dal rogo

dove la cadenza di luce

ha pure lacrime

Chiamatemi terra di nascite

desiderio di tregua

illimite speranza tra le spine

Chiamatemi vista sul cielo

ipnotica

occhio d’oliva

castano contro azzurro

a notte ubriaco di stelle

di grida

Non chiamatemi isola

Chiamatemi nodo di rete

dove s’impiglia il poeta

a rubare bellezza al buio

Questo mare di rose

rosmarino

ape febbrile ronza

di spruzzi alle finestre

Questo mare timo-re

sovrano che s’infoglia

al centro del mio abbandono

Chiamatemi seme di mare sull’abisso

Da ingenui arrembaggi mi salva

una muta di mandorli e delfini

(il tempo non ha che lame di schiuma)

Chiamatemi messaggio pietrificato

bottiglia dei giganti di Pasqua

tangente d’amore attraverso l’oceano

magmatico canto sotterraneo

Non chiamatemi isola

Chiamatemi schianto d’un ricordo

casa ritrovata, corrosa, ma salva dall’oblio

tana larvale

riposo su pietre levigate, mai vinte

Chiamatemi favola in sogno

quindi doppio sogno

trama del tempo, dove

il destino fiorisce nella grande

domanda della notte

Non so se inganno o ritrosia

questo accerchiarmi d’onde di speranza

E poi lasciarmi

ad asciugare il diluvio

Della mappa del pianto

solo un’orma di saudade

Così insegno

la geografia del limite

e a varcarlo

Ci sarà sempre un’isola

aspra, guado di limoni

alle parole

NAMES FOR AN ISLAND

Do not call me island

Call me restless rest

a few paces from the pyre

where the lilting light

sheds pure tears

Call me land of births

desire for respite

boundless hope through the thorns

Call me hypnotic

view of the sky

olive eye

brown against blue

drunk at night on stars

on shouts

Do not call me island

Call me knot in a net

enmeshing the poet

stealing beauty out of darkness

This rosemary sea

of marine roses

a feverish bee buzzes

sea-spray on windows

This mari-thyme sha-king

a sovereign sprouting leaves

at the centre of my abandonment

Call me sea seed on the abyss

From naive boardings I am saved

by a team of almonds and dolphins

(time only has foam blades)

Call me message turned to stone

a bottle from the Easter giants

love’s tangent across the ocean

magmatic subterranean song

Do not call me island

Call me crashing memory

recovered house, corroded, but saved from oblivion

a lair for larva

repose on smooth, unvanquished stones

Call me fairytale in a dream

therefore double dream

time’s plot, where

fate flowers in the great

question of the night

I don’t know whether this girdling myself

with waves of hope is deceit or coyness

Leaving me later

to dry out the flood

From the map of tears

with only a trace of saudade

This is how I teach

the geography of limit

to cross it

there will always be a rugged

island, a lemon ford

leading to the words

traduzione di Anamaria Crowe Serrano & Riccardo Duranti

postato da: ivanomugnaini alle ore 17:58 | link | commenti (4) | commenti (4)

———————————-

sabato, 29 marzo 2008
Un testo di Raffaele Piazza

Un omaggio alla poesia in questo “poemetto” di Raffaele Piazza, attraverso la fusione di memoria onirica e realtà, linguaggio e sostanza dell’esistere, dolore e speranza. La coscienza di un tempo aspro, “sanguato”, per citare il pregnante neologismo scelto dall’autore, e la forza dell’utopia-realtà del suo superamento, di un altrove, in qualche modo e in qualche mondo possibile. I.M.

PAESAGGIO BIANCO – poesia di Raffaele Piazza

1

Vedi, in questo inazzurrarsi di nuvole

candide e non è ancora estate quella che

turba in tinta neutra ed è uguale al senso

del tempo a quella rosa di Pierpaolo

quella forma che dalla pace del lago

procede ed è la notte precedente che non

torna dai vetri senti il segmento

di passeri senza peso in cori interanimati e

2

poi sono di nuovo le ragazzine ad intessere

vele nel coro degli angeli a filare

le vesti bianconeve

della spose e le coroncine in danze

senza tempo o storia e

3

siamo nel 1984 e una 127 bianca arriva

a luoghi di parco virgiliano e sposta la

vita un’allodola senza peso fino a tempio

del tempo per essere sotto specie umana

persone postmoderne nel bianco

e il suo fraseggio vedi, Pierpaolo,

la tua lotta il visore sulla vita e il vegliardo

Ungaretti: ascoltami

saremo ancora in questo tempo sanguato

e vinceremo in candidi panni

la vittoria che è l’aula della scuola

della vita e saremo nel tempo oltre la

siepe a parlare di poesia, Pierpaolo.

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:18 | link | commenti (7) | commenti (7)
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sabato, 22 marzo 2008
Poesie di Bianca Madeccia

In queste poesie di Bianca Madeccia, pubblicate da Lietocolle nel volume “L’acqua e la pietra”, le domande scavano la roccia dura della realtà. E resta incerto se tale acqua sia dannazione o speranza. Lo sguardo dell’autrice è duro, secco, in grado di cogliere la frammentarietà dell’esistenza. La via d’uscita, se c’è, è nella voce stessa, nel canto remoto che scaturisce dal margini del tempo. I.M.

————————————————————————————————————————-

Testi di BIANCA MADECCIA tratti da “L’acqua e la pietra” Lietocolle, 2007

L’acqua è la dannazione della pietra,

così la sconfitta

si ripete attraverso i tempi.

Con la sabbia tra i denti,

la goccia batte e scava,

e la roccia annichilita sperimenta già,

chiusa nell’orgogliosa convinzione

della propria unicità,

l’abbandono alla polvere

e il bordo acuto di una nuova forma.

————————————————————–

XI

Senza fine né un inizio

costantemente scagliata in differenti direzioni

la punta della freccia mostra

che da un punto all’altro del mondo

ogni azione, direzione e possibilità

di ogni momento, di sempre,

è solo un’altra deviazione temporanea degli eventi.

———————————————————————

XVIII

La domanda si ripete e si ripete

aggrovigliata tra i fili della rete

incagliata sulle rive dell’isola stretta

qui ci si ribella o accetta

qui si muore o si ricomincia

qui ci si rassegna e trema.

————————————————————————-

XXVI

Affrontare

ogni giorno lame cristalline

muta e immobile

mentre accoglie l’urto regolare

dell’onda che bussa

è il destino della roccia.

Eppure,

neanche la pietra rifiuta

il viaggiatore che la cerca.

Perché

devo essere rifiutato

proprio io?

—————————————————————————————-

XXIX

L’acqua che non traccia vie è acqua morta

così l’onda svuota la pietra,

mentre la roccia frena il sibilo del vento.

Un canto remoto scaturisce bianco

dai margini del tempo.

Coro riarso, preciso, ineludibile

che accompagna e mostra senza sosta

l’erosione, i detriti, la muta polvere del mondo.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:22 | link | commenti (4) | commenti (4)
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venerdì, 07 marzo 2008
L’OPERA DA TRE SOLDI

Lettura e divagazione di Ivano Mugnaini su

BERTOLD BRECHT E L’OPERA DA TRE SOLDI

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. Con questo suo aforisma, a metà tra paradosso e verità, ironia e provocazione, Bertold Brecht ci presenta forse un biglietto da visita ancora valido, in grado di identificare, nascondere, alludere, rivelare. Dalla parte del torto, certo. Come tutti quelli che non hanno timore a collocarsi nella schiera tutto sommato non troppo numerosa, o, almeno, non abbastanza, dei poeti-sognatori. Non quella dei cesellatori di fiorite rime, castelli svettanti di torri e guglie di auliche certezze. Di tali costruttori di amene rime ce ne sono legioni, eserciti interi. Meno numerosi, molto meno, sono coloro che scrivono opere da tre soldi, erette con la materia lieve di una sola convinzione: “Di tutte le cose sicure la più certa è il dubbio”.

Tramite un processo di “straniamento” che ci porta fuori da noi per poi ricondurci dentro, all’interno di confini più autentici, L’Opera da tre soldi ci rammenta, come già aveva fatto la Beggar’s Opera di John Gay, che in fondo “il re dei mendicanti” orchestra il lavoro, il nostro, come un affare qualsiasi. Illumina, tramite il cerchio di un faro di scena, la linea di demarcazione tra il criminale Mackie Messer, o il bandito Macheath, ed i rispettabili borghesi. Una linea tanto netta quanto sfumata. Tutto alla fine viene inghiottito dall’ironico faro che si spalanca come la bocca stracolma di denti del pescecane evocato dalla nota canzone musicata da Kurt Weill. La differenza tra criminali e persone rispettabili sparisce del tutto. I soldi, l’ingordigia, l’avarizia, la fame e la sete di potere, rendono tutti uguali, cioè corrotti.

Se tutti sono dalla parte del torto, allora tutti sono dalla parte del giusto, o, perlomeno, collocati tra ammassi di macerie e rifiuti socialmente accettabili. Di fronte a questa presa di coscienza, o meglio, perdita di coscienza, resta al poeta-sognatore una sola via: l’esilio, la fuga. Come in un gioco di scacchi di vitale importanza, se il torto si riveste di giustizia e cerca di inglobarti, non resta che spostarsi dal lato opposto. Quello del torto, appunto. Purché sia un torto personale, individuale. Quello che, tramite un altro fulminante e quanto mai attuale aforisma, Brecht dipinge con queste parole e questo concetto: “Per essere creativi non bisogna partire dalle buone vecchie cose, bensì dalle cattive nuove cose”. Per essere poeti, in sostanza, e sognatori, sulle tavole del palcoscenico e sulle strade della vita, è necessario staccarsi dalla logica consolidata e trionfante e battersi per il rinnovamento. Qualunque sia il prezzo da pagare. L’esilio da nazione a nazione, da città a città, o l’amore, aspro, essenziale, per il gusto e la volontà della differenza, l’opposizione all’andazzo condiviso, alla pratica del “magna magna”, del siamo tutti colpevoli e tutti beatamente innocenti.

Tutto ciò, per nostra fortuna, ne L’Opera da tre soldi e altrove, Brecht ce lo dice in modo colorito, accattivante. Rifuggendo da prediche e piagnistei che, oltre a risultare intimamente contraddittori, sarebbero stati altresì assai poco “teatrabili”. Si canta e si balla sul palcoscenico di Brecht. L’autore fa tesoro della sua frequentazione ed amicizia con il celebre cabarettista Karl Valentin. La lotta, esistenziale e sociale, si può condurre anche tra visi truccati, fumo di sigaretta, musica assordante, risa sguaiate, battute sconce miste a frammenti di verità, confessioni di fragilità e schegge di miseria. La vita come cabaret. Materiale buono non solo per i titoli delle canzoni ma anche come adeguato scenario, specchio deformante ma neppure troppo dell’esistenza vera. Quella da cui è difficile se non impossibile “straniarsi”.

La vita che ti consente di entrare a vedere lo spettacolo, anzi a farne parte, senza neppure dover pagare tre soldi di biglietto. Quella che, comunque, puntualmente, poco dopo vorrebbe scritturarti per recitare in qualche scena, con o senza travestimento, una parte da mendicante. Di soldi, oppure di gloria, di rispetto, di dignità, di amore. Quella che ti svela il trucco ma ti consiglia, anzi ti impone, di far finta di non conoscerlo. Tuttavia, osserva ancora Brecht, “chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”. Ed allora, per evitare di essere complici del “re dei mendicanti”, per non cedere alla logica del “nessuno è colpevole” e del “nulla può cambiare sotto il sole”, è bene tornare a schierarsi dalla parte del torto, se il torto è l’errore di chi sogna qualcosa di altro, di non inquadrato. Il sorriso di chi continua a cercare la logica dell’illogico, la speranza di nuove scene, nuovi teatri. La convinzione tenace che, a volte, per evitare l’ostacolo dell’omologazione al collaudato, strangolante meccanismo, può risultare vero che “la linea più breve tra due punti può essere una linea curva”.

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:54 | link | commenti (2) | commenti (2)

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venerdì, 29 febbraio 2008
Tre poesie di Daniele Santoro

Tramite l’antologia “Sette poeti campani”, pubblicata lo scorso anno da Orizzonti Meridionali, e di cui ho proposto una mia nota di lettura, ho conosciuto ed apprezzato la poesia di Daniele Santoro, in grado di conciliare la sperimentazione di forme, ritmi e soluzioni grafico-visive moderne con un tessuto di questioni e aspirazioni di natura antica, profondamente umana. E’ una prova ulteriore, se mai ce ne fosse bisogno, che la Campania produce ancora, al di là di tutto, nonostante tutto ciò che vorrebbe soffocarla, cultura, cività e poesia. I. M.

