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venerdì, 23 settembre 2011
LE STRADE DELLA POESIA – 3° EDIZIONE ; 24 e 25 settembre 2011
IL COMUNE DI GUARDIA LOMBARDI

IN COLLABORAZIONE CON:

C.C.E.P. – UNLA – Guardia Lombardi
BIBLIOTECA COMUNALE – associata UNLA – Guardia Lombardi
MUSEO DELLA TECNOLOGIA, DELLA CULTURA E DELLA CIVILTÀ CONTADINA DELL’ALTA IRPINIA – Guardia Lombardi
FORUM DEI GIOVANI – Guardia Lombardi
PRO-LOCO “DARIO DI VIVO” – Guardia Lombardi
ASS. CULT. CIVITAS LONGOBARDORUM TERZO MILLENNIO – Guardia Lombardi
PREMIO CIVETTA DI MINERVA -ANTONIO GUERRIERO – Summonte
ASS. CULT. LOGOPEA – Avellino
DELTA 3 EDIZIONI – Grottaminarda

TI INVITA A

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LE STRADE DELLA POESIA – 3° EDIZIONE
POESIA DELLA TERRA
24-25 SETTEMBRE 2011

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GUARDIA LOMBARDI (AV)

LE STRADE DELLA POESIA – III EDIZIONE (POESIE DELLA TERRA)

PROGRAMMA

SABATO 24 SETTEMBRE

Ore 16,00 – INCONTRO IN PIAZZA VITTORIA
Benvenuto a cura di Emanuela Sica
Inizio percorso con poesie esposte e lettura itinerante
a cura dell’Ass. Cult. LOGOPEA di Armando Saveriano

Ore 18,00 – SALA CONSILIARE VIA ROMA
Incontro con Franco Buffoni sul tema: “La poesia della terra”

Saluti di benvenuto:
Michele Di Biasi
(Sindaco)
Rina Boniello
(Presidente dell’UNLA – Assessore alla Cultura)
Federico Magnotta
(Direttore del Museo della Tecnologia, della Cultura e della Civiltà Contadina dell’Alta Irpinia)
Gerardo Di Leo
(Presidente Ass. Cult. Civiatas Longobardorum Terzo Millennio)
Domenico Cipriano
(curatore de «Le strade della poesia»)

proiezione del video ‘Novembre 1980-2010’
a cura di Anna Ebreo

intervento di Franco Buffoni
(Università degli studi di Cassino)

coordina Generoso Picone (Direttore de Il Mattino di Avellino)

Ore 21,00 – A CENA CON I POETI
Presso il Ristorante-Pizzeria SAPORI D’ITALIA
(menù a prezzo fisso, €.15,00: antipasto, secondo, contorno, bevande: prenotazione obbligatoria: cell.370.7119623)

Durante la giornata sarà allestito uno stand con libri di poesia
a cura del Forum dei Giovani di Guardia Lombardi e una mostra con le foto del premio Civetta di Minerva – Antonio Guerriero a cura dell’Associazione Spazio Incontro di Summonte
DOMENICA 25 SETTEMBRE

Ore 9.30 – LETTURE E COLAZIONE – Centro Storico – cortile Palazzo Santoli
(Durante l’incontro saranno offerti cornetti e caffè)

Nella mattinata sarà possibile visitare il Museo della Tecnologia, della Cultura e della Civiltà Contadina dell’Alta Irpinia, sito nel centro storico, e partecipare alla vita del paese che si caratterizza per lo svolgimento del mercato domenicale.

Ore 13,00 – A PRANZO CON I POETI
Presso il Ristorante IL CACCIATORE
(menù a prezzo fisso: €.15,00 – bevande escluse: primo, secondo e contorno – prenotazione obbligatoria: tel. 0827 41019)
Ore 16,00 – LETTURE SUL SAGRATO– Chiesa Madre Santa Maria delle Grazie

Ore 17,00 – intermezzo con taralli e vino

Ore 18,00 – LETTURE AL TRAMONTO – Piazza Vittoria
(il sole tramonta alle 18,54)

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Coordinano le letture Raffaele Barbieri, Emanuela Sica

Incursioni sonore dei PIANOPERCUTROMBA
(Carmine Cataldo, Fabio Lauria, Paolo Godas)
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Ore 19,30 – SALA CONSILIARE VIA ROMA
Riflessioni a margine
saluti del presidente del Forum dei Giovani di Guardia L.: Gerardo Castellano
Interventi: Franco Arminio, Cosimo Caputo, Felice Casucci, Claudia Iandolo e Paolo Saggese
coordina: Giandonato Giordano
conclusioni: Domenico Cipriano

Durante tutta la giornata le poesie sono esposte lungo il percorso del centro storico.

In caso di pioggia, tutti gli appuntamenti si terranno presso la Sala Consiliare in Via Roma.

RISTORAZIONE

RISTORANTE “IL CACCIATORE”
Via Nazionale, Guardia Lombardi (AV)
Tel. 0827 41019 – web: http://ilcacciatore.4000.it/

RISTORANTE-PIZZERIA SAPORI D’ITALIA
Via Santa Maria, 2 – Guardia Lombardi (AV)
cell.370.7119623

PIZZERIA BAR ITALIA
Via Borgo, 217- Guardia Lombardi (AV)
tel. 0827.41265

PIZZA DA ASPORTO – MAIORANO
Via Roma, 3 – Guardia Lombardi (AV)
tel. 0827.41372

HOTEL E B&B

HOTEL S. MARTINO
via Borgo, Guardia Lombardi (AV)
Tel. 0827. 41803 – cell.

HOTEL BELLA MORRA ***
via Montecalvario, 64 – Morra De Sanctis (AV) a 7 km da G. L.
tel. 0827 43591 – e-mail: bellamorra@tiscali.it
web: http://www.hotelbellamorra.it

HOTEL ZIA ALFONSINA***
via Marconi 17/19 – Lioni (AV) – a 16 km. da G.L.
tel. 0827 46708 e-mail: giriccardi@tiscali.it
web: http://www.albergoziaalfonsina.com/

ROOMS LIONI (B&B)
contrada Cerrete – SS.7 – Lioni (AV) – a 12 km. da G.L.
tel. 0827.270213 e-mail: info@roomslioni.com
web: http://www.roomslioni.com

AGRITURISMI – COUNTRY HOUSE
IL SERRONE COUNTRY-HOUSE
c.da Serrone – Guardia Lombardi (AV)
tel: 0827 41629 – E-mail: info@servizitif.it

AGRITURISMO RICCIARDI
c.da Fossi – 83040 – Guardia Lombardi (AV)
Tel.: 3393776238

AGRITURISMO A’ RECCIA
Contrada Piani Mattine, 172 – Guardia Lombardi (AV)
tel. 0827.1810290 – cell. 339.3028280

AGRITURISMO FORGIONE
c.da Carmasciano, 12 (ss. 303), Rocca San Felice (AV) – a 4 km. da G. L.
tel. 0827 215107 – 0827 1810555 – cell. 349 1556271 – 328 4211707
e-mail: info@agriturismoforgione.it – web: http://www.agriturismoforgione.it

AGRITURISMO MARTONE
c.da Piani, Rocca San Felice (AV) – a 5 km. da G. L.
Tel. 0827.45232 – Cell. 3338173859

AGRITURISMO FONTANA MADONNA
Via Fontana Madonna – Frigento (AV) – a 14 km. da G.L.
tel.: 0825 444647 – cell: 333 7969793 – e-mail: info@fontanamadonna.it
web. http://www.fontanamadonna.it

COME RAGGIUNGERCI

Il comune si trova a 25 km dall’autostrada A/16 (Napoli-Bari) con uscita al casello di Grottaminarda e a 1 km dalla nazionale S.S. 303 (bivio Guardia Lombardi)

Per chi viene dall’Ofantina bis: uscita Lioni e seguire le indicazioni Guardia Lombardi per 15 km

Per informazioni:
Biblioteca Comunale: tel. 0827.41297
e-mail: stradepoesia@yahoo.it

Servizio autolinee e orari nella provincia di Avellino
http://www.air-spa.it
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C’E’ DA VEDERE

MUSEI

Museo della Tecnologia, della Cultura e della Civiltà Contadina dell’Alta Irpinia

CHIESE

Chiesa Madre Santa Maria delle Grazie (custodisce le spoglie di San Feliciano)
Chiesa di San Vito martire, Chiesa S. Maria dei Manganelli, Chiesa di San Pietro
CASE GENTILIZIE

Casa Forgione (ex Palazzo Ducale)
Casa Santoli (Casa natale del Patriota Giovannatonio Cipriani)
Casa Di Pietro

MONUMENTI
Monumento ai caduti (Piazza Vittoria)
Croce (Villa Comunale)
Pietra degli insolventi (Via Roma)

FONTANE

Fontana Beveri, Fontana Santa Maria dei Manganelli, ecc.

http://www.comune.guardialombardi.av.it

I poeti che hanno aderito:

Domenico Alvino, Dora Celeste Amato, Giuseppina Amodei, Marco Annicchiarico, Luca Ariano, Franco Arminio, Raffaele Barbieri, Paolo Battista, Mariella Bettarini, Natasha Bondarenko, Andrea Breda Minello, Franco Buffoni, Gaetano Calabrese, Maria Grazia Calandrone, Domenico Cambria, Caterina Camporesi, Giuseppe Carracchia, Giovanni Catalano, Cosimo Caputo, Maria Caputo, Domenico Cassese, Felice Casucci, Carmine Cataldo, Ettore Cicoira, Domenico Cipriano, Rino Cipriano, Anna Ciufo, Maurizio Clementi, Francesco Condemi, Floriana Coppola, Giustina Coppola, Guido Cupani, Fabio Dainotti, Vincenzo D’Alessio, Leone D’Ambrosio, Claudio Damiani, Maria Stella D’Amico, Caterina Davinio, Ottaviano De Biase, Carmine De Falco, Sonia De Francesco, Candido De’ Franchi, Marco De Gemmis, Marco Degli Agosti (Ed Warner), Fortuna della Porta, Maria Laura della Rosa Antonellini, Gabriele De Masi, Paola De Lorenzo Ronca, Luigi De Paola, Aldina De Stefano, Arnold de Vos, Giuseppe Di Biasi, Sonia Di Furia, Alessandro Di Napoli, Adele Di Pietro, Francesco Di Sibio, Stelvio Di Spigno, Germana Duca Ruggeri, Lucia Duraccio, Riccardo Duranti, Enrico Fagnano, Narda Fattori, Francesco Filia, Claudio Finelli, Ulisse Fiolo, Gennaro Alessandro Fischetti, Fabio Franzin, Mario Fresa, Vincenzo Frungillo, Lucia Gaeta, Monia Gaita, Serenella Gatti, Andrea Garbin, Gerardo Genovase, Anna Gialanella, Antonio Gizzo, Antonietta Gnerre, Franco Gordano, Domenico Gramaglia, Carmine Grasso, Incoronata Graziosi, Fausta Grella, Gerardo Iandoli, Claudia Iandolo, Amerigo Iannacone, Alfredo Imparato, Giovanna Iorio, Giuseppe Iuliano, Letizia Leone, Giuseppina Lesa, Maria Luigia Longo, Gianmario Lucini, Eugenio Lucrezi, Rossella Luongo, Bianca Madeccia, Vincenzo Maffeo, Nina Maroccolo, Maria Cristina Marra, Michele Marra, Ketti Martino, Maira Marzioni, Barbara Miceli, Vera Mocella, Giorgio Moio, Franca Molinaro, Carmine Montella, Alberto Mori, Giovanni Moschella, Ivano Mugnaini, Alfonso Nannariello, Giuseppe Napolitano, Maria Antonietta Oppo, Rita Pacilio, Antonio Parente, Eugenio Gaetano Parrella, Gerardo Pedicini, Fabio Pelosi, Plinio Perilli, Arnolfo Petri, Luisa Pianzola, Relinda Caterina Piemonte, Pietro Paolo Poggi, Ivan Pozzoni, Annibale Rainone, Alessandro Ramberti, Vittoria Ravagli, Enzo Rega, Anna Maria Renna, Elena Ribet, Flavia Ricucci, Salvatore Ritrovato, Vincenzo Rizzuto; Lorenzo Rosini, Federico Rossignoli, Domenico Ruggiero, Anna Ruotolo, Silvio Sallicandro, Salvatore Salvatore, Meth (Simonetta) Sambiase, Cesare Santoli, Armando Saveriano, Raffaele Scarpellino, Valeria Serofilli, Angelina Sessa, Salvatore Sibilio, Emanuela Sica, Luciano Somma, Erasmo Sorice, Luigia Sorrentino, Agostina Spagnuolo, Antonio Spagnuolo, Antonella Taravella, Rossella Tempesta, Giuseppe Terracciano, Danilo Torrito, Lucia Trocciola, Liliana Ugolini, Antonietta Urciuoli, Raffaele Urraro, Irene Vallone, Elena Varriale, Giuseppe Vetromile, Rodolfo Vettorello, Ottorino Vigliotta, Salvatore Violante, Gerarda Zarra, Liliana Zinetti, Roberta Zoffoli. Inoltre: gli alunni della Scuola Primaria, gli alunni della Scuola Secondaria di Primo Grado di Guardia Lombardi

Un’idea di Domenico Cipriano
http://www.domenicocipriano.it

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CATALOGO
È stato realizzato un catalogo della manifestazione, edito dalla Delta 3 Edizioni di Grottaminarda, accolto nella collana “Ghirlande – Stéphanoi”, con la copertina realizzata dall’artista Giovanni Spiniello, in cui è possibile trovare tutte le poesie esposte, oltre ad un’appendice fotografica delle precedenti edizioni, corredato da introduzione e prefazione. Il catalogo sarà disponibile alla manifestazione.

Per prenotarlo: info@delta3edizioni.com – tel. 0825.426151

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:07 | link |

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martedì, 20 settembre 2011
presentazione IL VOLTO OSCURO DELLA PERFEZIONE
Sabato 24 settembre 2011

Firenze
Libreria Melbookstore
Via de’ Cerretani, 16r
ore 21.00

Leonardo Gori e
Graziano Braschi
presentano

Il volto oscuro della perfezione
di Roberta Lepri

Sarà presente l’autrice

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domenica, 11 settembre 2011
MISURE DEL TIMORE di Antonio Spagnuolo
Ho già proposto in passato in Dedalus i versi di Antonio Spagnuolo. Torno a farlo pubblicando cinque poesie tratte da Misure del timore, libro uscito di recente per i tipi di Kairòs con validi consensi di pubblico e critica. In calce alle poesie inserisco una recensione al libro scritta da Nando Vitali. Personalmente confermo che della poesia di Spagnuolo continuo ad apprezzare la capacità di muoversi su due fronti, quello della ricerca stilistica e quello della trasposizione della “corporeità”, nel senso nobile e sensualmente sano del termine, sul piano della metafora, della parola che si fa evocazione delle sensazioni più essenziali, più profondamente e autenticamente umane. Ed il momento della pacificazione, o meglio del trionfo dei due fronti in apparenza contrapposti, è quello in cui il sostrato linguistico si fa esso stesso tangibile, quasi concretamente percepibile. Non è un caso forse che nella lirica dedicata esplicitamente, a partire dal titolo, a “La tua poesia”, si faccia riferimento al “bisogno/ di toccare, palpare, ripetutamente il mio corpo/ per decidere ancora una volta la mia sopravvivenza”. È interessante anche la sovrapposizione, pregnante ed evocativa, tra il “tu” e “l’io”, tra l’esteriorità e l’interiorità, tra la l’attrazione e la coscienza-condanna dell’individualità: “l’anelito di uno sguardo furtivo/ distilla sillabe che bruciano nel nulla”. Ma la tensione verso l’altro rimane, vivida, per quanto, ora, la visione di Spagnuolo appaia più ampia e onnicomprensiva, in grado di dare misura, appunto, a quel timore connaturato nell’atto stesso di vivere, e, quindi, di amare. Tra “una sopresa di colori” e lo sbandare delle tempie. Una poesia che esplora, attraverso i meandri del corpo, i misteri del tempo e dei significati più autentici. E la sola risposta possibile è contenuta, come spesso accade in poesia, nella domanda stessa, nella tenacia del cercare, del correre verso un altro istante. IM
*

Antonio Spagnuolo –
da : “Misure del timore” – Ed. Kairòs 2011 –

Sillabe –
Aperto da una saetta imprevista ecco il buio
squarciato.
Il suo battere sul mio corpo seminudo,
sospeso dentro un solo risvolto,
mentre la mano , imperfetta, ricerca il bordo
della tua riserva.
Un gesto qualunque quasi spina
sulle labbra:
ho finalmente compreso cosa volesse Iddio,
per una strana follia che si risveglia,
se mancasse la parola per negarti
quella invocazione che mi costringe
a ripetere preghiere al di la della memoria…
Lentamente il silenzio ha ombre sfumate
per quella danza oscura che contorce
la paura d’essere inseguiti.
Il tuo ricordo ammorbidisce le rughe
e possiede le assenze di un abbraccio,
anche se non sfuggi alle misure del ventre
anche se ripetiamo un amore insinuato nei gesti
vorrei poterti dire che ho sognato
di nuovo , mentre ogni essenza ti allontana.
L’anelito di uno sguardo furtivo
distilla sillabe che bruciano nel nulla.
*
Ombra –
Il richiamo oscuro della civetta
ritorna al mio segno intimidito.
Oh, se fossi ancora con i piedi in terra
in questo slancio fremente, tra i singhiozzi,
oltre il richiamo delle telefonie,
oltre il contrasto di una ottusa bramosia,
accidentato al di là dei sorrisi,
nel flusso, in dono tra ritmo e sostanza.
Ogni minimo accento che consola
è l’indice di azzurri, è un solo pensiero
sottratto alle illusioni
lo strappo che si offre
per le difficili assenze in cui il pallore
dissimula occhi di vetro.
Siamo melissa da scoprire, in procinto
di mostrare altre mutilazioni.
Aspetto ancora l’esplosione della giovinezza
tra le rughe sconnesse, dove una strada
decida finalmente l’ombra del mio corpo.
*
Declino –
Non riesco a raccattare fogli
dispersi tra bugie
che recitammo per parlare d’amore:
consegnai timoroso sembianze al capogiro,
maliziosamente annidato nel sospetto.
Il tessuto del sogno tracciava l’ombre,
scrollando consonanze appena catturate
a trasgressioni,
alla violenza del distacco un simbolo
di gelsomini,
o la figura dimenticata degli eroi,
sempre eguali alla esclusione del possesso.
Senza fiato accenno illusioni:
rabdomante per finzioni
e raccatto pigrizie in questi anni
sorpresi all’improvviso declino.
*
Ricordi –
Come una volta ai miei ricordi,
quando la marina ripeteva richiami,
e gli scogli ascoltavano irrequieti,
ed il tramonto richiamava miraggi,
e le finzioni aggiravano sorprese,
e le acerbe lividure tornavano alle sere,
e brividi tormentavano il fascino delle ombre,
sgranare in silenzio qualche ritaglio
già seppellito più volte
per rinchiudermi nella solitudine.
Una sorpresa di colori,
come riserva ancora primavera,
misconosciuta nel volgere dei giochi
tra le carni per imperfezioni,
quasi mascherata da fiamme
per le mie urgenze che hanno il mutamento
della pelle che arrossa.
Hai l’ultima confidenza con le mie parole
per lasciare le corde degli estremi.
*
La tua poesia –
Incendia pure qualche ritorno, perché ho bisogno
di toccare, palpare, ripetutamente il mio corpo
per decidere ancora una volta la mia sopravvivenza…
Ormai eterea la tua poesia
è diventata un tappeto di muschio
una sottile leggera sospensione
dai rigurgiti del quotidiano rincorrere,
e sappiamo che la ruggine ci attacca
come il filo del nulla in una cava di gesso.
Questa la melanconia che mi distingue
nel rimpianto di quel che è accaduto
ed incompiuto ha atteso che le mani
sapessero della digressione.
Ti chiesi di rubare l’ultimo rifugio
a mezza voce
per il timore di sbandare le tempie
toccando il letto nella combinazione esatta.
*

* * *
Nota di Nando Vitali a
Antonio Spagnuolo : “Misure del timore” – Ed. Kairòs 2011 – pagg. 168 – € 14,00 –
Venticinque anni di versi che formano un tessuto unico perfettamente controllato dal linguaggio calibrato delle parole. Un chiarore sensuale, amoroso, che per il lettore diventa lentamente una sorta di meccanismo perfetto che coinvolge, resta nella bocca, negli occhi, sotto pelle.
Esempio di come l’esattezza, diremmo scientifica, della grammatica, e il suono dell’urgenza di un grido necessario, ineludibile, si mischiano. E resistono al disfarsi del tempo. Nella dimostrazione di quanto l’atto creativo venga prima del tempo , e duri oltre la corrente del suo disfarsi.
Un viaggio che rasserena e turba somigliando a un’ombra di passaggio, o al giro completo di un intero alfabeto.
Antonio Spagnuolo ha saputo vincere la sfida del ritmo, dimostrando di possedere una vocazione verso la vicenda del poetico molto più forte e viva di tanti suoi compagni di strada, che hanno continuato stancamente a produrre libri e libri sempre con gli stessi moduli stereotipati da velleità avanguardiste. Misure del timore ci fornisce una mappa di questo viaggio nella creatività. In venticinque anni, Spagnuolo ha pubblicato qualcosa di nuovo, meritandosi un consenso critico che non ha mai lesinato lodi e riconoscimenti. La novità del suo dettato può riassumersi in due punti, o meglio snodi, fondamentali: l’adesione dello stile, ripianato e purificato dai trascorsi cerebralismi, al proprio mondo sentimentale, ed un tuffo negli affetti, tentazioni, timori, su diun piano esistenziale, corporeo e palpabile, che ha trovato uno suo sbocco nell’onirico e nell’erotico, con soluzioni divinanti pregne di simboli e accertamenti veritativi.

