Mese: Maggio 2015

Presentazione rubrica A TU PER TU

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A breve qui su Dedalus inaugurerò una nuova rubrica, A TU PER TU.
Sarà un’occasione per contribuire a dare visibilità ai fermenti che animano il mondo letterario: presentare autori, produzioni, operatori, artisti, promotori, progetti innovativi e tanto altro. Tutto ciò che di vivo e vitale si muove nel microcosmo delle scritture potrà trovare spazio nel blog attraverso le mie interviste. Poche domande ma ben calibrate per analizzare, approfondire e riflettere su temi, persone e tendenze.
A TU PER TU è uno spazio aperto al dialogo che si alimenta e si arricchisce attraverso i contributi, gli spunti e le sollecitazioni dei lettori. Chiunque sia interessato a segnalare temi o a proporsi per un’intervista può farlo scrivendo a:  ivanomugnaini@gmail.com .
A presto, dunque, per dialogare in modo schietto e diretto sulla letteratura e sulle energie innovative che vi ruotano attorno.  IM

L’ATTESA

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In occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, un mio racconto, un piccolo frammento, uno degli innumerevoli punti di osservazione dell’assurdità disumana della guerra e di ogni tentativo, ancora attuale, di farla apparire un male necessario.

 

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L’ATTESA

La canna del fucile sfiorava, a tratti, la testa dell’uomo seduto per terra. In piedi al suo fianco da oltre un’ora, reggevo saldamente l’arma con entrambe le mani. Ogni tanto la spostavo di lato, con rapide oscillazioni, per poi riportarla, invariabilmente, di fronte alla tempia livida sovrastata dall’elmetto. Cercavo, in tal modo, di dare sollievo alle braccia, facendo scorrere un po’ di sangue nuovo. Sapevo che avrei dovuto rimanere a lungo in quella posizione. Era tutto molto chiaro. Finché lui restava lì, accasciato al suolo come uno straccio bagnato, io dovevo sorvegliarlo attentamente e non muovermi.
A poche decine di metri da noi le due trincee contrapposte si vomitavano contro torrenti di piombo infuocato. Gli interminabili istanti della “strategia del logoramento”. Ci scambiavamo gragnole di colpi con la stessa rabbia gelida e sorda e con il medesimo intento. Ognuno sperava che fossero i nervi degli altri a cedere. Ciascuno in cuor suo pregava che fosse il comandante nemico ad ordinare per primo ai suoi soldati di uscire dalla trincea e lanciarsi all’attacco. Ciò avrebbe consentito di fronteggiare i drappelli avversari restando al coperto, falciandoli e decimandoli con la mitraglia, prima dell’ineluttabile corpo a corpo, prima della furia bestiale degli scontri all’arma bianca.
Ciascuno pregava che fossero gli altri a muoversi per primi, ma, allo stesso tempo, ciascuno avrebbe voluto che fosse il grido del proprio tenente a squarciare assieme all’aria quel frastuono di metallo più cupo e irreale del più tetro silenzio. Sì, perché l’attacco sotto il fuoco nemico è terrore, follia che penetra nel cervello come fumo, nebbia e fiamma, ma l’incertezza di quegli attimi è ferro scaglioso di baionetta che rosicchia le ossa fino a spezzarle e strappa le vene una ad una.
Ogni volta restavamo con un piede esitante, quasi sollevato per aria, pronti a volare al di là dei reticolati oppure ad incollarci a terra, dietro i sacchi di sabbia posti a protezione delle trincee.
