Giorno: 2 gennaio 2021

A TU PER TU – Michela Farabella

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Il libro di cui parla Michela Farabella in questa intervista è incentrato su una tematica dolorosa e purtroppo sempre attuale, la malattia, nello specifico l’Alzheimer.
Il titolo del libro è Italo con te partirò ed è di impronta autobiografica.
“Ho scritto questo libro perché la storia di Italo, mio padre, appartiene un po’ a tutti. Il mio è stato vero amore incondizionato. Al di là del coinvolgimento emotivo, posso dire che sono stati per me quattro lunghi anni difficili, di grandi battaglie. Mio padre era condannato a morire, non per la sua malattia neuro degenerativa, ma perché il sistema aveva deciso così. Gli anziani malati rappresentano un costo elevato per la Sanità. Lo so, la mia è una denuncia forte. Il libro si presta a due livelli di lettura diversi. Da un lato la mia denuncia cruda di una situazione gravissima che ci viene raccontata spesso dai giornali e il secondo livello di lettura è quello di una malattia sconvolgente, l’Alzheimer, che solo chi la vive può realmente capire cos’è”.
Cito testualmente le parole di Michela perché evidenziano bene il suo stato d’animo e il suo atteggiamento. La tematica è scottante, come lei stessa evidenzia. Lo spazio del blog è aperto a questa sua testimonianza e anche, eventualmente, alle repliche, a pareri contrari, a testimonianze divergenti.
Possiamo fare da cassa di risonanza per tutte le voci espresse con partecipazione e civiltà.
Si può inoltre esprimere un parere personale sul libro, sulle caratteristiche letterarie del testo, che, come possiamo intuire, non sono separabili dal contenuto, dalla vicenda da cui traggono origine.
Il libro è scritto conservando, pur nel dolore, nella pena, nella rabbia, una lucidità che consente chiarezza e fluidità, seguendo passo passo l’evolversi della trama, con nitidezza descrittiva. L’approccio è variegato e multiforme: accanto alla ricchezza di particolari quasi giornalistica o documentaristica si colloca la dimensione emotiva, psicologica, espressa sempre con forza. Il libro parla di una vicenda individuale, di un percorso del destino, ma, tra le righe, in modo spontaneo, ne emergono i valori simbolici, perfino allegorici, tra i contorni dell’eterno conflitto tra il destino e le aspirazioni, i progetti e gli affetti umani.
La storia che Michela narra con passione e dignità, riguarda, in qualche misura, tutti noi.
Spero che questa sua intervista, questa suo accorato invito all’ascolto, possa contribuire a generare un civile dibattito e a far conoscere meglio a tutti noi una malattia particolarmente invasiva per chi la vive in prima persona e per le persone coinvolte per legami familiari o affettivi con i pazienti.
Soltanto attraverso la conoscenza si può tentare di contenere il male, generando, ovunque sia possibile, spazi di maggiore vivibilità.
IM

A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

Italo, con te partirò». La storia shock di un anziano malato di Alzheimer:  Amazon.it: Farabella, Michela: Libri

5 domande

a

Michela Farabella

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Grazie! Buongiorno a tutti.  Sono nata a Torino nel 1973, e ho iniziato la mia carriera come assistente di volo per la compagnia di bandiera “Alitalia”, professione che mi ha permesso di visitare molti paesi del mondo e vivere in un contesto multiculturale.

Dal 2002, al 2006 ho lavorato presso  il Comitato Olimpico Invernale Organizzazione dei XX Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006, e  mi sono  di progetti speciali a valore sociale in collaborazione con istituzioni internazionali.

Mi sono avvicinata al mondo dell’editoria grazie alla tipografia dei miei genitori; da sempre appassionata di scrittura, sono autotrice e blogger, e collaboro dal 2010 con il quotidiano  Cinquew News, diretto da Giuseppe Rapuano, si occupa di attualità, cultura e società.

