Kafka

A TU PER TU – Franco Piol

Postato il

Franco Piol, dopo aver elencato i suoi numerosi scritti e i suoi variegati amori, si autodefinisce “uno s-ciantin euforego”, un tantino euforico, potremmo tradurre, anche se il veneto, lo sa bene chi ha letto Goldoni e i suoi eredi, contiene sempre una nota in più, allusiva, evocativa. In ogni caso, soprattutto di questi tempi, l’euforia è una caratteristica rara, quindi preziosa. Piol è multiforme, poliedrico, solare e cupo, pessimista e costruttore di baluardi di esistenza-resistenza. Il poliedrico Piol ci porta euforicamente fuori strada, per dirla con uno slogan del movimento sessantottino, ci conduce: Contro i sensi vietati, verso le strade del possibile. Contro i sensi vietati sia linguistici che politici”.
Con una coerente incoerenza, vado anch’io, nell’ambito di questo ciclo di interviste, controcorrente, parlando di un libro di Piol di cui lui volutamente non ha fatto cenno nell’intervista, Le macchie nere del racconto. Il libro l’ho letto, e ne parlerò in un’altra sede, con gli spazi, anche grafici, giusti e necessari per un lavoro complesso e articolato. Qui ed ora però, vorrei inserire un breve ma sentito consiglio di lettura, di ricerca, un suggerimento e un invito ad una euforega curiosità bibliofila. Per farlo faccio ricorso alla prefazione di Selene Gagliardi che, come dicevano i commentatori sportivi di una volta, da sola vale il prezzo del biglietto. La Gagliardi sottolinea “la totale assenza di un eroe tout court” e ci parla di “un uomo comune, ritrovatosi a dover prendere una posizione nel corso di una congiuntura storica in cui rimanere indifferenti era impossibile”. Ci racconta di un uomo che ha messo la testa nel sottosuolo dostoevskiano e per cui la vita è “un eterno coprifuoco”. Il riferimento non è causale, e la sua stringente attualità conferma che nulla cambia, o meglio che il pericolo è sempre in agguato, così come la necessità della resistenza. Perché, come ci indica Piol, “ognuno raccoglie quel che trova / e a mezzanotte in punto / scatta un altro giorno”.
          Questa presentazione “in senso vietato”, ha l’intento di veicolare l’attenzione su un libro di notevole interesse e spessore e allo stesso tempo la volontà di fare da apripista per la lettura delle risposte di Piol alle domande.
Anche in questa caso si tratta di risposte colme di vitalità, solare e disincantata, sempre autentica. Tra i mille ingredienti, reagenti, carburanti e propellenti, c’è un minimo comune denominatore: “alla radice di molte tentazioni performative di carattere artistico, c’è sempre lei, la poesia come motore di tutte le iniziative intraprese”.
Poiché si resiste a tutto tranne che alle tentazioni, chiudo questa atipica introduzione con un ormai rituale invito alla lettura ma anche con una nuova citazione tratta da un’osservazione di Selene Gagliardi: “tutto viene visto con la levità di una favola – seppur a volte triste – accarezzata da uno sguardo carico di compassione per la ‘vittima’, salvificata da un quasi onnipresente lieto fine”.
Buona lettura, IM

 Racconti dall'aldiqua - Piol

 5 domande

a

Franco Piol

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Sono romano di origine coneglianese. Principalmente sono autore e regista teatrale (soprattutto di molti testi per ragazzi per un totale di quaranta anni di attività direttamente con loro: Gianni Rodari è stato uno dei miei tanti maestri), ma alla radice di molte tentazioni performative di carattere artistico, c’è sempre lei, la poesia come motore di tutte le iniziative intraprese (pittura, scrittura, teatro). Ho più di una decina di silloge, da Poetesie in concerto a Idea per un balletto, da Passando per Conegliano a Treni, da Le macchie nere del racconto ad Amori miei. Ancora più prolifico in campo teatrale con oltre cinquanta testi e un centinaio di allestimenti. Ora, per la fatica dell’età che sopravanza, più comodamente (si può dire?) scrivo: racconti, romanzi, sceneggiature, testi teatrali che altri mettono in scena.

