Ferdinand De Saussure

A TU PER TU – Lucia Gaddo Zanovello

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“Ha avuto un’impennata o è una buona penna, ha la penna facile, o della nomea del corvo, di quella del tordo, del merlo, del pappagallo, del pavone.
Ma in fondo la verità è che siamo tutti creature, se pure di diversa specie, da penna, da pelo o da pelle. Secondo me ogni creatura è in qualche modo persona, perché ciascun individuo manifesta un suo proprio carattere originario, mite e benigno o scontroso e perfino dispettoso; chiunque abbia percorso parte della sua vita in compagnia di un cane, di un gatto, ma anche con un uccellino, sa bene di cosa parlo. Delle persone che non amano gli altri esseri viventi diffido, esattamente come diffido delle persone che non amano e non rispettano le persone”.
Molto originale, schietta, diretta e nitidamente simbolica, è questa dichiarazione di Lucia Gaddo Zanovello.
È una specie di autoritratto fatto con uno specchio, con il vetro fragile e prezioso delle esistenze altrui, nello specifico con la vita degli animali.
“Secondo me ogni creatura è in qualche modo persona”, osserva. Non è una frase ad effetto, un mero orpello estetizzante. Il contesto e il modo con cui è scritta ne confermano l’autenticità. A qualcuno potrà sembrare fuori luogo, esagerata, eccessiva. Ma è proprio questo il bello: è un modo per generare un nitido posizionamento, una sorta di documento di identità che manifesti l’essenza reale, inequivocabile, di ciascuno.
Nella zona di confine che separa e unisce ipotesi e verità, si colloca il libro che l’autrice presenta nell’ambito di questa intervista, dedicato alla figura di Attilio Mlatsch. Scrive Lucia Gaddo: “Ho dovuto studiare e ristudiare i contesti storici delle notizie che avevo e degli eventi attraversati e in ultima analisi, ritrovando infine la figura di questo mio nonno”. Il valore aggiunto che si affianca all’attenta opera di ricostruzione è la conquista di una consapevolezza che deriva dalla conoscenza unita all’affetto, dalla “cognizione del dolore” e dalla vera condivisione. In questo contesto, il dialogo supera le barriere della Storia, del tempo e dello spazio.
“Devo riconoscere di avere fatto maggior luce in me stessa”, ci rivela l’autrice. Questa frase in apparenza lineare racchiude vasti orizzonti di senso, il valore della ricerca della verità e quell’istante di visione ulteriore in cui l’oggettività dei fatti viene sublimata dalla partecipazione emotiva. L’attimo in cui si smette di guardare e si inizia a vedere, ossia a percepire non solo con i sensi ma con qualcosa di indefinito, misterioso e salvifico che rappresenta il nucleo della verità e della natura umana in se stessa.
“L’analogia delle vicissitudini storiche forgia in qualche modo le personalità, restituendo alcune similitudini empatiche”, annota Lucia Gaddo Zanovello. Questa considerazione si adatta bene al suo romanzo, alla ricerca di una figura familiare che il tempo e la violenza non hanno cancellato dalla memoria. Si adatta tuttavia anche al contesto più ampio di quell’insieme di “persone” (includendo nella definizione tutti gli esseri viventi) che indagano con partecipazione e affetto sul senso del loro passaggio su questo esile e mirabile pianeta sospeso nel mistero delle galassie.
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A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

La vicenda umana di Attilio Mlatsch

5 domande

a

Lucia Gaddo Zanovello

 

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Grazie mille a te per il gentile invito!

Sono contenta e ti sono grata di questa occasione di fermarmi un poco a riflettere sul mio più recente lavoro, sono opportunità che finiscono sempre per rimettere a fuoco un qualcosa di mai veramente compiuto.

Beh, per quanto riguarda il mio autoritratto, esso si fonda necessariamente sul mio vissuto in campagna per molta parte della primissima infanzia. In quel luogo ho sperimentato la solitudine più assoluta, essendo l’unica piccola in mezzo a tanti adulti, tutti costantemente indaffarati in diverse occupazioni, avevano difficoltà a trascorrere del tempo con una bambina.

