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MANGANESE – il racconto di un ratto

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MANGANESE

topi-abbandonano-la-nave

di Ivano Mugnaini

Non esistono i presagi: il destino non manda araldi.
È troppo saggio o troppo crudele per farlo.
Oscar Wilde

 

È ora che si sappia: l’orgoglio della Reale Marina Britannica, il Titanic, è stato sabotato. Allegramente, disperatamente, inesorabilmente sabotato. Così come gli Egizi facevano erigere le loro Piramidi, il geometrico progetto di apparentare l’umano al divino, alle maestranze indigenti, sinonimo elegante di schiavi, allo stesso modo i civilissimi inglesi all’inizio del secolo scorso hanno avuto la brillante idea di far costruire la più imponente delle loro navi a Belfast. Belfast, Irlanda del Nord. Nel giro di due anni duemilacinquecento operai irlandesi hanno completato la meraviglia galleggiante. Tra sputi, sorsate di birra di quarta categoria, bestemmie, imprecazioni metà in inglese e metà in gaelico, e, ovunque, tra polvere, fango e morchia, sopra, sotto, dentro, un pensiero. Un’ideuzza vispa, viscida e inafferrabile come un sorcio.

Un sorcio dal nome semplice, quasi domestico, Manganese. Il manganese è un metallo povero. Un materiale inferiore, fragile e dotato di bassissima tenuta. Privo di pregio, facilmente reperibile e di scarso costo. Usato in quantità modica avrebbe consentito all’armatore di risparmiare sul bilancio complessivo dei lavori. Avrebbe potuto sostituire, in parte, l’utilizzo del ben più costoso acciaio. Tutto ciò, è fondamentale ribadirlo, in modica quantità.

Solo che agli operai irlandesi le modiche quantità non sono mai piaciute. Né quando di tratta di boccali di birra scura, né quando è il momento di urlare e cantare, né, soprattutto, quando si presenta l’occasione per essere generosi. Furono molto generosi con i loro padroni londinesi: decisero di farli risparmiare un bel po’. Fecero scorrazzare il loro amato sorcetto a destra e a manca, cosparsero l’intera nave di escrementi di Manganese. Nelle scanalature, nelle colate, nelle assi portanti, nelle fessure, dappertutto. Il metallo povero finì per diffondersi e proliferare in ogni luogo.

 

Accadde così che qualche mese dopo, a molte miglia di distanza, il Titanic affondò in due sole ore, con un gracchiare cupo di migliaia di piatti di porcellana di buona china frantumati e inghiottiti dalle acque. Il simbolo massimo della finanza e della tecnologia della trionfante Età Moderna era stato sconfitto da una punta di ghiaccio, una lama sottile dispersa nell’immensità. Una piramide rovesciata, un’isoletta beffarda a testa in giù. Luogo e spazio non colonizzabile, terra vergine e aspra della sorte.

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Dire che l’unica parte veritiera di questa specie di racconto è il finale servirebbe a poco. È scontato. Non c’è mai stato un sorcio di nome Manganese. Forse. O forse sì. Bisognerebbe chiedere ai bicchieri, ai vasi di spezie, zucchero e marmelade, ai cappelli, ai vestiti e alle scarpe che ancora oggi riposano sul fondo dell’Oceano. Loro forse lo hanno visto passare. Magari è ancora riflessa la sua sagoma scura sulla statuina d’argento e d’avorio del capitano biondo che sognava l’ingresso solenne nel porto d’arrivo.

C’è, il sorcio. C’è stato. Nella mente di chi ha assemblato con le mani e con i muscoli il metallo e il legname della nave. C’è stato e c’è ancora, il buon Manganese. Ha realtà e sostanza nei pensieri di chi immagina una nave in cui ci sia un solo immenso ponte di coperta da cui ciascuno possa vedere il proprio spicchio di America, sognarla, puntarvi lo sguardo o girarle le spalle. Una nave senza stiva e con infinite scialuppe di salvataggio.

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Forse è lo stesso sogno degli oggetti posati da molti decenni sulla sabbia degli abissi oceanici. Legno, ferro e vetro che ancora difendono dalla stretta soffocante delle alghe la loro verità. Diversa, distante dalla realtà patinata dei film hollywoodiani. La verità, Manganese lo sa bene, è sempre un po’ più sporca e un po’ più profonda. Laggiù, nel fango.

