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Estinzione

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Estinzione

di Marco Capponi
Edizioni Divinafollia, 2016

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Nella copertina del libro campeggia un quadro di cui è autore lo stesso Capponi. Il quadro in apparenza è rassicurante. In apparenza, appunto. Ed è in questo aspetto esteriormente quieto, geometrico, razionale, che si nascondono profondità e ombre, spazi per riflettere sul lato oscuro della scienza, della mente umana, del presente che anela a diventare futuro diverso, manipolato, geneticamente modificato, potremmo dire. 

Capponi unisce nei suoi libri le sue due grandi passioni: la ragione e il raccontare, la logica e l’immaginazione, o meglio l’ipotesi delle conseguenze della variazione di alcuni dati e parametri di riferimento che sembrano fissi su quel microcosmo complesso e fragile che è il genere umano.

Estinzione immagina un futuro senza tempo, perfino senza morte.

Dovrebbe essere un quieto paradiso. Non è così. Perché ogni azione impone una reazione, un cambiamento nella struttura di un intero sistema, una mutazione nel suo equilibrio instabile e precario che è allo stesso tempo la sua fragilità e la sua unica forza.

L’idea alla base del romanzo è originale e coraggiosa. Capponi la esplora aggiungendovi elementi essenziali e variabili di portata assoluta: l’amore, l’odio, l’orgoglio, la ferocia, la sete di distruzione, il realismo, l’idealismo, l’eros, la poesia…

Un quadro a tutto tondo, nei cui chiaroscuri si intravede la figura umana messa a nudo, analizzata con occhio di scienziato ma anche di letterato. Conservando, a dispetto di tutto, la speranza che non si estingua del tutto la bellezza, la sua possibile, essenziale, viva presenza.

Non guasto con anticipazioni il gusto della scoperta della trama ai lettori interessati.

Mi limito a fare riferimento ad alcuni passaggi del libro, basandomi su due paragrafi della recensione di Rossella Frollà pubblicata sulla rivista Pelagos, a questo link: 

http://www.pelagosletteratura.it/2016/09/15/estinzione-di-marco-capponi/ .

«Un gruppo di scienziati lavora sotto la guida del prof. Franzinelli all’intuizione di uno di loro, Filippo Landi. Si scopre un’ «interazione ordinante» che non disperde energia e informazione ma le organizza e le concentra. Franzinelli si rende conto della possibilità di bloccare ogni processo degenerativo dei sistemi biologici oltre che raffreddare quasi gratuitamente ogni sistema termodinamico. L’«interazione ordinante» va oltre il principio classico dell’aumento dell’entropia dell’universo. Il risultato scientifico sarà quello di trattare la morte, la degenerazione della vita non più come inevitabile. Si renderà possibile la stabilità straordinaria del materiale biologico, superando l’ibernazione e addirittura favorendo il processo di riparazione delle cellule.

Alla applicazione metodologica di tale intuizione seguirà negli anni la mutazione genetica della specie umana. L’interazione ordinante si estende attraverso onde elettromagnetiche che viaggiano nella rete telematica per raggiungere tutti coloro che sono collegati ad essa. Si tratta di un cambiamento epocale che muta il rapporto degli uomini col territorio, con la loro stessa esistenza. Il fine non è più pensabile, né la fine né il tempo se non nella perpetua angoscia del possibile incidente che limita e penalizza l’evitabilità della morte naturale. Questa paura folle costringerà la nuova specie ad abbandonare completamente i mezzi di locomozione aerei e terrestri. Si apre un nuovo eterno pericoloso senso di angoscia».

Qui di seguito il link di un brano del libro letto da Ivano Marescotti.

Di nuovo buona estate a voi, razza non ancora estinta di lettori.

IM

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Il vangelo del boia

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Un thriller che è anche indagine psicologica, riflessione sul tramonto di un’epoca ed esplorazione della labile zona di confine tra bene e male.

Un mia recensione del libro “Il vangelo del boia”.

Con l’augurio di buona estate, IM

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Nicola Verde, Il vangelo del boia, Newton Compton editori, Roma, 2017

Il genere thriller ha come ingrediente principale, il rischio, l’azzardo. Anche per l’autore. Soprattutto per l’autore. La scelta di un protagonista come Mastro Titta, il boia della Roma papalina, poteva condurre il romanzo verso sentieri scoscesi, tra melma e rocce appuntite. Poteva tramutare l’adrenalina in una melma tutto sommato tranquillizzante, per assonanze con il personaggio incarnato (è il caso di dirlo) dall’ottimo Aldo Fabrizi che in Rugantino più che un boia appare un pacioso cuoco-filosofo che esalta la bellezza di una quieta vita coniugale. Oppure, sul fronte opposto, poteva incanalare la trama nello stretto ma frequentatissimo canyon dei romanzi sugli intrighi del Vaticano, tra sotterranei alla Gide, palazzi e segreti antichi e recenti. Nicola Verde ha saputo schivare entrambe le insidie.

Il vangelo del boia è un libro originale. Utilizza ingredienti autentici, genuini, ma li elabora con attenzione e cura, arrivando alla fine a farci respirare l’atmosfera che desidera, quella che ha immaginato e pensato. Forse è racchiusa in quest’ultimo vocabolo “pensato”, una delle possibili chiavi di interpretazione: la vita è descritta nel suo caotico debordare, tra battute in romanesco sbracate o laceranti, nel fluire pigro e feroce di una città che è allo stesso tempo metropoli e piccolo centro, enorme paese replicato in mille borgate, con i suoi scemi del villaggio, i polli da spennare e gli infami, le vittime e i carnefici, e la vita che passa, sbraita e sembra sempre uguale. È questo il punto: sembra uguale. Perché mentre la vita accade, qualcuno pensa, rimugina, sul presente, sul passato, su ciò che ha fatto è ciò che ha subito. Immaginando il romanzo come un palcoscenico, potremmo visualizzare un brulicare costante di folla in prima fila, e, un passo indietro e più in alto, i protagonisti, immersi nel flusso ma impegnati in una rappresentazione ulteriore, fatta di verità che riemergono, di inganni, di miserie e di potere, di sopraffazione e violenze. La vera arma del delitto qui è la mente, quella che riflette e tortura se stessa, fino a ridursi all’immobilità, offrendo in tal modo il collo nudo all’assassino. Il succo del romanzo è qui: arrivare a percepire, più che a comprendere, che il vero boia non sempre è colui che ha in mano la lama che recide il collo. A volte nella vita il carnefice è colui, o colei, che non ti aspetti. Chi non temi, o chi addirittura ami dal profondo, con tutto te stesso.

Il sangue del romanzo è nella consapevolezza che non di rado il vero boia siamo noi stessi, e le persone che più sentiamo vicine. E che anche il boia, per quanto anziano, solido, esperto, apparentemente inattaccabile, in realtà ha un collo fragile esposto agli inganni, all’ingiustizia, ai rimorsi, alla coscienza, la propria, e ai sotterfugi astuti e feroci da parte di chi considera affine e ama appassionatamente.

«Va bene», acconsentì alla fine, «non vi racconterò della mia famiglia, ma consentitemi di tornare indietro nel tempo, perché il destino la propria strada se la prepara con un certo anticipo, togliendo o seminando ostacoli, e possiamo dire che i semi di quell’incertezza che segnò la fine della mia carriera furono gettati molti anni prima… ma soprattutto», concluse con un filo di voce, «perché i fantasmi vengono sempre dal passato».

Il tempo, quindi, il passato, e i fantasmi mai morti, sempre striscianti e micidiali. Nicola Verde utilizza con gusto e in dosi abbondanti questo gioco crudele, a livello di panoramica e su scala più ridotta. Descrive innanzitutto una Roma che non c’è più, se non nella memoria e nel mito. La Roma ottocentesca, becera, ruffiana, ma anche fascinosa, carnale per scelta e spirituale per necessità, sempre vera e diretta, tra carezza e coltello, urla e risa più corpose, con la sola trasgressione della dolcezza, dell’amore. Roma eternamente vittima di un potere cupo e immobile e di un sacro mai innocente e candido. Quella Roma è, nel libro, uno dei protagonisti. Forse la testa che cade è la sua. Con un rumore sordo, quello a cui fa seguito un istante di sterminato silenzio. Il momento in cui ognuno, anche il più ignaro dei popolani, si rende conto che qualcosa di grande è accaduto: il tempo ha cambiato pagina e capitolo. La testa di un’epoca che sembrava senza fine è crollata al suolo. E niente sarà più come prima.