Spesso in lacrime osservavo intorno a me e, incantandomi, smettevo di piangere. Devo riconoscere che la natura mi è stata Madre nel senso più vero del termine.

Sono cresciuta forse in un quadro di povertà affettiva, ma mescolando tuttavia a fragilità e sfiducia, caparbietà e tenacia, innamorata della terra, delle piante e degli animali. Osservavo l’attività dei topolini nel granaio, stupivo all’uscita dei pulcini dall’uovo, ma se dovessi specchiarmi in un autoritratto, vedrei un uccellino, forse un pettirosso.

Il volo, il nido, la muta (tutto ciò che si trasforma mi attrae, forse frutto anche questo delle mie osservazioni infantili pure sulle rane e sul baco da seta), il mondo dell’aria mi ispira da sempre, perché vedere le cose dall’alto aiuta a ridimensionarle, a farle rientrare nella loro misura reale, invogliano a credere in Dio e anche se le cadute, l’essere predati e le gabbie misurano le sventure, rigenerazioni e rinascite permangono fidenti dietro l’angolo.

La varietà delle specie alate, dei loro linguaggi, del loro affaccendarsi intorno ai nidi, alle migrazioni, seguendo l’istinto, e senza lasciare tracce, la loro filosofia di vita insomma è gaia e promettente. Anche per questa specie, nella quale si va dall’aquila al colibrì, è un po’ come per i cani, per i quali si va dal molosso al chiwawa. Straordinario. Come sono unici la potenza del cigno, la leggerezza della rondine, la domesticità della gallina e la fedeltà dei piccioni.

Per non parlare delle espressioni idiomatiche legate ai pennuti, si dice spesso ha avuto un’impennata o è una buona penna, ha la penna facile, o della nomea del corvo, di quella del tordo, del merlo, del pappagallo, del pavone.

Ma in fondo la verità è che siamo tutti creature, se pure di diversa specie, da penna, da pelo o da pelle. Secondo me ogni creatura è in qualche modo persona, perché ciascun individuo manifesta un suo proprio carattere originario, mite e benigno o scontroso e perfino dispettoso; chiunque abbia percorso parte della sua vita in compagnia di un cane, di un gatto, ma anche con un uccellino, sa bene di cosa parlo.

Delle persone che non amano gli altri esseri viventi diffido, esattamente come diffido delle persone che non amano e non rispettano le persone.

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

La vicenda umana di Attilio Mlatsch. Una ricostruzione possibile fra ipotesi e verità, Nuova luce, 6, Macabor, 2018, è la mia ultima pubblicazione. Mi ero dedicata alla stesura di molti appunti su questo argomento nel corso di un paio di anni, a cominciare dal 2016, per fare luce su di una persona a me tanto vicina, ma fino ad allora troppo e troppo a lungo rimasta misteriosa, mio nonno materno. Adoperandomi per fare luce, ho dovuto studiare e ristudiare i contesti storici delle notizie che avevo e degli eventi attraversati e in ultima analisi, ritrovando infine la figura di questo mio nonno, devo riconoscere di avere fatto maggior luce in me stessa. Leggi il seguito di questo post »

TARANTA D’INCHIOSTRO note e considerazioni dell’autrice

Postato il

Ricevo da Valeria Serofilli alcune note riguardanti il suo libro di recente uscita, Taranta d’inchiostro, e, più in generale, concernenti la sua poetica.

A corredo delle note ho ricevuto dall’autrice alcune liriche tratte dalle varie sezioni del libro.

Le pubblico in calce assieme ad alcune foto e ad un video del prof. Aziz Mountassir.