Nando Vitali

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Postato il

sabato, 27 agosto 2011
incontri letterari al Caffè dell’Ussero

Comune di Pisa
Assessorato alla Cultura

INCONTRI AL CAFFE’ DELL’USSERO
A cura di VALERIA SEROFILLI
Pisa, Venerdì 9 Settembre 2011 – ore 18:00 -Caffè Dell’Ussero
Palazzo Agostini – Lung.no Pacinotti, 27 – 56126 Pisa

Ivano Mugnaini presenta il volume La cassa d’ebano e altri Racconti di Diego Balestri
(Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2011)

Letture di Rodolfo Baglioni e Carlo Emilio Michelassi
Musica di Sergio Berti

La S.V. è gentilmente invitata

Nato a Vinci nel 1975, si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Siena.
Ha conseguito un Master in Conservazione e gestione dei Beni Culturali presso l’Università di Salamanca (Spagna) ed uno in Gestione delle Biblioteche presso l’Università di Urbino.
Ha conseguito la specializzazione SSIS e attualmente è docente di Italiano, Storia e Geografia presso le Scuole Medie.
Ha sempre coltivato la passione per la scrittura e ha iniziato a pubblicare alcuni racconti di genere horror sul web; ha pubblicato per i tipi della Joker Edizioni il volume L’Ultima possibilità ed altri racconti. La cassa d’ebano ed altri racconti è la sua seconda pubblicazione.

Prossimi incontri

30 Settembre ore 18:00 – Ussero di Corliano di San Giuliano Terme – Presentazione dell’Antologia del Premio Astrolabio 2010/11 e del volume Dentro il diluvio di Narda Fattori, opera vincitrice del Premio Sezione inediti.

14 Ottobre ore 18:00 – Caffè dell’Ussero di Pisa – Presentazione del volume La sonnolenza delle cose (Lieto Colle Edizioni) di Fortuna Della Porta.

29 Ottobre ore 18:00 – Ussero di Corliano di San Giuliano Terme. Presentazione spettacolarizzata dei poemetti-monologhi La vita in dissolvenza con testi di Lucianna Argentino e musiche di Stefano Oliva. Introduce e ottimizza Valeria Serofilli.

12 Novembre ore 17:30 – Ussero di Corliano di San Giuliano Terme – Valeria Serofilli presenta il volume Verticalità (Book Editrice, Ferrara 2009) di Sandro Angelucci.

25 Novembre ore 18:00 – Caffè dell’Ussero di Pisa – Valeria Serofilli presenta i racconti Riflessi (Giraldi Editori, Bologna 2009) di Maristella Bonomo.

9 Dicembre ore 17:30 – Ussero di Corliano di San Giuliano Terme – presentazione dei racconti di Valeria Serofilli presenti nel volume I Quaderni di Dedalus – Annuario di Narrativa Contemporanea – puntoacapo Editrice, 2011

16 Dicembre ore 18:00 – Caffè dell’Ussero di Pisa – Valeria Serofilli presenta La luna e gli spazzacamini, Fiabe per grandi e piccini (Edizioni Del Leone, Venezia 2007) di Roberta Degl’Innocenti e i racconti Affetti collaterali (Florence Art Edizioni, Firenze 2010) di Salvatore Mancuso.

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domenica, 31 luglio 2011
Favole alla radio – Simona D’Amico
Ho conosciuto Simona D’Amico, giovane promessa della letteratura per ragazzi, a Conegliano qualche anno fa. Di lei mi ha colpito la capacità di conservare una visione del mondo fresca, bambina, abbinata, con cura e passione alla cultura, anch’essa vivida, fatta di stupori, di emozioni, non solo di nozioni e dati da conservare e mandare a memoria. Cultura, ma anche ciò che di umano, intelligente, sensato, si riesce a ricavare, a volte, con tenace e acuta pazienza, dal blog vasto e convulso di immagini e parole che debordano ogni giorno dal mare magnum dei canali televisivi.
Simona mi ha inviato, qualche mese fa, un suo libro: Favole alla radio, pubblicato nel 2010 da Giraldi , a cui è abbinato anche un audiolibro, ottimamente letto e interpretato dalla stessa autrice. Il volume è già stato apprezzato da numerosi lettori e dai critici specializzati, e può essere richiesto qui: https://www.facebook.com/#!/raccontixragazzi .
Per quello che mi riguarda, ho ritrovato in questo libro atipico, fuori schema, difficilmente catalogabile, tutto ciò che mi aveva colpito di Simona: quel suo essere tenacemente attaccata a ciò che di lieve, intenso, sensato e insensato, si può ancora trovare nella scrittura e nella vita.
Inserisco qui di seguito alcuni testi della giovane autrice. Scritti “fuori categoria”, come dicono al Tour de France, non per la difficoltà del terreno, ma, lo sottolineo ancora e volentieri, per la capacità di condurci sui sentieri poco battuti di una fantasia fertile e fresca che sa ragionare con leggerezza e raccontare cose e sensazioni significative con il sorriso di sempre.
Buona Estate a tutti. IM
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SIMONA D’AMICO
TITOLO: LA VITA DI ESSE

Introduzione:

S. esce di casa attraversando velocemente la strada assolata.
Una volta raggiunta la zona d’ombra s’incammina a passo svelto
dal droghiere.
Intanto, quelli della via …

Nella, vicina ficcanaso:

“Ah, la è tanto brava, la è bea, co’ ‘na bea figura, la è bona,
anche la so fameja”

Poi si rivolge a me e grida:

“Trovète un moroso,mezzo usato e con le palanche,scoltème mi!”

“No, grazie” rispondo io ingranando la quarta,,,

La Befana,quella che saluta sempre,incalza:

“E’ un peccato che una ragazza così carina
non abbia ancora trovato il moroso, perché poi gli anni passano…”

I Gestori del Bar,
suoi acerrimi nemici e fautori di lettere anonime al veleno:

“E’ una ragazza strana quella, ha dei problemi…

È una ragazza “difficile”.
Qui non ci mette piede, a stento ci saluta!
Manco fossimo invisibili! Ma chi si crede di essere!”

Filippo, lo storico vicino della porta accanto:

“Guarda che ti sbagli, se non entra è solo perché è timida
oppure avrà le sue buone ragioni.”

Kapola,l’amico virtuale:
“Uhm… io ci sento puzza di kapola in questo mondo a parte…
a meno che…”

L’amica di Londra : “ A meno che non sia lesbica come me!”

Domenico,mezzo prete:
“ Macché lesbica… la verità è che ha preferito intraprendere un
cammino di fede proprio come me e questo è tutto!”

Ugo,single,condomino pure lui:
”Io non lo so,se ha deciso di stare da sola sono scelte che nella vita si fanno, dopotutto,io ne sono la prova vivente!
Si può vivere benissimo anche senza avere una compagna,
basta avere degli amici,una famiglia che ti sostiene e l’amore per gli altri.”

La Tabaccaia:
“Ma no, è solo che ha troppi problemi:
il nonno da guardare,la mamma malata…
come fa una a farsi una vita!”

Il Verduraio:”E il padre dov’è?”

La Tabaccaia: “I suoi sono separati da anni.
Lui vive a Pordenone e adesso che è in pensione,
invece di trasferirsi da loro per dare una mano,
preferisce seguire i suoi amici di merenda
tra Brasile, Puglia e Romania…

Il Verduraio:“Ma non c’è nessuno che l’aiuta?”

Guerrina, dirimpettaia:
“Si,c’è una donna che viene una volta a settimana a fare le pulizie e a quanto pare pure un infermiera per il nonno.”

La Tabaccaia:
La verità è che quando lavorava da me ce l’aveva un mezzo moroso ma poi il bastardo è sparito di colpo giusto il tempo di infettarla e abbandonarla poi come un cane con una malattia devastante che le ha rovinato per sempre il sistema immunitario:la mononucleosi!
Per questo è stata costretta a vivere in casa per anni e non ha più potuto venire a lavorare da me

Una cliente:
“Ah,ecco perché non la vedevo più in giro!
Be’ , spero proprio che ora stia meglio!”

La Befana:
“Ti credo che non vuole più saperne degli uomini!
Lasciarla così,nel momento del bisogno,dopo che l’ha ammalata lui!
Ma che razza di gente ci sta in giro?Senza cuore e senza Dio!”

Il medico di famiglia:
”Già,e pensare che era il suo primo e unico bacio!
Meno male che non si è spinta oltre…”

Il Pescivendolo:
“Ecco perché è sempre così stanca e pallida…
ed io che l’ho anche presa in giro…”

La badante ucraina:
“Che storia”!E’ pazzesco!
Mi domando come faccia ad essere sempre così sorridente e gentile con tutti…”

Domenico:“Credo che lassù le vogliano molto bene”

Marco:
“Già. Anche se per gli altri risulta insignificante o invisibile
in realtà quello che fa è molto importante.
È qui per dare l’esempio.

* * *

Il racconto- saggio

Titolo: Il successo

Il successo è avere ciò che desideri.
La Felicità è avere ciò che hai.

“Ma va? Questa non la sapevo!
Scommetto che l’hai letta nei Baci Perugina!
E’ come dire…“Chiediti se sei felice e smetterai di esserlo”.

“Sai invece che penso?
Che noi crediamo di desiderare la Felicità,
ma,in realtà, ciò che cerchiamo è solo il successo.
Mi spiego…
Se si basa il concetto di felicità solo e unicamente
su se stessi si sbaglia in partenza.
Si può cominciare da se stessi,
ma il resto avviene tramite il contatto con l’Altro!”

“Ma sei fuori?!!
Ed io dovrei far dipendere la mia felicità dagli Altri???
Tanto vale che mi spari subito un colpo!”

“Ma no, non hai capito!
Io parlo di fare qualcosa per gli altri!
Qualcosa di bello!
Tipo pensare ad un amico o ad un membro della tua famiglia.
Stare vicino ad un ammalato o ad un anziano.
Insomma, escogitare qualcosa di straordinario!
Che sappia stupire! Perché la Felicità avviene sempre
per eccesso di Amore: Amore in uscita e Amore in entrata.”

“ Mirko…Tu guardi troppi film porno…”

“Ma no! Stai a sentire!

La felicità è come un’energia che quando si dilata superando
il confine epidermico prende il nome di Altruismo, mentre quando
si contrae e ristagna prende l’accezione negativa di Egoità.
Esistono solo due casi in cui la Felicità viene concessa al singolo:
la Trance e l’Estasi.

“ E dalle…! Ma si può sapere che Trance frequenti?”

“… la Trance avvicina l’alto con il basso, l’Estasi il basso con l’alto.
La prima è la Discesa del Cielo all’interiorità.
La seconda, l’offerta dell’interiorità al Cielo.
Un donarsi reciproco…
Finché viviamo secondo i concetti umani
di peso,spazio e tempo, la Felicità non è altro
che uno stato di grazia parziale.
La Felicità assoluta non esiste, non è di questa terra,
e sebbene noi possiamo pensarla, insegnarla o cercare
di afferrarla essa non potrà mai essere compresa fino in fondo
perché, anche se avessimo la fortuna di godere
di questi momenti, siamo sicuri poi che sapremmo riconoscerli?

“ Godere?!! Ah ma allora sei fissato!”

“… e se non abbiamo saputo farlo…”

“ Cosa?!”

“… è perché siamo stati troppo miopi o troppo distratti?”

“Pensa per te!
T’avevo avvertito che ti veniva lo Strabismo di Venere,
ma tu, niente! Oh ma mi ascolti?!”

La ricetta della Felicità non esiste.

E’ questione di sapori, di spezie…

“Dì la verità! Hai guardato la Clerici?”

“ …. di accostamenti di colori, di forme contrarie…”

“Art Attack: La vendetta di Muciaccia…”

“E’ l’accettazione di noi stessi con tutti i nostri chili in eccesso
o in difetto, con tutti i nostri pregi e difetti, con tutte le fobie
e manie.
Insomma, ciò di cui parlo,è qualcosa che ha che fare
con la personalità, con la nostra biografia in costruzione!

“Biografia? Ma non sei un po’ troppo giovane?”

“Ho detto biografia, non testamento!!!”

“Io parlo di accettare il presente così com’è senza lottare contro di esso cercando di non rinnegare il passato e ponendosi nei confronti del futuro con un intenzione e un’attenzione disinteressata,
pur vivendo nella saggezza dell’incertezza.”

“Eh???!!!”

“Non possiamo avere tutte le risposte,
ma possiamo vivere adottando un atteggiamento di apertura
verso tutte le domande.”

“Mike Bongiorno! Genius! Ho indovinato?”

“Capisci?!
E’ questione di apertura mentale,di ricettività, che poi sono anche gli unici punti-luce che abbiamo a disposizione per vivere il Presente come se fosse un Dono… e senza zoppicare troppo.”

“Questo l’ho riconosciuto! E’ il Doctor House! “

* * *

DADA DELIRIO

TITOLO: DOPO DI CHE…

A A A ARCHIVISTA CERCA
Umanità perduta per concederle
il beneficio o il maleficio del dubbio…
Eccolo, è lui, il nuovo Rescator, la possibilità estrema,
offerta a tutta quell’umanità che ti ha deluso, giudicato,
etichettato e cancellato in tempo reale.
Un’umanità che ha sempre bisogno di un timbro per classificare il prossimo o l’insana necessità di affrancare con posta prioritaria il proprio “ pre giudizio” che per il destinatario diventa inevitabile condanna.
A chi di noi non è successo?
E allora, se di posta ferisci, di posta perisci!

DIECI!

DIECI LETTERE!

DIECI Message in a bottle,

lanciate al destino
o improvvise visite a domicilio
per tentare una volta per tutte l’impossibile
perché, prima o poi, TUTTO TORNA…
proprio come un boomerang ) ) )

Voi mi avete messo in zona rimozione?
Archiviato nel fascicolo “ Perdente”? BENE!

Ai vostri occhi risultiamo silenziosi LAMBS?
E io vi rispondo che, non per questo,
siamo destinati al LIMBO!

No! Noi, al contrario, la diamo una possibilità,
noi non condanniamo all’oblio,
perché il LED della nostra Memory e della nostra Directory
è sempre acceso.

Tentare la sorte non ha sortito effetto alcuno
se non quello di avere una conferma in tempi lunghi.

Adesso tocca a noi premere il tasto “CANCEL”.

NIENTE DI PIU’ FACILE.

L’accesso all’umanità è negato.

Cancellazione dati inevitabile.

Affidarsi alla Sorte è stato un ERRORE, ERRORE…

Forse era meglio affidarsi al sortilegio…

Ma questa è magia d’altri tempi

e OGGI più niente avviene con un battito di ciglia
ma soltanto con un CLICK.

DURA LEX che si staffa su un personale Memento Mori:

FINCHE’ TI NOMINO TU ESISTI…

DOPO DI CHE…
postato da: ivanomugnaini alle ore 14:43 | link |

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mercoledì, 27 luglio 2011
battito di lettura , 28 luglio
– 1 al sesto, settimo ed ottavo battito di lettura nell’ultimo movimento letnow!

letnow!11chiostro28.7
Il 28 luglio il Chiostro di Voltorre
si apre nuovamente alle 20:30
per scandire i battiti di lettura de

“Il mondo è vedovo”
Paola Turroni

“Fiori di carta” e “Carte ciclostinate”
Sandro Sardella

“La febbre”
Francesca Genti

e da una sorpresa dell’ultimo movimento letnow!

in chiusura di serata
Chiara Zocchi
regalerà una piccola anticipazione del disco che ad agosto inizierà a registrare allo studio La Sauna di Varese.

TRAINART
Luca Traini, readeresident abrigliasciolta sin dall’ottobre 2004 porterà il suo percorso fulminante in cinque minuti

battiti di lettura scanditi da
Alessio Magnani
giornalista Bibliotrailer la6.tv
Ombretta Diaferia
direttore artistico ed editoriale abrigliasciolta
Andrea Giacometti
direttore di varesereport.it
___________________________________________________________________________________________________________________________________________________
letnow! performance nello spazio letterario contemporaneo scrittura, performazione e lettura ai tempi del new media
nella fresca cornice del Chiostro di Voltorre e l’esposizione “Habana” di Roberto Perini.
Il Chiostro di Voltorre aprirà al pubblico alle 20:30 per consentire la visita della mostra Habana di Roberto Perini.
I quattro movimenti vengono accolti da “carovana dei versi – poesia in azione”, collettivo che da sette anni diffonde poesia nella quotidianità dell’uomo.

La rassegna estiva si chiuderà con la performance, quella forma che pone in azione il libro tra l’autore ed il lettore. L’appuntamento è stato affidato a Francesca Genti, Paola Turroni e Sandro Sardella, già noti al pubblico varesino, che ci condurranno nei loro ultimi progetti editoriali, provenienti da un lungo lavoro performativo che ha ?costruito? la forma cartacea.
LA FEBBRE romanzo di Francesca Genti
Mentre animali mutanti e famelici si aggirano tra le macerie di un mondo senza speranze, tre amici vagano allo sbando, senza meta in una città completamente in mano a squadre di poliziotti aiutati da ferocissimi canibabbuino. Profetico, lirico e visionario, è la storia di una follia collettiva che porta alle estreme conseguenze gli eccessi del contemporaneo e che dà un volto e una voce ai demoni del nostro vivere quotidiano.
Francesca Genti (Torino 1975)lavora nell’editoria per ragazzi, realizza lavori di arte visiva e libri d’?artista (l’ultimo è “Sotto Botta”) e collabora come paroliera con vari gruppi musicali (suo il testo del successo dei Baustelle Dark Room). Ha pubblicato Bimba Urbana (Mazzoli), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero), Il cuore delle stelle (Coniglio Editore), Poesie d?amore per ragazze kamikaze (Purple Press). Tradotta in inglese, francese, spagnolo e arabo, suoi testi sono apparsi su «Nuovi Argomenti», «alfabeta2» e «Velvet». La febbre è il suo primo romanzo. E’ uno degli autori della raccolta annuale “carovana dei versi – poesia in azione” abrigliasciolta.

IL MONDO E’ VEDOVO poesie di Paola Turroni
Elemento forte del libro è la sua originalità: avventura figurale da percorrere per intero, senza stacchi. Una scrittura drammaticamente declinata al presente che raggiunge la visionarietà di una migrazione ininterrotta. “Il Mondo è vedovo”, oggetto della performance del 28 luglio di Paola Turroni e David Rossato, è alla 54° esposizione di arte contemporanea di Venezia, con un video di Stefano Massari ed una suggestiva installazione nel Padiglione della Repubblica di San Marino.
Paola Turroni (Monza 1971)ha pubblicato Animale (Fara), Due mani di colore con Sabrina Foschini (Medusa), Il vincolo del volo (Raffaelli) di cui una selezione é uscita tradotta in inglese per la rivista americana “How2”. E’ presente in numerose antologie, suoi testi sono presenti su diverse riviste e on line, ha collaborato come traduttrice a I surrealisti francesi (Stampa Alternativa) e con Rai RadioDue. Ha al suo attivo diverse performance e nel 2004 e nel 2008 al Festival Internazionale di Poesia di Malta. E la notatrice ufficiale de “carovana dei versi – poesia in azione” abrigliasciolta.
David RossatoArchitetto, visual e web designer e compositore, ha scritto colonne sonore per corto e lungometraggi, musica per videoarte e reading poetici.

