Rosa del battito

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“Soprattutto colpisce la spina di quella rosa evocata nel titolo: il coraggio di dire che ad un certo momento, di fronte alla pressione della pena che cerca di metterti con le spalle al muro, o ci si annienta o si canta”.

Una mia recensione al libro Rosa del battito, di Donatella Nardin.

IM

RosaBattito

Donatella Nardin, Rosa del battito

recensione di Ivano Mugnaini

La rosa è il fiore per eccellenza, per antonomasia. Anche in ambito letterario. Ha ispirato, con innumerevoli variazioni sul tema, scrittori e poeti di ogni epoca, a tutte le latitudini. Il battito invece, quello delle vene, dei polsi, del cuore, è assolutamente individuale. Dipende dagli eventi, dai climi, fisici e mentali, dalle emozioni, dai pensieri, da ciò che domina e pervade, istante dopo istante, le latitudini e le longitudini della psiche di ciascun essere umano.
Su questa dicotomia di base, tra tradizione ed espressione individuale, tra mito universale e mitologia familiare, si muove, con sincera e appassionata intensità, il libro di Donatella Nardin. È interessante notare che, nonostante la tematica predominante, quella del distacco, del lutto, il libro conserva una sua luminosità tenace, una tendenza alla ricerca di ciò che ancora può avere il profumo e l’essenza del dialogo, della presenza, della ricerca, condivisa, della bellezza. Indicativa, in quest’ottica, è la dedica che ci accoglie all’ingresso del libro, scritta a caratteri maiuscoli, come un’ineludibile monito, in questo caso non dantesco, il contrario esatto di “lasciate ogni speranza”. La dedica è rivolta agli “assenti”, a coloro che pur avendo abbandonato questo mondo sono “ancora chiari e vivi e impetuosi in noi”.
La scelta degli aggettivi non è mai casuale, meno che mai in un’opera di poesia. La Nardin avrebbe potuto limitarsi a dire che chi ci ha lasciato è ancora presente. Oppure avrebbe potuto utilizzare toni più tenui e più neutri. Ha optato invece per la sottolineatura decisa, appassionata, di tre aspetti che in apparenza sono quasi ossimorici rispetto alla condizione di coloro a cui sono indirizzati. Per la poetessa i defunti sono chiari, vivi e impetuosi. Definizioni che possiedono un intrinseco valore, psicologico e filosofico. La chiarezza squarcia il velo del tempo, del destino, di ciò che non è dato di percepire a chi non è ancora passato ad una dimensione ulteriore. L’impeto contrasta, in apparenza, con la quiete e la staticità. Ma l’aggettivo più deliberatamente “eversivo”, e quindi schiettamente poetico, è quell’impetuosi. Così distante da ciò che si abituati a vedere e a pensare, così lontano dall’iconografia che ci siamo costruiti con le letture e le rappresentazioni pittoriche. Rivolgersi ai propri defunti tramite questo epiteto vuol dire non solo confermarne la presenza ma ribadirne la passione, la capacità di generare ancora nitidi e tempestosi affetti.