L’accostamento tra un destino individuale, quello del boia, e la sorte di un’intera città, o meglio di un intero mondo, è uno dei cardini del romanzo. Mastro Titta era un punto di riferimento per il popolo tutto, per gli equilibri fatti di favori, delazioni e ruffiane gerarchie. Era il quieto vivere, paradossale elemento rassicurante con una mannaia stretta tra le dita. Crolla il boia, vittima del suo passato, di un amore, di un inganno, e, simultaneamente, la lama del tempo si abbatte su un’epoca, su un microcosmo alieno ai cambiamenti, lento, pachidermico. La passione scalfisce il solidissimo boia e un’inattesa svolta muta gli orizzonti della Storia. Lo Stato della Chiesa è costretto a guardare se stesso nello specchio e a vedere per la prima volta le sue profondissime rughe. Proprio come Mastro Titta che, alla sua veneranda età, è obbligato a fermarsi e a riflettere sul suo passato, sulle ombre, sugli scheletri in un armadio che avrebbe dovuto essere vuoto e immacolato.

Con questi presupposti, su questo intreccio nell’intreccio, trama ulteriore che estende lo sguardo e avvince, Verde può gettare sul tavolo una ad una tutte le carte, i colpi di scena, e ognuno risulterà ben inserito nel meccanismo: l’assassinio di un gendarme, cadaveri senza testa (immagine dominante, metafora a trecentosessanta gradi), le sette sataniche, la segreteria vaticana, i giudici muti, sporchi e senza cuore, e, davvero non ultima, la donna fatale, nel senso stretto del termine, una femmina che cattura le immagini e i sensi, le passioni e le pulsioni, le grandezze e le miserie di un boia che diventa vittima pur restando carnefice.

Il boia della Roma santa e prostituta è vittima di una prostituta in combutta con la Santa Sede. Assieme a lui si tormenta e muore un uomo che per anni ha dato la morte ma che ha subito come ogni altro il fascino della passione, anche quella più torbida e carnale. Muore con lui una città ingenua e spietata, becera e sublime. Tutto il resto sarà modernità, rapida, non di rado dozzinale. Il boia che si ferma nell’atto di uccidere e riflette sul suo passato, ricorda quasi Cronos, il tempo che prova nostalgia, imperfetto, sporco di sangue e di sperma, ma ancora acceso di passione. L’alternarsi dello sguardo in questo romanzo ricalca procedimenti cinematografici: dalla visione d’insieme al piano americano, dalla carrellata al dettaglio. Si riesce a cogliere il legame stretto tra i destini individuali e i mondi che li ospitano, abbracciandoli o soffocandoli. Si entra nei meandri di una psicologia fatta di passione e crudeltà, carezza e ferita che lacera e mutila. La testa mozzata è il nucleo vivo e pulsante che separa e unisce il bene e il male, il passato e il presente, il becero e il sublime. E il boia siamo noi, in fondo: il passato che avremmo voluto mettere a tacere e che ci invece che ci blocca la mano a mezz’aria, obbligandoci a pensare, a riflettere su un mistero che è fatto della nostra stessa carne e della nostra stessa mente.

Ivano Mugnaini

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Malanotte

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Malanotte | Marilina Giaquinta

racconti,
Coazinzola Press, 2017

di Ivano Mugnaini

La raccolta si apre con “Questa notte non vuole morire” e si conclude con: “Se guardo le cose non so dirle, non ricordo cosa sono, non so chiamarle, non capisco perché stanno lì. Non ricordo chi ce le ha messe. Non ricordo perché ne ho bisogno. Però sento. Sento ancora. Sento. Il nome di quella signora che si guarda allo specchio e mi sorride triste”. Si chiude il libro (restando quanto mai aperto) con una sorpresa che diventa certezza: essere ancora capaci di sentire. Ed è l’ossimoro essenziale, il conflitto mai spento tra le ultimissime parole, quella coppia improbabile che si azzuffa e si abbraccia, quel “sorride triste” che racchiude in sé il percorso e la meta.

Un panoramica sul libro “Malanotte” di Marilina Giaquinta si trova nel sito ZEST, a questo link http://www.zestletteraturasostenibile.com/malanotte-marilina-giaquinta/ 

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Il tuo nemico – una recensione

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“Se amate il minimalismo non leggete questo libro. Se amate narrazioni comode, rilassanti neppure. Questo libro si rivolge a coloro che sono pronti a mettersi in gioco e chiamarsi in causa.

Il succo del romanzo, o meglio il nodo, è correlato all’incontro-scontro tra democrazia e cibernetica, tra la società “reale” e i territori ancora in gran parte inesplorati del virtuale.

 Gregorio, il protagonista del romanzo, è uno dei tanti diversi di cui dovrebbe essere fatto un mondo di uguali. La sua diversità sta nel fatto di non accettare “the way of the world”, il mondo e la strada che ha preso e in cui, con corridoi di cemento e di asfalto in apparenza lisci e comodi, vuole portarci. Una delle domande che si pone e che ci pone questo libro è chi ci ha condotto su questa strada, come e perché.”

Ripropongo qui nel mio sito alcuni stralci della mia recensione a questo romanzo di cui vi consiglio la lettura.

La recensione è stata pubblicata originariamente a questo link: http://www.zestletteraturasostenibile.com/il-tuo-nemico-michele-vaccari/ dove è possibile leggerla in versione integrale. IM

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Il tuo nemico

Michele Vaccari
Editore: Frassinelli
Anno edizione: 2017
Pagine: 290 p. , Rilegato
  • EAN: 9788893420204

Un romanzo di mari, amori e misteri.

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Una mia lettura del romanzo originale, lussureggiante e “debordante” di Guido Mina di Sospiro recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie.

La recensione è uscita originariamente sul sito di Anita Likmeta, con cui collaboro per la sezione Letteratura e cultura, a questo link  https://anita.tv/2017/05/04/il-poliedrico-e-multiforme-teatro-della-vita-un-romanzo-di-mari-amori-e-misteri/ .

Buona lettura e buone avventure a tutti i naviganti. IM

 

 

 

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Mina di Sospiro gioca con le parole, con il loro mistero, con il senso e l’assenza di senso, con la vita, fatta di codici astratti e di carne palpabile e danzante, folle e assetata, a volte perfino saggiamente folle. È attratto da tutto ciò che porta e indossa la vita, sopra e sottovento, sopra e sotto i vestiti, i gesti, i sorrisi ammiccanti, l’invito a esplorare i confini e a fare un passo oltre. La vita lo incuriosisce, lo attira, gli pone di fronte uno spettacolo variegato fatto di contrasti e chiaroscuri, il sublime e il becero, il pensiero e il salto ad occhi chiusi in un vortice o in un baratro.

 

E allora lo scrittore la osserva, la corteggia, la fa bere e la fa parlare. Ha la conferma di quanto lieve e complessa sia, la vita, e che il suo significato è una sciarada con troppe soluzioni, o forse con nessuna, o entrambe le cose assieme. Non ha bisogno del re scozzese shakespeariano per confermare e confermarci quanto la vita sia “a tale told by an idiot”. Lo sa, ne ha preso atto da tempo, ma non si è fermato, non ha rinunciato a mettere le vele al vento. Anzi, si è ripetuto, come Hölderlin, che “l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ma non è sceso neppure a questo porto. Con la forza dell’istinto e di un possente vitalismo ha compreso che mischiando le due componenti in giuste dosi l’uomo può essere meno misero quando pensa e meno asceticamente incorporeo quando sogna. Basta rendere vivo il sogno, aggiungendo una porzione di follia, di avventura, di sudore, di adrenalina, di paura e attrazione: tramite un viaggio, un’esplorazione, una sfida, quindi, ancora, un gioco.

 

Sempre sapendo, con un sorriso, che non c’è niente di più intrigante e divertente del gioco, e, al tempo stesso, non c’è niente di più serio. E che il gioco non è mai gratuito, impone attenzione, coinvolgimento assoluto, per capirne le regole sancite e soprattutto quelle nascoste, le più importanti. Alla fine, bisogna essere anche disposti a perdere, a capire che non c’è niente da capire, come cantavamo negli Anni Settanta, oppure che tutto ciò che si deve comprendere è che non tutto può essere compreso, è questo è il più secco e il più dolce dei colpi di vento. La narrazione di Mina di Sospiro vive di accostamenti e contrasti. Unisce oggetti, azioni e idee come un artista materico, e non si lascia abbattere se non combaciano gli angoli, anzi, ne esulta. Sconfina con gusto, deborda e ci trascina con forza gioiosa ed esuberante a bordo di una fantasia onnivora, poliedrica, multiforme, un teatro nel teatro della vita. Il susseguirsi delle scene, delle azioni, degli spunti e degli stimoli è rapido, incalzante. L’autore mette in pratica ciò che ha scritto in suo fortunato libro sul ping pong e sulla metafisica che ne è alla base; o, meglio, applica alla scrittura anche di questa polimorfa creatura letteraria l’istinto e la ragione del gioco da lui preferito: la necessità di correre e pensare allo stesso tempo. Fino a far coincidere le due istanze, senza distinguerle, senza separarle dalla naturalezza del respiro. Perché quell’istante di riflessione fuori tempo e fuori luogo farebbe cadere a terra la pallina e con essa la magia folle della passione che tutto assorbe, dell’affabulazione che rende tutto credibile, irreale nella realtà a cui scegliamo di dare corpo.

