Odore dei miei giorni – nota di lettura

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Federica Di Fresco è un’autrice giovane che ha pubblicato tuttavia, per scelta, per istinto e per necessità, un testo sentito, giocato su toni complessi e su sofferti equilibri, slanci e tensioni, anche di natura psicologica, di scavo profondo e sincero nella propria interiorità.

Lascia intravedere potenzialità per ulteriori prove, sia in ambito poetico che narrativo.

Per avere qualche notizia in più su di lei e per conoscere il suo punto di vista sul mondo, non solo letterario, si può fare riferimento a questo link: https://millesplendidilibriblog.wordpress.com/2017/04/10/chiacchiere-in-poesia-con-federica-di-fresco/ .

Pubblico qui le mie impressioni di lettura sul suo libro Odore dei miei giorni. IM

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Federica Di Fresco, Odore dei miei giorni, Scatole Parlanti, 2017

C’è, nel titolo di questo libro di poesie, un primo indizio, un’indicazione per provare ad avvicinarci alla porta di un sentimento intimo, complesso, espresso tramite una sincerità assoluta e disarmante, tanto intensa da aprire e dischiudere misteri, domande, interrogazioni sul sentire, sull’immensità vasta e in gran parte inesplorata dei domini dell’amore. Si fa riferimento all’odore dei giorni. L’olfatto è uno dei sensi più vividi, retaggio della nostra nobile natura animale, del fatto di essere allo stesso tempo radicati sulla terra e proiettati, grazie alla mente, al ricordo e al sogno, in un altrove incorporeo. Nel contesto di questo libro di Federica Di Fresco il riferimento all’olfatto risulta quanto mai adatto e consono. Richiama qualcosa di impalpabile eppure concreto, dotato di respiro e quindi in grado di creare un legame che è anche corporeo, una connessione che chiama in causa l’intero essere, nella sua totalità che non è soltanto somma di organi tangibili e di pensiero ma è quella risultante più articolata, fatta anche di suggestioni, sensazioni multiformi, profonde, a volte contrastanti, come dolore e quiete insieme, come lacrime e sorriso, come ricordo che si rende presente, tangibile al punto di mutare natura senza perdere la sua connotazione originaria.

Questo libro, opera di una giovane scrittrice, per la sua specifica natura e per l’impostazione che l’autrice gli ha dato per scelta e per istinto, contiene già, pur nella sua lineare immediatezza, rilevanti complessità psicologiche espresse non per il gusto di esibire abilità tecnica, ma, piuttosto, per la necessità, e il coraggio, di manifestare fino in fondo ciò che la pena del lutto le ha ispirato, e, mai disgiunta, la conferma che il lutto non pone fine a niente, muta ma non annichilisce.

La caratteristica di maggior rilievo ed evidenza è la costanza della voce rivolta al destinatario, il padre scomparso. Quasi un mantra ininterrotto, un diario condiviso, o meglio un giornale di bordo rivolto a qualcuno che adesso solca mari distanti ma mai disgiunti, dimensioni parallele che si incontrano nella parola. La parola è, qui, mezzo e messaggio, canale di trasmissione e oggetto, contatto ininterrotto. La rotta è quella di un viaggio che l’autrice immagina e di cui traccia continuamente le tappe. Ogni punto segnato sulla carta dice, e ci dice, il passato, la memoria mai persa, costantemente rivissuta, il presente, fatto di un filo di pensieri mai interrotti, e il futuro, la destinazione. Questa è una delle direttrici di maggior rilievo, anche a livello psicologico: l’autrice in più di una occasione ragiona sul modo in cui un nuovo incontro tra lei e il padre può avere luogo:

Vieni più vicino.

Ti sussurro qualcosa all’orecchio…

Posso farti una confessione…?

E se… ci fosse una ragione per cui seguirti, ti giuro padre, sai che ad una parte di me non dispiacerebbe?

Non giudicarmi padre, oh no, ti prego, mai.

Farò del peccato ma è il dolore a parlare…

Oh padre, inizierei il viaggio verso di te anche adesso…

Perché mai dovrei cadere in negazione?

Perché mai dovrei nascondermi…?