Già nella dedica, Donatella Nardin svela le carte. In un libro dal passo classico, dall’andamento arioso e armonico, ha racchiuso, a ben vedere, sensazioni e pensieri estremamente sinceri, non posticci, non di maniera. Ha sentito il bisogno di affidare alla poesia l’espressione più schietta del suo essere in un momento in cui gli eventi l’hanno messa a dura prova senza tuttavia annientare il legame con quello che di più prezioso ha avuto: gli affetti, gli amori, il tempo condiviso con le persone a lei vicine e care. 
Lo sguardo dell’autrice tuttavia non è obnubilato dal dolore e neppure dalla commozione. Le sensazioni citate sono intense ma ugualmente forte è la capacità di indagare sul senso, sulla complessità elementare (potremmo dire con un ulteriore ossimoro) che racchiude la vita all’interno di noi. La Nardin nella lirica dal titolo “L’invisibile che sorride” parla di “un umile sasso/ scheggiato da un raggio di sole”. Al di là del mero aspetto descrittivo è possibile forse individuare potenziali simboli, o almeno indicazioni e segnali. Il sasso è la materialità concreta, imperfetta e fallace che ci siamo costruiti a da cui ci siamo fatti schiacciare e in gran parte assimilare. Siamo emuli di Sisifo costretti a spingere con enorme e vana fatica ciò che pensavamo potesse arricchirci. E a pochi centimetri dalla vetta e dallo scollinamento, si torna rovinosamente al punto di partenza. Preso atto di questa tragicomica condizione che fare? Donatella Nardin propone una strada, non certo una panacea, ma un percorso alternativo: “Sciogliere gli occhi nella bellezza, / dosare nella vita come / nel tratteggio i chiaroscuri, / fronteggiare, fronteggiarsi / è questo il segreto / per tacitare ciò che palpita / e trema ancora?” A ulteriore testimonianza della lucidità di cui si è detto (che non significa assenza di pathos, ma, al contrario desiderio di escludere da ciò che davvero conta ogni traccia di volatile approssimazione), la sequenza citata di versi si conclude con un segno grafico dal grande peso specifico, un punto interrogativo. La prova che in certi ambiti la ricerca è sostanza, la meta è nel percorso stesso, in ciò che di fertile e incerto si incontra, mutandoci, passo dopo passo.
“Prepara alla gioia il dolore? / Chissà di quanta vita è inzuppata / la gioia, di quanta il dolore, / quel filo d’erba che ricuce solo /facendosi tagliente”. Questi versi ci consentono altre esplorazioni. Iniziamo con una nuova domanda. Fondamentale. L’interrogativo mette a confronto la gioia e il dolore. E viene fatto, quasi istintivamente, di scrutarlo più in profondità. Si tratta chiaramente del paradosso dei paradossi. A meno che non si estenda e si moduli la valenza del vocabolo e del concetto di “gioia”. Potremmo azzardare di dire che una forma specifica è la capacità di espressione libera, e, è il caso di ribadirlo, sincera. In questo libro la Nardin dà l’impressione di avere contrastato il dolore dei lutti guardandolo dritto in faccia, senza presunzione ma anche con il coraggio di chi è forte di sentimenti nitidi che ancora sussistono anche dopo il distacco, dopo la morte. Ed è quasi implicitamente programmatica la scelta di osservare il filo d’erba (simbolo whitmaniano per eccellenza) di lato, dalla parte della lama, non dalla rassicurante e olografica immagine frontale. È giusto anche confermare che il libro di cui ci occupiamo si concede e ci concede il lusso, coraggioso, di studiare con occhi sinceri e diretti tutti i lati e le prospettive, anche quelle in apparente contrasto, in una relazione contraddittoria.
“L’assenza è una pallida rosa / che inerme rafforza la presa – / pensava asciugandosi lieve / la tristezza dal volto / e in essa, bagnata dai baci, / l’attesa che affama e reclama”, scrive la Nardin. Questi versi fanno pensare a certi quadri preraffaelliti, a Millais, Rossetti, Waterhouse e agli altri artisti che hanno dato forma e colore alla sensualità del dolore. Ma sarebbe impreciso e riduttivo limitarci a questo paragone: l’espressione della Nardin è allo spesso tempo più personale e più articolata. La sensualità in questo libro è presente, in molte composizioni. Elegante, soffusa, velata ma presente. E non è solamente un compiacimento nell’osservare un decadimento esteticamente attraente. Ha, semmai, un’impronta più vitalistica. Verrebbe da dire che, pur sotto mille veli, è chiara, viva e impetuosa.