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Racconto di pirati, a tratti di moderna cappa e spada, tra malviventi e personaggi ambigui, bizzarri e disperati, ma senza resa né tregua, il romanzo è mille cose insieme, mille generi, toni, rimandi e allusioni, senza compiacimento, senza ammiccamenti. Quindi, è soprattutto anzi unicamente se stesso, un pezzo unico, originale. Non da collocare in qualche museo o catalogo ma da porre costantemente in un flusso, sia esso quello della lettura che della fantasia. Romanzo on the road, sulla strada del mare, ha bisogno di moto costante, non può sostare. Racchiude posti e volti inventati e al contempo è un documento ricco di riferimenti a luoghi esistenti, il Jackson Memorial, Palm Beach, la Florida, le Antille, i Caraibi, Cuba e mille altri luoghi collocati a metà strada tra il mare e il mito. Tra le righe, ma anche dentro, nelle pieghe più sensibili, è il resoconto di un mondo che siede sulle sdraio a strisce multicolori in luoghi di lusso tra il sole e l’ombra densa di sotterfugi e intrighi, la zona morta, ma brulicante di umanità, tra legalità e crimine, disperazione, fantasia e il sogno costante di un altrove risolutivo, una mossa a sorpresa che cambia le carte e rovescia i tavoli. 

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Il destino, lo si sa, si nutre di logiche sbalestrate. Nella seconda parte del libro Mina di Sospiro lo fa condurre da una nave senza timone, ricca di assonanze e richiami fascinosi: “Durante questa unica e irripetibile settimana astrale, gli eventi di ogni giorno saranno influenzati e talvolta addirittura decretati dalle divinità pagane. Quali? Quelle della mitologia latina e sassone, le due culture che hanno colonizzato il nuovo mondo e che evidentemente presiedono alla pari sul mar dei Caraibi. Le stesse divinità, infine, che hanno ispirato il nome dei giorni della settimana, sia nelle lingue d’origine latina, fra le quali lo spagnolo, che in quelle d’origine sassone, fra le quali l’inglese”. Un escamotage accattivante, del tutto coerente con lo spirito e l’animo che orientano il romanzo: lo scambio costante di colpi d’approccio e di schiacciate fulminee e secche tra il caso e l’uomo, tra il rischio, la pena e il piacere di non sapere mai se saremo sopravvento o sottovento, con la sola certezza del mutare costante. Consapevoli solo che, per dirla con le parole di una delle epigrafi del libro: “Non ci sarà sortita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo dove non è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro”. (Jorge Luis Borges, Labirinto).

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Questo romanzo ci chiede una cosa difficile ed esaltante: lasciarsi andare alla corrente. Chiudere gli occhi e abbandonarsi alle onde, oppure spalancarli, ma lasciando spazio a ciò che non si vede immediatamente, a quel senso di mistero che è, la trama ce lo indicherà gradualmente, un oro che non si può afferrare con le dita, ma che non per questo è privo di peso, anzi, contiene in sé il peso del tempo e dello spazio di tutti i secoli e tutti i sogni che abbiamo fatto e che ancora saremo in grado di fare. La narrazione sui generis di Mina di Sospiro ha un potere straniante, ci porta in un luogo che non c’è ma che, improvvisamente, con un sorriso, riconosciamo come nostro: un posto dove siamo già stati, o, più esattamente, dove abbiamo immaginato di andare, e, quindi, dove siamo stati veramente. Il romanzo ci fa lo stesso effetto che Christopher Foley, uno dei personaggi del libro, esercita su Ruth, una delle partecipanti alla spedizione: “Era venuta a sapere di lui indirettamente, investigando la storia del Belize e della  barriera corallina che Chris aveva aiutato certi oceanografi a esplorare. Da quanto aveva sentito e in seguito letto su di lui, l’aveva colpita come un essere umano tanto illogico che, prima ancora d’averlo conosciuto, ne era già stranamente attratta. ≪Un tuffo nell’irrazionale≫  pensò mentre si convinceva della bontà della propria decisione, ≪ecco cosa fa per me. Ci sarà da divertirsi≫”.

 

Un’intervista pigra su scrittura, editoria, vita, gioventù e altre quisquilie

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Questa è un’intervista pigra.
Con il gusto dell’applicazione del principio del minimo sforzo.
Un po’ perché avendo avuto il piacere di conoscerti, come autrice, come lettrice e critico, ma soprattutto come persona, so che mi posso fidare; un po’ per tentare un dialogo, letterario ma non solo, in cui ci sia lo spazio per dire ciò che veramente ti sta a cuore, ciò che ti contraddistingue come autrice e come donna, ciò con cui ti senti in sintonia e anche, e forse soprattutto, ciò che invece trovi estraneo, e che, facendo riferimento al nome di un blog a cui collabori, ti rende irrequieta.
Ma l’irrequietezza è ambivalente, quindi fertile.
Non è solo disagio è anche spinta a fare, a compiere gesti, fatti di azioni e di parole, per provare, a dispetto di tutto, a cambiare le cose. IM

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Con la sorridente e ironica sincerità che ti contraddistinguono, dimmi se il tuo legame profondo con la lettura e la scrittura ti fa mai sentire un pesce fuor d’acqua con le persone che ti sono accanto, negli studi e nella vita.

Da bambina e nei primi anni dell’adolescenza, in effetti mi sono sentita un po’ una “eccezione” alla regola: se escludiamo i banchi di scuola, avevo poche persone con cui condividere questo duplice legame e non sempre – per vergogna o per divergenze di idee – ne parlavo quanto avrei voluto o potuto.

Le persone a me più care, comunque, hanno sempre capito il mio rapporto con scrittura e lettura e, quando non lo hanno apertamente incoraggiato, lo hanno comunque rispettato sempre. Negli anni, poi, io stessa ho deciso di circondarmi di persone a me affini in questo senso, di frequentare ambienti adatti al mio modo di essere e di non considerarmi un pesce fuor d’acqua, bensì un pesce che – come tutti gli altri – aveva una sua peculiarità a renderlo unico e interessante.

Il risultato è che, adesso, io sono un tutt’uno inscindibile con le mie passioni e chi mi sta accanto mi è diventato in questo un prezioso alleato.

La parola “intellettuale” ti fa ridere, ti spaventa o ti lascia indifferente?

Come vedi l’interazione di una persona che opera nell’ambito della cultura con il mondo esterno?

Percepisci fatali e immutabili distanze o credi ci possano essere punti di contatto?

Parlare di “intellettuali” mi fa un po’ paura, perché in effetti si tratta di una parola che tende a costruire dei muri fra gli interlocutori. Chi si definisce così, da un lato, sembra quasi volersi porre in una posizione di superiorità mentale e culturale rispetto agli altri, e chi si confronta con i sedicenti intellettuali ne è chiaramente intimorito, se non infastidito, perché non vorrebbe riconoscere a priori una supremazia che non sempre è fondata e che a livello umano, in ogni caso, non dovrebbe mai sussistere fra gli individui.

Chi opera nell’ambito della cultura, più umilmente, dovrebbe forse definire sé stesso come un conoscitore del proprio settore: sembra una differenza da niente, eppure indispone molto meno e fa subito capire che la propria conoscenza nel campo del sapere non presuppone l’onniscienza esistenziale che, invece, molti si auto-attribuiscono.

Le distanze, quindi, in realtà sono spesso la conseguenza del modo di porsi che hanno i singoli. Basterebbe porre la questione in un’ottica di entusiasmo e di piacere della condivisione per creare innumerevoli punti di contatto, cosa che peraltro dovrebbe essere il fine principale di chi opera per la reale diffusione della cultura.

Cosa dovrebbe fare il mondo della letteratura e più in generale della cultura per integrarsi con la società?

Ecco, veniamo al pratico.

Si potrebbero gestire in altro modo le presentazioni dei libri, per esempio, coinvolgendo il pubblico non come se si stesse parlando dall’alto di un pulpito e, piuttosto, come se si volesse renderli partecipi di un qualche importante segreto sotteso all’opera.

