Il senso della possibilità

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spagn, PossibltàIl percorso letterario di Antonio Spagnuolo prosegue da anni con nitida coerenza e con la forza di un linguaggio del tutto individuale ed individuabile. Pubblico qui di seguito la recensione inedita di Francesco Politano riguardante il recente libro di Spagnuolo “Il senso della possibilità”.
Buona estate, ricca di belle ispirazioni, a tutte e a tutti.
IM

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ANTONIO SPAGNUOLO, Il senso della possibilità,

Kairós, ed.,Napoli, 2013.

Con la recente opera, Il senso della possibilità ( bello e significativo il titolo), Antonio Spagnuolo continua il suo nuovo cammino poetico, muovendosi tra cielo e terra, ombre e luci, io e altro da sé, inconscio e subconscio, realtà e finzione, giovinezza e “ vecchiezza”, vita e morte.

Nella prima sezione, che dà il titolo al libro ( emblematica, in copertina , la tela di Rousseau), pur impregnata dei”richiami” e della policromia dell’eros ( col suo”fulgore” e le sue “vertigini”), si rilevano i limiti della passione amorosa che da sola non riesce a sorreggere il mondo.

Consapevole di ciò, il poeta cerca di trovare un significato alla condizione umana, intravedendo un punto luminoso all’orizzonte, nella sua risalita dall’abisso del vuoto, del nulla, tendendo quindi al di là delle apparenze, oltre il visibile . In questo suo tentativo, egli parte da una realtà che presenta colori dai “profili ormai grigi” e incerti, pieni di una malinconia “ che graffia, che morde, che inasprisce/ le braccia” ( cfr.”Briciola”, a p.84) e di nostalgia per la perdita della bellezza, “ dei bagliori” dell’esistenza, in un periodo mutato rispetto alla fase precedente, mentre “riaffiora / l’antica solitudine” assieme all’angoscia.

Vano è il suo aggrapparsi alla natura e ai suoi doni ( fiori, paesaggi ecc.), perché irrompono i ricordi che bruciano “fra le dita” e sulla pelle, “mentre un disco dei Platters /punteggia il vecchio alfabeto a capogiro” ( cfr. la chiusa di “Quiete”, a p.44). Tuttavia,egli non si arrende, non si rassegna. Lo confermano, nel suo linguaggio, i verbi adoperati, che sono dinamici e flagranti: penetrare, scavare, cercare, inseguire, attanagliare, distruggere, fremere, impazzire, sgusciare, rincorrere, sfidare, strappare, spaccare, pulsare, mordere ecc.

Il suo sforzo di aprirsi un varco verso il trascendente e gli altri, per disvelare il mistero, si rivolge, dunque, a Dio ma pure all’Uomo, ben mixando un lessico normale,spesso asciutto, e varie espressioni scientifiche. Dal ricordo riemergono altresì le preghiere della sua prima giovinezza( specialmente l’Ave e l’Angelus), mentre il Nostro, con il suo bisogno di Dio, sembra muovere i suoi passi verso la fede, sebbene manchi ancora il passaggio da Dio quale dovere o bisogno, a Dio come desiderio, l’anello a cui si salda la sua duplice passione per l’Assoluto e per l’Uomo.

Razionalista convinto, Spagnuolo sa che la ragione non può andare oltre per riempire la sua ( come la nostra) esistenza terrena, per cui egli lancia il suo “grido” verso Dio, pur con passi inquieti e nell’assenza del trascendente, che lacera la nostra presunta sicurezza.

Un discorso a parte merita l’altra sezione, “ In memoria “, dedicata ad Elena, l’indimenticabile consorte, la cui perdita provoca nel poeta uno stato di smarrimento, fatto soprattutto di solitudine e di paura. Si tratta di un cambiamento drammatico e improvviso, dove i lessemi “ canto” e “memoria”/ricordo” esprimono incisivamente la tristezza di Spagnuolo, stretto nel dilemma vivere o ”inceppare nel vuoto”.

In questi tredici componimenti, il cuore del poeta appare dunque rabbuiato dal dubbio e dal dolore per l’assenza della donna amata, come evidenziano efficacemente le dicotomie buio/ luce e voce/ silenzio. Il Nostro si sente quasi dimezzato, lacerato, desolato. Tuttavia, egli cerca di elaborare il suo lutto, vacilla ma non si abbatte, aggrappandosi alle parole( e al cuore) per risollevarsi.

Sembra proprio che , lasciandosi attraversare dal dolore e riconoscendo i suoi limiti con sincera tensione conoscitiva, senza quindi arroccarsi egoicamente, Antonio Spagnuolo voglia continuare a progettare la vita, uscendo da se stesso ed aprendosi agli altri. I temi della fine e del vuoto provocano, pertanto, in lui un senso di amarezza e di incertezza. E, ricordando la sua cara compagna, che è ormai “ nel soffio dell’eternità”, per un momento vorrebbe morire ” per sparire nel nulla / o per scoprire dove si cela la tua sembianza”. Ma la fine dell’amata, lo spinge, d’improvviso, a piangere, a riconoscere che qualcosa di prezioso si è perso, quasi superando la frattura tra la sfera fisica e quella spirituale. Gli stessi verbi usati risultano inoltre adeguati alla sofferenza del poeta: gelare, perdere, piangere, lacerare, corrodere, inaridire, inceppare, finire, fissare, raggelare, affondare ecc.

Ma, pur sembrando assente, Dio è comunque presente quale “ eterno” o “ eternità” e “ incanto di preghiere”, avallando l’impressione, che il Nostro sia un non credente che crede di non credere in “ un percorso che si svolge …sotto il cielo di Dio” quale anelito alla ricerca, “ nell’orizzonte del mistero, della trascendenza” (cfr. G. Ravasi, “ Alla frontiera del credere e non credere” ne IL DIO IGNOTO, Corriere della sera, 2013). Emerge perciò, da questi versi, una sorta di” rimprovero”-amore ( mai di astio)verso Dio.

Francesco Politano

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