Non giudicarmi padre.

Non vivo più, senza te non è più vita ormai.”

Il coraggio di sentire e ragionare allo stesso tempo caratterizzano questo passaggio: la consapevolezza di un pensiero estremo, negare la propria vita pur di realizzare il desiderio del ricongiungimento con la persona amata. Percepisce l’autrice quello che lei stessa definisce peccato, ne è conscia, sa che è contro le leggi naturali, perfino contro la logica, ma ha la volontà di mostrare nudo, fino in fondo, quello che sente. Senza filtri.

Potessi chiederti un dono, forse oggi non ti chiederei di tornare, mio adorato padre…

Preferisco prendere io tutta la tua sofferenza e viverla in questa vita che forse un significato non ce l’ha.

Ti chiederei soltanto di accompagnarmi, anche se nel dolore e nella paura, ma con te al mio fianco.

Aiutami, padre.

Aiutami, ti prego, a reggere la mia croce…

Non posso liberarmene ma forse potrei imparare ad accettarla…

Accettarla con la tua mano nella mia e con il pensiero rivolto al giorno in cui saremo insieme per l’eternità e ci perderemo, abbracciati, a danzare tra le stelle del tuo regno”.

In questo dialogo che è allo stesso tempo un intenso monologo, un tendere verso l’altro che è poi un modo per dare dimensione alla propria interiorità sconvolta e spiazzata da un dolore enorme, si aggiungono vari riferimenti ad una spiritualità di stampo religioso, ma che appare soprattutto un’ulteriore ricerca o necessità di confronto anche con simboli che fanno parte dell’educazione ricevuta, altri dati, coordinate con cui fare i conti per dare una rotta, necessariamente nuova, al viaggio lungo e complicato da compiere dopo l’esperienza del lutto.

Lutto sta per perdita, in senso specifico e generico, mancanza, privazione di qualcosa che era essenziale. Dopo il lutto è necessaria una rinascita, ripartire su basi nuove, su diversi piani e terreni. Ma, e Federica Di Fresco dimostra di averlo compreso e messo in pratica, per poter ripartire, per creare un nuovo terreno, bisogna venire a patti con il bagaglio dei ricordi, con ciò che ancora scava dentro, nel corpo e nella mente. Ricoordinarsi, innanzitutto. Ricollocare il proprio essere anche in rapporto agli altri. Partendo dall’analisi del proprio dolore, l’autrice ci parla anche del suo mondo, di ciò che la unisce e la separa dagli altri passeggeri di questo viaggio chiamato vita:

Amore, ciò che tutto muove.

Ciclo perpetuo di corpo, spirito e mente.

Sfrecciano dinanzi ai nostri occhi quei treni che ci tolgono il fiato…

E che peccato infinito, alla fermata dell’Unica vita che abbiamo ricevuto in dono, prenderne uno a caso per paura che il destino possa tagliarci fuori dall’itinerario del niente.

Bugia a noi stessi, il nostro mondo in cambio di un po’ di sicurezza e in un attimo ci siamo già venduti al diavolo dell’assurdo, posto in prima classe sul vagone dell’infelicità permanente.

E quando ci sveglieremo sarà ormai troppo tardi…

Nessun preavviso, il più esoso dei conti e, disperati e senza più parole, non saremo che eterni debitori di gesti mancati e repressi ardori.

Mai, caro padre, non sarò mai quel tipo di passeggero…

Camminerò piuttosto sulle mie stesse gambe, mezzo sicuro e sincero quanto la mia anima.

Lascerò che il mondo testi, stupito, la forza del mio coraggio.

Ed ho amato anche te, immensamente, seppur d’un amore frenato e molto spesso respinto…

Quindi dimmi, padre, è tempo…

Dimmi, sono condannata?

Dimmi perché chi ama davvero, come me, è destinato talvolta a fallire… come unica realtà certa, libera tra tristi burattini”.