FIORI DI CARTA “segnali” di Sandro Sardella
con F. Matticchio, P. Echaurren, R. Ranza, C. Levi, G. Legatti, M. Chiodetti “Un segnale di libro ha dato vita a Fiori di carta di Sandro Sardella: dieci anni di viaggio umano di un poetartista insieme ai suoi compagni di avventura. Ed è stata subito poesia. Corale. Quotidiana. In azione.”
Sandro Sardella offrirà incursioni anticipatorie de “volantini ciclostinati”, il lavoro in corso d’opera per i suoi vent’anni di scrittura e pensiero operai.
Sandro Sardella (1952 Varese) è artista del segno che si è fatto conoscere nel 1979 con “Sandrino operaio stupidino” a cura di Corrado Levi, quaderni di “dalle cantine”. Ha pubblicato Coriandoli (Traccedizioni, tradotto da Jack Hirschman negli USA), Parolecicale (Stampa Alternativa). Nel 1980 con Giovanni Garancini ha fondato la rivista “abiti lavoro”. Dal 1991 al 1995 ha collaborato con il quotidiano transfrontaliero “il lavoratore/oltre” (Lugano, Varese, Como). Dal 1995 frequenta le edizioni Pulcinoelefante di Alberto Casiraghi, con il quale ha realizzato oltre sessanta libri d?artista, intervenendo con una poesia o con un disegno. E’ uno degli autori della raccolta annuale “carovana dei versi – poesia in azione” abrigliasciolta.
Nel 2010 ha inaugurato la collana “segnali” abrigliasciolta con “Fiori di carta”, un libro di poesia, non di poesie, un semplice e immaginifico esempio dell’essere fatto dell’altro, con Franco Matticchio, Pablo Echaurren, Corrado Levi, Gisa legatti ed i fotografi Riccardo Ranza e Mario Chiodetti.

letnow!http://www.youtube.com/watch?v=i7OaTJpYukY&feature=related

Sperimentazione è la parola d’ordine di abrigliasciolta, dove le “briglie” possono essere “sciolte” solo quando le si padroneggia ed i battiti di lettura scandiscono movimenti.

Postato il

domenica, 15 maggio 2011
Concorso LA VITA IN PROSA 2011: Vincitori e Finalisti

VINCITORI, FINALISTI E SEGNALATI DEL CONCORSO

“LA VITA IN PROSA” – seconda edizione, 2011

La seconda edizione del Concorso LA VITA IN PROSA organizzato in collaborazione con puntoacapo Editrice, ha visto la partecipazione di 207 Autori, per un totale di 424 lavori inviati da tutte le regioni italiane.

La Giuria del Concorso, composta da Adrian Bravi (scrittore), Roberta Lepri (scrittrice), Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di puntoacapo Editrice), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), e da Ivano Mugnaini (ideatore e curatore del Concorso, scrittore, direttore della collana di narrativa AltreScritture di puntoacapo Editrice, che ha svolto nell’ambito del Concorso anche il ruolo di segretario), ha valutato i testi inviati, rilevando un buon livello qualitativo, una grande varietà di stili, generi e temi, a testimonianza di percorsi personali variegati ed interessanti.

La Giuria, che ha valutato i racconti in forma anonima, ha effettuato una prima selezione, in seguito a cui sono emersi i lavori dei seguenti Autori ritenuti degni di segnalazione:

Avanzato Ambrogio, Balducci Annarosa, Bedini Serena, Brighi Antonella, Buda Loretta, Busca Gernetti Giorgina, Catuogno Maria Gisella, Centi Maurizio, Cilento Ivan, Conte Simona, Cuppini Alessandra, D’Adamo Barbara, D’Altilia Grazia, D’Amaro Sergio, D’Amico Simona, D’Atri Vera, de Bernart Luciana, Della Porta Fortuna, Di Lisio Grazia, Dimartino Letizia, D’Incà Renzia, Fattori Narda, Galetto Federica, Garofalo Gabriella, Gatti Ornella, Guggino Tiziana, Laganà Bruno, Leoni Laura, Leoni Stefano, Lumenti Vincenzo, Lupo Michele, Macchia Annalisa, Martinelli Monica, Massalongo Milena, Massei Michela, Mazzola Eleonora, Mazzuccato Ludovica, Missaggia Maria Giovanna, Moiser Gianluca, Nale Milly, Napoleone Patrizia, Perego Silvio, Pignotti Sandro, Pirro Filippo, Puggioni Gavino, Quieti Daniela, Ragazzi Niva, Ramoscelli Roberto, Righetti Marco, Righi Donatella, Rodi Marco, Sangiorgi Marina, Savino Mauro, Schiappacasse Sara, Sergiacomo Lucilla, Tricarico Ferdinando, Vacchetta Flavio, Vetromile Giuseppe, Zimotti Maria.

Un’ulteriore cernita ha evidenziato i testi dei seguenti Autori, a cui è stata attribuita la qualifica di Finalisti:

Bedini Serena, Busca Gernetti Giorgina, Catuogno Maria Gisella, Conte Simona, D’Altilia Grazia, D’Atri Vera, de Bernart Luciana, Della Porta Fortuna, Di Lisio Grazia, Dimartino Letizia, D’Incà Renzia, Fattori Narda, Galetto Federica, Laganà Bruno, Leoni Stefano, Lupo Michele, Macchia Annalisa, Massalongo Milena, Massei Michela, Missaggia Maria Giovanna, Nale Milly, Napoleone Patrizia, Ramoscelli Roberto, Righetti Marco, Righi Donatella, Savino Mauro, Tricarico Ferdinando, Vetromile Giuseppe, Zimotti Maria

Dalla valutazione dei testi finalisti, è emersa la seguente classifica:

VINCITORI

1° : La borsetta rossa di Federica Galetto

2° : Nero vince in tre mosse di Simona Conte

3° : Una storia romana di Marco Righetti

4° ex-aequo : Il gatto rosso di Vera D’Atri

4° ex-aequo : La nevicata del 1938 di Patrizia Napoleone

6 : La rovina del muro di Milena Massalongo

7° : Come abbiamo fatto a far studiare Andrea di Roberto Ramoscelli

8° : Montagne franose di Maria Giovanna Missaggia

9°: L’ambulatorio di Michela Massei

10° : Il vuoto di Renzia D’Incà

I racconti degli Autori vincitori verranno pubblicati in una plaquette edita da puntocapo Editrice ed inserita nella Collana AltreScritture narrativa.

Come da Bando di concorso, puntoacapo Editrice si riserva inoltre di pubblicare, con regolare contratto di edizione, in volume singolo o nei Quaderni di Narrativa Contemporanea “Dedalus”, alcune opere degli Autori partecipanti di particolare interesse e rilevanza.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:13 | link | commenti (14) | commenti (14)
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domenica, 08 maggio 2011
IL TEMPO SALVATO

INCONTRI LETTERARI ALLE ‘Giubbe Rosse’
a cura di Massimo Mori

Giovedì 12 Maggio 2011
ore 17

Il prof. Luigi Fontanella presenta il libro di poesie:

‘IL TEMPO SALVATO’
di
IVANO MUGNAINI
(Edizioni Blu di Prussia)

Coordina l’incontro Annalisa Macchia.
Letture a cura di Valeria Serofilli.

“Darsi nudi alle parole”, questo è l’imperativo poietico di Mugnaini; quelle parole che sanno scandagliare come palombari l’amore visto-sentito-espresso, barthianamente, come valore essenziale e infinito”.
In collaborazione col Sindacato Nazionale Scrittori

Ivano Mugnaini è nato a Viareggio. Si è laureato in Lettere con una tesi sul teatro rinascimentale europeo. Scrive per alcune riviste, tra cui “L’ Immaginazione”, “La Clessidra” “Il Grandevetro”, “Gradiva”, “La Mosca di Milano”. Ha pubblicato la silloge Inadeguato all’eterno e la raccolta di poesie Il tempo salvato . Il suo racconto lungo dal titolo Desaparecidos è stato pubblicato da Marsilio. Ha pubblicato inoltre la raccolta di racconti La casa gialla e i romanzi Il miele dei servi e Limbo minore (Piero Manni, Lecce). Di prossima uscita il volume di racconti L’algebra della vita (Greco & Greco, Milano). Dirige la collana di narrativa della casa editrice Puntoacapo. Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario”, http://www.ivanomugnaini.splinder.com . Scrive recensioni su film e lavori teatrali. È autore di testi premiati o segnalati in concorsi letterari, tra cui il Premio “Loria”, il Concorso “Nuove Lettere”, il Premio “Eraldo Miscia – Città di Lanciano” e il Premio “Teramo”. Tra i critici che si sono occupati della sua attività letteraria ricordiamo: Andrea Camilleri, Ferdinando Camon, Vincenzo Consolo, Michele Dell’Aquila, Luigi Fontanella, Gina Lagorio , Paolo Maurensig, Raffaele Nigro, Elio Pecora, Giorgio Saviane.
postato da: ivanomugnaini alle ore 15:39 | link | commenti (3) | commenti (3)
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domenica, 01 maggio 2011
Passaggi di poesia – Bologna, 3 maggio

Paesaggi di poesia
ciclo d’incontri a cura di Sergio Rotino
verrà presentata l’antologia

Mappa Giovane
voci poetiche di Monza e Brianza

martedì 3 maggio ore 18.00
MEL OUTLET via Oberdan 7, BOLOGNA

introducono Guido Mattia Gallerani e Fabrizio Bianchi con il curatore Dome
Bulfaro.
Letture dei poeti antologizzati Antonio Loreto, Silvia Monti, Paola Turroni.

A fine incontro brindisi poetico con gli autori. Ingresso libero

SCHEDA LIBRO
“Mappa Giovane. Voci poetiche di Monza e Brianza”
(ed. Le Voci della Luna, 2010, 176 pag, con CD audio, 15€)
a cura di PoesiaPresente, realizzata con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza.

Poeti antologizzati: Mario Bertasa, Marco Bin, Roberta Castoldi, Adriano D’Aloia, Jacopo Galimberti, Antonio Loreto, Luca Maino, Eleonora Matarrese, Silvia Monti, Rosella Scarabelli, Paola Turroni.

Prefazioni dialogiche di: Lello Cassinotti, Luigi Cannillo, Francesco Marotta, Corrado Bagnoli, Biagio Cepollaro, Nicola Frangione, Patrizia Gioia, Renato Ornaghi, Ivan Fedeli, Piero Marelli, Fabrizio Bianchi.

Fotografie di: Marco Zanirato, Enrico Roveris, Riccardo Valli.
Cameo poetico di Marica Larocchi. Contributo di Sebastiano Aglieco

Postato il

domenica, 03 aprile 2011
presentazione della rivista GRADIVA a Firenze

BIBLIOTECA MARUCELLIANA
Via Cavour 43-47 – FIRENZE
presentazione della rivista

G R A D I V A
International Journal of Italian Poetry
THE STATE UNIVERSITY OF NEW YORK

con lettura di poesie

:::Desktop:gradiva logo.JPG

Saluto di Benvenuto: Dr. Roberto Maini

Interventi di:
FRANCO MANESCALCHI, Presidente Novecento Poesia
LUIGI FONTANELLA, Editor-in-Chief, GRADIVA
PLINIO PERILLI, redazione romana di GRADIVA

Coordinamento della lettura di poesia: ANNALISA MACCHIA

MARTEDÌ 12 APRILE 2011, h. 16,30

*
BALDUCCI BETTARINI BRANCALE CABRAS CALOGERO CHIAMENTI CORSI DEL SERRA DONATI FONTANELLA GUIDI MACCHIA MALETI MARCHEGIANI MATTONAI MORI MOSI MUGNAINI PANELLA PERILLI PIANTINI SAVINO SERIACOPI SEROFILLI TROMBETTI UGOLINI VINCITORIO e altri poeti…

evento aperto al pubblico

EVENTO APERTO AL PUBBLICO

LECTURE OPEN TO ALL

Postato il Aggiornato il

venerdì, 11 marzo 2011
L’EROE – poesia inedita di Giorgio Manacorda

Pubblico volentieri questa poesia inedita di Giorgio Manacorda. La tessitura abile, intensa, densa di assonanze, ci conduce a scoprire passo dopo passo la complessità di un testo che ci pone di fronte simultaneamente alla luce e al buio, al falso e al vero, alla consapevolezza dello status quo e alla tensione verso un altrove, in un gioco di chiaroscuri in cui, come in certi quadri fiamminghi o caravaggeschi, emerge a tratti il senso della realtà, quella dimensione altra, la sostanza dell’essere e del suo contrario. La parola ritrova nel testo di Manacorda la sua funzione fondamentale e primigenia, quella di scavare oltre la superficie delle cose e dei cliché conducendo alla gioia e alla pena di una comprensione ulteriore. Il tutto giocato e percorso con mosse da acrobata, sul filo sottile tra la dimensione in apparenza diretta e schiettamente connotativa ed una rivolta, linguistica ed anche morale, etica, nel senso laico e civile del termine, a cui il lettore è chiamato: “il tettonico sgarbo che la natura perdona a se stessa,/ l’eterno inquilino, il prodotto secondo, l’errore lo vuole per sé:/ rifare la madre di tutte le madri, lui, il non fecondato, l’eroe./ Ma la sua parodia fuoriesce dal tempo, e lacera e deforma lo spazio”.
La poesia di Giorgio Manacorda ci conferma che quando la complessità si fa ritmo, voce, richiamo, non è sterile esercizio retorico, ma, come nella sua produzione letteraria e critica, impegno, ricerca delle potenzialità della parola, anche in qualità di strumento civile e sociale, testimonianza di presenza e resistenza, argine al dilagare del becero e dell’assurdo: “ricevere e crescere e forse nel canto fiorire prima che tutto appassisca/ e si spenga (e arriva, oh se arriva), ma lei no, lei si apre e non cede”. E nel mistero di quel termine breve e perentorio, quel “lei”, poliforme e polisemico, c’è il cammino, la direzione che trova il suo senso, forse, nella ricerca stessa, nel pensiero del pensiero, in una riflessione senza inizio e senza epilogo. I.M.

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GIORGIO MANACORDA

L’eroe

Là dove la foresta si sfrangia e i prati spaziano fuori da ogni confine,
là dove tutto si gonfia ed esplode la grande, la rara promessa,

lui così piccolo e senza misura, lui sconosciuto al tempo,
voleva quella cosa per sé, per essere come lei nel dolore e nel pianto,

e ricevere e crescere e forse nel canto fiorire prima che tutto appassisca
e si spenga (e arriva, oh se arriva), ma lei no, lei si apre e non cede,

e risuona e risplende e ritorna ridente, doppia e presente,
se tutto è cupo ma celeste ed aereo, se l’aria e l’acqua s’incontrano

e si fondono e risalgono nel vibrato dei bronchi, nel silente filtrare
delle rosse lamelle dei veloci degli scattanti dei piccoli e gli enormi,

sulla terra un’unica fluidità mescola i viventi in nuove mattanze,
e si torna alle vecchie demenze, al vecchio strisciare, al volatile

vagare eretti o carponi, se lui, il normale, il famelico, il semplice, l’apparso,
l’esausto continuo calore, si ripete e scompare nel sogno del liquido magico

che siamo – ma se nella faglia sfugge alla presa per quali canali
per secoli è sceso e millenni erodendo la selce e il granito,

disperso espanso sgranato, ritorna cosparso di roccia,velato di calce e semenze,
gonfio di terra ributta alla terra il vivente e il morente,

se il minerale, il tettonico sgarbo che la natura perdona a se stessa,
l’eterno inquilino, il prodotto secondo, l’errore lo vuole per sé:

rifare la madre di tutte le madri, lui, il non fecondato, l’eroe.
Ma la sua parodia fuoriesce dal tempo, e lacera e deforma lo spazio.

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Qui di seguito: alcune note biografiche su Giorgio Manacorda e alcuni stralci da un’intervista a cura di Valeria Merola apparsa sul sito http://www.radiolibro.rai.it.

Giorgio Manacorda è stato docente di letteratura tedesca presso l’università della Tuscia di Viterbo e La Sapienza di Roma. Poeta e critico letterario, Manacorda collabora all’Annuario critico della Poesia italiana (Castelvecchi), da lui fondato ed attualmente diretto da Paolo Febbraro e Matteo Marchesini. L’Annuario fa il punto sulla situazione della poesia in Italia. Nell’antologia La poesia italiana oggi (Castelvecchi, 2004) il critico propone una fotografia della poesia nel passaggio tra il XX e il XXI secolo, scardinando il canone della nostra tradizione novecentesca. Manacorda sceglie di intervenire con gli strumenti della critica militante, imponendo all’attenzione del lettore autori giovani e promettenti. La lettura critica comincia con un epigramma per ogni poeta presentato, in cui Manacorda stigmatizza le linee della sua analisi.

D: Che cosa hanno in comune i giovani poeti che lei propone? E quali sono le prospettive per la poesia del XXI secolo, dopo la crisi del Novecento, dopo il postmoderno?
R: Non posso fare profezie, ma posso parlare a partire da quella che è la situazione attuale e quindi dire quali sono gli autori su cui si può scommettere. Penso in particolare a quelli che considero i migliori poeti degli ultimi dieci anni, e cioè ad Antonella Anedda, Massimo Bocchiola, Paolo Febbraro, Umberto Fiori ed Edoardo Zuccato. Questi poeti, che per me rappresentano veramente l’oggi della poesia italiana, hanno in comune l’originalità della parola lirica, il fatto che nessuno di loro sta a rifare il neoorfico, il neoclassico, il postmoderno, ecc. Sono tutti poeti in cui si sente la necessità dell’esperienza, in cui la poesia si manifesta come pensiero arcaico, senza mediazioni razionali che ne annientino l’efficacia emozionale.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:52 | link |

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martedì, 08 marzo 2011
SIA PURE IL TEMPO DI UN ISTANTE – Cristina Tirinzoni
“Ho sempre addosso la tua assenza”, recita uno dei versi del libro Sia pure il tempo di un istante di Cristina Tirinzoni. È un verso che, nell’arco breve di poche parole, racchiude mondi di speranze, attese, verità irrisolte. Il destinatario a cui viene rivolta la frase è un affetto fondamentale, insostituibile. Ma potrebbe essere anche il tempo, quello stesso inesorabile, comico, tragico, ineluttabile meccanismo fatto di istanti che diventano anni e vite, quello stesso interlocutore muto a cui fa cenno il titolo del volume. C’è una capacità di dialogare con le “logiche” cronologico-esistenziali-sentimentali in questo lavoro di Cristina Tirinzoni che è fatta soprattutto di sobrietà; non certo nel senso di scarsità di passione o di sete di emozioni, quanto, piuttosto, come volontà di racchiudere in frasi dense e scelte con cura l’essenza del mistero più grande, quello di un incontro, di un brivido, rapido, lunghissimo, un battito di cuore interminabile. Tutto ciò racconta e trasmette in modo adeguato quella tensione autentica a cui fa cenno anche Raul Montanari nella nota pubblicata nella quarta di copertina. Rende bene il senso, e la mancanza di senso, umanissima, per quella “nostalgia per quello che avrebbe potuto essere e non sarà mai più”. Una scrittura dell’assenza, quindi, del ricordo, dell’attesa. Ma, è giusto ribadirlo ed apprezzarlo, senza patetismo e senza rinuncia, senza la resa a quel tempo, ancora e sempre lui, che è simultaneamente nemico e complice. Perché, ci ricorda l’autrice, “ci sono giorni che stanno in fila ad aspettare/ e li chiami per nome e hanno/ facce di stupore”. Ed è proprio la magia, dolorosa a volte ma sempre essenziale, di quello stupore, che rende vivo questo libro, fatto di osservazioni attente e sincere, di considerazioni vivide, e di quella miscela tra speranza e malinconia che costituisce in fondo l’essenza dell’esistere, Il luogo in cui si alternano indizi e scoperte, nuove partenze seguite da nuovi arrivi.
Colgo anche l’occasione, parlando di un’autrice donna, per rivolgere in questa Giornata un augurio di cuore a tutte le donne lettrici di Dedalus e non solo. I.M.