Era così ogni santo giorno, ma non quel giorno, per me. Avevo un compito diverso. L’ordine che avevo ricevuto era netto e preciso. Rimanere accanto al prigioniero, tenerlo sotto tiro, non perderlo di vista neppure un istante, e attendere.
Osservavo le sue braccia abbandonate al suolo e il rincorrersi delle smorfie sulla sua faccia. Le palpebre erano chiuse dal torpore di un sonno tanto profondo quanto aereo, incorporeo. Non era né vivo né morto. Dormiva. Dormiva e sorrideva. Era lontano. Lontano dal fango vischioso della trincea, lontano dalle granate e dalle mitraglie che frantumavano la carne e i timpani, lontano persino dal fucile che gli tenevo a pochi centimetri dagli occhi.
Sognava, probabilmente. Sicuramente russava. Chiazze di liquido profumato rendevano più scura, in certi punti, la sua divisa. Per il resto era identica alla mia.
Era rientrato la sera prima da una breve licenza portando con sé una compagna clandestina, una bottiglia di liquore che si era scolato fino all’ultima goccia. L’ufficiale che lo aveva scoperto in quella condizione, ubriaco fradicio a poche ore da una battaglia, non aveva avuto alcuna esitazione sul da farsi.
Aveva immediatamente indicato un soldato a caso, affidandogli l’incarico di avvisare chi di dovere appena il prigioniero tornava in sé.
“Lo voglio punire di persona – mi aveva detto. Ma non adesso. Lo farò fucilare quando sarà in grado di capire qualcosa”.
Già. Capire qualcosa. Mi guardavo intorno e risentivo quella frase. La sentivo scoppiare nelle orecchie assieme ai proiettili, ai brandelli di roccia e alle grida. E ad ogni schianto mi veniva da pensare che se qualcuno in quel luogo e in quel momento fosse stato capace di capire qualcosa bisognava dargli una medaglia, altro che fucilarlo.
Non era la prima volta che ero costretto a puntare un fucile contro un mio compagno. Un giorno avevano urlato il mio nome assieme a quello di altri sette soldati scelti a casaccio. Ci avevano fatti schierare di fronte ad un muro. Davanti a noi tre ragazzi accusati di diserzione, o qualcosa del genere. Feci fuoco tenendo gli occhi chiusi, cercando deliberatamente di sbagliare mira senza dare troppo nell’occhio.
Quasi tutti gli altri componenti del plotone avevano avuto la mia stessa idea. Fummo minacciati e costretti a ripetere l’esecuzione. Puntai guardando i piedi del ragazzo di fronte a me. Piedi deformati da scarponi incrostati di terra.
Premetti il grilletto in modo automatico, senza pensare e senza vedere niente. La mano era rimasta ferma, ma le palpebre si eran serrate di nuovo, nell’attimo in cui una voce estranea mi urlava di sparare.
In quel momento però gli occhi chiusi non erano i miei. Erano quelli del ragazzo ubriaco che dovevo sorvegliare. Le mie pupille erano spalancate, invece, e il cervello macinava una farina grigiastra e soffocante. L’ordine di fucilarlo non era mio, neppure quella volta. Toccava a me però stabilire l’attimo, il momento opportuno. Dovevo decidere io quando sarebbe stato in grado di intendere, e di soffrire. Era una scelta che spettava unicamente a me.
Non aveva scampo. Era già morto. Ma la mente era ancora libera. Finché era avvolta dalle braccia calde e sinuose di quella vaporosa euforia non c’era pallottola che potesse penetrare al suo interno, non c’era gelo di metallo scheggiato che potesse farla rabbrividire.