Annota la Di Fresco: “Lascerò che il mondo testi, stupito, la forza del mio coraggio”. In questa esclamazione è contenuta una delle chiavi, di questo libro nello specifico e più in generale del modo di essere e di sentire che l’autrice rivela, senza superbia, con sincerità necessaria, come se essa stessa fosse un antidoto contro il dolore e lo smarrimento, come se a un certo momento, svelarsi, osare guardare il mondo negli occhi mentre si è nudi, nella propria forza e fragilità, fosse il solo modo possibile per proseguire, per camminare tra ali di folla che guarda e non comprende, non vuole o non è in grado di capire. I “tristi burattini” accettano senza battere ciglio il patto bieco con l’assurdo e l’infelicità permanente. L’autrice dichiara al padre, e quindi a se stessa, in un’identificazione che è allo stesso tempo letteraria e psicologica, che lei non sarà mai quel burattino, quel tipo di passeggero mosso da mani fredde ed estranee. La scelta di campo è stata effettuata: la sincerità del dire e del sentire, senza preoccuparsi dei giudizi e dei pregiudizi, senza ascoltare i saggi consigli di chi invita ad un’espressione del dolore più saggia e moderata e ad una manifestazione dell’amore più prudente e compunta. L’amore di cui parla Federica Di Fresco è amore a tutto tondo, fatto anche di odori, di attrazioni e respingimenti, di tensioni che coinvolgono e sconvolgono la totalità dell’essere. Il dialogo con il padre, il ricordo vivissimo della ricerca di contatto, è anche un modo per riflettere e risentire dentro la sua natura di giovane donna, i gesti, gli ardori, le sensazioni, il vibrare dell’essere che la conduce verso la consapevolezza di sé, un sentire autentico, un moto dell’essere animato da pulsioni simili a quelle che chiama “le mie stesse gambe, mezzo sicuro e sincero quanto la mia anima.”

Da qui il canto, lo snocciolarsi degli opposti, degli ossimori che popolano la mente e il corpo. Quasi un laico, tormentato e inteso Cantico delle Creature che ha composto, di cui è composta, e di cui, se osiamo vederlo, siamo fatti tutti. Ad un certo punto la speranza si fa consapevolezza; gli ossimori possono convivere, gli universi, nelle galassie così come nell’animo umano, non sono mai, in fondo eternamente distanti:

Tu, la mia malattia.

Tu, la mia guarigione.

Tu, il mio abisso.

Tu, la mia redenzione.

Tu, che non ci sei.

Ed io, mai stanca di cercarti.

Un continuo rincorrersi per mai trovarsi.

Perché è troppa la distanza che separa i nostri mondi poi forse non così tanto lontani.

Il mio, ancora profano.

Il tuo, ormai sacro.

Io che muoio in te…

Tu che rinasci altrove.

Vivi in quella vita, dentro me, al momento caduta in un sonno profondo.

Un sonno dal quale potrebbe destarsi solo con il tuo ritorno.

Ed è così che chiudo gli occhi della mente, per sempre…

Per poi riaprirli soltanto al suono del nostro ricongiungimento.”

Per poter guarire, per tornare a respirare, bisogna guardare nel fondo della malattia, del dolore, perfino dell’amore, fino al momento in cui si intravede il punto in cui si uniscono sacro e profano, morte e rinascita.

Mescolerò ed assaporerò i miei malesseri, uno ad uno, fino a che non avrò trovato la ricetta perfetta, affinché io non debba mai più patire la fame del tuo amore, qualunque siano le circostanze, qualunque siano le condizioni del mio cuore”.

La rinascita è anch’essa parallela, sincronica, simultanea, avviene in dimensioni apparentemente distanti, ma lo spazio-tempo è unico, univoco, è fisica che si fa palpito.

Ci son giorni in cui tutto ciò di cui si avrebbe bisogno non è che un abbraccio, calore di vita, energia dell’anima.

E se solo ci fossimo abbracciati a lungo costantemente, io e te, saremmo ancora vivi, padre.

Vivi entrambi”.

La volontà, la meta, è raggiungere la totalità, diventare angelo e animale libero e puro, e ancora una volta i termini si sovrappongono, si intersecano, si contraddicono e si confermano. Questo libro è composto di liriche, di poesia, ma è anche una sorta di “romanzo di formazione”, un Bildungsroman, un modo per raccontare con fedeltà i passi che si compiono sul cammino che porta, nel dolore e nell’amore, a diventare uomini e donne, esseri complessi, tormentanti, ma con la tensione perenne verso la bellezza, la libertà, l’appagamento di ciò che realmente, dentro, si sente e si si è.