———————————————————–

TESTI DI DANIELE SANTORO

Dalla silloge La meraviglia

che meraviglia i suoi paesaggi imbavagliati

che meraviglia i suoi paesaggi imbavagliati

il volo trattenuto dei profumi,

infatti fino all’ultimo non mi decisi

se sciogliere la favola delle colombe

se vivere l’azzurro cielo o la brughiera

——————————————————————–

tu che stropicci denti e le mie ciglia

tu che stropicci denti e le mie ciglia

pettini selvaggia e naso fronte mento

mentre che lo spavaldo nero d’occhi

di lontano fissano, ammiccano tra

gli interstizi un dolcetruce ridere

che mi sprofonda

———————————————————————

posto a distanza uguale dai tuoi abissi

posto a distanza uguale dai tuoi abissi

sono – diciamo – come l’asino di Buridano

tra il canestro di more e lo schiamazzo

bendato del gelso nella luce

solo perché tu resti indifferente

e non fai il passo avanti, ti diverti

vedere me in ginocchio nel delirio

postato da: ivanomugnaini alle ore 12:50 | link | commenti (3) | commenti (3)
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sabato, 23 febbraio 2008
Poesie di Antonio Spagnuolo

Spagnuolo è un poeta che da anni porta avanti con coerenza la ricerca di forme e contenuti mai banali, mai scontati, mai facili o schiavi di schemi di comodo o di mode effimere. Lo fa anche, assieme ad Emilio Piccolo, nel sito Poetry Wave, ampio e frequentato luogo di scambio di voci letterarie. Della sua poesia mi ha sempre colpito, personalmente, la sua capacità di immettere, e direi quasi di iniettare, come un potente antidoto, una sensualità viva, corposa, carnale, perfino nella contemplazione e nella percezione del dolore. Una potente forma di espressione, ma anche, con uguale forza, di esistenza e resistenza. Vi rinnovo l’invito alla lettura e al commento di questi esempi di poesia viva. I.M.

INEDITI DI ANTONIO SPAGNUOLO

***************************

Dubbio

Fu corsa dubitare del castigo che a volte l’indugio,

come torrente ai bordi,

improvviso e segreto oscilla incontaminato.

Eccomi!

L’urlo del dolore penetra la mia carne sino a frullarmi

le ossa,

sino ad emulsionare le tempere della tavolozza

in arcobaleno impossibile.

Smarrito ho plasmato ogni istante

nella tua figura ricomposta a mosaico

per quegli eventi estremi in cui frantuma

la misura di un breve respiro.

Modella e amante

riesci tuttavia a realizzare le stesse esaltazioni

che ci strinsero prima che le coppe svuotassero

inesorabilmente.

Il ventre è un calendario, simbolo della nostalgia

che i frammenti disperano,

perché il vento porta via a suo piacimento

anche la mia memoria.

* * *

Follia

Vorrei tentare la follia per qualche volta

nel risveglio mutevole che abbraccia

l’arsura,

interminabile, nel tempo che ci resta

quasi tramortito al silenzio della primavera,

nel segreto di una chiave custodita

fra le rovine,

verso il vuoto, verso la menzogna.

Tu sai agitare le scoperte ambigue

le sorprese del miracolo

sciogliendo l’incertezza che cela il luogo del disincanto.

Allora uscirò a disegnare la terra,

le mani, i piedi, le labbra,

nella paura di riascoltare

l’urlo temuto a lungo della stoltezza,

che è il canto della mia disperazione.

Rimane a confondere la saggezza il mio dialogo

con Dio, una catena

di dubbi , agganciata alla roccia

ove ogni giorno si spaccano parole,

mentre il diniego è vincolo di ossessi.

* * *

Ironie

Prezioso spolverio delle stelle

l’avello di mio padre, paura di un incontro,

l’ossessione che smonta porte e chiavistelli

nel delirio di corrose anomalie.

Nell’ubriachezza notturna lasciami bere

le fragranze della pelle, nel gioco che il sospetto

ha porzioni segrete , brevi parole negli accordi,

ove le aritmie segnano minacce di scansioni.

Ecco il tormento che detta confusioni

nella carne imperfetta, nei rumori,

nello scricchiolio dei tuoi passi,

le grida , i sospiri, la collisione delle voci,

le mie mani roventi, le sorprese degli argini,

cercano l’odio della morte appena in tempo

per soccorrere l’ironia del morso.

* * *

Pupille

Rotoli fra le coltri e le parole

per succhiare l’innesto

dal fondo della mia coscienza.

Più gracile e impudico

sarà il midollo dei sogni,

null’altro registrando

nel gonfiar vene e pretese.

Allora non chiedere più di starmi accanto.

In men che non si dica

io avrò perso altri giorni,

spruzzando le sorprese

alla clemenza delle narrazioni.

Lunga e calma la vampa in quel barlume

che la notte concede,

oltre il gioco al raddoppio di malizie.

La tua forma dipana

e la mano recita stupori,

mentre le stanze solcano gli spazi

imprigionati nella sera, ed io sperduto

fra la bocca ed il ventre

ripeto gli istanti sconosciuti

tra il pensiero ed il sangue delle tue pupille.

* * *
Dissonanze

Plastiche contorsioni nell’abbaglio

della seduzione, che sia illusione lenta,

figura che risponda alle prigioni

dei muscoli, per rintracciare l’allegoria dell’amore.

E’ l’agguato gentile che si offre come preda

dietro il filo sottile, contro le mani ardite,

che furtive scandagliano le forme,

nell’affondo ininterrotto dell’affanno.

Sgocciola il collo, la spalla, il pettorale,

per contratture insolite,

nel confondere il ritmo.

Impugna un’arma bianca, come il dardo

scagliato e ripreso in un agguato sommerso,

inverecondo per tortura e tenaglia,

incastonando il gioco del ventre

all’ultima attenzione dello specchio,

alle menzogne delle ginocchia impietrite

nelle misure ingorde delle coltri.

Sono soltanto io che scompongo me stesso,

per sbollire alle strofe,

in una trasgressione di arabeschi,

tra cuscini e risvolti,

i frantumi della mia schiena impazzita.

* * *

Un filo

Vorrei ascoltarti ripetere il pensiero,

respirando attonita le scorie della mente,

con l’inutile grido che scandisce, rauco,

ad accecare occasioni,

quasi tremante per le distorsioni di un tempo bruciato,

che cerca inutilmente nuovi artigli.

Chissà se durante il pregare non riesca

ad agguantare tutte le bugie che scioglievi,

distillando un alambicco di lacrime,

senza la vergogna delle medesime ombre

o le diverse ferite nella carne scomposta.

Ogni parola conosciuta

sembra franare tra le mani irriverenti,

e gli occhi svuotano le gabbie

implorando armonie.

È tempo che io raggiunga altri spiriti

per raccontare quelle meraviglie di presagi

che nessuno comprende,

quasi fantasia di un filo confuso,

solo perché un attimo sospendi la delusione.

L’amaro segreto avvolge di nuovo la tua fronte.

* * *

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:29 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: testi, inediti

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sabato, 16 febbraio 2008
Tra mito, memoria e ironia. Tre poesie di Fabio Troncarelli

La memoria sa trasformare perfino una partita di calcio perduta nel sole e nella nebbia di stagioni lontane in un mito, e in eroi, personali, scalcinati, domestici, invincibili, calciatori dai nomi improbabili. Tra cultura e disincanto, osservazione accurata della realtà e dimensione onirica, si collocano i racconti di vita racchiusi nelle liriche di Fabio Troncarelli, acute e tuttavia lievi, come l’ironia, come la poesia. L’invito al lettore è quello di sempre: percorrere con lui i sentieri della memoria, e lasciare, se vuole, una traccia, un commento. A presto rileggerci, Ivano

————————————————————————————————————————

POESIE DI FABIO TRONCARELLI

Il segreto delle cose (Per Alessandro Fo)

Se io sapessi il segreto delle cose
non avrei ritagliato le figure
che ritagliavi tu dal Corrierino.
Sì, è vero, allora c’era l’aquilino
profilo di Pascutti, il falco, e dure
falcate luterane di Haller, chiose
dotte dell’azzimato Bulgarelli.
Poi viene Renna a Roma. E Troncarelli,
che è ragazzino, se ne va allo stadio
col cuore in gola, appresso al suo papà.
Là c’è la Lazio sentita alla radio
e un eroe spento, stanco, macilento,
che è disceso dal nord, dall’opulento
Bologna che tremare il mondo fa.
Era triste allo stadio, caro amico
di penna, caro amico dei nemici
di allora, pure se una rete
di un eroe, stanco e spento, acqua di Lete
dava ai tifosi. Mio padre ai cilici
abituato, per Renna impudico,
era al settimo cielo. Io ero triste.
E pensavo: “Papà con me è contento
solo ogni tanto e poi solo un momento.”.
E mi sentivo morire… Un diamante
vero ed una collana di ametiste,
mia figlia, e un vero gatto, puro vetro
e puro pannolenci crede. E indietro
ecco, torno davvero…Questi amari
giorni di gioia sono tutto. Papà
aveva solo Renna per le mani
Una pena! Ma lui me lo dà,
come io do il vetro, i baci, il gatto
di pezza alla bambina. E la paura
della mia infanzia a un amico e non gli dico
che è una fregatura.
Che forse sono matto.
E ho la barba lunga appena alzato,
con l’odore di chi non si è lavato.

Winchester Cathedral

La natura ama nascondersi
Eraclito [123 Diels-Kranz ]

A Winchester avevo appena preso una birra amara
in un pub molto inglese, di provincia,
con il legno che ti avvolge più del fiato
caldo della gente che beve e parla e ride basso – del resto
era un giorno di sole, pallido, ma pur sempre sole,
e non c’era bisogno di molto calore. Sulla lastra
ci sono capitato per caso, strusciando i piedi
nel corridoio della cattedrale. C’ero andato a vederla per via dei Beatles
e poi perché pensavo che è così strano
che il Winchester che serviva ad uccidere
porta il nome di un posto tanto pacifico del Vecchio Mondo,
ricreato nel Nuovo Mondo per il ricordo, degno di miglior causa,
di questo sole del cavolo: e del resto lo Springfield,
che ha spezzato le vite dei ragazzi di Atlanta o di Richmond,
non viene da un posto chiamato Fonte di primavera?
Insomma, meditavo sui nomi senza senso, sulla vita
senza morte e sul sole che non è sole,
quando il piede è inciampato sulla lastra
e manco fossi Proust, che inciampando sul pavimento
scopre il tempo perduto, ho scoperto che quella tomba
era la tomba della giovane figlia del reverendo George Austen,
morta nel fiore degli anni o giù di lì.
Austen? Si avete capito bene: Jane Austen. E sono rimasto
folgorato. Dunque quel sole miserabile
aveva scaldato (sic!) anche lei e quelle voci basse,
il mormorio che affiora sulle labbra come la schiuma
della birra affiora nel bicchiere, le aveva sentite da lontano,
incantata, ironica, nel bel mezzo di quella
morte senza vita, di nomi senza nomi e
di sole senza sole, lei che con le risposte
taglienti fulminava i giovanotti spenti
e nessuno pensava più che era solo la figlia
di un reverendo molto reverendo, che sarebbe morta
con reverenza, con deferenza, sparita dalla scena
con un inchino, un pizzico di rimpianto e stop.
Eppure Jane – posso darti del tu? Lo so che non sta bene,
ma io sono meridionale, cara Jane, lo sai, io sono qui sotto questo
sole da quattro soldi
– te lo farei vedere io il sole vero!- in mezzo a nomi, birra e
vita (boh!) però, ecco, vedi io ancora mi ricordo di te dopo anni e
anni, ma mica come gli altri per cui sei solo
una ragazza giudiziosa e molto reverenda oppure un mostro sacro
da idolatrare senza capire,
no, no,
io ti penso adesso come una donna
incantevole. Ti basta?

Lucky strike

Negli occhi hai l’acqua di una piscina
non il turchese, non l’acquamarina.
E’ una piscina verde mela dove d’estate
e d’inverno non gela l’acqua e le signore
stanno ore e ore a chiacchierare
con le lingue abbronzate. Sei magra, magra, bionda
da testa a piedi, il fumo circonda
i capelli, fili di tabacco da una pipa
sfuggiti, col corpo da conchiglia
o da tellina, da patita
del nuoto, gambe affusolate e strette
come le sigarette.
Leggi i Tarocchi, i King della Cina,
King size come una marca fortunata,
e il colore di fosforo, di stella sbiadita
degli occhi calmi come un’aurora boreale
è tutto quello che oscilla negli occhi, finto-Tropico
rifatto in Florida. E solo l’acne delle tue guance
mi fa sperare che un’eruzione
rovini il Tempio dell’ibernazione,
la gelida Delfi con le colonne taglienti come lance
che hanno trafitto i sospiri
degli uomini i deliri.
Ho paura che ignori che il più ardito
centro per ibernare è costruito
proprio in Florida, sotto zero al tropico,
per chi si sveglierà fresco di frigo
il giorno del giudizio. E presumo
che amore si misuri come il fumo:
basta pesare sigarette spente
accenderle e sottrarre il rimanente
incenerito.
Quello che resta è il peso della nuvola
del fumo che è sparito.

postato da: ivanomugnaini alle ore 21:07 | link | commenti (3) | commenti (3)
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domenica, 10 febbraio 2008
LA PERFEZIONE DELL’IMPERFETTO

Dopo molta poesia, un racconto di Roberta Lepri, ricco, intenso, con un senso del ritmo e una coesione interna che in qualche modo lo accumunano alla migliore poesia. Il racconto è stato finalista al Premio Teramo ed ha ottenuto molti altri riconoscimenti. So che leggere un racconto richiede tempo, ma il mio personale consiglio è quello di assaporare la tessitura accuratissima della trama e dei dialoghi di questa storia ispirata ad un dipinto di Leonardo. Buona lettura, quindi, buona immersione nell’arte e nella letteratura. Attendo, se lo vorrete, i vostri commenti. A presto, Ivano

racconto di Roberta Lepri

LA PERFEZIONE DELL’ IMPERFETTO

La bottega si trovava sul lato più in ombra di piazza Santa Felicita, perché così l’aveva voluta Leonardo da Vinci.

