recensioni

Milano OltrePop. Intervista a Flavio Oreglio

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Spesso accade che le persone che sanno ridere (e nel caso specifico anche far ridere) siano anche molto serie, con molte cose da dire, capaci di ascoltare e di fornire coordinate  interessanti per esplorare la geografia, la storia e alcuni angoli della metropoli, del mondo e del tempo che in genere sfuggono agli sguardi frettolosi, da turisti.

Oreglio canta, nel duetto con Roberto Vecchioni e in questo suo Milano OltrePop, “con i piedi nel passato e lo sguardo dritto e attento nel futuro”.

Per riassumere tutti e temi gli spunti trattati nell’intervista ci vorrebbe veramente troppo tempo. Meglio, per chi vorrà, leggerla direttamente.

Buona lettura e buon ascolto

IM

720 x 720 Flavio Oreglio- Milano OltrePop - cover copia

Milano OltrePop

Intervista a Flavio Oreglio

1 ) “Con i piedi nel passato/ e lo sguardo dritto e attento nel futuro”. Comincerei col proporti più che una domanda un tema a piacere (come si faceva a scuola qualche annetto fa). Ossia qualche tua considerazione a ruota libera per mettere in relazione il disco con i versi di Pierangelo Bertoli che ho citato, con piacere, in apertura.

La citazione di Bertoli che ho inserito nell’introduzione al disco non è casuale. Troppo spesso, infatti, la riproposta di brani del passato (chiamata “tributo” oppure “omaggio”) è vista come operazione-nostalgia, come un “Do you remember?” o un “Bei tempi quelli”… ecco… niente di tutto questo mi appartiene. Io guardo avanti con la consapevolezza del punto di partenza, in questo senso i piedi sono nel passato ma lo sguardo è dritto e attento nel futuro. E a proposito delle cosiddette “radici” permettimi di aggiungere una cosa: la loro riscoperta non deve essere coltivata per ostentare una sorta di “appartenenza” ad excludendum, modello il Marchese del Grillo “Noi siamo noi e voi non siete un cazzo” e non deve servire per erigere o giustificare muri di separazione con chi quelle radici non condivide. Le radici sono memoria e ricchezza culturale, vanno sicuramente tramandate ma anche analizzate criticamente. Molti loro aspetti che oggi ci appaiono come “politicamente scorretti” si possono giustificare con l’esistenza di una mentalità, ma non devono servire oggi per giustificare una mentalità con la loro esistenza.

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L’Indice dei Libri del Mese – N.6 – 2021

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Sul numero di giugno de L’Indice dei Libri del Mese una mia recensione a ‘La Cosa’ di Gianluca Garrapa.

Nello stesso numero, tra l’altro, anche una recensione di Enzo Rega a Luigi Fontanella e tante altre belle cose, ossia bei libri

 
recensione Garrapa
 
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Tempo innocente

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L’idea dell’innocenza abbinata al concetto di tempo è a dir poco inusuale. Nel corso dei secoli e nelle pagine di innumerevoli libri il tempo è stato descritto come tiranno, assassino, spietato divoratore di membra, padre feroce che si nutre dei propri figli. Rosa Salvia, in questo suo libro, giocato con estrema cura e consapevolezza sul discrimine sottile tra emozione e riflessione, ha voluto, al contrario, dichiararne l’innocenza.
Una mia recensione al libro. Buona lettura, IM
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Rosa Salvia, Tempo innocente

Lietocolle, Collana Erato, 2019.

 

recensione di Ivano Mugnaini

 
L’idea dell’innocenza abbinata al concetto di tempo è a dir poco inusuale. Nel corso dei secoli e nelle pagine di innumerevoli libri il tempo è stato descritto come tiranno, assassino, spietato divoratore di membra, padre feroce che si nutre dei propri figli. Rosa Salvia, in questo suo libro, giocato con estrema cura e consapevolezza sul discrimine sottile tra emozione e riflessione, ha voluto, al contrario, dichiararne l’innocenza. L’autrice è troppo scrupolosa e conscia per aver semplicemente voluto divertirsi a stupire con un titolo ad effetto. Il libro è un invito alla ricerca, al pensiero critico, ad una visione attenta, divergente, laddove è necessario. È una lunga e appassionata “caccia al tesoro” per giungere a scoprire un frammento di verità, sia essa pietra salda o fiato impalpabile di un’ipotesi condivisa. Più esattamente, è una specie di gioco dei mimi in cui si tratta di indovinare chi è il personaggio, cosa fa, quale azioni compie, e, soprattutto, cosa siamo noi in rapporto a lui. Forse, in ultima istanza, si tratta di scoprire se quel personaggio che cerchiamo di indovinare, quello che viene definito innocente ma ci atterrisce, quello che ci terrorizza ma in realtà non ha colpa, in fondo, siamo noi. L’immagine di noi, l’essenza di noi.
“Oggi il sole è uno splendore!” Il primissimo verso della raccolta è questo. Sembra una pura descrizione, un’esclamazione di gioia estatica, lineare, incondizionata. Invece, per fortuna dell’autrice e del lettore, in questo libro di semplice c’è poco o niente e di puro c’è solo il desiderio di scoprire ambivalenze, coesistenze di realtà e sensazioni, in poche parole “impurità”. Solo ciò che è spurio, in grado di leggere allo stesso tempo le righe e lo spazio misterioso che le separa e le unisce, ci avvicina di qualche passo, senza annichilirci, allo splendore di quel sole da cui siamo partiti. Non è un caso che un passo oltre, nei versi successivi della lirica d’esordio, faccia la sua comparsa un “immenso occhio curioso” che gioca “fra i ghirigori della tenda”.

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Cucendo i fili della vita – rec. a “La sarta”, di Marilena La Rosa

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La sarta, o meglio la sua ideatrice ed autrice, Marilena La Rosa, cuce con i fili della letteratura la vita. O forse la ricama e rammenda con la fantasia, nella terra di nessuno tra verità e immaginazione.

Ho letto con piacere questo libro e altrettanto volentieri ne ho scritto.

Ci conduce lungo un sentiero poco battuto, una favola per adulti disillusi ma non abbastanza da non sapere sorridere quando si ci immagina “con una M gigante sulla maglia” o con la voglia di ascoltare ancora, nei recessi della mente, “versi che si baciano”.

Buona lettura, IM

 

 

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5 domande

a

Marilena La Rosa

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Questa è senz’altro la domanda più difficile. Provo a rispondere.

Sono nata e vissuta ad Acireale, che non è un fatto da poco, perché la mia è una città colta, elegante, di una bellezza struggente ma è anche la patria del cavolo trunzo la cui caratteristica principale pare sia legata indissolubilmente al dna degli abitanti (e quindi anche al mio): è duro come è dura la loro e la mia testa. Quindi, sono testarda e ho modo frequentemente di mostrare questa “dote” – che misteriosamente non tutti sembrano apprezzare – , nelle scelte, nelle relazioni familiari e sociali, nel raggiungere gli obiettivi. Nel bene e nel male, insomma. Mi sono poi trasferita a Palermo e qui ho incontrato un altro tipo di bellezza, quella sfrontata, maestosa, abbagliante del barocco o cupa, possente e austera del gotico-normanno. E nelle contraddizioni di Palermo mi sono persa e poi ritrovata e Palermo è riuscita così a diventare metafora piena della mia vita. Posso giurare, quindi, che l’ambiente condiziona l’esistenza. Anche quello familiare, ovviamente. Sono cresciuta con una mamma che mi raccontava i miti e le tragedie greche, ho conosciuto Dafne, Polifemo e Medea prima di Cappuccetto Rosso o Cenerentola. E quindi ho sempre letto e sono cresciuta fra i libri e le conversazioni a tavola avevano il sentore di un’interrogazione agli Esami di Stato: “Chi ha scritto le poesie a Casarsa?”, chiedeva mia madre mentre faceva scivolare una cucchiaiata di purè nel piatto.