Se è vero, caro padre, che vi sarà un’altra vita oltre questa, affido a te il mio desiderio.

Desidero essere una qualunque splendida creatura di ali munita, dolce padre.

Intercedi per me affinché possa essere esaudita la mia richiesta di non appartenere più a tutto questo.

Un animale libero e puro, fuori da ogni umana cattiveria.

E tu lo sarai con me, felici come non mai”.

Riesce qui l’autrice, addirittura, a scrivere la parola “felici”, a dare corpo al concetto di felicità in un contesto di lutto, di commemorazione addolorata. Ma è felicità ad occhi aperti, incalzata da prese di coscienza che non la negano ma la inseriscono in un contesto ostile:

Me ne resto così, qui, nel silenzio delle mie solitudini, nelle prigioni del mio cuore.

Incredula ed inorridita, un’altra volta ancora, della grande insensibilità che tutto avvolge.

Ma felice, felice per te nonostante tutto, che hai lasciato questo bellissimo teatro dell’orrore”.

E ancora, poco oltre:

Prendere per mano i limiti, riconoscerli e comprenderli, amarli di un amore nuovo.

E così noi, padre mio, figli dello stesso cielo, fratelli dello stesso sentimento.

Una finestra di colpo aperta sul petto e caldi raggi d’un sole fresco e profumato, appena nato, ora senza più ostacoli.

Semplicemente la pace, giunta a piccoli passi.

Così, conquistata, nostra, finalmente”.

Si arriva così, gradualmente, in un coerente crescendo, al finale:

Spegnere le luci ed attendere il suo sorriso immenso dinanzi a quei colori che illuminavano ogni angolo della stanza, lucciole di vita vera.

E adesso solo un abete in festa in mezzo al mare, insolito ed insensato come un Natale in Luglio.

L’onda inaspettata e funesta della morte che irrompe nei nostri giorni, irrimediabilmente. O quasi”.

Grazie di tutto, caro padre…

Arrivederci, Tua Federica”.

Questo libro si conclude con un congedo che non è un congedo, con un “arrivederci”. Non è un caso che sia la parola conclusiva, prima di un’attestazione ulteriore di appartenenza, quel “Tua” che è un’eterna conferma. Quell’arrivederci dà la sensazione di aprire e non di chiudere, sia il percorso letterario che lo scavo psicologico, sia l’esperienza del dialogo che dell’ascolto, dell’altro e di sé. Questo libro di Federica Di Fresco ribadisce con la sua intesa linearità che la parola può essere tormento ma anche cura, o, almeno, mezzo per mantenere vivo un legame, un contatto, un odore che conferma l’esistenza e la presenza, a dispetto di ogni vento, ogni tempesta della vita. L’autrice ha la consapevolezza di capire nel profondo che quell’odore è anche l’odore di un veleno, lo scrive lei stessa, con una lucidità che dimostra maturità e acutezza. Ma sa altrettanto bene che al momento, in questa fase della sua esistenza, non può smettere di respirare quell’odore, per tenersi viva, attraverso un ricordo che è anche presenza tangibile, quotidiana. In questo suo romanzo esistenziale la prossima tappa, resa possibile da questa sincera autoanalisi divenuta libro, potrà essere la costruzione di un nuovo mondo possibile, quando ne avrà occasione, modo e forza. Qui ed ora, l’autrice registra, e con lei il lettore, questo diario, questo scambio di lettere con un destinatario a cui rivolge una forma assoluta ed imperante di amore. La risposta non è muta. Si trova nei codici di un dialogo che, nella sua assoluta unicità e individualità, l’autrice ha avuto il merito, grazie al coraggio della sincerità, di rendere universale, o, almeno, parametro su cui ragionare, spunto di riflessione sul legame tra dolore e amore, ricordo e corporeità del pensiero.

Ivano Mugnaini

 

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