SANGUE E SOGNI

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Pubblico qui di seguito la parte iniziale del romanzo, al momento inedito, che ho finito da poco di scrivere. Il titolo a cui avrei pensato è “Il sangue dei sogni”. Ma alcuni cari amici mi hanno consigliato di trasformarlo semplicemente in un più secco e adeguato “Sangue”.
Questa parte iniziale ha un tono ironico, seppure amaro. Ma il seguito del romanzo, di cui proporrò presto altri brevi brani, metterà il protagonista di fronte a sfide essenziali: la ricerca dell’amore vero, la verità, la violenza, la sopraffazione e il senso compiuto della bellezza, nell’arte e nella vita.
Buona lettura, Ivano Mugnaini
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Se un uomo non ha niente da perdere diventa pericoloso. Mentre percorreva il marciapiede davanti a casa sua, fiero, altero, tenendo il vestito elegante che aveva preso in affitto sollevato da terra come un trofeo, a Dario capitò di ricordare Mirko, un tipo che aveva conosciuto anni prima. Era chiamato “l’ergastolano”, perché una volta era stato in galera. Mirko era una persona tranquilla, quietamente disperata. Se gli capitava di trovarsi a litigare con qualcuno, troncava di netto la disputa in pochi attimi, esclamando una sola, infallibile frase: “Guarda, amico, che io non ho niente da perdere!”. L’altro, il contendente, si bloccava all’istante e restava muto, pensando a ciò che lui, al contrario, credeva di avere da perdere. Tutto tornava nell’ordine naturale delle cose: l’ergastolano si rimetteva pigramente la sigaretta in bocca e tornava dalle sue donnine a respirare la sua boccata di fumo nell’ora d’aria della galera del mondo. Un’ora lunga una vita, ma non abbastanza per scordare del tutto le settimane trascorse nella cella del carcere di Sollicciano, a pochi chilometri dalle colline di Leonardo, uomo di libero genio, precursore del Rinascimento.
Dario Reikis, invece, una galera vera e propria non l’aveva mai neppure vista, anche se ne ospitava una dentro di sé fin dall’infanzia. Non era pericoloso, Dario, non lo era mai stato; ed il suo contendente, il destino, il fato, o quello che sia, se ne approfittava. Ma quel giorno stringeva nella mano quello scudo di tessuto scuro che profumava di nuovo e di pulito, e portava con sé un odore stordente, forse magico, che dava alla testa.