Si potrebbero organizzare, anziché dei firma-copie, delle interviste aperte fra autori e lettori, quasi delle “conferenze stampa” in cui la stampa sia rappresentata da chi è interessato all’opinione di chi scrive.

Si potrebbe unire l’esperienza della lettura a quella delle gite scolastiche, suggerendo ad esempio la scoperta di un qualche libro sul luogo che si visiterà prima e dopo la partenza. Si potrebbero trasmettere anche attraverso i mass-media (da leggersi: portali online delle più importanti testate, pubblicità e programmi tv con alto sharing) rassicurazioni circa il fatto che leggere non significa tagliare fuori il mondo o rimanerne isolati, e che invece proprio la letteratura aiuta a darne delle interpretazioni nuove, a scoprirlo diverso, a integrarsi meglio al suo interno.

Se si cominciasse da questo, considerando anche dal punto di vista del “mero” marketing la lettura come una moda immortale, il connubio cultura-società sarebbe praticamente indissolubile.

Come giudichi questi nostri tempi? E come fai convivere la parte di te che si deve adattare alle regole (spesso misere e bieche) del vivere quotidiano con la parte che sogna, che immagina mondi possibili e distanti?

Sarò forse una delle poche a sostenerlo, ma trovo molto affascinanti questi nostri tempi. La tecnologia (e non solo informatica) ci permette di creare delle relazioni che fino a un secolo fa erano inesistenti: amicizie e amori a distanza, scambi interculturali, notizie o aerei che fanno il giro del globo. E non solo, chiaramente.

Certo, ci sono ancora delle brutture allucinanti, delle ingiustizie tremende, un divario inaccettabile fra quello che secondo me – senza mezzi termini – è il primo e l’ultimo mondo, stermini atroci e immotivati, mafie in senso lato che in maniera inconsapevole assecondiamo anche noi con le nostre abitudini; ho però l’impressione che, in misura più o meno percepibile e più o meno definita, tutto questo sia sempre esistito, con la differenza che le possibilità di riscattarsi e di andare al di là (di frontiere, mentalità, povertà, sfruttamenti, orrori e quant’altro) sono adesso elevatissime.

Abbiamo a disposizione degli strumenti extra-ordinari di conoscenza e interpretazione del mondo e dei nostri simili, nonché di noi stessi. Abbiamo secoli di arte e di musica alle spalle, decenni di progressi e di miglioramenti di fronte a noi e, nel presente, abbiamo comunque la possibilità di accedere a parecchi diritti inalienabili senza bisogno di combattere a costo della vita per ottenerli, e di fare lo stesso per chi ancora non ha questa possibilità.

Sono dei tempi promettenti, dei tempi incerti eppure intensi, vibranti e profondi. Molto più di quanto vorrebbero farci credere. Di conseguenza, di solito non sogno altre realtà in cui abitare: faccio di tutto perché sia questa la realtà giusta per me, quella in cui le regole diventano il meno bieche possibile, quella in cui certe ferite si sanano, quella in cui si agisce per andare insieme verso il meglio. Non mi sento in lotta con gli anni 2010, piuttosto mi sento in lotta con chi li demonizza e con chi fa di tutto per evitarci di progredire come umanità e come individui.

Domanda da un milione di dollari, euro, o anche pesos: quale ritieni sia il volto reale della gioventù di oggi? In che misura si discosta dagli stereotipi?

Una domanda effettivamente importante!

Di sicuro è un volto molto diverso da quello di certi stereotipi, ma è anche vero che mi sento di parlare strettamente per la mia generazione. Ho notato, infatti, che già a partire da qualche anno successivo a quello in cui sono nata io è cambiato molto: gli anni Novanta e Duemila sono stati protagonisti di uno sviluppo tecnologico vertiginoso, da un anno all’altro la Play Station 2 era già superata, i Gameboy venivano sostituiti dai Nintendo, i Commodore da Windows. E anche l’approccio dei genitori e il ruolo che hanno avuto questi dispositivi nella crescita è cambiato, così come hanno influito internet e i social network.

La mia generazione, in linea di massima, è entrata in contatto con questi strumenti a un’età in cui lo spirito critico era già sviluppato. Abbiamo saputo utilizzarli per informarci e non solo per svagarci, per capire di più del mondo intorno e non solo per fare gossip o fingerci grandi, per prevenire certi eccessi di “sbandamento dai binari” anziché considerarli affascinanti tout court, motivo per cui mi sento di dire che la gioventù della quale faccio parte è estremamente consapevole di sé, inaspettatamente matura, sorprendentemente in lotta per i propri sogni e ideali.

Siamo abituati ad essere dipinti come dei depressi, dei potenziali falliti, degli sfortunati sociali, mentre secondo me siamo i più curiosi, i più attenti, i più ambiziosi e i più capaci di costruirci passo dopo passo il futuro che vogliamo con le nostre mani.

Se anche avessi vinto un milione di dollari con questa risposta, è alla gioventù di oggi che li darei. In segno di approvazione e di fiducia.

Quali sono i libri che ami leggere e quelli che invece non leggeresti mai? Qualche titolo, o esempio, è gradito.

La mia unica distinzione vede i libri originali contrapposti a quelli non originali.

Non hanno importanza la lunghezza, il genere, l’argomento, l’anno di pubblicazione, il nome di chi lo ha pubblicato. Mi basta che non si tratti di un tentativo di prendere in giro, di confezionare con delle belle parole una storia che non ha niente da insegnare o da suggerire, né sul piano dello stile né a livello di contenuti e di riflessioni.

Sono piuttosto scettica anche nei confronti dei libri che fanno dello sfondo storico il vero protagonista delle vicende, approfittandone per non creare in realtà niente di innovativo capitolo dopo capitolo: con le dovute eccezioni e con un grande rispetto da scrittrice per chi si cimenta con la narrazione ambientata in altre epoche, di solito preferisco chi dalla Storia prende solo spunto, per poi sviluppare vicende, pensieri o risvolti imprevisti e creativi.

A tuo avviso quali meccanismi regolano le scelte editoriali?

Un meccanismo su tutti, per quanto mi riguarda: il marketing.

Non sempre ha importanza premiare il talento, basta premiare quello che vende facilmente, che attira la fetta più larga di lettori (specialmente di livello culturale medio), che asseconda le aspettative.

Anziché andare alla ricerca dell’estro, dello spessore e dell’interessante, quindi, si va alla ricerca del sensazionalismo smerciabile. Questa medaglia ha una faccia positiva, nel momento in cui il marketing incontra effettivamente il talento o nel momento in cui il talento riesce a trasformarsi in marketing, il che non avviene poi così di rado.

Il fatto è che non sempre chi ha talento sa come allinearsi ai criteri di pubblicazione e, ancora peggio, come entrare anche solo in contatto con certe case editrici. Ad accogliere manoscritti inediti sono pochi grandi editori e quasi nessuno, ormai, punta su volti assolutamente sconosciuti. D’altronde, da sconosciuti è impossibile diventare conosciuti se non si ha un briciolo di marketing dalla propria parte, così chi riesce a farcela da sé si crea intanto una cerchia di lettori via internet o attraverso piccole realtà alternative (regionali, ad esempio, o legate a concorsi letterari più o meno noti) nella speranza di essere notati presto o tardi, e chi non ne è capace rischia di non trovare mai posto sugli scaffali.

Una realtà che mette i brividi e che dovrebbe fare indignare, ma alla quale molti non saprebbero nemmeno come opporsi. Proporre dei modelli di comportamento alternativi è complicato da concepire e da fare accettare, ergo la scelta più facile – e non quella più giusta, però – rimane il solito laissez faire in cui gli italiani sono dei veri maestri.

Se per avere successo editoriale ti chiedessero di scrivere qualcosa che va in direzione opposta al tuo modo di scrivere e di pensare, cosa risponderesti? (Sono ammesse risposte senza limitazioni o censure).

Risponderei categoricamente di no.

Mi è successo di ricevere proposte editoriali che svilivano in maniera assoluta il ruolo dell’autore – percentuali di guadagno minime, assenza di distribuzione cartacea degna di questo nome, impossibilità di presentare il libro nelle grandi catene di librerie nazionali, editing inesistente – e di rifiutarle.

Mi è anche successo di sentirmi dire: “è meglio scartare quest’opera qui, farebbe meno successo di quest’altra”. E, nonostante questo, l’opera da scartare fa ancora parte dei miei progetti nel cassetto. Non sono mancate nemmeno le richieste di storie o di conclusioni contrarie in toto al mio modo di scrivere e di pensare, e anche in quell’occasione mi sono opposta.