Non potevo salvare il suo corpo. Sarei riuscito solamente a far fare a pezzi anche il mio. Però potevo sbagliare i calcoli. Sì, per una volta potevo essere io a fregare il tempo, giocando d’anticipo. Potevo far sì che lo zelante capitano riuscisse ad impartire la sua punizione esemplare ad un fagotto ciondolante ed irridente come un clown. Il cervello del fantoccio sarebbe stato da qualche altra parte, chissà dove. Fuori tiro, in ogni caso.
Con l’aiuto di un paio di compagni riuscii a tenerlo in piedi fino all’ultimo. L’ufficiale era troppo infervorato. Non si accorse di niente. Gli occhi del prigioniero erano aperti quel tanto che bastava. Quando la scarica gli si abbatté addosso non cambiò espressione. Il sorriso che gli si allargò sulla faccia non era meno lieve, non era meno assurdamente e stupendamente tranquillo di quello che avevo osservato a lungo, tenendo il mio fucile puntato contro di lui.
Mentre portavano via il cadavere ripetevo a me stesso che in fondo la sua unica colpa era stata quella di imitare la morte. Aveva osato indossare la sua maschera orrida e grottesca. Sì perché solo una morte follemente e ciecamente ubriaca poteva scorrazzare sulle rocce e sul fango di quelle montagne, menando colpi a caso, con un riso isterico che le squarciava la faccia. Solo una morte in preda ai vapori di un alcool stordente poteva mietere le sue vittime senza alcuna logica, fregandosene beatamente di ogni merito, di ogni prudenza, di ogni abilità. Un dito traballante guida una pallottola contro il torace di un uomo, e risparmia, per un semplice capriccio, il petto del soldato che cammina spalla a spalla con lui. Una granata strazia le carni di un uomo che corre verso le linee nemiche, e si limita a far volare come un fuscello il compagno che avanza al suo fianco, lasciandolo incolume.
Si era trattato solo di una forma di recitazione. Il soldato passato per le armi si era travestito per non farsi riconoscere. Tutto qua. Aveva indossato la divisa della morte per non farsi catturare. E ce l’aveva fatta. La morte non era riuscita a prenderlo vivo.
Aveva affondato i suoi denti di metallo solo nel fantoccio che due soldati trascinavano via tenendolo per i piedi e per le spalle. Un fantoccio che non poteva sentire gli schianti dei proiettili e l’interminabile fracasso di certi silenzi falsi e straniti. Era distante. Intangibile. Sordo al vuoto di ogni frase che potevi dire o pensare, immune alla lama tagliente di certe risate forzate che un’eco beffarda tramutava sistematicamente nel tremore gelido della paura.
Ho sempre desiderato scrivere tutto questo alla famiglia del soldato fucilato. Ho pensato dozzine di volte ad una lettera. Una lettera più vera e sincera della comunicazione burocratica spedita dal Ministero della Guerra. Una lettera per rendere chiaro e lampante che il loro caro è morto conservando integro il suo onore. E forse anche qualcosa di più importante dell’onore stesso. Non ha commesso alcun delitto né alcuna azione indegna. Ha solo esercitato il sacro diritto alla legittima difesa.
Non sono mai riuscito a spedire la lettera alla famiglia del mio compagno. Non ho mai trovato il coraggio. Forse aspetto anch’io qualcosa. Forse attendo anch’io una sentinella. Una sentinella che mi scuota, mi svegli e mi trascini via, quando sarò in grado di capire qualcosa.