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Sito e blog Dedalus – rubrica A TU PER TU

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Nel 2020 le visualizzazioni sia del blog Dedalus che del mio sito sono molto cresciute.

(Almeno una cosa buona gliela devo riconoscere a quell’anno tanto “amato”)

Molto bene è andata anche la rubrica A TU PER TU. Ringrazio gli autori intervistati.

Se qualche altra autrice o qualche altro autore volesse parlare della sua attività o di un suo libro in particolare, mi contatti a questo indirizzo: ivanomugnaini@gmail.com

Screenshot_2021-01-04 Presentazione rubrica A TU PER TU - Ivano Mugnaini

A TU PER TU – Villa Dominica Balbinot

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“Obiettivamente ostica incandescente urticante, magari pure scandalosa, addirittura probabilmente impoetica per eccellenza, anche per non finire a dare una visione falsamente idilliaca […] cosa quest’ultima per cui mi dichiaro apertamente ‘non adatta’, intellettualmente e ‘midollarmente’ non adatta. Quella che vado espressivamente rappresentando è la condizione umana ‘perenne'[…] io parlando della vita e della morte non posso essere contemporanea nel senso più tradizionalistico e forse riduttivistico del termine (come contingente) ma forse contemporanea perenne, perennemente attuale in un certo senso”.
Dal modo con cui le autrici e gli autori tracciano i contorni del proprio autoritratto si comprendono, per riflesso, molti aspetti del loro modo di rappresentare loro stessi in rapporto al mondo, anche attraverso la scrittura.
La mano di Villa Dominica Balbinot è allo stesso tempo passionale e riflessiva. Procede per scatti ed arresti, come se volesse sempre mantenere vivi, presenti e in primo piano, la forza e la riflessione, l’uragano e il chiarore. Un contrasto forte, in grado di generare dei chiaroscuri intensi. Uno specchio della vita, del tempo, degli eventi e dei mutamenti e di ciò che resta, come un infinito occhio del ciclone, a sovrastarci, a farci spalancare gli occhi di timore ma anche di sete, elettrizzati da quell’atmosfera in cui tutto il bene e tutto il male si scontrano generando scintille che illuminano a tratti il mistero dell’esistere.
Un percorso coerente, quello dell’autrice, che tra le righe delle risposte all’intervista ha inserito anche alcuni suoi versi, a testimonianza di una ricerca attualmente in corso sulla parola per renderla il più possibile vicina al suo progetto e alle motivazioni che la muovono, spingendola a creare meditando sulla “terribilezza” per usare un termine da lei coniato, quasi a voler andare oltre il più usuale vocabolo, ormai usurato dai tempi e della realtà.  “Ossessionata dalla mortalità che cerca in qualche modo di raggelare per poterne almeno parlare visto la sua tremenda ustionatezza al limite dell’indicibile”.
Una poesia di terra e di fuoco, quindi, sospesa tra il presente e un tempo ulteriore, tra costruzione e distruzione, a tratti anche sintattica, per giungere ad un livello di rappresentazione di una condizione umana che la Balbinot non considera più “cantabile” con sintonie ed accordi ma solo per sequenze di bagliori ustionanti
IM

A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

 

 QUEL LUOGO DELLE SABBIE di Villa Dominica Balbinot – nota di lettura Doris  Emilia Bragagnini – NeobarILMIOLIBRO - FEBBRE LESSICALE - Libro di VILLA DOMINICA BALBINOT

 

 

 

 

5 domande

a

Villa Dominica Balbinot

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Intendo dare espressione a quella che sono arrivata a considerare la assoluta tragicità perenne della condizione umana, di cui azzardo una rappresentazione espressiva, una fredda visione (forse in alcuni punti disagevole, respingente perfino senza sconti comunque per nessuno-compresa me stessa beninteso), divisi come sono – e dalla notte dei tempi – gli esseri umani tra vittime e carnefici in un mondo che davvero può essere desolato.

Mentre scrivo queste puntualizzazioni e mi vado rileggendo mi rendo conto una volta di più che la tematica che mi sono azzardata a voler rappresentare è senz’altro obiettivamente ostica incandescente urticante, magari pure scandalosa, addirittura probabilmente “impoetica” per eccellenza, anche se a mio parere volendo mettersi a parlare della condizione umana, della vita e della morte insomma nulla dovrebbe a priori essere tematicamente escluso e questo anche per non finire a dare una visione falsamente idilliaca [cosa quest’ultima per cui mi dichiaro apertamente “non adatta”, intellettualmente e “midollarmente” non adatta]. Quella che vado espressivamente rappresentando è quella che secondo me è la condizione umana “perenne” al di là del cambio generazionale e al di là dei cambiamenti storici che pur tuttavia gradualmente esistono (e meno male se no ancora peggio direi), io parlando della vita e della morte che sempre si ripete nella sostanza non posso essere contemporanea nel senso più tradizionalistico e forse riduttivistico del termine (come contingente) ma forse contemporanea perenne, perennemente attuale in un certo senso.
Io – complessivamente e riassuntivamente mi presenterei così: «astorica» (ma nel senso che ahimè vedo nella storia ripetersi stesse dinamiche di base), perturbante, ontologicamente ribelle, Villa DOMINICA BALBINOT assorta medita sulla “terribilezza”. Ossessionata dalla mortalità che cerca in qualche modo di raggelare per poterne almeno parlare visto la sua tremenda ustionatezza al limite dell’indicibile”.

Per meglio – e più esattamente-rappresentare in parole il mio sentire ho qui pensato di riportare alcuni versi che ho messo come estrapolazioni altamente indicative sulla copertina di miei tre libri, aggiungendo poi anche due intere poesie ad esempio del mio intendimento e anche in un certo modo della modalità in cui la mia espressione poetica viene a prendere forma.

Ecco:

  • ”…E certo terribilezza vi era, ma alta- e sul freddo versante…

Riguardo alla “terribilezza”, una poesia recente incentrata sul tema:

E LA TERRA ANTICA – E TERRIBILE

(In questo mare della innocenza
dove nessuno è innocente
avrei abitato in una dimora
liscia compatta
color di malva – e dolce)

E sulla terra antica e terribile
( nel bisogno di assassinio di queste città)
nell’obliqua solarità del pomeriggio
– nella fioritura fuori stagione-
l’autunno perdeva un poco del suo mite calore
visto da vicino,
(e foglia dopo foglia)
con gli splendidi ingannevoli colori della morte,
nebbiosi sulle acque.
Nel -solo- lago spento,
come un santuario senza rumore,
tutte queste estati travolte,
là i campi di silenzio,
nelle ore della notte,
quel bianco bagliore,ottuso.

