VIAGGIO AL CENTRO DELL’AUTORE – nuova rubrica

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Viaggio rubrica Dedalus

Inauguro oggi, con un articolo dedicato a Moravia, una nuova rubrica, VIAGGIO AL CENTRO DELL’AUTORE.

Un modo per indagare sul rapporto, spesso complesso e contraddittorio, tra alcuni scrittori e poeti e i luoghi in cui hanno vissuto. Luoghi di residenza o di elezione, spesso tutt’altro che idialliaci, ma sempre fertili di ispirazioni, sogni o incubi, amore e odio, volontà di fuga e desiderio di eterni, ineluttabili ritorni.

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VIAGGIO AL CENTRO DELL’AUTORE

Un viaggio è un’opportunità unica per conoscere, scoprire, stupirsi, apprendere ma anche un modo per ricordare, per non dimenticare. In questa mia rubrica, non parlerò di viaggi o di luoghi ma di scrittori, letterati e poeti che con la loro opera hanno impresso una traccia forte sul territorio, l’ambiente e il contesto che li ha ospitati o che essi hanno eletto come loro topos ideale, fonte di ispirazione e di ricerca.

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Qui di seguito la prima “esplorazione”: Moravia e la sua Roma.

Alberto_Moravia

Roma è davvero solo un fondale?

In occasione dell’anniversario della morte di Alberto Moravia, avvenuta il 26 settembre 1990, mi accingo a scrivere di Roma, di quella Roma vissuta ed interiorizzata dallo scrittore che ne fa non semplicemente lo sfondo dei suoi romanzi ma uno specchio della società di profondi cambiamenti. Da via Sgambati dove Moravia ebbe i natali in zona Pinciana alla sua casa a Lungotevere Vittoria. Per Moravia Roma è un misto di vitalità e decadimento, un humus letterario nel quale immergere le sue storie, i suoi personaggi, le contraddizioni di una società che va progressivamente disgregando e corrompendo.

Così ebbe a scrivere Moravia su Roma: “Sono nato e vissuto a Roma e ho avuto sempre gli stessi problemi insoluti e insolubili nel mio rapporto con la città”. «Una piccola città mediterranea, quasi più piena di monumenti che di case», una città che ha tentato sempre invano di trasformarsi in una vera capitale europea senza riuscirci poiché sempre un po’ provinciale.

Una città costretta dalla Storia ad assumere un ruolo internazionale senza essere mai riuscita tuttavia a staccarsi dalle radici antiche, fino a costituire un reticolo sconfinato di rioni e quartiere, quasi cittadine adiacenti, repliche infinite di un modello antico, un ibrido immenso.

Ma forse proprio per questa natura ambigua, accattivante e straniante, gentile e spietata, rozza e raffinata, Moravia trova a Roma l’humus ideale, lo specchio per la sua stessa indole, umana e letteraria. Lo scrittore Pincherle era allo stesso tempo aristocratico e immerso nella carnalità, o almeno nel desiderio della carnalità, come un gourmet cerebrale e combattuto che non tocca gli oggetti ma si inebria in segreto di odori e profumi, senza confessarlo neppure a se stesso. Pincherle, mezzo marchigiano e mezzo veneto, per metà nordico e per metà dell’Italia centrale, con una voglia di solarità contrastata da uno Stato Pontificio ancora presente a dispetto dei secoli, trova a Roma l’oggetto ideale per il suo amore ed il suo odio. Perché si può odiare solo ciò che si ama profondamente, ciò che ci assomiglia, e quindi ci spaventa, nell’atto stesso di attrarci in modo irresistibile.

Lo scrittore Moravia, costretto a fare i conti con la sua origine borghese, vissuta come privilegio e colpa, messa a confronto in modo ineluttabile con la radice popolare del suo amico-collega Pasolini, a Roma, negli ambienti della sinistra fedele ai dettami ideologici, vive da straniero, come il protagonista del romanzo di Camus, alla ricerca di una verità autentica che sfugge continuamente. E allora non gli resta che utilizzare le armi che ha a disposizione, la parola, la scrittura, la fuga e il ritorno.

Moravia ridisegna la città nei suoi libri e nei suoi scritti. Non per trasformarla in una improbabile Arcadia. Per tramutarla, piuttosto, in un luogo vivibile, per lui e per tutti gli esseri complessi e multiformi, gli stranieri che necessitano radici e gli indifferenti che provano, a bene vedere e sentire, profonde passioni. Riscrive la toponomastica della città, ma in modo che ogni luogo reale sia riconoscibile. In pratica allontana la donna amata ma senza lasciarla uscire dal raggio del suo abbraccio e del suo sguardo.

