L’ATTESA

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In occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, un mio racconto, un piccolo frammento, uno degli innumerevoli punti di osservazione dell’assurdità disumana della guerra e di ogni tentativo, ancora attuale, di farla apparire un male necessario.

 

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L’ATTESA

La canna del fucile sfiorava, a tratti, la testa dell’uomo seduto per terra. In piedi al suo fianco da oltre un’ora, reggevo saldamente l’arma con entrambe le mani. Ogni tanto la spostavo di lato, con rapide oscillazioni, per poi riportarla, invariabilmente, di fronte alla tempia livida sovrastata dall’elmetto. Cercavo, in tal modo, di dare sollievo alle braccia, facendo scorrere un po’ di sangue nuovo. Sapevo che avrei dovuto rimanere a lungo in quella posizione. Era tutto molto chiaro. Finché lui restava lì, accasciato al suolo come uno straccio bagnato, io dovevo sorvegliarlo attentamente e non muovermi.
A poche decine di metri da noi le due trincee contrapposte si vomitavano contro torrenti di piombo infuocato. Gli interminabili istanti della “strategia del logoramento”. Ci scambiavamo gragnole di colpi con la stessa rabbia gelida e sorda e con il medesimo intento. Ognuno sperava che fossero i nervi degli altri a cedere. Ciascuno in cuor suo pregava che fosse il comandante nemico ad ordinare per primo ai suoi soldati di uscire dalla trincea e lanciarsi all’attacco. Ciò avrebbe consentito di fronteggiare i drappelli avversari restando al coperto, falciandoli e decimandoli con la mitraglia, prima dell’ineluttabile corpo a corpo, prima della furia bestiale degli scontri all’arma bianca.
Ciascuno pregava che fossero gli altri a muoversi per primi, ma, allo stesso tempo, ciascuno avrebbe voluto che fosse il grido del proprio tenente a squarciare assieme all’aria quel frastuono di metallo più cupo e irreale del più tetro silenzio. Sì, perché l’attacco sotto il fuoco nemico è terrore, follia che penetra nel cervello come fumo, nebbia e fiamma, ma l’incertezza di quegli attimi è ferro scaglioso di baionetta che rosicchia le ossa fino a spezzarle e strappa le vene una ad una.
Ogni volta restavamo con un piede esitante, quasi sollevato per aria, pronti a volare al di là dei reticolati oppure ad incollarci a terra, dietro i sacchi di sabbia posti a protezione delle trincee.
Era così ogni santo giorno, ma non quel giorno, per me. Avevo un compito diverso. L’ordine che avevo ricevuto era netto e preciso. Rimanere accanto al prigioniero, tenerlo sotto tiro, non perderlo di vista neppure un istante, e attendere.
Osservavo le sue braccia abbandonate al suolo e il rincorrersi delle smorfie sulla sua faccia. Le palpebre erano chiuse dal torpore di un sonno tanto profondo quanto aereo, incorporeo. Non era né vivo né morto. Dormiva. Dormiva e sorrideva. Era lontano. Lontano dal fango vischioso della trincea, lontano dalle granate e dalle mitraglie che frantumavano la carne e i timpani, lontano persino dal fucile che gli tenevo a pochi centimetri dagli occhi.
Sognava, probabilmente. Sicuramente russava. Chiazze di liquido profumato rendevano più scura, in certi punti, la sua divisa. Per il resto era identica alla mia.
Era rientrato la sera prima da una breve licenza portando con sé una compagna clandestina, una bottiglia di liquore che si era scolato fino all’ultima goccia. L’ufficiale che lo aveva scoperto in quella condizione, ubriaco fradicio a poche ore da una battaglia, non aveva avuto alcuna esitazione sul da farsi.
Aveva immediatamente indicato un soldato a caso, affidandogli l’incarico di avvisare chi di dovere appena il prigioniero tornava in sé.
“Lo voglio punire di persona – mi aveva detto. Ma non adesso. Lo farò fucilare quando sarà in grado di capire qualcosa”.
Già. Capire qualcosa. Mi guardavo intorno e risentivo quella frase. La sentivo scoppiare nelle orecchie assieme ai proiettili, ai brandelli di roccia e alle grida. E ad ogni schianto mi veniva da pensare che se qualcuno in quel luogo e in quel momento fosse stato capace di capire qualcosa bisognava dargli una medaglia, altro che fucilarlo.
Non era la prima volta che ero costretto a puntare un fucile contro un mio compagno. Un giorno avevano urlato il mio nome assieme a quello di altri sette soldati scelti a casaccio. Ci avevano fatti schierare di fronte ad un muro. Davanti a noi tre ragazzi accusati di diserzione, o qualcosa del genere. Feci fuoco tenendo gli occhi chiusi, cercando deliberatamente di sbagliare mira senza dare troppo nell’occhio.