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CRISTINA TIRINZONI
Testi tratti da SIA PURE IL TEMPO DI UN ISTANTE,
Neos Edizioni, Rivoli, 2010

ACQUA PASSATA

Afferrato il giubbotto, aveva lasciato i soldi sul banco e la
barista gli aveva reso lo scontrino con un sorriso di
compiacimento. Uscito dal caffè del centro, aveva dato
qualche boccata nervosa prima di gettare via la sigaretta.
Poi aveva percorso il tratto di strada un centinaio di
volte, incurante delle pioggia. Guardava i passanti ad uno
ad uno pensando che Laura sarebbe tornata indietro.
Si erano dati appuntamento in un caffè affollato di
trentenni all’ora dell’aperitivo, seduti al tavolino di onice,
avevano ordinato un tè. Lei serrava la tazza fra le mani,
soffiando sulla bevanda, con mani nervose. Non sapeva
perché aveva accettato di vederlo ancora. In uno strano
gioco di riflessi, gli specchi appesi alle pareti davano vita
ai loro volti. «Mia moglie non conta niente, le parlerò»,
aveva detto lui, mentre le sue lunghe gambe faticavano
a trovare una posizione comoda «Non c’è niente da
chiarire, spiegare. No, non aspetto più. È finita, per
davvero, lo capisci?», aveva detto e poi l’aveva vista
andare via, senza voltarsi. Tutto si risolveva, prima: con
una telefonata, un abbraccio, una risata. Questa volta era
davvero finita, lo sapeva mentre tornava a casa. Prima di
cena si era seduto come un naufrago sul divano
nell’ampio soggiorno. «L’ami ancora?», aveva chiesto sua
moglie, guardando il nulla. Lui non capiva perché glielo
chiedeva proprio quella sera.

* * * * *

ALLINEARE PAROLE

Allineare parole
l’una dopo l’altra.
Non ti amo più.
Ti amo.
Me ne vado.
Rimani.
Departures. Arrivals.
Lo seguì con distrazione uscire in fretta
dalla sua vita.
Che passino veloci e non facciano altro,
gli addii.
E li gettò nel cestino.
Sembrano non servire a niente certe storie.

* * * * *

CI SONO GIORNI

Ci sono giorni che li mandi a memoria,
come se niente fosse,
altri che passano in fretta per non farsi riconoscere
e scomparire nell’ombra
di un portone
ci sono giorni che stanno in fila ad aspettare
e li chiami per nome e hanno
facce di stupore
altri che stanno ad aspettare,
fra attese e rimandi, come appesi ai fili della luce,
accartocciati come un giornale dimenticato
da qualcuno sulla panchina
fino a quando non li guardi più
ci sono giorni che sembrano bastare
altri che dicono bugie come strade senza uscita.
Ci sono giorni che si numerano sotto le suole
a colpi di passi.

* * * * *

DOLORE

Alzo le braccia.
Mi consegno al dolore
la parola non basta
c’è un resto che deborda che eccede
irraggiungibile dalla parola.
È là che voglio andare.
Mi prende lo sgomento
ma è là che devo andare.
Come un tatuaggio si fissa
sul corpo
per sempre sotto pelle
nelle vene
nel cuore
nel cervello
nelle spalle
nella schiena.
Mille tatuaggi.
Di lato sopra, sotto,
ho sempre addosso la tua assenza.

* * * * *

FIL DI FUMO

Il passato non si cancella
ma resta lì acquattato fra le pieghe
del presente.
Si accumulano indizi e scoperte.
Tracce confuse lungo gli anni passati
frasi perdute
gesti lasciati in sospeso
legami segreti.
Come disegnati da una nuvola di fumo
di un indiano navajo
uscito da un vecchio film.
postato da: ivanomugnaini alle ore 14:21 | link |

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martedì, 01 marzo 2011
Aprile degli anni, presentazione alla Libreria Equilibri di Milano
Francesco Dalessandro, Aprile degli anni
puntoacapo Editrice

Giovedì 3 marzo ore 17,00
Libreria Equilibri, Via Farneti 11, Milano

Presentano
Giancarlo Pontiggia, Marco Vitale e Mauro Ferrari

http://www.puntoacapo-editrice.com
TUTTE LE INFORMAZIONI SU:

NUTRIMENTI POETICI
Fiera Festival dell’Editoria di Poesia
NOVI LIGURE (AL) 17-19 giugno 2011

PREMIO LETTERARIO
“FIERA DELL’EDITORIA DI POESIA”
I edizione – 2011
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PUNTO
Almanacco della poesia italiana

Postato il Aggiornato il

domenica, 27 febbraio 2011
Due inviti: al Booklet e al Trotter di Milano
DUE INVITI

al Booklet Milano

via Mario Pichi, 3- 20143 Milano

MM2 Porta Genova F.S.- Bus 90-91 ; tram n. 3

Poesia, Forma di Vita

a cura della Redazione della rivista di poesia arte e filosofia La Mosca di Milano

martedì 1 marzo 2011 – ore 18.00

a cura di Sebastiano Aglieco e Alessandra Paganardi

presentazione di 2 poeti

della collana Sguardi, La Vita Felice, MILANO

Maurizio Gramegna, Silenzi a memoria

Pancrazio Luisi, Luoghi del silenzio

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All’ Associazione Culturale

Casa della Poesia Trotter

Al Trotter: entrate da Via Giacosa o da via Padova

MM1 Pasteur- MM1 Turro

Venerdì 4 marzo, ore 18,00

Gabriela Fantato

legge i testi e presenta della poetessa milanese

Daria Menicanti

(Piacenza 1914-Mozzate, Como 1995)

Con riferimento all’antologia di saggi critici collettivi

Con la tua voce- incontro con 10 grandi poetesse del Novecento

a cura di Gabriela Fantato (La Vita Felice edizione, 2010 )

“Di solito succede a questo modo:

dopo un lungo silenzio le parole

anche le più comuni le più

consumate dall’uso e dalla pace

vita riprendono, colore.

Escono ardendo e si aggruppano in corone

di isole in arcipelaghi

o, se hai fortuna, in continenti. (…)”

(Daria Menicanti, Ultimo quarto, 1990 )

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:30 | link |

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venerdì, 25 febbraio 2011
IL MONDO È VEDOVO , Paola Turroni
Dare un senso allo sguardo, il contatto più impalpabile ma allo stesso tempo più denso, intenso, invasivo e invadente. La frequenza con cui Paola Turroni in questo suo volume poetico, Il mondo è vedovo, pronuncia, richiama, sottende o esplicita l’atto del guardare non appare casuale, ma piuttosto programmatica, nel senso di una deliberata messa in pratica, dolorosa e tenace, di una necessità penosamente vitale: osservare il mondo, e con lui noi stessi, per capire ciò che c’è e ciò che manca, la certezza del dolore nella ricerca di qualcosa d’altro, un altrove mai trovato e mai abbandonato. Il libro di Paola Turroni, recentemente edito da Carta/Bianca, ha un peso specifico notevole, quasi a contrastare, con la sostanza della parola e del pensiero, l’agile consistenza dell’oggetto libro, nel caso specifico lieve, maneggevole, sottile. Nella nota critica introduttiva Alberto Bertoni accenna opportunamente alla “visionarietà di una migrazione ininterrotta”. Il tema del migrare, attuale ed eterno, ha più livelli di intrepretazione e significato. Nel libro di Paola Turroni si rivela come un’attività di vivida mappatura dell’interiorità, percorsa però non con un ragionamento sterile e anodino, ma, piuttosto, come esplorazione dei dati di fatto della vita, per quanto alieni, crudi. Ma durante il viaggio l’autrice accoglie in sé il dolore e la bellezza, ed ha la volontà di dare misura e significato a tutto ciò che arricchisce ogni passo, ogni verso: “I colori della mia gonna/ conservo nel colore la mia terra/ Un viaggio siamo diventati/ con i divieti addosso, tenuti stretti/ come un riconoscimento”. Il coraggio di riconoscersi nell’altro è arte complessa, sia nella vita che sulla pagina scritta. Paola Turroni lo fa con spontaneità sincera. Ed ogni pagina di questo libro ci mette di fronte ad una schiettezza che chiama in causa, per analogia e contrasto. Le immagine sono nitide, ed ogni dettaglio, ogni fotogramma, rappresenta sensazioni realmente percepite e vissute prima ancora che costrutti sintattici, metafore e allegorie. Il mondo è vedovo è una sfida, richiede al lettore lo stesso sguardo con cui scruta, si scruta e ci scruta. Per capire quanto siamo colpevoli di fronte alla “vedovanza del mondo”. Per comprendere se siamo in grado di essere sinceri, per poter dialogare davvero, per parlare di noi agli altri e a noi stessi: “Non ti piace essere guardato negli occhi/ ma cerco i tuoi occhi – in questo resto di città./ La faccia stretta dalle cinghie dell’elmetto/ per trattenere la paura – non serve/ che a evitare un mattone, in bilico sulle macerie/ o a trattenere la paura”. I.M.

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testi tratti da

IL MONDO È VEDOVO
di Paola Turroni

Carta/Bianca edizioni, 2010

primo coro

Non so del vostro passo cosa fate, io cerco solamente di guardare.
Arrivano i soldati a cancellare – il nome.
Io esisto in voce di quelle persone, di questo cammino.
Non è nemmeno esilio in questa terra ipotecata
non c’è brace sufficiente a fare luce,
quanto fuoco hanno dato in cambio di un fratello
è così che mi sono arresa – la retorica d’amore
non basta per fare una promessa.
Loro che camminano, loro sono come un pianto
ostinati, che camminano
siamo reduci della polvere.
Così come coltivano i campi i contadini,
mungono le vacche i pastori, seppelliscono i morti le madri.
Ci sono gesti piccoli – la nostra preghiera audace
che insiste alla terra dei sicari.
Senza pietà, senza perdono
è un cammino che serve a guardare.
C’è un lavatoio da questa parte dove le donne parlano
di come si fa la pace e come si fa la guerra, parlano
mentre lavano i pantaloni dei loro soldati
dei loro sicari.
Si assediano i fianchi, la pancia necessaria
una doglia di bellezza – la guerra si perde
per assecondare la terra.

* * *

loro che camminano

Camminano e arrivano alla fonte, tra le bestie del pastore
hanno sete.
Lui guarda senza domandare – non vuole sapere
le bestie hanno sete.
Si danno il cambio. Poca acqua, senza spingere
solo un sorso, il caldo ha asciugato la rabbia.
Un sorso a riparare i ricordi
perché non l’indurisca la sete
l’assenza o lo scambio continuo
dei morti.
Lui tiene il bastone in punta, appoggia le spalle
lo tiene in punta per muovere i sassi
e ritrovare la strada.

* * *

sud-est
levante dal latino nascere, alzarsi

Qualcuno di voi sa cosa vuol dire
abitare un tappeto?
Il mio tappeto mi assomiglia – vedete?
I colori della mia gonna
conservo nel colore la mia terra.
Un viaggio siamo diventati
con i divieti addosso, tenuti stretti
come un riconoscimento.
Un castigo di confini è diventata
la mia terra.
Nelle stazioni e negli alberghi abbandonati
dividiamo i pavimenti coi tappeti
un tappeto è il nostro riconoscimento.
Dorme un poco del mio sonno il mio bambino
rincalzo le coperte nella cassetta della frutta
la sua culla, il mio armadio.
È qui che tengo il pane, le monete per la nave
e la collana di mia madre – perché un giorno
io abbia una finestra, dietro la quale indossarla
a una figlia.

* * *

Non ti piace essere guardato negli occhi
ma cerco i tuoi occhi – in questo resto di città.
La faccia stretta dalle cinghie dell’elmetto
per trattenere la paura – non serve
che a evitare un mattone, in bilico sulle macerie
o a trattenere la paura.
Una cinghia stringe il giubbotto sul petto
trattieni il cuore sotto
hai una madre oppure, così magro
e solo – sei già padre?
E tu donna hai sentito quel rombo? Tuo figlio
non può tenerti il braccio, tiene
la manica della casacca vuota.
Le smorfie di dolore di tuo figlio
ti assomigliano – è da questo
che si riconoscono i bambini.
La strada di fango scende dalle montagne
e arriva in casa, confondi il pavimento
col selciato e quando chiudi le finestre
c’è sempre qualche buco da cui entra il freddo
ma chiudi le finestre lo stesso.
Ci sono gesti che bisogna continuare a fare
chiudere finestre, tostare il pane, legarsi
il fazzoletto sulla nuca
non c’è altro modo che i gesti
per fare i vivi.

* * *

Sotto questo cielo solo il cuoio
lo scoccare del cuoio sulla schiena
solo questo si sente, uomini e donne
quaggiù non si ama.
Un cielo limpido e livido – non siete venuti
per divertirvi, dice la voce che insegna
e invita a sedersi, a silenziare
a inchinarsi, a smettere la legge
e frustare.
Un silenzio polveroso – sotto questo cielo
polvere tra i denti, ingoiare polvere
e se qualcuno ha sete, se qualcuno ha fame
giovani ignoranti vendono acqua e pane.
Questo si fa nell’arena, cento frustate a testa
un uomo e una donna si sono amati – ma non erano sposati.
Ci sono tre giudici in fila – una mano forte, un forte offeso
solo il rumore del cuoio sulla pelle nuda
diamoci il cambio signori – affinché ognuno
sia giudice abbastanza.
Le grida che spezzano il cuoio – sotto questo cielo
e la ragazza sotto la coperta perde sangue di nascosto
un animale macellato – affinché non resti traccia
piegati in due sull’erba
puniti corpi.

* * *

Ora che posso ascolto, stare qui
seduta a imparare – lascio scoperta la faccia
voglio ascoltare con tutta la faccia,
imparerò a curare le piaghe – e non avrò bisogno.
Ho messo il rossetto
fatto la riga sugli occhi, anche
quand’ero nascosta – ma non l’ho detto.
Con mia sorella vado al bordello, ho una gamba corta
mangiata da una mina, ma ci son soldati
che a vedermi zoppicare – dicono ch’è bello.
Le bambine portano
i cesti del bucato, ricevono in cambio
un vestito pulito – poi andiamo
insieme al mercato, chiediamo in dono
la verdura.
I miei fratelli raccolgono spazzatura nelle discariche
quando l’alba fa vedere, plastica o ferro,
quello che si può riciclare. Al campo mangiamo
patate e cipolle, il rumore dei mestoli
nell’acqua che bolle, è un rumore che aiuta
a saziarsi.
I bambini che sanno nascondersi
la notte al cimitero – a scavare
cercano le ossa, diventano
tritate – concime
e poi si vendono.

postato da: ivanomugnaini alle ore 11:16 | link |

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domenica, 20 febbraio 2011
EL DJABLO di Roberto Morpurgo – recensione di Mauro Ferrari
La nota di Mauro Ferrari a EL DJABLO, libro di racconti di Roberto Morpurgo edito da puntoacapo, è nitida e appassionata, e propone scenari e considerazioni di più ampio respiro. Partendo dal libro di Morpurgo, volume fuori schema, del tutto originale ed autenticamente innovativo, Ferrari parla anche della letteratura contemporanea, con schietta lucidità. Propongo qui di seguito la recensione di Ferrari. I. M.

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Roberto Morpurgo, El Djablo, puntoacapo Editrice, pp. 192, € 15,00

Qualche riflessione

Se c’è un modo per fare torto a un libro di narrativa, è quello di soffermarsi sulla trama; se questo vale per il romanzo, a maggior ragione sarebbe sciocco e inutile per un libro di racconti; volendo dare una lettura semplificatoria, ma anche falsata, della raccolta di Roberto Morpurgo, potremmo dire che si tratta di racconti di ambientazione spagnoleggiante o sudamericana, come si evince dai numerosi inserti in spagnolo. L’interesse del narratore – che in realtà è, nell’accezione più ampia del termine, un poligrafo – va però ben oltre la delineazione di una trama, il tratteggio di un ambiente e di un personaggio. Incrociando questa prosa immaginifica, magmatica e labirintica, queste storie improbabili quanto la realtà stessa e gli interrogativi impliciti che presenta, è evidente che Roberto Morpurgo, in rotta dalle narrazioni lineari della tradizione, ha rifiutato anche la battuta strada della Letteratura-senza-autore (senza tema e senza responsabilità); quella che parrebbe scriversi da sola salvo, poi, a non dire nulla se non autisticamente se stessa, in un intrattenimento infinito e alienato.

Già l’Avvertenza ci fa accorti di due elementi essenziali: “malgrado ogni apparenza, questo è un libro nato dalla disperazione” dice Morpurgo. Ora, non è il caso di cadere nella fallacia autobiografica cercando di rintracciare la disperazione dell’autore: è, quanto meno, un elemento non pertinente. Piuttosto, rimandiamo alla frase di Kafka, secondo cui c’è un mondo di speranza, ma non per noi – noi umani, naturalmente. Il secondo tassello arriva poco sotto: “Le persone di cui si narra in questo libro non appartengono all’ordine dell’esistenza”, e l’autore cita l’esilio, un “limbo di penombre e parole dal lembo screpolato”. La disperazione parrebbe quindi giacere nella condizione ontologica dei personaggi, come immagine di (noi) uomini, “ipocriti lettori”, sospesi fra pulsione ad esistere e impossibilità a definirsi, cioè a dirsi unici e univoci. Il libro, puntualmente, propone una ridda di doppi, di specchi, scambi, rifrazioni, labirinti anche logici (l’Originale e l’Imitazione) che non permettono molto spesso di disambiguare il senso di una scena, una storia, un personaggio – elementi che non rimandano mai ad altro che se stessi, all’infinito. Si veda il metodo faulkneriano di costruzione di El Companero.
Attenzione quindi a quell’infrazione gratuita del segno, quel Diablo che diventa Djablo innescando fin dal titolo il graffio dell’Identità come gratuità. O scelta, o libero arbitrio. O Differenza che non è, per nulla, la Différance à la Derrida, la quale differisce/rimanda all’infinito un significato finale che non esiste, né un ennesimo svolazzo sul tema barthesiano della morte dell’autore, bensì l’esaltazione ambigua e problematica, e gioiosa perché tragica, della vitalità della Parola come Dono, cioè performatore dell’alleanza (Caillou) fra Uomo e significato. E quindi dell’Autore, che esiste e cerca con noi, e per noi, tracce e segniportatori di un errore – genetico – di trascrizione che autorizza l’unicità del singolo, di quell’Individuo che deriva etomologicamente dal termine latino individuus, composto da in- “negativo” e dividuus “da dividere”!
La Letteratura come gioco dei significati non è proprio l’idea di Morpurgo; piuttosto lo è la Letteratura come ricerca, esaltazione dei significati. Come vita insomma, se proprio vogliamo scomodare il concetto più pregnante di tutti.

El Djablo è davvero un libro disperato, un libro tragico che parla di uomini minacciati dalla follia dell’Indifferenziato e dell’Ambiguo, della regressione a un mondo in cui ogni cosa equivaleva al suo contrario e solo la forza del simbolo – sim ballo – poteva ergersi contro la distruzione. Morpurgo sa bene che il demoniaco – EL DJABLO – cioè l’elemento che separa – dia ballo – è anche quello che scinde e permette la diversità e l’unicità. La quale è tanto espressiva, della propria scrittura personale, quanto biologica, poiché il Logos si scinde e diventa un ordine logico separato dalle cose. Le parole si distaccano dalle cose. La nostra logica, ma anche la nostra condanna, è nell’ordine dell’entropia che domina il mondo del Big Bang in cui la Freccia del Tempo non è reversibile.
Se l’Uomo è ricerca di un senso unico, allora la Letteratura è la traccia della sua ricerca; e le sirene, i mostri e i venti saranno altrettante occasioni di perdita e perdizione. Da un lato la tentazione dell’assoluto indifferenziato, ma dall’altro, comunque, dell’Uno altrettanto folle e disperato per la follia del molteplice. Le voci che parlano, del resto, sono spesso contornate da un alone di opacità, indeterminatezza. “Noi non riusciamo a decidere”, p. 78: parrebbe scritto da uno dei tre grandi del Novecento: Godel, Heisenberg, Scroedinger.

Ecco forse perché i personaggi di Morpurgo sono alla ricerca: la curiosità “demoniaca” è la molla interiore che spinge a viaggiare, a ricercare – quanti viaggiatori in questo libro!; è il demone del caso che gestisce (non sempre per male) le cose umane. E allora questa è la radice della scrittura di Morpurgo, persino del mistilinguismo che contamina e arricchisce ogni pagina di questo libro, che diventa un arabesco di senso come il segno grafico che apre il libro; ma, anche, la scrittura di Morpurgo inscena una conversazione amabile, in cui l’Autore – spesso presente e ammiccante al Lettore (perfino in qualità di… specchio, si veda El Borracho) ha la facoltà di aprire digressioni e persino perdersi in arabeschi alla Sterne, tornando sempre al punto di partenza. Soprattutto, è un narratore che aizza le possibilità di fraintendimento, mi pare, con continui rilanci, interrogativi, dubbi. Ed è un narratore che appare come tradizionale, o così si presenta, dandosi arie di onniscenza, cambiando spesso punto di vista e focalizzazione – insomma spiazzando il lettore, o meglio quello che sembra l’ascoltatore di una placida conversazione inglese. L’aggettivo non è casuale, visto il debito esplicito con alcuni dei modi dominanti della più classica narrazione anglosassone.