Non era una scelta dovuta ad un capriccio, perché lui non era certo un uomo volubile e soggetto a sbalzi di umore, o a mutamenti dell’animo. In verità, si era fermato lì un intero pomeriggio della fine dell’inverno del 1503, per decidere cosa fare. Si era messo nel mezzo della piazza, aveva aperto un poco le braccia in croce, voltato le spalle al sole, poi di nuovo si era girato alla luce con gli occhi chiusi. Neanche uno sguardo ai suoi lavoranti, che si affaccendavano a tirare giù le ceste, e le posavano di lato alla strada, senza sapere dove sistemarle. Sul far della sera, che era già quasi notte, egli aveva scelto un angolo un po’ in disparte, con una piccola porta che portava in un ambiente, formato da un ingresso minuscolo, un corridoio stretto, ed infine una grande sala, illuminata da un finestrone che dava sulle colline di Firenze. Naturalmente, nessuno degli allievi avrebbe preso come bottega proprio quel magazzino polveroso, visto che il governo aveva promesso al maestro qualsiasi cosa, pur di vederlo al lavoro a Palazzo Vecchio.

I ragazzi avrebbero voluto un posto più in vista, con l’ingresso proprio sulla piazza, di modo che, appena fuori dall’uscio, chiunque, ad un solo colpo d’occhio, li avrebbe potuti riconoscere per quello che erano. Il maestro no, non voleva essere additato, e poi non ne aveva bisogno, con quella gran barba ed il lungo vestito, sembrava un mago o un gran letterato, si vedeva subito che era un’artista, ed anche se mancava dalla città ormai da più di venti anni, pareva che tutti se lo ricordassero.

Si era limitato ad indicare all’incaricato del governo la porta, aveva detto “Questa qui”, e poi aveva girato le spalle, e si era messo a trafficare intorno ai cavalli, per guardarne bene da vicino le teste, ed i muscoli posteriori.

Era stato Marco il primo ad entrare, seguito da Andrea, Giovanni Antonio, Bernardino ed Ambrogio. Francesco pareva timoroso, forse perché era con loro da poco tempo.

Quel diavolo di Salaì, invece, era rimasto fuori a guardarli, mangiando svogliatamente una mela: non era solo un allievo, lui, ed il privilegio si vedeva. Erano sfiniti, il viaggio da Milano a Firenze era durato venti giorni, avevano avuto freddo, ed anche fame, perché nelle campagne c’era poco da mangiare, anche se si avevano i soldi per pagare.

Si erano guardati intorno sconsolati: davvero un bel cambio, dagli alloggi messi a loro disposizione dagli Sforza a Milano! D’altra parte, erano stati loro a scegliere di venire, il maestro neanche voleva. “Non mi servite, a Firenze” aveva detto loro, la sera che aveva deciso di accettare l’incarico.

“La battaglia di Anghiari è affar mio, dalla preparazione dei cartoni al lavoro finale. Lì mi sareste solo d’intralcio”. Lui era fatto così, orientato alle cose pratiche, senza legami di affetto verso nessuno, a parte Salaì.

Leonardo sembrava deciso. Era stato Ambrogio, il più intelligente dei suoi allievi, anche se non il prediletto, a fargli cambiare idea. Si era alzato, ed era andato con due lunghi passi verso una tavola di piccola dimensione, coperta da un telo del colore della sabbia.

Aveva scoperto il dipinto “E questa?” aveva detto, con un sorriso in volto.

L’allievo conosceva bene il maestro, questo pensò Leonardo. Troppe cose da finire, o andate male, come il monumento equestre allo Sforza. Energie in abbondanza, che andavano perdute, proprio perchè erano troppe. Bastava osservare i fiumi, quando, in eccesso di corrente, generavano punti di assoluta immobilità.

Anche lui era stato allievo, un tempo, e prima di mettersi a dipingere da solo, aveva aiutato maestro Verrocchio con l’angelo di sinistra del Battesimo. Non che quello alla fine ne fosse stato troppo felice, però.

Leonardo sorrise tra sé. Intanto il tempo era fermo, perché era lui a farlo muovere, secondo il filo dei propri pensieri. Gli allievi a questo erano abituati, e così cercavano di seguire dai tratti del volto il punto di arrivo di ogni sua macchinazione. Dalla piega delle labbra di Leonardo, capirono che Ambrogio l’aveva avuta vinta.

Il maestro si alzò facendo leva sul ginocchio con la mano destra, e si avvicinò alla tavola incompleta.

La Madonna era venuta bene, proprio come lui la voleva. Non sembrava neanche che l’avessero dipinta i ragazzi. Certo, aveva fatto per loro i disegni di preparazione: lui era troppo indaffarato al castello per poter dipingere, ma era molto redditizio, e dunque non andava tralasciato. I ragazzi ci avevano impiegato quasi due anni, ma era venuto un ottimo lavoro, specie per l’atmosfera e le ombre, che erano la parte più difficile.

Il volto di lei era dolcissimo ed inclinato a destra, verso il bambino mancante. Era quello il punto decisivo, e a lui non riusciva neanche di immaginarselo, come doveva essere. Voleva qualcosa di diverso. Gli serviva una prova di bravura dagli allievi, e dovevano fare da soli. Bastava osservare.

Loro proponevano disegni, bambini rosei e paffuti, perfetti invero nell’anatomia del corpo, ma con il volto sciupato da certi sorrisi privi di purezza. Così pensava Leonardo.

“Gli manca l’anima” diceva, guardando le sanguigne. Loro annuivano per rispetto, le guance imporporate dalla mortificazione e dal disappunto, il fiato mozzato dal rimprovero del maestro. Leonardo allora si addolciva, e dava consigli “Uscite! Andate fuori, nei campi, a guardare le contadine quando allattano, e poi mettono i bimbetti nelle ceste, sotto le querce, al fresco! Provate un po’ a vedere che espressione hanno, quei lattanti che si sono appena levati la fame dallo stomaco!”

Gli allievi ridevano, un po’ rinfrancati, e si rimettevano a pestare i colori, a preparare i pennelli per il giorno dopo, ed intanto parlavano, di quando sarebbero andati a caccia di fantolini da disegnare.

Passarono i giorni, e ci fu un gran da fare per tutti. Il maestro aveva ultimato il disegno preparatorio, un groviglio fantastico di cavalli e cavalieri, e si vedeva che stava meditando qualcosa di speciale. Infatti, proprio lui che si vantava di essere uomo lontano dalle speculazioni delle Lettere, e che affidava il proprio talento all’osservazione diretta delle cose della natura, si era messo di punto in bianco a studiare il latino. Da prima Leonardo aveva comprato un piccolo trattato di grammatica, poi si era fatto accompagnare fino alla bottega da un maestro, che gli dava i primi rudimenti, mentre lui era intento a fare qualche altra cosa. Terminata la lezione, l’insegnante di latino se ne andava, non prima che Salaì gli avesse messo in mano due monete, ed il maestro seguitava a fare quello che stava facendo, quasi che quello appena uscito fosse stato un’anima del purgatorio.

I ragazzi si guardavano dal di sotto delle loro stesse mani, mentre pestavano le pietre blu di lapislazzuli, e si scambiavano sguardi eloquenti e molto preoccupati.

Poi Leonardo sparì per qualche tempo, lasciandoli nella bottega piena di polveri già pronte, di pennelli e di disegni.

“Se ne sarà andato lungo l’Arno, a misurar l’acqua che passa!” disse ridendo Bernardino il terzo giorno, sventolandosi per il gran caldo con il proprio grembiule da apprendista. Era cosa rara, sentirlo scherzare a quel modo.

“O forse deve trovare la distanza ideale tra la coda e la testa del ramarro barbuto” fece eco, con certa insolenza, Marco. “Io, però, qualcosa di buono l’ho fatto” aggiunse poi ” e tutta da solo…” e qui il tono divenne maligno e canzonatorio, mentre tirava fuori dal tascone del grembiule un grande foglio arrotolato. “E sarebbe?”, chiesero gli altri tutti insieme. “Sarebbe, che ho trovato Gesù bambino!” rispose ridendo, dispiegando il foglio su di un tavolo libero.

I ragazzi si accalcarono intorno al compagno, che era venuto a portare a tutti un po’ di salvezza, perché ora, finalmente, avrebbero potuto riprendere in mano i pennelli. Ognuno di loro cercava nel disegno la certezza della propria speranza.

La porta si aprì piano, ed entrò Leonardo. Non era stata una buona giornata. In verità, tutto era andato assai bene, fino al rientro a Firenze.

Era stato in riva d’Arno, a mettere giù certe sue invenzioni di carta, ed altre di legno, per vedere l’effetto della corrente sui diversi materiali. Ne aveva preso appunti e disegni sul suo quaderno, ed il tempo era trascorso più svelto dell’acqua del fiume.

Sapeva che non doveva passare davanti Santa Trinita, perché lì più facili erano le possibilità di spiacevoli incontri, ma a volte la mente era maligna nelle sue distrazioni, questo lo sapeva bene, e lo menava proprio là dove lui aveva sperato di non andare.

Alcuni gentiluomini lo avevano fermato con parole oneste e di saluto, e non poteva certo fare ricorso a qualche invenzione, e dire loro di non avere tempo da passare, visto che tutti sapevano come generosamente impiegava gran parte del giorno, anche con faccende piuttosto lontane dai lavori già cominciati. Tra questi poi vi era il cugino del Soderini, e a Leonardo venne in mente che, anche se i disegni per il salone del Gran Consiglio erano quasi pronti, il contratto ancora non era stato firmato. Anche questo, un altro buon motivo per fermare il passo.

Così si era intrattenuto qualche momento con quei signori, che avevano già aperto una conversazione su Dante, sull’immaginazione quando è distante dall’osservazione reale, ma è ugualmente viva, e davvero parevano dotati di una gran voglia di avere anche la sua opinione.

I pensieri appena formulati da Leonardo, circa la prudenza nello scegliere la strada per il ritorno, ebbero conferma con l’arrivo di un giovane, né alto né basso, con il naso piegato e la folta barba nera. Nel riconoscerlo avrebbe dovuto ricordare che non gli era simpatico, perché mai tra loro c’erano state parole civili, e perciò trattenersi dall’usargli alcuna cortesia.

“Chiedetelo a messer Buonarroti” aveva invece detto, ed intanto nella sua testa si domandava quale potesse essere, nel cervello umano, la velocità per la realizzazione di un pensiero che volesse farsi parola, o che, al contrario, decidesse di non farsi tale. “Lui è poeta, oltre che pittore, e certo ne sa più di me”.

Chissà poi perché se l’era presa tanto, che a lui non pareva di avergli fatta alcuna villania, ed invece quello aveva cominciato a dire a tutti che Leonardo era un pezzo di incapace, ricordando che neanche era buono nella semplice fusione di un cavallo. Parole che avevano portato l’inverno, all’istante.

Il gruppo di gentiluomini si era disperso, come un tizzone che smettesse di bruciare all’improvviso, e non ne rimanesse altro che cenere. Lui e l’altro artista si erano allontanati in opposte direzioni.Perché? Si domandava Leonardo, questa improvvisa reazione di disprezzo, davanti a persone di tale importanza? Ser Michelangelo aveva o no, cercato di controllarsi? Quali umori avevano agitato quell’uomo, e da dove avevano avuto origine, le maree sommerse del flusso del sangue, che si erano travasate di scatto negli organi nobili, per seguire la passione dell’impulso? E la domanda più volte gli ritornava nel pensiero, senza trovare risposta certa, ma lasciando intanto una sensazione di grande dispiacere.

Dunque, egli entrò nella bottega, e si offese per quella grande allegrezza.

Perfino Salaì, sempre indifferente alle cose degli altri ragazzi, pareva incline al buon umore: gli sorrise, ma senza averne risposta. Qualcuno più giovane si era perfino avvicinato a lui che stava entrando, come un padrone che accolga un ospite, e cercava di invitarlo con grandi cenni di chiamata, con le mani e le braccia insieme, verso il tavolo, dove tutti gli altri ragazzi si stringevano intorno ad un foglio.

“Venite! Venite maestro! Marco davvero c’è andato, dalle contadine e dai fantolini, in campagna, ed ha trovato il Gesù bambino che manca!”

Leonardo si mise seduto un po’ in disparte, senza dare segno di volersi accostare. Sapeva, perché conosceva bene l’animo umano, che se si fosse avvicinato con quella disposizione, qualsiasi fosse stata la bellezza dell’opera, non ne avrebbe goduto a pieno.

Invero capitava raramente che si lasciasse abbattere dai giudizi altrui, ma quel giovane sgarbato, Michelangelo, aveva un gran talento, e la virtù della disperata tenacia, della quale Leonardo da se stesso si giudicava mancante. Perciò era rimasto così abbattuto.

Com’è che aveva detto? “Facesti un disegno di un cavallo per gittare in bronzo e non lo potesti gittare, e per la vergogna lo lasciasti stare”. Che poi era la verità.

