Paolo Di Paolo

A TU PER TU – Franco Piol

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Franco Piol, dopo aver elencato i suoi numerosi scritti e i suoi variegati amori, si autodefinisce “uno s-ciantin euforego”, un tantino euforico, potremmo tradurre, anche se il veneto, lo sa bene chi ha letto Goldoni e i suoi eredi, contiene sempre una nota in più, allusiva, evocativa. In ogni caso, soprattutto di questi tempi, l’euforia è una caratteristica rara, quindi preziosa. Piol è multiforme, poliedrico, solare e cupo, pessimista e costruttore di baluardi di esistenza-resistenza. Il poliedrico Piol ci porta euforicamente fuori strada, per dirla con uno slogan del movimento sessantottino, ci conduce: Contro i sensi vietati, verso le strade del possibile. Contro i sensi vietati sia linguistici che politici”.
Con una coerente incoerenza, vado anch’io, nell’ambito di questo ciclo di interviste, controcorrente, parlando di un libro di Piol di cui lui volutamente non ha fatto cenno nell’intervista, Le macchie nere del racconto. Il libro l’ho letto, e ne parlerò in un’altra sede, con gli spazi, anche grafici, giusti e necessari per un lavoro complesso e articolato. Qui ed ora però, vorrei inserire un breve ma sentito consiglio di lettura, di ricerca, un suggerimento e un invito ad una euforega curiosità bibliofila. Per farlo faccio ricorso alla prefazione di Selene Gagliardi che, come dicevano i commentatori sportivi di una volta, da sola vale il prezzo del biglietto. La Gagliardi sottolinea “la totale assenza di un eroe tout court” e ci parla di “un uomo comune, ritrovatosi a dover prendere una posizione nel corso di una congiuntura storica in cui rimanere indifferenti era impossibile”. Ci racconta di un uomo che ha messo la testa nel sottosuolo dostoevskiano e per cui la vita è “un eterno coprifuoco”. Il riferimento non è causale, e la sua stringente attualità conferma che nulla cambia, o meglio che il pericolo è sempre in agguato, così come la necessità della resistenza. Perché, come ci indica Piol, “ognuno raccoglie quel che trova / e a mezzanotte in punto / scatta un altro giorno”.
          Questa presentazione “in senso vietato”, ha l’intento di veicolare l’attenzione su un libro di notevole interesse e spessore e allo stesso tempo la volontà di fare da apripista per la lettura delle risposte di Piol alle domande.
Anche in questa caso si tratta di risposte colme di vitalità, solare e disincantata, sempre autentica. Tra i mille ingredienti, reagenti, carburanti e propellenti, c’è un minimo comune denominatore: “alla radice di molte tentazioni performative di carattere artistico, c’è sempre lei, la poesia come motore di tutte le iniziative intraprese”.
Poiché si resiste a tutto tranne che alle tentazioni, chiudo questa atipica introduzione con un ormai rituale invito alla lettura ma anche con una nuova citazione tratta da un’osservazione di Selene Gagliardi: “tutto viene visto con la levità di una favola – seppur a volte triste – accarezzata da uno sguardo carico di compassione per la ‘vittima’, salvificata da un quasi onnipresente lieto fine”.
Buona lettura, IM

 Racconti dall'aldiqua - Piol

 5 domande

a

Franco Piol

 

1 ) Il mio benvenuto, innanzitutto.

Puoi fornire un tuo breve “autoritratto” in forma di parole ai lettori di Dedalus?

Sono romano di origine coneglianese. Principalmente sono autore e regista teatrale (soprattutto di molti testi per ragazzi per un totale di quaranta anni di attività direttamente con loro: Gianni Rodari è stato uno dei miei tanti maestri), ma alla radice di molte tentazioni performative di carattere artistico, c’è sempre lei, la poesia come motore di tutte le iniziative intraprese (pittura, scrittura, teatro). Ho più di una decina di silloge, da Poetesie in concerto a Idea per un balletto, da Passando per Conegliano a Treni, da Le macchie nere del racconto ad Amori miei. Ancora più prolifico in campo teatrale con oltre cinquanta testi e un centinaio di allestimenti. Ora, per la fatica dell’età che sopravanza, più comodamente (si può dire?) scrivo: racconti, romanzi, sceneggiature, testi teatrali che altri mettono in scena.