Attiva in ambito sociale, sostengo numerose associazioni di volontariato, a persone e famiglia, mettendo a servizio  delle strutture la mia esperienza sul territorio  e assistendo e sostenendo i pazienti con malattie neurodegenerative e le loro famiglie.

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A TU PER TU – Lucia Gaddo Zanovello

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“Ha avuto un’impennata o è una buona penna, ha la penna facile, o della nomea del corvo, di quella del tordo, del merlo, del pappagallo, del pavone.
Ma in fondo la verità è che siamo tutti creature, se pure di diversa specie, da penna, da pelo o da pelle. Secondo me ogni creatura è in qualche modo persona, perché ciascun individuo manifesta un suo proprio carattere originario, mite e benigno o scontroso e perfino dispettoso; chiunque abbia percorso parte della sua vita in compagnia di un cane, di un gatto, ma anche con un uccellino, sa bene di cosa parlo. Delle persone che non amano gli altri esseri viventi diffido, esattamente come diffido delle persone che non amano e non rispettano le persone”.
Molto originale, schietta, diretta e nitidamente simbolica, è questa dichiarazione di Lucia Gaddo Zanovello.
È una specie di autoritratto fatto con uno specchio, con il vetro fragile e prezioso delle esistenze altrui, nello specifico con la vita degli animali.
“Secondo me ogni creatura è in qualche modo persona”, osserva. Non è una frase ad effetto, un mero orpello estetizzante. Il contesto e il modo con cui è scritta ne confermano l’autenticità. A qualcuno potrà sembrare fuori luogo, esagerata, eccessiva. Ma è proprio questo il bello: è un modo per generare un nitido posizionamento, una sorta di documento di identità che manifesti l’essenza reale, inequivocabile, di ciascuno.
Nella zona di confine che separa e unisce ipotesi e verità, si colloca il libro che l’autrice presenta nell’ambito di questa intervista, dedicato alla figura di Attilio Mlatsch. Scrive Lucia Gaddo: “Ho dovuto studiare e ristudiare i contesti storici delle notizie che avevo e degli eventi attraversati e in ultima analisi, ritrovando infine la figura di questo mio nonno”. Il valore aggiunto che si affianca all’attenta opera di ricostruzione è la conquista di una consapevolezza che deriva dalla conoscenza unita all’affetto, dalla “cognizione del dolore” e dalla vera condivisione. In questo contesto, il dialogo supera le barriere della Storia, del tempo e dello spazio.
“Devo riconoscere di avere fatto maggior luce in me stessa”, ci rivela l’autrice. Questa frase in apparenza lineare racchiude vasti orizzonti di senso, il valore della ricerca della verità e quell’istante di visione ulteriore in cui l’oggettività dei fatti viene sublimata dalla partecipazione emotiva. L’attimo in cui si smette di guardare e si inizia a vedere, ossia a percepire non solo con i sensi ma con qualcosa di indefinito, misterioso e salvifico che rappresenta il nucleo della verità e della natura umana in se stessa.
“L’analogia delle vicissitudini storiche forgia in qualche modo le personalità, restituendo alcune similitudini empatiche”, annota Lucia Gaddo Zanovello. Questa considerazione si adatta bene al suo romanzo, alla ricerca di una figura familiare che il tempo e la violenza non hanno cancellato dalla memoria. Si adatta tuttavia anche al contesto più ampio di quell’insieme di “persone” (includendo nella definizione tutti gli esseri viventi) che indagano con partecipazione e affetto sul senso del loro passaggio su questo esile e mirabile pianeta sospeso nel mistero delle galassie.
IM

A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

La vicenda umana di Attilio Mlatsch

5 domande

a

Lucia Gaddo Zanovello

 

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Grazie mille a te per il gentile invito!

Sono contenta e ti sono grata di questa occasione di fermarmi un poco a riflettere sul mio più recente lavoro, sono opportunità che finiscono sempre per rimettere a fuoco un qualcosa di mai veramente compiuto.