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

Sicuramente è stata la pubblicazione della raccolta dei Racconti dall’aldiqua (Caleidoscopio d’amore in dodici scatti), avvenuta all’inizio della lunga quarantena causata dal coronavirus, curata dalla Augh Edizioni e praticamente “bruciata” dal prolungarsi all’infinito di questa disastrosa pandemia. Peccato perché il libro (è delizioso!), ha ricevuto benevole recensioni e l’affetto dei lettori più affezionati. Così la critica: …Ed è proprio questo che l’autore mette in scena nel teatro del suo libro: la vita in toto, con ogni sfaccettatura, ogni fase, ogni cognizione e, soprattutto, ogni passione… (Fabio Croce); oppure: …Buon pomeriggio con una buona lettura dove sentimento, narrazione, fantasia, realtà, cultura e passione sono un mix di sicuro effetto nei suoi scritti! Riconosciuto, ammirato il mio amico Franco, riesce a rendere il profondo in leggero, il drammatico in ironico, il fantastico in realistico e viceversa, proponendo letture che hai piacere ad affrontare in qualsiasi luogo! (Maica Ferrari): o anche: …ritrae con splendida e raffinata cura la condizione umana in ogni sua sfumatura, partendo dal racconto intenso, avvincente, empatico, simbolico, credibile, emozionante, profondo, necessario, politico nel senso più alto del termine, non lesinando mai in importanti riferimenti e citazioni, degli ultimi, degli emarginati, dei reietti, dei dimenticati, degli esclusi da quella stessa società, in ogni luogo e tempo, di cui sono membri, con pari dignità rispetto a tutti gli altri, prostitute, ballerini, gigolò, attori, partigiani…. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione… (Gabriele Ottaviani); e ancora e chiudo: …Una narrazione vista dall’angolo più scomodo, quello più inconsueto, servita come un menù dove assaggi vari aspetti umani prima ignorati, dove testi caratteristiche umane che un pensiero preminente emargina ma che Franco Piol rende interessanti elaborando in senso poetico un’attenta analisi dei personaggi… (Giovanni Lauricella).

Un quadro di sintesi per trasmetterti appieno le mie sensazioni rispetto al dispiegarsi dei dodici scatti d’amore son le righe dedicatemi da Selene Gagliardi: Leggi il seguito di questo post »

A TU PER TU – Rebecca Lena

Postato il Aggiornato il

“Amo la frammentarietà delle forme brevi, libere di cambiare direzione in qualsiasi momento, di saltare un po’ovunque nello spazio e nel tempo etereo, fuoriuscire in modo lento e magmatico, oppure esplodere viscosamente in blocchi, lapilli e ceneri”, scrive Rebecca Lena in una delle risposte all’intervista.
Il titolo del suo libro è Racconti della Controra, e nella definizione non c’è solo un’indicazione cronologica. C’è una presa di posizione, una collocazione spazio-temporale, un modo di osservare il mondo e se stessa in relazione ad esso. La questione non è solo essere “contro” (sarebbe troppo agevole e forse inutile).  Consiste piuttosto nell’andare verso il mondo esterno senza snaturarsi. È una maniera di dirsi, di raccontare quella parte di sé che altrimenti resterebbe muta. I racconti del libro nascono dal blog dell’autrice, molto curato, attento anche all’importanza della dimensione iconografica. L’espressione di Rebecca Lena è ampia, a tutto tondo, e soprattutto è frutto di un modo di essere alieno ai facili compromessi. L’intervista offre molti spunti. Uno di quelli che mi ha maggiormente colpito, anche perché ricorda un racconto che ho scritto anni fa, è quello descritto da queste parole dell’autrice: “La scrittura breve sparge i pensieri su piani multidirezionali, senza organicità, senza progetto, forse in modo meno comprensibile, ma fieramente disobbediente. Le lettere sono state realmente consegnate, soprattutto a persone che non conoscevo, talvolta inventate e “riconosciute” nella folla, altre incontrate un giorno e ritrovate volontariamente. Insomma le consegno, come in una performance metaletteraria, in cui io stessa sono fessura nella membrana della finzione”.
È la prova che la realtà e la fantasia sono due volti della stessa luna, ed è un ulteriore incentivo a scoprire di più, del libro e dell’autrice.
Buona lettura, IM

 

A TU PER TU
UNA RETE DI VOCI

 racconti della controra libro

 

5 domande

a

Rebecca Lena

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

 

Nel mio autoritratto vedo un poliedro rotante con molte facce differenti. A primo impatto sono tantissime, l’una profondamente diversa dall’altra, nella testura, nell’area, nell’irregolarità.

