Concorso Elogio alla follia – Temi e tendenze (prima tranche)

Postato il

Continuano ad arrivare poesie e racconti per il Concorso ELOGIO ALLA FOLLIA.

Come da regolamento, pubblico qui in Dedalus una prima tranche di elaborati interessanti.

Confermo che la presente selezione non è assolutamente legata alla classifica finale del Concorso che sarà decisa in modo anonimo e indipendente dalla Giuria.

Lo scopo di questo post è quello di dare un’idea dei temi e delle tendenze degli elaborati finora arrivati.

Serve anche a ribadire che il Concorso non è a tema e che c’è piena libertà per quanto riguarda gli argomenti, la tecnica e lo stile.

Ci sono ancora circa due mesi prima della scadenza del Concorso, prevista per il 31 marzo.

Ma l’invito a coloro che fossero interessati è di inviare gli elaborati in anticipo per favorire il lavoro di segreteria e anche, eventualmente, per questa vetrina telematica.  IM

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Sezione poesia

Melania Milione

Nell’immenso

So che il mio sangue nutre

la lava dei vulcani

e che se io poco muoio

su questo letto di stelle

cade tutto il firmamento.

So che la tua immensità

poco pesa sul mio cratere ardente

e che siamo due fiori sul nascere

in cui si compiace lo sguardo dell’eterno.

* * *

Dimmi dove senti dio

Parlami ancora del  tuo bisogno d’amore.

Del mortaio vivo nella tua pancia che

più volte mi macinò il sangue.

Non ti bastò scomodare le furie del cielo per cercarmi,

o le zolle della terra per arroventarmi il mare.

E allora spingiti dentro,

spingiti nella mia bocca sempre più violentemente, 

per farti vomitare poi tutto interamente

dalla ninfa che mi abita le viscere infernali.

E dimmi che odoro di terra, di muschio 

e di fonte del mistero primordiale,

e dimmi che non hai ancora finito di godere,

non hai ancora finito di consumarmi l’amore,

di tirarmi da dentro l’elisir per morire da immortale,

perché amarsi vuol dire distruzione

e prendimi, rivoltami fino a squartarmi il cuore,

dimmi  dove senti dio ed io ti tocco senza sapere dove,

-perché ti amo-

e continuerò a scavarti la bocca sino al tuo cielo ardente,

dove ti bolle l’astro di fuoco che ti fende la schiena,

ed io lo sento, amore mio,

l’abisso della nostra eternità,

lo sento scottarmi il cuore,come l’acqua santa sulla brace del peccato.

Chiedimi ancora di bere dal tuo alito crepuscolare,

di guardare la tua rosa di sale illanguidirsi sulla mia bocca

nell’inganno duplice della notte.

Chiedimi di ricomporti il corpo con gli splendori di fosforo

e i sedimenti dello spazio siderale ed io lo faccio,

dovessi piegare le leggi della natura e sfiancarti tutto l’universo,

tanto non c’è rimasto più niente, abbiamo esaurito ogni scarnificazione.

Non ci resta nemmeno lo scheletro di questa folle umanità

* * *

Eternando

Cosa ne sa dio della fatica,

dell’orma che lascia la sua assenza

nel ventre dell’ulivo,

per metà sollievo e metà ferita,

quando la scure abbatte la corteccia

dopo la salita,

(tregua sino al cielo)

e l’andare verso la natura vera

disordine creatore,

fuga dai campi di detenzione,

cadere sui rami, nella pioggia,

eternando,

incendiare l’orgasmo

di ogni combustione.

* * * * * * *
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Rodolfo Vettorello

 

Il pappagallo verde e la valigia gialla

Come chi insegue inutili pensieri,

col pappagallo verde sulla spalla,

m’inerpico per ripidi sentieri

col mio bastone e la valigia gialla.

Mi affanno ad inseguire desideri,

come di fiore in fiore la farfalla,

come le bollicine nei bicchieri

o i bimbi che rincorrono una palla.

Il pappagallo è il simbolo di un sogno

e verde di speranza è il suo colore

e la valigia gialla il mio bisogno

di prendere distanza dal dolore,

facendo, come faccio e mi vergogno,

che per volare, compro un po’ d’amore.

* * *

La chiave a pappagallo

Io vado matto per le chiavi a pappagallo,

un po’ per quella P preliminare,

come pelliccia, poppe, patatina

e un po’ per un motivo più banale.

Mi piace il modo in cui si adattano all’abbraccio,

con un sol gesto,

di cose di diversa dimensione,

da piccole ed esangui a quei bulloni

con una testa come un cardinale.

Lo dico e senza tema di smentita

che sembra quasi alludano all’abbraccio

a tutte quante le persone care,

che siano magre o pingui, non importa,

basta soltanto che si lascino abbracciare.

* * *

Labbra

L’ho amata tanto per la sua allegria,

per l’euforia d’amori senza fine,

per la follia di non lasciarmi andare.

Tra le sue ciglia si rispecchia il mare,

fra le su labbra

il clito mi sor(ride).

 

* * * * * * *

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Sezione Narrativa

 

Giovanna Caporali

 

(pubblico qui un estratto dell’elaborato inviato dall’autrice)

Pozzi aperti nella campagna.

Un tonfo. Mi sono sdoppiata. Ho teso l’orecchio e l’eco di un rumore sordo mi è ritornata dal fondo del pozzo. E’ mai possibile che io sia così sprovveduta da cadere per la terza volta nello stesso pozzo? Certo, non si dovrebbe lasciare un pozzo aperto disperso nella campagna senza segnalazione alcuna! Ma guardo meglio e dall’irregolarità dei bordi del suo accesso, dalla vegetazione che vi cresce intorno, dalla disposizione delle rocce che circondano quella gola che sprofonda nel terreno, dalle pietre subito all’interno delle labbra dischiuse, capisco che non si tratta sempre dello stesso pozzo. E’ già il terzo in cui cado. Il terzo pozzo aperto nella campagna che si distende a perdita d’occhio. Ma è l’ultimo? Ci sono caduta ancora, a distanza di ben sei anni dall’ultima volta, perché vale il proverbio “non c’è due senza tre”? Mi sono a tal punto aggravata, io che speravo, è inutile negarlo, di essere, all’opposto, tanto migliorata da non meritare, almeno, la caduta nel pozzo? E’ solo a me o a chi e a quanti altri hanno destinato questi tragitti di campagna insidiosi perché qua e là disseminati di pozzi, di gole a volte subdolamente chiuse in sorrisi accattivanti, ma dove le labbra che le delimitano improvvisamente si schiudono ad inghiottirti? E nell’atto della caduta non sai mai se quelle labbra si sigilleranno definitivamente sopra di te proprio a volersi impedire di tradire il segreto che custodiscono, la sepoltura di un cadavere, o si riapriranno prima che tutta l’aria a disposizione venga respirata per consentirti di risalire con una fatica immane e di tendere le mani oltre quelle sporgenze carnose ad acciuffare qualsiasi cosa, una pianta, un arbusto che, in un estremo sforzo, consentano di guadagnare l’uscita. Forse è perché sono solo pochi giorni che sono uscita dal mio terzo pozzo che penso che il terreno che mi è stato destinato per camminarvi nel corso della vita sia un terreno di campagna che diventa pantano quando piove e che si sbriciola sotto l’effetto della siccità. E’ un tratto di campagna della pianura Padana dal quale sale un’umidità lattiginosa nelle albe primaverili e sul quale cala un pesante tendone di nebbia all’imbrunire d’autunno. Cosicchè non si vedono i pozzi. Ora l’ho capito. E’ ai “matti” come me che vengono destinati questi percorsi di campagna. Siamo in tanti a condurre la nostra vita lungo questi terreni accidentati e pieni di inganni. Siamo in tanti a cercare di schivare i pozzi, di intravederli in tempo per non caderci dentro nonostante il pantano, la nebbia. E’ quello che ha detto il mio psichiatra al mio compagno: “Elisabetta o la fa finita o, per tutta la vita, non farà altro che dentro e fuori dai reparti di “Diagnosi e Cura”, ovvero dai pozzi.” Non c’è speranza, allora? Nessuna delle due opzioni mi sta bene. Non ne esiste una terza? Ho paura, anzi di più. Ho il panico. Perché il mio psichiatra mi conosce da ben dieci anni e la sua lapidaria affermazione mi terrorizza. Perché io sono stata destinata ai “pozzi”? Perché “noi”, tutti quelli che ho incontrato durante i miei ormai tre ricoveri in Diagnosi e Cura, siamo stati votati ai “pozzi”? “Mi” vedo, anzi “ci” vedo, noi matti quando ancora non eravamo tali, quando eravamo neonati, confusi fra gli altri neonati, bei bambolotti schierati con genitori, madrine e padrini ai piedi dell’altare di una chiesa al cospetto del sacerdote nell’atto di ricevere il Battesimo. Tutti belli. Tutti apparentemente sani. Tutti pronti allo “start” della vita. Tutti ingannevolmente in possesso di un fascio infinito di possibilità che, purtroppo, crescendo, si vanno riducendo. Fino a ridursi a quante? No, non voglio vedere quei neonati già in prospettiva, già segnati, anziché col Segno della Croce, con quello del “pozzo”, semmai questo avesse un suo segno. Non voglio sapere a quante possibilità si riduce quel fascio infinito iniziale, non voglio credere che per alcuni possa rimanere una sola possibilità che allora non si chiamerebbe neppure più così, ma che si risolverebbe in rigida determinazione, in convergenza ad imbuto di una vasta gamma di modi d’essere in un unico, inesorabile, dover essere.

Prima della caduta nel pozzo.

Già da alcuni mesi, precedenti la caduta nel pozzo, il mio psichiatra non riusciva più a tenere sotto controllo la mia depressione. Stavo male. Aveva più volte ritoccato la terapia farmacologica senza che ne ottenessi alcun beneficio. Spesso la mattina mi svegliavo attanagliata dal panico indottomi da una percezione erronea della giornata da vivere. Non che questa presentasse particolari o inderogabili impegni, ma ero io che immaginavo le ore mancanti ad arrivare a sera come pesanti mattoni che si sovrapponevano l’uno all’altro a generare un’alta pila sotto la quale sarei rimasta schiacciata. Talvolta la giornata appena iniziata mi pareva, invece, che si sarebbe ammantata di una coltre di noia. Sì, a volte mi svegliavo convinta che le ore di quel giorno non sarebbero state altro che la ripetizione di quelle del giorno precedente e di quello prima ancora. Cosicché quel giorno si sarebbe confuso, indistinto, fra decine di altri giorni. Quindi, sia che al risveglio la giornata mi prospettasse qualche impegno prefissato, del quale avevo una percezione distorta come di un ostacolo insormontabile, sia che, all’inverso, la giornata fosse libera e quindi vuota come una voragine, avevo assunto una pessima abitudine. Sempre più spesso, impaurita, disdicevo l’eventuale impegno previsto ricorrendo a bugie sempre più improbabili e abusavo di un farmaco, un antipsicotico, che regolarmente assumevo nella terapia serale, – il Seroquel 100 mg – assumendone 1 compressa pure al mattino perché procurava, quale effetto collaterale, forte sonnolenza. Come se non bastasse, ne potenziavo l’effetto soporifero con 1 compressa di Tavor da 2,5 mg. In quel modo ero certa che mi sarei risparmiata la sofferenza dell’intera giornata che sarebbe scivolata via nel sonno. Di fronte all’angoscia del risveglio mattutino, l’avere a disposizione quella via di fuga – Seroquel + Tavor – esercitava su di me un effetto seducente sempre crescente. Disdicevo all’ultimo momento impegni di diversa natura, l’appuntamento dalla parrucchiera così come una tanto attesa visita presso il SSN che, improvvisamente, più non mi premeva perché tale era l’entità della mia depressione che nulla, al momento, mi importava delle mie condizioni fisiche, salvo poi biasimare questo mio comportamento più avanti quando le frequenti preoccupazioni ipocondriache sarebbero tornate ad assalirmi. Ormai priva di forza di volontà e completamente inaffidabile nell’ottemperare agli impegni assunti, sempre più spesso inseguivo l’oblio concessomi dal Seroquel abbinato al Tavor. Ogni volta che cedevo all’assunzione di questi farmaci mi dicevo che non avrei risolto niente, che avrei solo posticipato il momento in cui avrei dovuto affrontare i miei problemi. Tuttavia mi concedevo sempre il diritto di rimandare. Quando il binomio dei due farmaci cominciava a fare effetto le palpebre diventavano pesanti, ma i pensieri leggeri perché la mente non era più in grado di concentrarsi a fondo su di essi e il corpo, pure lui leggero, assecondava il materasso, vi aderiva, diventando tutt’uno con esso. E gustavo il piacere di abbandonare progressivamente la consapevolezza per scivolare nell’incoscienza.

Non ricordo tutto ciò che è avvenuto il giorno precedente la mia caduta nel pozzo della Diagnosi e Cura. Avviene sempre così quando sto molto male. In condizioni di forte emotività non tutto ciò che succede o di cui io stessa mi rendo protagonista si deposita nella memoria. Solo a posteriori, con l’aiuto di chi mi era vicino, di chi è stato testimone della mia sofferenza e delle azioni messe in atto, spesso vorticosamente, a ritmo accelerato, per lenirla, riesco a rintracciare tutte le tessere del puzzle del tempo vissuto e ad incastrarle sapientemente.

Il ricovero è avvenuto in uno dei giorni che separano il Natale dal Capodanno. L’ho sempre saputo che quei giorni che segnano l’intercalare fra due festività sono per me un momento critico. Sono stata felice la vigilia di Natale e, come al solito, questa felicità è durata anche nei giorni di Natale e Santo Stefano. Già il giorno successivo, però, ho sentito crescermi dentro un’insofferenza inspiegabile, una noia mortale. Ho guardato dentro e fuori di me: non esisteva alcun motivo per soffrire. Le giornate, quella appena trascorsa e le successive fino al giorno di San Silvestro, si srotolavano “normali”. Ma io mi sono mai accontentata della “normalità” che, fra l’altro, non so neppure cosa sia? Me ne sarei accontentata se solo avessi lontanamente presagito che eludere la “normalità”, che inseguire lo straordinario, significava camminare ai bordi del pozzo, rischiare di precipitare dalla fune sulla quale avanzavo, un piede dopo l’altro. Eppure è proprio questa metafora circense quella che meglio coglie la mia insoddisfazione per il giorno feriale, il giorno indistinto, il giorno nel quale non si tiene alcun spettacolo. Ho provato molta rabbia verso me stessa nello scoprirmi così incapace di accettare quei giorni “comuni” che precedevano il Capodanno. Rabbia accresciuta dalla consapevolezza che nessun giorno è “comune”, ma che ogni frazione del nostro tempo è preziosa, straordinaria e nessuna merita di essere sprecata nell’assunzione di quel cocktail farmacologico al quale mi ero così pericolosamente abituata che ormai non sortiva più l’effetto soporifero tanto atteso. Perché ero così? Cosa andavo cercando? L’aggressività è cresciuta, l’aggressività verso me stessa. Aggressività ulteriormente motivata dal proposito coltivato di pulire la casa. Non ci ero riuscita nei giorni precedenti il Natale e mi ero detta che l’avrei fatto durante i giorni “feriali” compresi fra S. Stefano e Capodanno. Sì, quelli erano giorni in cui non era necessario vestirsi a festa, ma ben si poteva indossare un abito da casa, un grembiule o quant’altro e spendersi nell’accudire la casa. Vedevo la casa sporca. Avrei voluto lavare le tende (le brave massaie le lavano due volte l’anno). Vedevo i vetri opachi, sui mobili stendersi un velo di polvere che stava diventando uno strato sempre più spesso. E nonostante volessi vincere l’inerzia, la repulsione per le mansioni domestiche, nonostante sapessi che cedere all’inettitudine avrebbe significato deprimermi, detestarmi, confrontarmi con una madre che non c’era più, ma che era pur viva con quel monito a “reagire” sempre pronto sulle sue labbra livide di morte, non ci riuscivo, non riuscivo ad imprimere una svolta a quelle giornate, non riuscivo a sterzare prima del baratro. Tendevo le braccia verso quelle superfici impolverate, e non riuscivo ad impugnare uno strofinaccio, a spruzzare uno dei tanti prodotti che promettono di pulire senza sforzo mentendo spudoratamente. Non ce l’ho fatta, come non ce l’avevo fatta prima di Natale, come ormai dovevo ammettere che non ce l’avrei mai fatta. Ma poteva esistere una donna così inetta? Non per me. Non valevo più niente per il mondo del lavoro che non aveva esitato ad emarginarmi alle prime avvisaglie del mio disagio psichico. Non valevo niente come casalinga, come cuoca. Ed è stato così che l’aggressività verso me stessa è cresciuta ancora: io non valevo niente. E non riuscivo a sopportare di essere viva sapendo di non valere niente. Perché cosa altro avrei potuto opporre all’incapacità di svolgere le faccende domestiche? Sapevo forse fare bene qualcosa d’altro? Esisteva forse un’attività nella quale eccellevo? No. E sempre e di nuovo il diritto di vivere concesso solo agli “eccellenti”.