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DISUNITA OMBRA

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Disunita ombra - coverSi conferma, Luigi Fontanella, anche in questo recente volume, Disunita ombra, autore in grado di esplorare le molte miserie e i rari splendori della contemporaneità portando sempre con sé il bagaglio di una grandezza vissuta e sognata, incontrata di persona o sui libri, o in sogni più veri del reale. Forse, ed è il caso di sottolineare questo vocabolo, poetico per eccellenza, forse, la disunita ombra a cui fa cenno il titolo del libr, è proprio l’altro da sé, alter ego che accompagna l’autore, e con lui il lettore, in ogni spostamento, ogni gesto programmato all’istante, al millesimo, ogni check-in di tutti i viaggi, reali e immaginari, del destino, della storia, con o senza s maiuscola. Un autore classico e attuale, Fontanella. In grado di evocare, senza mai predicare verità assolute, quell’istante di comprensione ulteriore, quel corto circuito del tempo in cui lo spazio visibile e pensabile si estende e diventa più nitido e intenso. Per poi acquisire di nuovo l’ombra salvifica, disunita e fertile, della poesia vera.
Pubblico qui di seguito, assieme ad un alcuni testi tratti dal libro, la nota di lettura di Paolo Lagazzi.
Con l’invito alla lettura del volume, ben più ampio e articolato di quanto queste mie brevi note possano indicare.
Buona lettura, IM

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Disunita ombra Editore: ARCHINTO Collana: ZIBALDONE Pagine: 128 Prezzo: 12,50 euro Anno prima edizione: 2013

Disunita ombra raccoglie il lavoro recente di una delle voci più vive e autentiche dell’attuale poesia italiana, un lavoro la cui cifra di fondo consiste in una grande libertà di forme espressive e di intonazioni formali. Spaziando dal respiro lungo del petit poème en prose alla colloquialità prensile del racconto in versi, dai timbri di una moderna elegia della memoria al battito verticale ed epifanico delle accensioni improvvise, Luigi Fontanella ci accompagna con i suoi versi tra i luoghi, le persone, le emozioni e gli eventi dalla sua complessa, vasta esperienza fra l’Italia, l’Europa e l’America. Proprio in una città magmatica ed estrema come New York possono paradossalmente scaturire richiami arcaici e inviti alle suggestioni del mito, un mito tuttavia mobilissimo, rivissuto dall’autore tornando, da una parte, alle radici profonde del suo immaginario, e dall’altra evocando il mondo variegato e cosmopolita da lui frequentato. Libro multiforme e seducente, corrusco e tenero, realistico e visionario, Disunita ombra sa parlare in modo indimenticabile delle paure, dei desideri e dei sogni dell’uomo scisso e sofferente di oggi, ridando fiato a una parola ricca di forza salvifica.
Paolo Lagazzi

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testi tratti da
DISUNITA OMBRA
(Poesie 2007-2012)

Vivere è fare l’uncinetto con l’opinione degli altri. Ma mentre lo si fa, il pensiero è libero e tutti i principi incantati possono passeggiare nei loro parchi tra un tuffo e l’altro dell’uncinetto d’avorio. Uncinetto delle cose… Intervallo… Niente. Del resto, in che cosa posso contare su di me? Un terribile acume delle sensazioni, e la profonda consapevolezza di stare sentendo… Un’intelligenza acuta per distruggermi, un potere di sogno desideroso di distrarmi… Sì, uncinetto…
FERNANDO PESSOA

I
LUOGHI E PERSONE

Di quanti aeroporti sono stato regestatore di efemeridi: ignoti e simili che mi passavano in sequenze adorabili e repellenti, tra un grande bisogno di calma e l’insano bruire, mentre io mi ripetevo sempre altro e me stesso.

Mi grandinano addosso
scrosci di risa
e sghembi vocalizzi
ghirigori
o frammentati residui… io
asserragliato nell’ovattato ronzìo
sospeso nello spazio
nel soffice brusìo, schiuma
e bambagia, mentre
l’aereo trafigge texas e nuvole.

Una posizione che
ritorna invariata, Plumelia
accanto a me svampita e svaporata
la grande bocca
spalancata, non io
l’osservatore, non io
il perverso fruitore.

Pensare che non rivedrò mai più
chi oggi a me sovrabbonda.

(Atlanta-Houston, in aereo, marzo 2007)

(Aspettando I.)

Un fascio di sole
taglia la stanza tutta.
Attorno a me una soffusa
aporia… colgo
preciso
il cuore di questo momento
centro e battito di un tempo
incurante di scansioni, ritagli
regole appuntamenti convenzioni
calendari posticci…
al centro
dove tutto converge
fra passato e presente
in una medesima
identificazione di me stesso:
ragazzo immutato
separato e congiunto.

Fra un giorno o fra un anno
di nuovo riflesso
in un identico istante
come questo
dentro e fuori del tempo
spettro ambulante di ciò che infesto
e questa remota parola
da riconsegnare a ogni nuovo venuto.

Campo chiuso e aperto
di un’eterna vigilia. Così,
oltrepassando ogni contesto,
io mi ritrovo vissuto.
Cosa di questo viluppo? di questa
ripetizione in fuga?