L’osservatore che vuol contarle – prima di tutto me stessa nei miei slanci extracorporali – vi si approccia nel buio con un lumino, studia ogni faccia che, ruotando, gli si presenta davanti, ne conta 1, 2, 5, 16…ma a poco a poco comprende di essere caduto in inganno; un vizio di forma infatti scompone ogni spigolo del poliedro rimescolando la composizione al compimento di ogni rotazione (questo rimescolio avviene sempre nella zona d’ombra). Pertanto l’osservatore potrebbe rimanerne incatenato in un loop ossessivo, e il conteggio di ogni faccia, apparentemente vista di nuovo per la prima volta, non giunge mai a termine.

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica). 

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

Racconti della Controra è il mio primo (e spero non ultimo) libro, una raccolta di storie e scritture brevi che risale al 2017, edito da Talos Edizioni. Nasce dall’attività del blog omonimo che questo mese ha compiuto esattamente 8 anni. Si tratta di un calderone di storie e ipnosi varie, alcune molto sperimentali, altre narrative e concatenate l’una all’altra. Il tempo e il dubbio sono due dei temi fondamentali. La Controra non è altro che il momento in cui il corpo giace paralizzato, per l’afa intorno e per il dubbio universale che sopraggiunge, il sole è allo zenith, ingoia le ombre dei vivi, così che possano temere di esser morti all’improvviso.

Attualmente l’attività “della Controra” continua attraverso il blog, ma si concentra su altre forme brevi di scrittura: le lettere (specialmente a sconosciuti che consegno realmente) e quello che mi viene da chiamare “mattoncini”, ovvero testi brevi, 1000-1700 caratteri circa, autoconclusivi, a volte narrativi, altre totalmente irrazionali, una sorta di zibaldone di sogni in cui ogni elemento subisce un cesellato lavoro di selezione linguistico-ritmica. Volgarmente li potrei considerare dei “post”, a cui spero di attribuire un qualche tipo di nobilitazione.

Ognuno è accompagnato o “guidato” da un lavoro fotografico che ne espande l’interpretazione. Le foto non sono mai illustrazione, ma viaggiano sullo stesso binario del testo con un linguaggio e un intento diverso, spesso arrivando dove il testo non riesce.

Come ribadisco quotidianamente “amo la frammentarietà delle forme brevi, libere di cambiare direzione in qualsiasi momento, di saltare un po’ ovunque nello spazio e nel tempo etereo, fuoriuscire in modo lento e magmatico, oppure esplodere viscosamente in blocchi, lapilli e ceneri. La scrittura breve sparge i pensieri su piani multidirezionali, senza organicità, senza progetto, forse in modo meno comprensibile, ma fieramente disobbediente.” Leggi il seguito di questo post »

A TU PER TU – Mario Fresa

Postato il Aggiornato il

L’ospite di oggi della rubrica A TU PER TU è Mario Fresa. Come avrete modo di rilevare dalle sue risposte all’intervista, il suo modo di concepire e vivere la scrittura è improntato all’azione di contrasto che porta avanti con assidua coerenza nei confronti della “dittatura dell’ordine raziocinante della cosiddetta realtà”. L’espressione è estrapolata dalla risposta riguardante il suo libro di recente uscita, Bestia divina, ma può essere letta anche in una prospettiva più ampia. Fresa spazia tra prosa, poesia e critica rifuggendo sempre le vie eccessivamente battute o i percorsi agevoli, lisci e “canonici”. Si definisce “un felice impuro, con la tendenza a una convinta disobbedienza verso tutte le categorie di forma assoluta”. Ciò gli ha consentito di ritagliarsi uno spazio proprio, una posizione ben definita, sia a livello di produzione che di ricezione, generando, cioè, pareri e reazioni mai neutri, mai anodini.
Anche in questo caso, l’invito è a cogliere attraverso le espressioni dell’autore, nel contesto più ampio e dettagliato delle sue risposte, i punti che ho accennato in questa introduzione.
Buona lettura, IM

 

A TU PER TU

UNA RETE DI VOCI

Bestia divina copertina

5 domande

a

Mario Fresa

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Mi parrebbe imbarazzante un’autopresentazione. La biografia è un accidente e non è affatto interessante (se non è addirittura disturbante o deviante o respingente). Sicché preferirei glissare. Capisco, da questo punto di vista, l’Hassan di Alfred de Musset: «Il suo cuore era una casa priva di scale…».