“Sanno di miele e vaniglia / i giorni vogliosi / chiazzati di luce. / E noi nel prima e nel dopo / a combaciarci piano / di brezze leggere / e tormenti, a suggere / dalle labbra impenetrate / del nulla / una briciola d’estasi / grata. Bacia la vita / la dolce suzione / ne bacia l’incantata / visione d’esserci infine / attorno ai suoi giorni / riconosciuti”. I versi citati fanno parte della poesia che ha un titolo perentorio “Vita”. Il peso, in termini metaforici, ancora una volta, è elevatissimo. Non solo per la scelta del titolo ma per le opzioni, per la forza espressiva, per la carica dirompente che ciascun sostantivo racchiude e ciascun aggettivo accresce. Questa poesia avrebbe molto interessato Mario Praz e sicuramente l’avrebbe letta con interesse anche D’Annunzio e con lui molti altri. Il pensiero, giunto ad un determinato livello di coinvolgimento, sconfina inesorabilmente nel dominio dei sensi. Senza venirne corrotto, assumendo però valenze e assonanze che richiamano la totalità delle percezioni e delle sensazioni. Fa da tramite, la sensualità sana e intensa che pervade questo libro, tra la dimensione ulteriore e la dimensione concreta, quel ponte sospeso tra ciò che è qui ed ora e ciò che si colloca nel mistero di qualcosa che sarà e che verrà. Ne nasce, in una delle liriche più sentite, un invito accorato: “Cercateci le mani / C’intaglia e ci sferruzza / un cielo bucato color albicocca. / È un cielo vorace, / goloso di trafitture e cadute. / Cercateci le mani nella gioia / e nel pianto / infilateci dentro una piccola luce / che solitaria si erga / contro le tempeste prima / che l’irrimediabile pieghi / le ginocchia tremanti /e le giunchiglie”. La mente, il corpo, le mani e le giunchiglie. Come a ribadire a se stessa e a noi tutti che siamo parte di un organismo vivente più ampio, fragile ma tenacemente vivo e vibrante. E quella luce che si erge è forse la capacità e la volontà di trasmetterci il solo antidoto possibile alle ferite della tempesta. L’argine più antico, l’unico sufficientemente saldo, l’amore. “Aspettami domani / e fa’ che non voli via – senza / un dove, un perché – / l’attimo felice alzatosi dal letto / con lo sguardo incendiato / da una luce d’altrove / oro questa fraternità creaturale, / luce che tutti ci smisura”.
Il libro di Donatella Nardin è scrupoloso, generoso e sincero nel suo senso di compiutezza. L’impressione è che sia stato scritto con estrema cura, prendendosi il lusso-necessario di pesare ogni accento, ogni parola. Soprattutto colpisce la spina di quella rosa evocata nel titolo: il coraggio di dire che ad un certo momento, di fronte alla pressione della pena che cerca di metterti con le spalle al muro, o ci si annienta o si canta. Il canto della Nardin è uscito dalla gola liberatorio. Con tutte le vibrazioni del pensiero a cui ha fatto da eco e da cassa di risonanza anche il corpo. La Nardin ha scritto un libro che con ogni probabilità sarebbe piaciuto sia a Mario Luzi che a D’Annunzio. Non c’è controprova ma questa è l’impressione. Il poeta fiorentino avrebbe forse apprezzato, riconoscendoci toni e riflessioni care anche a lui, versi come questi: “Quando tutto rovina, come qualcosa / che ancora sogna e smisura / oltre il recinto del dicibile / sopravvivimi parola / e fa’ che tutto ciò che ho amato / in te si compia e perduri”. Una solennità profonda che tuttavia non si distacca dal “dicibile”, non ignora il sogno e lo sconfinamento necessario a ritrovare, a cercare per ritrovarsi. D’Annunzio invece avrebbe apprezzato quella sensualità sottile, mai banale, mai priva dell’arricchimento estetico non come orpello fine a se stesso ma come mezzo, come tramite tra il corporeo e le attrattive del pensiero, i veli di una dimensione ulteriore, misteriosa, tagliente e avvolgente.
“Una rosa è una rosa è una rosa”. La frase è notissima, citata spesso e volentieri da molti nei più svariati contesti. Gertrude Stein la usava a proposito, con cognizione di causa e per finalità ben precise. Ma sono certo che lei stessa sapeva bene che tra rosa e rosa la differenza è immensa, e in quella differenza è racchiuso il senso, o almeno una chiave possibile e potenziale, per scorgere e magari comprendere qualche dettaglio in più sulla vita e sul suo contrario, sulla solitudine e sul suo contrario, che è ancora e sempre solo quel tirannico e salvifico mistero che è l’amore. Quello che, quando è autentico, resta. Permane. A dispetto di tutto.
In questo libro Donatella Nardin ci ha parlato di quella differenza. Lo ha fatto con eleganza e con forza, con delicatezza e con coraggio, con sensuale purezza. Questo libro, nell’atto di volerci rassicurare, in realtà ci rende anelanti e tempestosi, vivi e impetuosi. Che poi, in fondo, è il solo modo in cui la poesia ci può, a suo modo, rassicurare. Confermandoci che ciò che manca, ciò che cerchiamo, è quello che davvero conta: “Cuori che battono all’unisono / nel petto di un respiro universale / ed è quell’alba chiara che ci crebbe / amici, amanti, fratelli / altro non resta se non l’amore, / rosa del battito / per l’enigma che siamo”.
                                                                                                           Ivano Mugnaini