Lasciò da parte le questioni ancora sospese, e cominciò a dare disposizioni per i giorni a venire. “Dobbiamo fare delle prove” disse “perché nel libro del romano Plinio ho trovato la formula che ci serve per lavorare senza l’affanno della pittura che si asciuga troppo in fretta.”

Tutti tenevano le parole sospese, e capivano ora lo studio del latino, e tanti ingredienti nuovi, che si stavano ammassando nello stretto corridoio.

Così continuò: “Ci servirà uno stucco speciale, che dovrete preparare con gesso, pece greca, olio di lino, biacca e bianchetto di soda. Tutto in percentuali precise. Faremo una prova su una tavola di legno, e vedremo da noi, se gli antichi avevano ragione.”

I giovani erano stati attenti alla spiegazione, ma il disegno era ancora aperto sul tavolo, che aspettava. Il maestro voltò le spalle, e la tensione continuò a salire, perché a nessuno sembrò che lui volesse dare una risposta riguardo al bambino, e proprio non veniva ad alcuno di loro il coraggio per poterla richiedere. In mezzo a quelli, tutti immobili, Bernardino aveva ricominciato a pestare i colori, e lavorava con la sinistra, facendo finta, come suo uso, di non aver sentito discorsi estranei a quel mestiere che stava facendo.

Poi Marco si schiarì la voce, ma per l’emozione ne venne fuori quasi un rantolo, prese di scatto il disegno e lo parò innanzi a Leonardo, proprio ad altezza d’occhi, senza che quello potesse tirarsi indietro dal guardare.

Due offese nello stesso giorno, per giunta ricevute da persone molto più giovani, fecero come ripiegare il maestro, e ciò lo costrinse ad essere, per prima cosa, osservatore di se stesso.

Poteva così giudicare la propria ira presente, sentire il vento caldo della delusione e della mortificazione. In cambio della propria costante distrazione, aveva avuto indietro un rimprovero ed un atto di prepotenza, quindi preferì tacere. Si sentiva vecchio ed escluso, ma – per Giove – era lui il maestro, perciò tenne la bottega in silenzio per più di un’ora, durante la quale tacque, ed osservò il foglio. Proprio come quell’insolente gli aveva ordinato.

Mentre rimirava le dita del bambino disegnato, tese nella scoperta di una foglia che la madre gli stava porgendo, Leonardo seguiva con l’orecchio il rumore di una cannella dell’acqua che non era stata stretta bene, ma anche lo scricchiolio delle pietre che si andavano frantumando nel mortaio, ed in secondo piano, sfumate, ma non per questo meno vivide, vedeva le espressioni, dubbiose o trepide, dei ragazzi in attesa.

Faceva caldo, ma non quanto fuori. Firenze sapeva soffocare, con il suo abbraccio estivo, per questo lui aveva scelto proprio quella misera stanza, che aveva mura spesse e la frescura fornita dall’esposizione verso il nord.

Una mosca si posò sul disegno, e lui prese ad osservarne il corpo, le zampe sottili e la bocca a guisa di proboscide. Doveva averne fatto uno schizzo molto particolareggiato, in gioventù. Cercò di ricordare il colore del taccuino in cui si trovava il disegno.

Marco era senz’altro il più nervoso, tra gli allievi in attesa. Una guancia gli pulsava come se nascondesse al di sotto un piccolo insetto, pronto ad uscire dal bozzolo. Leonardo notò anche quello, e pensò che il giovane doveva aver speso, per se stesso e per il proprio lavoro, parole ben pesanti con gli altri apprendisti, per ritrovarsi adesso in così grande confusione e tremore.

Dopo che fu trascorso il tempo necessario, il maestro sorridendo parve destarsi dal sonno. Guardò dritto negli occhi l’autore del disegno e disse con voce dolce e ferma ” Questo tuo bimbetto è, invero, bellissimo e molto in salute, ma il bono pittore ha da dipingere due cose principali, cioè l’uomo ed il concetto della mente sua. Quale potrà mai essere, dunque, messere, la perfetta mente del più perfetto tra i bambini, e quali movimenti, quale sorriso, quale disposizione dell’occhio, dovremo noi figurare, perché tale concetto venga subito chiaro a quelli che lo vedranno raffigurato? Rispondimi, dunque: ti pare di averlo bene dipinto?”

Leonardo sapeva che queste erano domande senza risposta. Lui stesso avrebbe voluto averne una, perchè in ciò stava la ricerca e la tensione del vivere suo. Ma l’ardore giovanile meritava pure una piccola crudeltà.

Ormai quella minima guerra era cominciata e, pur sapendo che nei termini quella era una contesa impari, Marco si provò a cercare ancora qualche parola, per non restare nella vergogna totale del silenzio.

“Ditemi Voi messer Leonardo, allora, in che cosa dovrò migliorare questo disegno, che a me pareva davvero un buon lavoro…”

Il maestro, che aveva voltato le spalle come chi crede terminato un duello, rispose senza cambiare la propria posizione, e parve a tutti di sentirlo, nel tono, sorridente. Anche se a nessuno fu dato di vederlo.

“Il grande amore nasce dalla gran cognizione della cosa che si ama, e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai amare” disse.

Il ragazzo non trovò parole, o forse capì che era meglio non cercarle, e, dopo aver arrotolato ancora il disegno, se lo rimise sotto il grembiule e riprese l’opera sua, che era quella di ammorbidire con l’olio di lino i pennelli che erano in bottega.

Gli altri si guardarono con occhiate dubbiose, come chi non ha capito bene la risposta, o non riesce a seguirne il nesso con la domanda, o tutte e due le cose.

In tre giorni fu preparato l’impasto richiesto da Leonardo per la preparazione del muro, e lo si provò su di una tavola di legno. Veramente era possibile lavorare sul fresco per un tempo più che doppio, rispetto al solito; anzi, casomai si era invertita la questione, perché, terminato il dipinto, che era uno scorcio di montagne visto in prospettiva tra due alberi, non ci fu modo di farlo asciugare. La tavola restò molle e bagnata, anche dopo due giorni.

Allora Bernardino, che era timidissimo e raramente parlava se non richiesto, virtù di cui il maestro sovente lo lodava, propose di accendere il fuoco del camino, e di mettere il dipinto lì davanti. Ci teneva, che Leonardo rimanesse contento. Nonostante il caldo fosse terribile, tutti approvarono l’idea.

A notte fonda Leonardo venne per controllare l’esito della prova, e trovò i ragazzi che dormivano sulle sedie, con le teste appoggiate sul tavolo, e ne ebbe un moto di tenerezza, perché riconobbe se stesso ed i compagni di un tempo, nella bottega del Verrocchio.

Andò alla tavola e la sfiorò con il dito, poi si volse al camino, che ancora emanava calore, e dentro di sé ammirò l’iniziativa. Si chiese quanti camini ci fossero nella stanza del Consiglio, per poter asciugare un’intera battaglia, ma subito la sua mente venne presa da altri pensieri, perché aveva da dividere le giornate proprio con il giovane Buonarroti, a cui era stato affidato di affrescare la parete davanti alla sua.

Davvero i potenti giocano con gli artisti come pupazzi, e nell’aizzarli trovano più diletto che nell’opera loro, pensò Leonardo, prima di chiudere la porta.

La mattina del 26 luglio 1503, messer Da Vinci si svegliò che era ancora notte, con un grande senso di oppressione al petto. Aveva ancora fatto il sogno del nibbio, e gli pareva davvero di averlo visto affacciarsi su di lui che dormiva, e mettergli le piume della coda nella bocca, quasi a volerlo soffocare. Erano anni che accadeva, ed ancora non aveva imparato a riconoscere il vero dal falso, ad accendere un comando ai pensieri, per discernere quel sogno ricorrente, e riuscire a svegliarsi, come avrebbe voluto, prima di venire sopraffatto dall’affanno. Così si drizzò nel letto, soffocando un grido, madido di sudore e con il cuore in subbuglio.

Quando riprese l’ordine della mente sua, ed ebbe messo in fila le cose della giornata che stava per venire, si alzò e prese a lavarsi. Stranamente non vi era silenzio, in strada, e neanche buio totale.

Aprì la finestra ed ascoltò. Si udivano un poco lontano strane lamentazioni, come di preghiera al cielo, e luci vaghe rischiaravano alcuni vicoli, proprio in direzione di piazza Santa Felicita.

Venne preso da una strana smania, come un presentimento. Un incendio, forse.

I ragazzi non c’erano, perché da quel giorno aveva dato loro due settimane di vacanza, ed erano tornati dalle famiglie. La bottega perciò era incustodita, e piena dei disegni preparatori della Battaglia di Anghiari. Per non parlare delle tavole di legno pregiato, dei materiali per lo stucco di Palazzo Vecchio, e di alcuni dipinti incompleti, per cui aveva già ricevuto un anticipo da certi signori di Milano. Erano quasi tutti i suoi averi.

Si mise l’abito più modesto, che aveva un largo cappuccio per riparare la testa, a guisa dei frati, prese la chiave piccola del retro della bottega, e si incamminò di buona lena.

Di solito impiegava pochi minuti, ma stavolta fece un giro largo, e si fermò sovente in ascolto delle chiacchiere della gente, che, nonostante fosse davvero presto, si trovava in strada, quasi si trattasse dell’ora di far mercato. Capì che era successo un fatto grave, quella notte o sul far della sera, e vide che le guardie si stavano affannando a cercare in giro, bussavano alle porte e facevano domande.

Qualcosa nell’atteggiamento delle persone gli consigliò di essere prudente, perché certe occhiate date di traverso, e subito distolte, dirette al suo esser solo e forestiero, le aveva già vedute anche a Milano, dove più volte lo avevano chiamato mago e stregone, da principio. Poi lo avevano aspettato con le pietre, fuori dall’ospedale ove andava a disegnare i corpi.

Per quanto fosse famoso e riverito dai governanti, sapeva che neanche loro lo avrebbero potuto salvare dalla folla, resa pazza e feroce dal sospetto della presenza del demonio. Perciò si finse mendico, e tenne sempre il cappuccio ben calato sugli occhi, fino a che giunse alla piccola porta sul retro della bottega, che non aveva mai aperto, e che dava su un vicoletto lercio e quasi impraticabile per i violenti afrori degli scarti della natura umana.

Cercò di non pensare all’eventualità che, forse, non sarebbe riuscito ad aprire la serratura. O magari avrebbe attirato l’attenzione di qualche passante.

Invece entrò velocemente. Richiuse, ed avanzò a tentoni. Cercò di dominarsi, e di riprendere, contando, il ritmo dei respiri.

Era tutto buio, e l’aria sapeva di pittura e muffa. Poteva sentire il proprio cuore sbattere contro la gabbia toracica. Sapeva esattamente quale ne era il movimento, aveva potuto ammirarlo in alcuni animali non ancora morti, anche se non del tutto, propriamente, vivi.

Trovò un appiglio. Gli parve di aver raggiunto un’ isola in mezzo ai flutti.

Si sedette al tavolo più vicino, quello su cui i ragazzi pestavano i colori e desinavano, si calmò ed attese così che la luce dell’alba gli permettesse di controllare che tutto fosse a posto.

Le cose apparvero insieme, anche se confuse dal chiarore, che non era ancora luminoso a sufficienza. Più vicino gli oggetti rimasti sul tavolo, i bicchieri e la caraffa dell’acqua. Per terra, a media distanza, i sacchi del gesso e le tavole di legno. Qualcosa stava sfuggendo, nella mente sua, al riguardo della ricostruzione che si era fatto, servendosi del ricordo. C’era un dettaglio sbagliato.

Poi lo vide.

Quasi attaccata alla porta principale, un’ombra oscura, dell’altezza di un uomo, ma di maggiore larghezza. Certamente qualcosa di nuovo, lì dentro.

Prima venne il timore, com’era naturale, di fronte all’ignoto; ma subitamente vinse la curiosità, madre di tutte le scienze, e Leonardo si avvicinò alla strana figura, che andava palesandosi con l’arrivo del sole dentro la stanza. Adesso mancavano soltanto pochi passi.

Sul cavalletto, il quadro.

Lo sguardo del maestro si fermò sull’immagine da lui ideata, volto di madre e di donna. Gli occhi abbassati promettevano un amore sovrumano, tale che nessun bambino era stato trovato, corrispondente a siffatto sentimento, ed altrettanto desideroso. Fino a quel momento.

Fino all’istante in cui egli posò l’occhio, proprio su colui che aveva cercato senza trovare.

Egli era lì, e con occhio vago non guardava la madre sua, ma Leonardo stesso. Ed insieme l’umanità intera.

Il maestro rimase fermo come la pietra di certi marmi, ma desideroso di poter uscire dal corpo, per poter effigiare l’espressione sua, mentre contemplava il vero.

Dalla finestra in alto la luce scendeva insieme al pulviscolo, come un insieme di minuscoli semi, portati a gettare germoglio dal vento.

Non si avvicinò, ma rimase fermo a guardare, a cercare di capire cos’era, a rendere quel bambino tanto simile all’idea che lui se n’era fatta, prima ancora di vederlo.

