Mese: dicembre 2015

Il dono

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Il dono

All’iniziativa di Poetarum Silva dedicata a racconti “natalizi”, tutt’ora in corso con ottimo successo, ho contribuito volentieri con questo dono, atipico, poco “correct”, tra sogno e incubo, più incubo che sogno a dire il vero, se mi è concesso l’ossimoro.

Buona lettura, e, senza alcun ossimoro stavolta, buon 2016 a tutte le visitatrici e i visitatori di questo angolo dell’immenso oceano del web.    IM

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Il dono

Libertà va cercando, 

ch’è sì cara,

come sa chi per lei vita rifiuta

.                   Dante, Purgatorio, I, 70-2

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         Le sei e trenta della mattina di Natale. Mi hanno svegliato di soprassalto i vicini di casa. Erano già in piedi ad aprire i regali e a cantare a squarciagola “Jingle Bells”. Pur di non sentirli sono scappato fuori di corsa. Ho ancora il pigiama sotto i pantaloni. Sulle strade e nelle vene, il gelo. Cerco perlomeno il privilegio della solitudine: viaggiare in carreggiate vuote, quasi all’inglese, sulla corsia opposta rispetto al normale. Ci sono gli altri, però. Numerose macchine, lanciate in direzione contraria o analoga. Mi viene da chiedermi perché. Dove vanno? Con quale diritto invadono il mio spazio, la mia follia fuori tempo e fuori orario?

          Lo so, è assurdo. Ma non posso fare a meno di pensarlo. Così come non posso evitare di fuggire, ora. Lontano da tutti, ad ogni costo. Mi infilo in un dedalo di viuzze che non conosco. Ho tutto il tempo che voglio. E assolutamente nessun impegno o appuntamento. Mi ritrovo in una strada sterrata. Solchi sempre più profondi all’altezza delle ruote e sempre più alti l’erba e il pietrisco al centro. Non c’è uno spazio vuoto grande abbastanza per fare manovra. Vado avanti per chilometri. Dietro di me il nulla, una pianura desolata e sconosciuta. Costeggio la siepe di una villa enorme. Presagisco la presenza di una muta di cani da guardia. Mi si affiancano, puntuali, spalancando le fauci fin quasi a mordere la rete. Mi inseguono fino all’ingresso. Mi preparo a fare retromarcia nel vialetto antistante l’entrata, più velocemente possibile, per tornare indietro, sulla strada statale. Ma, contro ogni attesa, il cancello automatico mi si spalanca di fronte. Sarebbe una ragione di più per scappare rapido come un fulmine, se fossi lucido. Oggi però è un giorno speciale. Sarà la stanchezza, la follia generata dalle musiche e dalle campane, dallo spumante e dall’overdose di pandoro, ma decido di premere sull’acceleratore ed entro.

( Il racconto completo è pubblicato a questo link: 

LUCKILY, la verità nascosta

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Resta attuale, come tutta la vera letteratura, Cuore di tenebra di Conrad. Magari per ricordarci che “the inner truth is hidden – luckily, hidden.  But I felt it all the same.” La verità interiore è nascosta, per fortuna. Ma la sento ugualmente.

 

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LUCKILY, la verità nascosta

La luce rovina la carta. La fa scurire. La offusca.

Non è paradosso, di conseguenza, non è follia, leggere Cuore di tenebra nel buio. Sfogliare le pagine con dita frementi, come un bambino che divora di nascosto, sotto le coperte, le parole di un’orrida fiaba. Sfogliare le pagine per scoprire cosa e dove è la tenebra. Non è follia. O, se lo è, ne ho bisogno, ne ho sete e fame. È qui che sono giunto. A questo confine, questa desolata terra di nessuno, mi ha condotto la strada. Leggere al buio l’incubo in forma di metafora di Joseph Conrad. Per mantenere un minimo di luce, di contrasto: il bianco, il nero, la distinzione, lo scarto. Scacchiera di una partita senza inizio né fine. Difendiamoci. Salviamo il re e la regina, sacrifichiamo i pedoni. Difendiamoci. Da noi stessi. Visto che nessuno ci aiuta. Se davvero è così.

Leggere e ascoltare, ad occhi e orecchi spalancati, senza riuscire a smettere un solo istante, il vicino di casa. I rumori, i silenzi, gli assalti al mio corpo, reale, di carne e paure. Non l’ho mai visto. Non so se è bianco, nero, rosso, se è alto o basso, grasso o magro, se ha uno sguardo astuto o innocente. C’è, qui, in questa casa dalle finestre sbarrate, il progresso, la certezza della civilizzazione: il microonde, la radio-sveglia, il computer. La pazienza, santificata, esaltata in mille ore di lezioni. Già. Ma lui è là. Non si ferma. Mi scruta, logora come un dentista sadico e sarcastico. Tenace come un morso, un conato di vomito, senza la gioia di un respiro più ampio e pulito.