Quasi tutti gli altri componenti del plotone avevano avuto la mia stessa idea. Fummo minacciati e costretti a ripetere l’esecuzione. Puntai guardando i piedi del ragazzo di fronte a me. Piedi deformati da scarponi incrostati di terra.
Premetti il grilletto in modo automatico, senza pensare e senza vedere niente. La mano era rimasta ferma, ma le palpebre si eran serrate di nuovo, nell’attimo in cui una voce estranea mi urlava di sparare.
In quel momento però gli occhi chiusi non erano i miei. Erano quelli del ragazzo ubriaco che dovevo sorvegliare. Le mie pupille erano spalancate, invece, e il cervello macinava una farina grigiastra e soffocante. L’ordine di fucilarlo non era mio, neppure quella volta. Toccava a me però stabilire l’attimo, il momento opportuno. Dovevo decidere io quando sarebbe stato in grado di intendere, e di soffrire. Era una scelta che spettava unicamente a me.
Non aveva scampo. Era già morto. Ma la mente era ancora libera. Finché era avvolta dalle braccia calde e sinuose di quella vaporosa euforia non c’era pallottola che potesse penetrare al suo interno, non c’era gelo di metallo scheggiato che potesse farla rabbrividire.
Non potevo salvare il suo corpo. Sarei riuscito solamente a far fare a pezzi anche il mio. Però potevo sbagliare i calcoli. Sì, per una volta potevo essere io a fregare il tempo, giocando d’anticipo. Potevo far sì che lo zelante capitano riuscisse ad impartire la sua punizione esemplare ad un fagotto ciondolante ed irridente come un clown. Il cervello del fantoccio sarebbe stato da qualche altra parte, chissà dove. Fuori tiro, in ogni caso.
Con l’aiuto di un paio di compagni riuscii a tenerlo in piedi fino all’ultimo. L’ufficiale era troppo infervorato. Non si accorse di niente. Gli occhi del prigioniero erano aperti quel tanto che bastava. Quando la scarica gli si abbatté addosso non cambiò espressione. Il sorriso che gli si allargò sulla faccia non era meno lieve, non era meno assurdamente e stupendamente tranquillo di quello che avevo osservato a lungo, tenendo il mio fucile puntato contro di lui.
Mentre portavano via il cadavere ripetevo a me stesso che in fondo la sua unica colpa era stata quella di imitare la morte. Aveva osato indossare la sua maschera orrida e grottesca. Sì perché solo una morte follemente e ciecamente ubriaca poteva scorrazzare sulle rocce e sul fango di quelle montagne, menando colpi a caso, con un riso isterico che le squarciava la faccia. Solo una morte in preda ai vapori di un alcool stordente poteva mietere le sue vittime senza alcuna logica, fregandosene beatamente di ogni merito, di ogni prudenza, di ogni abilità. Un dito traballante guida una pallottola contro il torace di un uomo, e risparmia, per un semplice capriccio, il petto del soldato che cammina spalla a spalla con lui. Una granata strazia le carni di un uomo che corre verso le linee nemiche, e si limita a far volare come un fuscello il compagno che avanza al suo fianco, lasciandolo incolume.
Si era trattato solo di una forma di recitazione. Il soldato passato per le armi si era travestito per non farsi riconoscere. Tutto qua. Aveva indossato la divisa della morte per non farsi catturare. E ce l’aveva fatta. La morte non era riuscita a prenderlo vivo.
Aveva affondato i suoi denti di metallo solo nel fantoccio che due soldati trascinavano via tenendolo per i piedi e per le spalle. Un fantoccio che non poteva sentire gli schianti dei proiettili e l’interminabile fracasso di certi silenzi falsi e straniti. Era distante. Intangibile. Sordo al vuoto di ogni frase che potevi dire o pensare, immune alla lama tagliente di certe risate forzate che un’eco beffarda tramutava sistematicamente nel tremore gelido della paura.
Ho sempre desiderato scrivere tutto questo alla famiglia del soldato fucilato. Ho pensato dozzine di volte ad una lettera. Una lettera più vera e sincera della comunicazione burocratica spedita dal Ministero della Guerra. Una lettera per rendere chiaro e lampante che il loro caro è morto conservando integro il suo onore. E forse anche qualcosa di più importante dell’onore stesso. Non ha commesso alcun delitto né alcuna azione indegna. Ha solo esercitato il sacro diritto alla legittima difesa.
Non sono mai riuscito a spedire la lettera alla famiglia del mio compagno. Non ho mai trovato il coraggio. Forse aspetto anch’io qualcosa. Forse attendo anch’io una sentinella. Una sentinella che mi scuota, mi svegli e mi trascini via, quando sarò in grado di capire qualcosa.