 

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

No, non ho alcun rapporto intimo (cioè “personale”, sentimentale) con ciò che scrivo. O meglio: ciò che scrivo è in rapporto esclusivo con tutto quel che si oppone alla maschera dell’io (ha a che fare, dunque, con l’Es; ed è per questo profondamente autentico – poiché Adorno specifica che: «L’Es è l’io»). L’ultimo libro s’intitola Bestia divina; è stato pubblicato nel 2020 presso la Scuola di Pitagora editrice (su invito del direttore di collana). È un libro di poesia: dunque l’esternazione di un’allegra e crudele forma di nevrosi. È, forse, un romanzo la cui trama è stata violentemente stracciata, strappata. Ed è una favola nera con personaggi veri (sì, così tanto veri che sembrano tutti innaturali, o fantasmatici o inventati). Ma è soprattutto un luogo di diserzione dell’io. Un cruciverba privo di soluzioni (o con troppe soluzioni). Ed è, infine, un attestato di violenta fedeltà: fedeltà all’incongruo, al non dicibile, al nascosto (dunque, allo spirito della musica, suprema lingua dell’Essere). Ci sono anche varie prose: non anti-poesie, ma dolci spine senza rose, balletti che hanno presto dichiarato guerra alla croce del significato univoco, alla dittatura dell’ordine raziocinante della cosiddetta realtà.

Leggi il seguito di questo post »

Rame e cioccolato

Postato il

Una mia lettura del romanzo Rame e cioccolato – Alzheimer e memorie del cuore di Brina Maurer.  La recensione è stata pubblicata da Literary.it, a questo link:

http://www.literary.it/dati/literary/M/mugnaini/rame_e_cioccolato.html

IM

Risultati immagini per brina maurer rame e cioccolato

 

Un prudente racconto di fatti estranei al proprio mondo o protetti da robusti filtri è tutto sommato agevole. Diverso è il discorso quando si sente di volere o dovere raccontare qualcosa che davvero scava nel profondo. Ci si avventura in terreni pericolosi, in tal caso. Il rischio è scivolare nel patetico, o, peggio ancora, in cliché abusati, corrosi dal tempo e dall’uso. Brina Maurer è conscia di questo rischio ma si inoltra da sempre in quei terreni, restando immune, evitando l’insidia, rimanendo se stessa, coerente con il proprio modo di essere, di sentire e di raccontare.

La protegge l’autenticità, la necessità sincera che sente e trasmette di parlare delle condizioni più fragili, più bistrattate, più scomode, quelle di fronte a cui spesso si chiudono gli occhi per evitare di dover aprire il cuore. Parlare di dolore, di emarginazione sociale e mentale, per alcuni è uno svago, uno sport, un modo per farsi belli con le pene altrui. La Maurer, senza strafare, senza effetti speciali da sceneggiata alla Mario Merola, senza colpi di scena eclatanti e mirabolanti intrecci, parla del lato in ombra delle vita, delle zone in cui si osserva, si percepisce, si respira “il male di vivere”.

L’utilizzo della prima persona è un primo passo verso l’immediatezza. Non un resoconto astratto di scene viste ma un racconto di vite vissute. E il plurale non è casuale: in primo luogo perché è duplice già in partenza il rapporto tra l’esistenza reale e quella narrata, ma, in maniera non secondaria, per la volontà dell’autrice di far sì che una vicenda individuale possa anche farsi specchio di altre strade e altri destini. «Mi assaliva il terrore. Ancora una volta. Come quando ero bambina e poi ragazza. Non riuscivo più a vedere con chiarezza. Troppi erano i traumi, i tagli che l’anima aveva subito, le toppe che rammentavano i buchi nascosti, le nubi di amianto che opacizzavano il cielo, le combustioni degli organi interni, del cuore, del cervello. Ero Serena, la figlia unica di sempre, quella su cui ricadeva tutto, nel bene e nel male», osserva.