Ho provato a scrivere, a dare misura alla corsa affannata della mente, i ricordi, le immagini. Le parole però sono scure, selvagge. Ti scagliano contro frecce curaro al dal fitto della boscaglia. Sono nere, le parole. Anche se fingi che l’inchiostro sia azzurro, verde, viola. Chiare e certe sono solo le ipotesi, le scommesse. Il resto oscilla, vibra nell’aria impalpabile.

È là fuori. Avido senza audacia e crudele senza coraggio. Là, nei suoi territori, nelle sue fortificazioni. Incrollabile nell’etica del lavoro di demolizione. Strappa via da me l’avorio della gioia, la spinta a vivere. Lo accumula per pura ingordigia, senza altro scopo né funzione. Forse vuole sentirsi un dio. Lo tiene vivo tuttavia solo la più umana e misera delle condizioni: la meschinità dell’orgoglio, l’orgoglio della meschinità.

(il racconto completo è a questo link:

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TRENO QUASI DIRETTO, storie di tre donne che avevano sbagliato treno

Un altro vecchio racconto, che in questi giorni mi sembra essere tornato vivo, attuale.    IM

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TRENO QUASI DIRETTO

ovvero

storia di tre donne che avevano sbagliato convoglio,

e ridevano, felici

Le prime ore del pomeriggio di una domenica senza pretese. Novembre forse, o almeno novembre del cuore. Grigio ovunque, ma anche qualcosa di simile ad un baluginio. Né caldo né freddo; stagione che passa e striscia in punta di piedi per non disturbare. Nessun tepore estivo da rubare allo schermo delle foglie, nessun gelo da fuggire rannicchiando le vene e i pensieri. L’aria impalpabile della quiete, dell’armistizio.

Tempo e respiro da sondare, pigri, con la punta delle dita, per tentare di saggiarne la consistenza. Tempo e respiro da sondare, sì, ma con scarsa convinzione. Altro non è che spreco di energia. La quiete, a ben vedere, non può durare.Un treno più vuoto che pieno scivola lento. Solca la crosta di una campagna di giallo marzapane non perfettamente lievitato. Sui sedili gente dispersa assorta in tranquille disperazioni.

Il fascinoso intellettuale sfoggia un volume di saggistica fresco di stampa come un accessorio firmato da portare con solenne nonchalance. Non varia di un millimetro la postura della magra gambetta accavallata. Scorrono le pagine, ma resta di pallido marmo il ghigno del monumento al lettore ignoto.

Di fronte a lui, adorante, una giovane signorina speranzosa d’amore. Osservandola meglio, nelle pieghe vanamente camuffate della fronte, non è tanto speranzosa e non è giovane per niente.

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Lì nei pressi, fianco a fianco con la valigetta di pelle, il manager della domenica. Giacca blu notte e cravatta intonata. Intonata al sospetto che la soffice seta lo stia elegantemente strangolando. Sfoglia le imponenti pagine della borsa di un giornale finanziario, ma forse anche lui preferirebbe avere accanto una borsetta assai più minuscola piena zeppa di trucchi, specchi e cianfrusaglie di poco conto.

Passa, con tutta la calma del caso, l’addetto al controllo biglietti. È cortese, informato, cordiale. Elargisce ad ognuno battute a iosa, mordicchiate però, a più riprese, dai dentini tenaci di un tagliente dialetto. È il tipo giusto al posto giusto. Il controllore ideale per un treno di scarso rilievo. Un lusso da poco. Moderato, popolare.

Fora il biglietto e le orecchie anche al passeggero seduto nel sedile d’angolo dello scompartimento. Lo stultus in fundo: uno scribacchino ambulante che da quando è entrato finge spudoratamente di guardare il panorama.

La polvere ristagna per diversi minuti sul fotogramma di una pellicola inceppata. Ciascuno continua a fare ciò che sta facendo. Il meno possibile. Guardare senza vedere e pensare senza sentire.

Ma ecco che, tre metri oltre la barriera di vetro che separa le due metà dell’interminabile scompartimento, accade qualcosa. Una risata. Un gorgoglio chiaro e vibrante di tre gole femminili. L’aria si scuote, si erge, allarga i pori, estende i tendini, e ascolta.

  ( il racconto completo è a questo link: