A TU PER TU – Eleonora Rimolo

Postato il Aggiornato il

A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

La rubrica A TU PER TU – Una rete di voci ospita oggi Eleonora Rimolo.

La giovane autrice salernitana ha saputo ritagliarsi uno spazio e ha ottenuto l’attenzione della critica e dei lettori in virtù di una ricerca personale e autentica, scevra da certi “giovanilismi” di maniera e da certe espressioni roboanti ma prive di sostanza.

Faccio ricorso, per chiarire quanto finora espresso, alle parole di Giancarlo Pontiggia: “La qualità che più sorprende nella giovanissima Eleonora Rimolo è la fermezza della tessitura stilistica: la precisione del suo andare a capo, l’equilibrio finissimo delle soluzioni metrico-sintattiche”.

Anche in questa occasione tuttavia non posso esimermi dal confermare l’invito a leggere l’intervista nella sua interezza.

Si avrà anche in questo caso la conferma della maturità della visione e del progetto e il legame profondo e appassionato con la parola poetica e letteraria.

Buona lettura, IM

 

L’obiettivo della rubrica A TU PER TU, rinnovata in un quest’epoca di contagi e di necessari riadattamenti di modi, tempi e relazioni, è, appunto, quella di costruire una rete, un insieme di nodi su cui fare leva, per attraversare la sensazione di vuoto impalpabile ritrovando punti di appoggio, sostegno, dialogo e scambio. Rivolgerò ad alcune autrici ed alcuni autori, del mondo letterario e non solo, italiani e di altre nazioni, un numero limitato di domande, il più possibile dirette ed essenziali, in tutte le accezioni del termine. Le domande permetteranno a ciascuna e a ciascuno di presentare se stessi e i cardini, gli snodi del proprio modo di essere e di fare arte: il proprio lavoro e ciò che lo nutre e lo ispira. Saranno volta per volta le stesse domande. Le risposte di artisti con background differenti e diversi stili e approcci, consentiranno, tramite analogie e contrasti, di avere un quadro il più possibile ampio e vario individuando i punti di appoggio di quella rete di voci, di volti e di espressioni a cui si è fatto cenno e a cui è ispirata questa rubrica.

 

Eleonora Rimolo La terra originale copertina-001

5 domande

a

Eleonora Rimolo

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Non sarei capace di definirmi attraverso delle linee di confine o delle determinazioni, e se fossi un’artista non saprei mai dipingere un autoritratto; inoltre non mi piace ragionare sulla mia biografia: penso che il nostro tempo ci ponga di fronte all’esasperazione di un egocentrismo che permea la poesia soggettiva portando alla ribalta una serie di opere che propongono al pubblico esperienze personali inadeguate a costituire un’opera letteraria seria. Pertanto, cerco sempre di non dire di me nulla che non sia funzionale al discorso posto in essere.

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

Il mio ultimo libro, “La terra originale” (pordenonelegge-lietocolle 2018) parla della possibilità di abitare un luogo reale o ideale –  metafisico o urbano – nell’assoluta gioia di sentirsi finalmente “a casa”.  La complessità e le sfaccettature del termine Heimat – a cui mi riferisco costantemente nell’impianto del libro – racchiudono una serie di valori e di diritti che non possono essere in alcun modo sottratti all’uomo, poiché indispensabili al raggiungimento (parziale, temporaneo che sia) di una supposta felicità. Viviamo per rispondere alla legge del nostro desiderio, e non soltanto per sopravvivere biologicamente (questione su cui in questi mesi si è largamente dibattuto per ovvi motivi): questo vuol dire che siamo alla ricerca costante di un “ambiente” che ci permetta di esprimere la nostra volontà, di agire in totale libertà, di poter condividere questo nostro spazio con le persone che amiamo, a cui vogliamo dare affetto, soccorso, assistenza. Un libro può essere una casa? È la domanda che mi sono posta al termine della stesura de “La terra originale”: possono essere le pagine uno spazio in cui sentirsi compresi, un ponte tra me e l’altro? Può essere un luogo in cui si può ritrovare qualcosa che si è perduto e che si ritiene indispensabile alla costruzione del proprio sé (in cui insomma si parla la lingua degli affetti, come ho dichiarato in altre interviste)? Sta al lettore dirlo: io ho scritto mirando a questo orizzonte, e oggi più che mai dobbiamo chiederci quali sono i confini di questo spazio abitativo, quali i diritti che devono tutelarlo, e per i quali dobbiamo lottare, stringendoci l’un l’altro in una catena di leopardiana solidarietà. L’ispirazione è venuta da sé, osservando e riflettendo sul rapporto tra il Sè reale e il Sè ideale, cercando di indagare quel senso di frustrazione e di insoddisfazione che attanaglia parte di questa mia generazione.