19/07/2020

[sulla copertina del secondo libro QUEL LUOGO DELLE SABBIE]

  • (L’immenso abbandono degli uomini era intorno a lei- e tutta quella ostinata vocazione alla assenza…cit.)

[sulla copertina del terzo libro “I fiori erano fermi- e lontani…]

 

  • “…al di sotto della pelle lei si sentiva scabra, straordinariamente netta…”

[ sulla copertina del 4 libro E tutti quegli azzurri fuochi…]

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A TU PER TU – Bruno Di Pietro

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“Sono napoletano, città in cui esercito la professione di avvocato, appassionato di poesia: non amo autodefinirmi poeta. Scrivo in versi e ho pubblicato più lavori. Di carattere normalmente sincero, dico sempre senza remore o timori reverenziali ciò che penso, ma sono anche incline all’ascolto pronto a cambiare idea se mi convinco della bontà della opinione altrui. Sono incline alla ironia, spesso esercitata come autoironia. Questo lo si trova anche nei miei versi. Non amo i Poteri (specie se detenuti senza alcun merito) né li temo. Non mi inchino davanti a niente e a nessuno”.
Un autoritratto schietto, sincero, che invita ad alcune considerazioni. La prima è quasi la conferma di una regola non scritta: spesso chi dichiara di non essere poeta in realtà lo è. Che poi sia vero non di rado anche il contrario è piuttosto probabile. Ai posteri l’ardua sentenza, anche se i contemporanei qualche idea se la sono già fatta. Tornando a Bruno Di Pietro emerge dunque dal suo caravaggesco ritratto che oltre ad essere poeta senza gridarlo in faccia al mondo, è persona autoironica e libera, anche in questo caso in modo concreto, mettendoci la faccia, non solo i proclami.
Il libro che presenta qui in questa sua intervista è Colpa del mare e altri poemetti. Ed è originale, felicemente fuori schema, quell’abbinare il mare alla colpa. Di solito il mare è esaltato, elogiato, incensato. Qui è associato a qualcosa che nessuno vorrebbe, ma potrebbe anche essere una forma di amore ulteriore, chissà. Se prima l’ardua sentenza era affidata ai posteri qui è riservata a chi vorrà leggere, scoprire, attraversare le onde e assaporare il sale dei versi. Di Pietro possiede una carnalità elegante, quasi una forma di spiritualità tattile. Un modo di esplorare perfino l’intangibile con i sensi. Non è un caso che anche il mezzo della scrittura, l’atto dello scrivere, diventi esperienza sensuale, in senso stretto prima ancora che metaforico: “Di personale posso dirti che Colpa del mare è la mia vita. Chi la conosce sa esattamente a cosa si fa riferimento in ogni singolo verso. Di intimo aggiungo che tutto è conservato nei miei quaderni di cui ho una cura maniacale. Amo scrivere a penna e matita. Su carta buona se non pregiata. E ho una bella serie di penne stilografiche e asticciuole e vecchi pennini. Inchiostrare è per me lussuria purissima”.
La curiosità del lettore è chiamata in causa, adeguatamente sedotta. Non resta che leggere, questa intervista e quel libro che parla di colpe e di onde sapide, come la poesia.
IM
 
A TU PER TU
UNA RETE DI VOCI

nuovo colpa del mare

5 domande

a

Bruno Di Pietro

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Grazie a te, innanzitutto.

Un “autoritratto” chiesto a chi come me non sa fare nemmeno un selfie è una bella domanda. Un po’ mi imbarazza, un po’ per carattere direi tutti i difetti che ho trasformando la risposta in un “confiteor”. Ti dico che sono napoletano, città in cui esercito la professione di avvocato, appassionato di poesia: non amo autodefinirmi “poeta”. Scrivo in versi e ho pubblicato più lavori.

Di carattere normalmente sincero, dico sempre senza remore o timori reverenziali ciò che penso, ma sono anche incline all’ “ascolto” pronto a cambiare idea se mi convinco della bontà della opinione altrui. Sono incline alla ironia, spesso esercitata come “autoironia”. Questo lo si trova anche nei miei versi.

Non amo i Poteri (specie se detenuti senza alcun merito) né li temo. Non mi inchino davanti a niente e a nessuno.

In sintesi “non te la mando a dire”.  Questo vale per tutti. Non sono abituato, né mi piace , passare per la sagrestia : all’altare ci vado diritto.

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

Con Oèdipus Edizioni nel 2019 ho pubblicato “Baie”. Ma quello pubblicato con lo stesso editore nel 2018 (“Colpa del mare e altri poemetti”) è senz’altro il mio lavoro più importante. Molti lo hanno definito “raccolta” altri “antologia” ma tengo a dire che è un unico solo “libro” dalla prima all’ultima parola, segue un progetto ed ha un “senso” nella sua interezza. E copre il lavoro che va dal 1995 al 2012.

Si dà conto in esso della questione “aurorale” della filosofia occidentale: da un lato il pensiero di Parmenide (la “fissità” dell’Essere) dall’altro quello di Eraclito (il “divenire”, l’Esserci) detto in sintesi estrema e impropria. Non a caso l’esergo è un frammento di Eraclito, mentre il libro si apre con le “Dieci Eleatiche”. L’ “orgoglio della scienza” da un lato, “il “frutteto in rigoglio” dall’altra (come nel testo eponimo). Con una inclinazione verso l’affermazione che “L’Essere è l’Esistere” e che noi più che “Essere-gettati-nel-mondo” “Giaciamo-nel-mondo”.

E che fra “l’Inizio” e “la Fine” c’è un “nel frattempo” che è la nostra vita.

 

Questo apre alla “Storia” siccome “narrazione dell’esistere” che diviene l’oggetto principale della attenzione nei “poemetti” e infine in “Impero” (Oèdipus 2017) che è la sintesi finale del discorso.

Un discorso che trova poi in “Baie” e nei lavori in corso un suo ulteriore sviluppo anche in senso stilistico.

Chi di più ha lavorato criticamente su quanto ho detto è senz’altro Giuseppe Martella col suo ampio saggio “Polifonia dell’Esserci” (apparso su Nazione Indiana). Essenziale anche la prefazione di Marcello Carlino a “Impero” e notevole un lavoro ancora inedito –uscirà a febbraio 2021- di Giuseppe A. Liberti. Ma cito volentieri anche gli splendidi e ripetuti interventi di Daniele Ventre (sempre su Nazione Indiana) di Carlo Di Legge (su Atelier) di Rosa Pierno (su Trasversale) di Vincenzo Salerno (su Menabò) di Mimmo Grasso (su “Infiniti Mondi”). Ma anche tanti altri.

Di personale posso dirti che “Colpa del mare” è la mia vita. Chi la conosce sa esattamente a cosa si fa riferimento in ogni singolo verso.

Di intimo aggiungo che tutto è conservato nei miei quaderni di cui ho una cura maniacale. Amo scrivere a penna e matita. Su carta buona se non pregiata. E ho una bella serie di penne stilografiche e asticciuole e vecchi pennini. Inchiostrare è per me lussuria purissima.

 

 

3 ) Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe?

Scrivo solo in versi. Una volta che ho provato a scrivere in prosa sono stato dissuaso in modo molto convincente dai migliori critici che conosco: mia moglie e le mie ragazze.

 

4 ) Quale rapporto hai con gli altri autori? Prediligi un percorso “individuale” oppure gli scambi ti sono utili anche come stimolo per la tua attività artistica personale?

