LETTI SULLA LUNA

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LETTI SULLA LUNA 

Inauguro oggi una piccola rubrica il cui scopo è quello di segnalare alcuni volumi e alcuni autori con cui sono venuto in contatto, personalmente o tramite i loro scritti. 

L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.

Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo.

Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.

Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida.

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* * * * * * *

Inizio con un libro dal titolo che non fa sconti, non lascia spazi ad improbabili Arcadie: “L’estinzione del lupo”.

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L’ESTINZIONE DEL LUPO

di Gabriela Fantato

Un mondo che non c’è più, un animale cacciato in modo spietato e ridotto in riserve sempre più minuscole e impervie, dove si sente estraneo, fuori tempo e fuori zona, come certi ricordi, come la realtà che prima era quotidiana, vissuta con naturalezza, pane e vino mangiati e bevuti  con passione autentica, senza sofisticazioni sterili, senza strangolanti recitazioni di copioni autoimposti.

 

Al primo piano da una finestra
incastrata tra le altre
la signora Anna vedeva il nostro
sciogliere le reti,
intrecciare logica e spavento
nella furia delle stanze,
dentro le pagine bianche
in cui tenevo stretta la mia fuga
come un’estate venuta troppo presto.
Mi dicevi inventiamo il mondo
nella lirica del pane, nel rosso del sangue
facciamolo ora,
come se fosse tutto vero, come se

Ma, come osserva Elio Pecora nell’introduzione, “non v’è nostalgia, è negato ogni ritorno. Tutto si mostra come dietro un velario, di chi guarda lontano in una luce tenue”.

Era così facile il racconto,
facile entrare nelle trattorie,
bersi il novello o un amaro
tra Ticinese e corso Garibaldi
dove c’era un palazzo per noi.
Chi era stato dentro quelle stanze
prima del sogno dentro i libri,
la cicatrice nella mano…
Era solo nostro l’abitare
senza cesso, senza le spalle alte di mio padre
e la casa in smottamento,
dentro l’imponenza di nobiltà lombarda
la muffa vien giù dal tetto.

E sono gli oggetti a dare la salvezza. Nel momento di una resa che è a volte la sola reale vittoria possibile, l’accettazione di un tempo altro in cui si è ancora vivi ma abitanti di altri luoghi, di altri noi.

E la schiettezza volutamente brusca dei termini, le cose chiamate per quello che sono “cesso”, “muffa”, “cicatrice”, si affianca alla dimensione e all’espressione verbale del  racconto, del palazzo, della nobiltà.

La vita incontra la vita vera nel momento in cui trova il modo di guardarla per come è e di chiamarla con le parole in cui si riconosce, nello spazio compreso tra il misero e il sublime.

Lì si colloca la descrizione che si riveste e ci riveste del mistero per eccellenza: il tempo. Il tormento e la meta di ogni poeta, oggetto di terrore e di desiderio, tortura e pensiero fisso. Lo Zahir piantato nel costato. Ciò che intreccia logica e spavento nella furia delle stanze della nostra estate venuta troppo presto.

Ed è in questo ambito, in questa terra di nessuno ( e di tutti) che si colloca la poesia sincera e tagliente di Gabriela Fantato. La sua mano non si ferma alla superficie. Le dita, siano esse carezza o forbice, scavano al di sotto, dove pulsa e fa bene e male il sangue, la linfa dell’esistenza, per cercare ciò che davvero ha ferito o sfiorato lasciando comunque una traccia, un solco visibile e percepibile.

Questo libro suggerisce, anzi mostra, mette in evidenza il compito di tutti i lupi estinti ma ancora dotati di senso e respiro. Senza additare panacee, ma con il coraggio di dire e di dirsi, documentando fedelmente il sentito, il vissuto, tesse lo spazio esistenziale che separa l’aspirazione alla vita (e forse perfino al sogno) da “queste cellette,/ case piccole,/ dove la paura/ guarda l’orologio / ogni mattina che passa»

 

*  * * * * * *

 

Gli anni sono quelli “dei sogni, degli errori e di molte sconfitte” della generazione del ’76. La città è Milano delle case delle ringhiere, case ottocentesche “con la muffa ovunque / e il cesso fuori al piano, dietro una porta”. La voce che racconta scende dentro se stessa, raggiunge la sua grana, si ascolta partecipe e accoglie tante voci in una pacatezza trovata dopo l’inquietudine. La parola pulita, densa, aderisce al suo significare. Non v’è nostalgia, è negato ogni ritorno. Tutto si mostra come dietro un velario, di chi guarda lontano in una luce tenue.

dall’introduzione di Elio Pecora
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Gabriela Fantato

Poetessa, critica e saggista, tradotta in inglese, francese, arabo e spagnolo. Suoi testi sono compresi nell’antologia: Nuovi poeti italiani 6(Einaud, 2012) e in “Almanacco dello Specchio”(Mondadori, 2009), con il poemetto A distanze minime. Raccolte poetiche: L’estinzione del lupo ( Empiria, 2012); The  form of life,  bilingue, traduzione E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2012).Codice terrestre, (La Vita Felice,2008); il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo,2005); Moltitudine (Marcos y Marcos,2001); Northern Geography,traduzione E.Di Pasquale (Gradiva Publications, University of New  York, 2002); Fugando (Book editore, 1996). Per molti anni ha diretto la rivista “La Mosca di Milano”, codirige: Almanacco di Poesia PUNTO e la collana  poetica SGUARDI (La Vita Felice). Ha scritto testi in versi per la musica, andati in scena nei maggiori teatri italiani (Piccolo Teatro di Milano, Arena di Verona, Teatro Comunale  di Trento, Teatro  Giacosa di Novara, Filarmonica di Roma, Donizetti di Bergamo).

 

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Un pensiero riguardo “LETTI SULLA LUNA

    Alesaandro ha detto:
    15 settembre 2016 alle 11:24

    Grande iniziativa e con ottima partenza, buona idea davvero!

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