Beh, per quanto riguarda il mio autoritratto, esso si fonda necessariamente sul mio vissuto in campagna per molta parte della primissima infanzia. In quel luogo ho sperimentato la solitudine più assoluta, essendo l’unica piccola in mezzo a tanti adulti, tutti costantemente indaffarati in diverse occupazioni, avevano difficoltà a trascorrere del tempo con una bambina.

Spesso in lacrime osservavo intorno a me e, incantandomi, smettevo di piangere. Devo riconoscere che la natura mi è stata Madre nel senso più vero del termine.

Sono cresciuta forse in un quadro di povertà affettiva, ma mescolando tuttavia a fragilità e sfiducia, caparbietà e tenacia, innamorata della terra, delle piante e degli animali. Osservavo l’attività dei topolini nel granaio, stupivo all’uscita dei pulcini dall’uovo, ma se dovessi specchiarmi in un autoritratto, vedrei un uccellino, forse un pettirosso.

Il volo, il nido, la muta (tutto ciò che si trasforma mi attrae, forse frutto anche questo delle mie osservazioni infantili pure sulle rane e sul baco da seta), il mondo dell’aria mi ispira da sempre, perché vedere le cose dall’alto aiuta a ridimensionarle, a farle rientrare nella loro misura reale, invogliano a credere in Dio e anche se le cadute, l’essere predati e le gabbie misurano le sventure, rigenerazioni e rinascite permangono fidenti dietro l’angolo.

La varietà delle specie alate, dei loro linguaggi, del loro affaccendarsi intorno ai nidi, alle migrazioni, seguendo l’istinto, e senza lasciare tracce, la loro filosofia di vita insomma è gaia e promettente. Anche per questa specie, nella quale si va dall’aquila al colibrì, è un po’ come per i cani, per i quali si va dal molosso al chiwawa. Straordinario. Come sono unici la potenza del cigno, la leggerezza della rondine, la domesticità della gallina e la fedeltà dei piccioni.

Per non parlare delle espressioni idiomatiche legate ai pennuti, si dice spesso ha avuto un’impennata o è una buona penna, ha la penna facile, o della nomea del corvo, di quella del tordo, del merlo, del pappagallo, del pavone.

Ma in fondo la verità è che siamo tutti creature, se pure di diversa specie, da penna, da pelo o da pelle. Secondo me ogni creatura è in qualche modo persona, perché ciascun individuo manifesta un suo proprio carattere originario, mite e benigno o scontroso e perfino dispettoso; chiunque abbia percorso parte della sua vita in compagnia di un cane, di un gatto, ma anche con un uccellino, sa bene di cosa parlo.

Delle persone che non amano gli altri esseri viventi diffido, esattamente come diffido delle persone che non amano e non rispettano le persone.

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

La vicenda umana di Attilio Mlatsch. Una ricostruzione possibile fra ipotesi e verità, Nuova luce, 6, Macabor, 2018, è la mia ultima pubblicazione. Mi ero dedicata alla stesura di molti appunti su questo argomento nel corso di un paio di anni, a cominciare dal 2016, per fare luce su di una persona a me tanto vicina, ma fino ad allora troppo e troppo a lungo rimasta misteriosa, mio nonno materno. Adoperandomi per fare luce, ho dovuto studiare e ristudiare i contesti storici delle notizie che avevo e degli eventi attraversati e in ultima analisi, ritrovando infine la figura di questo mio nonno, devo riconoscere di avere fatto maggior luce in me stessa. Leggi il seguito di questo post »