2 ) Ci puoi parlare del tuo ultimo libro (o di un tuo lavoro recente che ti sta a cuore), indicando cosa lo ha ispirato, gli intenti, le motivazioni, le aspettative, le sensazioni?

Cita, eventualmente, qualche brano di critica che ha colto l’essenza del tuo libro e del tuo lavoro più in generale.

Particolarmente gradita sarebbe, inoltre, una tua breve nota personale sul libro (o sull’iniziativa artistica).

Qualche riga in cui ci parli del tuo rapporto più intimo con questa tua opera recente.

 

Sicuramente è stata la pubblicazione della raccolta dei Racconti dall’aldiqua (Caleidoscopio d’amore in dodici scatti), avvenuta all’inizio della lunga quarantena causata dal coronavirus, curata dalla Augh Edizioni e praticamente “bruciata” dal prolungarsi all’infinito di questa disastrosa pandemia. Peccato perché il libro (è delizioso!), ha ricevuto benevole recensioni e l’affetto dei lettori più affezionati. Così la critica: …Ed è proprio questo che l’autore mette in scena nel teatro del suo libro: la vita in toto, con ogni sfaccettatura, ogni fase, ogni cognizione e, soprattutto, ogni passione… (Fabio Croce); oppure: …Buon pomeriggio con una buona lettura dove sentimento, narrazione, fantasia, realtà, cultura e passione sono un mix di sicuro effetto nei suoi scritti! Riconosciuto, ammirato il mio amico Franco, riesce a rendere il profondo in leggero, il drammatico in ironico, il fantastico in realistico e viceversa, proponendo letture che hai piacere ad affrontare in qualsiasi luogo! (Maica Ferrari): o anche: …ritrae con splendida e raffinata cura la condizione umana in ogni sua sfumatura, partendo dal racconto intenso, avvincente, empatico, simbolico, credibile, emozionante, profondo, necessario, politico nel senso più alto del termine, non lesinando mai in importanti riferimenti e citazioni, degli ultimi, degli emarginati, dei reietti, dei dimenticati, degli esclusi da quella stessa società, in ogni luogo e tempo, di cui sono membri, con pari dignità rispetto a tutti gli altri, prostitute, ballerini, gigolò, attori, partigiani…. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione… (Gabriele Ottaviani); e ancora e chiudo: …Una narrazione vista dall’angolo più scomodo, quello più inconsueto, servita come un menù dove assaggi vari aspetti umani prima ignorati, dove testi caratteristiche umane che un pensiero preminente emargina ma che Franco Piol rende interessanti elaborando in senso poetico un’attenta analisi dei personaggi… (Giovanni Lauricella).

Un quadro di sintesi per trasmetterti appieno le mie sensazioni rispetto al dispiegarsi dei dodici scatti d’amore son le righe dedicatemi da Selene Gagliardi: Leggi il seguito di questo post »

Luoghi d’autore. A spasso con Calvino

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L’intento della rubrica Luoghi d’autore è descritto qui sotto: provare a vedere alcuni luoghi, borghi o città, reali o immaginari, con gli occhi di scrittori fondamentali del secolo scorso e non solo.

Le tappe fondamentali di questa “esplorazione” a metà strada tra documento e immaginazione, verranno ospitate dalla rivista L’Ottavo, a cura di Geraldine Meyer, che ringrazio per l’ospitalità.

Pubblico qui la prima “passeggiata” letteraria, quella con Italo Calvino. E vi invito a leggere l’articolo completo, assieme ad altri scritti in prosa e poesia, a questo link: 

https://www.lottavo.it/2020/03/luoghi-dautore-oggi-a-spasso-con-calvino/?fbclid=IwAR21c5ka0Q4ORwJsA_FcHn-kIgGEN6vJkkSuPwx3afBEa_WBXszePAXe-E0 

IM

Luoghi d’Autore  contiene esplorazioni, esercizi di lettura e rilettura, brevi ma appassionate escursioni “informali” in abiti lievi e colori accesi su fondamentali sentieri panoramici. Indaga sul  rapporto tra alcuni scrittori e poeti del Novecento e i loro luoghi di residenza ed elezione, le città e i borghi in cui hanno vissuto e lottato per il diritto di esistere e resistere, per la necessità, il fardello e il privilegio dell’espressione.

