A TU PER TU – Rossella Pretto

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A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

L’ospite di oggi della rubrica è Rossella Pretto.

Poeta, traduttrice, redattrice di riviste letterarie e impegnata in altre attività che scoprirete attraverso le risposte all’intervista.

Già l’approccio, il tono, la scelta di espressioni forti, taglienti come lame, a tratti, lontane dagli schemi consolidati, dicono molto. La parola come fine e come meta, come senso e ricerca di senso, strumento per provare ad esprimere, evitando le scorciatoie, sia le fragilità che gli slanci. La ferita e il volo. La parola, letta e scritta, si fa metodo privilegiato di scavo dell’insondabile, pur senza la speranza di giungere mai ad un punto di arrivo. Anzi, forse proprio in virtù di questa crudele e salvifica impossibilità.

Buona lettura, IM   

L’obiettivo della rubrica A TU PER TU, rinnovata in un quest’epoca di contagi e di necessari riadattamenti di modi, tempi e relazioni, è, appunto, quella di costruire una rete, un insieme di nodi su cui fare leva, per attraversare la sensazione di vuoto impalpabile ritrovando punti di appoggio, sostegno, dialogo e scambio. Rivolgerò ad alcune autrici ed alcuni autori, del mondo letterario e non solo, italiani e di altre nazioni, un numero limitato di domande, il più possibile dirette ed essenziali, in tutte le accezioni del termine. Le domande permetteranno a ciascuna e a ciascuno di presentare se stessi e i cardini, gli snodi del proprio modo di essere e di fare arte: il proprio lavoro e ciò che lo nutre e lo ispira. Saranno volta per volta le stesse domande. Le risposte di artisti con background differenti e diversi stili e approcci, consentiranno, tramite analogie e contrasti, di avere un quadro il più possibile ampio e vario individuando i punti di appoggio di quella rete di voci, di volti e di espressioni a cui si è fatto cenno e a cui è ispirata questa rubrica.

 

Nerotonie - copertina

5 domande

a

Rossella Pretto

 

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Qualche anno fa feci un disegno con la mano sinistra, quella libera da automatismi e condizionamenti; ne venne fuori il ritratto di una donna che, al posto del braccio, aveva un ramo secco radicato nel cuore. Non è forse una buona maniera di presentarsi, lo so. Però sento di doverlo fare non tanto per descrivere me quanto per fornire un’immagine dei tempi nerissimi che stiamo attraversando. Quel bisogno di mani che non si toccano e non possono farlo, quell’asfissia che conduce all’aridità. Siamo così, impossibilitati ad avere sensi che però dobbiamo reiventare. Crearne di nuovi che sopperiscano a quelli perduti. Di me invece si potrebbero dare molte definizioni, scegliere dal mazzo delle possibilità: il mio volto è il ventaglio di chi sono stata e potrei essere. Basti dire che ora mi occupo di poesia, traduzione e critica.

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

Nerotonia (Samuele Editore 2020) è il mio ultimo (e primo) libro di poesia, un poemetto che attinge acqua (e melma) da uno dei capolavori più bui del mio grande e amato Shakespeare: Macbeth. Ho sempre pensato che Macbeth avesse molto a che fare con me, nel profondo. E dopo anni di lavoro, di studio e di pena devo dire che non ne sono venuta a capo. Il nodo scorsoio di quegli interrogativi pende minaccioso davanti ai miei occhi. Perché, mi chiedo. E non trovo risposta, se non in una turbolenza che squaderna i miei giorni, in un’ansia di sapere what’s next? Che cosa sta accadendo e cosa accadrà? Quale il senso? Fatto salvo il mio sempre risorgente buonumore, le domande tendono ad affollarsi nebulose all’orizzonte di ogni mio sguardo. È che non si trova pace, siamo troppo destabilizzati dal tempo che corre, da un progresso che sembra non avere mai fine, veloce, troppo veloce considerando gli eventi accaduti in pochi anni, una manciata. È tutto in scadenza e il nuovo è scalpitante dietro l’angolo.

E il possesso? Che cosa possiamo dire di possedere se non questo fragile involucro identitario che di volta in volta ci costruiamo? Cosa rimane stabile? Le relazioni, forse, verrebbe da dire. Ma in un tempo che è mercato e sarabanda di voci neanche quelle resistono. Non lo fa l’amore. Ed è sull’amore che il mio Nerotonia è incentrato. Spogliato il testo shakespeariano dei suoi accadimenti, ciò che resta è il rapporto tra Macbeth e la sua Lady: l’amore, la sopraffazione, il bisogno di appartenere e di fagocitare ciò che sfugge. Per dirsi padroni del vento, in definitiva, ma appassionati e vivi.