Per quale mistero, quel lattante corrispondeva allo sguardo della madre, o alle sue attese? In quello sguardo di donna, c’era forse la rassegnazione ad un destino di grandezza, oppure era solo la visione dell’amore, a renderlo tanto struggente?

Provò ad avvicinarsi. Cambiò angolazione per osservare meglio.

Il bambino.

L’espressione, quell’espressione.

La testa.

Si sentì emozionato, come di fronte ad un meraviglioso ritrovamento, ed insieme spaventato, come in un sogno orribilmente stregato.

Non era quello un normale fanciullo, l’occhio era vacuo e l’espressione assente. La forma del capo, così grande ed allungata, faceva presagire uno sviluppo difficile, mancanza di parola e ragionamento tardo.

Stretto in una mano del bimbo, nascosto e poco visibile, un uccellino. Certo, a simbolo di qualcosa.

Non si affrettò a nessuna conclusione, che non era quella, l’ora. Il momento, adesso, era giusto solo per le domande.

Chi aveva terminato nella notte quel quadro, e come aveva fatto? E, soprattutto, perché? Era davvero giusto che quello, e non un altro, fosse il fanciullo? Da dove, l’artista aveva preso il modello?

Allora Leonardo potè immaginare il pensiero suo a guisa di una macchina magnifica, un telaio, che riusciva contemporaneamente a mettere insieme diversi e molti colori, e a trarne in modo subitaneo un disegno di perfetta comprensione.

Una parte di sé tornò indietro nel tempo di qualche settimana, quando era passato dalla casa dei Benci. Riuscì a trovare tra i ricordi l’immagine di una donna che allattava con infinito amore un bambino diverso dagli altri, e perciò più meritevole e bisognoso. Il bambino era bellissimo e imperfetto, ma perfetto per la balia sua, in massima misura.

Insieme rammentò le parole, dette agli allievi, circa la necessità di conoscere l’oggetto della propria indagine; il che era impossibile, in quel caso, perché il bambino del suo ricordo si trovava lontano dalla vista di alcuno, tenuto celato per la sua imperfezione: per lui stesso non era stata che una visione di pochi attimi, in quella casa di nobili. Lì vicino.

“Lì vicino” fu l’ultimo colpo secco del telaio.

Mancava ancora qualcosa, oppure era di troppo. Un dettaglio gli era sfuggito, pur restando, presente e fermo, davanti ai suoi occhi. Leonardo girò lo sguardo nella stanza, mentre le voci fuori si facevano più distinte. I sacchi del gesso non erano tutti della stessa mole, ce n’era uno piccolo.

Ce n’era uno in più.

Non aveva bisogno di conferme, perciò rimase a guardare il dipinto. Cercò una visione di insieme, e vanamente provò a soffermarsi sullo sfondo, l’aere limpido che si vedeva dalle finestre dietro alla Vergine, così simile al colore del manto di lei. Le mani della Madonna erano quelle di una bambina, ma sorreggevano ed offrivano quel figlio tanto fragile, dal destino già segnato. Il più innocente tra tutti i fanciulli, al punto da poter evitare la comprensione di qualsiasi cosa, lui che in sé racchiudeva la totalità del creato.

Quale, tra i suoi allievi, aveva una siffatta profondità di pensiero, ed era capace di tali arditi collegamenti, tra l’ideale ed il reale, l’espressione ed il sentimento?

Si provò a ragionare.

Marco era un valente pittore, il migliore per tecnica, ma senza passione. Era stato il più tenace, nel cercare di trovare un modello giusto, ma proprio per la freddezza dell’animo suo, Leonardo sapeva in partenza che mai avrebbe raggiunto lo scopo. Fuggiva qualsiasi pericolo, del corpo e dell’animo, e non si sarebbe certo fatto coinvolgere in siffatta maniera.

Salaì amava la bella vita, le feste di corte ed i regali, e non avrebbe messo a rischio se stesso per un dipinto. Mai e poi mai avrebbe compromesso il maestro, che lo aveva amorevolmente cresciuto.

No, non Ambrogio, quello era quasi uomo di chiesa, e non si sarebbe servito di tale modello, che l’avrebbe ritenuta cosa sconveniente, e, inoltre, mai sarebbe riuscito a scorgere la perfezione dell’imperfetto.

Forse Francesco, ma lui era arrivato solo da pochi giorni, e certo non aveva neanche capito a pieno le discussioni che c’erano state intorno al ritratto, né aveva fatto a tempo ad appassionarsi al caso.

Gli altri, i più tranquilli ed arrendevoli, quelli che mai protestavano per un lavoro dato in più.

Chi?

Fu la luce sul colore, ad aiutarlo. Anche se quel che vide lo lasciò incredulo.

Aveva bisogno di una conferma. Infilò la mano nella piccola borsa di cuoio, che teneva sotto alla tunica, attaccata alla cintura. Avvertì le forme dei carboncini, e finalmente la rotondità del vetro.

Lo strinse nel pugno a guisa di moneta preziosa, ma tirandolo fuori come una piccola bestia, con delicatezza. Quando il maestro vetraio a Murano glielo aveva dato, per sua propria richiesta, lo aveva stimato dono utilissimo, anche se quello si era un po’ offeso, forse, che il messere preferisse il fondo di scarto del vaso, al vaso stesso. Ma ella era una utilissima forma di vetro tonda, compatta e solida, che appoggiata ad una superficie sapeva ingrandirla, e rivelarne i dettagli più fini.

Perciò la avvicinò al dipinto, facendo attenzione, che la pittura aveva ad essere fresca.

Il maggiore interesse lo ebbe subito per i capelli, che meglio catturavano la luce, proprio grazie al verso loro, quello del ricciolo, eseguito con valente maestria dall’unica mano sinistra della bottega, oltre la sua.

Sentì bussare. Per la seconda volta si accostò alla porta del retro, ed aveva già capito che doveva trattarsi di Salaì, che era più furbo del demonio, e perciò aveva avuto le sue stesse preoccupazioni.

“Messer Leonardo” sussurrò alla porta, ed egli prontamente lo fece entrare. Avanzò con due passi grandi, come faceva alle feste per farsi notare, soprattutto dai gentiluomini, che erano il suo pane preferito.

“Hanno rapito il figlio di Amerigo Benci, l’ultimo nato. La balia lo aveva appena allattato, ier sera, e messo nella culla. Qualcuno deve essersi arrampicato alla finestra, e l’ha portato via. Era quel bimbo…quello… voi sapete, no?”

Leonardo annuì. Si mosse verso il quadro e lo indicò, senza fare parola. Anche se Salaì non era in grado di arrivare all’essenza del dipinto, avrebbe colto la somiglianza, o almeno lo strano dettaglio.

Ed infatti si rivelò nelle parole davvero figlio di un diavolo, e senza mostrare di perdere la calma chiese “Lui, dov’è?”

Il maestro gli indicò il sacco più piccolo, ed il giovane non evitò di trattenere una mossa come di brivido.

“Voi sapete chi è stato…” cominciò a chiedere, e di nuovo Leonardo annuì soltanto.

“Devo andare a prenderlo?”

“Sì, credo sia già riuscito ad arrivare dai suoi, prima di Siena. Sa cavalcare bene.”

“Cosa devo…”

“Farai in modo che non possa più dipingere con la sinistra, il nostro Bernardino… E che nemmeno possa imparare a farlo con la destra. Com’è in uso tra i Mori. Che, certo, l’omicidio è cosa ben più grave che il furto, anche se sempre si è rubato qualche cosa, cioè il bene più prezioso…”

“Perché non devo?…” e qui Salaì fece il verso per aria di tagliare una gola.

Leonardo constatò con piacere che aveva visto e scelto giusto, a crescere e saziare il diavolo, perché un giorno sarebbe servito a proteggere le decisioni di uno peggiore di lui, cioè il suo padrone, quello che con belle parole aveva saputo accendere l’animo e le passioni, e che aveva portato il male, dove prima c’era il bene.

Dunque gli rispose “Perché chi vuol scegliere il peccato più grave, solo per la propria brama di perfezione, e porta dolore per rappresentare amore, è bene che dolorosamente viva , per ricordarsi quello stesso che ha scelto di figurare”.

Salaì andò senza chiedere altro, pronto a svolgere le mansioni per cui era stato cresciuto.

Si era fatto caldo, le voci fuori erano come smorzate, o forse erano tornate alla normalità, per quell’ora del giorno. Leonardo rimase dentro la bottega, nella penombra fresca, e non gli riusciva di staccare gli occhi dal quadro, che era ancora nella sua posizione originaria, sul cavalletto, vicino alla porta principale.

C’era da far sparire il sacco, trovandogli una sistemazione acconcia. Non poteva certo uscire portandolo con sé, anche se era leggero. La sola idea gli toglieva la forza dalle gambe. Avrebbe potuto chiamare qualcuno, forse uno dei garzoni dei negozi vicini. Ma dove l’avrebbe fatto portare? E come sarebbe riuscito, a celarne il contenuto?

Si guardò intorno.

Quanta parte aveva avuto il suo pensiero, nello svolgimento dei fatti? Era stato lui, ad insistere sulla necessità di ritrarre un atteggiamento che indicasse la perfetta purezza del bambino mancante: Bernardino aveva scelto di dargli ascolto. Chissà quel giovane cosa aveva covato, in cuor suo, nel silenzio, negli sguardi dati tutt’intorno, quando pareva seguire e non seguire il filo dei ragionamenti degli altri: forse rabbia, o piuttosto la certezza di aver capito, lui solo tra tutti i ragazzi, e di avere la possibilità di mettersi in luce con il proprio ingegno, anche senza tante parole.

In fondo, l’allievo non aveva fatto che dare forma all’idea più ambiziosa che la mente del maestro avesse mai concepito. Ancora più grande dell’aria impalpabile e dei venti, che liberamente circolavano nei suoi dipinti, e delle ombre, e degli sfumati, che rendevano misteriosi e bellissimi i sorrisi delle madonne: era il concetto della perfetta rappresentazione della purezza.

Bernardino aveva quindi dovuto trovare un modello reale, e studiarlo con amore, proprio come Leonardo aveva più volte raccomandato. Che colpa ne aveva, se quel bambino era una specie di fantasma? Forse aveva sentito il maestro, che diceva a Salaì di averlo veduto, e magari nella mente sua aveva iniziato a raffigurarselo prezioso, così in disparte e diverso dagli altri. Un Gesù bambino ideale.

Magari era andato a spiarlo dalla finestra, e, vago di ritrarlo, senza pensare ad altro che all’opera sua, se l’era portato via. Così potevano essere andate le cose, pensava il maestro.

Il come e quando, non voleva proprio saperlo. Forse gli era scivolato, o magari lo voleva zitto e fermo, per dipingerlo, e lo aveva soffocato. Questo voleva significare il cardellino del quadro, costretto nel pugno di Gesù.

Grande si fece l’angoscia. Lui e Bernardino, i mancini. Solo uno di noi due, poteva essere stato. O, forse, tutti e due, pensò Leonardo.

Si concentrò sul sacco, e girò gli occhi intorno. Non c’era una cassapanca, niente di adatto a celare. Solo muri alti di mattoni. Si avvicinò e provò a saggiarne la resistenza: la vecchiaia aveva reso teneri anche quelli. Ne tolse quattro, ed un intero giorno attese il ritorno di Salaì, per fargli finire l’opera.

Lo aiutò a scavare, perché dietro il muro c’era la terra di un giardino, confinante e sopra elevato.

Misero il sacco e poi la calce. Di nuovo, sopra, i mattoni.

Finirono che era già notte, ed ancora Leonardo non aveva chiesto niente, ma, dai modi di Salaì, aveva capito che ogni cosa era stata fatta, come lui aveva comandato: che non doveva essere stata cosa semplice, neanche per il demonio, giustiziare un amico.

La notte era piena di stelle, e molto silenzio regnava d’intorno. Uscirono, e cercarono di trovare bella Firenze.

Venezia, 5 gennaio 2004

La Galleria dell’Accademia, con moltissimi visitatori, accoglie il quadro della Madonna Litta, in prestito, per soli quindici giorni, dal museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

Molte spiegazioni, su grandi cartelli posti nella sala, e diverse ipotesi, circa l’esecuzione del dipinto. Non tutti gli storici dell’arte, infatti, l’attribuiscono a Leonardo Da Vinci.

Si avvicina una donna, che ha per mano il suo bambino di sette anni. Indugia a lungo davanti al quadro, poi si sposta e legge le spiegazioni. Torna a guardarlo, fa per uscire, ma poi ci ripensa, e di nuovo si mette in fila, per vederlo ancora.

Il bambino è spazientito, le tira la mano.

Con calma lei cerca di convincerlo a restare, gli indica l’uccellino nel dipinto, sperando possa interessarlo. Poi all’orecchio gli sussurra un segreto “Guarda bene il bambino, è …”

Il figlio getta appena l’occhio, ed aggiunge con noncuranza “E’ perfetto”.

