Racconto

CRIMINAL PROFILING – racconto (forse) poco credibile

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Il sole nella storia dell'arte. L'astro di Grosz splende sul male ...

Il racconto è stato pubblicato dal portale “L’Ottavo” a questo link: https://www.lottavo.it/2020/05/criminal-profiling/

 

CRIMINAL PROFILING

La metà della vita di un uomo

è passata a sottintendere,

a girare la testa e a tacere.
Albert Camus

 

Era la notte più buia mai apparsa sulla terra. Anzi, era una notte che si rifiutava di apparire, perfino come essenza oscura. Non si camminava per le strade, ci si immergeva, quasi a memoria, in ipotesi di vie e marciapiedi. Uno dei rarissimi rumori che si potevano udire in tutta la città era la voce cupa di Marco Rattis, alias Markophone. Il dee-jay di Radio Utopia 2000 era scarso, a partire dal nome d’arte che si era scelto. Ma lavorava in una radio libera, libera veramente, per dirla con le parole di una canzone che era solito programmare con gusto. Era tanto libera, la sua radio, che a volte gli sembrava non esistesse. Etere nel buio, niente nel niente. Ma nel buio non c’è il nulla: c’è carne, sangue, linfa vitale. Quella notte a Markophone era riemerso lo sfizio di un vizio: capire qualcosa.

La sola cosa che Marco sapesse fare bene era riprodurre le voci. Imitava alla perfezione chiunque, o quasi. Selezionò il più squillante e solenne dei jingle che aveva in repertorio, poi, con la voce di Donald Trump, proclamò la necessità di una pronta e duratura pace universale. Con le voci alternate del Ministro delle Finanze e del Telecardinale per antonomasia annunciò poco dopo sostanziose detrazioni fiscali per i clienti delle lucciole. Fece replicare loro dalla Portavoce del Sindacato Prostitute Organizzate, la quale, roca ma suadente, parlò di una speciale misura promozionale: le operatrici del settore dopo l’atto sarebbero andate a cena con i clienti e avrebbero pagato alla romana. In seguito, a tarda notte, gli uni e le altre avrebbero camminato per le strade in cerca di gatti randagi a cui donare carezze e il tepore dei caloriferi.

Si sentì grande, Markophone. Un universo di vibrazioni umane. Senza alcun pudore fece risuonare a tutto volume una cassetta di applausi registrati al termine di un’opera sinfonica. Un istante dopo si sentì una nullità. Non che prima di allora non gli fosse mai successo, ma in quel preciso momento ebbe la percezione fisica, ghignante, della distanza tra sogno e realtà. Per reazione, o forse per crogiolarsi ancora di più in quella ruffiana malinconia, si rivolse mentalmente all’Imitatore Massimo, l’unico in grado di riprodurre l’intera esistenza, gli esseri viventi in tutte le loro forme. Dalla finestra dello studio alzò gli occhi verso il cielo. Niente. Solo un immenso telo scuro. Mise un CD di brani e commenti strampalati registrati mesi prima e schiacciò il tasto “loop”, la programmazione ad anello, senza interruzioni. Avrebbe avuto tutto il resto della notte a disposizione, in tal modo. Nessun ascoltatore si sarebbe accorto della sua assenza. Sempre ammesso che la sua radio lo avesse avuto davvero qualche ascoltatore. Uscì fuori e si avviò lento, impacciato, lungo il marciapiede. Guardò ancora in alto, poi scrutò di fianco a sé e davanti. Ancora niente. Solo un sibilo acuto alle sue spalle. Una vecchia Lancia Fulvia Coupé con i freni da rifare si fermò a un metro dai suoi polpacci. Marco non cambiò espressione. Si allontanò piano, con faccia serenamente disperata, certa del tanfo di gomma e metallo del mondo. Ma alla fine la curiosità prevalse. Si voltò di scatto per gettare un’occhiata al mirabile autista. Una sigaretta e un sorriso. Abiti eleganti, perfino una gardenia bianca nell’occhiello. Dalla radio della macchina uscivano le note de “L’uomo in frac” di Modugno. Marco riconobbe, in quell’istante, la faccia dolce e disincantata dell’uomo più inadatto alla vita che avesse mai conosciuto. Eccetto se stesso, chiaramente. Lo fissava, staccando il gomito posato sul volante solo per aspirare la sigaretta, suo zio Remo. Il fatto che fosse morto venti anni prima non turbò Marco più di tanto. Gli sembrò, in quel contesto, un particolare secondario, una macchia lievemente più scura nel mantello antracite della notte. Tutto ciò che riuscì a fare e a pensare fu correre verso il finestrino e offrire all’uomo una mano da stringere e qualcosa di forte da bere in qualche bar. La seconda offerta fece centro. La sigaretta, seppure a malincuore, venne schiacciata sull’asfalto umido, e le labbra uscite dal buio si misero in moto, pigre quasi quanto le gambe.