Giuseppe Conte, dopo aver letto il libro, mi ha che scritto che ho concepito «un’opera di rara energia espressiva e concettuale, costruita con grande sapienza letteraria ma anche con slancio e passione, in una lingua che bene ha definito “tirannica” la Cruciani. Ma anche titanica, nel suo confronto con il Macbeth, capolavoro assoluto». Sì, credo ci sia molta energia in quei versi, arrabbiati, spiazzanti, che sono come piedi che pestano il suolo, lo tambureggiano per farlo risuonare.

Maria Clelia Cardona ha detto che «avvertiamo, cioè, che l’io che parla è un io plurale, «un io femmina troppo espanso» (p.33) e che la scrittrice assume in sé e dà voce a un femminile moderno in cui convergono traumi, colpe, angosce di ogni tempo […] Una lady Macbeth, insomma, assunta come icona di tutto ciò che il vivere di ogni tempo sconta e rimuove, di una violenza che cova nei rapporti umani e che la parola, il logos, tenta di ammansire».

Detto questo, ho però tentato di trovare anche uno spiraglio di luce, che fosse insegnamento e ammonimento: siamo ventre di storie che si rimodulano, singolari e molteplici. Ne dobbiamo tenere conto.

3 ) Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe?

In caso affermativo, come interagiscono in te queste due differenti forme espressive?

Bella domanda! Come interagiscono? Credo si scontrino, facciano a cazzotti per chi deve averla vinta e conquistarsi il diritto di cianciare. E così ricerco una scrittura un po’ ibrida, mai totalmente risolta, anche se (è ovvio) ognuna vorrebbe uscirne limpida; ma una mano non lava l’altra, rimane sempre qualche traccia di marmellata (se non di sangue). «Ma non torneranno mai pulite queste mani», si chiede Lady Macbeth? «[…] Sa ancora di sangue: ah, neppure tutti i profumi d’Arabia potrebbero addolcire questa piccola mano» (cito dalla traduzione di mio nonno, Elio Chinol 1971). Si scrive con le mani, e quelle sono sempre colpevoli… ma almeno tentano di fare qualcosa per uscire dall’impasse! Vivere e agire la conoscenza, ricercandola, annaspando nel senso…

4 ) Quale rapporto hai con gli altri autori? Prediligi un percorso “individuale” oppure gli scambi ti sono utili anche come stimolo per la tua attività artistica personale?

Hai dei punti di riferimento, sia tra i gli autori classici che tra quelli contemporanei?

Il mio è un percorso piuttosto solitario, come lo è il mio carattere: ombroso e a volte scorbutico ma allenato anche agli slanci. È per questo che amo conoscere i poeti, trarne ispirazione, non solo dai versi ma anche dalla vita che intuisco scorrere in loro. Non è tanto lo scambio – importante, importantissimo – ma la vicinanza, l’osservazione, quel misto di intuizione che ci accomuna o ci distanzia.

Gli autori di riferimento sono tanti, come è prevedibile, e non ne farò i nomi; dirò solo che ciò che ogni volta mi emoziona e mi conturba è il sentirne la vibrazione potente: quando muovono qualcosa dentro di me lo sento subito, sono versi che trascinano, con un ritmo inequivocabile che è aderenza e non fumo; aderenza al respiro che trascina il verso, si spezza, si ricompone, ha il fiatone, talvolta, pausa e riprende rispettando la gittata che si prefigge. Un battito del cuore, in definitiva, con tutte le sue capriole.

In questo momento leggo molto Alice Oswald (che ho tradotto per Archinto ed è in procinto di uscire) e Seamus Heaney (uscirà l’anno prossimo il suo lavoro su Sofocle, curato da me, Marco Sonzogni e Leonardo Guzzo).