Dalla prefazione al libro, di G. Pontiggia:

“La qualità che più sorprende nella giovanissima Eleonora Rimolo è la fermezza della tessitura stilistica: la precisione del suo andare a capo, l’equilibrio finissimo delle soluzioni metrico-sintattiche. Ogni sequenza, nella densa brevità del suo procedere, si risolve in un unico strutturatissimo movimento, in cui brevi sintagmi si annodano entro una trama di riprese e di variazioni per via di scarti, scatti improvvisi, ricongiungimenti. La sensazione è che ogni incipit richieda una sua conclusione imminente, necessaria, febbrilmente invocata fin dal suo porsi, ma anche che ogni conclusione ingiunga con altrettanta urgenza un nuovo ricominciamento.

In una poesia che pare ubbidire esclusivamente ai moti del desiderio, sempre sul punto di perdersi in correnti inaudite, in figure dai forti contrasti, soccorre ogni volta il senso di una misura fortemente perseguita, forse proprio come argine all’incursione concitata dei pensieri e delle immagini.”

3 ) Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe?

In caso affermativo, come interagiscono in te queste due differenti forme espressive?

Scrivevo filastrocche e poesiole fin da quando ho imparato a leggere e a scrivere ma il primo scritto più organico e compiuto è stato in prosa – ed è stato proprio quello, paradossalmente, il momento in cui ho capito che in realtà la mia modalità espressiva prediletta era la poesia (e che non avrei mai più scritto in prosa, a parte l’attività saggistica di tipo accademico). Quando mi trovavo a dover usare le metodologie della narrazione in prosa, viravo sempre su qualcosa di lirico, che rifiutava l’ordine e l’armonia del racconto.

4 ) Quale rapporto hai con gli altri autori? Prediligi un percorso “individuale” oppure gli scambi ti sono utili anche come stimolo per la tua attività artistica personale?

Hai dei punti di riferimento, sia tra i gli autori classici che tra quelli contemporanei?

Per quanto mi riguarda, il rapporto di confronto con altri autori è fondamentale, sia che si tratti di “padri” letterari, sia che si tratti di autori contemporanei o coevi. La chiusura autistica di un Io che si trincera nel proprio individualismo è un’abitudine infeconda che non porta all’arte ma al soliloquio, alla nevrosi: non è un caso che questa sia l’epoca del trionfo del narcisismo e di altri affini disturbi della personalità che affliggono un numero sempre maggiore di individui. Il non cercare contatto, da parte di un poeta, con l’alterità letteraria, è dunque un «sinto­mo storico» della profonda solitudine e del monadismo che caratterizza il nostro tempo, ed è significativo che le ultime generazioni non siano capaci di distinguere il narcisismo e l’autocompiacimento dalla testimonianza vera, onesta e necessaria dell’esperienza del limite, mediata e integrata dal rapporto indissolubile con i pa­dri. E certo dal rigetto a priori della tradizione e dei suoi canoni – e anche delle sue norme – non si conquista una autonomia né una soggettività originale ma solo un conformismo sterile, che appiattisce e rende ogni opera simile ad un’altra creando un vero e proprio paradosso. È necessario prendere posizione, se si vuol fare il poeta, o più in generale l’artista, riguardo i propri padri – anche tradendoli, alla fine: non esporsi però, o non farlo adeguatamente attraverso uno studio preli­minare serio e misurato, rischia di moltiplicare sempre più la produzione di opere che non sono rappresentative di niente se non di chi le scrive.

5 ) L’epidemia di Covid19 ha modificato abitudini, comportamenti e interazioni a livello globale.

Quali effetti ha avuto sul tuo modo di vivere, di pensare e di creare?

Ha limitato la tua produzione artistica o ha generato nuove forme espressive?