Rubrica a cura di Ivano Mugnaini

A spasso con Calvino: nei luoghi, oltre i luoghi fino dentro la realtà

Se una notte d’autunno un lettore….

Se una notte d’autunno un lettore si trovasse a pensare a Calvino, alla sua fama, alla sua controversa ma innegabile attualità, alle polemiche a tratti aspre e in altri casi leziose che ne fanno comunque oggetto di dibattito come se avesse pubblicato oggi stesso un nuovo libro… ebbene, il suddetto lettore si troverebbe, alla fine, a riflettere su delle nuove o vecchie cosmicomiche.

Italo Calvino (Foto da illibraio.it)

Calvino è stato un “pianista” della parola. Ha saputo adattarsi con elasticità alle esigenze, ai temi, alle corde e agli accordi del suo essere e a quelli del mondo. Ecco, probabilmente è questa una delle possibili parole chiave: mondo. In primis per l’internazionalità autentica, genetica, che gli era propria. Non solo per la nascita nella caraibica Cuba, ma soprattutto per la capacità di esplorare continenti, lingue e mentalità diverse e farle proprie. Estremamente ligure in questo, con un piede sulla terraferma e uno proteso verso il mare, calmo o in tempesta, limpido o denso e scuro. Ma Calvino è stato e ha scritto del mondo perché ha rifiutato di collocarsi nella proverbiale torre d’avorio. Ha percorso e abitato città reali, estremamente visibili, con quello sguardo attento e astuto da marinaio, tra sorriso ironico e amaro.

Di New York, Parigi, Roma e di mille altre luoghi visti e vissuti, ha colto il mito senza abdicare alla realtà, proponendo e rielaborando, mattone su mattone, una forma di verità che facesse pensare senza lacerare, conservando la capacità di spaziare tra presente e passato, tra la dimensione concreta e una giocosa, profondamente umana, filosoficamente infantile.

Di questi ossimori e questi paradossi si nutre la sua scrittura e l’attrazione che esercita. Talmente ampia da includere anche la sua controparte, le prese di posizione di alcuni detrattori che comunque fanno riferimento ai suoi testi, li analizzano e li dissezionano, dimostrando immancabilmente una conoscenza approfondita dei tessuti e delle arterie di quel corpo così multiforme. Calvino ha il dono e il castigo di generare giudizi divergenti. La mia esperienza personale non ha alcun rilievo sul piano statistico, chiaramente, ma può servire, almeno qui e ora, a confermare che i giudizi sullo scrittore molto di rado sono serenamente anodini. Un mio amico molto colto e preparato, formidabile bevitore poco santo e parecchio logorroico, non molte sere or sono mi ha bloccato al tavolo di una cena per oltre un paio d’ore per dirmi, tra le altre cose, che a suo avviso tutta la produzione di Calvino non vale niente (anche se lo ha detto in termini più coloriti, abbondanti di lettere zeta) e che si salva solamente “Se una notte d’inverno”, proprio in quanto testo atipico, quasi un non-romanzo, una specie di ibrido alla Frankenstein, oppure un divertissement, insomma una “roba strana”, fuori schema. Pochi giorni dopo, in virtù della logica dell’alternanza, una mia amica scrittrice e giornalista mi ribadiva con foga, al contrario, il suo amore, non per me ma per il suddetto Calvino. Più che di amore si trattava e si tratta di vera e propria fede, laica, d’accordo, ma del tutto assoluta, quasi integralista. La giornalista dalle grandi doti comunicative aveva creato addirittura un club, un Circolo Pickwick di giovani scrittori di belle speranze, i quali, ispirandosi allo stile e ai temi cari a Calvino, avevano scritto un’antologia di racconti dal titolo “La consistenza”, con un’eco lunga e appassionata che riportava alle Lezioni americane da lei idolatrate e recitate brano dopo brano come versetti biblici o coranici.

Tutto questo per ribadire che il viaggio di Calvino prosegue, con costanza, sempre di buona lena, e che la sua forza con ogni probabilità è in quella capacità di generare consistenza nell’inconsistenza e varietà nell’uniformità: giudizi contrapposti ma attenzione identica. Leggi il seguito di questo post »