Si pensa allora a come “catalogare”, definire questa prosa. Iper-tradizionale? Certo siamo davanti alla proposta di una possente restaurazione dell’autore come unico sovrano e responsabile di una scrittura che non assembla materiali creati della lingua, ma che più borgesianamente segue una traccia sperduta nell’infinità, una traccia che qualcuno ha scritto; che poi quel Qualcuno diventi Nessuno non è dovuto ad altro che alla stessa ricchezza: se il denominatore, il divisore, è l’infinito – cioè il tutto, o meglio noi tutti, allora ciascuno è una sua parte – dice Donne – ma anche un nulla, come ci insegna ogni buona democrazia il cui il potere del singolo è annegato dalla legge dei grandi numeri. In un certo senso, Morpurgo rende tangibile come il nostro essere sia proprio lì, nella minuta follia di un gene che ci rende, grazie al suo errore di replicazione, unici. Perché, appunto, imperfetti.
O, al contrario, questa scrittura è l’unica vera scrittura davvero moderna? Alla fin fine, la scrittura nasce già sperimentale, e possiamo ben dire che nessun romanziere ha davvero inventato nulla di nuovo dopo Sterne… E allora, ricollocandola non come una operazione nostalgica ma, più correttamente, come forte innovazione, proposta di stile ma anche proposta ermeneutica, potremo vedere come Ninguno sia l’Uno nella Folla, come il toro Manso sia Ulisse, o forse Everyman disperso nei non luoghi. E via ragionando…

Morpurgo in El Djablo ci narra favole; e sono proprio favole di identità, narrazioni sospese fra sogno e realtà, del tutto a-realistiche anche se mai irrealistiche nella loro ambientazione spagnoleggiante, con tracce di eventi, personaggi e cose concrete; ci narra, a braccetto di Borges, Melville e altri grandi (Hawthorne, Kafka, Conrad).
Favole… Il vertice del libro, soggettivamente, è El Ninguno; una perla davvero alto-modernista nella sua ricchezza di sensi: come narrare la trama (se esiste una trama) di questo racconto? Potremmo dire che è la storia di una manque irrimediabile (Gutierrez non avrà mai il paio di cesoie perfette che chiede) che tuttavia produce nel suo destinatario impossibile – il signor Ninguno/Nessuno, nientemeno) la pulsione a scrivere, a dare una risposta, a trovare… non le parole, ma i segni. A intraprendere una attività scrittoria. L’analfabeta traccia infatti tre disegni; il destinatario li fraintende e ci si arrovella, perché la gioia dello scrivente – non è necessariamente uno scrittore – non ha prodotto un senso univoco.
Favole: prendiamo El Companero, ritratto di un altro Nessuno, personaggio inafferrabile che tutti conoscono ma nessuno incontra – o viceversa: Omero. Prendiamo El Minimo, personaggio che affascina come una tragedia sconosciuta e comunque incomprensibile il giornalista che cerca di avvicinarlo. Borges, ma anche il Meliville del Bartleby citato in esergo. Prendiamo ancora il toro Manso, in Mansedumbre, che oltrepassa con nonchalance i propri limiti, più come lo stolido Wakefield di Hawthorne, che come un Ulisse va verso l’ignoto. Anzi, verso “il riflesso di ciò che abbandonava”! Ed ecco una nuova alleanza che viene saldata, fra le due famiglie di Manso. Prendiamo El mono, forse il pezzo più “narrativo” della raccolta, in cui si aprono squarci profondissimi sul significato del sacrificio e del dolore. O riflettiamo su Azar, ritratto di dodici – o tredici? – esuli (improbabili cubani in Canada!) prigionieri dell’amore per le scommesse, che poi sono un esorcismo sul reale.
Da qualunque parte si prenda, il libro di Roberto Morpurgo è inafferrabile, indecidibile. Classico, tutto immerso nella gioia del narrare, ma consapevole dell’impossibilità di approdare in alcun luogo. E sarà allora qui la sua modernità, la sua capacità di resistere e parlarci – sempre.

postato da: ivanomugnaini alle ore 14:20 | link |

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mercoledì, 16 febbraio 2011
I FUORIUSCITI di Michele Lupo

È un libro forte, I fuoriusciti, schietto, capace di abbinare l’impatto con il reale alla riflessione, seppure dentro le cose, nella corsa del tempo, con lo stesso passo e lo stesso sangue. Il sottotitolo, “Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette”, è, allo stesso tempo, consono e (volutamente) spiazzante. Perché le fughe ci sono, ma sono parziali, imperfette, i ritorni auspicati, certo, ma beffardamente ciclici e claustrofobici, percorsi di umanissimi criceti in gabbie autoprodotte e autonomamente serrate buttando via la chiave. Ma le vendette, in questo contesto, non possono essere “trascurabili”, se non nell’accezione ironica, abilmente sarcastica, proposta da Michele Lupo. Le vendette non sono trascurabili, sono definitive, vitali, oppure mortali, che poi, nel contesto specifico del libro, non sono concetti e realtà troppo dissimili. Le vendette pongono fine a storie impossibili, eppure vere, verosimili, giocate sul confine incerto tra simbolo e corporeità, metafora e materia. Sei racconti di varia lunghezza, quelli de I fuorisciti, libro edito da Stilo Editrice nel 2010 ma contenente racconti che l’autore aveva già pubblicato nel corso degli anni in riviste ed in altri volumi. Un percorso lungo e coerente, giocato sempre a viso aperto, in uno scontro con la vita armi alla mano, in cui lo scrittore non possiede né un fucile né una pistola, ma non è uomo morto in partenza: non lo è se può fuggire, scappare fuori, restando però sempre all’interno, dentro l’assurdo e la follia, la fame e la sete di vino e di corpi, la foga di cercare ancora, sperando di non trovare mai una chiave unica, univoca, per poter cercare ancora, in quel tragitto disincantato ma anche intensamente e fascinosamente lacerante, mai sconfitto, in fondo, che è la vita, la scrittura. Se lo sguardo è sincero, come nel caso di questo libro, e l’ironia è possente, capace di dare il coraggio di guardare dentro le cose, vedendo anche noi stessi, per un istante, senza compiacimento, e senza rabbrividire. Trovando la giusta dimensione allo specchio troppo nitido, arrivando perfino ad un sorriso, amaro, crudele a tratti, ma autentico, genuino.
Non potendo partecipare al Concorso “La vita in prosa” con testi editi, Michele Lupo ha inviato il racconto “Le lenzuola dell’architetto”, coerente con i temi e lo stile de I fuoriusciti. Il racconto è stato prescelto nella fase preliminare del Concorso, e, seppure decisamente lungo, lo propongo qui di seguito ai lettori nella versione integrale.
I.M.
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Michele Lupo

Le lenzuola dell’architetto

Aveva studiato a lungo l’opera di Gaudì.
Studiato, si fa per dire. Era stata una buona scusa per trascorrere lunghi periodi a Barcellona durante gli anni dell’università. Qualche rudimento tecnico di architettura lo apprese in seguito, grazie a una famiglia che da quattro generazioni distribuiva personale che costruiva le tane con cui gli uomini si difendono dalla natura e dai propri simili. Tutti da parte di padre, ingegneri e architetti, nonché geometri che si improvvisavano ora l’uno ora l’altro, secondo le convenienze e le necessità.
In quella serie non si era manifestato nessun genio, Luca lo sapeva, ma molto mestiere e nessuna caduta di gusto eclatante. Perciò si sarebbe laureato in architettura anche lui, non per allungare la catena di rispettabile mediocrità ma per lasciarsi del tempo per tutto il resto.
Tutto il resto non era poi tanto. Era bella vita, lunghe notti indolenti in compagnia di studentesse e amiche di studentesse, un po’ di musica. Tutto il resto era amore – lui lo chiamava così, seduto davanti a una birra in un bar delle Ramblas, con l’amico Jorge. Le ragazze passavano allegre e loro due giocavano a chi aveva l’aria più strafottente.
Fu durante l’ultimo soggiorno a Barcellona che conobbe Emily, una giovane e disinvolta canadese, borsista di lingua e letteratura spagnola. Disinvolta fu l’aggettivo che usò lui, parlandone con un altro amico diversi anni dopo, volendo simulare la leggerezza di una controllata ironia che invece, trattandosi di lei, non aveva mai conosciuto. Gli bastava guardare quella curva ineccepibile delle sopracciglia, il modo in cui essa si stringeva al centro, sulla verticale del naso – ciò che aggiungeva una specie di fredda esattezza alla morbidezza della bocca e dei capelli – per sentirsi vacillare.
Il primo colpo lo avvertì in Costa Brava, durante un week-end nella casa di Jorge intorno al porto di Llansá. Luca non si era mai spinto fin lassù, conosceva il tratto di costa fino a Tossa de Mar, ma il percorso successivo, con le curve che serpeggiavano fra i monti e le insenature incuneate nello smalto azzurro del mare, lo aveva eccitato.
Era un venerdì pomeriggio, uno di quei momenti in cui a Luca sembrava che la vita gli si aprisse davanti senza schermi, vulnerabile, innocente. Come se non ci fosse più passato, o futuro, e non occorresse tentare di addomesticarla. Il mondo era lì e bisognava soltanto prenderlo. Questa condizione, edenica e occasionale, che generalmente ci abbandona dopo l’adolescenza, in Luca faceva fatica a dissolversi. Mentre gli altri, crescendo, la smarrivano a forza di vergognarsene, lui la ostentava per principio. Considerato il numero di donne che si portava a letto, gli veniva facile.
Appena arrivati, prima che facesse buio, lasciarono le borse in macchina e andarono sulla spiaggia. Il modo indolente in cui la donna stava distesa sul pontile gettando un sasso nell’acqua e uno sguardo sul piccolo libro, gli accarezzò la retina come il presentimento di una tensione nuova, elettrizzante. Il sole si frazionava in bande orizzontali via via più scure, gialle arancioni e rosse, sprofondando sotto la linea dell’orizzonte. Al ritmo del disegno ci pensarono due cosce di lunghezza strepitosa e uno snodo massiccio di capelli che svolacchiavano nel vento – battere e levare.
Luca rivolse un’occhiata di biasimo a Jorge, come a rimproverarlo per non avergli detto che aveva un’amica così attraente. L’altro non ci fece caso o non capì, intento a commentare l’attracco maldestro di una piccola barca che qualcuno aveva lasciato nelle mani di un bambino. Dal lato del faro cominciò a montare un rombo sordo e inquieto, da alta marea. La schiena davanti a lui si dondolava leggermente all’indietro come un pendolo lento. Quel paio di minuti in cui Jorge si attardò nel crocchio di pescatori intenti ad assicurare la corda intorno alla bitta, gli parve non finire mai.

Al que ingrato me deja, busco amante
al que amante me sigue, dejo ingrata…
Emily li salutò così, scattando in piedi, con quel chiasmo reciso e una pronuncia eccellente, alzando gli occhi dal libro. Poi abbracciò Jorge e gli prese il naso fra le dita. Luca fissò per un attimo il profilo delle sue caviglie, il tempo di seguire il percorso delle mani che stringevano la sua. Jorge disse qualcosa in spagnolo che Luca non afferrò; guardò la donna che lanciava un altro sassolino nel mare, come per farlo rimbalzare contro un bersaglio immaginario sospeso sul vapore dell’ acqua.
Una civetteria la sua, senz’altro, ma Luca non aveva niente contro le civetterie se erano riscattate da un barlume di quello che lui considerava un possibile stile – quel volumetto di poesie e lo scatto delle dita dietro i capelli gli confermarono la prima impressione. L’orizzonte sembrò assumere una insolita compattezza sferica con il montare dell’oscurità.
Lei si scusò di non poterli seguire a cena. Disse che aveva un impegno, ma assicurò che si sarebbe fatta viva l’indomani. Luca le guardò di nuovo i piedi nudi e sperò che non lo dicesse solo per educazione.
A cena, mangiò distrattamente il gazpacho. Gli faceva schifo, ma era troppo impegnato a non fare domande su Emily. Jorge un paio di volte gli lanciò un’occhiata sospettosa. La situazione non era da sottovalutare. Quando gli chiese se avesse una buona enciclopedia a portata di mano, l’amico rise per la richiesta insensata. Luca farfugliò qualcosa a proposito dell’acquedotto romano di Segovia. Masticò anche la saliva residua, come se ciò lo aiutasse a schivare lo sguardo perplesso dell’amico. Si tradì confessando che voleva sapere qualcosa di più su quella poetessa messicana, una religiosa, che Emily aveva detto di studiare con interesse.
Il giorno dopo, Jorge, quando li vide salire sulla barca malsicura lasciatagli dal nonno – pescatore di razza come nella migliore tradizione del luogo – raccomandò di non allontanarsi. Un naufragio, aggiunse, i suoi antenati non lo avrebbero considerato un evento onorevole.
Anche per difendersi dall’idea un po’ assurda che potesse sentir freddo – glielo aveva fatto pensare il brillìo increspato dell’acqua, una specie di contropelo che il vento sfilzava sulla superficie del mare – Luca remò di buona lena. Una volta al largo, si raccontarono del Canada, dell’Italia, ma molto, e con una certa sorpresa da parte sua, di loro stessi. Le confessò di averci voluto impiegare il più tempo possibile, per laurearsi, ma che era ormai rassegnato a tornare in Italia e annoiarsi con la professione di famiglia. Aveva una montagna arricciata di capelli scuri, Emily, un sorriso beffardo e due occhi che a tratti sembravano attraversarlo come se lui non esistesse.
Non si accorsero di quanto la corrente li avesse trascinati lontano. Le case, da lì, sembravano disperse in una sola chiazza indistinta che annullava le linee e i confini fra una e l’altra. Luca fantasticò su una scena di tempesta, una drammatica avventura a tu per tu con mare orco, ma era un genere di fantasia che non lo metteva di buon umore.
Quando tornarono a riva, era quasi buio. I pochi metri che occorrevano per attraversare la banchina e raggiungere la casa di Jorge li fecero senza parlare. Luca aveva ancora negli occhi quelli di lei, quando all’imboccatura del porto li fece oscillare fra il cantiere e il frangiflutti, come se avesse voluto isolare un lembo di territorio che li avvolgesse, loro due, in una luce separata dal resto del mondo.
Jorge non si fece trovare.
Entrambi pensarono che questo semplificava le cose.

Nel viaggio di ritorno verso Barcellona – Jorge era stranamente silenzioso – Emily civettò a proposito del suo italiano. Faceva progressi ogni giorno. Le sarebbe piaciuto leggere Tommaso Landolfi, prima o poi.
– In originale, intendo. Conosci Landolfi, vero?
– Di nome.
Luca, che non era un grande lettore di romanzi, si staccò una pellicina da un dito e la triturò fra gli incisivi.
Cominciò a piovere. Sotto lo strapiombo, il mare dava l’impressione di gonfiarsi minaccioso. Fecero il resto del viaggio in silenzio. A Barcellona, quando Jorge lo fece scendere, Luca balbettò un saluto nervoso. Si impose di non voltarsi a guardarli. Più tardi però non seppe resistere e la chiamò. Lei, dopo un po’, si sentì costretta a mettere in chiaro le cose. Era la prima volta che una donna gli parlava in quel modo. E anche se al telefono la stizza si poteva nascondere meglio, se la sentì in faccia lo stesso, per tutta la sera.
Una settimana dopo – infrattati sotto la pioggia nell’erba del Parc Guell –, sperò ancora che la ragazza non facesse sul serio. Lui, impegnato nella stretta delle sue natiche, ripeté certo, sono d’accordo, niente impegni – pioveva a dirotto, Cristo, e in quelle condizioni si potevano dire cose molto eccentriche. Specie se secerni sperma a getto continuo nelle mutande.
Per due settimane, si videro con una certa frequenza e non fecero altro che scopare. Per questo, quando Emily sparì, gli sembrò di ammattire. La donna non si presentò a un appuntamento mattutino per la colazione e Luca provò inutilmente a chiamarla al telefono. Andò da lei e non la trovò. Chiese notizie ai condomini del suo palazzo, a La Ribera, e non ne cavò nulla; si accasciò nell’androne; si fece una canna. Poi uscì, girò più volte intorno all’isolato e provò a fare il numero di casa da una cabina telefonica. Naturalmente, squillò a vuoto. Chiamò Jorge. Non ne sapeva nulla. Tornò nel palazzo; bussò di nuovo alla sua porta. Si sedette sulle scale. Nella testa rimbombavano le parole di Emily. Una relazione fra loro era possibile solo se non ne escludeva altre. La promiscuità era una garanzia di stabilità. Cose che in passato Luca aveva già sentito, ma – era questo il punto – dalla sua bocca. Sopraffatto dalla stanchezza, si addormentò accucciato sui gradini. Più tardi, un tizio grande e grosso lo svegliò urlandogli qualcosa con un accento basco che rendeva il suo spagnolo incomprensibile. Afferrò Luca per la giacca e si fece capire.

La letteratura critica su Gaudì continuava a trascinarsi nelle risapute contraddizioni, fra modernismo e neo-gotico, misticismo reazionario e morfologia naturale. Ci fu un momento in cui Luca credette di aver individuato un punto d’intersezione, la sintesi definitiva di quel mistero. Però quel momento volò via, risucchiato fra le gambe della canadese che gli stava stravolgendo la vita. Il punto di vista di Emily sulla loro relazione era chiaro, anche se Luca faceva fatica ad ammetterlo. Stava scoprendo di avere una sua sensibilità in fatto di donne, e cominciò a scopare dolorosamente. Le palpebre che si chiudevano davanti a lui, quando facevano l’amore, avrebbero di lì a poco, forse già il giorno dopo, offerto lo stesso spettacolo a un altro. O forse conservavano ancora la memoria di una notte appena passata altrove, la memoria e il gusto, mescolato con quel momento lì. Questo pensiero lo riempiva di rabbia e di orrore. Una sera tentò di mitigarne l’angoscia tormentando la carne della donna, neanche fosse farina da impastare, le mani serrate sulle gambe in una presa violenta che la fece scattare come una molla.
– Sei impazzito?
– Scusa.
Emily si alzò e si vestì in fretta. C’era una specie di inclemenza sistematica nei suoi modi. Non gli dava il tempo di far maturare un’illusione: con una puntualità che gli sembrava premeditata, interrompeva l’idillio un attimo prima.
– Non cercarmi domani – disse, chiudendo la porta.
Luca si sparò sedici canne in ventiquattr’ore. Provò anche quella volta a cercarla, ma fu lei a farsi sentire cinque giorni dopo. Era stata a Bilbao, da amici. Quando tornò da lui, Luca, nonostante l’ansia e il risentimento, si mise ai fornelli. Era intento a preparare un sugo per il suo piatto preferito – penne alla vodka – quando Emily, non vista, si sbottonò la camicetta e lo accarezzò da dietro, sui fianchi. Luca sentì il ballo delle tette sulla schiena e in un attimo fu costretto a venire a patti con il proprio strazio. Posò il cucchiaio sul piano della cucina, si voltò, la spinse verso il tavolo e le allargò le cosce. Non aveva mai conosciuto una donna così. Le fu subito dentro, la colpì forte, le leccò il collo e gli occhi gli finirono sul set di coltelli di fianco al lavandino. Ebbe la tentazione di farla finita in fretta, perché gli altri erano lì, addensati in un ronzio insistente. Qualcosa in cucina cominciò a bruciare mentre Emily rispondeva alle spinte da sotto, curvando la testa all’indietro, gli occhi socchiusi, la bocca aperta e la lingua che gli leccava le labbra. Luca le strinse le natiche, tuffò il testone fra le sue tette, al colmo del desiderio e della pena per quel cazzo altrui che l’aveva fatta godere la notte prima. La sua mente era occupata da quelle immagini come un’arnia da una colonia di api. Era una scena davvero deprimente: la totalità del genere maschile al lavoro su di lei, una monta di gruppo da cui l’unico innamorato sensibile della scena usciva sbriciolato.
Aveva finito da poco quando, tra il fumo della padella bruciacchiata, gli sembrò che quel ventre morbido sul quale poggiava la testa lo accogliesse insieme come un bambino e come un tradimento.