  A TU PER TU

 UNA RETE DI VOCI

5 domande

 

a Donatella Nardin

1 )

Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

 

Desidero intanto ringraziarti per l’invito e per la bella opportunità.

Essendo una persona che tiene in gran conto la riservatezza, fatico non poco a parlare di me temendo travisamenti o di peccare in un senso o nell’altro.

Sintetizzando, sono un’anima alla continua ricerca di senso, di ciò che si cela dietro le mutevoli forme del consueto e dell’ordinario, una persona quindi che tenta, con molta fatica, di stare nel mondo in pienezza, anche se a tratti con incerta passione a causa di numerose traversie e tragedie che la vita mi ha riservato, come i due gravi lutti che mi hanno colpita negli ultimi diciotto mesi.

2 )

Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

Scrivo da sempre, soprattutto poesia, ma solo negli ultimi dieci anni, incoraggiata dagli ottimi risultati conseguiti in un Concorso Letterario a cui avevo partecipato quasi per caso, ho deciso di dare visibilità alla mia scrittura.

La mia ultima pubblicazione poetica si intitola Rosa del battito ed è uscita nel febbraio 2020 per Fara Editore.

All’opera è stato attribuito il Primo Premio al Premio Internazionale Mario Luzi 2020, una Menzione d’onore alla XXXIV Ed. del Premio Lorenzo Montano e la qualifica di finalista alla XXVI Ed. del Premio Tra Secchia e Panaro.

Anche questo libro è nato dalla mia naturale inclinazione al fare poetico che trova motivazione e nutrimento in un sentire particolare, in un moto interiore che non so definire compiutamente.

Concretamente però il libro ha preso vita da un nucleo originario di trenta poesie premiate in un Concorso Letterario.

Questo corpo centrale ha successivamente attratto a sé le liriche rimanenti.

La silloge tenta di approfondire alcuni temi ricorrenti in poesia e cioè la caducità e la contingenza delle cose, l’indecifrabilità del destino di ognuno di noi, “ i buchi di senso “ come efficacemente osserva Riccardo Deiana nella sua prefazione e la conseguente presa di coscienza di tutto ciò, nel tentativo inesausto di trovare, anche nei momenti più duri, uno spiraglio di luce che dia pace e consolazione oltre ogni smarrimento.

Per meglio esplicare il tutto, cito una parte della nota critica stilata da Fabrizio Bregoli e in successione una significativa annotazione di Antonio Spagnuolo.

“ E poesia della perdita quella che Donatella Nardin ci offre, nella forma di un dialogo prima di tutto con sé stessa perché possa diventare tramite verso l’altro, tentare un ricongiungimento con quanto abbiamo perduto, con chi abbiamo lasciato, restituirci alla dimensione della “comunione dei vivi e dei morti” (G. Raboni) nella rispettiva compresenza. Senza timore di essere considerata inattuale, la Nardin rivendica la praticabilità della poesia degli affetti e, consapevole delle forme della contemporaneità, sa molto bene che questo richiede una forma asciutta, senza eccesso lirico o sentimentalismi, per poter essere credibile: la sua poesia è un procedere in equilibrio precario sulle parole, “germogli e pietre”, con una cifra personale, e dunque intima, per sapervi scovare l’”inespresso tepore / delle nevi”, decifrarne le “frontiere d’ombra”. (di Fabrizio Bregoli)

“ Il flusso delle energie che determina lo scorrere delle immagini impresse nella corposità del verso, diviene il continuo spettro della parola, che si rinforza di volta in volta nella leggibilità di un percorso autobiografico. Una esigenza che l’autrice sembra esprimere risalendo alla fonte sotterranea che la ispira, consentendo alla chiarezza l’identità di scrittura, del tutto istintiva ed egregiamente incisa.” (di Antonio Spagnuolo)

3 )

Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe?

In caso affermativo, come interagiscono in te queste due differenti forme espressive?

Ho scritto e successivamente pubblicato racconti in raccolte collettanee riservate agli autori vincitori di alcuni Premi Letterari e altri dormono in qualche cassetto ma il mio interesse prevalente in questo periodo è focalizzato sulla poesia come forma di espressione artistica quasi totalizzante.

Devo dire che la poesia mi permette, in modo forse non sempre adeguato ma sincero, di dare voce e vita, magari attraverso continue limature e sottrazioni, a quel filo che lega gli accadimenti, che li connette tra loro e con la vertigine della memoria, al non detto che crea rovello ma che, nel farsi risonanza, aiuta a dare senso e pregnanza anche a ciò che il tempo consuma.

4 )

Quale rapporto hai con gli altri autori?

Prediligi un percorso “individuale” oppure gli scambi ti sono utili anche come stimolo per la tua attività artistica personale?

Hai dei punti di riferimento, sia tra i gli autori classici che tra quelli contemporanei?

Come affermato all’inizio, essendo una persona che vive un po’ appartata, ho seguito la mia strada in modo autonomo e senza ricercare contatti o appoggi particolari.