Hai dei punti di riferimento, sia tra i gli autori classici che tra quelli contemporanei?

 

Amo avere altri (autori e non) con cui scambiare opinioni su quello che gli propongo. Ne ho scelto un piccolo gruppetto in cui nessuno sa chi sono gli altri. Ma non mi sottraggo anche su ciò che è inedito al confronto pubblico e anzi apprezzo la critica serrata. O anche il semplice “non mi piace”. In fondo dei versi si può dire innanzitutto questo: “mi piace o non mi piace”.  Un testo poetico o arriva diritto al cuore o no. La comprensione è poi frutto di studio, ricerca, conoscenze sedimentate. Ma la prima cosa è che il testo colpisca, resti nel cuore, nelle orecchie, nella memoria (magari!).

Sui punti di riferimento: un mare!!! Per sintesi estrema. Tutta la poesia della Grecia e di Roma antica. Dante, Ariosto, Tasso, Leopardi. Nel ‘900 Ungaretti. E poi Gatto, Sinisgalli, Giudici, Caproni, Luzi, Sanesi. Quello che ho sul comodino è però Thomas S. Eliot. E per la contemporaneità qui mi fermo.

Ci sarebbero poi i punti di riferimento filosofici e il discorso diventerebbe lungo e complesso. Bastino Nietzsche e, per il secolo scorso, il riferimento a Benjamin , Bloch , Jankélévich, Nancy, Byung Chul Han. C’è un “filo rosso” facile da intuire per chi di filosofia si occupa.

 

 

5 ) L’epidemia di Covid19 ha modificato abitudini, comportamenti e interazioni a livello globale.

Quali effetti ha avuto sul tuo modo di vivere, di pensare e di creare?

Ha limitato la tua produzione artistica o ha generato nuove forme espressive?

 

Non ha avuto un bell’effetto. Amo l’aria aperta, i rapporti umani diretti in cui il corpo ha la sua importanza, quelli virtuali non mi piacciono (salvo il caso di forza maggiore, l’estrema lontananza). Starmene chiuso in casa e per di più con frequentazioni limitate mi deprime. Poi amo la mia città. Napoli è antidepressiva per definizione. Il sole, il mare, i vicoli, i panni stesi, artigiani di tutto, il pescivendolo che sembra preso direttamente dal presepe, il rito del caffè, il “verdummaro” e i colori, i Castelli, le Chiese e i chiostri, artisti di strada che suonano a ogni angolo di via gli strumenti più vari, dal mandolino al violino all’arpa, dal “triccabballac” al “putipù”, dalla tammorra al tamburello.  Ma di quali forme espressive nuove si può parlare di fronte alla privazione di tutto ciò? Quella è la “bellezza del mondo”. “La sua esperienza visibile” (come dice Roberto Sanesi in quella che è la sua ultima poesia edita tre mesi prima di lasciarci). Diciamo che ho lavorato di ricordi e di speranza.

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Bruno Di Pietro (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense.
 Ha pubblicato le raccolte poetiche: “Colpa del mare” (Oédipus, Salerno-Milano 2002)“[SMS] e una quartina  scostumata” (d’If,Napoli 2002)“Futuri lillà”  (d’If, Napoli,2003)“Acque/dotti. Frammenti di Massimiano” (Bibliopolis,Napoli 2007) “Della stessa sostanza del figlio”  (Evaluna,Napoli 2008) “Il fiore del Danubio” (Evaluna,Napoli 2010)“Il merlo maschio” (I libri del merlo, Saviano 2011) “minuscole” (IL LABORATORIO/Le edizioni, Nola 2016) “Impero” (Oèdipus,Salerno-Milano, 2017) “Undici distici per undici ritratti” (Levania Rivista di Poesia n° 6/2017).”Colpa del mare e altri poemetti” (Oèdipus ,Salerno Milano 2018);  “Baie” (Oèdipus ,Salerno-Milano 2019)
È presente in diverse antologie fra cui: Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto (Valtrend, Napoli 2008) Accenti (Soc. Dante Alighieri, Napoli 2010) Alter ego. Poeti al MANN (Arte’m, Napoli 2012). Errico Ruotolo, Opere (1961-2007) (Fondazione Morra, Napoli, 2012) Polesìa (Trivio 2018,  Oèdipus Edizioni)
Articoli e interventi sulle sue opere sono presenti in riviste e blog (Nazione Indiana, Infiniti Mondi, ClanDestino, Trasversale, Versante Ripido, Frequenze Poetiche, Atelier, Levania , Trivio , InVerso, Menabò, Poetarum Silva, Le Stanze di carta). E’ stato cofondatore con Gabriele Frasca e Mariano Baino della Casa Editrice “d’If” e socio della Casa Editrice “Cronopio”.

A TU PER TU – Serenella Menichetti

Postato il Aggiornato il

Credo proprio che Serenella Menichetti, da abile cuoca – che non disdegna neppure, poi, di gustare lei stessa i manicaretti – abbia trovato i giusti ingredienti. Il giusto atteggiamento per preparare tutto con estrema cura ma senza l’ossessione di sbagliare, magari mettendo un pizzico di sale o di pepe in più. Cucina con occhio e mana attenta, ma intanto si gusta le risate dei nipoti, il passaggio dei vicini, magari anche di quella pettegola e di quello vanesio, e un’occhiata la dà anche al di là dei vetri, ai colori del tramonto, al sole, alla neve, alla vita che scorre.
Fuor di metafora, e abbandonando seppure a malincuore l’odorosa cucina, si può dire che la Menichetti, nei racconti e nelle poesie, nei versi e nella narrativa, si diverta a descrivere il mondo che vede. Credo che la parola chiave sia proprio “divertimento”. Che non significa affatto scarsa cura, o espressioni sciatte e approssimative. Anzi, è il contrario. Come in ogni gioco che si rispetti, l’impegno, la volontà, la determinazione a fare sempre meglio, sono parte integrante del meccanismo e del progetto, del senso innato dell’attività. La Menichetti ci tiene a ribadire che ciò che scrive è frutto di pura fantasia. Ed è sicuramente vero. Ma è interessante e suggestivo rilevare quanto l’invenzione somigli alla realtà, quanto possa servire a scorgere, attraverso uno specchio, le meraviglie (come Alice) ma anche le miserie di questo nostro tempo e di una tempo che non c’è, e quindi assume valore universale.
Si diverte, la Menichetti a mettere un po’ di sana cattiveria in ciò che scrive. Tornando agli amati fornelli, potremmo dire che a volte getta nella pietanza, con un sorriso, un grammo in più di peperoncino. Ma solo perché sa che non può fare male più di tanto. Anzi, a volte fa bene. Favorisce la circolazione, del cervello e di altri organi fondamentali. Ama le salse agrodolci, l’autrice. Mette un po’ di cattiveria nella bontà e viceversa. L’effetto è favorevole: rende le pietanze, letterarie s’intende, meno prevedibili, spesso stuzzicanti. In versi e in prosa racconta la vita, senza pretendere di offrire risposte né verità. Gioca, con serietà, a parlare di ciò che non è ma potrebbe essere e di ciò che è ma potrebbe non apparire per quello che è. La Menichetti ama la libertà, senza scordarsi i diritti degli altri, degli ultimi soprattutto, dei perdenti, degli sconfitti; e ama i sapori speziati che tuttavia non bruciano e non rovinano le papille gustative. Le sue Trame sono bucate ma solo per lasciare cogliere, nei profili, tra gli spazi, sprazzi di mondi possibili: “Osservavo, chiedevo, immaginavo. Soprattutto immaginavo. Tutto questo mi ha permesso di interiorizzare i vari comportamenti delle persone. Ed in seguito di cucirli addosso ai miei personaggi. Le mie storie non sono mai storie vere. Mi annoierei a morte a scriverle. Mi diverto a creare storie inedite, fantastiche, a volte pure surreali”.
Surreali. Come la vita, in fondo.
IM
A TU PER TU
UNA RETE DI VOCI

 Trame bucate - Serenella Menichetti - Libro - CTL (Livorno) - | IBS

 

5 domande

a

 Serenella Menichetti

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Grazie dell’ospitalità

Sinceramente non mi è mai piaciuto parlare di me. Ci sono delle volte che mi odio moltissimo. Ma dal momento che questa domanda mi viene spesso formulata risponderò con una specie di biografia da me preparata per simili occasioni.