            «Ho provato, sai, Marco?»

            «Hai provato cosa, zio?»

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A SCUOLA DENTRO

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A scuola dentro - copertina

Susanna Barsotti, A scuola dentro, Edizioni DivinaFollia, 2020, pp. 335

nota di lettura di Ivano Mugnaini

Il “dentro” a cui fa riferimento il titolo del libro è il nucleo, ma anche lo snodo, il punto di connessione. Da lì si irradiano i vari volti, gli aspetti, i significati di questo testo. Andare a scuola dentro equivale ad una scelta che può essere letta in vari modi: portare l’insegnamento dentro, in qualità di docente, ma anche acquisire, attingere a sua volta, da quel luogo, conoscenza. Ciò va in direzione contraria rispetto al cosiddetto senso comune.

 “Li hanno messi dentro”, diciamo noi tutti quando commentiamo un arresto. È un modo semplice e sbrigativo per far sì che, dal punto linguistico, e quindi psicologico (e per estensione fisico) di snodi e di ponti non ce ne siamo più. “Li”, cioè “loro”, si contrappone in modo inequivocabile a “noi”. Loro da una parte e noi dall’altra; così come “dentro” è agli antipodi di “fuori”: c’è un muro, altissimo, di cemento, che separa un mondo non solo dalla consistenza fisica ma anche dall’idea dell’altro, dalla necessità e dalla volontà di immaginarlo come una realtà esistente.

Quel “dentro” è lo specchio, deformato, deformante, volutamente tenuto in stanze semibuie, delle nostre paure, delle debolezze, delle colpe, di quella parte della nostra umanità di cui pensiamo di doverci vergognare, un po’ come quei panni, anch’essi proverbiali, che non solo non laviamo in pubblico ma preferiamo lasciare nel fondo di qualche armadio accuratamente chiuso a chiave.  

«Quest’anno ho fatto la mia prima esperienza da insegnante presso il carcere Due Palazzi di Padova. Essendo ancora professionalmente immatura, sia in quanto docente, sia, a maggior ragione, in quanto docente nel contesto penitenziario, si è trattato di un’esperienza tanto faticosa, quanto formativa ed emozionante. Per questo ho deciso, ogni volta che tornavo dal lavoro, di raccogliere in un diario i ricordi, le riflessioni, i sedimenti umani che gli incontri mi lasciavano». 

Mi ha scritto queste informazioni, Susanna Barsotti in una mail alcuni mesi fa, e in un messaggio successivo ha aggiunto «il libro è cresciuto a dismisura e ha un taglio diaristico, dunque abbastanza autobiografico».

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Arte e Scienza – Antologia de “La Recherche”

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Una bella copertina e una bella iniziativa de LaRecherche a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.

Un modo per ritrovarsi in un volume assieme a cari amici e  per riproporre un mio racconto (che trascrivo qui in calce), un po’ scientifico e molto folle.

Per fortuna, per ora, di pura fantasia.IMNessuna descrizione della foto disponibile.

ARTE E SCIENZA: QUALE RAPPORTO?
[ L’arte della scienza, la scienza dell’arte ]

(disegno di copertina realizzato da Alessandra Magoga)

Al suo interno troverete l’arte e la scienza in 72 autori, a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.

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Il circuito della memoria

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Barcellona, 3 settembre 1973.

Felice Gimondi vince il Campionato del Mondo. E io perdo una scommessa con mio padre.

Ma, guardando e  imparando, vinco qualcosa che vale molto di più.