A TU PER TU – Gabriella La Rovere

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«Forse hai sbagliato – mi disse mia madre poco prima di morire – la medicina non era la tua strada, tu dovevi fare la scrittrice. Ho sempre scritto e, soprattutto, ho sempre letto. Tanto. Quando lavoravo in ospedale, mi facevano raccogliere e scrivere l’anamnesi proprio perché ero affascinata dalle storie, dalla situazione che aveva determinato la malattia e da tutto il corollario emotivo che vi ruotava attorno”. Il percorso individuale di Gabriella La Rovere interseca la sua vicenda personale ai fatti e agli eventi che stiamo vivendo, e, su un piano più ampio, conferma il legame tra la scrittura e la vita, l’immaginazione e la realtà.
“Da un paio di settimane è uscito il mio ultimo libro Francisco. La vita del matto buono dei frati, Augh Edizioni. Per la prima volta mi sono cimentata in un romanzo storico andando a recuperare la storia di Francisco Pascal, frate carmelitano converso, vissuto alla fine del Cinquecento, presumibilmente autistico. È il libro a cui sono più legata emotivamente perché ha avuto una gestazione lunga, di ben nove anni!”, scrive Gabriella in una delle risposte.
Leggendo le altre risposte si mettono insieme le tessere di un mosaico che compone una figura all’interno di un quadro, un romanzo che ha per trama, sviluppo e meta, la scrittura del romanzo stesso.
“Sono riuscita a trovare questo libro antico… a soli 30 km da casa mia. Un caso? Forse no! Comunque, il problema rimaneva per il francese. Anche qui una strana coincidenza che mi fa imbattere in una traduzione di un classico francese ad opera di suore di clausura del Monastero Benedettino dell’Isola di San Giulio. Il libro viene tradotto e la vita di Francisco irrompe e sconvolge chi ne viene a contatto, prima tra tutte la monaca traduttrice che ne ignorava l’esistenza”.
Il caso è una delle manifestazioni del destino? Forse sì o forse no. Comunque leggendo questo racconto nel racconto, viene fatto di ripensare alle parole della madre di Gabriella e darle ragione: l’inclinazione naturale dell’autrice è verso la scrittura, l’occhio coglie le sfumature e la concatenazione che è sia origine dei fatti stessi sia conseguenza.
Poiché la spiegazione è più complessa del fenomeno, è bene limitarci a sottolineare sia l’inclinazione naturale verso la scrittura sia il connubio a lei caro, quello tra la parola e la medicina. In fondo sono ambiti affini: la parola può essere cura, sollievo, e la medicina necessita la parola, la comunicazione di qualcosa che va al di là del livello concreto, fisico, coinvolgendo la sfera psicologica ed emotiva, cioè che costituisce l’essenza stessa di ogni essere umano.
La scrittura di Gabriella La Rovere si schiera dalla parte dei diversi, dei fragili, di coloro che si trovano in una condizione particolare e necessitano riguardo e attenzione. L’atteggiamento dell’autrice non è mai cupo e patetico. Nelle sue parole, e nei gesti, concreti, fattivi, c’è la determinazione di un sorriso. Quello di chi conosce alla perfezione, per averla vista, vissuta e valorizzata, la bellezza e la forza, anche creativa, della diversità.
Buona lettura, IM

Gabriella La Rovere "Francisco" | il posto delle parole

 

5 domande

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Gabriella La Rovere

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

«Forse hai sbagliato – mi disse mia madre poco prima di morire – La medicina non era la tua strada, tu dovevi fare la scrittrice». Ho sempre scritto e, soprattutto, ho sempre letto. Tanto. Quando lavoravo in ospedale, mi facevano raccogliere e scrivere l’anamnesi proprio perché ero affascinata dalle storie, dalla situazione che aveva determinato la malattia e da tutto il corollario emotivo che vi ruotava attorno. Tanti anni fa mi proposi ad una casa editrice che pubblicava una rivista che andava a tutti i medici di famiglia; mi sarebbe piaciuto scrivere di medicina invece, senza neanche sapere chi fossi, mi chiesero di scrivere dei racconti perché c’era una rubrica letteraria che stentava a decollare. E così tutto iniziò.

