La mia Venezia

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Gli ingredienti di questo romanzo sono stati miscelati dall’autrice con passione e cura, senza fretta. Ha avuto il merito di scegliere ciò che la coinvolge, tra realtà e sogno, ricordo e immaginazione, il tutto miscelato a lungo, fino a creare un amalgama, fino al punto da unire colori e sapori, sensazioni vissute e conosciute e altre rese suggestione vivida, così intensa e speziata da poter rivaleggiare con il reale, o, meglio, al punto da favorire l’osmosi, la sublimazione. Ma una sublimazione molto tangibile, concreta, carnale.

Il romanzo è stato definito “rosa”, da alcuni commentatori. La definizione è al tempo stesso esatta e impropria. La narrazione si basa sì su una trama fatta di ricerca dell’amore, sul corteggiamento stesso dell’amore, intenso come idea, principio e fine di tutto. Ma il romanzo è anche, e forse soprattutto, altro. È anche una bizzarra e tortuosa, e quindi credibile, vicenda di avventure e disavventure, incontri e scontri, intrighi e sotterfugi. Contiene sprazzi di romanzo d’appendice e manciate generose, ma sempre curate ed eleganti, mai volgari, di erotismo, alluso, evocato, assaporato e assaporabile. Racchiude una lunga, articolata, caccia al tesoro, una vicenda quasi poliziesca, una serie di corse, fughe, inseguimenti, reali e telematici, dialoghi ed escamotage di cortigiane e donne moderne, emancipate da tutto tranne che dal fascino dell’amore.

La trama è tessuta con mano rapida ma sempre molto concentrata, oscillante tra varie epoche storiche, passato e presente, perfino, a livello di linguaggio, tra prosa e poesia, e muovendosi costantemente sulla scala ideale di diversi registri, colloquiale ed aulico, immediato e ricercato. Il tutto senza cadere nel burrone delle contraddizioni, degli anacronismi, delle cadute di tono e di stile. L’impressione è che Monica Pasero abbia dedicato a questo romanzo molto tempo e molta attenzione. Che lo consideri come un figlio letterario prediletto o, proseguendo la metafora gastronomica che fa da filo rosso a questa nota di lettura, che abbia voluto presentare ai suoi lettori più affezionati un piatto da grande occasione, per far parlare di sé, o, più esattamente, per parlare di sé, per mettere tra le varie pagine, tra fogli e sfoglie, ciò che maggiormente sente, che davvero le piace, i sogni e le realtà che vuole condividere con i suoi commensali ideali.

La trama, come detto, è complessa e articolata ed è giusto lasciare a chi vorrà leggere il libro il gusto della scoperta passo dopo passo, tra passione, colpi di scena e ironia.

Ci si può soffermare semmai su quest’ultima parola, ironia, che assume un ruolo chiave. Anche qui è tutta questione di dosi, di senso del ritmo e della misura: in un romanzo basato su una lunga storia d’amore che attraversa i secoli ci si poteva attendere un tono solenne ed enfatico. Invece, per istinto, e direi per fortuna, la Pasero ha raccontato il sogno della sua Venice in modo serio ma non serioso, senza mai dimenticare che in tutto, perfino nelle situazioni più drammatiche e nei momenti di massima passione e trasporto, un sorriso, o un riso condiviso con gusto, non solo non stemperano e non diluiscono ma possono, se arrivano al punto giusto e nel giusto modo, perfino esaltare, rafforzare, unire ancora di più i protagonisti.

Con cura e passione Monica Pasero ha scritto un romanzo in cui ha espresso la sua visione della vita, o meglio il suo tendere verso una vita che, con la forza della passione resa parola, con il gusto dell’avventura affrontata con serenità e tenacia, supera il confine, il muro freddo e micidiale che separa il vero dal sognato. Non è un caso forse che in questo suo libro tutte le barriere più spietate e annichilenti cadano: quella del tempo, delle diverse epoche storiche, quella delle barriere sociali, quella del destino, addomesticato alla fine, reso vivibile, quella tra prosa e poesia, quella tra ciò che è e ciò che potrebbe e dovrebbe essere. Il libro è, a dispetto di tutto, a dispetto del male e della malasorte, un inno alla potenzialità e perfino alla bellezza della vita. Alla bellezza del corpo e della mente e a quel mistero, la vera città meravigliosa verso cui tendere, che è l’amore, meraviglia effimera e inaffondabile, sospesa su palafitte di pensieri e di sogni che resistono, chissà come, alla corrosione del tempo e delle maree.

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