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OSTERIA NUMERO ZERO – racconto di un Ferragosto di periferia

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Un vecchio racconto, anni Settanta. La periferia della periferia di Milano, e dell’umanità. Alla ricerca di un telefono a gettoni, di un bicchiere di vino bevibile, e, forse, a sorpresa, della poesia.

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OSTERIA NUMERO ZERO

Martedì, quindici agosto. No, non c’erano dubbi, né concrete speranze di essermi sbagliato. Il mio efficientissimo strumento di tortura cronologica giapponese squittiva sibili elettronici da oltre dieci minuti. Tra i vari numerini gialli e quadrati che proiettava nella semioscurità della stanza c’erano un quindici e un otto che non mutavano come tutti gli altri. Restavano lì, fissi, immobili, e mi guardavano, sparandomi tra le pupille gonfie e intorpidite un immutabile interrogativo: « E adesso…? ». Dalla posizione sud-sud-est del letto, in cui mi avevano condotto i sussulti e i contorcimenti di un sonno sconfinato di cui non ricordavo più l’inizio, tenevo l’ordigno nipponico sotto tiro. L’alluce del piede destro fungeva da mirino. Se avessi voluto avrei potuto sciogliere le briglie ai tendini della gamba, e fracassare l’arnese, una volta per tutte, con un calibrato, orientalissimo colpo di karate. Ah, quale gratificante e beatificante contrappasso!

Non sarebbe servito a molto. Non potevo fare a pezzi con un identico calcio anche quell’altro scatolone, verniciato di giallo fosforescente e inchiodato lassù, in alto, dal quale colavano raggi bollenti che si infiltravano attraverso le fessure delle serrande. Fu così che usai il piede solo per compiere, come sempre, l’unico esercizio ginnico della giornata: allungamento dei muscoli del quadricipite, torsione laterale del piede, e schiacciamento del pomello della sveglia con il tallone. Il brutto cominciava dopo, appena terminato di appoggiare il medesimo piede sul pavimento della camera. Già, e adesso…? Che faccio?

Come una specie di Robinson Crusoe, naufrago sulle sponde desolate dell’isola di Ferragosto, decisi di procedere ad un rapido resoconto mentale dei « pro » e « contro » della situazione. Per ragioni di praticità iniziai dai pro: il fatto di aver rifiutato i canonici inviti mortadel-balneari di due o tre colleghi con tanto di moglie-canotto e figli-mosconi, e l’aver rinunciato a priori a seguire le peregrinazioni autostra-disco-sessual-velleitarie di un gruppuscolo di amici, mi poneva nell’idilliaca condizione di chi non deve lambiccarsi il cervello per ponderare e scegliere. Nessuna alternativa, nessun dubbio. Alé! Tutta gioia, tutto bene!

Lo squillo del telefono mi evitò, con mio enorme sollievo, di affrontare le lande sterminate dei « contro ». A tutt’oggi non ho ancora ben capito se la voce di Erica sia naturale e genuina, o se invece sia prodotta da un complesso sistema di sintetizzatori e amplificatori opportunamente piazzati all’interno del suo corpo soffice e opulento da luccicante bambola sintetica. Quel giorno però mi fece talmente piacere udirla, che non mi posi neppure per un attimo il rituale interrogativo. Mi limitai ad ascoltare, a ridacchiare ogni tanto, fuori tempo e fuori luogo, e a dire di sì, in continuazione. Quando riappesi mi resi conto che avevo appena accettato un invito a dir poco scomodo. Si trattava di partire dalle mie campagne, e percorrere, sotto il sole ottuso del primo pomeriggio, l’oceano di asfalto che mi separava da un punto sconosciuto, sperduto nel vasto arcipelago della periferia di Milano. Il tutto in cerca di quale isola, e di quale tesoro? La risposta sarebbe evidente, e del tutto scontata, se non si dovesse tener conto di un particolare. Io Erica la conoscevo da anni, e la conoscevo fin troppo bene. Anzi no, non la conoscevo abbastanza. Nonostante i periodici incontri ai party, alle ricorrenze varie e alle celebrazioni pagane e pallose di qualche comune amico, continuavamo ad essere due cordialissimi estranei, due punti interrogativi collocati alle estremità opposte di una riga bianca.

Le nostre rare e telegrafiche conversazioni avrebbero fatto la gioia di Beckett, di Kafka, e forse anche di qualche psicanalista ficcanaso e un po’ sadico. Non sono mai riuscito a capire se fosse lei a prendere in giro me o viceversa. Fatto sta che ogni singola volta che io, attratto dalla sua sfavillante carrozzeria metallizzata, entravo nella sua sfera d’azione, lei mi ascoltava ghignando ripetutamente in modo quasi impercettibile, poi, puntualmente, mi metteva KO con un’osservazione, o con una domandina tanto innocente quanto micidiale. Un congegno automatico nascosto dentro di me allora si ribellava, e mi catapultava nella spirale strangolante del sarcasmo corrosivo, che in breve trasformava il dialogo in un incontro di scherma, un continuo alternarsi di impeccabile etichetta e di sciabolate fulminee e rabbiose. Fin qui niente di male né di straordinario: per quel nobile sport ero già ottimamente allenato. Il grave è che le stoccate scambiate con Erica ad ogni riflessione a mente fredda mi lasciavano dei dubbi colossali. E se dopotutto con quel suo atteggiamento scostante non avesse voluto sfottere niente e nessuno? E se in fin dei conti quelle sue uscite da palmipede inacidito fossero state ispirate solamente da legittima indifferenza e sacrosanta noia? Sì, insomma, che diritto avevo di pretendere a tutti i costi di essere qualcosa di più interessante e piacevole di un cortometraggio bulgaro sulla vita dei salmoni dell’Alaska, per lei?

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