Prima di conoscere Emily, parole come le sue sui rapporti senza regole e costrizioni a due, era abituato a pronunciarle lui. Ora sentiva come il sapore di una frase pronunciata da una voce diversa dalla sua ne cambiava il senso. Sicché una sera, dopo una sveltina involontaria provocata dal magone, disse: – La coerenza è un’astrazione, il mito posticcio di una razionalità malintesa.
– Non capisco – disse lei.
Emily imparava in fretta ma quello, al momento, era un italiano un po’ troppo sofisticato. Luca provò a tradurre in inglese, poi in catalano. Si sentì così ridicolo che tolse via la mano dalla tetta destra di lei – la migliore. Aveva qualcosa, Emily, che lo faceva sentire stupido. Era una donna troppo forte per le sue abitudini. La vide fare uno strano sorriso a occhi chiusi.
Andò in cucina a scolarsi una birra.
Un pomeriggio – Emily si era dileguata di nuovo – se ne andò in giro per le Barcelonetas con Jorge. Provò ad accettare la situazione. Ce la mise tutta, propose all’amico di andare allo stadio il giorno dopo ma Jorge scoppiò a ridere. Sapeva che Luca detestava il calcio (secondo lui avrebbero dovuto lasciare i tifosi ad ammazzarsi fra di loro). Ebbe la conferma che l’amico era cotto e quel sabato sera non lo aspettò perché non aveva nessuna intenzione di rovinarsi la serata.
Luca restò a macerarsi nel suo appartamento: più si sforzava di non pensare a lei più l’immagine di Emily, a letto, con lui o con un altro ma a letto, gli rimbalzava nella mente come una scarica di ceffoni. Decise che se Emily voleva soltanto scoparlo lui avrebbe dovuto mollarla, subito e per sempre.
– Sì davvero – fece il giorno dopo, rivolto a Jorge. Imprimendo un’accelerazione ai suoi passi, sembrò trovare in una decisione improvvisa la scintilla che azionava il motore della sua vita. Il suo lo lanciò dritto verso il Museo di Storia della Catalogna, affacciato sul mare che stava ad aspettarlo, paziente, in attesa delle sue elucubrazioni. – Forse c’è qualcosa di nuovo nella mia vita – disse.
Erano tre giorni che non aveva notizie. Il saliscendi morbido delle onde; la vastità dei confini. Era quanto di meno peggio ci fosse al mondo, in quel momento, il solo luogo in cui potesse stemperare le sue emozioni in un silenzio confortante – il mare visto dalla terra. Erano seduti da un quarto d’ora, la sigaretta ormai alla fine quando Jorge gli complicò la giornata vanificando la presenza del Mediterraneo e il tepore del tramonto.
– Il cucciolo ha bisogno di dolcezza – disse, esibendo un sorriso fraterno che annullasse all’istante quel sarcasmo inopportuno. Perché tale si rivelava alla fin fine, nonostante nelle intenzioni dovesse aprire uno spiraglio di filosofica comicità sulle sorti imprevedibili e strambe in cui spesso va a cacciarsi l’amore.
– Non mi prendi sul serio, immagino – disse Luca.
Un po’ allarmato, Jorge si ritrasse dal dire quello che aveva pensato un attimo prima e cioè che l’errore dell’amico stava nell’escludere a priori che fosse Emily quella che sotto sotto ambiva a un amore più stabile e duraturo. Del resto, la considerava egli stesso una supposizione un po’ fragile, basata soltanto sul ricordo di un’esperienza personale. E poi, meglio non immischiarsi più di tanto.

Luca si laureò tardi. Impiegò due anni per scrivere un articolo su Gaudì commissionato da una vecchia conoscenza catalana. Non fece notizia perché non aggiungeva nulla al già detto. In Spagna ci tornava malvolentieri.
Non seppe mai se il bambino che Emily gli disse un giorno di aspettare fosse suo. Neanche lei lo sapeva. Lo considerava importante fino a un certo punto ed era decisa a tenerlo comunque. Il tempo della borsa di studio era esaurito. Sarebbe tornata in Canada, dai genitori – ottima famiglia, il bambino non sarebbe stato un problema. Gli sembrò pazza e glielo urlò disperatamente. La spinse contro il muro e tentò di baciarla. Lei gli dette un morso sulla lingua. Gli sembrò di impazzire. Era stato sempre così fra loro. In poche ore passavano dall’euforia all’ostilità più brutale. Pochi giorni dopo, Emily gli disse che era suo al settanta-settantacinque per cento. Aveva cercato di ricordare, si era impegnata, in questo, come meglio aveva potuto. Suo al settanta-settantacinque per cento.
Luca pensò che doveva salvarsi, lui che non voleva figli, a maggior ragione se dubbi – con Emily poi. Vivere con lei non sarebbe stata una passeggiata, pensava, senza chiedersi più, chissà perché, se ne avrebbe avuto voglia lei. Credette di averne la conferma definitiva quando, dopo che in un momento di tenerezza cioè di incertezza aveva provato a suggerire l’ipotesi di un aborto, Emily lo piantò nella hall del teatro Liceu, fra un atto e l’altro del Don Carlos, con una parolaccia sputata fra i denti in inglese. Rastremando quell’ingombro di angoscia fino a un apice acuminato e confitto contro i suoi sentimenti, giurò a se stesso che quella storia era finita.
Nel volo che lo riportò in Italia pensò con orgoglio che i doveri coniugali lo atterrivano. Che era riuscito a non intaccare la sua coerenza. Quel compiacimento durò fino a che si slacciò la cintura di sicurezza. Scese dalla scaletta dell’aereo con un timpano dolorante e un gran bisogno di vomitare.

2.
L’aria è irrespirabile, ma non è solo per il gran caldo che tiene le tapparelle abbassate. Aspetta che la faccenda si smorzi un po’. Poi passerà anche la vergogna. Dalla sigaretta salgono spirali di fumo che poco a poco si disperdono nella stanza… è come dentro una nube, Luca, gli sembra che gli oggetti galleggino in una specie di polvere di sogno, l’occhio della macchina da presa spianato su un paesaggio scosceso, una valle aperta come una profonda fessura di carne. Poi l’inquadratura si stringe addosso a una finestra, indugia il tempo di uno spasimo che s’intuisce dal vetro e infine si schiaccia sul volto dell’attrice, sulla sua bocca pronta a inghiottirlo… Emily …
Emily, gli sembrava la sua bocca, quella, e sua la lingua che… Emily.
La prima volta fu il trepestìo della sala a scuoterlo, una mischia di maschi che facevano su e giù nel buio, che si infilavano nei gabinetti e ne uscivano sfatti e furtivi, affondati in una torpidezza di calzoni umidicci, poi l’attrice l’aveva risucchiato nello schermo, ne aveva sbriciolato la resistenza residua, sgranato lo sguardo, e poi farlo scivolare più giù, Luca, scaraventato indietro di quattro anni, sul tavolo di una cucina, i denti stretti sulle ascelle di Emily, aperte sotto la sua ossessione, tesa come un arco su quel legno freddo, mania sgocciolata in amplessi ripetuti – lunghi a volte, ma impossibili da custodire.

Sei mesi dopo essersi laureato, e contro la volontà dei suoi, Luca sposò Paulina Mayer, ex pornostar ungherese che gli aveva fatto perdere la testa grazie a un paio di numeri mai visti e a una vaga somiglianza con Emily. Che sarebbe diventata ex, costituì una clausola imprescindibile del patto di matrimonio.
Non era stato difficile trovarla, in un giro di locali sparsi fra la Versilia e la Lombardia. La sedusse, lei che aveva maneggiato il sesso di migliaia di uomini, con un invito a cena corredato da un profluvio torrenziale di chiacchiere sull’arte, quella propriamente detta se ancora ve n’è una, e quella di lei in cui si incarnava non so che spirito del tempo, a sentir lui, insomma una cosa sofisticata, questo le era sembrato che dicesse.
L’aveva poi portata con sé in un albergo, sulle Alpi.
Paulina lo trovò eccentrico ma tutto sommato a posto. Luca non smetteva mai di parlare, e se ciò da una parte le suscitava apprensione, dall’altra, senza che capisse bene perché, la rassicurava. Erano discorsi difficili, quelli di Luca, sulla sua identità, su ciò che lei avrebbe dovuto imparare a tirar fuori da se stessa – lei! – sul fatto che avrebbe dovuto imparare a non odiarsi, ecco, questo l’aveva colpita più di ogni altra cosa. Le accarezzava i capelli, come fa un padre col suo bambino per favorirne il sonno. Che faticava ad arrivare, perché Luca aveva avuto l’estrosa idea di prenotare una camera con due letti separati. Paulina non si era mai sentita così imbarazzata.
Nella sua città per un po’ di tempo non si parlò d’altro. La famiglia di Luca era conosciuta e di lui in certi ambienti si era sempre pensato che le stravaganze giovanili fossero soltanto il segno di un estremismo borghese alla moda, qualcosa cui non badare più di tanto perché poi sarebbe tutto rientrato nelle convenzioni di una borghesia più misurata. Di fatto, il lavoro diminuì. E questo non era stato messo in conto, figurarsi il resto.
Dal canto suo, Paulina non pensò mai con rimpianto alla carriera troncata di colpo. Era già stanca quando lo incontrò. Luca la convinse senza grosse difficoltà, potendole garantire una vita economicamente solida, e anche qualcosa di più. Avevano fatto male i conti, ora era chiaro, ma non era questo a preoccuparla. Luca era stato il primo a intuire quanto la sua nudità fosse una copertura della sua anima clandestina, dei suoi sentimenti. L’aveva convinta che fosse così. Lei lo aveva considerato un saggio di bravura, di intelligenza. Una stronzata, invece, ecco cos’era. Una vera stronzata. Ora le veniva impedita persino una vita normale: uscire di casa, farsi un giro, vedere gli amici.
Ogni volta una scenata.
All’inizio sperò di poter addomesticare le sue stranezze. Lui in fondo era vittima di se stesso, della sua sensibilità insolita e un po’ misteriosa. Anche per questo l’aveva affascinata, e poi le garantiva un minimo di rispettabilità sociale – non quella sperata a dirla tutta. Cominciava a sanare la nausea dei troppi cazzi avventizi con l’incerta sensazione di una specie di solidarietà verso se stessa – tutto grazie a lui.
Paulina voltava pagina. Per questo aveva accettate le sue stranezze, compresa quella che Luca definì un “patto di fedeltà assoluta”, in cui si sanciva l’indistruttibilità dell’unione e si dichiarava che non si sarebbero fermati davanti a niente, neanche al sangue che lui fece scorrere sottilissimo con un rasoio sotto il seno e che succhiò per consacrare il rito, invitando lei a fare altrettanto leccandone la lingua con la sua. Paulina l’aveva preso come un gioco, senza sospettare di quanta torva serietà possa essere gravido un gioco, soprattutto quando è uno solo a condurlo.
Luca era affettuoso; non mancava giorno che lasciasse il suo tavolo – lo studio consisteva in una piccola stanza in fondo al corridoio di casa: per il lavoro che gli era rimasto, bastava -, si calasse le mutande e si avvicinasse a sua moglie con l’uccello bello dritto e socievole.
Era felice di far l’amore soltanto con lui? Era felice così, la sua Emily, o pensava ad altri uomini? Di notte, magari? In sogno?
Passi per quel nome con cui gli piaceva talvolta chiamarla, ma le fissazioni, i sospetti farneticanti, gli scatti d’ira presto diventarono un assedio. Nei momenti di collera, scaricava su di lei la colpa del poco lavoro, dell’ostilità dei genitori. Certe volte non rispondeva al citofono, e costringeva Paulina a fare altrettanto. Si dedicava a quell’annullamento di sé con una dedizione a suo modo rigorosa. Gli venne anche un’idea per rimpinguare le casse. Parlò con un organizzatore di mostre, di eventi spettacolari, un tizio di Milano. Ragionarono sulla possibilità di mettere in scena quella reclusione. Magari avrebbe legato Paulina al water, l’avrebbe incatenata e ne avrebbe fatto una performance artistica. Il tizio la trovò un’idea formidabile.
Lei un po’ meno. Perché Paulina aveva sbagliato a sposarlo, ma non si era bevuta il cervello. Solo, la paura la mandava al bagno più del dovuto.
Una mattina Luca le strappò brutalmente una sigaretta dalle dita.
– Neanche questo posso fare, cazzo? – urlò lei. Si avvicinò al lettore, ne estrasse il cd e lo buttò per terra. Quella musica le aveva sempre dato sui nervi.
Luca raccolse il disco, lo girò sul lato suonabile e vi scorse una sottilissima fenditura. Non si dette il tempo di ricordare che c’era già da prima. Le si avvicinò e fece partire una sberla.
Coprendosi con una mano la bocca insanguinata, Paulina gli giurò che era finita.

Nonostante gli volessero bene, un paio di amici di Luca presero le parti di lei.
Quando li informò di quella faccenda della performance, la spinsero a mollarlo. – Non ci sta più con la testa, è chiaro – disse uno di loro. – Un conto è farti scopare su un palco da un cobra, o da un vaccaro della Valtellina, un altro è sottoporti a una gogna in casa tua per dodici giorni di seguito.
– Già – disse lei -. Doveva salvarsi, lasciare quel marito impazzito, artista presunto più che fallito, come aveva sentito dire una volta a una festa. Le erano sembrati perfidi, invidiosi e un po’ interessati, anche a giudicare dagli sguardi che riceveva. Stavolta no.
– Sì. Debbo darci un taglio – disse.
Pensò che non sarebbe stato semplice trovare un luogo in cui vivere, ma doveva andarsene dall’Italia. E dopo l’ennesima mattinata di scazzi – Luca l’aveva rimproverata di ridere poco, di essere ingrassata nel giro-vita – fu ciò che fece. Paulina prese un taxi che la portò a Roma e da lì volò a Budapest.

Luca restò tre giorni barricato nel suo salotto. Allungato sul divano, il biglietto di addio di sua moglie arrotolato sull’orecchio, una tovaglia da cucina con le frange che lo copriva fino al ginocchio. Quando si alzò, a tarda sera, prese a fumare. E a bruciare fotografie. Il secondo giorno, incartato nel suo risentimento, si sedette davanti al computer, cliccò sull’icona della posta e inviò quattro e-mail identiche a quattro amici traditori. Il terzo giorno, investito da una nuova torbida energia, preparò una valigia sommaria e prenotò un volo per Budapest. Per le scale, incontrò il padre, che aveva inutilmente cercato di parlargli al telefono. – Sei sempre stato uno stronzo – disse il vecchio.
Prese un posto accanto al finestrino. Dapprima, le nuvole scivolarono sotto di lui compatte, dense, stipate dentro masse di materia raggelata che lo aiutarono a costringere la sua volontà in un nucleo di forza bene augurante. Dritto con la schiena, appollaiò quel grumo di fiducia in un fascio di muscoli tesi contro lo schienale a dare credibilità alle sue intenzioni. Poi, sorvolato l’Adriatico, il vuoto sottostante cominciò a sgranarsi lentamente, a scomporsi in fumacchi incerti, e bastò questo a inquietarlo. La sospensione immobile dell’ala che tagliava quei brandelli di vapore lattiginoso, nella sua staticità gli sembrò un’immagine puntuale della sua vita.
Ricacciò indietro il pensiero. Prese a sfogliare una vecchia guida dell’Ungheria che aveva trovato a casa nello scaffale dei libri di viaggio. Si era dimostrato reattivo, non aveva perso tempo, era montato su un aereo e andava a riprendersi la moglie. Era un fatto. Qualcosa ancora girava nel verso giusto, in lui. Andava a riprendersela senza tante storie, altroché. Così, quando si addormentò, la bava agli angoli della bocca lo tenne al riparo dal mondo per una mezzoretta buona. Lo svegliarono gli sbalzi dell’aereo che cominciava a perder quota. Quando vide quella minuscola città a tre-quattromila metri da lui, fu colto da un pensiero di cui in quel momento non aveva proprio bisogno. Volar via, scomparire dal mondo, non restava altro alla fin fine. Mentre su quella città la vita sarebbe continuata per sempre, Luca sarebbe stato dimenticato, sarebbe restato solo un nome incerto nella memoria casuale di qualcuno indaffarato da qualche altra parte. E l’idea che quella morte in fondo per gli altri non sarebbe stata niente, non avrebbe significato niente, gli procurò un brutto mal di pancia. Non era mai stato così sincero con se stesso, il che valeva dire che non aveva mai sentito così tanto la mancanza di qualcuno da amare, e il fatto che lui non sapesse farlo, che non sapesse amare, non gli sembrò il più grande fallimento della sua vita. Di peggio c’era che non sapeva neanche staccarsi dagli altri, cioè che non sapeva non farli soffrire. Quando l’aereo atterrò, Luca si tappò le orecchie con le dita.

3
Non conosceva la città. Prese la guida. Ricordava confusamente un nome che ora però sembrava scomparso dalla cartina. Era nata a Obuda, Paulina, allattata in un casermone di quelli costruiti durante la dittatura comunista. Così gli aveva detto, una volta.
Gli spiegarono che a Budapest i nomi delle strade cambiavano spesso, e dopo l’89 una riscrittura della topografia precedente aveva scompaginato la mappatura della città.
Passò la sera in un albergo dalle parti della Hösök Tér, non distante dallo zoo. Aveva letto dell’esemplarità liberty della costruzione, ma non fu l’unico motivo della scelta. Il suo gusto manierista era orientato a supporre interessanti il tanfo e la cattività degli animali sotto quei padiglioni, come un segno palese della sostanziale enigmaticità di ciò che chiamiamo estetica. Inoltre, gli piaceva l’idea di avvicinarsi alla città partendo dalla periferia: questo gli dava l’illusione di cingerla in uno sguardo più attento, esteso, prima di scalettarla in una serie di avvicinamenti graduali come fa un verme nelle cialde di un wafer.
Seduto su un divano nel locale annesso all’albergo si lasciò accostare da due ragazze giovanissime. Offrì loro da bere. Si fece accendere una sigaretta. In un angolo appartato e coperto da una fredda luce blu, un’altra ragazza affondava la bocca sul cazzo di un uomo. Nonostante i dollari elargiti alle ragazze, Luca non riuscì a sapere nulla di Paulina. Declinò l’invito in discoteca per la sera. Fu poi svegliato alle due di notte. Dall’altra parte del telefono, in un inglese più incerto del suo, una voce femminile gli dettò il nome di una via sull’altra riva del Danubio, oltre l’Isola Margherita.
Il mattino seguente, Luca scoprì che i palazzoni di Obuda, quelli segnati dallo stampo sovietico, non erano peggiori di tanti dormitori disseminati lungo la penisola italiana, periferia della capitale compresa. Di quelli sotto i quali lui si vantava di non aver mai apposto la propria firma, per intendersi.
La trovò subito, Paulina, in un alloggio al terzo piano di un palazzo grigio topo. Si domandò come avesse fatto lei a vederlo: stava lì ad aspettarlo, sul pianerottolo, come se non fosse sorpresa di trovarselo davanti, pallida, le braccia conserte e smarrite dentro un pullover nero larghissimo.
– Luca – disse. Una rasoiata di luce obliqua che filtrava dai finestroni del palazzo ne tagliava a metà il volto.
– Ciao.
– Che cosa ci fai qui?
Luca evitò di rispondere. Aveva immaginato di trovarsi davanti a uno sguardo diverso, più duro. Paulina entrò nell’appartamento, senza chiudere la porta. Un po’ improbabile nei movimenti (sembrava un adolescente), la faccia compunta a dovere, Luca la seguì. Sentì Paulina dire qualcosa in ungherese. – Vieni – disse poi a lui. Quando la donna anziana si affacciò nella stanza, lui le strinse subito la mano. Cercava un’alleata e trovò una presa flebile. I movimenti minimi, la testa bassa; la madre di Paulina gli sembrò subito scavata in una sua rassegnazione di donna invecchiata male, senza più speranze per il futuro. Gli fece segno di sedersi. A giudicare dal modo in cui guardò lui e sua figlia, il ritorno a casa di lei non doveva esserle piaciuto. C’era una specie di ritrosia che Luca giudicò provvidenziale. La donna disse qualcosa, poi lo guardò come per scusarsi e sparì dietro a un corridoio.
Quello di Luca fu un tormento breve. Sua moglie era splendida. Il pullover nero, Budapest, la rendevano più malinconica, segreta. Sicché parlò pochissimo, attento a tenere la voce su un registro grave, consono a quello di un uomo maturo che sa di aver sbagliato. Era lì per chiederle perdono. Disse qualcosa a proposito della passione, en passant sul furore degli artisti. Lei doveva sapere di cosa stava parlando. Per un attimo gli sembrò di aver visto una lacrima scivolarle su una guancia. Non ne fu sicuro. Le si accostò. Addolcì ancora di più il tono della voce. Neanche lui sapeva se in quell’adulazione si conciliassero la verità e la messinscena o si implorava semplicemente una tregua che alleviasse la stanchezza conseguente all’agitazione degli ultimi giorni. Confidava che Paulina, costretta all’angolo anche dalla scelta di campo della madre, fosse destinata a cascarci, come sempre.
Lei indossò un cappotto, e uscirono senza dire niente.