Lo stesso avviene anche con le sue innumerevoli fughe, i viaggi all’estero, lunghi, infiniti, in luoghi esotici veri, difficile, non da cartolina illustrata. L’India, la Cina, l’Africa, luoghi fertili di umanità sofferente e vitalissima. Distanti, dal suo mondo, dal suo elegante Lungotevere Vittoria.

Eppure, l’eterno ritorno, una volta ritrovata la macchina da scrivere, è quello nei luoghi angusti della città eterna. Moravia rifugge i grandi spazi, ha bisogno di concepire storie che si svolgono tra le stanze di un appartamento, i corridoi, le stanze da letto. Si immerge nelle vastità del mondo per poi ritornare a pensare ai microappartamenti romani,, là dove di svolgono le vere battaglie, là dove l’umanità combatte le battaglie evolutive, quella per la sopravvivenza.

La Roma di Moravia non è mai quella da dépliant turistico ma neppure quella dei quartieri degradati, con il cemento grigio e grezzo che divora prati periferici.

La sua Roma è allo stesso tempo un’idea e una scala reale che conduce ad una casa reale, borghese, con tutto il bene e tutto il male che può contenere, sia l’abitazione borghese che la parola che la definisce.

Per questa ragione Moravia e Roma sono un binomio così forte, perché è una simbiosi autentica, fatta di attrazione e paura. Roma è l’amante imperfetta da cui lo scrittore e l’uomo di staccano per poi ritornare, nel momento stesso in cui si accorge di non essersene mai allontanato veramente, neppure a migliaia di chilometri di distanza.

Roma è l’amante che cambia con gli anni, restando alla fine se stessa. Quella che si vorrebbe vedere cambiare, lasciando dietro di sé le meschinità, le minuscole e becere ruberie, le furbizie da poco e gli intrallazzi autolesionistici. L’amante che si spera possa cambiare dentro, e invece muta solo pelle, diventando solo ricoperta di plastica e dai colori fosforescenti. Dentro, rimane la stessa. Ma tutto ciò non cambia l’amore nei suoi confronti. Non lo muta di segno né di intensità. Perché quella imperfezione, quel mutamento fittizio e sofferto, è lo specchio delle contraddizioni che Moravia sente e percepisce intensamente in ciò che vive e ciò che scrive.

Per Alberto Moravia Roma è forse il luogo dove ritornare dai suoi continui viaggi che lo videro protagonista fino agli ultimissimi anni di vita.

I viaggi gli permisero di sperimentare il cosmopolitismo, di confrontarsi, di conoscere grandi personalità politiche, quali Nehru, Tito, Arafat, Ceausescu e Castro e che egli seppe far rivivere in molti libri ad essi dedicate, ma soprattutto di staccarsi da questa sua città che, anche se fastidiosamente lo rispecchiava nelle sue contraddizioni, amore – odio, provinciale e universale , borghese antiborghese.

La vita romana di Moravia si muove per il centro tra le case di via Sgambati al quartiere Pinciano, via dell’Oca a Ripetta e quella ultima sul Lungotevere della Vittoria. Difficile da inquadrare tanto è distante la Roma dei salotti da quella delle vecchie borgate o delle attuali zone dormitorio. La città è un arcipelago e, il punto di vista di Moravia è necessariamente parziale.

Roma, anche grazie a Moravia, rimane un sentimento che ti lega senza alcuna catena. Non una destinazione, un’icona, un topos, ma parte integrante di chi la vive e l’ha scelta, volente o nolente, come suo “fondale”.

Ivano Mugnaini

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10 pensieri riguardo “VIAGGIO AL CENTRO DELL’AUTORE – nuova rubrica

    Lucetta Frisa ha detto:
    29 settembre 2014 alle 17:21

    Interessante e bella la tua idea,Ivano” La seguirò con attenzione e immancabile piacere.

    mariazimotti ha detto:
    29 settembre 2014 alle 18:12

    Leggendo questo articolo la memoria va ad uno stralcio del tuo romanzo ” Limbo minore “. Più precisamente proprio alla descrizione della passeggiata che il protagonista fa in una Roma che viene sinteticamente ed efficacemente indicata come qualcosa a metà tra una capitale decaduta e in grande paesone laziale ( se non ricordo male) e camminando per Roma, specialmente nella sia immensa periferia si ja questa sensazione.