Il tempo passato, l’infanzia e l’adolescenza, in realtà non trascorrono mai, non sono mai distanti, collocati in un altrove innocuo, a tenuta stagna. Sono sempre presenti, sono dentro noi, sono noi. Il terrore rimane lo stesso, solo trasformato da escamotage, trucchi, cerone, abili finzioni. Ma i traumi restano, così come i nodi mai sciolti, quelli che lentamente ma inesorabilmente ci soffocano. Le due componenti che avvitandosi l’una all’altra formano il cappio sono citate nel brano del libro riportato qui sopra. Vengono poste una a fianco all’altra, parallele e contrapposte: il cuore e il cervello. Se funzionassero di pari passo, tutto filerebbe liscio, serenamente armonico. In realtà accade molto di rado.

Accade, a volte, quando si trova il coraggio di osare, di provare a essere davvero ciò che si è, a dispetto di tutto, perfino di noi, delle maschere che abbiamo messo sul volto, sperando in una protezione che invece si rivela corrosione, annichilimento progressivo. Assieme a questo, per rendere possibile questo piacere dell’onestà che comporta enorme sforzo e grande dolore, serve un colpo di vento, uno scarto del destino. Uno degli aspetti più interessanti e di maggior rilievo di questo romanzo è la sottolineatura, concreta, controcorrente, che a volte un evento di per sé negativo può portare con sé effetti inattesi, nuovi terreni di dialogo, di consapevolezza, potremmo dire di “agnizione”, facendo sì che finalmente due personaggi, anzi, due persone, si incontrino davvero, si riconoscano nella loro identità autentica.

«Stavo male moralmente, mentalmente e fisicamente (l’ansia stava impossessandosi anche del mio corpo), eppure una vocina ogni tanto si insinuava chiedendomi: “E se tuo padre si fosse ripreso proprio perché ha rivisto te?”. Pensare al bene degli altri è necessario, ma tutti abbiamo dei limiti e non si può fare troppa violenza su se stessi. Potevo davvero resistere? Ero veramente diventata più forte, capace di farmi rispettare? Ma soprattutto avevo rispetto, a trentotto anni, finalmente per me stessa?». In queste frasi del libro (e non è un caso che siano espresse in forma di domanda) sono contenute le coordinate fondamentali, l’evoluzione, i mutamenti di orizzonte, le nuove sfide imposte dalla sorte. L’accadimento determinante è la malattia del padre. Correlato ad esso, il primo passo verso la nuova direzione: il rivedersi, che diventa vedersi davvero, fragili, quasi diafani. Il cambiamento impone la reazione; e qui, come spesso accade nella vita, il gioco è serissimo e aspro. L’affetto può essere una sfida, un peso, una violenza. Il più normale dei sentimenti, l’amore verso il padre, impone una ricollocazione del modo di essere e di sentire sedimentato dentro per anni. La domanda di fondo riguarda i limiti. Può un essere normale, privo del dono della santità, trasformarsi e riforgiare il proprio modo di essere? È possibile pensare al bene degli altri senza fare del male a noi stessi? Donare gesti e parole vivificanti senza uccidere i propri ricordi, il bene e il male accumulati nel tempo fino al punto in cui sono diventati carne e respiro? Non è facile. Non è possibile senza pagare uno scotto. Nelle pagine di questo romanzo si ragiona su questo, si riflette accuratamente, mentre la vita quotidiana scorre con i suoi piccoli e grandi eventi, se valga la pena pagare il prezzo di essere umani, a dispetto di tutto, perfino del dolore.

«Veniamo al mondo da soli e moriamo da soli, indipendentemente dal fatto che ci sia o non ci sia qualcuno fisicamente accanto a noi, a gioire o a piangere per la nostra venuta o per la nostra dipartita o sofferenza, nelle varie fasi altalenanti dell’esistere». Questa frase del libro ricorda, per assonanza, Joseph Conrad, il mistero del Cuore di tenebra. Ma, tra le righe, nelle pieghe delle parole, è nascosto un bagliore. Se non la soluzione, almeno un percorso, la possibilità di dirigersi altrove: piangere per la sofferenza altrui, nelle fasi altalenanti dell’esistere. Il mutamento si verifica, in modo emblematico, nel momento in cui, affermando l’assoluta solitudine dell’individuo, si riconosce che c’è la possibilità della com-passione, la sofferenza condivisa, e con essa la gioia, la tenacia, la volontà di dare, a dispetto di tutto.