Camminando per la città, Luca, per quanto infreddolito, si trovò a suo agio in quel florilegio di estetismi oltranzisti, fra pinnacoli e torrette simil-gotiche, fregi barocchi veri e falsi, turcherie sparse capricciosamente su per la collina di Buda. Sembravano messe lì apposta per lui.
Si fermarono sul Ponte delle Catene, affacciati sul Danubio che la divideva in due. Nonostante un intermittente imbarazzo, le si era appoggiato dietro, in piedi, e l’aveva abbracciata, strofinandole il muso su una guancia, quattro occhi nervosi rivolti verso il Gellért. In un primo tempo il corpo di Paulina sembrò volesse negare aderenza a quello di lui – una specie di attrito che le faceva tenere le braccia un po’ rigide, le mani allungate nelle tasche del cappotto. Serrata in una difesa che Luca calcolava come temporanea. Il vento lo aiutò. Le si strusciò addosso sussurrandole qualcosa nell’orecchio, e sentì il corpo della donna scaldarsi man mano che s’indeboliva la sua resistenza. Nel pulviscolo umido che compattava loro, il cielo e il Danubio, Budapest era una centralina che lavorava per lui.
Giunti in Clark e Adam tér, presero la funicolare per salire sulla collina del Castello. Erano soli, e fu lì, dentro il piccolo vagone di vetro, innalzandosi lentamente come due angeli sulla città screziata dalle nuvole, simile a una torta gelato sfaldata da un troppo di temperatura ambiente, che Luca infilò una mano sotto i jeans di Paulina. Gli bastarono i due minuti dell’ascesa fino a Szent György tér per liberarla in un rapimento spasmodico dalla tensione delle ultime settimane.

Più tardi, si diressero verso la collina, attraversandola fino alla chiesa di Mattia. Luca la teneva per mano. Non era sicuro che la selvatica emozione di prima fosse bastata. Chiuso al traffico delle automobili, il quartiere era silenzioso. Davanti ai portali con le decorazioni in rilievo e alle vetrine degli antiquari, Luca commentava con il garbo di un corteggiatore eccessivamente prudente: una forma di lusinga estrema tanto nella sua estenuazione quanto nell’efficacia del risultato che si prefiggeva. Avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di riportarla a casa. Della chiesa di Mattia aveva memorizzato tutto il possibile dalla guida. Quando se la ritrovarono di fronte, anche per evitare che l’orribile hotel adiacente sciupasse l’incantesimo (teneva Paulina in una bolla magica e fragile), ebbe fretta di entrare.
Dentro ebbe la conferma che quello era un giorno fortunato. Non c’era nessuno, neppure un turista, e da qualche parte arrivava un corale di Bach. Avrebbe sciolto un iceberg, quella roba. Perciò era il suo momento – e lo studioso di architettura, la bocca appena dietro la nuca di Paulina, iniziò la sua lezione. Dall’originaria edificazione di Stefano I alle incursioni distruttive dei tartari, e poi alla prima ricostruzione del re Bela IV che eresse la fortezza in pietra per difendere i magiari dagli invasori, nella chiesa di Mattia si disegnava, alla lettera, la storia stessa della terra ungherese.
Paulina non poté fare a meno di rivolgergli uno sguardo affettuoso.
– Dall’impianto romanico si passò al gotico, – continuò Luca. Aggiunse qualche notazione sulle tre navate rialzate e ridotte a una, sulle vetrate ogivali, sulla singolarità di una curiosa finestrina tonda, aperta come un imbuto spiraliforme.
Paulina taceva. Era andata via da Budapest giovanissima. Doveva averla vista solo un paio di volte la chiesa, da bambina. Non sapeva nulla di quanto le diceva Luca. Forse era la musica, forse era il senso di raccoglimento degli splendidi marmi bruni, ma la voce di suo marito non le era mai sembrata così bella. Le vicissitudini di quella chiesa erano le sue.
– Il 2 settembre del 1541 i turchi occuparono la Fortezza di Buda, – disse Luca – e trasformarono la chiesa in una moschea. Più tardi tornò in mano ai cristiani, e naturalmente anche qui i gesuiti lasciarono la loro impronta innestando elementi barocchi. Vedi quella nicchia?
In quell’avvicendarsi di popoli, Paulina, figlia tardiva di un ebreo dei Carpazi mai veramente recuperato a una totale sanità di mente dopo un anno passato nel campo di Buchenwald e morto suicida nel 1974 due mesi dopo la sua nascita, sentì, confusamente ma con un’emozione intensa e di un genere sconosciuto, come lei non fosse emersa dal vuoto ma da una storia di cui era difficile ricostruire il filo eppure colma di una sua sostanza e concretezza, fatta di corpi, di sentimenti. Era una storia fatta di storie, forse anche di odi e grovigli inestricabili ma proprio per questo un viatico per il suo nome, un credito per la sua vita futura.
Gli prese la mano. Lui stava accennando all’architetto Frigyes Schulek che decorò la chiesa con motivi moreschi e disegnò le bellissime vetrate, ancora alla ricerca di una possibile sintesi fra Oriente e Occidente, quando lei lo fissò negli occhi.
– Voglio un bambino, Luca.
Luca sorrise, fermo.
– Ci aiuterebbe tutti e due – aggiunse lei.
Luca la strinse a sé. – Lo avremo – disse.
Paulina lo abbracciò, incurante della vecchietta che sfiorò entrambi. Non poteva che essere lui l’uomo che l’avrebbe aiutata a ricostruire la trama della sua memoria, del mondo da cui lei stessa proveniva. Si sarebbero aiutati a vicenda. Lei avrebbe lenito la sua nevrosi, placato la sua gelosia, mentre lui l’avrebbe stimolata a studiare, a riscattare l’inanità della propria giovinezza. Insieme avrebbero cresciuto un nuovo essere umano, e il loro amore, quello stesso che le sembrava avvolto da quella musica meravigliosa, ne avrebbe fatto un individuo sano, non una svista del destino, un incidente occasionale come tante volte si era sentita lei. Paulina non aveva mai riflettuto sino in fondo su quello che più nitidamente di lei Luca sapeva, cioè che la musica, fra le altre cose, produce lo straordinario effetto di nasconderci l’orrore del vuoto.

Tre mesi dopo, un bel giorno Luca decise di staccare il telefono.
L’ultima telefonata l’aveva fatta lui prima dell’incidente, a un suo amico, per dirgli che non dovevano aspettarlo per la solita partita di tennis del martedì. Pietro, avendo sempre pensato a lui come a un uomo più brillante di quanto fosse mai riuscito a essere lui stesso – persona colta ma pigra e irresoluta, che raramente si muoveva dalla sua città – aveva nutrito per Luca un’ammirazione dubbiosa e un’invidia cristianamente rattenuta (gli aveva perdonato anche la malvagità di quelle e-mail: in fondo c’era da comprenderlo), ma questa volta era stato meno indulgente del solito e gli aveva detto che stava esagerando, che non poteva continuare così, che stava calando in un precipizio senza fondo. Così gli aveva detto; e Luca sghignazzava.
– Per dio, hai una città intera contro, – aveva aggiunto l’amico – te ne sei accorto o no?
Non gliene fregava niente, a Luca, di chi aveva contro. Non gliene fregava niente di non avere più quasi lavoro e non gliene fregava niente se la madre aveva avuto un infarto. Per lui quella era l’arma ignobile che lei usava per costringerlo a fare ciò che non avrebbe voluto. Trovava paradossale che dopo essersi dovuto difendere dai genitori per la scelta che aveva fatto in passato ora doveva di nuovo combatterli perché difendevano sua moglie. Ciò che essi disapprovavano era sempre ciò che volta per volta era disapprovato dalla gente ed era terribile che un infarto dipendesse dal giudizio bizzoso di una città. Che ci si potesse lasciar morire per le azioni di un altro, questo Luca non riusciva a perdonarlo neanche alla madre. Per lui, persuaso che fingere volesse dire addolorarsi sinceramente ma solo il tempo necessario a ottenere lo scopo che ci si è prefissati, tutto ciò era inaccettabile. Cos’altro significava quel precipizio, allora, se non una rotta verso una possibile libertà, il rifiuto di un’opinione pubblica che aveva formulato una sentenza di condanna con quella inconsapevole distrazione che chiamiamo morale? Non aveva rinunciato anche a una possibile carriera universitaria per essere se stesso?
Una volta tornati dall’Ungheria, con la stessa melliflua dolcezza con cui l’aveva persuasa a riabbracciarlo, Luca disse a Paulina che di bambini per il momento non avevano bisogno, che non c’era nient’altro da desiderare loro due a parte, che anzi un bambino avrebbe distrutto il loro tempio. Lei pianse; strepitò. Lui alzò la voce. E una volta anche le mani. Non ne voleva sapere, tutto qui. Di moccioso, gli bastava quello della fotografia nel portafoglio. A seconda dell’umore gli piaceva o meno pensare che fosse suo. Lo aveva visto soltanto una volta, a Firenze, in compagnia della madre. Emily era venuta in Italia per un lavoro sull’attività di El Greco a Roma. Luca non seppe decidere se un po’ gli somigliasse o no, il bambino (quante volte ci ha ripensato: Emily, vedendolo così inetto, con un sorriso che insieme mostrava la generosità dei forti e compassione per quel compagno mancato gli fece: – Non sai dirgli neanche una parola? – e lui non se la sentì di constatare ad alta voce che un po’ gli ricordava Jorge, quel bambino: gli stessi occhi ravvicinati, impenetrabili e caparbi).
Quella notte il coltello non toccò il cuore, e non scese neanche troppo in profondità, ma l’ambulanza arrivò lo stesso. Era stata lei, Paulina, a chiamarla, fra gli urli di disperazione, i suoi, perché Luca realizzò pochissimo, fra la vischiosità del sonno e la densità del sangue che dal petto colava sulle lenzuola. Ma mentre gli infermieri salivano le scale, marito e moglie furono abbastanza freddi da dirsi che avrebbero parlato di un incidente, o di un gesto estremo dovuto a… a… ci avrebbe pensato lui.
Dopo otto giorni fu dimesso dall’ospedale.
Nel frattempo, Filippo Segnalini, compagno di banco alle superiori, bruttino, ipermetrope, architetto mancato con soli dodici esami sostenuti, una vita fallimentare nutrita dall’odio per chiunque avesse un minimo di successo sociale, pensò che fosse arrivato il suo momento. Riciclatosi come cronista per un giornale locale, e in attesa dello scoop che lo avrebbe lanciato sulla scena di una grande testata nazionale, decise di precipitarsi prima in ospedale, dove un infermiere indulgente o complice lo avrebbe fatto passare, poi di sparare l’obiettivo della sua Yashica contro il corpo di Luca che dormiva, e infine di correre a casa sua costringendo Paulina a parlare.
Lei, sconvolta, aveva mezzo detto mezzo no, non proprio la verità di quella notte ma abbastanza sui mesi precedenti.

– Che cosa avrei dovuto fare? – singhiozzava Paulina – Quell’uomo insisteva, teneva acceso il registratore, tu non immagini che cosa ho passato, ho provato a strapparglielo dalle mani, a mandarlo via, io non volevo, Luca, non volevo, ma tu…
– Non ci pensare, amore, ormai è tutto finito – le disse piano Luca in un orecchio.
– E poi sono venuti Pietro, e Francesco e… – fece lei – … e i tuoi, io non sapevo che dire, e neanche loro…
– Non fa niente, te l’ho già detto, capiranno, si faranno gli affari loro, quello che conta siamo io e te…
– Mi arresteranno.
– No che non ti arresteranno, sono stato convincente, lo sai… tira fuori la lingua amore, sì così…
– Ahi… Segnalini insiste, quello è un…
– Non piangere, – mormorò Luca, succhiandole un capezzolo – questa la pagherà amore, stai tranquilla, la pagherà quel figlio di puttana.

postato da: ivanomugnaini alle ore 13:28 | link |

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sabato, 12 febbraio 2011
Racconto selezionato – Concorso LA VITA IN PROSA 2011
Viene proposto qui di seguito il racconto “Nero vince in tre mosse” di Simona Conte, il primo dei testi che, come previsto dal regolamento del Concorso LA VITA IN PROSA, viene pubblicato in “Dedalus”.
Ne verranno proposti a breve altri, scelti tra i racconti concorrenti.
Questa pubblicazione, che rappresenta un primo riconoscimento riservato ai lavori ritenuti interessanti dalla Giuria, non è legata a quella che sarà la graduatoria definitiva del Concorso che sarà stilata alla scadenza dei termini previsti per l’invio, prevista per il 31 marzo 2011.
Auguro a tutti i “dedalonauti” una buona lettura.
Un caro saluto a tutte e a tutti, IM

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racconto di SIMONA CONTE
(selezionato nell’ambito del Concorso “La vita in prosa”
edizione 2011)

NERO VINCE IN TRE MOSSE

Gli Scacchi non sono come la vita… Gli Scacchi sono la vita. Esattamente come il teatro.
Carlo Bolmida (Reykjavik 1972).

Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera, che è il suo piccolo momento di piacere. Quando arrivo ha già messo al loro posto i pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento, e ogni partita dura un’ora o poco più.
– Non tocca a me il nero – faccio, come ogni volta.
– Sì invece – dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.
Caterina è minuta, e quando ascolta le si forma una piccola ruga in mezzo agli occhi, sembra sempre che si stia affrontando il tema cruciale della vita. Quando ritiene che il mio discorso sia giunto al termine, vuole esserne certa. – Hai altro da aggiungere – mi chiede, e tutte le volte rido, anche se so già che lo dirà, lo so con largo anticipo, ma non riesco a trattenermi. E’ troppo buffa nel suo ruolo di giudice di corte d’assise che pare sempre volerti concedere il beneficio dell’ultima argomentazione.
Apertura.
– Da quanti anni ci conosciamo, io e te? – è una domanda che le rivolgo con una certa frequenza. – Tanti…tanti…saranno venti, o più… – è la sua risposta che conosco a memoria. Perché continuo a chiederglielo? Per tenere il conto? Non so. Forse perché mi piace l’espressione che fa in quei pochi secondi che trascorrono da quando io pongo la domanda a quando lei formula la risposta, come se in quei due, tre, quattro secondi davvero tutta la nostra lunga amicizia ripassasse attraverso la sua mente e una sequenza ininterrotta e vorticosa di immagini agitasse il suo animo, e lei davvero si ritrovasse a sommare i singoli istanti per giungere ad un risultato matematicamente incontestabile. Siamo amici, fortemente, profondamente, irrimediabilmente. Io la amo, ma non è rilevante. L’amo da sempre, da quando sulla sua fronte non si formava alcuna ruga e le sue labbra si sovrapponevano con irripetibile turgore. L’amo, ma non è indispensabile che venga detto. Lei no, non mi ama, ma non m’importa più ormai. L’ho avuta io più di chiunque altro, cosa potrebbe mai aggiungere alla inesorabilità della nostra storia una sua dichiarazione formale? Le sono indispensabile, mi basta, non chiedo altro, sono un componente essenziale della sua esistenza, più di qualunque altro uomo passato nella sua vita, più di qualunque altro essere vivente, più dei suoi amatissimi libri. Non rinuncerei mai alla mia posizione privilegiata. Per cosa? Per un contatto fisico che sia io che lei possiamo procurarci facilmente altrove?
La sua casa è come lei, minuta. Un paio di stanze, niente di più, e un bagno. Un locale d’ingresso, che fa da tutto: cucina, soggiorno, sala congressi, camera oscura, casa da gioco, cinema per proiezioni d’essay, e una camera che ti dice subito con chi hai a che fare, una libreria ad angolo che copre due intere pareti, con i libri in doppia fila, suddivisi in base ad un ordine che sfugge a qualsiasi indagine interpretativa. Ordine cronologico di acquisto? Sfumature di colore? Sensazioni percepite durante la lettura? Nessuno saprebbe dirlo. Lei sa dove sono i suoi libri, e tanto le basta. Non li presta, non li presta mai. Caterina non consente ai suoi libri di uscire fuori dalla sua camera. Ricordo la sera in cui, conoscendola davvero poco allora, le chiesi di prestarmene uno. Il libro mi incuriosiva, lo cercavo pigramente da tempo, senza affanno, e lei lo aveva. Era lì, in bella vista nella sua sapiente collezione, a portata di mano. Pensai di chiederglielo. – Domani. Te lo do domani – mi rispose. Il giorno dopo lo trovai nella mia buca delle lettere, ma era nuovo, fresco di stampa, con il prezzo coperto dall’etichetta della libreria più vicina.
Caterina legge a letto, per ore, a volte per tutta la notte, e la mattina è distrutta, non ha la forza per mettersi in piedi, gli occhi gonfi, il naso rosso, ma si alza ad orario e va al lavoro. Poi, alla prima pausa, mi chiama – Stanotte ho letto una delle cose più belle della mia vita – mi comunica solennemente – ho fatto l’alba, non riuscivo a smettere -. Si tratta sempre di una delle cose più bella della sua vita, e qualche volta è vero.
– Muovi, tocca a te – dice richiamandomi al dovere. Ero altrove, lo ammetto, la mia mente si era distratta un attimo. Mi sollecita la mossa, ha ragione, così si perde tempo, non riusciremo a finire la partita in un’ora se non ci diamo una svegliata. Il mio pedone nero si muove, lo colloco così vicino al suo che si guardano negli occhi. Da quanti anni apriamo nello stesso modo? Eppure dopo questo passaggio non so mai dove andremo a finire. Vent’anni sono tanti, ma non giochiamo da così tanto, gli scacchi sono arrivati dopo, ad un certo punto della nostra vita, forse quando abbiamo scoperto di avere anche questa passione che ci accomunava, e abbiamo capito che al cinema potevano andare anche in un altro giorno, che di mercoledì sarebbe stato più interessante starcene a casa, metterci comodi sul pavimento, collocare i cuscini in posizioni strategiche per le nostre schiene e dedicarci al gioco, senza fretta, senza scopo, senza interruzioni dall’esterno, e godere della partita, di un bicchiere di buon rosso temperatura ambiente e della reciproca compagnia.
Caterina è come la forma delle mie mani, come la barba che mi faccio al mattino, come la piccola voglia che ho alla base del collo. Quando mi dice che si sta vedendo con un uomo (inizia sempre così) per me è un film già visto, non una, mille volte. La scritta ‘The End’ lampeggia a caratteri cubitali su uno schermo pesante di tela bianca. Possiamo metterci anche gli occhialini per gustarcelo in tre dimensioni, amore mio, ma io so già come andrà a finire. Vi vedrete per un po’, uscirete insieme, ti farai bella per lui, rinnoverai la tua biancheria intima, risveglierai la belva famelica che è in te, non mi tacerai nulla dei dettagli più scabrosi, ed io, che non godo di ciò e non mi masturberò sul ricordo dei tuoi racconti, dovrò ascoltarti, e consigliarti, e consolarti, per conservarti. Ti consolerò infinite volte, raccoglierò le tue lacrime, farò mie le tue autoanalisi, dispenserò consigli e pareri che tu ascolterai a labbra imbronciate. Poi una sera mi dirai – Sai, è finita – e io ti dirò che mi dispiace, che era inevitabile, che non era l’uomo giusto per te.
Quanto può essere forte un uomo? Io devo esserlo. Devo esserlo più di quanto vorrei essere, più di quanto credevo di essere. Forte o malato? Chi può dirlo, la distinzione è sottile e decisamente non rilevante. Uno dei due deve esserlo, ed è toccato a me.