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ALCUNE RIFLESSIONI

Di VALERIA SEROFILLI

Con particolare riferimento a Taranta d’Inchiostro, Oedipus, 2020

A mio avviso il significato assume senso e misura grazie al significante, in un connubio in cui tuttavia l’azione della parola assume un ruolo di ristrutturazione creativa della realtà. In questo senso potrei rispondere che il ruolo del significante è egemone, anche se forse una sintesi più esatta di quanto intendo può essere trovata in questo mio pensiero: “A mio avviso il senso del verso è da intendersi sia a livello logico che emotivo in quanto per scrivere poesia avverto l’esigenza di uno stimolo concreto, spesso di natura visiva” (1).

L’intento è il superamento della connotazione della realtà tramite la parola, senza tuttavia abdicare del tutto alla dimensione concreta ed efficace, al significato, al senso che il verso trasfigura tramite un significante, che la riscrive sia a livello logico che a livello estetico e sinestetico.

1) da: Valeria Serofilli, ” Amalgama” ne “La parola e la cura, I Quaderni di Poiein, Monografie di poeti contemporanei”, a cura di Gianmario Lucini, (puntoacapo 2010).

Nei miei versi penso che comunque vi siano l’uno e l’altro, cioè si riscontrino la preoccupazione dei “significati” e l’attenzione al gioco fonico e ritmico dei “significanti”; per la definizione di essi mio punto di riferimento è tra gli altri, la distinzione di Ferdinand De Saussure, che ispira e sottende lavori critici di grande valore come quelli di Gianluigi Beccaria consegnati al volume einaudiano “L’autonomia del significante”. 

Link con recensioni al volume:

Altri link di note critiche sui testi ancora inediti, poi confluiti nell’attuale pubblicazione, tra cui la nota del prof. Romboli poi divenuta l’attuale postfazione al volume:

http://www.literary.it/dati/literary/p/piazza/taranta_dinchiostro.html

https://www.google.com/amp/s/www.900letterario.it/poesia/taranta-di-inchiostro-serofilli-saggio-romboli/

Dalla Sez. I  LA TARANTA

La notte della taranta

(22 agosto 2015)

Quale ragno mi ha morso?

Prova col nastrino colorato/ amore

ma tanto già ne conosco il nome

come già ne so l’antidoto:

tu il veleno/ il contro veleno

la mia terapia coreutica

E abbracciati balliamo

in pizzica lenta

ad uccidere un ragno che non c’è.

Io il ragno

Mi tuffo dal soffitto/ per sprofondare

nell’abisso cristallino

a tessere la tela

dell’attesa e dell’aspettativa

Forse che

sono io il ragno

a misurare le distanze

tra dune di sabbia

ormai tarantata/ in notti senza sonno?

Conoscenza

È questa verità, tardiva

o il raggiungimento

di essa/ mio malgrado?

La ragnatela non serve

più/ me ne distacco:

ingombrante scaleo

di sapienza cui

ogni gradino ha acuito conoscenza.

Vecchiezza

Bulbo di memoria/ la conoscenza

cresce ad oltranza

«Sei pronta ad invecchiare con me?»

chiese il ragno alla sua tela

Ma la domanda giunse assai tardiva

alla ragnatela già bianca che

priva di forza e incanutita/ lasciò cadere

il suo ragno stanco/ ormai inerte

e questo facendo impronta di sé

reinventando il suo ieri.

Dalla Sez.II  RAGNATELA DEL MONDO

Lettera al figlio

Vorrei vedere nel film dei tuoi occhi

scorrere le favole di una volta

Riccioli d’oro/ nel bosco del tuo disincanto

E risuscitare elfi per guardia a castelli

e draghi per assalti fuori porta

raccogliere gocce per farne stagno

e ogni filo d’erba intrecciarlo a parco

perché non siano stanche le fate

mentre mi scuso per il dolore che ti darò

Il destino/ figlio è cosi:

siam tutti condannati ad essere estratti a sorte

ma tu e non io/ mi hai dato la vita.