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2 pensieri riguardo “L’ATTESA

    ALFONSINA CATERINO ha detto:
    24 maggio 2015 alle 21:11

    Caro Ivano il tuo racconto “L’ATTESA” commuove e mi ha commosso. In un tempo di astrazione dei sentimenti, tu li porti per mano uno ad uno e li illumini di semplicità, di naturalità, di diritto alla vita, per tutti i nati. E, ancora, non è così – E’ sempre guerra – (cit. da LA TREGUA di Primo Levi). L’uomo alimenta dalla nascita, congenito, il germe della tracotanza, della usurpazione, del bisogno ineluttabile di uccidere l’altro per possedere l’attimo terrifico stampato in faccia alla vittima e sentirsi, invece che misero carnefice, padrone della vita altrui..E’ sempre guerra. Nell’epoca post-moderna, con gli opulenti e gradassi paesi che obbligano politiche distorte come i loro pensieri, affinchè il cibo che avanza quotidianamente venga macerato, scaricato in fosse macabre e non donato a paesi il cui tasso di mortalità per fame è incomputabile per il numero delle persone che soccombe, incessantemente, senza renderne possibile la registrazione. Atmosfera intensa e rarefatta quella che incornicia i personaggi de “L’ATTESA”. E, sono questi personaggi, persone, figure minime, marginali e immense come solo la dimensione del bene sa creare, seguire e far vivere in un silenzio pregno di delizie che la vita sempre ha negato e nega a chi, senza dare un solo sguardo al sole, s’avvia ove è la pesca grossa..Fratelli nell’attesa, i due soldati, nella solitudine, nella desolazione, nel muto imperare della violenza, della morte, riescono a comunicarsi il senso alto della vita, della carità riconosciuta nelle sembianze dell’altro, in nulla diverse dalle proprie…Ed ecco avverarsi il miracolo: nell’uomo non pulsa più il cuore di soldato, ma di creatura che vede l’altro uguale a sè stesso e lo incarna, nella fratellanza, oltrepassando la morte, misera, per abbracciarsi, oltre ogni schizofrenico ordine di uccidere, solo frutto di schizofreniche sindromi, mai curate . Un dipinto il tuo racconto, caro Ivano, con tinte che rendono onore all’uomo. Alfonsina Caterino

      ivanomugnaini ha risposto:
      26 maggio 2015 alle 18:08

      Ti ringrazio, Alfonsina. La tua lettura è come sempre molto attenta, appassionata, dettagliata e sempre in grado di fornire dettagli, informazioni e spunti interessanti. Un caro saluto e a rileggerci.

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