La memoria dell’acqua

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Qui di seguito pubblico una mia nota di lettura inserita nel volume “La memoria dell’acqua” di Giovanna Iorio pubblicato da Davide Ghaleb editore.
Le poesie del libro di Giovanna Iorio sono ispirate alle opere pittoriche di Carlo Vincenti.
La postfazione è di Miriam Castelnuovo.

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“Mi vedo in quei lacerti”. Queste parole dirette, lineari, scritte a Carlo Vincenti dal fratello minore Fabio nella lettera riportata nella parte finale di questo libro, testimoniano la vittoria dell’artista. Tardiva, paradossale, aspra, tagliente, ma pur sempre di vittoria si tratta. E parte di questa vittoria, di questo dialogo, di questa presenza ancora viva, sono anche i versi ispirati alle opere di Carlo Vincenti scritti da Giovanna Iorio. La memoria dell’acqua è un libro sincero, lontano dagli stereotipi, distante anni luce dai volumi scritti per sfruttare l’onda propulsiva che deriva dall’accostamento di parole e immagini. Qui siamo di fronte a versi autentici, consci della difficoltà dello sguardo ma altrettanto tenacemente determinati ad abbattere barriere e ostacoli. Per far sì che la parola scritta cerchi davvero di esprimere quella scommessa ineluttabile che è l’emozione, quel codice sotterraneo che unisce persona a persona, segno a segno.
Il titolo del libro risulta adeguato, in quest’ottica: l’accostamento tra memoria e acqua, oltre a fare riferimento ad un fenomeno fisico realmente esistente e rilevabile ha anche una significativa valenza metaforica. La permanenza, la costanza, si unisce all’atto e alla percezione del fluire. In tal modo la fragilità della comunicazione umana, la sua stessa essenza, acquisisce consistenza, una forma di materialità, una corporeità (parola chiave sia per la parte iconografica che verbale di questo libro). Il corpo dell’arte, tuttavia, cresce, si sviluppa, si trasforma, ingloba mondi e ne viene inglobato. Sfuggendo, in tal modo, alla morte. Alla sola fine che davvero teme: il silenzio, l’oblio. “Chi non parla è dimenticato”, recita l’epigrafe del libro, tratta dalle parole di Pasolini. L’espressione, di qualunque genere essa sia, di qualsiasi natura e forma, strappa l’uomo al nulla. Anche il dolore assume una misura, non meno cruda, ma dotata di un significante (anche in assenza di un significato), una voce resa immagine e grafema decodificabile.
Carlo Vincenti è stato, ed è, attraverso i segni e i segnali che ha lasciato, artista e poeta. Ha unito parola e immagine. Attraverso una fusione che, ancora una volta, richiama materiali concreti, metalli, liquidi, corpi plasmati che mutano aspetto. Tramite il potere di modificare, in tal modo, lo spazio e il tempo. Rendendoli tattili, percepibili attraverso i sensi, quindi umani, anche nella consapevolezza del fuoco e della lama, la cognizione del dolore. Parlando dell’opera di Vincenti, Mirella Bentivoglio ha osservato che il suo lavoro fu “celebrazione lapidaria del segno in tutte le sue forme”.
Giovanna Iorio ha percepito in questa poliedrica, addolorata e vitalissima espressione artistica, una profonda sintonia. Per quei percorsi indecifrabili, misteriosi e maliosi che mettono in connessione due percorsi e due persone. Ma anche per ragioni che, per quanto impalpabili ed astratte, sono anch’esse in un certo senso tattili, concrete. Per la compresenza di poesia ed immagini, sia nei lavori di Vincenti che nei suoi testi. Anche Giovanna ha una visione del mondo amara ma aliena alla sconfitta. Anche lei cerca la meraviglia nella consistenza della natura, degli oggetti, delle azioni umane piuttosto che in algide riflessioni.
Nei primi due versi della lirica “Donna fontana” il binomio è espresso con esplicita capacità suggestiva: “A goccia a goccia/ ripeteva una storia”. Gli elementi materiali e mentali a cui si è fatto cenno si incontrano, si schierano fianco a fianco, preparano il tragitto condiviso. La goccia richiama la pioggia, gli agenti atmosferici, oppure il componente essenziale della vita. Il passo successivo, gesto spontaneo, connaturato, è tramutare il fluido in pittura, come i minuscoli grumi di colore degli Impressionisti, o come nei quadri del pointillisme. Il passo successivo, o meglio, simultaneo, conduce alla parola, la voce, la storia. La natura, la sua espressione, si fa, in modo immediato e necessario, narrazione, racconto. Il soggetto e l’oggetto si sovrappongono, giocano a mutare ruolo e posizione.
Ci sono echi montaliani nei versi successivi della lirica: “sotto il muretto torto/ sotto il sole corto/ sotto il mio sguardo assorto”. Ma la poesia di Giovanna Iorio è personale ed autonoma. Quel “sole corto” è quadro visivo e verbale del tutto individuale, denso di ironie e malinconie vissute in prima persona. Così come i versi finali di questa lirica: “senza capire bevevo/ senza dissetarmi vivevo”. Resta un’autentica sete, una curiosità mai spenta.
Alimento privilegiato di questa urgenza di esplorazione, sono le opere di Carlo Vincenti. Giovanna Iorio ha assorbito avidamente i segni espressivi dell’artista. Con delicatezza, con rispetto, ma anche con quella forza sincera, quella foga che rende giustizia all’arte, che, come l’amore, per essere autentica non richiede né consente atteggiamenti neutri. Le parole allora devono rendersi libere e randagie, citando il titolo di una delle liriche del libro. Devono acquisire “rosse papille/ trapuntate d’occhi” che “esplorano lutti/ pupille cieche”. La ragione deve abdicare a se stessa per ritrovarsi, nel livello successivo, ulteriore. Il quadro di Vincenti grida con i suoi colori tale conflitto, il desiderio e la necessità di andare al di là della superficie. Giovanna Iorio raccoglie l’invito e la sfida esplorando con la sete la sua stessa sete, il gusto e il disgusto, i sensi che si confondono per potenziarsi a vicenda: gli occhi percepiscono odori e sapori e vanno oltre, verso il mistero dei misteri: “non s’arrendono davanti ai cancelli ròsi”. I versi, spesso privi della punteggiatura, corrono da immagine a immagine, da sensazione a sensazione. Non sono mai puramente descrittivi, cercano “sotto le ortiche”.
Magari per scoprire, come nella poesia successiva, “Le spose vergini”, che “non resta che il guscio/ la bava”. Oltre i colori, oltre le immagini del mare, evapora l’alba. Ma nella riflessione c’è tutto l’insieme, il prima e il dopo. L’alba evapora al primo rossore, ma resta la sua memoria, la permanenza del suo fluire. Così come resta, dalla lettura di questo libro, il senso di un’incontro letterario ed umano tra due forme espressive, la pittura e la poesia, il cui dialogo, quando sussiste l’onestà dell’emozione, è profondo e immediato. Con la possibilità di specchiarsi l’una nell’altra, riflettendo immagini e voci che diventano reali e sincere nell’attimo in cui si riesce a dire “qualcosa di strano/ una storia simile a un nastro/ di seta liscia liscia” che scorre. Come acqua, tempera, inchiostro, memoria.
Ivano Mugnaini

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