La torre della luna nera

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L’IPNOTICA, ARTISTICA E CTONIA LUNA NERA DI LUCETTA FRISA Nota di lettura di Valeria Serofilli al volume La torre della luna nera ed altri racconti (puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2012) di Lucetta Frisa.

 

Dei racconti di Lucetta Frisa, nota scrittrice, poetessa e traduttrice, che ho avuto a suo tempo l’onore di premiare all’Astrolabio 2011 con il Premio Speciale della Critica per il volume di poesia Ritorno alla spiaggia nonché di ospitare nell’ambito degli Incontri Letterari dell’Ussero, mi ha colpito la capacità dell’autrice di dare corpo alle storie, alle immagini e all’arte del proprio mondo interiore. Anche in virtù dei miei studi nel campo storico artistico ho apprezzato in particolare i racconti dedicati a tele famose e meno note, ma tutte ugualmente molto suggestive in grado di suggerire riflessioni profonde. E’ stato interessante per me vedere che l’attenzione di Lucetta Frisa spesso non segue le direttive canoniche della critica d’arte, ma si concentra su dettagli che sembrano minori e secondari ma in realtà aprono squarci su mondi nascosti, visuali e mentali. Interessanti anche le storie dedicate ai libri, al racconto nel racconto, alla parola che ragiona sulla parola, la osserva, la soppesa, la rigenera e la ricrea. Fin qui arte, storia, quadri. Ma c’è di più, ed è la luna nera del titolo a fornirci ulteriori chiavi di lettura. Autorevoli studiosi attribuiscono alla luna nera e alla notte la rappresentazione simbolica dell’immaginazione e del sogno che escono dall’inconscio, definito da Paul Diel “l’immaginazione esaltata e sfera della rimozione”. E’ forse proprio nel magico momento di passaggio rappresentato dal sé / parola / luna nera, che l’autrice individua l’incontro con il proprio mondo interiore, quel “luogo intermedio” tanto auspicato da Marsilio Ficino. Nell’articolo L’Inconscio del 1915, Freud dichiara che i contenuti dell’inconscio sono sostitutivi di pulsioni che non possono divenire oggetto di coscienza, pertanto le rappresentazioni inconsce sono organizzate in fantasmi (dal greco apparizioni) e trame immaginarie alle quali le pulsioni si fissano e che possono essere concepite come “vere messe in scena del desiderio”. In tale prospettiva il contenuto dell’inconscio è assimilabile a ciò che è stato rimosso con in più, “un nucleo originario di contenuti filogenetici”. In quest’ottica il cane del racconto “Un perro (lettera a Goya) ”solo.Separato minuscolo, senza speranza di redenzione”, se da un lato costituisce uno spunto per ragionare sul destino degli emarginati, rappresenta dall’altro un’antica fobia, un fantasma che l’autrice porta alla luce e rimuove. Adeguato e consono è a mio avviso anche lo stile con cui sono proposte le varie vicende: una scrittura che si muove ariosa, ampia e ricca, con un procedimento quasi teatrale, giungendo all’apice dell’emozione per gradi, quasi per cerchi concentrici. Il tutto ha come perno le citazioni, scelte con cura e del tutto adatte volta per volta a riassumere il senso delle storie narrate. Per concludere non posso che dedicare a Lucetta, sorella d’ispirazione, il pensiero di Croce riportato ad esergo del mio racconto “Sindrome di Stendhal: l’anacronismo dei classici”, contenuto nella raccolta Come esser tondi in un mondo di quadrati (Quaderni di Dedalus n° 1, puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2011):

 

<>1. 1 Benedetto Croce, Breviario di Estetica, I E’ stato inoltre consultato il testo Dizionario dei simboli, J. Chevalier, A. Gheerbrandt, Bur, Rizzoli 1999.

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