* * * * * * *

L’abito elegante gli stava a pennello. Rideva, Dario, guardandosi allo specchio dell’armadio, attaccato e in parte già metabolizzato da voracissime tarme. Un po’ si piaceva con quel pastrano di lusso addosso. Un po’ si piaceva e un po’ gli veniva da vomitare. O forse gli veniva da vomitare proprio perché si piaceva. Sembrava imbalsamato, pronto per qualche solenne e viscido beccamorto, in grado di agevolargli il lavoro, già vestito per l’inumazione. Gli venne voglia di toglierselo subito, il costosissimo capo. Immaginò di presentarsi al palazzo dove era stato invitato come Capannelle de I Soliti Ignoti : pantaloni da fantino gonfi attorno alla coscia e stretti al ginocchio, scarpe di tela e camicia sdrucita. E al primo che gli chiedeva: “Ma come ti sei vestito?”, avrebbe risposto con l’accento romagnolo, l’intonazione cantilenante e la esse dolce, lieve, inattaccabile: “Sportivo!”. Di sicuro avrebbe attirato l’attenzione di tutti.
Ma non era possibile: la vita non è un film; o almeno non è un film diretto dallo sguardo e dalla voce di Monicelli. Se si fosse vestito da Capannelle non lo avrebbero fatto avvicinare nemmeno al cancello della sede della solenne presentazione letteraria. Doveva tenere addosso il completo a costo di soffocare, a costo di sentirsi segare a poco a poco la testa da quel colletto inamidato che sembrava disegnato da Marat e Robespierre. Si stese sul letto così vestito, a braccia larghe, come in croce. Un cristo di lusso, perfetto per il Salone delle Feste dell’Inferno. Non del Paradiso, no di certo: un po’ per la faccia, un po’ per i pensieri, un altro po’, un bel po’, per i sogni che gli capitò anche quella volta di fare. Si addormentò e sognò carni rosee; roba da far rabbrividire di sdegno l’intera rosa dei beati, i serafini, i cherubini, ed anche qualche angelo minore, ente quasi perfetto, sommamente atto al volo. Lo ridestò, per sua fortuna, la sveglietta made in China che non aveva mai saputo regolare e che suonava, con un gracidio metallico, ad orari casuali e imprevedibili, un tentativo di imitazione della Quinta Sinfonia. Si alzò, Dario, e cercò sul pavimento, carponi, il cellulare. La polvere lanosa accumulata settimana dopo settimana attorno al letto non era in grado di sporcare il tessuto robusto di quella specie di smoking. Tutto ciò, assieme alla consapevolezza che, se non avesse trovato traffico, sarebbe comunque arrivato in tempo per l’inizio della cerimonia, gli donò un sollievo speciale, e un sorriso degno di un Parsifal pronto ad iniziare il viaggio sulle tracce del Santo Graal. Un sorriso intenso, ispirato, anche se, di certo, non altrettanto puro.
Arrivò in orario. Anzi, all’ingresso del solenne Palazzo Municipale uno degli addetti alla sicurezza gli fece perfino un accenno di inchino, un gesto di deferenza con la testa e con le spalle: forse lo aveva scambiato per un pezzo grosso, un regista di film impegnati, pieni di metafore e problematiche, oppure un architetto di grido, autore di disegni per colossali e concettose palazzine, di quelli che le problematiche le fanno venire a chi è costretto a viverci dentro. Non sapeva, il marcantonio posto a guardia dell’ingresso, quanto si sbagliava. Dario rispose all’inchino con un gesto rapido della mano, un saluto a metà strada tra Fonzie e il Pontefice della Chiesa Cattolica Romana. E ci volle un miracolo, forse favorito dalla suddetta Chiesa, per evitargli di scoppiare a ridere, mentre pensava che se l’uomo della sicurezza avesse saputo chi veramente era, si sarebbe inchinato, sì, ma per assestargli una mazzata tra capo e collo. Reikic, là dentro, tra quelle mura antiche e quei tappeti rossi aspirati due volte al giorno da solerti inservienti, non avrebbe dovuto esserci. Ma aveva l’invito, autentico, uguale a quello di tutti gli altri.
Dario si sedette al tavolo della sala in cui stava per aver luogo la presentazione del libro. Il relatore esaltava il valore salvifico della poesia, e Dario, guardando esclusivamente il colore arancio smorto del liquido contenuto nel suo bicchiere, immaginava di trovarsi disteso per terra in un bosco gelato, in attesa di un morso alla gola, con lo sguardo dolce e spietato di un lupo che lo osservava e lo accettava, come un pazzo, un morto, un bambino. Era perduto, Dario, ma non più perplesso. Aveva una sola convinzione, una sola, che gli bastava e avanzava: era certo del nulla, del vuoto, del percorso assurdo del tempo e dello spazio che si spengono in un corto circuito comico e irreparabile, alternanza di buio e di luce, energia dispersa, fili bruciati, odore di fumo, mani che si agitano a caso in un labirinto di percorsi nascosti da un muro di calce bianca. Quando guardava la televisione a Dario capitava a volte di imbattersi in un film d’amore, uno di quelli ben fatti, dolci, con il lieto fine. Rideva da solo, nel salotto di casa, con le persiane accuratamente chiuse e i doppi vetri adeguatamente sigillati. Rideva, mentre gli si squarciava il petto, lacerato da un dolorino tenace, una pena silenziosa coinquilina da molti anni dell’appartamento in affitto e del cuore che aveva ricevuto in comodato d’uso. Si sbellicava, guardando i film sentimentali, prendendo ferocemente in giro attori, registi e sceneggiatori; intanto il suo alter ego, lo stuntman del cuore, piangeva a dirotto in un angolo del petto, forse per l’invidia, la nostalgia, il rimpianto per qualcosa che neppure lui conosceva. Ma Dario era certo di non avere più interesse per niente; meno che mai per quelle storie complicate di relazioni fatte di fiducia e tradimento, egoismo e abbandono, menefreghismo e bisogno ostinato di affetto. L’unico sguardo languido che sapeva e voleva dare lo rivolgeva ad una donna velata, del tutto immaginaria: quella che abitava tra le lapidi e le fosse, all’interno dei cimiteri accanto a cui passava con la macchina, rallentando di proposito, come se avesse incrociato una bellezza in minigonna, mentre gli altri sfrecciavano via con la faccia tetra facendo ogni tipo di scongiuro. Era sereno, Dario, tutto sommato. Il trascorrere del tempo, che anni prima lo inorridiva, in quei momenti era un’immensa consolazione. Per quanto ingarbugliato e assurdo, il percorso ha una direzione, si ripeteva. Indietro non si torna, e, presto o tardi, tutto salterà per aria definitivamente. Con un clic sommesso, sì, non con un crollo fragoroso. Si spegnerà il cervello e con lui il corpo. Il resto del mondo non se ne accorgerà, come è giusto che sia. Niente sarà peggiore o migliore di quello che era e che sarà. Ma io sarò niente. Perfino l’esercizio dei vermi sarà vano: non sentirò neppure i loro microscopici denti. Ciò che resterà di me sarà alimento di breve durata, materiale per il metabolismo di invertebrati piuttosto che un involucro chiamato all’impresa di rivestirsi di eternità.
Pensava questo, o qualcosa di simile a questo, anche quel giorno, immobile in un gomitolo di nervi e silenzi sulla sedia di quel caffè davanti a professori esperti di poesia e all’autore che si beava dei complimenti e dei paragoni con più di un illustre vate della letteratura di varie epoche e varie nazioni. Applaudiva anche lui quando applaudivano gli altri, e sorrideva a lungo, certo che nessuno al mondo potesse immaginare la ragione della sua micidiale gioia.

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