Il successo mi interessa solo se serve ad essere letta dalle persone a cui può interessare quello che ho da dire. Non se serve a dire a persone di cui non mi interessa quello che vogliono ascoltare, a prescindere dal fatto che io ne sia realmente convinta o meno. Di conseguenza, scendere a patti se non credo in qualcosa non fa proprio parte delle mie alternative.

Le ispirazioni per i tuoi racconti da cosa nascono? Prendi appunti immediatamente o come Wordsworth preferisci le “emotions recollected in tranquillity”?

Alterno le due tendenze in base alle circostanze.

Ci sono racconti che nascono d’istinto in un attimo, che prendono forma da una sola frase, immagine, canzone, riflessione; per loro basta scribacchiare un paio di frase nell’immediato perché lo sviluppo venga poi d sé.

Ci sono storie, invece, che hanno bisogno di tempi di maturazione ben più lunghi: magari devo studiarmele bene in mente, lasciare che sedimentino in sordina, aspettare prima di provare a tastarle fino in fondo, e in quel caso l’approccio di Wordsworth mi risulta molto più congeniale.

Di norma, comunque, mi piace seguire un principio di Baudelaire a cui cerco di ispirarmi il più possibile: bisognerebbe scrivere da ubriachi (in alte parole, prendendo appunti immediatamente) e correggere da sobri (con tutte le “recollections in tranquillity” necessarie).

Quale domanda faresti a te stessa per prima in un’autointervista?

E quale sarebbe l’ultima?

La primissima domanda che mi porrei in un’autointervista sarebbe forse questa: “Ritieni di essere una persona coerente? Fai quello che scrivi, pensi quello che dici, parli di quello che davvero ti anima?”. Perché è sempre un bene accertarsene e costruire il resto su delle basi solide, si sa mai.

L’ultima che mi farei, probabilmente, sarebbe: “C’è qualcosa a cui avresti voluto rispondere e che non ti è stato chiesto?”. Perché mi capita spesso che vada così, anche se posso dire che quest’intervista è decisamente una di quelle splendide eccezioni che confermano la regola.

Pubblico qui di seguito un tuo racconto.

Se vuoi commentalo, dicendo quello che è scritto nelle righe e tra le righe.

Cecità è una storia di cui non si può dire molto, prima che venga letta, perché il rischio è di rivelare dettagli che è giusto cogliere man mano che si va avanti da sé nella scoperta.

Quel che si può raccontare è che nessun nome o cognome è casuale, che l’ho scritta per proporre una maggiore gratitudine nei confronti di quello che abbiamo e per ricordare che non sempre quello che desideriamo si realizza nella maniera che avevamo previsto, senza che per questo debba essere percepito come un fallimento.

Cecità è la storia di come dovremmo e non dovremmo essere, attraverso una metafora che mi è molto cara e che nel mondo occidentale non è molto comune. È la storia del fanciullino che ci portiamo dentro e che non dovremmo mai abbandonare, nemmeno quando scopriamo l’epilogo che lo aspetta nelle ultime righe.

Ti ringrazio per la tua collaborazione.

A presto per nuove letture e nuove scritture. IM

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                                                                   Cecità

Era una soleggiata mattina di dicembre e Irene era ancora profondamente addormentata quando venne riscossa dalla sorella Andreina.

In piedi, dormigliona!

Irene aprì gli occhi. Attorno a lei era ancora tutto buio, come ogni volta. — Che ore sono? chiese.

Le otto e un quarto. E tu sei tutta spettinata.

Irene mormorò qualcosa, poi fece per riaddormentarsi. Si intromise Caterina:

Non hai sentito Andreina? Alzati, Irene! — Che giorno è oggi? — doman lei.

Il Giorno delle Pulizie.

Questo bastò per far alzare Irene e per farla sistemare a dovere. Mise il solito abitino ormai scolorito, verde e viola come quello di Sofia e Caterina, mentre la mamma, Andreina e Debora vestivano di grigio e arancione. La pettinatura, invece, era la stessa per tutte: i lunghi e sinuosi capelli che lintera famiglia aveva ereditato dalla nonna venivano lasciati sciolti sulle spalle, ad incorniciare il viso e a nascondere le orecchie.

Ad Irene quella pettinatura iniziava a stancare. Avrebbe voluto legare la propria chioma in uno chignon, tentare una treccia o una coda di cavallo, ma la mamma era perentoria. Non si può cambiare da un giorno allaltro, aveva detto, le tradizioni vanno rispettate, Irene: cerca di ricordarlo.

Irene, per la verità, pensava di condurre unesistenza fin troppo sui binari. La sua famiglia era ucraina da intere generazioni mamma diceva sette, la nonna (buonanima) sosteneva fossero nove, sebbene le sue antenate fossero arrivate in pessime condizioni da una meta turistica della Russia e fossero state poi rimesse in sesto lì a Kurachove, dove qualcuno aveva provveduto a dare lustro al loro nome e a rispolverarne lantica nobiltà e durante nessuna delle suddette generazioni si era pensato di mutare anche solo minimamente qualcuna delle tradizioni.

Irene andava fiera delle proprie origini ed era consapevole del fatto che pochi nel quartiere contassero quanto la propria famiglia, eppure, di tanto in tanto, provava uninspiegabile nostalgia.

Essere la più piccola fra le sorelle non la infastidiva, dal momento che era stata abituata alla condivisione: non si sarebbe mai lamentata, se la mamma avesse fatto più carezze a Sofia che a lei, o sefosse stata pettinata dopo Debora. Aveva ormai nove anni ed aveva imparato ad adattarsi aqualsiasi circostanza, consapevole del fatto che, in un modo o nellaltro, laffetto sarebbe stato ripartito equamente fra tutti i propri consanguinei.

Cerano stati giorni settimane, talvolta in cui nessuno le aveva rivolto la parola ed un solenne silenzio aveva avvolto i visi ancora giovani della famiglia Stanislavskij. Cerano stati mesi anni, talvolta in cui Irene non aveva ricevuto regali, non aveva cantato o recitato le poesie che le aveva insegnate la nonna, buonanima. Vi erano stati perfino lunghi periodi della sua esistenza simili a buchi neri: pause sonore, interruzioni di ogni funzione vitale ad eccezione delle uniche necessarie.

Nonostante questo, Irene non soffriva di solitudine, né era gelosa di chi sarebbe potuto sembrare può fortunato, più allegro o più libero di lei. Solo, di tanto in tanto, Irene provava una indefinibile nostalgia, poiché aveva mai visto il mondo, per lo meno non con i propri occhi.

Da Caterina aveva imparato il rumore del vento fra le foglie, dello scrosciare dei fiumi in piena, del sibilo dei serpenti nel deserto, dei boati dei vulcani in eruzione. Grazie ad Andreina conosceva laurora boreale, il Grand Canyon, le spiagge spagnole, i cieli stellati del Canada e il colore degli arbusti nella Savana. Da Sofia aveva appreso leuforia del viaggiare su un treno, lebbrezza di un salto nel vuoto, la paura di affidarsi ad un paracadute e la gioia di correre a piedi nudi sulla neve. Debora le aveva raccontato di interi sciami di api, prelibatezze orientali, banchi di scuola e soffitte impolverate. Aveva perfino sentito parlare la mamma di album di fotografie, sparatorie, ballerini, fiori, scarpe col tacco e teatri affollati.

Profumi, consistenze, sapori e colori: su tutto Irene si era informata. Chiudeva gli occhi ed immaginava apparire di fronte a sé tavole imbandite, pesci in mezzo al mare, prati di girasoli o notti di luna piena. Quando li riapriva, però, si ritrovava nel posto di sempre, al buio, in un angolo ritagliato su misura nella pancia di Andreina.

Essere una matriosca, in effetti, non era semplice.

Bisognava adattarsi alle esigenze delle persone cui si era stati affidati, senza replicare né farsi aspettare. Bisognava esercitarsi a schiudersi al primo tocco, a roteare su se stesse, eventualmente ad attendere anni, secondi o settimane nellimmobilità. Non si poteva mai sapere.

La bisnonna di Irene conosceva parecchi trucchi del mestiere: sapeva come intuire lumore di chi ci tocca, come sorridere senza apparire volgare, come mantenere la stessa espressione per interi minuti, come non far scivolare il mascara sulle guance, come non sudare e come riconoscere addirittura i rumori che precedono allo smembramento della famiglia. Ogni segreto era stato tramandato con attenzione quasi religiosa da sorella in sorella, da mamma in figlia e da zia a nipote, senza distinzioni. Ciascuna doveva dareil meglio di sé enessuna doveva apparire impreparata, incerta o spaventata.