Mi chiamarono Serenella. Significato Lillà . Era un freddo 17 Febbraio del 1950 Ci volle un bel collante per appiccicarmi addosso quel nome.

Spinosa come ero assomigliavo più ad un cactus. Mi scrollai dalle spine e mi adeguai. Mai raggiunsi la bellezza del fiore di Lillà.

Cercai la serenità nella circonferenza del cerchio. Girai in lungo ed in largo ogni sillaba. indossai la muta da sub e mi immersi.

-Dove?-– Ma nel mio nome.-

-Perché?- -Per cercarmi.-

Rimasi sul fondo finché non mi trovai.

Riemersi dopo lunghi giorni.

Presi carta e penna e mi raccontai.

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

La mia opera letteraria è una raccolta di 21 racconti scritti in tempi diversi. I personaggi, molti di cui figure femminili, sono uomini e donne tormentate, sofferte. Essi nascono dall’impatto con la vita, dalla conoscenza e consapevolezza di un mondo sofferente. Diversi sono costretti nel dramma di una scelta, di una decisione improcrastinabile.

In questi miei scritti il messaggio  è la denuncia dell’ingiustizia e della discriminazione verso le figure più deboli. Ognuno di noi è unico e va accettato per quello che è, senza pregiudizi né stereotipi.  Per eliminare qualsiasi pregiudizio, dovremmo cercare di conoscere l’altro. Provare a mettersi nei suoi panni. Un altro messaggio riguarda l’accettazione del sé che troppo spesso è carente, perché la società ci offre dei modelli comportamentali al di la dei quali, ci sentiamo diversi, sbagliati. Credo che dovremmo accettarsi per quello che siamo e farsi accettare, perché questo è l’unico motore capace di dare quella spinta che ci aiuta ad uscire da certi tipi di situazione.

Il titolo Trame bucate, in questo caso, assume una connotazione  positiva.

La trama è bucata perché è fatta di nodi di maglie, che lasciano fori, interstizi quasi impercettibili nel ritmo della tessitura. Il buco è per sua stessa natura mancante e, come ogni vuoto, anziché elemento difettante può essere letto nei termini di un invito alla libertà, all’unicità. Alla possibilità di aggiungere maglie. Di cambiare filato, di tessere nuovamente. Ogni racconto ha una trama. Ognuno ha la trama che la vita ha tessuto per lei; Ogni persona può attuare cambiamenti alla propria trama. Trama viene da trans-meare: passare di là. Solo attraversando con i filati i buchi della nostra esistenza potremmo salvarci. Leggi il seguito di questo post »

A TU PER TU – Natalizia Pinto

Postato il Aggiornato il

Il libro recente di cui parla Natalizia Pinto nell’intervista ha per titolo Intrecci. È, anche in questo caso, rivelatore. L’attività artistica dell’autrice pugliese è basata sullo scambio, sull’intersecarsi di dialoghi ed emozioni e sulle suggestioni che ne derivano.
“L’arte, che ho sempre amato, diventa ancora più importante per meglio essere con gli altri. L’arte suscita la curiosità, invita a raffinare lo stile espressivo e stili di vita più creativi e consoni alla consapevolezza che porta a creare bellezza, benessere e gioia di vivere”, scrive Natalizia. “Meglio essere con gli altri” è una sintesi efficace. Evoca una bella commistione tra dimensione psicologica e concreta, tra mente e corporeità. Fa pensare ad una di quelle ampie e assolate masserie pugliesi, al cibo genuino, olio, pane e vino buono e voglia di cercare autenticità, schiettezza, empatia. La generosità del dare è anche una forma di investimento sul proprio benessere.
Lo stesso discorso si può ricondurre anche alla dimensione letteraria, e questo accostamento ci consente di tornare al libro e a quegli Intrecci di cui si è detto, punto di partenza e di arrivo, percorso e meta. Natalizia ha effettuato una lunga e appassionata ricerca sul proprio modo di scrivere, ha limato, nutrito e amorevolmente sfrondato le proprie parole come si fa con gli alberi di ulivo. Allo stesso tempo ha viaggiato; è andata incontro agli autori, e alle persone, che sono stati per lei fonte di ispirazione, modello e stimolo. Uno in particolare, figura di riferimento per antonomasia, è il critico e poeta Giuseppe Panella.
“Grazie a lui – scrive l’autrice – è anche maturato in me l’amore per i Canti Orfici di cui parlo in Intrecci, chiudendo il libro con la poesia “Le rose del poeta” dedicata a Dino Campana e a Sibilla Aleramo. La prematura scomparsa di Giuseppe Panella, nel maggio 2019, ha creato un vuoto, che mi ha fatto riflettere sul grave peso della perdita, sull’impossibilità a rinunciare completamente a quanto amiamo e sul bisogno di cercare, nonostante, la felicità per continuare a vivere”. Queste parole confermano che la poesia non è fatta solo di parole. L’humus è sempre qualcosa che va oltre, più in profondità, un passo più avanti rispetto alla mera sequenza di grafemi e fonemi. Mi piace molto inoltre la scelta del vocabolo nella frase finale della citazione: “la felicità per continuare a vivere”. Avrebbe potuto parlare di forza per continuare, Natalizia, invece ha preferito felicità. Parola impegnativa, ingombrante. Ma se ha sentito di poterla e doverla usare, vuol dire che la generosità paga. Nel dare e nell’avere. La cura degli alberi delle parole aiuta a tenere vivo il corpo e qualcosa di tenace che cresce e resiste, dentro, all’interno.
IM

 

A TU PER TU
UNA RETE DI VOCI

 Copertina - Copia (2)

 

5 domande

a

Natalizia Pinto

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

 

Lo faccio volentieri e ringrazio per questo dialogo. Parlare di se stessi ed essere obiettivi non è cosa facile, spesso si tende a denigrarsi o a darsi molto valore. Spero di realizzare, in poche righe, un giusto equilibrio.

Penso di essere una persona abbastanza aperta ed attenta nel cercare di comprendere quale possa essere il modo migliore per farmi capire e capire. So di non poter contare più sulla bellezza dei miei vent’anni e questo è per me quasi uno stimolo a creare e cercare nuove espressioni interiori, che possano compensarmi per piacermi di più. L’arte, che ho sempre amato, diventa ancora più importante per meglio essere con gli altri. L’arte suscita la curiosità, invita a raffinare lo stile espressivo e stili di vita più creativi e consoni alla consapevolezza che porta a creare bellezza, benessere e gioia di vivere.