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

Da un paio di settimane è uscito il mio ultimo libro “Francisco. La vita del matto buono dei frati” Augh edizioni. Per la prima volta mi sono cimentata in un romanzo storico andando a recuperare la storia di Francisco Pascal, frate carmelitano converso, vissuto alla fine del Cinquecento, presumibilmente autistico. È il libro a cui sono più legata emotivamente perché ha avuto una gestazione lunga, di ben nove anni!
Soffro d’insonnia e in una delle mie notti a leggere e studiare, mi sono imbattuta in un libro della fine dell’Ottocento, scritto da un abate anonimo, che raccontava del “Venerabile Francisco del Bambino Gesù”. Era scritto in francese, che non conosco, ma fortunatamente la sinossi era in inglese. Si parlava di un ragazzo che aveva commesso un omicidio, senza esserne minimamente turbato. Questa cosa mi aveva incuriosita e ho cercato di capirne di più. Sono riuscita a trovare questo libro antico… a soli 30 km da casa mia. Un caso? Forse no! Comunque, il problema rimaneva per il francese. Anche qui una strana coincidenza che mi fa imbattere in una traduzione di un classico francese ad opera di “suore di clausura” del Monastero Benedettino dell’Isola di San Giulio. Il libro viene tradotto e la vita di Francisco irrompe e sconvolge chi ne viene a contatto, prima tra tutte la monaca traduttrice che ne ignorava la esistenza.

La traduzione mi arriva come un bene prezioso, con questa storia che deve essere condivisa, ma occorre modificarla, renderla fruibile da tutti, in altre parole, romanzarla. Ci sono voluti nove anni e altri libri da me scritti e pubblicati. E nel frattempo quaderni e quaderni pieni di ricerche storiche, di una prima parziale stesura, di riscritture, di note a margine e poi sui post-it, sui fogli volanti. Non ero mai pronta finché ho deciso di affrontare la sfida.

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A TU PER TU: Sabrina Tanfi

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Nel cerchio rotto è il primo romanzo di Sabrina Tanfi. “Ambientato tra Argentina e Italia, nasce in seguito ad un viaggio fatto in Argentina anni fa, dal quale sono tornata perdutamente innamorata del Sud America. Il contesto storico è in parte quello dell’Argentina dei desaparecidos, tema che ho avuto modo di approfondire dopo aver partecipato ad una conferenza indetta dal console Enrico Calamai, considerato lo Schindler di Buenos Aires. Mi piaceva l’idea di raccontare una storia con una forte connotazione storica e geografica, benché frutto della mia fantasia”, ci indica l’autrice. Come risulta anche dalle altre risposte all’intervista, la collocazione esatta della vicenda sul piano geografico e cronologico si interseca alla dimensione creativa individuale. Ciò le consente di evitare riferimenti troppo precisi ma le permette comunque di chiamare in causa ricordi, sensazioni ed emozioni intense, generando una trama adeguatamente compatta e credibile e permettendo altresì di manifestare, seppure con i necessari filtri narrativi, le idee, i principi, la reazione emotiva e morale di fronte alle violenze e alle ferite del tempo e della Storia.
Marquez, Allende, Sepulveda, sono alcuni dei punti di riferimento citati nelle risposte. “Con stili e prospettive diverse sanno tratteggiare la magia senza uguali di una terra ricca di contrasti. Sepulveda ha avuto il pregio di farlo con una semplicità disarmante. Mi ha insegnato che si può essere un grande scrittore senza roboanti frasi ad effetto. Lo adoro. Sono affascinata anche dal genio di Saramago, col suo stile sopra le righe pronto a sovvertire ogni canone letterario. La passione per la psicologia mi porta a leggere anche autori come Sacks. Le sue digressioni cliniche mi affascinano molto”, dichiara l’autrice, rivelando dettagli significativi: la magia della fantasia che concilia e racchiude in sé aspetti contrastanti, la descrizione e lo scavo psicologico, la complessità e la semplicità. E, come punto di partenza e meta, la volontà di parlare di una vicenda di pura fantasia che tuttavia richiama la realtà della Storia, la verità della violenza ma anche il tenace desiderio di bellezza e di riscatto.
IM

A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

Nel cerchio rotto – ArtEventBook Edizioni

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Sabrina, 45 anni, mi occupo di logistica in una multinazionale per necessità, ma la scrittura è la mia fissazione fin dalle elementari! Scrivo nei ritagli di tempo, quel poco che rimane da un lavoro full time e una famiglia con un figlio piccolo. Lettura, psicologia, viaggi e scrittura sono le mie passioni, ben correlate le une alle altre.