Per calmarmi ed indurmi il sonno ho ingerito la solita combinazione di Seroquel 100 mg e Tavor 2,5 mg. Purtroppo, però, era tale la rabbia che nutrivo verso me stessa che ben altro ci sarebbe voluto per sedarmi. Ero disposta a pagare qualsiasi prezzo pur di calmarmi. Ma come fare? Ho ingerito le compresse di un intero blister dell’antidepressivo che assumevo regolarmente potenziandone l’effetto con l’alcool. Sì, ho bevuto due bicchieri colmi fino all’orlo di un vino ad alta gradazione. Volevo ubriacarmi o, meglio, volevo dimenticarmi di esistere per alcune ore. Cosa c’era ora di preferibile che dimenticare me e i miei errori? Ma neanche il vino fu in grado di mettermi KO. Allora occorreva ricorrere alla soluzione estrema, finale, quella per la quale ero stata programmata, l’autodistruzione. Decisamente poco sobria, sono salita in auto e mi sono diretta al negozio di ferramenta più vicino. Ho acquistato 4 mt. di tubo del diametro di 2,5 cm e ho ricoverato l’auto in garage. Ho infilato un’estremità del tubo di gomma nel tubo di scappamento e l’altra estremità nell’abitacolo dell’auto chiudendo il più possibile i finestrini. Poi ho acceso il motorino d’avviamento e ho lasciato l’auto in folle. I fumi di scarico entravano scarsi nell’abitacolo perché, ubriaca com’ero, non avevo pensato di chiudere la serranda del garage, cosicché l’aria circolava ugualmente. Solo se avessi chiuso la basculante del garage avrei potuto intossicarmi di monossido di carbonio fino ad addormentarmi o a morirne, ma così no. E a posteriori mi domando se omettere di chiudere la basculante del garage sia stata davvero una dimenticanza dovuta alla scarsa lucidità o sia stato un gesto volontario. Ossia, come in occasione dei comportamenti autolesivi del passato, volevo davvero morire o solo inscenare un gesto dimostrativo? Volevo morire o solo attirare l’attenzione su di me, magari chiedendo maggiore affetto? Ora lo so. Sono avida di affetto. Mia madre è sempre stata troppo malata per farmi sentire veramente amata e neppure mio marito mi ha mai amato. Forse è stata proprio la conferma dell’amore del mio compagno che ho cercato di ottenere mettendo a repentaglio la mia salute. Non ho mai voluto morire, e mi dispiace che chi mi ha curato non l’abbia mai capito. Anzi quei gesti autolesivi hanno sempre sotteso il desiderio di aderire ad una vita più piena, più ricca di quella concessami dalla malattia.

Trascorso un po’ di tempo, vedendo che, nonostante il motore dell’auto fosse acceso, ero ancora sveglia, anche se poco lucida per via dell’alcool, stanchissima e frustrata dall’inutilità dei tanti tentativi perpetrati non per morire, ma per stordirmi, per mettermi momentaneamente fuori gioco, ho spento il motore e sono rincasata ignara che, nel frattempo, il mio psichiatra aveva saputo dai miei familiari della mia sofferenza e delle azioni con le quali avevo cercato di placarla.

Faticosamente, ricorrendo a mille stratagemmi, avevo conseguito il mio obiettivo, ovvero quello di far venire sera. La sera del 28 Dicembre. Mi sentivo al sicuro, credevo che presto avrei potuto abbandonarmi alla notte nel mio letto. Non mi ero resa conto che stavo camminando pericolosamente nell’imminenza di un pozzo. Un passo falso mi sarebbe stato fatale. E sarebbe stato un passo falso terribilmente vero. Quando meno me l’aspettavo suonarono il campanello i tutori dell’ordine, evidentemente anche mentale. I vigili entrarono in casa. Erano in possesso di una richiesta di verifica del mio stato di salute psichica presso il reparto di Diagnosi e Cura dell’Ospedale. Non potevo opporre resistenza, remissiva dovevo recarmi con loro all’imboccatura del pozzo per farmi giudicare. Chissà se vi avrei trovato Minosse che “essamina le colpe nell’entrata;/ giudica e manda secondo ch’avvinghia.” (Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto V, vv. 5-6, Biblioteca Universale Rizzoli, Rizzoli Editore, Milano, 1975, pag.100).

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foto Concorso Elogio alla Follia

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2 pensieri riguardo “Concorso Elogio alla follia – Temi e tendenze (prima tranche)

    alessandrasolina poesie e cultura ha detto:
    31 gennaio 2018 alle 08:38

    Incantata da “Dimmi dove sento Dio” complimenti!😊

      Ivano Mugnaini ha risposto:
      10 febbraio 2018 alle 16:43

      Ti ringrazio per la tua lettura e per il commento, Alessandra

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