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

Mi è difficile scegliere tra i tanti lavori realizzati e progetti nel cassetto. Mi limito a parlare della mia ultima pubblicazione: Intrecci, un libro che nasce dal recital dedicato al poeta e filosofo Giuseppe Panella, per ringraziarlo del modo con cui mi ha fatto crescere nell’elaborazione del pensiero artistico, filosofico e poetico. Non dimenticherò mai le sue parole: «Dovresti crearti uno stile che sia inconfondibilmente tuo» e aggiungeva che ci riuscivo già, ma che non avrei mai dovuto smettere di affinarlo e contraddistinguerlo. Grazie a lui, è anche maturato in me l’amore per i Canti Orfici di cui parlo in Intrecci, chiudendo il libro con la poesia Le rose del poeta dedicata a Dino Campana ed a Sibilla Aleramo. La prematura scomparsa di Giuseppe Panella, nel maggio 2019, ha creato un vuoto, che mi ha fatto riflettere sul grave peso della perdita, sull’impossibilità a rinunciare completamente a quanto amiamo e sul bisogno di cercare, nonostante, la felicità per continuare a vivere.

Il libro è dunque, tramite i racconti e le poesie, la ricerca di risposte a considerazioni sul dolore e su come da esso stesso si possa rinascere.

Intrecci ha suscitato particolarmente l’interesse di alcuni miei amici letterati e critici. Ne parli tu Ivano nella bella presentazione disposta nelle prime pagine di Intrecci. Ne approfitto per ringraziarti della disponibilità e del modo con cui hai curato il mio lavoro, iniziando con il caratterizzare l’essenza del libro, riportando i versi di Giuseppe Panella, che sono l’incipit al libro stesso: «Se la passione è troppo forte rischia il silenzio se troppo debole l’oblio». Hai amorevolmente considerato già il mio incontro con Panella un intreccio di destini. Esso prende corpo e consistenza nel dialogo letterario che abbraccia qualcosa di sempre più ampio: «… la possibilità dell’esistenza della poesia nella vita». Nella tua comprensione, affermi che: non a caso, dopo la scomparsa di Panella, l’omaggio che gli rivelo è fatta di gesti tangibili, di immagini, di suoni, di canti, di danze, di fondali teatrali e naturali, di sapori della terra, di quella carnalità che non contrasta con la spiritualità, ma che va, semmai a formare un tutt’uno con essa». Nella tua presentazione riporti la parola “passione”, «… intesa come fertile emozione di un connubio artistico, che sfocia in modo naturale nell’amicizia profonda, nella condivisione privilegiata di due esseri che guardano nella stessa direzione». Son sicura che anche Giuseppe ti è grato per questo bel cammeo di cui hai voluto farci dono.

Ed ora passo a parlare della prefazione al mio libro, curata della prof.ssa Angela Decarolis, amante dei classici e della natura. La mia amica pone l’attenzione sui luoghi, da quelli persi, sognati, desiderati, a quelli vissuti in prima persona o conosciuti attraverso il racconto degli avi. I luoghi, quasi complici delle nostre azioni, si intrecciano con i sentimenti umani, fluttuando tra i versi, la prosa e la narrazione. A questo proposito, ha riportato il mio pensiero: «I luoghi hanno bisogno dei nostri occhi, noi dei loro», in cui riconosco un DNA dei luoghi, convinzione che ho approfondito diversi anni fa nei miei due recital: Con i luoghi nel cuore e Sguardi e respiri.

La Decarolis afferma che nel recital Intrecci si è data voce ai sentimenti di tutti, intrecci di “moti del cuore”, “un guazzabuglio del cuore umano”, usando un’espressione manzoniana, e continua ringraziando per l’iniziativa dedicata a Giuseppe Panella «che continuerà a brillare nel cielo trapunto di piccole stelle e a sfidare con il suo canto poetico i silenzi immani dell’indifferenza».

In un incontro per una chiacchierata letteraria sul balcone di villa Laurentia,  immerso in un bosco di querce, ricordo con gratitudine Angela Decarolis che, oltre a definire poliedrica la mia vena artistica, ha intravisto un percorso poetico che da Campana a Panella giunge a me, confermando il pensiero del critico letterario Ernest L’Arab che, senza conoscere il mio vissuto, a tu per tu con i silenzi, i suoni, i fruscii del vento, lo scorrere dei ruscelli di Marradi, nell’antologia poetica Con le armi della poesia, riconosce nei miei versi i caratteri dell’Orfismo: «… poesia dal carattere ancestrale, notturno, che penetra nei luoghi nascosti dell’animo umano».

Il libro Intrecci, come ho già su detto, si chiude con la poesia “Le rose del poeta”, dedicata a Dino Campana e Sibilla Aleramo, al loro amore tempestoso e traboccante. La lirica è nata vivendo le atmosfere di Marradi pregne dell’inconfondibile voce del poeta Campana.

Da ultimo, ma non per ultimo, parlo di quel che dice del mio libro la prof.ssa Patrizia Bessi, che per essere una raffinata amante della Storia dell’Arte, pone l’attenzione sulle immagini contenute nel mio libro; ne riporto le parole: «Nell’ultima pubblicazione della poetessa si possono intravedere i diversi tipi di intrecci, con le implicite interconnessioni. Tra i testi e le immagini che arricchiscono il libro intercorrono dei rapporti proporzionati, ricercati con cura che rivelano il sommo amore che la Pinto nutre per la storia dell’arte, per la fotografia e per ogni espressione della bellezza, portatrice di significati. A corredo di poesie e brani, l’autrice ha scelto oculatamente le opere d’arte e ha fermato con perizia e sensibilità il suo scatto fotografico su paesaggi e natura morta con rose». A tal proposito, la Bessi definisce struggente la mia poesia Il non detto a mia madre, descrivendone così l’immagine ad essa associata: «… gli intrecci dei rami ossuti creano, in virtù del vento che sfoca ogni cosa trascendendo il reale, una texture eterea, spirituale che evoca il dialogo tra le due anime …»

La Bessi, nel definire la cromaticità dei miei lavori, afferma che in essi gli opposti buio e luce si concatenano tra loro come morte e vita, aggiungendo, come, in Maria vestita di bianco, un accorato ricordo susciti la riflessione sul valore simbolico del bianco, colore del lutto e della rinascita e continua descrivendo e commentando così l’ immagine che accompagna la breve considerazione: «una parete imbiancata su cui si apre una porta, uno scorcio in un luogo – altrove, di canoviana memoria».

La Bessi afferma, inoltre, che l’allusione ai sepolcri è ripresa nel racconto: Stefano a Firenze, accompagnato dall’immagine de l’Angelo della notte di Giulio Monteverdi, una sorta di realismo, in cui Stefano e un angelo […] dopo lo straordinario incontro e la loro epifania, «… intrapresero percorsi opposti, tendendosi la mano fino a quando non furono completamente inghiottiti dai due orizzonti».