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

Nel cerchio rotto è il mio primo romanzo. Ambientato tra Argentina e Italia, nasce in seguito ad un viaggio fatto in Argentina anni fa, dal quale sono tornata perdutamente innamorata del Sud America. Il contesto storico è in parte quello dell’Argentina dei desaparecidos, tema che ho avuto modo di approfondire dopo aver partecipato ad una conferenza indetta dal console Enrico Calamai, considerato lo Schindler di Buenos Aires. Mi piaceva l’idea di raccontare una storia con una forte connotazione storica e geografica, benché frutto della mia fantasia. Riporto dalle recensioni: “… Nel cerchio rotto trascina il lettore attraverso un mistero che è allo stesso tempo una storia personale, un viaggio, una scoperta e un pugno allo stomaco”; “non sembra un romanzo di esordio. Scrittura certa, robusta e matura…”; “… un romanzo che merita lettura e diffusione… ogni personaggio e ogni momento del personaggio hanno il registro di scrittura che necessitano, senza che questo diventi mai un gioco barocco stucchevole o sovraesponga l’autrice. Quel modo di scrivere che ti coinvolge in tante storie, in tante vite, e solo dopo aver chiuso il libro ti spieghi perché. Brava.”

Una mia nota personale? In tutte le presentazioni che ho fatto per promuovere il libro ho sempre avvertito una reticenza viscerale a parlarne con lucidità, quasi dovessi mettere a nudo una parte troppo intima della mia vita. Mi piace siano gli altri a parlare del mio scritto. Quello che posso dire in maniera oggettiva è che ogni dettaglio del contesto è frutto di ricerca e studio. La storia delle protagoniste è invece storia di emozione e crescita personale, con l’intento di non creare cliché ma personaggi verosimili, non personaggi in verità ma “persone”. E il rapporto con queste “persone” ha la vividezza di un ricordo neanche troppo remoto, albergano nella mia testa anche dopo la trasposizione scritta. Non potrei concepire altrimenti la scrittura, è una parte imprescindibile di me.

3 ) Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe?

In caso affermativo, come interagiscono in te queste due differenti forme espressive?

Scrivo soltanto prosa non per presa di posizione ma perché completamente incapace di pensare in poesia. Pur amando molti poeti è una forma espressiva in cui non mi riconosco, mi è sempre parsa fuori dalla mia portata. Tutta la mia ammirazione per chi invece riesce a cimentarvisi!

4 ) Quale rapporto hai con gli altri autori? Prediligi un percorso “individuale” oppure gli scambi ti sono utili anche come stimolo per la tua attività artistica personale?

Hai dei punti di riferimento, sia tra i gli autori classici che tra quelli contemporanei?

Non ho contatti diretti con qualche autore in particolare, ma se ho occasione trovo utile leggere brani di sconosciuti come me, devo dire che navigando in vari gruppi di lettura su Facebook mi sono imbattuta talvolta in piccole perle! Gli spunti sono sempre ben accetti.

I punti di riferimento sono molteplici sia tra gli autori classici che tra quelli contemporanei. Amo moltissimo Pirandello, Svevo, Orwell, Camus, Calvino, Wilde e molti altri. La passione per i viaggi e per l’America Latina mi porta comunque sempre verso Marquez, Allende, Sepulveda… con stili e prospettive diverse sanno tratteggiare la magia senza uguali di una terra ricca di contrasti. Sepulveda ha avuto il pregio di farlo con una semplicità disarmante. Mi ha insegnato che si può essere un grande scrittore senza roboanti frasi ad effetto. Lo adoro. Sono affascinata anche dal genio di Saramago, col suo stile sopra le righe pronto a sovvertire ogni canone letterario. La passione per la psicologia mi porta a leggere anche autori come Sacks. Le sue digressioni cliniche mi affascinano molto.