Testo tradotto in arabo dal prof. Aziz Mountassir con video al link:

Dalla Sez.Sezione III LUZIANE

“L’insegnamento poetico di Luzi ha inciso molto su di te

cara Valeria e lo si vede bene nei tuoi libri ma è ovvio

che tu conservi una notevole originalità”.

Giuseppe Panella

(27 Gennaio 2019)

Per sua significazione 

Per sua significazione 

la non parola 

chiese al Poeta 

e si fece Poesia e significanza.

Forse che il cielo ci ha salvato entrambi

Forse che il cielo ci ha salvato

entrambi/ da una inutile vecchiezza

preservandoci

senza dubbio uguali

e quant’altro donandoci

ad uno ad uno e insieme

un paio d’ali?

Si cristallizza nel momento della recisione

Il fluire di sempre

si cristallizza nel momento della recisione

dal sé/ dall’altro, dal resto

Questo da sempre temeva/ questo ormai sapeva

per sempre impresso acquisito

nel momento in cui

non seppe più.

Dalla sez IV PAGANELLIANE

Contemplo in cielo

Il teatro di me/ la mia

Dispersa storia.

G. Luigi Paganelli: poesia del 2015 pubblicata 

sulla rivista “Paletot” g.c. da Claudio Frosini.

Funzione religiosa

Gremita era la Chiesa: 

non mancava nemmeno/ la sua migliore amica 

con quel cappellino 

accessorio integrante/ di quell’ultimo acquisto di 

Moschino 

La chiesa era gremita: 

il prete che tesseva/ le lodi di una vita. 

Più pregi o più difetti? 

Difettava semmai, la necessaria volontà di elencazione

non trattandosi, stavolta, di confetti

E tanti fiocchi

– Ma non rovinavano le panche? –

– Se al Matrimonio no, almeno adesso

le è concesso, anche se neri e non bianchi

Qualche pianto, più che altro rimpianto:

sensi di colpa per non averle più telefonato 

o non averla invitata a quel concerto

Ormai non usciva che di rado, del resto

Tanti i convitati al lugubre banchetto:

chi si batte a croce il petto,

chi ricerca/ disperato, un fazzoletto

Amava scrivere, soprattutto accanto al caminetto

– Una pura, direi, –

– ma la pigrizia, poi, dove la metti? –

Si/ perché c’era anche quella

in sapida componente con l’ ingegno

La Chiesa era gremita. C’è chi pensava, 

tra un pianto ed una rosa

che forse, in fondo, era più pazza che estrosa

inadatta alla vita, al contingente

C’era anche il Sindaco: non poteva mancare

In quanto pisana, se non una strada 

almeno questa presenza 

se la meritava

C’era il Prefetto, 

dispiaciuto per non averle concesso

il patrocinio

a quel suo ultimo progetto

– Se n’era andata così, mentre scriveva – Leggeva? –

– No, scriveva. A leggere le cose altrui non ci teneva.

Ma aveva il Premio… –

– si, ma la Giuria leggeva anche per lei –

Tanti i discorsi

sommessi

in fondo all’androne

C’era anche il ladro

col sacchetto vuoto/ del suo ultimo misfatto

C’era anche il gatto/ col fiocco nero d’organza:

non si è mai capito se l’amava

certo la seguiva ovunque

anche se a debita distanza

C’era la zia, più vecchia di lei

– L’avevo sognato: perdita di dente

morte di parente –

E c’era lui, assenza/ presenza

che di lei sapeva tutto e non aveva niente 

vestito a lutto impeccabilmente

ma un lutto artistico, con quella penna all’occhiello

ed il suo piccolo, immancabile ombrello

che forse pioveva e 

nero per fortuna, che si addiceva

La Messa è finita: andate in pace

No, aspettate, c’è una postilla

o forse un refuso:

“Da leggersi al momento opportuno: istruzioni per 

l’uso”.

(Testo finalista al premio L assedio della poesia 2020 presieduta da Antonio Spagnuolo e vincitrice del Premio della Giuria al Concorso “Tra Secchia e Panaro” 2020).