Dedalus, nuovo aspetto

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dedalus 4 2015

Il blog Dedalus ha un nuovo volto, un nuovo aspetto.

Il contenuto però è lo stesso.

I testi che amo, sono i soliti.

Quelli di sempre.

UN GEROGLIFICO

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UN  GEROGLIFICO

racconto di Ivano Mugnaini

    

            Avevo resistito, in qualche modo, alla vita. Avrei saputo resistere anche alla morte? Come l’avrei guardata nell’attimo in cui sarebbe entrata da quella porta? Di cosa avremmo parlato? Come avremmo passato il tempo insieme?

Me l’ero chiesto, per anni, come se fosse una questione lontana, puramente teorica. Una visita medica di routine, poi, un pomeriggio come tanti. Un dottorino dalla faccia tetra, sincera. L’ora per me era arrivata, senza strepito, affamata e con un discreto anticipo. Una morte annunciata, con il lusso, il privilegio, del preavviso. La data di scadenza comunicata in modo ufficiale, ma anche civile, quasi lieve, quasi umano. Nell’arco di pochi mesi giungerà l’epilogo per me.

Il pianto e il riso acquistano d’un tratto un sapore diverso, una consistenza strana. Saziano presto, e, altrettanto rapidamente, stancano. Baratri di tempo svuotano le braccia, lo stomaco, le vene. Si tratta solo di stabilire, a questo punto, per sopravvivere, per non morire prima del tempo, come trascorrere i giorni che mi restano. Il primo impulso, meta eletta, china naturale verso cui scivolano le idee, è il lago gelato dei bilanci. Le cose fatte e non fatte, i successi e i fallimenti. Destinazione da evitare ad ogni costo. Sorridere e ghignare sul tempo andato, perso, ritrovato mai, sarebbe un gioco sterile, con il rischio ulteriore di piombare in gorghi di ghiaccio. Un’alternativa possibile è meditare su possibili vendette: cogliere rivincite, finalmente, ora che non ho davvero più niente da perdere. Ma costa troppe energie, fisiche e mentali. Inoltre, viste dalla prospettiva nuova, molte montagne di rabbia mi sembrano mucchietti di melma e letame. Così, contro ogni attesa, mi ritrovo a concentrarmi completamente su un capitolo inedito: Ringraziamenti e Ricompense. Corro a ritroso lungo il sentiero degli anni andando a recuperare quelle rare persone che, inaspettatamente, hanno dato senza chiedere, senza pretendere qualcosa in cambio.

La prima che mi viene in mente è Rina Giromini da Livorno, classe 1975. Una compagna dell’Università, una delle poche di cui non mi ero mai innamorato. Sbagliando. Più che mai, nel suo caso. Giromini, solo ora riesco a concentrarmi sulla magia giocosa del suo cognome: il giro opposto, l’altro lato degli uomini, delle persone. Uomini a rovescio, o giù di lì. Diversi, differenti per sorte e per natura. Di sicuro diversa era lei.

Provo a ricontattarla tramite un vecchio numero di telefono ripescato in un’agenda impolverata. Mi risponde subito. È fedele negli anni anche a quella serie di numeri. Ha la stessa voce misurata, cortese. Parla degli anni trascorsi con tranquillità, come se descrivesse l’acqua bruna di un temporale già assorbita da un sole nuovo. Accetta di incontrarmi. A Pisa, in via Santa Maria, davanti all’ingresso dell’Università, come se dovessimo andare ad un’ennesima lezione. È più bella, più matura, sofferta e quieta come non mai. Dopo brevi e frettolose frasi di circostanza, le dico, come se fosse la cosa più naturale del mondo, che mi resta poco da vivere. Lei, ugualmente serena, con un volto imperscrutabile, mi parla di una leggenda egizia: “Quando nasce un bambino sette dei decidono della sua morte…”. La ascolto e la osservo, sorpreso, spiazzato. Nuovamente quieto, anch’io. Ha i capelli ancora corvini, lucenti come aspidi. È una maga forse, discendente della stirpe di Cleopatra.

“Quando nasce un bambino sette dei decidono della sua morte: se nasce il ventitre muore per un morso di coccodrillo, se nasce il quattro muore di febbre, se nasce il quindici muore d’amore…”. La interrompo. “Io sono nato il quindici”.

La guardo negli occhi, nelle labbra carnose. Rido. Con incantata amarezza. È tardi. È tardi per tutto, ormai.

Ma Rina è nota, e infinitamente cara, a me, ai miei ricordi più nascosti, soprattutto per una frase. Un mattino si sedette al mio fianco, sul banco screpolato dell’Aula Magna, si accostò fino a sfiorami e mi sussurrò: “Sorprendili!”. Poche sillabe, il senso di una vita. Con leggerezza, senza riso, senza il macigno compatto di un’imposizione. “Sorprendili!”. Sorprendi loro, il luogo comune, il cliché, il marchio impresso a fuoco sulla schiena. Sorprendi te stesso, le idee, le paure, le convinzioni, i dubbi, le certezze. Mi incitava Rina, accarezzandomi quasi per caso, come per errore, a fare qualcosa di inatteso, scoprendo il coraggio della volontà, l’arte di mettersi in gioco. Perdersi nella sete del volo senza pensare allo schianto, alla polvere.