Sono però molto grata a tutti quelli che, con i loro giudizi critici positivi, mi hanno incoraggiata a proseguire nel cercare nuovi stimoli e nuove suggestioni che alimentino la mia creatività.

Questo spiega in larga misura la mia partecipazione ai Concorsi Letterari, dettata non da puro esibizionismo o ricerca di visibilità, quanto dal bisogno sempre presente di sottoporre i miei scritti al vaglio di persone competenti e qualificate.

Amo comunque confrontarmi, direttamente o in modo virtuale attraverso i social media, con alcuni autori che stimo, seguire il loro percorso, scambiare opinioni e considerazioni che sento utili e arricchenti.

Ho avuto modo inoltre di collaborare e successivamente di esporre in una mostra d’arte una mia silloge poetica breve, trasposta su forex e collocata accanto ai quadri di un noto pittore nato nella mia terra, Luigi Ballarin, che però vive e opera tra Venezia, Roma e Istanbul.

Il connubio tra pittura e poesia, teso a donare ai visitatori emozioni e bellezza, mi ha molto gratificato tanto che mi piacerebbe ripetere l’esperienza.

Per quanto concerne la seconda parte della domanda, devo dire che un ruolo preminente nella mia formazione è da attribuire alle letture, sia di autori classici, approfonditi nel tempo, che di autori contemporanei, anche stranieri.

Un coro di voci mi accompagna, citarle tutte sarebbe troppo lungo.

Da esse ho tratto e continuo a trarre insegnamenti e illuminazioni, in alcune mi rispecchio, in altre trovo conforto, altre ancora mi hanno insegnato ad affinare quello sguardo difforme che la poesia sempre insegue e reclama.

5 )

L’epidemia di Covid19 ha modificato abitudini, comportamenti e interazioni a livello globale.

Quali effetti ha avuto sul tuo modo di vivere, di pensare e di creare?

Ha limitato la tua produzione artistica o ha generato nuove forme espressive?

 

Per molte settimane mi sono sentita come paralizzata emotivamente e incapace di scrivere alcunché.

Poi qualcosa è mutato, alquanto lentamente in verità, dato che allo smarrimento iniziale è subentrata una sorta di rassegnazione e di paziente attesa, di cosa esattamente non so.

Da qualche mese ho ricominciato a scrivere, ma non so dire davvero in quale direzione evolverà la mia scrittura e la mia personale percezione della realtà in seguito alla pandemia, ancora in corso peraltro.

Credo che sia prematuro stilare dei bilanci o trarre delle conclusioni affrettate riguardanti tale tragedia mondiale, dato che spesso alcuni accadimenti traumatizzanti richiedono tempo e una lenta rielaborazione del tutto per dare a tanta accorata sofferenza un qualche significato che risulti valido e condivisibile.

Grazie molte infine a te e a tutti i lettori di Dedalus.

Mia foto

Donatella Nardin è nata e risiede a Cavallino Treporti-Venezia. Dopo gli studi classici, ha lavorato nel settore turistico con incarichi anche dirigenziali. Appassionata da sempre di scrittura, soprattutto poetica, ha ricevuto per questa sua attività numerosi premi e riconoscimenti in diversi Concorsi Letterari. Per le Ed. Il Fiorino ha pubblicato nel 2014 la silloge “In attesa di cielo “ ( Premio Giovanni Gronchi, Premio Cinqueterre Golfo dei Poeti, Premio Rivalta Roberto Magni, Premio Leandro Polverini ). Nel 2015, sempre per le Ed. Il Fiorino, ha pubblicato la raccolta di Haiku  “ Le ragioni dell’oro” ( Premio Giovanni Gronchi, Premio speciale della Giuria al Premo Città di Arona ). per Fara Editore nel 2017 la silloge “ Terre d’acqua “ ( Seconda classificata al Premio Città di Arona, Menzione di merito al Premio Città di Copenaghen, Primo Premio al Premio Il Litorale e Menzione di Merito al Premio Poetika ) e nel 2020, sempre per Fara Editore  “ Rosa del battito ” ( Primo Premio al Premio Intenazionale Mario Luzi 2020, Menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano e finalista al Premio Tra Secchia e Panaro).Sue poesie e racconti sono stati inseriti in antologie di Concorsi Letterari, in raccolte collettanee di case editrici come LietoColle, La vita Felice, Empiria, Fusibilia,Terre d’Ulivi, in alcune riviste di settore anche straniere e in siti on-line dedicati. Alcune sue poesie infine sono state tradotte in inglese, in francese e in giapponese.

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