Essere una matriosca consisteva in una vera e propria arte, anzi, per un tipetto curioso come Irene, essa si presentava come una missione di fondamentale importanza: era necessario esserne allaltezza, rispettare le tradizioni e non deludere gli sforzi di un intero albero genealogico.

Tenendo presenti tali precetti, Irene si era adattata con serenità al buio della propria breve vita: non aveva mai visto la luce del sole ed era forse troppo piccola perché un ragazzino desiderasse rigirarsela fra le mani e coccolarla, sebbene fosse già una signorina aggraziata e composta. Tuttavia, aveva imparato a non soffrirne e trascorreva le proprie giornate come fossero state ciascuna una lunga sequenza di fremiti, gridolini, aspirazioni deluse e ripetitive buonanotte avvolte in uno spesso ed impenetrabile mantello nero, che attutiva ogni suono e vietava di conoscere qualsiasi squarcio di mondo percepibile attraverso i sensi.

Il febbrile interesse nei confronti delluniverso sconosciuto che la circondava, nel frattempo, cresceva in Irene di anno in anno, senza che la propria bramosia venisse soddisfatta.

Ad onor del vero, quando la piccola aveva ancora tre anni e mezzo, le era capitato di essere trascinata via dalla pancia di Andreina per essere ripulita e spolverata da capo a piedi, ma il tutto era accaduto nella discrezione di un camerino senza finestre, mentre Irene, mezza stordita ed addormentata, tentava a denti stretti e ad occhi chiusi di non divincolarsi e di non tremare.

Tante volte si era poi pentita del proprio atteggiamento infantile, pur consolandosi al pensiero che la propria età le avrebbe comunque impedito di fissare nella memoria qualsiasi percezione sensoriale degna di nota.

Già da anni, quindi, Irene chiedeva di essere svegliata soprattutto quando arrivava il semestrale Giorno delle Pulizie, nella speranza di riscattarsi e di realizzare finalmente la propria aspirazione.

Per loccasione, la mamma faceva sempre il conto alla rovescia, Sofia la aiutava e Debora lo riferiva a Caterina, ad Andreina e a lei. Era un rito del quale la famiglia non sapeva più fare a meno: come Irene, infatti, anche le altre desideravano respirare aria pulita ed essere destate, sebbene temporaneamente, dal loro immobile torpore color pece.

Allo scoccare di quel Giorno delle Pulizie dicembrino, dunque, Irene si alzò in fretta e si pettinò con più cura del solito: rincarò la matita sugli occhi, luci le scarpette con la saliva e stirò con le manine le pieghe del vestitino verde e viola che le era dato di indossare.

Qualcosa le diceva che il gran giorno era arrivato: Andreina non veniva spolverata da tre settimane, Debora non era stata lavata per due ela mamma raccontava della svogliatezza del momento in cui lei e Sofia erano state sciacquate.

I possessori della famiglia Stanislavskij non avrebbero continuato così a lungo: presto il senso di colpa li avrebbe spinti a pulire ciascuna matriosca con più cura pur di farsi perdonare.

E, in effetti, quella fu davvero la volta buona. Irene lo ca fin da subito.

La mamma stette via per interi minuti e Sofia era abbagliata dalla luce della cucina quando ritornò. Irene poteva sentirne solo le voci, ma anche Caterina e Debora parlarono di grandi carezze, di giravolte e capriole sotto il rubinetto, di stracci grandi, grossi e ruvidi come non mai.

Fu il turno di Andreina. Irene non stava più nella pelle. Sentiva il sangue pulsarle nei polsi, ladrenalina attraversarle le gambe, la fronte, le orecchie. Avvam senza saperlo, poi impallidì, poi quasi non si resse sulle gambe.

Nel frattempo, il corpo di Andreina si spaccò in due con uno scatto leggero.

Irene chiuse gli occhi nel tentativo di gustarsi gradualmente quella concessione di estrema e fugace felicità.

Fra poco avrebbero preso in braccio anche lei, fra poco il buio sarebbe stato solo nebbia, illusione, passato.

Lunghe dita sinuose sollevarono Irene per la testa.

Laria le fischiava nelle orecchie e lei contò fino a tre prima di aprire gli occhi. Uno, due

Tre.

Silenzio. Buio. Tre.

Lacqua stava inzuppando labitino di Irene. Tre, dannazione, tre.

Niente da fare, il buio non spariva.

Irene pensò fosse uno scherzo, una beffa del destino, un disturbo agli occhi. Tre, tre, tre. Ti prego, tre!

Non ci furono scongiuri che potessero tenere.

Irene ebbe appena il tempo di toccarsi le palpebre per essere sicura di averle spalancate, mentre veniva strofinata sotto il getto dacqua del rubinetto.

Fu in quella che capì. Non erano stati i suoi occhi a non volersi aprire, non era stata la sua forza di volontà ad essere debole, non era stata lacqua ad impedirle di vedere.

Irene era cieca.

Il Giorno delle Pulizie finì presto.

La mamma, Sofia, Caterina, Debora e Andreina tornarono luna dentro laltra. Irene assieme a loro.

Un paio di giorni dopo arrivò il Natale e la famiglia Stanislavskij venne regalata a una coppia di mendicanti che aveva chiesto lelemosina suonando al campanello della casa presso cui le matriosche avevano alloggiato fin a quel momento.

Non ci furono altri Giorni delle Pulizie per molti anni, ma Irene non ne soffrì troppo.

Solo, prese a chiedersi quale fosse la consistenza dellacqua, perché durante lultimo lavaggio che le era stato riservato si era sforzata così intensamente di aprire gli occhi che aveva dimenticato di prestare attenzione a ciò che avrebbe potuto percepire con gli altri quattro sensi.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di “Cap Africa”, una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kiwanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online “Voci di Città” nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto “Je suis Charlie” e recensisce adesso narrativa per il blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”, oltre a gestire la pagina facebook “Eva Luna racconta” e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l’Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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Andare per salti

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Una mia nota di lettura sul libro Andare per salti di Annamaria Ferramosca.

La nota è già stata pubblicata in versione integrale, comprendente anche una selezione di testi scelti dalla stessa autrice, sul portale Viadellebelledonne, a questo link https://viadellebelledonne.wordpress.com/2017/05/05/andare-per-salti-di-annamaria-ferramosca/ .

L’invito, ai dedalonauti interessati è quello di sempre: incuriosirsi, leggere, cercare il libro e altre belle cose. Le stesse che auspico per tutti voi. IM

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Risultati immagini per annamaria ferramosca