La osservo ancora. A lungo, con cura, come non avevo mai fatto. È bella. È questa la prima e la più grande conferma. Bella senza se e senza ma. Vorrei dirglielo finalmente, con le mani e con le labbra. Ma mi blocca l’eco cristallizzata nella memoria, la voce del medico: “Qualche mese, nel migliore dei casi. Non di più”. Già. Nulla di più della morte può e deve piacermi ora.

Rina intuisce. Non ha bisogno di parole, non ne ha mai avuto bisogno. Si congeda. Senza odio, senza rabbia, con una stretta di mano lieve. È solo più cupa, adesso. Sa che la prossima lezione di filosofia che ascolteremo insieme, seduti allo stesso banco, è distante anni luce, collocata in galassie future che devono ancora nascere. La vedo allontanarsi di qualche passo, lenta, esitante. La disperazione mi dà la forza per concentrami su un unico imperativo: “Sorprendili!”. Ho l’occasione, l’ultima, la prima, per sorprendere chi mi ha fatto il dono prezioso e ingombrante di quel consiglio.

“Sai Rina, io in Egitto non ci sono mai stato. Lo so, è assurdo, ma… se venissi con me, io, ora, ci andrei”.

Si gira piano, Rina. Tutta la sua pacatezza non riesce a nascondere la luce di un sorriso. Cerca frasi importanti, adatte alla circostanza. Alla fine riesce ad infrangere il silenzio solamente con una battuta.

“Ma tu non eri quello che ha paura di volare? Se vuoi possiamo andare in nave, come nel romanzo di Agatha Christie!”.

“No, andiamo in aereo, dai. Questa volta mi sa che non avrò paura. La cosa peggiore che potrebbe capitarmi… sarebbe… morire!”.

Non ridiamo, né io né lei. Siamo così vicini che le labbra trovano di meglio da fare. Il bacio è dolce, corposo. Come un vino che ha respirato e assorbito il segreto del buio.

L’abbraccio ci porta a stringerci nudi. Ripassando in infiniti nodi i capitoli di una lezione che nessuno può imparare da solo. Seguiamo i punti, le linee soffici di carne e respiri. Le sottolineiamo infinite volte con le dita. Frasi mute, impossibili da dimenticare.

Mi guarda di nuovo, Rina. Tenera ora, non più oppressa da quell’angolo di pietra che impedisce alle labbra di distendersi liberamente. Mi sfiora i capelli, cerca i miei occhi ancora accesi. Mi bisbiglia nuove parole.

“Sei fortunato, sai! Di tutte le morti, la morte per amore è la migliore. Quando si muore davvero, non si muore per niente”.

Non sono certo di avere capito del tutto. Forse sì e forse no. La mente e il corpo preferiscono perdersi in un altro dilemma: se il cuore che sento battere nella carne soffice e calda che stringo e che mi tiene stretto è il mio o quello di lei. Ascolto, in silenzio, per lunghi istanti. Non so decidere. Resta un enigma, un geroglifico arcano, un eterno mistero. So solo dire ora, con certezza assoluta, che è un cuore vivo.

SalernoPoetica – presentazione de “L’adolescenza e la notte”

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presentazione Fontanella SalernoPoetica Rassegna sulla poesia italiana contemporanea a cura di Mario Fresa Venerdì 22 maggio 2015, alle ore 18, presso la Libreria Mondadori di Salerno La notte sorprende chi l’attraversa SalernoPoetica Rassegna sulla poesia italiana contemporanea a cura di Mario Fresa Venerdì 22 maggio 2015, alle ore 18, presso la Libreria Mondadori di Salerno La notte sorprende chi l’attraversa Mario Fresa, Eugenio Lucrezi, Enzo Rega analizzano il più recente libro di poesie di Luigi Fontanella, L’adolescenza e la notte (Passigli editore, 2015). Igor Canto legge alcuni testi poetici tratti dalla raccolta. Sarà presente l’Autore. Nell’occasione, sarà presentato al pubblico l’ultimo volume di «Gradiva. International Journal of Italian Poetry» (editore Leo S. Olschki), rivista internazionale dedicata alla poesia italiana contemporanea, diretta da Luigi Fontanella.