    gavino ha detto:
    30 settembre 2014 alle 19:17

    Ottima iniziativa, c’è sempre bisogno di ri-leggere di nostri autori che han fatto grande la nostra letteratura.
    Grazie Ivano, ti leggeremo in tantissimi, stanne certo.
    Gavino

    ivanomugnaini ha risposto:
    1 ottobre 2014 alle 19:07

    Grazie Lucetta. A dire il vero questa idea è nata dalla collaborazione con chi è esperto in economia della cultura e del territorio. Sento la necessità di uscire dagli spazi angusti dell’intellettualismo autoreferenziale per abbracciare il mondo con le sue sfide, la sua complessità, i suoi rinnovati linguaggi. Spero di vincere la sfida e di raccogliere buoni frutti. Sarò lieto se mi vorrai seguire!

    ivanomugnaini ha risposto:
    1 ottobre 2014 alle 19:13

    Ciao Maria. Come sempre ti confermi ottima lettrice, oltre che autrice. In effetti il mio romanzo “Limbo minore” contiene un brano in cui si parla della sensazione ambivalente che trasmettono certi quartieri della capitale in cui si respira un’atmosfera “internazionale” ma anche una dimensione molto più angusta. Grazie per le tue attente letture.

    ivanomugnaini ha risposto:
    1 ottobre 2014 alle 19:14

    Lieto del tuo apprezzamento, Gavino, e sono d’accordo: ri-leggere, quando ne vale la pena, fa bene almeno quanto leggere.

    alfonsina caterino ha detto:
    4 ottobre 2014 alle 06:57

    Caro Ivano leggo con piacere ed interesse l’iniziativa a cui ti appresti, di ricordare alcune grandi personalità della storia della letteratura italiana. La poliedrica e multiforme tua opera è originale perchè ti sdogana da ogni possibile e sterile inquadramento. Molto arricchente il profilo che tracci del rapporto Moravia-Roma. Ed è così corrispondente lo spirito di amore-odio che lo scrittore aveva verso la sua città che a leggerne le tue note mi sento sollevata da averlo sempre pensato, da sola…Ed anche credo, oggi ,che Roma la conosco bene, che Moravia fosse una persona eccezionalmente sincera e intellettualmente onesta. Dico questo perchè Roma è amabile e detestabile, all’unisono, ma non troveremo mai un romano che lo ammetterà. Lui l’ha fatto ad Arte, con la maestria che l’ha contraddistinto in tutto..Autore, precocemente modernista, con il testo “GLI INDIFFERENTI” ha periziato una società che si avviava verso la decadenza del rapporto carnale con la vita sostituendolo con un altro di tipo cerebrale, introspettivo e tanto critico da depurarlo degli elementi romantici, veristici e realistici con un altro che già potremmo definire post-contemporaneo. La sua lungimiranza nel tracciare l’animo umano che progressivamente sostituiva i cosiddetti valori con metodologie moderne di comportamento, ha coinvolto la mia crescita giovanile in quanto sempre l’ho sentito parte importante del mio pensiero condiviso. Ancora ne ammiro il registro descrittivo del’universo popolo, poco protagonista della sua opera se non per piani oppositivi alla società borghese che, come già aveva eccellentemente circumnavigato Molière non ha rivali ad incarnare i sentimenti più brutali e miseri che ne rilevano miseria e debolezze. L’uomo di strada non ha mezzi con cui mediare il rapporto con la vita. Deve a qualsiasi costo guadagnarsi un tozzo di pane, rubando o addirittura ammazzando. Questo succede con il gruppo di amici di AGOSTINO tanto simili ai grappoli di ragazzi figli di nessuno, affacciati ai finestrini dei treni in corsa, descritti e amati dal suo grande amico PPPasolini in Ragazzi DI VITA. afonsina caterino

    ivanomugnaini ha risposto:
    4 ottobre 2014 alle 12:00

    Ti ringrazio per il commento, Alfonsina, dettagliato, documentato e scritto con partecipazione. Lieto della tua lettura di questa nuova rubrica di Dedalus. im

    Giovanna Iorio ha detto:
    4 ottobre 2014 alle 20:22

    Letta con piacere. Ciao Ivano.

      ivanomugnaini ha risposto:
      8 ottobre 2014 alle 17:32

      Ti ringrazio molto Giovanna. Ciao a te, buona scrittura e buon tutto ciò che conta

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