Personalmente aggiungo solamente, cercando di interpretare i versi su citati di Giuseppe Panella: «Se la passione è troppo forte rischia il silenzio se troppo debole l’oblio», che alla base di ogni azione umana rivolta al benessere e alla felicità, dovrebbe esserci la ricerca dell’equilibrio, elemento molto difficile da sostenere. Uno dei fini più significativi di Intrecci è quello di favorire la conoscenza di se stessi, intraprendendo il sentiero, i cui spunti siano dei segnali, che fanno capire come noi umani possiamo convivere con le perdite ed aumentare nel contempo la capacità di curare quanto di bello e caro abbiamo.

Questo obiettivo è comune a tutti i brani e le poesie di Intrecci, è il filo conduttore che li percorre portandosi dietro tutto quello che li accumuna, sebbene in situazioni ed in luoghi diversi.

 

 

3 ) Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe?

In caso affermativo, come interagiscono in te queste due differenti forme espressive?

 

La forma poetica e quella narrativa si compensano a vicenda. Mi capita spesso di desiderare di scrivere un racconto o un saggio, mentre scrivo o leggo una poesia, come solo una parola o una frase di un romanzo o di un saggio può ispirarmi dei versi.

 

4 ) Quale rapporto hai con gli altri autori? Prediligi un percorso “individuale” oppure gli scambi ti sono utili anche come stimolo per la tua attività artistica personale?

Hai dei punti di riferimento, sia tra i gli autori classici che tra quelli contemporanei?

 

Mi piace molto scambiare le mie idee con scrittori, artisti ed amici che si interessano e parlano di Arte. Non lo faccio solo per crescere, ma perché non potrei farne a meno: mi rende bella la vita.

Desidererei, pertanto, se fosse possibile, incontrarmi nel giardino delle Esperidi con il pretesto di sorseggiare una tazza di tè, con un’infinita lista di artisti: poeti, scrittori, e vista la mia passione per le arti figurative, anche pittori viventi e non. Sarebbe impossibile elencarli qui, sebbene tanto mi emozioni l’idea di questo chimerico incontro.

 

5 ) L’epidemia di Covid19 ha modificato abitudini, comportamenti e interazioni a livello globale.

Quali effetti ha avuto sul tuo modo di vivere, di pensare e di creare?

Ha limitato la tua produzione artistica o ha generato nuove forme espressive?

È per me il Covid una fatalità che mi fa soffrire, perché pericolosa e distruttiva. Sino ad ora, però, la mia vita letteraria e artistica non è stata intaccata. Il raccoglimento e la solitudine mi hanno aperta a nuovi interessi e ricerca di creative risorse artistiche facendomi sentire vicino alla amata Emily Dickinson.

******

 

Poesie di Natalizia Pinto

 

NOTTE DI SAN LORENZO

Qui le ombre della sera

raccolgono gli intenti

che l’alba di questo giorno

ha coccolato

nei colori dei fiori

e sulle pareti

 

Qui le colonne reggono il cielo

in attesa di partorire scie di stelle

 

Qui centenari passi

sulle chianche bianche

perseguono i sogni

e la saggezza invoca le stelle.

 

*

 

 

GRANDIOSO

Dopo la valle

il primo bagliore dell’alba

respira un rossore lieve,

contorna le colline.

 

Una viola

in abbondanza di rugiada

macchia il muschio

sotto l’albero del fragno

 

C’è il sudore degli avi sulle pietre

che benedice il cielo per il buon raccolto.

È nel profondo silenzio

Il miraggio che si avvera.

 

*

 

 

LA NEBBIA NEL CANALE

 

Morbida bianca

va nella valle

 

Lenta … decisa avanza …

si spande

 

 

A riva dell’immenso corpo

le cime degli alberi sommersi

 

Immergersi nel tuo spazio etereo

è ridonare l’antico

a chi da quassù ti guarda

e in te si perde.

 

*

 

DEA

 

Attesi, nel mio intento

il sorgere di ogni giorno

 

io, complice delle stelle

 

raccolsi le pietre

che la notte il mare porta a riva

e ricamai la luce dell’alba.

 

 

*

 

VENTO D’ ORIENTE

 

S’adagia l’oriente

e canta la Musa

nei giardini notturni

tra stelle destate.

*

 

 

ANCESTRALE

 

Io

lupa

nella notte

affronto la luna

e mangio il silenzio.

 

 

 NELLA NOTTE - Copia

Natalizia Pinto è nata a Locorotondo nella cornice della Valle d’Itria, vive attualmente a Fasano. Ha frequentato a Firenze corsi di scrittura creativa, dove ha potuto confrontarsi con Dacia Maraini e Iosif Aleksandrovic Brodskij. Nel 2003 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Il tempo in cornice, Ed. ICI, con cui ha vinto il Premio speciale “Firenze Capitale D’Europa”. Al Premio Concorso di Poesia “Mille Pagine” 1995, organizzato da Palcoscenico Premio Parole al femminile, è stata inserita con la poesia Sardegna tra gli autori di dodici poesie scelte da Lidia Ravera. Con il saggio Sostegno alla felicità le è stato conferito il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Nuove lettere”,Ed. ICI. Una sua intervista curata dalla dott.ssa Cinzia Caroli è pubblicata nel Nono quaderno (Anno XII – numero 9 – Dicembre 2010) del Dipartimento di Scienze Pedagogiche e didattiche dell’Università di Bari, nel capitolo Poiési e Catarsé. Nel luglio del 2020 ha pubblicato il libro Intrecci, Ed “Il Faso”, dedicato al Filosofo e poeta Giuseppe Panella.
I suoi lavori sono stati commentati da diversi personaggi della cultura. Lo scrittore Stanislao Nievo ha commentato sul suo sito web il racconto Stefano a Firenze; l’italianista Ernest L’Arab ha definito orfica la sua poesia; il filosofo Giuseppe Panella e la scrittrice Maria Marcone hanno scritto una recensione al libro Il tempo in Cornice. Alcuni approfondimenti sulla vita artistico letteraria di Natalizia Pinto sono descritti nel sito web Il portale del sud all’indirizzo: http://www.ilportaledelsud.org/pinto_natalizia.htm
 