Andare per salti presuppone la volontà e la necessità di staccarsi dal suolo, seppure per un breve tratto. Implica un volo, uno spazio ed un tempo in cui si perde il contatto con il terreno. Annamaria Ferramosca ha percepito nei versi di questo volume un moto interno, una dinamica del sentire, ma, coerentemente con quanto ha scritto nei suoi libri precedenti e soprattutto in piena concordanza con il suo modo di percepire e di vedere, ha corretto il tiro, lo ha ampliato e modulato. Andare per salti è composto da tre sezioni: la prima, eponima, ricalca il titolo del libro, la seconda prosegue con “Per tumulti” e l’ultima va ”Per spazi inaccessibili”. Si ha l’impressione di una progressiva volontà di recuperare il legame con la superficie terrestre, imperfetta, pietrosa ma imprescindibile. Il tumulto richiama l’effetto di un sommovimento tellurico. Un terremoto, sia del suolo che del cuore. Gli spazi inaccessibili sono quelli intricati di una giungla, una boscaglia, non certo quelli sgombri ed eterei del cielo. La Ferramosca, anche in questo libro, percorre con coerenza i cerchi e le curve del percorso letterario ed esistenziale che le è proprio. Cammina in punta di piedi ma con forza e tenacia sul filo esile e vitale sospeso tra il corporeo e l’incorporeo, il carnale e l’etereo, tra la paura e la necessità di sporcarsi le mani con la sabbia e con il fango, con il sudore e con il sangue, con la feroce attrazione dell’imperfezione.
In quest’ottica, partendo da questa prospettiva, anche il linguaggio va adattato, ristrutturato e rimodellato, reso strumento duttile e duplice, atto a tracciare sottili linee azzurre nell’etere ma anche all’occorrenza lettere rosse, dense di sangue, piene della goffa e umanissima sostanza del dolore. “Questa sera ruota la vena/ dell’universo e io esco, come vedi,/ dalla mia pietra per parlarti ancora/ della vita, di me e di te, della tua vita/ che osservo dai grandi notturni”. Sono questi i versi, tratti da Incontri e agguati di Milo De Angelis, scelti dall’autrice, con una cura e un’attenzione che non è difficile immaginare, come epigrafe, come stanza d’ingresso per questo suo libro. Esco dalla mia pietra, recita uno dei versi. Da una pietra si esce come, in quale modo, con quale forza e quale strumento? Annamaria Ferramosca in questo libro sembra dirci che dalla pietra si può uscire vivi, senza essere diventati pietra noi stessi, almeno non del tutto. Si esce, forse, se si è capaci di comprendere che non c’è una sola vita da raccontare. C’è anche la vita altrui da dire, da rendere verso, parola. Dalla pietra di una tomba che è già realtà all’atto del nascere ci si salva parlando agli altri della propria vita e della loro, simultaneamente, cercando di andare oltre il confine, superandolo con il tumulto di un cuore che si spezza e rischia di spegnersi da un attimo all’altro ma che, nonostante questo, non smette di camminare e sorridere, a dispetto di tutto, esplorando e rendendo propri gli spazi inaccessibili del significato, di un significato possibile, giusto o sbagliato ma umano, il luogo dove il senso diventa sentimento. “Schizzo via dalla giunglamercato/ obliquando rallento prendo fiato/ rispondo alla domanda muta/ del venditore ambulante/ – è da un po’ che mi fissa perplesso -/ sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzione/ come un bambino fare splash nelle pozzanghere/ se vuoi se hai tempo appena/ il tiglio smette di gocciolare/ ti racconto una stupida vita/ come stupisce come istupidisce”. In questi versi della lirica d’esordio del libro l’autrice, con i mezzi, gli utensili a lei più cari, tesse un filo che unisce passato e presente, la sua produzione precedente e questo suo libro attuale, lo specchio del momento. Un collage tra parole che vengono agglutinate, come in “giunglamercato”, conservando ciascuna un proprio senso che tuttavia diventa nuovo nell’attimo dell’accostarsi, nel gusto mai spento della voluttà del dire. Stesso discorso per i vocaboli creati ex novo, come con i pezzi di un Lego colorato e dalle infinite possibilità, come nel caso di “obliquando”. Ma il gioco della Ferramosca è sempre serissimo, nella forma e nella sostanza. Viene fatto di immaginare un taglio dolce ma severo perfino nel sorriso che le si apre sulla bocca quando fa “splash nelle pozzanghere”. È una delle caratteristiche che rendono riconoscibile la poetica dell’autrice: la serietà nel gioco e la giocosità nella serietà. La commedia della vita che racconta con i suoi versi alterna, potremmo dire “obliqua”, attimi di levità in cui tuttavia non smette di percepire che il mondo è storto, sbilenco, fuori asse, e istanti di ragionamento che non vuole mai rendere del tutto agri. L’ironia, in questo libro, ha sempre un fondo di amarezza per la deriva umana, osservata, percepita, descritta.
Questo libro è, in parte, una sorta di canto notturno della Ferramosca, scritto con la percezione di una ferita, con la minaccia di un buio incombente. Ma l’autrice anche qui, perfino nella penombra del corpo e dei pensieri, riesce a non dimenticare le voci altrui, e la sua “bambina delle meraviglie” che dorme, serena. Comprende, e ci fa comprendere, che la bambina è altra da sé, vive una vita propria, indipendente da lei. Ha il suo luminoso tempo dell’infanzia, Nicole, e avrà un futuro anche quando non potrà e non potremo più guardarla, proteggerla con lo sguardo e con i pensieri. La bambina è altra da sé ma è anche lei, Annamaria Ferramosca, in grado di conservare uno spiraglio di stupore, e la forza di un salto, illogico e salvifico, perfino al di sopra del “terribile che infuria”, del “solito sgomento” che rende illusoria la speranza.
Il trucco è semplice, tutto sommato: dimenticare, volutamente, ricordarsi di scordare lo “zaino zavorra”. Sapendo che dentro quello zaino c’è tutto ciò che conta e che in realtà quello che c’è conta poco o niente. Non contano le “de-finizioni”, ciò che pone termine alle potenzialità infinite dell’essere e dell’esprimere. Non conta ciò che minaccia e chiama a sé, nel mistero dell’oltre. Non contano perché la bambina è ancora splendidamente “irrubata” dal mondo, è un luogo del tempo in cui il tempo stesso non può arrivare, non può irrompere e non può infrangere. Questo è il fuoco del libro, l’essenza, il succo spremuto da giorni di ascolto e visione, di paura e di attesa. Ed ha un sapore lieve al palato, nonostante la speranza che si fa sempre più esile, che parla come una Sibilla chiusa in un’ampolla. “Nessuno è reale piove sempre/ nella pioggia sbavano i segni/ ma le pagine accidenti quelle sono/ insperate di bellezza/ disperante bellezza irraggiungibile”, scrive. In questo gioco oscillante di ossimori, quasi danza su un filo sospeso, c’è il richiamo mai spento, determinante, imprescindibile: quello di Nicole, la bambina, alunna e maestra, la sua luminosa infanzia, intatta e intangibile, e ci siamo che, pensandola, amandola, salviamo lei in noi e noi in lei.
Da qui, da questa fragile solidità acquisita con un moto d’affetto assoluto, può finire il salto e iniziare il tumulto. La seconda sezione del libro si apre con una danza, un movimento del corpo che si disegna nell’aria con il suo legame attraverso i passi, con la terra: “Tu non lo sai ma questa tua danzaturbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate”. Il turbine sconvolge, scompagina, descrive e genera forme nuove: il coraggio di affidare al corpo la libertà di creare ancora, nonostante tutto, ancora una volta. Il paradosso è sempre fertile, per sua natura, per la capacità di mettere a contatto materie diverse, entità e respiri. Ne deriva un amplesso, corporeo e astratto, etereo e sanguigno, in grado di rendere le parole ‘nturcinate’, intrecciate, avviluppate fino a smarrire il discrimine, l’io e il tu, il presente e un tempo indefinito, la coscienza e il sogno. Da qui, la scena d’amore, nasce, erompe, come “le onde-salento che lampeggiano” e “il soffio greco del timo sullo scoglio”, con la consapevolezza di avere già i piedi nella corrente. La solidità si è fatta fluida, scorre, e ad ogni istante muta. Non è tuttavia morte per acqua alla Eliot. Semmai qui, nell’ebbrezza del tumulto, è vita per acqua, eros esistenziale, dialogo intimo di braccia, occhi, dita, parole.
Fortificati, consci e smarriti quanto basta, possiamo intraprendere l’esplorazione dei luoghi inaccessibili, ultima tappa del viaggio. Ma il tragitto è sempre circolare, ci si muove sempre in circoli, cerchi, Circles, circonferenze e sfere: la tappa finale è anche la prima. Ci si rivolge ad un destinatario ben identificato e al contempo indefinito. Si parla, in questa sezione, ma in fondo in ciascuna pagina di questo libro, della fine personificata che incombe: “Procedi per allusioni/ per sotterfugi sottili ti sottrai/ e intanto lievita/ questa bella estate di frutti e led/ ora so di aver vissuto solo per stanarti/ un’intera vita a decrittare invano/ i cartelli che pianti sulle svolte/ le scritte pallide le frasi/ lasciate qua e là smozzicate/ (per discrezione o forse/ per una più veloce eutanasia) ma/ sai bene quanto intollerabile sia/ conoscere i dettagli del viaggio”.
Un consuntivo, una sorta di giornale di viaggio, un diario di bordo scritto per se stessa e per chi lo leggerà, dopo, in un tempo ancora da venire e definire. Lo è nello specifico la sezione conclusiva del libro ma anche l’intero libro, nella sua sfaccettata unitarietà. Annamaria Ferramosca in questo suo Andare per salti ha scritto un sobrio, addolorato e gioioso inno alla vita, insieme ad un ascolto dell’effimero che siamo. La forza di questo libro è nella capacità di scrivere di sé senza egotismo, senza pretendere di essere il Nord magnetico e la stella polare. L’autrice parla di sé rispondendo al silenzio di un venditore ambulante con il racconto della sua vita. Parla di sé smarrendosi in una danza o nell’ebbrezza di frasi fulminee scambiate sullo schermo di un computer. Parla di sé osservando la bellezza di una fanciulla che prosegue da sola il suo cammino portando però con sé frasi, discorsi, pensieri e sogni che ha raccolto da lei in modo spontaneo, immediato, naturale come il ciclo delle stagioni.
Al lettore, alla fine, viene spontaneo dire che l’attività del decrittare cartelli sulle svolte e frasi smozzicate non è stata inutile. Non è stato invano, il salto, il tumulto, la ricerca costante, ininterrotta. Il fascino, del libro, e della poesia in termini più ampi, è quello di sapere cantare il viaggio, le luci e le ombre, le danze e gli inciampi, senza conoscerne i dettagli. Dando voce e canto al mistero che ci finisce e ci dà vita. Se troviamo, chissà dove, chissà come, la forza di non smettere di saltare con la forza visionaria e danzare con la forza umana, vitale. Anche nel buio.