Quello che chiedo a un poeta, insomma, è di illuminare certi silenzi, di farsene carico. Come fa Adam Zagajewski, ne ‘I lunghi pomeriggi’, ad esempio: «[…] Oh, dimmi, come si guarisce dall’ironia, dallo sguardo che vede, / ma non squarcia oltre, trafiggendo il vero; dimmi come si guarisce / dal tacere» (da Desiderio 1999).  Perché ‘La poesia è ricerca del fulgore’, potrei dire citando un altro suo componimento (da Il ritorno 2003): «[…] Permettimi / di vedere, per poter poi aver visto, chiedo. Permettimi / di vivere fino al compimento il significato / o l’intenzione della mia durata, dico. / A sera cade una pioggia fredda. / Nelle strade e nei viali della mia città / col crepitio di un silenzio attivo e vivissimo / sotto le ceneri sta concentrata su un’opera l’oscurità. / La poesia è ricerca del fulgore».

5 ) L’epidemia di Covid19 ha modificato abitudini, comportamenti e interazioni a livello globale.

Quali effetti ha avuto sul tuo modo di vivere, di pensare e di creare?

Ha limitato la tua produzione artistica o ha generato nuove forme espressive?

Le ricerco, eccome se le vorrei tutte accanto a me, ma ci vuole metodo, come metodo aveva, nella sua follia, Amleto.

È tutto attutito, in questi mesi – non solo dentro di me e per scelta personale, anche all’esterno. Le strade più non risuonano, le voci si smorzano, i sorrisi sono coperti da strati di stoffa. I più audaci li disegnano sulle mascherine a testimonianza di una bocca cucita, silenziata, anche nelle sue manifestazioni più cordiali e affettuose, che però resistono. Non abbiamo più mani né bocca, siamo tutt’occhi. Chi porta gli occhiali li ha pure annebbiati. Assistiamo al primato della “scopía”, così come si profilava nel cosmo elisabettiano che, tra l’altro, era stato funestato nel 1603 da una spaventosa epidemia di peste: evento che il drammaturgo sicuramente ricordava, nel 1606, scrivendo Macbeth. Non è solo il Male che avanza, come sembra dire Macbeth, ma è il mondo che si espande e che terrorizza. D’altra parte, la fine di Giordano Bruno, nel 1600, non deve aver lasciato indifferente chi ne ascoltò le teorie: bruciato vivo, come le streghe.  Se il mondo tra Cinque e Seicento si aprì a una nuova visione del creato, l’occhio fu lo strumento centrale di una nuova conoscenza connessa con la mente. Un occhio potenziato ma anche sezionato e ridotto a essere parte, non più tutto, di una gerarchia simbolica che aveva al suo vertice l’occhio di Dio. La rottura dell’equilibrio.

Come quella shakespeariana, anche la nostra è un’età in cui tutto si rivela e lo stesso tutto si problematizza e diventa conflittuale: i saperi si moltiplicano, non vi è più nulla di stabile, neanche le categorie morali, per cui il bello è brutto e il brutto è bello.

E, avvicinandosi l’inverno, tornerà a spirare il vento del nord con il suo seguito di giacche, cappelli e guanti. Sono tempi da lupi, mai creduti forse possibili. Ci si rifugia in caverne di carta, tra geroglifici che testimonino il nostro passaggio all’uomo del futuro. Bisogna dunque saper disegnare, fedeli riproduttori di un animo che sarà comunque quello che è stato, quello che è e, se non lo deforesteremo troppo, continuerà a essere: l’insopprimibile, delicato, prepotente e ferito animo umano.

Poesie
da

Nerotonia

Samuele Editore, 2020

Come, thick night,
and pall thee in the dunnest smoke of hell,
that my keen knife see not the wound it makes,
nor heaven peep through the blanket of the dark,
to cry, ‘Hold, hold!
— William Shakespeare

I always speak to myself
no more myself but a colander
draining the sound from this never-to-be mentioned wound
— Alice Oswald

vi fu un tempo in cui non vi era
nulla

puoi concepirlo,
posso io?