5 ) L’epidemia di Covid19 ha modificato abitudini, comportamenti e interazioni a livello globale.

Quali effetti ha avuto sul tuo modo di vivere, di pensare e di creare?

Ha limitato la tua produzione artistica o ha generato nuove forme espressive?

La situazione nella quale ci troviamo ha reso ancora più marcate le mie passioni. Non potendo viaggiare lettura e scrittura sono il mio rifugio. Emotivamente la situazione di precarietà nella quale ci troviamo non può non avere effetti sulla produzione letteraria. Anche se una parte di me rifugge dalla tentazione di inserire un capitolo “pandemia” nel prossimo romanzo, non posso fare a meno di pensare (e di sottoscrivere) che il senso di smarrimento salterà fuori dalle righe contro la mia volontà. Scrivere è parlare di sé, sempre e comunque. Che lo si voglia o no.

UN LIBRO CON TE con SABRINA TANFI - YouTube

Sabrina Tanfi è nata a Livorno nel 1975, dove vive con il marito e il figlio. Laureata in Scienze Politiche, appassionata di viaggi (America Latina in primis), appassionata di psicologia e lettura, lavora in una multinazionale nel settore della logistica, ma scrivere è il suo vero interesse. Nel cerchio rotto è il suo primo romanzo.

A TU PER TU – Franco Piol

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Franco Piol, dopo aver elencato i suoi numerosi scritti e i suoi variegati amori, si autodefinisce “uno s-ciantin euforego”, un tantino euforico, potremmo tradurre, anche se il veneto, lo sa bene chi ha letto Goldoni e i suoi eredi, contiene sempre una nota in più, allusiva, evocativa. In ogni caso, soprattutto di questi tempi, l’euforia è una caratteristica rara, quindi preziosa. Piol è multiforme, poliedrico, solare e cupo, pessimista e costruttore di baluardi di esistenza-resistenza. Il poliedrico Piol ci porta euforicamente fuori strada, per dirla con uno slogan del movimento sessantottino, ci conduce: Contro i sensi vietati, verso le strade del possibile. Contro i sensi vietati sia linguistici che politici”.
Con una coerente incoerenza, vado anch’io, nell’ambito di questo ciclo di interviste, controcorrente, parlando di un libro di Piol di cui lui volutamente non ha fatto cenno nell’intervista, Le macchie nere del racconto. Il libro l’ho letto, e ne parlerò in un’altra sede, con gli spazi, anche grafici, giusti e necessari per un lavoro complesso e articolato. Qui ed ora però, vorrei inserire un breve ma sentito consiglio di lettura, di ricerca, un suggerimento e un invito ad una euforega curiosità bibliofila. Per farlo faccio ricorso alla prefazione di Selene Gagliardi che, come dicevano i commentatori sportivi di una volta, da sola vale il prezzo del biglietto. La Gagliardi sottolinea “la totale assenza di un eroe tout court” e ci parla di “un uomo comune, ritrovatosi a dover prendere una posizione nel corso di una congiuntura storica in cui rimanere indifferenti era impossibile”. Ci racconta di un uomo che ha messo la testa nel sottosuolo dostoevskiano e per cui la vita è “un eterno coprifuoco”. Il riferimento non è causale, e la sua stringente attualità conferma che nulla cambia, o meglio che il pericolo è sempre in agguato, così come la necessità della resistenza. Perché, come ci indica Piol, “ognuno raccoglie quel che trova / e a mezzanotte in punto / scatta un altro giorno”.
          Questa presentazione “in senso vietato”, ha l’intento di veicolare l’attenzione su un libro di notevole interesse e spessore e allo stesso tempo la volontà di fare da apripista per la lettura delle risposte di Piol alle domande.
Anche in questa caso si tratta di risposte colme di vitalità, solare e disincantata, sempre autentica. Tra i mille ingredienti, reagenti, carburanti e propellenti, c’è un minimo comune denominatore: “alla radice di molte tentazioni performative di carattere artistico, c’è sempre lei, la poesia come motore di tutte le iniziative intraprese”.
Poiché si resiste a tutto tranne che alle tentazioni, chiudo questa atipica introduzione con un ormai rituale invito alla lettura ma anche con una nuova citazione tratta da un’osservazione di Selene Gagliardi: “tutto viene visto con la levità di una favola – seppur a volte triste – accarezzata da uno sguardo carico di compassione per la ‘vittima’, salvificata da un quasi onnipresente lieto fine”.
Buona lettura, IM