«Il presente è la sola dimensione temporale che veramente ci appartiene. Si dice che l’uomo occidentale sprechi quasi tutta la sua vita a pensare al futuro, a quello che ancora non è riuscito a fare, non apprezzando le mete già raggiunte, i traguardi faticosamente conquistati e magari fino a poco prima ritenuti impossibili», annota la protagonista. Questo libro è, anche, un tentativo di smentire questa tendenza a vivere distanti dal presente, quindi dalla vita che davvero conta, dall’istante che fa di noi quello che davvero siamo. Ci viene raccontato, o meglio mostrato, pagina dopo pagina, che i gesti normali sono i più importanti: preparare e portare una colazione, chiedere come stai, accertarsi che la persona che si ha accanto abbia mangiato, che possa stare meglio possibile, nei limiti di quanto ci è concesso.

Anche l’ironia può essere utile, toglie peso al male, sdrammatizza, rende la pena meno solenne e ineluttabile. L’ironia, tra pensieri e riflessioni, slanci, arrabbiature, corse e rincorse, è una delle armi della protagonista, Serena (nome adeguato e ossimorico allo stesso tempo) e, tramite lei, dell’autrice.

«Inorridisco se penso che per quasi trent’anni non ho avuto una vita veramente mia! Cosa ne sarebbe stato di me, se non avessi avuto i cani e il talento artistico? Sono stati i miei fratelli e sorelle pelosi a educare il mio cuore, ad aprirmi gli occhi sulle meraviglie del creato, a dare un senso al mio cercarmi». Accanto all’ironia, adeguata a loro, appresa anche dal loro comportamento, uno dei Leitmotif più cari a Brina Maurer: l’amore assoluto per il mondo degli animali. Mai accessorio, mai posto a fianco a quello degli umani, ma, al contrario, parte integrante della volontà e possibilità non solo di comprendere il senso della vita ma anche di assaporarla appieno. Nella trama specifica di questo romanzo, l’amore condiviso per i cani sarà il fulcro, la leva che consente il recupero del rapporto tra padre e figlia. Attraverso lo sguardo e la presenza di un cane gli occhi tornano a guardarsi, uscendo da antichi egoismi, barriere e trincee erette a separare caratteri, difetti, vizi, manie, imperfezioni. Nello specchio degli occhi di un cane, l’autrice vede se stessa e suo padre. Guarda e finalmente si lascia guardare. «Anche se non mi sono mai considerata figlia unica, perché i cani sono sempre stati i miei fratelli, non posso fare a meno di domandarmi se, ai tempi di Villa Viola, almeno qualche volta mio padre abbia riconosciuto la sua unica figlia di umana stirpe».

Il recupero del rapporto tuttavia è presentato in modo maturo, onesto, lontano da soluzioni miracolistiche da fiaba della buona notte. Il mondo era imperfetto e tale rimane, l’alcol e il cemento continuano a contrastare il rame e il cioccolato. Gli echi letterari si intravedono in controluce, appena rilevabili, ma in grado di dare sostanza a una vicenda del tutto originale. Si sente l’eco della Lettera al padre di Kafka, de La coscienza di Zeno, di Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi. Qui tuttavia i gesti più semplici riescono a fare la differenza: «Serena dagli animali aveva imparato tanto e con umiltà. Gli angeli con la coda erano stati i soli responsabili della sua educazione sentimentale. Eppure, proprio a quel padre tanto odiato, ella doveva quanto aveva di più caro e prezioso: l’amore per i cani, senza il quale nemmeno la passione per lo studio e per l’arte avrebbe avuto alcun significato». La chiave, forse, è in queste parole: l’umiltà che è innata negli animali per gli uomini è cammino aspro, meta che conduce ad una nuova consapevolezza, ad un modo differente di relazionarsi con il mondo, con gli altri, con noi stessi. Il gesto finale del libro è a sorpresa, una maniera simbolica e concreta allo stesso tempo di legare il proprio affetto, tutto il bene e il male, il rapporto ritrovato con una figura chiave dell’esistenza, all’amore assoluto per i cani, nello specifico per un cane. In tal modo tutto, la vita e perfino la morte che della vita fa parte, assumono una dimensione. Il senso, se esiste, è nella cosciente incoscienza del vivere seguendo istinto e passione: «Fu allora che potei nascondere all’interno della sua giacca due sacchetti contenenti i resti di Amina (li avevo fatti riesumare per farli cremare pochi giorni prima, sapendo che mio padre si stava spegnendo). Così nessuna legge, né nessun dio, poté frapporsi tra loro, nemmeno nell’aldilà».