Poi le lascia la mano, e cambia sala.
postato da: ivanomugnaini alle ore 14:52 | link | commenti (4) | commenti (4)
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mercoledì, 06 febbraio 2008
“L’ordine bisbetico del caos” – testi di Gabriele Pepe
Il titolo del libro da cui sono tratti i testi qui proposti, recentemente pubblicato da Lietocolle, dice molto del tono e dell’approccio di Gabriele Pepe. C’è una ricerca di suoni, assonanze, consonanze, armonie e deliberati stridori. Quasi a voler rappresentare, appunto, un ordine possibile, sia pure bisbetico, sia pure nel dominio impietoso ma creativo del caos. Forse un’utopia, ma ogni poesia, in fondo, è una richiesta profonda di utopia. Ancora liriche ricche e complesse, dunque, che vi invito, se lo vorrete, a leggere e commentare, aggiungendo nuovi spunti e considerazioni, anche, volendo, ordinatamente caotiche, o caoticamente ordinate. A rileggerci, Ivano
Poesie da “L’ordine bisbetico del caos”, Lietocolle ed.

Controluce

Che luce mia

s’intarsi per l’inverso

al bosco umbratile

allo stormire oscuro

di rami e foglie

sull’argine dell’alba

e l’ombra mia

si stagli per intero

sull’assolato

convegno delle forme

sul lato acceso

che eredita la notte

**************************

Le colonne immerse

(Che resti l’Ercole impotente:

le cui colonne immerse

col sangue ho rinnegato)

Sale la bruma e spacca l’ossa

alle brughiere: ventose sentinelle

di rango disumano

digestione di eriche e ginepri

mirtilli e sterpi

residui cronici di un pasto vegetale

concrezioni d’un cielo capovolto

eccedenze di muschi e di radici

sul fondo calice del vuoto

e corrono i cavalli e la canizza sbrana

e i corvi gracchiano dai tempi del disgelo

e il cacciatore arranca

senza fiato rincorre la sua vita

preda cangiante che del cosmo

si crede l’epicentro

***************************

Il tratto è dato

Non muoio a sangue pisto ed ossa rotte

ma a cauti vezzi e vizi di rimpallo

che gaia incuria e vaga strategia

di lampi prodigiosi disadorno

luce inferno nell’occhio mi strabordo

fomento e supponenza di eresia

dei miei santi non valgo il piedistallo

ma drago di mulino e donchisciotte

sui campi di battaglia faccio il morto

ramengo oziando in quieta frenesia

lesto sonnecchio e bradipo sfarfallo

tra simboli fuggenti e lune estorte

tra ombre e luci al chiuso riprodotte

burba tempesta in bolla di cristallo

di vento e di bufera scheggio via

che scorpione mi scodo e capricorno

mi strappo delle corna e a muso inerme

tra le corazze e gli armamenti vago

carcassa appesa al morso della fiera

eunuco consumato a fiamma casta

dal dogma mi distacco per scissione

e sguardo al cielo e membra tra le ortiche

a fior di pelle sbocciano vesciche

all’occhio s’addolora la visione

pupilla allucinata che sovrasta

sovranità dell’iride frontiera:

prisma dell’essere coscienza-imago

che tutto scinde e carne mi prosterne

*************************************

Sperperato incanto

Non vivo a saldo cuore combattente

ma vigliacco bivacco nell’addome

uccel di grasso a casalinga piuma

per le gabbie svolazzo saturnino

chiocciando cove e uova di parole

albume e tuorlo a lingua maldicente

oscenità del fradicio pulcino

che troppo infuria antropica natura

e sperperando giorni e sogni impavidi

sottraggo umanità dalla mia testa

fino a che impulso di nervo ancestrale

lisca lucente di corpo selvatico

midollo arcaico santissima bestia

carnoso esubero di ninfe e satiri

come d’incanto alla corte del panico

sacra siringa mi sento suonare

**********************************

Katrina

Salsedine alghe vive moti ardenti

maglio di luce sull’incudine del mare

se cumuli forgiati in ruvide torsioni

annuvolata meraviglia

esasperato crisma

se l’occhio il grande fiume avventa

se a làtere quell’ombra

se a margine lo sguardo

se bocca della quiete cardine s’ingegna

a torvo sortilegio

che vortica maligno e sogni sradica

dai fasti della carne

pupilla incarognisce di palude

e coda tra le zanne

crettato alligatore

espugna la barriera

e nell’impluvio mastica la vita

sul filo amniotico dell’arroganza

che il fine rende vana la carcassa

ed argine sicuro è ossame di sbilancio

carcame puntiglioso che minaccia l’urna

al tempo dell’incanto.

Al netto delle cronache mondane

tra fuoco e fango

tra plasma e plasma

tra sponda e sponda

tra l’onda impura

e l’acqua marcia

a grumi provvisori

passando per la cruna

al mondo delta creolo

un po’ del nostro sangue

un po’ del nostro lutto

appena in tempo…

che carnevale affiora.

Ancora

******************************

Embedded

Coperto corre all’aria disboscata

ansia metallo errante

dal suo rombo strombazza e sbava

e non si cura dell’impatto in atto

si sposta in retroguardia

o segue un filo di binario

treno che al funerale non singhiozza

e al fondo recita la parte del carbone

nell’austera fornace della morte

(Cerbero suo malgrado ringhia e morde:

dal guinzaglio s’allunga nell’umano

per devozione sbrana le sue greggi

pastore bestia d’ordine marziale)

pur di coda resiste turbolenza

ma poi bilancia il vento

il piano ben studiato

il condor dall’artiglio calibrato

o volpe cittadina con pelliccia

cucita su misura

(mamma mimetica

a denti democratici

candidamente ride.

Nel ferro e su sgabello

l’incappucciato elettrico

per mille Volte

assaggia la sua corte)

il grigio allunga il passo

nell’ombra del suo codice

i morti riavvampano nel plasma

o in liquidi cristalli

e se l’incendio esige le sue fiamme

allora basta un pollice

per spegnersi lontani

(un cumulo di corpi

sul pavimento crudo

annuncia un lampo chiuso

che infigge esibizione:

avranno un pio crociato

un colpo di spallucce

e tutto sfugge al popolo sovrano!)

ma dalla cattedrale

chi urla al paradiso

se non Quasimodo?

****************************************************
postato da: ivanomugnaini alle ore 17:49 | link | commenti (5) | commenti (5)

—————————————-

Tre poesie di Viola Amarelli

Una poesia non facile e non consolatoria, quella di Viola Amarelli, sospesa, nel caso delle tre poesie qui pubblicate, tra echi e reminiscenze mitologiche ed oniriche che illuminano di riflesso moderni e più aspri panorami. Anche in questo caso invito chi lo vorrà a leggere e a commentare. I.M.

POESIE DI VIOLA AMARELLI

Lucreziana

Qualsivoglia vita squagliando

fosse di gelsomino – l’aria ubriacata chiara

di stecco secco e storto – memoria tra le bacche

di cincia mattutina – cipria per piuma rossa

di uno vecchio idropico – la corsa da ragazzo

lascia una traccia

invisibile inghiottita

sino alla prossima rinascita

immersa nelle cellule

le stesse, vedi?, diverse.

da “A Delfi” (Notizie dalla Pizia)

XIV- La dionisiaca

Bello e biondo e stupratore.

Intelligente, certo, e colto, chi lo nega

specie coi nobili pedofili seguaci,

non il mio tipo, grazie.

Almeno Dioniso era vero che

un attimo al vederlo ti prendeva

e quando l’ipocrita partiva,

un po’ per uno, per gli Iperborei

allora la fessura sacra tornava

e il tempio inebriava tutto il mio dio.

Vino novello danzavo l’interdetto

vortice chiaro a scioglier di misteri,

diritta, che lupa nulla occulta

così fui a parlare a Edipo chè

le mielose, in assenza del padrone,

balbettavano al solito allusioni.

Dioniso mostra crudo, viscera e ossa

quello che è, bestia e sovrumano.

Vibra, che puoi, l’essenza

al grembo di gran madre

s’alleggia ogni superfluo

tienlo per certo,

alla potenza che tu sei rallieta,

riso lattante Zagreo sempre rinasce

sconvolge vita e morte

e viceversa.

XV – L’apollinea

La dioniséa mi tien per traditrice

ma lei rileva solo alba e tramonto

altera del frammezzo non curando

e nel frammezzo quel che scorre è vita.

Tesso, incessante intreccio come posso

lacera rete, freno al belluino

che umano col divino condivide.

Sconto l’inanità universa, la riconosco

come il neonato a rupe di Tarpea

e lo schiavo sfinito alla miniera,

ma tu pure con me, Febo, resisti

nel rischiarare un micron l’orizzonte

l’unica strada aperta per l’agire

quello che conta, l’armonia di luce.
postato da: ivanomugnaini alle ore 09:23 | link | commenti (8) | commenti (8)
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venerdì, 25 gennaio 2008
Inediti di Sebastiano Aglieco

Torno ai testi creativi, proponendo in lettura i testi di Sebastiano Aglieco, poeta che mi ha più volte ospitato sul suo blog RADICI DELLE ISOLE e che ora ospito a mia volta in questo spazio. Sarò lieto se, ispirandovi ai testi di Sebastiano, o spaziando liberamente, vorrete lasciare un commento. I.M.

TESTI DI SEBASTIANO AGLIECO

E ancora dormi, scolpita
nel mio acciaio, disossata
dalla mia claustrofobia
ombra della luce
mai lenimento, e ferita
vilipesa nei clamori
ancora dormi in me
partita, dai miei
occhi innamorati.

* 

Dopo, il soccorso
ore slavate nelle sere occidentali
in attesa del sangue.
L’ago della spina contro gli occhi.
Ora appari tu
guardata dagli occhi dove ti sciogli
ora, traslochi nel mio cuore
e non mi senti
i passi si moltiplicano
la notte mi vivi nel tuo respiro.

* 

Fiotto, a voci, dalle tue mani
subito inaridita, questo mi resta
questo posso pregare.
Gli alberi dicono che
il fiato non ci appartiene
neanche il ricordo che abbiamo accumulato
i visi che ci hanno posseduti.
A volte è proprio così
tra la casa e la cantina
incedere nei dirupi e
non ti accorgi della lontananza.
Aprirmi dal vero, voglio
i fiori in attesa della fine
i tetti dove viaggiavi
gli ulivi sanguinanti.
E’ silenzio fatto di respiro
è mantice che succhia il cielo
fine della campagna
fine dei sogni
fine della parola fine.

* 

Il desiderio avanza
segni, interpunzioni
cosciente che divaghi e non perdoni
neanche muta, se ricevuta
dai poeti in disonore.
Ora viene la notte
ora è la stagione delle serre
ti sentirò dalle tane delle formiche
sangue in bollore caldo, solo forma di
sangue accucciato nei miei pori
in me si chiude il senso
in me si riapre la tua giusta causa.

* 

Queste armi di cartone
questo giubilo sempre risucchiato
questo rivangarti e non trovarti in nulla
conoscerti nella mia prima strozza
ricostruirti in me, sibilo possente
e in me rinchiuderti, prepotente.
Per dire con quel tono che tutto azzera
canto delle alte stagioni e
degli inganni, definitivo pallore dei
dirupi, in quale polla, in quale
luogo segreto, in quali silenzi si forma
questo senso, questo albeggiare dove
sfiati, altro cantare, altro
sentirsi celibi per sempre?

* 

Eppure non l’avrei mai detto
quel silenzio sulle piaghe della tua pelle
come un viaggio del tuo viso, dove le parole
ritagliano nel silenzio solo il
non detto di te, l’indicibile
e da un momento all’altro ho creduto
ho immaginato le tue mani vive
la fonte dei tuoi occhi, quando
parlavi della poesia:

– sai cosa saremo, dopo?
Un paesaggio saremo
un indicibile moto di quello che preserviamo
solcati dagli sguardi dei viandanti
un andare e venire, la piega della
bocca immortalata -.
Tu cessato, esule, dalle tue
pianure dove si alza il vento.

*

Ancora questa moria di versi
in attesa del taglio giusto che c’imprime
io lo sapevo: segni, apparizioni dalla vita
dove ci contiene il senso
io senza chiarezza, senza ritmo, senza poesia
un colore freddo svagato nella memoria
le mani nel dissenso
nell’indifferenza dei poeti.
Memoria della voce aspettavo
e tu sapevi che non c’era redenzione
– ho collezionato dei tagli
mi sono consumato tutto in attesa di questi tagli -.
Ecco, ti vedevo, dal soffio avrei
intuito l’isolamento, più tardi
ti avrei vista, avrei sentito la tua
voce gutturale, il dolore,
mi avevi detto, ecco cos’è il dolore.
Poi c’era stata ancora una interruzione
certo, se avessi saputo leggere
l’interpunzione di quei segni
le tracce lasciate sulla scrivania dopo
millenni, nessuno avrebbe saputo più
trovarmi, nessuno avrebbe ricordato il senso.

Ancora si ricordò
ancora gli venne quella cantilena sottile
sulle nocche delle dita
– toi, qui dans la vie tu m’as fermèe les yeux…
non avrebbe voluto anticipare il taglio
non avrebbe voluto addormentarsi tra i nemici
ora i bambini gli assomigliavano
ora li vedeva.

***

II. Paesaggi intorno a Siracusa, 1994

C’erano segni che non ci lasciavano stare
e fuochi, e rocce di una spiaggia secolare
avvisaglie di un tempo incalcolato
che a malapena si lasciava misurare.
C’erano interferenze minime
gli occhi lucenti e la parola bastarda
il pianto violato
l’estrema mia periferia.