Ciao Felice

Il circuito della memoria

 

                                                        Le cose si scoprono attraverso i ricordi
che se ne hanno. Ricordare una cosa
significa vederla, ora soltanto, per la prima volta.
C. Pavese,
Il mestiere di vivere

 

Barcellona, metropoli vasta, fascinosa, capace di alternare esuberanze mediterranee a razionalità germaniche. Una rambla ti fa respirare miele e spezie come un vicolo di Casablanca, e, qualche metro oltre, ti si aprono di fronte prospettive di vetro e acciaio di grattacieli. Mi sento un po’ Don Chisciotte impegnato a sfidare i mulini a vento e un po’ Cristoforo Colombo pronto a sentire nel sibilo dell’aria l’eco di terre lontane. In realtà sono un turista per caso condotto qui dalla bizzarria degli scali di una compagnia aerea. Scaraventato qui come un bagaglio inviato a una destinazione sbagliata. Sballottato tra due estremi: da un lato la soddisfazione di poter girovagare per un pomeriggio intero in una città bellissima, dall’altro la fretta di arrivare alla mia meta reale, l’ansia di dare un peso e una ragione ad ogni passo.

Il settembre spagnolo è carezzevole e malinconico. Un flamenco lento, estenuato, si muove nella mente. Un ritornello immutabile orchestra i pensieri e mi porta, contro la mia stessa volontà, a mischiare presente e passato, desideri e ricordi.

Rivedo ora, nitida, una sequenza di immagini e suoni. Tre settembre 1973. Un televisore in bianco e nero, la voce cristallina di Adriano De Zan. L’essenza sonora del ciclismo, colta e popolare, impastata del fango della Parigi-Roubaix ma anche eterea, vibrante dell’ossigeno rarefatto delle vette dolomitiche. Tre settembre 1973, prova in linea del Campionato del Mondo. La sigla dell’Eurovisione mi attira come una calamita. Ho nove anni ma so già alla perfezione che quelle note hanno il potere di evocare magie, vittorie e sconfitte, il Messico, la Germania, il Brasile, Benvenuti, i pugni presi e dati, le braccia alzate al cielo e l’asciugamano gettato sul ring in segno di resa. Vittorie e sconfitte in grado di generare nuovi sogni.

Accanto a me, nel salotto della mia infanzia, è seduto mio padre. Giovane, forte, denti saldi e volto abbronzato. Sorride. Mi guarda e sorride, già pronto a un’immancabile sfida.

Partono i corridori. Inizio incerto, la confusione causata come sempre dalle nazioni meno esperte. Ma a Barcellona, nel Campionato Mondiale dell’anno 1973, il copione è scritto da un regista geniale e per nulla paziente. Dopo pochissimi giri, contro ogni pratica consolidata, contro ogni tattica studiata a tavolino, l’esito della gara è già deciso. I campioni delle squadre più forti sono da soli in fuga. Gli altri, dietro, non osano neppure sognare di abbozzare un inseguimento. Il mondiale dopo pochi chilometri è divenuto una lunga, lenta, torturante partita a scacchi. La scacchiera è circolare ed immensa, i giocatori sono quattro: Mercks, il cannibale, favorito sempre e comunque, il prototipo del vincente; Gimondi, bergamasco silenzioso capace di sorridere, abile a celare dentro di sé la fonte della sua voce e della sua forza; Maertens, il meno atteso, temibilissimo outsider, velenoso in caso di arrivo allo sprint; Ocaña, idolo del pubblico locale, spagnolo dalla schiena curva come un tornante dei Pirenei, costantemente a testa bassa come un toro sulla sabbia infuocata di un’arena.

Si studiano, i battistrada. Si conoscono a memoria ma non si perdono di vista un istante, cercano ognuno negli occhi degli altri una crepa, un’esitazione, un’incertezza. Una stilla in più che possa amplificare, facendo da specchio, la propria potenza, la sete di trionfo.

Sul divano del salotto, intanto, altri occhi si incrociano. Mi scruta mio padre, si gusta la mia agitazione. Lascia scorrere ancora qualche minuto, permette al silenzio di acquisire metri di vantaggio. Lo annulla immediatamente poi, in un sol colpo, facendo scattare fulminee le sue prime parole. Prevedibili, e tuttavia dirette allo stomaco, come un pugno, come una carezza.

