Giorno: 19 marzo 2014

Quando anche le foglie si accorgono di dover morire

Postato il Aggiornato il

ImmagineUn autore giovane, una poesia già dotata di un’impronta, una voce, una fisionomia ben definita. Ne parla in termini molto elogiativi Gavino Angius, in una prefazione che non si limita a spiegare in modo didascalico, ma interagisce, dialoga, crea a sua volta su brani e versi estrapolati ed assaporati.

Buona lettura,  IM

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PREFAZIONE ALESSIO SALVINI

S’incomincia a leggerla, la poesia di Alessio Salvini, e ci si ritrova a studiarla.

Non come lettera scritta e morta. Come si studiano le mosse di un predatore, piuttosto. Imprevedibile se non per la sua prima qualità, quella di essere imprevedibile.

Eviterò di soffermarmi sulla giovanissima età di Salvini, elemento avventizio, che in poesia non conta. Specialmente se, come nel suo caso, la sua poesia viene da molto lontano.

Quanto lontano?

Vi sono possibilità, nel momento aurorale della tradizione novecentesca, che per troppa ricchezza o poca consapevolezza, sono state abbandonate o disperse, con gesto magnifico e un poco incosciente. Possibilità andate disperse o cancellate, naufragate nel diluvio di koinai poetiche succedutesi fino al presente.

Possibilità protonovecentesche, fermenti rimasti a incubare, senza che la poesia successiva abbia potuto o voluto condurli alle loro necessarie conseguenze, saldare i conti con essi.

Di queste possibilità Salvini si fa interprete consapevole e attento, con una pietas che non vuol essere tentativo di restaurazione, o di proposta di canoni alternativi (ne circolano fin troppe, ultimamente). Se il proposito di Salvini è quello di ri-fare, l’accento batte più sul “fare” poetico, che sul prefisso iterativo. Un fare che si spinge oltre il singolo componimento, instaurando un’architettura binaria, solida e avvertibile, pur nell’esiguità di questo laconico canzoniere.

Perciò, se nella poesia di Alessio Salvini si dà un preservare e un rinverdire, questo si verifica per traslazione, non per imitazione o parafrasi, attraverso un dettato originario, fresco quanto è lecito aspettarsi, maturo quanto le severe scelte (metriche, lessicali, d’atmosfera) richiedono. Una lingua poetica che sortisce strani effetti d’inattualità, che sembra appena inventata, alle sue prime prove.

Perciò sarebbe vano, ingeneroso e anche frustrante cercarvi con la lente d’ingrandimento una deriva-Rilke, un’intonazione-Campana, una qualsiasi traccia di citazionismo. Più proficuo sarà leggere soppesare e giudicare quest’opera prima secondo i suoi stessi princìpi, magari facendo tesoro di notazioni teoriche acute e spregiudicate come quelle di Marjorie Perloff, situando la poesia di Alessio Salvini, più che contro o fuori dal moderno (e dal postmoderno), lateralmente a entrambi, in una dialettica di rispecchiamento critico, svincolata da ogni automatismo.

Ci accontenteremo di leggerla come fenomeno, questa poesia, in fondo è ciò che legittimamente chiede, riconoscendola decifrabile per approssimazioni e scarti successivi, mappandola per aree di senso, scandendo le sue cadenze, scoprendo che ne resteranno sempre margini sfuggenti, alonati di unheimlich.

GAVINO ANGIUS

IO ERO L’AFRICA – di Roberta Lepri

Postato il

ImmagineL’Africa continente reale, pulsante di vita, dolore e passione, ma anche dimensione interiore, ineluttabile zona di confine tra paradiso e abisso, Cuore di Tenebra e Karen Blixen, sudore, sangue, incubo e sogno.

Un libro, quello di Roberta Lepri, da leggere come testimonianza di una storia, la vicenda di una famiglia, ma anche come un libro di formazione e di viaggio, dentro la geografia interiore, i meandri delle verità.

Pubblico qui di seguito la scheda del libro e una recensione firmata da Massimo Onofri.