*

Eppure tu venivi nella notte
la festa come una veglia
all’altezza degli occhi
la porta nel cuore
una perduta notte.
A volte bastava uno sbaglio
e la terra franava sotto i piedi.

*

Da lì, tu che mi contieni
partenza è tratto, luce riflessa
e non si svela nulla alla partenza.
Dicevi che non c’era redenzione
fuori le cesoie
i morti gonfi, tutti morti, gonfi.

*

Eri deserto di uomini e di donne
sull’estrema albeggiata riva
gli anni cantàti a malapena
le morte stagioni
era il tempo dei passi svelti e dei mattoni
niente che si ricordava il nome.

*

Occhi, rapidi occhi
i fiordi si stupiscono sul davanzale
la luce imprestata, stanca luce.
Era la riva che si lasciava portare
le venti monetine, i rami rossi
il fuoco in ogni dove genuflesso.

*

Forte nel mio cuore
una tana ricucita
mastice e sutura di parole
sempre più crudeli.
Ora appari tu.
C’erano canti che misuravano il nome
c’erano le scarpe rotte
i bambini morti.

*

Lessi solo per sentirti dire
il dolce inganno e il desiderio spento
le cicale abbuiavano nei fanali
l’aria schioccata era un oltraggio ai
vivi, quello che rimaneva
nessuno lo poteva misurare.

*

Giunsi troppo tardi e
non c’era più un lamento
occhi albeggiavano a mani spente
i figli morti, la saliva della terra.
Eppure c’erano ancora pezzi e
altarini per i santi
chi piangeva non ubbidiva
fuoco senza partenze e mani giunte.

*

Andavamo giù per burroni
(le infinite perdite di maggio)
i cristalli di rocca nelle ciminiere.
Dicevi che non c’era redenzione
e le parole date senza un lamento.
Le partenze s’addensavano nei tramonti.

*

Erano i cerchi morti, le strade del
dissenso, le tombe scavate dentro ai
pozzi e le parole riempite con gli sputi.
Ora ci lasceremo trasportare
i canti lanciati contro i muri
eppure vorrei ferirti
aprirmi nella mia prima strozza
il fuoco di te che non conosce il nome
àncora nel tuo sangue.
Vedi come s’addensa l’ora
il lume spento
l’oscuro lenimento e le ferite.
Tu mi risorgi.

*

Verranno in fila i pensieri a reclamare
dove il vento si strinse nei burroni
e noi stringemmo gli occhi.
I fiori pungeranno i topi
e le parole saranno cattedrali.

*

Tu mi dicevi che il canto è un vento nuovo
che ogni volta ci scorda
il canto sei tu che parti da lontano
luce degli occhi, mia luce, perduta.
Era poca la terra, il fiato arato
la pelle dei braccianti in contumacia
e il mare che albeggiava sulle mie sconfitte.

*

Noi saremo portati da un suono
lentamente scenderemo le scale
dove i viandanti placheranno le acque.
E tu, ragazzo, ancora in me
in quest’attesa di fragole
in questo opporsi sempre
ai flutti e alle autostrade
solo il vento ci dirà chi eravamo
e i semi della terra
ovunque incontreremo un padre.

*

Arrivavano in noi dagli estremi confini
arati in picchiata e senza
un dove della terra, morte voci
i contadini dalle strette bocche
le armi della prima guerra.
postato da: ivanomugnaini alle ore 12:37 | link | commenti (4) | commenti (4)
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venerdì, 18 gennaio 2008

IL SOGNO DELLA POESIA

– intervento di Mauro Ferrari –

1.

Una seconda possibilità – è questa l’illusione. Non ce ne può essere che una. Noi lavoriamo al buio, facciamo ciò che possiamo, diamo ciò che abbiamo. Il nostro dubbio è la nostra passione e la nostra passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte.” Henry James, in The Middle Years, esige per l’arte lo statuto di complemento della vita – e forse di sostituto. [1] La follia dell’arte, dice James: ma anche la sua nobiltà, la sua statutaria impossibilità o, per dirla con Wilde, la sua suprema inutilità; il suo sogno. Per parlare di “sogno della poesia” (e distinguendo dalla “poesia del sogno”, per cui si rimanda all’antologia di Almansi e Béguen, Teatro del sonno), dobbiamo confrontarci con l’ideale di ricostruire ed esaltare un’unità fra tutti i livelli di consapevolezza e coscienza: ci addentriamo cioè in quei luoghi dell’utopia (paradossalmente, un non-luogo) che vengono visitati da una categoria di persone che attraverso i millenni hanno usato la parola per evocare un “sogno che la cosa esclam[a] / nel buio della mente” (Mario Luzi); quei “viaggiatori per i quali è aperto / l’impero familiare delle tenebre future” (Baudelaire) e che visitano “la terra inesplorata / dai cui confini nessun viandante torna” (Shakespeare). Il loro scopo? “Unir parole ad uomini”, “il dono / breve e discreto che il cielo mi ha dato” (Sandro Penna).

Dice Joseph Campbell che “l’artista è colui che ha scelto di vivere a contatto con la propria felicità” [2] anche se non è esente dal cruccio di Baudelaire: “Quando saprò mai fare / dello spettacolo vivente della mia triste miseria / il lavoro delle mie mani e l’amore dei miei occhi?”. Questo lavoro manuale è il felice gioco infantile, il poiein, che nell’artista continua per tutta la vita legandolo all’infanzia, al momento del sogno e dell’onnipotenza.

Dice Giovanni Sias [3]

Il fantasticare dell’adulto è la prosecuzione del giocare del bambino. . . .La questione è che l’artista ottiene per mezzo della fantasia quel che coloro che non sono artisti ottengono solo nella fantasia; l’artista non ha abbandonato gli oggetti del gioco, ma è colui che ha trovato il modo di continuare a giocare. Come il bambino, ha preso molto seriamente il suo gioco, e con esso, e attraverso esso, organizza e costruisce la propria esistenza intellettuale e materiale. (p. 119)

Non è quindi necessario scomodare il surrealismo, il dada o le poetiche del Fanciullino, perché la dimensione ludica, il gioco, l’azzardo, la costruzione, sono elementi già impliciti nel fare arte. In particolare, la Poesia ha sempre trovato difficoltà a integrarsi in qualunque sistema estetico – si veda De Sanctis e Croce – proprio perché i suoi materiali di partenza sono le parole, di per sé dotate di significato in un modo diverso dalle note musicali e dai colori; fatto sta che la Poesia porta con sé l’esigenza di strutturare i significati in modo ben differente rispetto alle altre arti: suo territorio è la parola, suoi tasselli di base il materiale più comune e più complesso per la vita quotidiana di tutti. Quindi, per giungere al massimo grado di espressività, il poeta non può fare a meno di accedere a tutti i livelli di esperienza, compresi – forse soprattutto – quelli limite.

2.

Secondo Archibald MacLeish, gli artisti devono dare una “metafora al proprio tempo”; “siamo venuti per dare metafore alla tua poesia”, dicono dall’Aldilà gli spiriti a Yeats, e “Nei sogni inizia la responsabilità”, dice un verso da lui citato in epigrafe a Responsibilities. La Poesia si confronta con l’esperienza-limite del sogno, allora, come in questo testo di Ted Hughes:

. . .

Emergono

invisibile sgorgare dal freddo marino

sull’uomo che passeggia sulle sabbie.

Si diffondono a terra, nella porpora fumosa

dei nostri boschi e città; un’irta ondata

di spettri alti e ondeggianti

che scivolano come colpi sull’acqua.

Le nostre mura, i nostri corpi, non sono un problema per loro.

I loro appetiti dimorano altrove.

Non possiamo vederli o volgere a loro la mente.

Le loro bocche gorgoglianti, i loro occhi

in lenta furia minerale

premono sui nostri nulla dove ci stendiamo a letto

o sediamo nelle stanze. I nostri sogni magari sono arruffati,

o ci svegliamo di soprassalto al mondo degli averi

boccheggiando, scoppiando di sudore . . .

(Ted Hughes, “Granchi fantasma”)

L’emergere dell’inconscio e del subconscio come la risalita notturna dei granchi: è qui il rapporto – più stretto per alcuni che per altri – fra veglia e inconscio; o, meglio, la dicotomia fra i due, che tuttavia tendono a convergere – per alcuni, ancora, in modo più palese e fruttuoso, per altri in modo più distruttivo; per altri ancora – e sono la norma, i non artisti – la vita è relegata alla parziale consapevolezza della veglia e viene lasciato fuori, senza troppi sforzi apparenti, l’ospite rumoroso che è stato allontanato dalla sala… E il cui rientro è sempre pericoloso:

Abbiamo indugiato nelle sale del mare

presso fanciulle del mare incoronate d’alghe rosse e brune

finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

(Eliot, “Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock”)

Il poeta è infatti acutamente consapevole della parzialità della visione che ha nella veglia, e del bisogno di raggiungere l’unità:

oh, che maestri di consunzione siamo per le cose;

mentre esse godono eterna fanciullezza.

Se uno le accogliesse nell’intimo sonno e dormisse

profondo con le cose, oh, come verrebbe lieve,

diverso al nuovo giorno. . .

(Rilke, Sonetti a Orfeo)

L’inconscio e il sogno non hanno le differenziazioni imposte dalla veglia – il mondo “dell’alfabeto e del Libro”, secondo Sias. (p. 95): ed è questa la caratteristica che gli oggetti del sogno possiedono in comune con quelli letterari: essere governati dai meccanismi dello spostamento e della condensazione (“Dichten” in tedesco è “fare poesia” ma anche “condensare”); essere cioè decontestualizzati rispetto alla realtà, “magici” in quanto privati della loro funzionalità primaria, vale a dire il campo dell’azione pragmatica. L’oggetto, in poesia, è sempre connotazione, emblema, simbolo; non si può fare a meno di caricarlo di pulsioni al significato: “L’oggetto naturale è sempre il simbolo più adeguato” (Pound). Anzi: più il poeta tenta di restituirci l’oggetto, il proprio oggetto di poesia, con precisione, più esso diviene straniato, lontano dalla realtà, imprigionato all’interno dell’oggetto ritmico che ha in realtà creato; perché ciò che il poeta costruisce è un oggetto ritmico, una bolla di tempo all’interno del quale i contorni delle cose ci appaiono diversi, profondamenti alterati, altri.

3.

I poeti e il sogno, si diceva: i poeti, va chiarito, non sono per nulla perduti in un mondo di sogno, e considerano la propria arte “un sogno fatto in presenza della ragione”, secondo la splendida definizione del gesuita Tommaso Ceva (1706). La capacità di immersione nei sogni deve infatti essere collegata a quella tutta pragmatica e razionale di riemergere con i doni, tornando da questo paese di sogno le cui mappe sono solo i racconti dei sogni; un mondo in cui possiamo ritrovare, dice Sias, una traccia della nostra felicità mitica, anche come fuga dalla razionalità oppressiva e unidimensionale; (viceversa, il sogno può essere anche una prigione di alienazione: c’è uno stimolante racconto di Stanislav Lem[4] in cui uno scienziato ha imprigionato dei cervelli dentro dei forzieri, fornendo loro stimoli artificiali di tipo meccanico, attraverso i quali queste essenza inumane credono di vivere una vita reale.)

Ma il dubbio sulla consistenza del Reale non è comune a tutti noi, non è lo stesso dubbio di Montale e di tanti filosofi?

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,

arida, rivolgendomi, vedrò compiersi il miracolo:

il nulla alle mie spalle . . .

(Montale, “Forse un mattino.. .”)

Quando Coleridge, nel suo “Kubla Khan”, sognò un regno della poesia, ebbe le idee chiare almeno sugli elementi chiave da inserire: la potenza sessuale (“un’imponente cupola di delizie”); la dimensione del sacro (“Alph / il fiume sacro scorre / per caverne senza fondo”); l’immaginazione che sgorga ”a tratti: / fra impetuosi scrosci irregolari”. Ma soprattutto, attraverso questa poesia, il tempo ci consegna la consapevolezza della prigionia del sogno: da esso emersa, la Xanadu di Coleridge svanì ben presto alla sua immaginazione cosciente, e l’autore non poté mai terminare la poesia. Il reduce del sogno è solo un altro frammento spezzato, difficilmente interpretabile.

4.

L’interpretazione delle opere d’arte, sottolinea Leon Edel in Stuff Of Sleep and Dreams[5] “è persino più difficile dell’interpretazione dei sogni, perché lo psicanalista ha di solito il sognatore a disposizione, per fornire un aiuto”, mentre il critico letterario “lavora solo col testo e può andare solo dove il testo lo porta.” Parlando del rapporto fra psicanalisi e arte, lo stesso Freud ammise del resto che “è proprio sulla bellezza che la psicanalisi ha poco da dirci”. L’attenzione dello psicanalista per l’arte è sempre stata rivolta all’analisi dei contenuti, al modo cioè in cui questi si strutturano sulla pagina come linguaggio. Le condizioni per cui questo processo riesce a produrre arte è del tutto al di fuori di questa analisi: né il significato né il significante ci conducono infatti alla Bellezza – se pure questa è davvero il fine ultimo dell’arte, e non la verità. Lo studio delle motivazioni per cui Michelangelo scolpì il Mosé in quell’atteggiamento preciso, tanto lucidamente spiegate dallo stesso Freud, o l’analisi psicanalitica di qualunque altra opera, possono sì far luce sul processo, ma non dirci ciò che l’artista troverà al termine della “discesa nel maëlstrom”, la calma del fondale in cui risiede la possibilità di salvezza (si veda Una discesa nel maëlstrom di Poe). Lo stesso dicasi per il significante: se è, per esempio, possibile e fecondo parlare di “disseminazione del significante” nel caso della striscia fonematica ONDE (in “A Zacinto”) e dei derivati dai pronomi di seconda persona (tu / tuoi / ti / te / tua / ta) ecc.) nell’attacco di “A Silvia”, non è possibile da questa annotazioni risalire al valore di bellezza dei testi.