– Sentiamo, chi vince secondo te? Lo guardo anch’io. Esito a rispondere. So che è un gioco, ma, come tutti i giochi autentici, estremamente serio. Vorrei dargli la risposta che si attende, quella che desidera. Alla fine però, ancora una volta, l’orgoglio prevale. So bene chi è il favorito, so che è bello vincere, qualsiasi cosa, e questo, nella mia mente di bambino, supera ogni barriera, cancella tutto il resto. Vorrei dire Gimondi, perché è italiano, perché è vicino a noi, parla la nostra lingua, ha la nostra espressione, la faccia simile a quelle che vedo nelle strade e nei bar del mio paese. Vorrei dire Gimondi ma dico Mercks, il belga che non perdona, che divora ogni traguardo, ogni avversario. Dico Mercks, anche se so che è il nemico da battere, l’uomo che non riesce a sopportare neppure mia madre, lei che di sport sa poco o nulla, abbastanza tuttavia per affermare che questo tipo che vince sempre le sta sullo stomaco. Ci penso, sento gli occhi di tutti su di me, la ruota dei secondi e dei minuti gira lenta. Leggi il seguito di questo post »

Libri, piedi, mani, migranti e cercatori di poesia

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John Fante in una lettera al suo editore che gli chiedeva se si considerasse uno scrittore di romanzi e racconti o di poesie gli rispose esattamente così: “I am ambidextrous”.
Venerdì prossimo 19 gennaio, alle ore 18.00, al Caffé dell’Ussero di Pisa, nell’ambito degli incontri di AstrolabioCultura, dialogherò con Luigi Fontanella del suo romanzo Il dio di New York e del suo volume di poemetti e racconti in versi Lo scialle rosso.

Sarà un’occasione per riflettere sulla vexata quaestio: è meglio essere “ambidestri” nel mondo della scrittura, o “fare” solo poesia o solo narrativa?

Sarà un’occasione per parlare di “Gradiva”, la ormai storica rivista letteraria edita da Fontanella, e gli amici presenti potranno proporre in lettura loro scritti, editi o inediti. Leggi il seguito di questo post »

CARNE ED OSSA

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CARNE ED OSSA

Un mio omaggio a Don Chisciotte e a Sancho (alla presenza di entrambi in noi), alla Harley e alla Vespa, al litorale di Ostia e alla Thailandia, alla realtà nel sogno e al sogno nella realtà.

Pubblicato originariamente su Poetarum Silva http://poetarumsilva.com/2015/10/19/ivano-mugnaini-carne-ed-ossa/ ,  con una nota di Anna Maria Curci che ringrazio.    IM

CARNE ED OSSA

sancho 4

 

Questo brandello di periferia non è cambiato. Tutto intorno spuntano i funghi violacei delle insegne di Macdonald’s e Benetton. Qui sussiste ancora l’asfalto ruvido e gomma di antiche sgassate. Si sente l’odore del mare come un ricordo scomodo, uno sbadiglio immenso al di là della pineta da cui pare arrivare ancora la voce stridula di Pasolini, il canto, l’urlo interminato. In questa parte del globo, sotto un sole che esplode nella testa come una marmitta spaccata, si estende il litorale di Ostia. Un viale così lungo che, a metà, ti scordi lo scopo del viaggio. Ti viene voglia di tornare indietro, fermarti a bere una limonata o sporcarti per bene addentando una fetta di cocomero fresco nell’unico chiosco che, più tenace e impalpabile di un miraggio, scorgi laggiù, sempre a distanza di un chilometro, dritto davanti a te.

Quando attraverso il viale a tutta manetta sulla mia Vespa truccata a dovere da un amico, il silenzio sparisce. Si rifugia tra i pini, sotto gli aghi, tra i cespugli e le dune. Le vibrazioni sono così continue che a volte rischio di addormentarmi. Tolgo le mani dal manubrio e mi lascio cullare. Non stamattina però. Oggi so dove andare. È tornato. È di nuovo qui. Non si è lasciato fermare da giganteschi mulini a vento né da schiere di guerrieri bellicosi, figuriamoci se potevano intimorirlo le barriere del tempo e dello spazio. Le ha superate di slancio con volto altezzoso. Mi ha raggiunto. Sapevo che sarebbe arrivato. Era solo questione di tempo.

(Il racconto completo è pubblicato a questo link: 

L’ATTESA

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In occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, un mio racconto, un piccolo frammento, uno degli innumerevoli punti di osservazione dell’assurdità disumana della guerra e di ogni tentativo, ancora attuale, di farla apparire un male necessario.