Buona lettura, IM

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IO ERO L’AFRICA

di Roberta Lepri

La piccola Bianca sembra avere un unico scopo nella vita: ricostruire le vicende dei nonni in Africa. Così, scava con mille domande nella loro memoria, fino ad avere due versioni diverse della stessa storia. Angela è stata amata dalla gente del luogo ed è riuscita a realizzare il sogno di suo fratello, il più giovane vescovo d’Italia: fondare una missione vicino al fiume Giuba. L’appassionato racconto della nonna è la celebrazione di un’Africa amica, è l’inno alla gioia di chi si è trovato in armonia con tutta la natura. Teo, invece, socialista ed ex colono, è ancora prigioniero dei propri pregiudizi. Ha sofferto per la lontananza dalla famiglia d’origine, ha avuto verso i Somali un atteggiamento brutale e non ha disdegnato avventure con le giovanissime ragazze del posto pur disprezzandole. Ambientato negli anni Cinquanta, il libro narra, attraverso una scrittura luminosa e di gran fascino, una storia vera di emigrazione e razzismo al centro di un’Africa spietata e bellissima.

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Romanzi

Nell’Africa nera l’epopea famigliare di Roberta Lepri

MASSIMO ONOFRI

Un nonno: Teo. Una nonna: Angela. E una villa, piena di buone cose di pessimo gusto, esotico e coloniale, che alla piccola Bianca appaiono cariche di mistero: «Era stata costruita alla fine degli anni Sessanta con i soldi ricavati da quella che in famiglia veniva chiamata la campagna d’Africa del nonno, più o meno cinque anni che lui diceva di aver passato a coltivare le banane che invece avevano coltivato altri.

Cioè i neri».Io ero l’Africa,l’ultimo romanzo di Roberta Lepri, muove da qui, dalla discrasia d’uno sguardo, quello di Bianca, che oscilla, sempre più attratta dal fascino di quelle remote latitudini, tra i punti di vista dei nonni, i quali, nel 1954, erano partiti per la Somalia lasciando a casa i figli. Il punto di vista di Teo, mezzadro socialista: che, nonostante il socialismo, considera i somali, che disprezza, come animali da soma o da preda concupiscibile.

Quello di Angela, che è invece riuscita a realizzare il sogno del fratello vescovo, il più giovane d’Italia, fondando una missione nei pressi del fiume Giuba. E in mezzo i figli: che avranno una decisiva importanza in quanto accadrà. Lepri è brava nel far affiorare la storia – una storia di dolori e violenze, cambiamenti drastici come rinascite, fragilità, risentimenti – sull’onda di un’oscillazione che prova, da subito, a riequilibrarsi.

Malgrado l’iniziale reticenza o, forse, proprio in sua virtù: che cala, magari, sulle foto di giovani somale dal sorriso gentile e senza vestiti.

Mentre i «neri» che emergono dai racconti poco condiscendenti del nonno – sottolineati, quei racconti, dall’imbarazzo della nonna – s’impongono nella loro innocenza di sfruttati senza coscienza, di abitanti inconsapevoli d’un paesaggio che Lepri ci restituisce -soprattutto con gli occhi di Angela- in tutta la sua bruciante, commovente, bellezza.

Ecco: se per il nonno quei «neri erano solo testoni», «superstiziosi», «bugiardi» e maleodoranti, per Bianca (ilnomen si nega così, da subito, all’omen), che ammira «la meraviglia lucida» della loro pelle, il nero cessa d’essere il correlativo del pregiudizio, per diventare sinonimo della stessa allegria del vivere. Tutto questo in una prosa limpida appena increspata da qualche lieve metafora. Così, sulla «voce sottile» della nonna: «Pareva lo spiffero del vento tra i buchi delle tapparelle abbassate». Dal numero dei personaggi qui citati – solo alcuni: e nessuno africano – si capisce che questo è anche il romanzo d’una piccola epopea familiare d’emigranti: come ce ne furono, per l’Africa, negli anni Cinquanta. Ma il suo pregio sta proprio nella disponibilità interculturale, nella capacità d’adesione all’“altro” (che è, poi, innocente adesione alla vita), senza indulgere nel mito rousseauiano del buon selvaggio, magari in declinazione terzomondista. E nella decostruzione del nostro etnocentrismo: tanto più convincente perché generata dal candido e tenero sguardo d’una fanciulla in fiore. E lei lo sa: basta chiudere gli occhi e si vede l’Africa.

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Roberta Lepri

IO ERO L’AFRICA

Avagliano Pagine 176. Euro 13,00

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