A TU PER TU – Natalizia Pinto

Postato il

Il libro recente di cui parla Natalizia Pinto nell’intervista ha per titolo Intrecci. È, anche in questo caso, rivelatore. L’attività artistica dell’autrice pugliese è basata sullo scambio, sull’intersecarsi di dialoghi ed emozioni e sulle suggestioni che ne derivano.
“L’arte, che ho sempre amato, diventa ancora più importante per meglio essere con gli altri. L’arte suscita la curiosità, invita a raffinare lo stile espressivo e stili di vita più creativi e consoni alla consapevolezza che porta a creare bellezza, benessere e gioia di vivere”, scrive Natalizia. “Meglio essere con gli altri” è una sintesi efficace. Evoca una bella commistione tra dimensione psicologica e concreta, tra mente e corporeità. Fa pensare ad una di quelle ampie e assolate masserie pugliesi, al cibo genuino, olio, pane e vino buono e voglia di cercare autenticità, schiettezza, empatia. La generosità del dare è anche una forma di investimento sul proprio benessere.
Lo stesso discorso si può ricondurre anche alla dimensione letteraria, e questo accostamento ci consente di tornare al libro e a quegli Intrecci di cui si è detto, punto di partenza e di arrivo, percorso e meta. Natalizia ha effettuato una lunga e appassionata ricerca sul proprio modo di scrivere, ha limato, nutrito e amorevolmente sfrondato le proprie parole come si fa con gli alberi di ulivo. Allo stesso tempo ha viaggiato; è andata incontro agli autori, e alle persone, che sono stati per lei fonte di ispirazione, modello e stimolo. Uno in particolare, figura di riferimento per antonomasia, è il critico e poeta Giuseppe Panella.
“Grazie a lui – scrive l’autrice – è anche maturato in me l’amore per i Canti Orfici di cui parlo in Intrecci, chiudendo il libro con la poesia “Le rose del poeta” dedicata a Dino Campana e a Sibilla Aleramo. La prematura scomparsa di Giuseppe Panella, nel maggio 2019, ha creato un vuoto, che mi ha fatto riflettere sul grave peso della perdita, sull’impossibilità a rinunciare completamente a quanto amiamo e sul bisogno di cercare, nonostante, la felicità per continuare a vivere”. Queste parole confermano che la poesia non è fatta solo di parole. L’humus è sempre qualcosa che va oltre, più in profondità, un passo più avanti rispetto alla mera sequenza di grafemi e fonemi. Mi piace molto inoltre la scelta del vocabolo nella frase finale della citazione: “la felicità per continuare a vivere”. Avrebbe potuto parlare di forza per continuare, Natalizia, invece ha preferito felicità. Parola impegnativa, ingombrante. Ma se ha sentito di poterla e doverla usare, vuol dire che la generosità paga. Nel dare e nell’avere. La cura degli alberi delle parole aiuta a tenere vivo il corpo e qualcosa di tenace che cresce e resiste, dentro, all’interno.
IM

A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

 Copertina - Copia (2)

 

5 domande

a

Natalizia Pinto

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Lo faccio volentieri e ringrazio per questo dialogo. Parlare di se stessi ed essere obiettivi non è cosa facile, spesso si tende a denigrarsi o a darsi molto valore. Spero di realizzare, in poche righe, un giusto equilibrio.

Penso di essere una persona abbastanza aperta ed attenta nel cercare di comprendere quale possa essere il modo migliore per farmi capire e capire. So di non poter contare più sulla bellezza dei miei vent’anni e questo è per me quasi uno stimolo a creare e cercare nuove espressioni interiori, che possano compensarmi per piacermi di più. L’arte, che ho sempre amato, diventa ancora più importante per meglio essere con gli altri. L’arte suscita la curiosità, invita a raffinare lo stile espressivo e stili di vita più creativi e consoni alla consapevolezza che porta a creare bellezza, benessere e gioia di vivere.

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

Mi è difficile scegliere tra i tanti lavori realizzati e progetti nel cassetto. Mi limito a parlare della mia ultima pubblicazione: Intrecci, un libro che nasce dal recital dedicato al poeta e filosofo Giuseppe Panella, per ringraziarlo del modo con cui mi ha fatto crescere nell’elaborazione del pensiero artistico, filosofico e poetico. Non dimenticherò mai le sue parole: «Dovresti crearti uno stile che sia inconfondibilmente tuo» e aggiungeva che ci riuscivo già, ma che non avrei mai dovuto smettere di affinarlo e contraddistinguerlo. Grazie a lui, è anche maturato in me l’amore per i Canti Orfici di cui parlo in Intrecci, chiudendo il libro con la poesia Le rose del poeta dedicata a Dino Campana ed a Sibilla Aleramo. La prematura scomparsa di Giuseppe Panella, nel maggio 2019, ha creato un vuoto, che mi ha fatto riflettere sul grave peso della perdita, sull’impossibilità a rinunciare completamente a quanto amiamo e sul bisogno di cercare, nonostante, la felicità per continuare a vivere.

Il libro è dunque, tramite i racconti e le poesie, la ricerca di risposte a considerazioni sul dolore e su come da esso stesso si possa rinascere.

Intrecci ha suscitato particolarmente l’interesse di alcuni miei amici letterati e critici. Ne parli tu Ivano nella bella presentazione disposta nelle prime pagine di Intrecci. Ne approfitto per ringraziarti della disponibilità e del modo con cui hai curato il mio lavoro, iniziando con il caratterizzare l’essenza del libro, riportando i versi di Giuseppe Panella, che sono l’incipit al libro stesso: «Se la passione è troppo forte rischia il silenzio se troppo debole l’oblio». Hai amorevolmente considerato già il mio incontro con Panella un intreccio di destini. Esso prende corpo e consistenza nel dialogo letterario che abbraccia qualcosa di sempre più ampio: «… la possibilità dell’esistenza della poesia nella vita». Nella tua comprensione, affermi che: non a caso, dopo la scomparsa di Panella, l’omaggio che gli rivelo è fatta di gesti tangibili, di immagini, di suoni, di canti, di danze, di fondali teatrali e naturali, di sapori della terra, di quella carnalità che non contrasta con la spiritualità, ma che va, semmai a formare un tutt’uno con essa». Nella tua presentazione riporti la parola “passione”, «… intesa come fertile emozione di un connubio artistico, che sfocia in modo naturale nell’amicizia profonda, nella condivisione privilegiata di due esseri che guardano nella stessa direzione». Son sicura che anche Giuseppe ti è grato per questo bel cammeo di cui hai voluto farci dono.

Ed ora passo a parlare della prefazione al mio libro, curata della prof.ssa Angela Decarolis, amante dei classici e della natura. La mia amica pone l’attenzione sui luoghi, da quelli persi, sognati, desiderati, a quelli vissuti in prima persona o conosciuti attraverso il racconto degli avi. I luoghi, quasi complici delle nostre azioni, si intrecciano con i sentimenti umani, fluttuando tra i versi, la prosa e la narrazione. A questo proposito, ha riportato il mio pensiero: «I luoghi hanno bisogno dei nostri occhi, noi dei loro», in cui riconosco un DNA dei luoghi, convinzione che ho approfondito diversi anni fa nei miei due recital: Con i luoghi nel cuore e Sguardi e respiri.

La Decarolis afferma che nel recital Intrecci si è data voce ai sentimenti di tutti, intrecci di “moti del cuore”, “un guazzabuglio del cuore umano”, usando un’espressione manzoniana, e continua ringraziando per l’iniziativa dedicata a Giuseppe Panella «che continuerà a brillare nel cielo trapunto di piccole stelle e a sfidare con il suo canto poetico i silenzi immani dell’indifferenza».

In un incontro per una chiacchierata letteraria sul balcone di villa Laurentia,  immerso in un bosco di querce, ricordo con gratitudine Angela Decarolis che, oltre a definire poliedrica la mia vena artistica, ha intravisto un percorso poetico che da Campana a Panella giunge a me, confermando il pensiero del critico letterario Ernest L’Arab che, senza conoscere il mio vissuto, a tu per tu con i silenzi, i suoni, i fruscii del vento, lo scorrere dei ruscelli di Marradi, nell’antologia poetica Con le armi della poesia, riconosce nei miei versi i caratteri dell’Orfismo: «… poesia dal carattere ancestrale, notturno, che penetra nei luoghi nascosti dell’animo umano».

Il libro Intrecci, come ho già su detto, si chiude con la poesia “Le rose del poeta”, dedicata a Dino Campana e Sibilla Aleramo, al loro amore tempestoso e traboccante. La lirica è nata vivendo le atmosfere di Marradi pregne dell’inconfondibile voce del poeta Campana. Leggi il seguito di questo post »