“In Italia a fare la dittatura non è tanto il dittatore, quanto la paura degli italiani e una certa smania di avere un padrone da servire. Lo diceva Mussolini: Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?”: Indro Montanelli scriveva questo in altri tempi mentre ormai da mesi i quotidiani nazionali gettano nell’angoscia milioni di persone che hanno abdicato alla vita in nome della mera sopravvivenza a tutti i cosi, dell’immunizzazione del tutto da tutto – condizione biologicamente impossibile, condannata ad essere costantemente frustrata, e non solo dalla possibilità di contrarre il covid19. La paura da marzo in poi ha fatto scivolare il Paese in una condizione di permanente terrore e di richiesta spasmodica di ipercontrollo, a tutti i costi. E mentre si continua a guardare al modello cinese – di fatto un modello proposto da una dittatura (non sanitaria) – come quello prediletto, cosa sta accadendo nel paese reale? Analizzando in maniera asettica l’andamento della società negli ultimi mesi (se è vero, come dice Gramsci, che studiare un qualsivoglia fenomeno “è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza“) – cioè da quando si è stati sottoposti in marzo al lockdown fino al regime di semilibertà attuale (che sta pericolosamente sfociando nuovamente nella prigionia domestica totale) per l’emergenza sanitaria, della quale solo a posteriori si potranno calcolare reali danni e conseguenze – non è possibile evitare alcune domande ed elaborare alcune riflessioni. Se c’è qualcosa che forse oggi deve fare l’intellettuale è, dopo aver ammesso il proprio fallimento come ipotetico fautore di una qualche coscienza di classe, osservare ciò che lo circonda, tentandone un’analisi, e offrendo strumenti di sincera umanità e opportunità morali di ricostruzione e di condivisione. Certo le macerie che questa storia lascerà dietro sé saranno tante, e non solo di natura “sanitaria”: le testimonianze raccolte nei mesi parlano di un Paese in cui sicuramente risulta emblematico l’invito degli amministratori locali e nazionali a “segnalare” i casi sospetti, perfino se collocati in casa propria, in una folle, feroce caccia all’untore. Il popolo d’altra parte si pone poche domande rispetto alle responsabilità dello Stato ed è pronto a denunciare il proprio vicino, amico, fratello se non rispetta pedissequamente quelle “poche e semplici regole” da cui pare che dipenda totalmente il destino di tracciamenti, terapie intensive, trasporti, infrastrutture e sussidi. Mi chiedo, ormai ininterrottamente, se è giusto che le problematiche che purtroppo affliggono la sanità pubblica spingano il cittadino a schierarsi con ferocia contro il suo prossimo, senza domandarsi altro. Dunque in quale direzione si sta andando e, in questi giorni di frenetica angoscia che attanaglia i più, che ruolo dovrebbe avere l’intellettuale, specificamente? E chi penserà alle fasce deboli della popolazione, a chi non ha un tetto e vive di stenti, a chi vive di violenza domestica, a chi sta perdendo il lavoro e ha famiglia da sfamare? Forse che deve spingere alla resistenza oggi è la fede cieca nel desiderio della vita: e se militare significa affiancare la realtà e cercare di intervistarla, senza inquisire ma con la volontà di scoprire, allora anche noi scrittori dobbiamo porci un obiettivo, dobbiamo adempiere ad un compito, lanciando un messaggio, provando a restituire la speranza di una perduta umanità e di una possibile ricostruzione a tutti quelli che in questo momento davanti a sé vedono solo macerie.

È doveroso? Si. È facile? No. Forse abbiamo perso l’abitudine.

WhatsApp Image 2018-08-27 at 14.08.41

Eleonora Rimolo (Salerno, 1991) è Dottore di Ricerca in Studi Letterari presso l’Università di Salerno. In poesia ha pubblicato: La resa dei giorni (Alter Ego, 2015 – Premio Giovani Europa in Versi), Temeraria gioia (Ladolfi, 2017 – Premio Pascoli “L’ora di Barga”, Premio Civetta di Minerva) e La terra originale (pordenonelegge – Lietocolle, 2018 – Premio Achille Marazza, Premio “I poeti di vent’anni. Premio Pordenonelegge Poesia”, Premio Minturnae). Con Giovanni Ibello ha curato “Abitare la parola. Poeti nati negli anni ’90” (Ladolfi 2019). Con alcuni inediti ha vinto il Primo Premio “Ossi di seppia” (Taggia, 2017) e il Primo Premio Poesia “Città di Conza” (Conza, 2018). È Direttore per la sezione online della rivista Atelier. È Direttore delle collane di poesia Letture Meridiane ed Aeclanum per la Delta3 edizioni.

Poesie di Eleonora Rimolo

tratte da La terra originale

Sono cresciuti insieme a te i miei capelli,
io meno. Ancora sono tentata dallo svanire
se ogni giorno scavo un lembo di pensiero
e mi riduco a un liquido vischioso, irriflessivo,
che non lascio bere a nessuno. Potremmo
davvero esserci tutti senza nient’altro
– solo nutrirsi ogni tanto – umane necessità.
Cosa riempirebbe allora le coscienze,
quale commento, quante penose idee.

***

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà via
per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

***

 

Rispondendo sempre ad una sete
mi attardavo, era il tuo l’ultimo profilo
inarrestabile, mentre ad uno ad uno
si spegnevano i vicoli e moriva
l’autofficina. Pochi ragazzi e alcuni
operai si nascondevano nelle cucine,
idratavano la gola, poi si concedevano
ore di fantasia, annegavano al telefono
e fuori un altro secolo, un’altra storia,
la preistoria delle voci senza lingua,
senza bugia, la destra immacolata.

 

***

 

I maestri insegnano in silenzio
quando la sera viola svuotata
rincorre tra le nuvole lo spazio
sporco delle rotaie e dietro siede
il nemico, ed io prego che resti
per riscrivere le lezioni perdute,
per il lupo che divora in tutte
le direzioni raggiunto dalla fame,
perseguitato dalla pulce, sconfitto
da un timido sonno straniero.

***

 

Sul delta della tua mano dove il sole
è malato, fiorito cadavere, in punta di piedi
ti chiedo come perdutamente aggiungi
amore alla sottrazione, perché non inchiodi
la penna alla cornice mentre inghiottiti
dai dubbi pensiamo alla fatica come
condanna e la sfinge pretende una soluzione,
uno sforzo che mai si cheta
e ci divide, strappando dal tuo occhio
con morsi insaziati il vizio di brillare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...