 

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L’ATTESA

La canna del fucile sfiorava, a tratti, la testa dell’uomo seduto per terra. In piedi al suo fianco da oltre un’ora, reggevo saldamente l’arma con entrambe le mani. Ogni tanto la spostavo di lato, con rapide oscillazioni, per poi riportarla, invariabilmente, di fronte alla tempia livida sovrastata dall’elmetto. Cercavo, in tal modo, di dare sollievo alle braccia, facendo scorrere un po’ di sangue nuovo. Sapevo che avrei dovuto rimanere a lungo in quella posizione. Era tutto molto chiaro. Finché lui restava lì, accasciato al suolo come uno straccio bagnato, io dovevo sorvegliarlo attentamente e non muovermi.
A poche decine di metri da noi le due trincee contrapposte si vomitavano contro torrenti di piombo infuocato. Gli interminabili istanti della “strategia del logoramento”. Ci scambiavamo gragnole di colpi con la stessa rabbia gelida e sorda e con il medesimo intento. Ognuno sperava che fossero i nervi degli altri a cedere. Ciascuno in cuor suo pregava che fosse il comandante nemico ad ordinare per primo ai suoi soldati di uscire dalla trincea e lanciarsi all’attacco. Ciò avrebbe consentito di fronteggiare i drappelli avversari restando al coperto, falciandoli e decimandoli con la mitraglia, prima dell’ineluttabile corpo a corpo, prima della furia bestiale degli scontri all’arma bianca.
Ciascuno pregava che fossero gli altri a muoversi per primi, ma, allo stesso tempo, ciascuno avrebbe voluto che fosse il grido del proprio tenente a squarciare assieme all’aria quel frastuono di metallo più cupo e irreale del più tetro silenzio. Sì, perché l’attacco sotto il fuoco nemico è terrore, follia che penetra nel cervello come fumo, nebbia e fiamma, ma l’incertezza di quegli attimi è ferro scaglioso di baionetta che rosicchia le ossa fino a spezzarle e strappa le vene una ad una.
Ogni volta restavamo con un piede esitante, quasi sollevato per aria, pronti a volare al di là dei reticolati oppure ad incollarci a terra, dietro i sacchi di sabbia posti a protezione delle trincee.
Era così ogni santo giorno, ma non quel giorno, per me. Avevo un compito diverso. L’ordine che avevo ricevuto era netto e preciso. Rimanere accanto al prigioniero, tenerlo sotto tiro, non perderlo di vista neppure un istante, e attendere.
Osservavo le sue braccia abbandonate al suolo e il rincorrersi delle smorfie sulla sua faccia. Le palpebre erano chiuse dal torpore di un sonno tanto profondo quanto aereo, incorporeo. Non era né vivo né morto. Dormiva. Dormiva e sorrideva. Era lontano. Lontano dal fango vischioso della trincea, lontano dalle granate e dalle mitraglie che frantumavano la carne e i timpani, lontano persino dal fucile che gli tenevo a pochi centimetri dagli occhi.
Sognava, probabilmente. Sicuramente russava. Chiazze di liquido profumato rendevano più scura, in certi punti, la sua divisa. Per il resto era identica alla mia.
Era rientrato la sera prima da una breve licenza portando con sé una compagna clandestina, una bottiglia di liquore che si era scolato fino all’ultima goccia. L’ufficiale che lo aveva scoperto in quella condizione, ubriaco fradicio a poche ore da una battaglia, non aveva avuto alcuna esitazione sul da farsi.
Aveva immediatamente indicato un soldato a caso, affidandogli l’incarico di avvisare chi di dovere appena il prigioniero tornava in sé.
“Lo voglio punire di persona – mi aveva detto. Ma non adesso. Lo farò fucilare quando sarà in grado di capire qualcosa”.
Già. Capire qualcosa. Mi guardavo intorno e risentivo quella frase. La sentivo scoppiare nelle orecchie assieme ai proiettili, ai brandelli di roccia e alle grida. E ad ogni schianto mi veniva da pensare che se qualcuno in quel luogo e in quel momento fosse stato capace di capire qualcosa bisognava dargli una medaglia, altro che fucilarlo.
Non era la prima volta che ero costretto a puntare un fucile contro un mio compagno. Un giorno avevano urlato il mio nome assieme a quello di altri sette soldati scelti a casaccio. Ci avevano fatti schierare di fronte ad un muro. Davanti a noi tre ragazzi accusati di diserzione, o qualcosa del genere. Feci fuoco tenendo gli occhi chiusi, cercando deliberatamente di sbagliare mira senza dare troppo nell’occhio.
Quasi tutti gli altri componenti del plotone avevano avuto la mia stessa idea. Fummo minacciati e costretti a ripetere l’esecuzione. Puntai guardando i piedi del ragazzo di fronte a me. Piedi deformati da scarponi incrostati di terra.