 Racconti dall'aldiqua - Piol

 5 domande

a

Franco Piol

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Sono romano di origine coneglianese. Principalmente sono autore e regista teatrale (soprattutto di molti testi per ragazzi per un totale di quaranta anni di attività direttamente con loro: Gianni Rodari è stato uno dei miei tanti maestri), ma alla radice di molte tentazioni performative di carattere artistico, c’è sempre lei, la poesia come motore di tutte le iniziative intraprese (pittura, scrittura, teatro). Ho più di una decina di silloge, da Poetesie in concerto a Idea per un balletto, da Passando per Conegliano a Treni, da Le macchie nere del racconto ad Amori miei. Ancora più prolifico in campo teatrale con oltre cinquanta testi e un centinaio di allestimenti. Ora, per la fatica dell’età che sopravanza, più comodamente (si può dire?) scrivo: racconti, romanzi, sceneggiature, testi teatrali che altri mettono in scena.

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

Sicuramente è stata la pubblicazione della raccolta dei Racconti dall’aldiqua (Caleidoscopio d’amore in dodici scatti), avvenuta all’inizio della lunga quarantena causata dal coronavirus, curata dalla Augh Edizioni e praticamente “bruciata” dal prolungarsi all’infinito di questa disastrosa pandemia. Peccato perché il libro (è delizioso!), ha ricevuto benevole recensioni e l’affetto dei lettori più affezionati. Così la critica: …Ed è proprio questo che l’autore mette in scena nel teatro del suo libro: la vita in toto, con ogni sfaccettatura, ogni fase, ogni cognizione e, soprattutto, ogni passione… (Fabio Croce); oppure: …Buon pomeriggio con una buona lettura dove sentimento, narrazione, fantasia, realtà, cultura e passione sono un mix di sicuro effetto nei suoi scritti! Riconosciuto, ammirato il mio amico Franco, riesce a rendere il profondo in leggero, il drammatico in ironico, il fantastico in realistico e viceversa, proponendo letture che hai piacere ad affrontare in qualsiasi luogo! (Maica Ferrari): o anche: …ritrae con splendida e raffinata cura la condizione umana in ogni sua sfumatura, partendo dal racconto intenso, avvincente, empatico, simbolico, credibile, emozionante, profondo, necessario, politico nel senso più alto del termine, non lesinando mai in importanti riferimenti e citazioni, degli ultimi, degli emarginati, dei reietti, dei dimenticati, degli esclusi da quella stessa società, in ogni luogo e tempo, di cui sono membri, con pari dignità rispetto a tutti gli altri, prostitute, ballerini, gigolò, attori, partigiani…. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione… (Gabriele Ottaviani); e ancora e chiudo: …Una narrazione vista dall’angolo più scomodo, quello più inconsueto, servita come un menù dove assaggi vari aspetti umani prima ignorati, dove testi caratteristiche umane che un pensiero preminente emargina ma che Franco Piol rende interessanti elaborando in senso poetico un’attenta analisi dei personaggi… (Giovanni Lauricella).

Un quadro di sintesi per trasmetterti appieno le mie sensazioni rispetto al dispiegarsi dei dodici scatti d’amore son le righe dedicatemi da Selene Gagliardi: Leggi il seguito di questo post »