Mediogioco.
Il suo piccolo esercito bianco avanza con circospezione. Conosco il suo stile, cercherà di confondermi, muoverà per perdere, per infognarsi fino alla gola e poi godersi l’impossibile risalita, ma giochiamo ormai da troppi anni perché lei possa sorprendermi ancora. Però glielo lascio credere, è il gioco delle parti, devo essere così bravo da far finta di non riconoscere un buon giocatore che fa finta di essere un cattivo giocatore; devo essere così maledettamente bravo da far finta di non riconoscere un giocatore che gioca contro l’avversario e non contro la scacchiera. Vedere la scintilla che scocca nel fondo della sua retina quando mi comunica lo scacco matto si colloca, nella scala dei piaceri assoluti, soltanto un gradino più in basso di quello nel quale alloco il godimento puro che provo battendola davvero.
Ora puoi calpestami il cuore, amore mio, sono pronto.
– Senti…mi sto vedendo con un uomo… -. Lo sapevo. Era la serata giusta per il suo “mi sto vedendo con un uomo”, mi mancava. La mia torre nera, in caduta verticale lungo la colonna, divora il suo cavallino bianco e sufficientemente distratto che già pregustava, sulla traversa superiore, l’abbraccio mortale del pedone nero, ed io non so come faccio a trattenermi dal dirle – Ma certo cara, fai benissimo, anch’io questa settimana mi sono visto con una donna, due volte, la stessa, il che è quasi un record, due magnifiche, memorabili scopate in rapida successione, senza alcuno spargimento di sangue, con una regina bianca, morbida e consapevole. Ho leccato le sue cosce calde, ho pregustato la sua viola pulsante, ho lasciato che l’animale donna riconoscesse in sé il desiderio che non ha bisogno di pensare, e ho goduto dentro di lei, con gratitudine e bramosia, e l’ho anche ringraziata per aver sopportato un uomo senza mediazioni e senza rimorsi – ma mi trattengo, e non le racconto niente, e decido di non vendicarmi, di non infliggerle il dolore del tabellone delle mie vittorie fuori campo. So che non lo farò mai, perché se vengo fuori con una frase del genere la uccido, perché lei sa che succede, ne è certa, ma non vuole sentirmelo dire, perché io sono più forte di lei e posso reggere i suoi racconti, mentre lei è troppo dipendente dal mio amore assoluto per concedere una sola possibilità all’idea che io possa riconoscere uno spazio nella mia vita, seppur minimo, a un’altra donna. Non vuole ascoltarmi perché è intelligente e sa che chiamiamo ‘compatibilità fisica perfetta’ la maschera che mettiamo alla paura quando non vogliamo guardarla negli occhi.
– Parla…ti ascolto… – dico, ma sono io quello che ha più bisogno di ascolto, un bisogno che nessuna soddisfa, né tu, perché non vuoi e non puoi, né le altre, alle quali non perdono il loro non essere te.
Raccolgo dunque le sue rivelazioni, i suoi dettagli, le sue inquietudini, i suoi dubbi, le sue analisi circostanziate, le sue perplessità. E’ felice? Ancora no, ma per un po’ lo sarà, nonostante tutto, perché le sue storie esistono appieno soltanto quando diventano parole delle quali io, mendicante di carogne, mi lascerò nutrire, come un cane magro tenuto alla catena, avido di carezze e di cibo malsano. Il suo eroe si sublimerà nelle sue narrazioni, nella sua azione creatrice. L’oggetto irraggiungibile del desiderio verrà arricchito, perfezionato, travisato, trasformato in ciò che ai suoi occhi già è, e procederà così, pezzo dopo pezzo, fino a quando la scacchiera sarà chiara, interamente composta. Così farà anche stavolta, ne sono certo. Il futuro re è stato scelto, apparentemente a caso, ma non è vero. C’è dietro doviziosa e selettiva cura. Ciononostante, quando sarà ad un passo dall’incoronazione, crollerà, come sempre crolla, sotto il peso di una superiorità inculcata ad oltranza e l’inconsistenza di un esercito impreparato, stupito e incapace. Lei lo lascerà giacere, riverso a terra, semimorto, ricoperto del suo stesso sangue, divorato dalle mosche, colpevole di non essere stato all’altezza delle aspettative dell’esigente giocatrice che non lo degnerà nemmeno di un’occhiata. Il dio ha smesso di esistere.
Finale.
La tua nuova partita è appena all’inizio, il tuo “mi sto vedendo con un uomo” è stato appena pronunciato, ma quella con me sta giungendo al termine. Forse stavolta non ce la farò, forse stavolta non riuscirò a sostenerti fino alla fine piccola mia, forse sono diventato troppo vecchio per questo gioco, troppo vecchio per continuare a combattere. Comincio a sentire anch’io, sempre più forte, il bisogno imperioso di stendermi all’ombra di un salice e lasciarmi accarezzare da una mano che, semplicemente, mi vuole. Ma in questo momento il re bianco è scoperto. La tua regina puttana lo ha momentaneamente abbandonato a se stesso. Impudica, sta flirtando con un giovane alfiere, ed io ho deciso di approfittarne. Non avrò cedimenti né remore. Il piacere assoluto per me sta per arrivare. Tu, mia cara, ti stai vedendo con un uomo, ma sono io quello che sta per mangiare il tuo re. Sono io quello che sta pochi istanti godrà della scintilla magica, sono io quello che tra qualche immane attimo di eternità raccoglierà la tua dichiarazione di abbandono, la tua resa incondizionata, la tua insanguinata bandiera bianca.
Mia è la vittoria. Mia la donna.
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Concorso Nazionale LA VITA IN PROSA, edizione 2011

LA VITA IN PROSA

Concorso Nazionale di Narrativa

Seconda edizione, 2011

– scadenza 31 marzo 2011 –

NORME DI PARTECIPAZIONE

Il Concorso prevede la selezione di scritti inediti in prosa (racconti, lettere, considerazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto in prosa).

Periodicamente alcuni dei testi migliori pervenuti potranno inoltre essere inseriti, indipendemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario, http://www.ivanomugnaini.splinder.com.Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo. Sono stati pubblicati, tra gli altri, Antonella Anedda, Alberto Bertoni, Biagio Cepollaro, Maura Del Serra, Gabriela Fantato, Anna Maria Farabbi, Anna Maria Ferramosca, Mauro Ferrari, Luigi Fontanella, Alessandra Paganardi, Alessandro Polcri, Maria Pia Quintavalla, Massimo Scrignoli, Valeria Serofilli, Antonio Spagnuolo, Paolo Valesio, Viola Amarelli, e molti altri. Per una visione completa degli autori pubblicati, tutti degni di una menzione che per ragioni di spazio non è possibile proporre qui, si consiglia di visionare direttamente il sito http://www.ivanomugnaini.splinder.com.

La Giuria del Concorso è composta da IVANO MUGNAINI(scrittore, direttore della collana di narrativa di puntoacapo Editrice), MAURO FERRARI(poeta, critico, direttore editoriale di puntocapo Editrice), VALERIA SEROFILLI(scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), ADRIAN BRAVI(scrittore), ALESSANDRA PAGANARDI (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), ROBERTA LEPRI(scrittrice) e DANIELA RAIMONDI (poeta e scrittrice), valuterà tutti gli scritti pervenuti e proporràinfine a puntoacapo Editrice una rosa di Finalisti, tra cui tre Vincitori.

I lavori Vincitori saranno pubblicati da puntoacapo Editrice,www.puntoacapo-editrice.com. Al volume contenente i loro racconti sarà dato ampio rilievo e godrà di una valida promozione grazie alla mailing-list dell’Editrice e a tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.

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Agli Autori che hanno inviato al Concorso La Vita in Prosa testi ritenuti interessanti potrà essere proposta la presentazione critica dei lavori con cui hanno partecipato, o di altri, anche già editi, presso lo storico Caffè letterario dell’Ussero di Pisa, o presso la Villa di Corliano, a San Giuliano Terme (PI), nell’ambito degli eventi letterari promossi dall’Associazione “Ussero Cultura”, appuntamenti che hanno visto avvicendarsi nei mesi scorsi alcune delle voci più significative della prosa e della poesia contemporanea.

Al di là dell’esito finale del Concorso, inoltre, la Giuria si riserva di segnalare a puntoacapo Editrice un numero limitato di lavori ritenuti meritevoli.
Agli Autori di questi lavori potrà inoltre essere proposto l’inserimento nel primo volume di “DEDALUS: Quaderno di Narrativa Contemporanea”, vero e proprio “Annuario” della narrativa italiana.

MODALITA’ DI INVIO:

Gli autori interessati devono inviare i loro testi entro il 31 marzo2011. I partecipanti potranno inviare da uno a tre racconti, lettere, pagine di diario o brani di prosa creativa, a tema libero e di lunghezza compresa fra le due e le dieci cartelle per ciascun testo, tramite file in formato Word allegato ad un messaggio e-mail indirizzato al seguente indirizzo: ivmugnaini@libero.it , indicando come oggetto del messaggio: “Concorso La Vita in Prosa”.

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio,non nel file. Dovrà essere anche allegata una dichiarazione secondo cui: “I testi sono inediti e di creazione personale dell’Autore, che autorizza il trattamento dei propri dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso LA VITA IN PROSA”.

È gradito l’invio di un contributo spese in misura libera da inviarsi preferibilmente tramite assegno non trasferibile da accludere al plico con i testi e le dichiarazioni, intestato a: Ivano Mugnaini, oppure con vaglia postale indirizzato a Ivano Mugnaini – via delle Sezioni, 4348 – Località Bargecchia- 55040 Corsanico (LU), indicando come causale: “Concorso La Vita in Prosa”. E’ possibile anche l’invio tramite contante con lettera (preferibilmente assicurata, o raccomandata) indirizzata al medesimo indirizzo riportato qui sopra.

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti.
Il corretto ricevimento del messaggio e dei file, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti.
Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi portali letterari e sul sito di Puntoacapo Editrice.

Per eventuali richieste di maggiori informazioni, scrivere all’indirizzo e-mail: ivmugnaini@libero.it.

postato da: ivanomugnaini alle ore 15:26 | link |

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domenica, 02 gennaio 2011
IL ROMANZO CIRCOLARE , di Giuseppe O. Longo
Propongo qui di seguito il racconto “Il romanzo circolare” di Giuseppe O. Longo, tratto dal volume Il fuoco completo, edito da Mobydick nel 2000. Un testo in cui, in modo del tutto specifico, il linguaggio impostato su modelli logico-scientifici si abbina ad una accattivante fluidità. Il tutto poi si arricchisce di valenze simboliche e metaforiche che nascono dall’esposizione dei dati e delle connotazioni oggettive, senza bisogno di interventi e giudizi autorali. Si aprono una dopo l’altra con curiosità le scatole cinesi che racchiude il racconto e in cui è racchiuso, scoprendo mondi possibili che mettono in relazione la scrittura e la vita, fino al punto in cui i confini svaniscono e le coordinate si perdono, o, forse, nell’atto di smarrirle si ritrovano. I.M.
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Il romanzo circolare

di

Giuseppe O. Longo

tratto dal volume Il fuoco completo, Mobydick, Faenza, 2000

R. T. Dass, matematico e scrittore scomparso pochi anni addietro, è noto tra gli specialisti per le sue ricerche di analisi funzionale e di teoria dei gruppi, ma l’opera per cui è giustamente famoso è un singolare romanzo, Il Premio della Perseveranza, a lungo quasi ignorato per una serie di vicende legate alla sua inusitata struttura. La lunga narrazione è organizzata in modo ciclico e si dispone intorno a periodici centri o nodi da cui procede per circoli concentrici che interagiscono tra loro in modo complicato. L’interpretazione di questa struttura e la sua risonanza soggettiva cambiano a seconda del punto in cui si trova il lettore e a seconda di certe trasformazioni di variabile compiute surrettiziamente dall’autore in alcuni momenti.
A tratti la struttura, la vicenda e anche il linguaggio si addensano in modo straordinario, come accade nei punti singolari di certe funzioni matematiche in cui l’infinito piano complesso si concentra in un’immagine angusta ma perfetta. In questi gangli della narrazione ogni lettore può cogliere, in misura diversa a seconda della sua penetrazione, l’essenza di tutta l’opera, il suo sviluppo ulteriore e le premesse non esplicitate (ma vedremo le difficoltà di questo accesso). L’intensità comunicativa è tale, in questi passi, che se ne prova uno smarrimento, anzi un vago malessere, come a toccare un’intimità troppo profonda.
Tra i punti singolari più intensi e tormentati è quello in cui vengono ritrovate le cinque monete nella stanza che era stata di Gupta: in quelle monete si riflette, come in un microcosmo pentagonale e abbacinante, non solo la vita di Gupta e il suo imminente destino di morte, ma anche la vita dei suoi compagni, l’atroce storia della Casa presso il Lago e la biografia stessa di Dass, che altrove è diluita e stemperata «come una lagrima nell’oceano».
La natura circolare e pseudoperiodica del Premio fa sì che ogni sua parte rimandi con precisione quasi assoluta a un’altra – successiva o precedente, non c’è differenza – in un giuoco infinito di echi, di riflessi e di sprazzi opalescenti che sembrano alludere a significati precisi e inafferrabili. Conscio della tensione spirituale e dell’esaltazione emotiva che avrebbe provato il lettore, nel consegnare il manoscritto all’editore Dass ebbe cura di sopprimerne un capitolo, riducendo il romanzo a un’opera, se non mediocre, certo priva di eccezionalità. Il capitolo espunto, ritrovato alcuni mesi or sono e da poco pubblicato, costituisce la chiave non solo per comprendere la mirabile struttura formale del libro, ma anche per ristabilirne le proporzioni sentimentali, liriche ed epiche. Come un delicato e complesso organismo che viva pienamente solo nel rapporto armonioso tra le sue varie parti, il romanzo ha riacquistato in questo modo la sua fisionomia originale, insospettata e straordinaria. Non si può più parlare di inizio o di fine della narrazione: ogni passo è in certa misura il centro dell’intero racconto e tutto rotea intorno a tutto.
Che dal libro fosse stato espunto un capitolo era apparso evidente ad alcuni amici dell’autore, ma questi si era sempre rifiutato di discutere l’argomento. A lungo si era congetturato sulla natura e sul contenuto del capitolo eliminato e sui suoi legami col resto del Premio; alcuni giovani matematici si erano perfino esercitati a ricostruirlo secondo equazioni ricorsive che avevano ritenuto di poter estrapolare dalla narrazione. Nessuno di questi tentativi era andato vicino al segno, ma le versioni «completate» del romanzo avevano raggiunto una certa diffusione. Oggi se ne può apprezzare la scolorita lontananza dal vero.
Ma il rigore della struttura o i suggestivi rimandi simbolici non prevalgono su altri aspetti del Premio: anzi il suo fascino più vero sta forse nel contenuto poetico, che non si può esaurire in un’analisi sia pur puntigliosa. Si ricordino «le corti bagnate di luce lunare rinchiusa», o l’aspetto misterioso delle città notturne, in cui larvali personaggi cercano simulacri di verità al termine di ingiustificabili peregrinazioni. Spira ovunque un malinconico senso di irripetibilità che contrasta col ciclico riprodursi della vicenda in condizioni sempre nuove. Tutto ciò s’inquadra ma non si esaurisce nell’inflessibile sintassi del libro.
Gli slanci lirici e descrittivi, scintillanti come inverosimili costellazioni canicolari, sono incastonati nel ferreo giuoco delle corrispondenze e si affacciano in primo piano o si ritraggono sullo sfondo a seconda della distanza che il lettore riesce a stabilire tra sé e il racconto (ma è l’autore stesso, in qualche maniera incomprensibile, a regolare questa distanza). Ad esempio il viaggio notturno dei tre Pellegrini verso la Città sacra può apparire una parabola in necessaria corrispondenza sintattica con la veglia funebre di Gupta, con la reclusione di Dass nel cortile e con tutte le altre scene modulari ed equidistanti; ma quando l’autore ci permette di avvicinarci ad essa con animo più appassionato e meno rarefatto, si può quasi isolarla dal giuoco dei richiami e goderla per ciò che essa ha di delicato e struggente: «La notte fuggiva dinanzi ai loro passi leggieri verso un orizzonte invisibile; nel cielo profondissimo e nero si prolungava la vibrazione trepidante e presaga delle loro anime inquiete.»
Tra le pagine più belle ricordiamo quelle in cui Dass descrive la propria prigionia – non è dato sapere se volontaria o imposta – insieme con la serva idiota nelle stanze interne del suo palazzo, disposte intorno a un cortile di pietra ornato di statue e piante fiorite. Tutta un’estate sembra fluire con incredibile lentezza in questo carcere, lontano dal mondo, in uno stupefatto silenzio coronato di eroici tramonti e pervaso di estenuanti profumi: «Passeggiavo nella loggia che circonda il cortile e sentivo il tempo scorrere nelle mie fibre come i granelli di sabbia nell’orifizio di una clessidra di cristallo.»
Nella lingua di Dass ogni sillaba, parola o frase narra e insieme rappresenta, suona ed evoca, cristallizzandosi all’interno di un magma bronzeo e vibrante per poi sciogliervisi di nuovo, tracciando duttili lingue ignee che travalicano i limiti del narrare e legano oggetti e significati lontani in un fascio acceso e serpeggiante. Le parole sono vive: si pongono su infiniti piani diversi e risuonano per insondabili profondità, scavando caverne sulfuree dentro la totalità del sentire.
I tentativi di tradurre il Premio nella nostra lingua – quattro finora – sono tutti mal riusciti, sia per la distanza tra la sensibilità di Dass e quella dei suoi traduttori, sia per l’invalicabile diversità fra i suoi mezzi espressivi e i nostri. Queste traduzioni passarono, a suo tempo, quasi inosservate e anche oggi, benché integrate con il capitolo mancante, lasciano perplessi, delusi e vagamente irritati. Come rendere ad esempio la scena dei sitar accordati dalle due ancelle con amoroso avvicendarsi nella notte illune? O quella dell’Indovino, le cui parole si dispongono, come tessere di un mosaico invetriato, secondo un’astrusa ma trasparente scala cromatica, accennando a un significato che resta misterioso fino alla morte di Gupta?
Si pensi anche alla scena di questa morte, che fra tutti i punti nodali della narrazione può essere considerato come quello più essenzialmente singolare e simbolico nella versione monca, benché in quella completa esso venga ricondotto nell’ambito della periodicità strutturale. In una notte di luglio che la luna rischiara col suo pallido volto, Gupta inseguito dagli assassini si rifugia nel Castello diroccato. Prima di varcarne la soglia ingombra di macerie e addentrarsi nel labirinto di sale e cortili – immagine distorta e approssimativa del romanzo stesso – egli si volge un attimo a contemplare la vasta pianura che si stende tranquilla ai piedi del Castello, tagliata in due come da una spada dalla strada bianca, lunghissima e dritta, che punta verso mezzogiorno e simboleggia l’Amore, la Vita e la quieta Felicità domestica che il destino gli ha negato. A tutto ciò Gupta volge le spalle in un attimo di suprema concentrazione sentimentale. La coscienza della morte ormai prossima lo rende indifferente al fascino greve delle rovine sotto la luna. Rifugiatosi in cima all’unica torre superstite, egli attende immobile gli assassini cui non può sfuggire: «Giacque sul tiepido impiantito di mattoni antichi. Lontano nella campagna i cani latravano sotto la luna, mentre buffi di vento portavano breve refrigerio alle sue aride labbra. La sua anima si lanciava ormai per centrifughe vie verso mete lontane.»
Opera crepuscolare, anzi notturna, il Premio è popolato di personaggi evanescenti come ombre suscitate da una luna affoscata dietro nubi vaganti; essi sono dotati di una fissità rituale e simbolica come le figure dei tarocchi (si pensi al Venditore d’incenso, alla Donna dal sorriso spento, all’Uomo nel vaso, al Falsificatore di bilance). Solo alcune di queste figure vivono una vita meno provvisoria e lasciano un’impressione durevole e ricorrente.
Come accostarsi dunque a questa incredibile opera che sembra eludere ogni tentativo di contatto tradizionale? Dice Shrivastava nell’ultima appendice della sua monumentale Storia delle Letterature: «Il romanzo di Dass non si può, non dirò penetrare, ma neppure intuire o sfiorare, se non attraverso un’insolita operazione dell’inconscio – il sogno. Solo mediante questa trasposizione di significati, assonanze e strutture in una massa onirica da contemplare fuori del tempo, in uno spazio rarefatto e vagamente incongruo, si può ricavare – se non una visione – almeno un presagio di questa singolare vicenda creativa dell’anima e della mente di un uomo (o di una moltitudine?).»
Del resto un’indicazione implicita ma precisa in questo senso è fornita dallo stesso Dass quando descrive i Sognatori della Città sacra come si presentano agli occhi deliranti dei tre Pellegrini: «I loro corpi giacevano su letti di rose agli incroci di strade convesse, presso ruscelli limpidissimi, sotto torri di cristallo e di pergamena, negli slarghi di piazzette deserte. Sotto di essi l’anima del Mondo fomentava con calore irresistibile i loro sogni: le visioni esalavano in sospiri allungati e si mescolavano e fondevano in una leggiera nube che si sfilacciava intorno alle guglie altissime della Città sacra. Così ognuno viveva con pari intensità i sogni di tutti e nessuno reclamava improbabili e futili paternità. Ciascuno sognava negli altri, ciascun’anima viveva nelle altre, come se una sola immensa creatura multiforme e tentacolare si smemorasse nelle sue fantastiche creazioni oniriche.»
Ma non a tutti è dato sognare, e ciò che si sogna non sempre obbedisce ai comandi dei nostri desideri, neppure di quelli più ardenti. Per quasi tutti noi il romanzo di Dass resta un sogno che vagheggiamo di sognare.

14 ago 1978
Riveduto: gen 1999