Premetti il grilletto in modo automatico, senza pensare e senza vedere niente. La mano era rimasta ferma, ma le palpebre si eran serrate di nuovo, nell’attimo in cui una voce estranea mi urlava di sparare.
In quel momento però gli occhi chiusi non erano i miei. Erano quelli del ragazzo ubriaco che dovevo sorvegliare. Le mie pupille erano spalancate, invece, e il cervello macinava una farina grigiastra e soffocante. L’ordine di fucilarlo non era mio, neppure quella volta. Toccava a me però stabilire l’attimo, il momento opportuno. Dovevo decidere io quando sarebbe stato in grado di intendere, e di soffrire. Era una scelta che spettava unicamente a me.
Non aveva scampo. Era già morto. Ma la mente era ancora libera. Finché era avvolta dalle braccia calde e sinuose di quella vaporosa euforia non c’era pallottola che potesse penetrare al suo interno, non c’era gelo di metallo scheggiato che potesse farla rabbrividire.
Non potevo salvare il suo corpo. Sarei riuscito solamente a far fare a pezzi anche il mio. Però potevo sbagliare i calcoli. Sì, per una volta potevo essere io a fregare il tempo, giocando d’anticipo. Potevo far sì che lo zelante capitano riuscisse ad impartire la sua punizione esemplare ad un fagotto ciondolante ed irridente come un clown. Il cervello del fantoccio sarebbe stato da qualche altra parte, chissà dove. Fuori tiro, in ogni caso.
Con l’aiuto di un paio di compagni riuscii a tenerlo in piedi fino all’ultimo. L’ufficiale era troppo infervorato. Non si accorse di niente. Gli occhi del prigioniero erano aperti quel tanto che bastava. Quando la scarica gli si abbatté addosso non cambiò espressione. Il sorriso che gli si allargò sulla faccia non era meno lieve, non era meno assurdamente e stupendamente tranquillo di quello che avevo osservato a lungo, tenendo il mio fucile puntato contro di lui.
Mentre portavano via il cadavere ripetevo a me stesso che in fondo la sua unica colpa era stata quella di imitare la morte. Aveva osato indossare la sua maschera orrida e grottesca. Sì perché solo una morte follemente e ciecamente ubriaca poteva scorrazzare sulle rocce e sul fango di quelle montagne, menando colpi a caso, con un riso isterico che le squarciava la faccia. Solo una morte in preda ai vapori di un alcool stordente poteva mietere le sue vittime senza alcuna logica, fregandosene beatamente di ogni merito, di ogni prudenza, di ogni abilità. Un dito traballante guida una pallottola contro il torace di un uomo, e risparmia, per un semplice capriccio, il petto del soldato che cammina spalla a spalla con lui. Una granata strazia le carni di un uomo che corre verso le linee nemiche, e si limita a far volare come un fuscello il compagno che avanza al suo fianco, lasciandolo incolume.
Si era trattato solo di una forma di recitazione. Il soldato passato per le armi si era travestito per non farsi riconoscere. Tutto qua. Aveva indossato la divisa della morte per non farsi catturare. E ce l’aveva fatta. La morte non era riuscita a prenderlo vivo.
Aveva affondato i suoi denti di metallo solo nel fantoccio che due soldati trascinavano via tenendolo per i piedi e per le spalle. Un fantoccio che non poteva sentire gli schianti dei proiettili e l’interminabile fracasso di certi silenzi falsi e straniti. Era distante. Intangibile. Sordo al vuoto di ogni frase che potevi dire o pensare, immune alla lama tagliente di certe risate forzate che un’eco beffarda tramutava sistematicamente nel tremore gelido della paura.
Ho sempre desiderato scrivere tutto questo alla famiglia del soldato fucilato. Ho pensato dozzine di volte ad una lettera. Una lettera più vera e sincera della comunicazione burocratica spedita dal Ministero della Guerra. Una lettera per rendere chiaro e lampante che il loro caro è morto conservando integro il suo onore. E forse anche qualcosa di più importante dell’onore stesso. Non ha commesso alcun delitto né alcuna azione indegna. Ha solo esercitato il sacro diritto alla legittima difesa.
Non sono mai riuscito a spedire la lettera alla famiglia del mio compagno. Non ho mai trovato il coraggio. Forse aspetto anch’io qualcosa. Forse attendo anch’io una sentinella. Una sentinella che mi scuota, mi svegli e mi trascini via, quando sarò in grado di capire qualcosa.