Risultati immagini per brina maurer

 Claudia Manuela Turco (Brina Maurer), è nata a Codroipo il 15 dicembre 1970. Poeta, romanziere, biografa e critico letterario, vive nella campagna friulana.
Il 22 febbraio 1996 ha conseguito, a pieni voti, la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Udine. Da Margherita Azzi Visentini ha ereditato l’interesse per la Storia dei Giardini, da Guido Zucconi quello per l’Urbanistica e l’Architettura Contemporanea. Innamoratasi di Alfieri durante le lezioni di Clemente Mazzotta, attratta dalle eccezioni e dalle minoranze, scrive combattuta tra due fuochi: Vittorio dalle labbra verdi e Lord Byron.
Ha frequentato alcuni corsi di perfezionamento per insegnanti e di alta cultura presso l’Università di Udine e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia ottenendo una borsa di studio, ha lavorato in un ufficio farmaceutico e in alcune gallerie d’arte. Il 22 marzo 2001 a Torino ha sposato il poeta Marco Baiotto.
CMT/BM ha collaborato con “Il Convivio” (ideando una traccia di manifesto letterario in forma di decalogo) e con molte altre riviste e siti Internet, scrivendo recensioni e approfondimenti critici (complessivamente circa 200 contributi, prevalentemente su autori italiani contemporanei ma anche su autori classici come Carducci e stranieri come Hŏ Kyun); in qualità di collaboratore redazionale del periodico “Literary” è diventata giornalista pubblicista ed è rimasta iscritta all’albo del Friuli Venezia Giulia per diversi anni.
Ella elabora progetti di ricerca letteraria volti a una originale provocazione della modernità. Costanti della sua poetica: il voler dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene, l’umanità degli animali (suo primo ed eterno amore, i cani), l’animalità dell’uomo, la dimensione di solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.
Il 25 giugno 2007 ha adottato Glenn, protagonista di un ciclo narrativo che supera le 1600 pagine, e il 1° agosto 2011 il cagnolino Mughetto, al quale ha dedicato un diario in forma di epistolario.
CMT/BM ha scritto più di 20 libri ed è presente nell’Atlante Letterario Italiano – Le biografie (Libraria Padovana Editrice) e nell’antologia on line Italian Poetry curata da Mondadori, Einaudi, Aragno e Biblioteca dei Leoni (www.italian-poetry.org: “Claudia Manuela Turco”).
Sue poesie sono state tradotte in inglese americano e greco moderno.

OSTERIA NUMERO ZERO – racconto di un Ferragosto di periferia

Postato il

Un vecchio racconto, anni Settanta. La periferia della periferia di Milano, e dell’umanità. Alla ricerca di un telefono a gettoni, di un bicchiere di vino bevibile, e, forse, a sorpresa, della poesia.

———————————————————–

osteria 2

OSTERIA NUMERO ZERO

Martedì, quindici agosto. No, non c’erano dubbi, né concrete speranze di essermi sbagliato. Il mio efficientissimo strumento di tortura cronologica giapponese squittiva sibili elettronici da oltre dieci minuti. Tra i vari numerini gialli e quadrati che proiettava nella semioscurità della stanza c’erano un quindici e un otto che non mutavano come tutti gli altri. Restavano lì, fissi, immobili, e mi guardavano, sparandomi tra le pupille gonfie e intorpidite un immutabile interrogativo: « E adesso…? ». Dalla posizione sud-sud-est del letto, in cui mi avevano condotto i sussulti e i contorcimenti di un sonno sconfinato di cui non ricordavo più l’inizio, tenevo l’ordigno nipponico sotto tiro. L’alluce del piede destro fungeva da mirino. Se avessi voluto avrei potuto sciogliere le briglie ai tendini della gamba, e fracassare l’arnese, una volta per tutte, con un calibrato, orientalissimo colpo di karate. Ah, quale gratificante e beatificante contrappasso!