Usare il linguaggio è sempre attuare una visione, una riflessione, quindi riflettere su sé e il mondo. Linguaggio, riflessione, riflesso, specchio: elementi che rimandano al mito di Narciso. Eco si innamorò di lui, che la respinse: viene rifiutato il suono che si piega su di sé, che non dice; ma Narciso si innamorò poi, per punizione divina, della propria immagine: e qui abbiamo un altro rischio di intransitività dell’arte: l’attaccamento alla propria voce – ancora, gli uomini che amano il proprio nome più della propria opera. [6] Ma dal fiore del NARCiso si può estrarre un NARCotico che, guarda caso, cura le malattie dell’orecchio!

Un canto forte ci trascina,

noi da tempo malati all’orecchio.

(Basil Bunting, BRIGGFLATTS, “Coda”)

Il rapporto fra l’irrazionalità dionisiaca del canto e la razionalità apollinea del discorso ha radici straordinariamente antiche. Fu lo stesso Apollo che intervenne per tacitare le profezie di Orfeo, il capostipite di tutti i poeti, la cui parola era a contatto con un significato globale, pre-logico, che ingloba gli opposti di vita e morte, sonno e veglia, consapevolezza e utopia, sanità e follia; con curiosa ma spiegabile invenzione, si tramanda che la testa fosse conservata nel tempio di Dioniso (i sensi), e la lira nel tempio di Apollo (l’intelletto). In tal modo i due dei potevano controllare in modo incrociato, diremmo oggi, la possibile parola del poeta: i Sonetti a Orfeo di Rilke ci restituiscono questa tensione all’unità: coincidenza degli opposti, o meglio suo annullamento, equilibrio fra creazione e distruzione, fra parola e silenzio (Alcesti che ritorna muta dall’Ade) e fra enigma e svelamento (Euridice che non può essere guardata da Orfeo). Ciò che riemerge dall’Aldilà, dal Sogno, è un muto e inviolabile testimone sacro.

La parola stessa, del resto, è tesa fra gli opposti:

vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca nadir e zenith della tua significazione

(Luzi, Per il battesimo dei propri frammenti)

Il poeta vive nell’equilibrio e dell’equilibrio e, come la lontra nella poesia eponima di Ted Hughes, non appartiene né alla terra né all’acqua ma sa sprofondare in entrambe:

rientra nell’acqua fondendosi.

Né d’acqua né di terra. Alla ricerca

di un mondo perduto la prima volta che si tuffò, a cui non può più giungere.

(Ted Hughes, Una lontra)

Non è il tema de “L’anguilla” montaliana?

5.

Si citava in apertura, dall’Amleto, “il territorio inesplorato dai cui confini nessun viandante torna”: ma se il poeta dà voce ai sogni, personali e universali, allora l’esistenza di questo luogo si fa più concreta anche se sospesa ai fili del discorso, o meglio della scrittura: una poesia è sempre una scheggia di significato che il Logos porta a galla dalle profondità del caos indicibile; in Poe, un riaffiorare dopo il naufragio dal fondo del maëlstrom. Solo passando per il fondo del gorgo, ci spiega Poe, si può uscire e tornare a galla. Sottolinea Sias: “. . . l’artista lo sa, ed è la sua pena – l’opera non basterà a salvarlo, a renderlo adeguato al suo anelito di salvezza.” (p. 120) Usciti da questa dimensione del sogno, sacra, in cui siamo simili agli dèi nel potere ciò che vogliamo (ma tanto fragili da non poter controllare questo desiderio), non c’è modo di sapere cosa eravamo, cosa abbiamo lasciato di là: possiamo solo parlarne, affidare le nostre speranze al filo del discorso, perché ci porti fuori del labirinto, al fondo del maëlstrom e poi a galla. Il sogno della poesia è appunto dar voce a tutto il dicibile, ricostruire l’impossibile totalità di tutti i discorsi, e all’interno di questa rintracciare il proprio personale filo del significato, che riporti fuori dal labirinto e garantisca la salvezza. È questo il punto di contatto che la Poesia, come arte della parola, ha in comune con la Psicanalisi: la ricostruzione tramite il discorso della tragedia di vivere, secondo le parole di Sias.

6.

Ma è davvero visitabile questo luogo? Questo Eden di significato è davvero alla nostra portata – cioè, a quella delle nostre parole? Esse in realtà non ci portano alle cose, ma ad altre parole: al di sotto del linguaggio c’è sempre e solo linguaggio. È in questo senso, disperante, che l’artista sa di essere prigioniero della propria arte: parlare è sempre un parlare di sé: l’ansia iniziale dell’Amleto, con la domanda rivolta al messaggero dell’oltretomba – del sogno – “Svelati”, non ha mai risposta, e l’opera si chiude sempre, circolarmente, con le ultime parole del protagonista: “il resto è silenzio.” La salvezza, il monumento più perenne del bronzo, sono proprio e solo nella provvisoria rottura del silenzio che avviene durante la messinscena; silenzio che non è il nemico da sconfiggere (è infatti antecedente alla parola-logos, contemporaneo e posteriore) ma l’occasione da cogliere, il pretesto; è l’elemento che struttura ogni significato.

Nel territorio del silenzio, cioè il deserto dei Tartari oltre le mura del nostro discorso, noi avanziamo portando una nostra ansia di dicibile che ci definisce umani. È in questo territorio che il poeta si deve offrire, facendo se stesso sacro (sacrificandosi) e aprendosi alla pulsione di nuovi significati che, per emergere, hanno bisogno di lui come punto di rottura.

NOTE

[1]L’artista, come l’avventuriero della poesia di Rilke, può avere la funzione di arricchire la vita ricostruendo un frammento, completando, dando un senso alla parte mutilata, ma sempre vivendo in prima persona la tragedia: ripristinando cioè l’unità, ma al prezzo di impadronirsi, come un vampiro, della vita altrui: “molte vite venivano / quando egli le adescava; come a volo // venivano: vite di morti ancora / calde che, sempre più impaziente e minacciato, entrando in loro continuava a vivere; / o vite non vissute fino in fondo, / ed egli le sapeva ravvivare, / ed avevano nuovamente un senso.” (Rainer M. Rilke, “L’avventuriero”, in Nuove poesie. Requiem, Einaudi, Torino 1992; poesia composta nel 1907.) Si tratta di un dono che è anche un furto (duplice), perché nel completare e vivere la vita altrui, l’artista perde parte della propria identità; nella stessa poesia: “Spesso in lui nessun punto era sicuro, / e tremava: Io sono…,”

[2] Joseph Campbell, Il potere del mito, Tea, Milano 1994 (I ed. 1988), p. 152.

[3] Giovanni Sias, INVENTARIO DI PSICANALISI, Bollati Boringhieri, Torino 1997. Il libro di Sias costituisce, nel presente saggio, lo spunto e il costante punto di riferimento.

[4] Si tratta del primo racconto della sezione “Dai ricordi di Ijon Tichy”, ora in Stanislav Lem, Memorie di un viaggiatore spaziale, Oscar fantascienza, Mondadori, Milano1991, 363-379.

[5] Leon Edel, Stuff of Sleep and Dreams, Avon Boooks, The Hearst Corporation, New York 1982, p.19.

[6] Ci sembra interessante la seguente citazione da Jung: “Chi guarda nello ‘specchio’ dell’acqua vede per prima cosa, è vero, la propria immagine. Chi va verso se stesso rischia l’incontro con se stesso. Lo specchio non lusinga; mostra fedelmente quel che in lui si riflette, e cioè quel volto che non mostriamo mai al mondo, perché lo veliamo per mezzo della persona, la maschera dell’attore. (Carl G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Biblioteca Boringhieri, Torino 1977, p. 38; prima ed. 1936.

NOTA: Questo testo mi è arrivato da Mauro Ferrari, poeta, critico, esperto della storia e del presente della poesia. E’ così ampio e ricco di spunti e citazioni, che, nonostante avessi decisi di passare ad altri argomenti, ve lo propongo, con la speranza che generi ulteriori dialoghi sul tema. I.M.

postato da: ivanomugnaini alle ore 21:28 | link | commenti (4) | commenti (4)
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sabato, 12 gennaio 2008
Vita e sogno, poesia e realtà

Federico Garcia Lorca
CITTÀ INSONNE (Notturno del Brooklyn Bridge)

Non dorme nessuno nel cielo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
I bambini della luna fiutano e aggirano le loro capanne.
Verranno le iguane vive a mordere gli uomini che non sognano
e colui che fugge col cuore spezzato troverà alle cantonate
l’incredibile coccodrillo tranquillo sotto la tenera protesta degli astri.
Non dorme nessuno nel mondo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
C’è un morto nel cimitero più lontano
che si lamenta da tre anni
perché ha un paesaggio secco nel ginocchio;
e il fanciullo che hanno seppellito stamane piangeva tanto
che fu necessario chiamare i cani per farlo tacere
Non è sogno la vita. All’erta! All’erta! All’erta!
Precipitiamo dalle scale per mangiare la terra bagnata
o saliamo al margine della neve con il coro delle dalie morte.
Ma non c’è oblio né sonno:
carne viva. I baci legano le bocche
in un groviglio di vene recenti
e, a chi gli duole, il suo dolore gli dorrà senza tregua
e, chi teme la morte, se la porterà sulle spalle.
Un giorno
i cavalli vivranno nelle taverne
e le formiche infuriate
aggrediranno i cieli gialli che si rifugiano negli occhi delle vacche.
Un altro giorno
vedremo la resurrezione delle farfalle dissecate
e andando in un paesaggio di spugne grigie e di navi mute
vedremo brillare il nostro anello e scaturire farfalle dalla nostra lingua.
All’erta! All’erta! All’erta!
Quelli macchiati ancora di fanghiglia e acquazzone,
quel ragazzo che piange perché non sa l’invenzione del ponte
o quel morto cui rimane soltanto la testa e una scarpa,
bisogna portarli al muro dove stanno in attesa iguane e serpenti,
dove aspetta la dentatura dell’orso,
dove aspetta la mano mummificata del bambino
e la pelle del cammello s’arriccia con un violento brivido azzurro.
Non dorme nessuno nel cielo. Nessuno, nessuno.
Non dorme nessuno.
Ma se qualcuno chiude gli occhi,
frustatelo, figli miei, frustatelo!
Permanga un panorama di occhi aperti
e amare piaghe accese.
Non dorme nessuno nel mondo. Nessuno, nessuno.
Ve l’ho detto.
Non dorme nessuno.
Ma se qualcuno nella notte ha troppo musco alle tempie,
aprite le botole affinché veda sotto la luna
i bicchieri falsi, il veleno e il teschio dei teatri.

da “Poeta a New York”, Guanda, 1976

*** Vi propongo questo testo di Garcia Lorca, soprattutto perché nega, in modo provocatorio, l’assunto famoso e fascinoso reso noto dalla letteratura e dal cinema e divenuto proverbiale: “La vita è sogno”. Partendo da qui, da questo inatteso ribaltamento, vorrei invitarvi a scrivere il vostro personale punto di vista su vita e sogno, poesia e realtà. Per dire se davvero è tutto solo illusione, o se invece c’è solo la nuda e cruda realtà, e, soprattutto, se in questo ambito la parola, la scrittura, la poesia, possono intervenire attivamente, creare prospettive nuove, modi e mondi.

La mia personale opinione è questa: si sa, lo si sente, lo si vive ogni giorno, che la vita è sogno, spesso incubo, assurdo ad occhi chiusi o spalancati. Ma una volta preso atto di questo, con sorpresa sempre più smorta e attenuata e immutata rivolta interiore, è giusto che arrivi anche il momento di gridare, esclamando che, al di là di tutto, oltre la gabbia del tragico-onirico, c’è un territorio in cui, lottando, si può ancora esistere, resistere, e magari anche cantare. Aprire con il canto le botole sotto la luna di modo che si vedano “i bicchieri falsi, il veleno e il teschio dei teatri”.
C’è spazio, nonostante tutto, anzi, proprio per l’esistenza di quel “nonostante”, per il canto, per la poesia.
Per una poesia che, come indica la lirica di Garcia Lorca, con forza veritiera seppure con un tono iperbolico e surreale, non è sterile lamento. Con la poesia si può fare tutto, piangere, certo, ma anche ridere, difendersi, attaccare, fuggire, lottare, essere seri e ilari. A volte, perfino, vivere.
Vivere di poesia può apparire ad alcuni quasi un ossimoro. Ma è il più importante degli ossimori. Proprio perché la vita non è sogno. Ed è allora che tale ossimoro diventa vitale.

Attendo se vorrete, i vostri commenti sull’argomento. Un saluto, e a rileggerci, Ivano

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