nulla e dunque neanche il tempo e noi
non c’eravamo, io e te non c’eravamo
e non c’era inizio alle nostre discussioni
seduti nello studio a tentare l’improbabile
accordo, o in una sala, in piedi per terra
con i nostri tanti corpi da suonare
a volte tutti e altre solo uno
in quel tempo che non c’era,
un tempo del sentire di esserci

ché in quanto a esserci
io ero ancora nessuno

una strega gettò i suoi occhi
tra quelli che avrei saputo essere
i miei piedi
la paglia nella testa
la mia arsa e vuota
incantata dall’imbroglio
di poter bastare a me stessa

e niente era
se non ciò che non era

*

così dal buio senza tempo
emerse il dettagliato tempo di noi,
l’incisione nell’istante

le parole, nostre
queste che io ti dico, le tue
e quelle che per giorni
abbiamo gettato al vento,
quelle vane che ci han portato
fin su questo palco,
il molteplice filtrando
dal setaccio di altri corpi

fu allora, in quel tempo
senza inizio e che iniziava,
che l’immenso animale universale
gravido e sbuffante
concepì l’ambiguità e la doppiezza

era ancora tutt’uno
e si franse
così l’uomo, atomo
tra gli atomi, a riveder
le stelle inconcepibili,
alte nel tamburo dei timori
che lo mettevano a nudo
denunciando vita lucida
non priva di malizia

non trovò dio
in quell’istante

di lui non aveva ancora bisogno

ma sentì l’urgenza della donna
la trovò fremente al suo interno

o lo fece la donna con l’uomo

donna con cui doppiare il parto
e così popolare la terra brulla

quel suo vergognoso e inesplorato deserto

di corpi dapprima
passione cieca e inesausta,
corpi ineguali e anelanti
nel di lui cercare il varco,
stampo e marchio,

nel di lei disporsi all’accoglienza
nonostante l’inane battaglia –
nonostante –

perché già intuiva che la perversa battaglia
era ormai vinta e persa
il verbo fu,
prima della comparsa dell’uomo,
le streghe furono
e predissero questo: ritrovarsi

when the hurlyburly’s done
when the battle’s lost and won

*

ho il singhiozzo a volte
e la mia gola pulsa
il caldo mi attanaglia
e la sua vampa mi spossa

se tutto fosse più semplice, pensi, se riuscissi
a far quadrare i conti e il costo della vita
permettesse di far volar la testa e disperderla
per riaverla come vetro a rendere

mi risveglio sul divano
e allungo il fiato
in ora perplessa
che presto si annacqua

dell’essere chiunque chiunque
e non pensarci, non prestare tessuti e organi
all’organo più grande dell’opera mondo
che è mia di voglia, possesso di sangue

oggi la vena languisce e insegue
desideri elettrici, salti di nervi,
alta tensione nella bassa marea
di toccarti ancora

o forse mai più – nevermore –
cantavi occhieggiando
e non mi riprendo
dalla tua assenza

Rossella Pretto

Nota su Rossella Pretto

Rossella Pretto si è formata al dAMS di Roma con una
tesi sulla traduzione del Macbeth curata da Elio Chinol e
messa in scena dalla Compagnia dei Quattro. Questa
formazione, assieme all’attività di traduzione (Heaney,
oswald, Auden), seguita da esperienze professionali in
teatro e in televisione, ha guidato il suo percorso di
scrittura critica e creativa. Suoi contributi sono apparsi
su L’ottavo e Poesia. Sta curando una serie di interviste
poetiche per L’Estroverso. Scrive di ricezione e
riscrittura dei classici per «Alias».

Sono nata a Vicenza, città che ha visto la mia partenza e il ritorno, dopo anni passati a Roma, prima all’università e poi a confrontarmi con il mondo del lavoro. Ho fatto l’attrice, la presentatrice televisiva, l’adattatrice dei dialoghi per il doppiaggio. Sono passata sulle tavole dei palcoscenici, negli studi televisivi, tra le scenografie di Cinecittà, sono entrata nelle case di grandi maestri, conosciuto la vita di artisti e di piccoli artigiani, percorso le strade della città eterna. Ho avuto molti giorni felici nella capitale, incontrato tante persone, dalla più umile alla più boriosa, respirato l’aria di una città elefantiaca e affascinante, guardato mille tramonti con la quinta di un colle punteggiato di pini dagli alti fusti o attraverso archi e fori della sua grandezza. Ho fatto progetti, mi sono disperata, ho stretto amicizie, le ho perdute. Fino al momento in cui è diventato tutto più chiaro: abbandonare Vicenza significava abbandonare un’idea di creazione attraverso la scrittura. Non so perché ma è stato così. Oggi tutti desiderano scrivere, molti lo fanno, sembra facile, meno semplice è crearsi gli strumenti adatti, far crescere un talento mai affinato. Così ho lasciato Roma per Milano e Milano per Vicenza, la mia città. Ora esploro le mura del mio studio. Il resto lo trovate sul suo sito rossellapretto.com

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