Non sarebbe servito a molto. Non potevo fare a pezzi con un identico calcio anche quell’altro scatolone, verniciato di giallo fosforescente e inchiodato lassù, in alto, dal quale colavano raggi bollenti che si infiltravano attraverso le fessure delle serrande. Fu così che usai il piede solo per compiere, come sempre, l’unico esercizio ginnico della giornata: allungamento dei muscoli del quadricipite, torsione laterale del piede, e schiacciamento del pomello della sveglia con il tallone. Il brutto cominciava dopo, appena terminato di appoggiare il medesimo piede sul pavimento della camera. Già, e adesso…? Che faccio?

Come una specie di Robinson Crusoe, naufrago sulle sponde desolate dell’isola di Ferragosto, decisi di procedere ad un rapido resoconto mentale dei « pro » e « contro » della situazione. Per ragioni di praticità iniziai dai pro: il fatto di aver rifiutato i canonici inviti mortadel-balneari di due o tre colleghi con tanto di moglie-canotto e figli-mosconi, e l’aver rinunciato a priori a seguire le peregrinazioni autostra-disco-sessual-velleitarie di un gruppuscolo di amici, mi poneva nell’idilliaca condizione di chi non deve lambiccarsi il cervello per ponderare e scegliere. Nessuna alternativa, nessun dubbio. Alé! Tutta gioia, tutto bene!

Lo squillo del telefono mi evitò, con mio enorme sollievo, di affrontare le lande sterminate dei « contro ». A tutt’oggi non ho ancora ben capito se la voce di Erica sia naturale e genuina, o se invece sia prodotta da un complesso sistema di sintetizzatori e amplificatori opportunamente piazzati all’interno del suo corpo soffice e opulento da luccicante bambola sintetica. Quel giorno però mi fece talmente piacere udirla, che non mi posi neppure per un attimo il rituale interrogativo. Mi limitai ad ascoltare, a ridacchiare ogni tanto, fuori tempo e fuori luogo, e a dire di sì, in continuazione. Quando riappesi mi resi conto che avevo appena accettato un invito a dir poco scomodo. Si trattava di partire dalle mie campagne, e percorrere, sotto il sole ottuso del primo pomeriggio, l’oceano di asfalto che mi separava da un punto sconosciuto, sperduto nel vasto arcipelago della periferia di Milano. Il tutto in cerca di quale isola, e di quale tesoro? La risposta sarebbe evidente, e del tutto scontata, se non si dovesse tener conto di un particolare. Io Erica la conoscevo da anni, e la conoscevo fin troppo bene. Anzi no, non la conoscevo abbastanza. Nonostante i periodici incontri ai party, alle ricorrenze varie e alle celebrazioni pagane e pallose di qualche comune amico, continuavamo ad essere due cordialissimi estranei, due punti interrogativi collocati alle estremità opposte di una riga bianca.

Le nostre rare e telegrafiche conversazioni avrebbero fatto la gioia di Beckett, di Kafka, e forse anche di qualche psicanalista ficcanaso e un po’ sadico. Non sono mai riuscito a capire se fosse lei a prendere in giro me o viceversa. Fatto sta che ogni singola volta che io, attratto dalla sua sfavillante carrozzeria metallizzata, entravo nella sua sfera d’azione, lei mi ascoltava ghignando ripetutamente in modo quasi impercettibile, poi, puntualmente, mi metteva KO con un’osservazione, o con una domandina tanto innocente quanto micidiale. Un congegno automatico nascosto dentro di me allora si ribellava, e mi catapultava nella spirale strangolante del sarcasmo corrosivo, che in breve trasformava il dialogo in un incontro di scherma, un continuo alternarsi di impeccabile etichetta e di sciabolate fulminee e rabbiose. Fin qui niente di male né di straordinario: per quel nobile sport ero già ottimamente allenato. Il grave è che le stoccate scambiate con Erica ad ogni riflessione a mente fredda mi lasciavano dei dubbi colossali. E se dopotutto con quel suo atteggiamento scostante non avesse voluto sfottere niente e nessuno? E se in fin dei conti quelle sue uscite da palmipede inacidito fossero state ispirate solamente da legittima indifferenza e sacrosanta noia? Sì, insomma, che diritto avevo di pretendere a tutti i costi di essere qualcosa di più interessante e piacevole di un cortometraggio bulgaro sulla vita dei salmoni dell’Alaska, per lei?

Leggi il seguito di questo post »