Un corpo dilatato
che si sfrangia in tanti
frammenti di luoghi e di spazi…
Ma non è la vita che
un continuo desiderio o uno scarto
infinito.

(Marriott Hotel, New York City, 14 aprile 2007, h. 10,40)

… quei due che insieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri

Dondolavano
abbracciati
in attesa di un treno… Tacito
e lieve
era il loro cullarsi
puri e intatti
staccati dal moscaio e fuori
da ogni altro verminaio
che fumigava lì attorno.
Improvvisamente
una rondine vidi, sbigottito,
vorticare sul loro capo
come a un invito…

Quel lieve dondolìo
si rivestì allora di un brivido
un sussulto…
ed eccoli
a un tratto – miei puri pensieri –
spiccare il volo su tutto
al vento avvinti, docili e leggieri.

(Stazione di Padova, 25 maggio 2007, h. 9)

Defigurato nel corteo (due dediche)

per A.S.

Defigurato nel corteo
si stacca straniero, occhi
nel buio del volto, quanta
nuda umanità che sciupa se stessa.

Destinato alla giostra
come l’amico perduto ritrovato
il più vicino diventa lontano
ed io conto la mia povertà.

Televisionaria l’attesa, mentre
sbriciola la folla:
si rovista in tante scie
ondulate, voci corrimani…

voci che s’inseguono insieme.
Achille, avessi la chiave, quel cuneo
che spiani la direzione
di tutta questa seminata.

(Roma, giugno 2007)

Le nostre numerazioni

a V.R., dopo una visita all’amico malato

Chi impose al dio
il pianto del sorriso
nascente il sole sul suo bel viso

1.
Chirurgia mentale
il tempo si denuda… ti rivedo
in divisa camuffata,
poeta ritrovato in una cremosa
serata estiva, che tràcima
nel volto di ogni presente
gli occhi di Dania sgranati
come a un’eterna sorpresa,
come a una ricorrente agnizione.

2.
Mio consanguineo, ti rivedo
sdraiato in fondo a un corridoio,
bende ai piedi sguardo attento
antico involontario mèntore
la tua mente un negozio di giocattoli
occhi roteanti tra moto frontale
e la pura immobilità.

3.
Libri come provette
ferme nel silenzio, qui
si delinea chiara
l’inconsistenza assoluta.
Angeli gemelli, uno dopo l’altro,
scendono rapidi e leggeri
dalle scale verso di te, tutti
nella stessa divisa,
come a prenderti per mano.
Vi sto perdendo tutti
E tra un istante brucerò
Avvolto nelle mie stesse fiamme.

4.
Qualcuno cercherà sempre
qualche altro nella strada
con cui tenersi compagnia.

(Roma, 7 luglio 2007; Middlebury, 7 luglio 2009)

Cosmos

… mentre la musica
aleggia tagliente e malata
incontrastata
inesistente
e il caldo artificiale
batte lento alle tempie. Questo
istante gira tutto intorno a me,
respiro, grazia, innocenza
di un variopinto stralunìo agli occhi
chiusi aperti chiusi… la musica
si ripete, la musica chiede venia
alla mia mano spuria
di fronte a un cielo rosso di sospiri
per tutti i reietti eletti.

(Stony Brook, 10 dicembre 2007)

JFK

Arrivano a fiotti
oi barbaroi – mai come stasera
ne ho capito in questa babele
l’invasione, vanno vengono brulicano
sordi bruti assordanti inquieti…
Lasciarono oscure contrade
per cercare un altro destino un altro dio
ma ad esse fanno ostinatamente
ritorno per farci un giorno
posare le loro ossa scontente.

Ed io, perenne avventizio,
non sono forse un po’ come loro
se non in questo mio inesausto
raspare, e intrepido
documentare?

(Kennedy Airport, 3 settembre 2008, h. 20,40)

Cosmos

… mentre la musica
aleggia tagliente e malata
incontrastata
inesistente
e il caldo artificiale
batte lento alle tempie. Questo
istante gira tutto intorno a me,
respiro, grazia, innocenza
di un variopinto stralunìo agli occhi
chiusi aperti chiusi… la musica
si ripete, la musica chiede venia
alla mia mano spuria
di fronte a un cielo rosso di sospiri
per tutti i reietti eletti.

(Stony Brook, 10 dicembre 2007)

JFK

Arrivano a fiotti
oi barbaroi – mai come stasera
ne ho capito in questa babele
l’invasione, vanno vengono brulicano
sordi bruti assordanti inquieti…
Lasciarono oscure contrade
per cercare un altro destino un altro dio
ma ad esse fanno ostinatamente
ritorno per farci un giorno
posare le loro ossa scontente.

Ed io, perenne avventizio,
non sono forse un po’ come loro
se non in questo mio inesausto
raspare, e intrepido
documentare?

(Kennedy Airport, 3 settembre 2008, h. 20,40)