Ivano Mugnaini

Andare per salti
Annamaria Ferramosca, Andare per Salti – Casa Editrice Arcipelago Itaca di Osimo (An), 2017
Introduzione di Caterina Davinio.
2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una Raccolta inedita di versi.
Pagg. 80, € 13,00 – ISBN 978-88-99429-16-4

Andare per Salti di Annamaria Ferramosca

 

dalla sezione PER SALTI

 

esterno con pioggia interno con acquario

 

è l’ora delle prove distratte di attraversamento

senza attenzione a strisce pedonali

zigzag sul bagnato senza ombrello

senza documenti né borsa né portafoglio

schizzo via dalla giunglamercato

obliquando rallento prendo fiato

rispondo alla domanda muta

del venditore ambulante

– è da un po’ che mi fissa perplesso –

sai la fine mi tiene d’occhio e voglio

andare senza direzione

come un bambino fare splash nelle pozzanghere

se vuoi se hai tempo appena

il tiglio smette di gocciolare

ti racconto una stupida vita

come stupisce come istupidisce

sai non si vede non si vede nessuno

nessuno è reale piove sempre

nella pioggia sbavano i segni

ma le pagine accidenti quelle sono

insperate di bellezza

disperante bellezza irraggiungibile

poi i lampi i lampi

dall’oltre indecifrabili martellano le tempie

e l’umano l’umano nausea fa barcollare

ma non mi arrendo

calpesto limiti recinti codici

e non mi perdono ché anch’io sono umana

così mi lascio vivere

un vivere piccolo semplice che almeno

un po’faccia coesione

un rimpicciolirmi come

di seme tra i semi

***

 

ora che mostro viso e braccia aperte

 

s’accendono i corpi le voci

più libero il pianto più intense le carezze

apro armadi nel petto e

vado per salti

dimentico zaino zavorra

virgole punti de-finizioni

tanto so che l’altrove

mi tiene d’occhio e

dorme la mia bambina delle meraviglie

ancora irrubata dal mondo

intatta nel suo pianeta

cosa devo farci io con questo spudorato pianeta

cosa devo farci con il terribile che infuria

con le solite frasi il solito sgomento

con quella spes ultima illusione

cosa devo farci pure con la poesia

tanto so che la nave

sta trascinando al largo

nel muto acquario dove ci ritroviamo

come all’origine nudi

finalmente originali miseramente

splendidi nel nulla

***

 

raccontarti

della distesa muta che circonda

nessuna vibrazione

trascorsi millenni dal diluvio

solo rovine

no messaggi no mails

a chiedermi perché sola e risparmiata

conservata per quale nuovo mondo

quale senso

poi dirti della vestizione

per il viaggio che smuove le pianure

oltre ogni confine

e il fiume largo il fiume

e del risveglio e del segno ancora

che mi scrive m’inarca

ancora linfa a corrermi nei fianchi

richiami che tornano a squillare

quaderno a registrare

***

 

a Nicole del mattino

 

bello vederti bere l’aria

mentre salti sul mondo

s’accendono le arance

ti svegliano ti svelano

una terra d’incanti di festa

senza ombre né memoria

ammutolisco sulle frasi che lanci

verso la mia disfatta geometria

mi indichi il segno del silenzio

io tua piccola alunna tu maestra

mi metti seduta spossessata di storia

sotto l’arco del tuo tempo abbagliante

vedo con le pupille lunari dei gatti

torcersi i meridiani unirsi i continenti

sotto i tuoi passi di conchiglia

brillano nel tuo mare

isole che non raggiungo

***

 

dalla sezione PER TUMULTI

dal monte al mare concordi le soluzioni della natura sull’amore

lungo i fianchi del monte il silenzio

scuote appena la notte

in alto prendono consistenza

i fili invisibili che tengono fisse le stelle

questa concavità di valico ristora

il mio respiro in corsa

l’erba mi attraversa smagliante

mi fa scivolare a valle con l’entusiasmo

potente di valanga

ti raggiungo

il tetto della tua casa ha canali d’aria

vi passano suoni del tempo trascorso nelle stanze

ma appena entro il rimpianto ammutolisce

sa che posso scaldarti già guardandoti

ti performo la scena d’amore

le onde-salento che lampeggiano

il soffio greco del timo sullo scoglio

la carezza del tufo ecco

abbiamo già i piedi nella corrente

***

bla bla bla è urgente

capovolgere i suoni

alba alba alba capite?

se si sovvertono se le stanze

si mettono in subbuglio

dietro la porta può affacciarsi

la sempre sfuggente poesia

può rinascere

incurante del rumore intorno del brusio

crescere con la sua fame adolescenziale

di cose vere sia pure materia rarefatta

di parole vive dai corpi

lungo tutti i meridiani pure

da territori dubbi come atlantide

o aldebaran o l’isola di ogigia

insomma – accidenti – da spazi

inaccessibili

provare solo deliri di sfioramento

farsene una ragione

***

dalla sezione PER SPAZI INACCESSIBILI

posto di pietra

cerca – ad esempio – il profilo di un vecchio

seduto sulla pietra al sole siediti accanto

inizia con un’inezia parlagli di vigne o di mare

accogli la sua lingua spezzata che trasforma

la piazza in fantastico teatro

di strampalati racconti

fanne ricordi fermi per l’inverno

vento caldo di favole ai tuoi figli

ritorna a fargli visita

ogni volta prima di partire

il suo posto di pietra così simile

al tuo vecchio banco a scuola

erano voli di parole-rondini

a lasciarti sigilli sulla fronte

nel becco rami che rifondano paesi

dove i profili tutti si somigliano

a mezzogiorno passarvi il pane

e insieme tornare a casa

come stringendo al petto il mondo

prima della prossima tempesta

***

elogio del futuro senza tabù

dove cade l’ultima luce

là sulla terra della riservatezza

dove non oso accostarmi

avanza il suo profilo drammatico

ha occhi penetranti matematici

mentre continua la sua caccia

lucida già decisa

senza ombra di premeditazione

mi lancia nel tempo

i suoi eureka ritmati

come note di fisarmonica

quando improvvise scoppiano

durante i matrimoni

donna che hai accolto nutrito conservato

il seme la bella carne e ti sei liberata

ecco sei stata

ora ti sospingo stralunata

in questa tua chiara stanza del sonno

uomo da sempre dominus fiero

in perentorio avido pensiero

pugnale innestato a ordinare

vincere eliminare

ecco a te il buio che illumina

ogni vittoria presunzione errore

ai vivi resta in mano

incorrotto un ramo

aspirazioni e sogni da sfogliare

restano tracce di linguaggi

di manufatti di macchinari

con la loro usurata grammatica

a dire la speranza e pure l’irreparabile

(a volte il destino già occhieggia nei nomi)

***

Annamaria Ferramosca

nata a Tricase (Lecce), vive a Roma. Fa parte della redazione del poesia2punto0 portale, Dove e ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa. Ha all’attivo collaborazioni E Contributi creativi e Critici con varie riviste e siti di Settore. Vincitrice del Premio Guido Gozzano e del Premio Astrolabio e recentemente del Premio Arcipelago Itaca, e finalista ai Premi Camaiore, LericiPea, Pascoli, Lorenzo Montano. Ha Pubblicato in poesia: Andare per salti, Arcipelago Itaca 2017, trittici – Poesie Il segno e la Parola, DotcomPress 2016, Ciclica, La Vita Felice 2014, Altri Segni, Altri Circles– Selected 1990-200 8, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti , Chelsea Editions, NY 2009, Curve di Livello a le, Marsilio 2006, Pasodoble, Empiria 2006, la Poesia Anima Mundi, Puntoacapo 2011, Porte / Doors, Edizioni del Leone 2002 Il Versante Vero, Fermenti 1999. Ha curato la versione italiana del poetica libro del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D-Poesie 2003-2013, Edizioni CFR 2015 e’ voce ampiamente antologizzata e inclusa nell’Archivio della voce dei Poeti, Multimedia, Firenze. Testi Suoi sono stati Tradotti, Oltre Che in inglese, in francese, Tedesco, Greco, albanese, russo, rumeno. Suo sito Personale: http://www.annamariaferramosca.it