poesia edita

Cristalli

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LETTI SULLA LUNA (3)

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Propongo qui la terza segnalazione. Si tratta stavolta del libro di una giovane autrice bolognese, Miriam Bruni.

Confermo che la rubrica non avrà cadenza regolare ma sarà un piacere per me indicare ogni volta che posso uno spunto, un’occasione di lettura e di dialogo con gli autori.

Ne ho già un buon numero sulla scrivania e tutti gradualmente verranno pubblicati in questo piccolo spazio su questo spicchio lunare. 

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Sempre seguendo l’impostazione indicata nel “vademecum” che confermo qui sotto.

L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.
Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo.
Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.
Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida.

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Nota a Cristalli, Miriam Bruni, Booksprint Edizioni, 2011

(ristampa con immagini, 2016)

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Possiedono il dono della semplicità colta, i Cristalli di Miriam Bruni. Hanno la lucentezza pulita di una scrittura nitida, nella forma e nei contenuti, ma anche riflessi intensi e cangianti, in grado di dare sostanza alla materia diafana. Ci sono riferimenti a varie arti e scienze nei versi di questo libro, citazioni dirette e riferimenti intertestuali, ma mai per puro sfoggio, mai per mero abbellimento. La trasparenza dell’intento resta sempre e comunque e ciò che si vede al di là del vetro è il sorriso di chi, con timidezza e forza, parla di sé, senza egocentrismo, ma con la volontà di darsi e di dirsi, di raccontarsi, di parlare di sé per provare a parlare di noi, delle donne e degli uomini, di questo tempo ingarbugliato che fugge e a cui possiamo fornire senso solo se diventiamo davvero vetro, sfaccettato, duro ma sincero.

 

Ci sono echi che richiamano quasi la poesia romantica, quelle Odi in cui il poeta si sente parte della Natura e non pretende di comprendere né di fare comprendere ma solo di esistere, di essere parte del mistero del tutto. “Vieni Silenzio” scrive, o forse in questo caso sarebbe più giusto dire canta, Miriam Bruni. Una riminiscenza vissuta però sempre in modo del tutto individuale, resa propria, e, ancora una volta, del tutto autentica.

 

Accanto al dono della schiettezza l’autrice colloca quello della fede, vissuta però sempre in modo non bigotto, con una levità profonda e una meraviglia costante, anche in questo caso lucidamente infantile, se così si può dire. Quella che la porta ad esclamare “Dio mi ha disegnata”, proponendosi allo stesso tempo come essere del tutto individuale e tuttavia facente parte di un altro mistero fertile, quello della Natura, creatrice in grado di dipingere a sua volta, con la stessa forza e passione, quel campo di papaveri descritto dalla Bruni con una partecipazione assoluta.

 

Il dono della “semplicità” domina la raccolta e le dona una sua impronta riconoscibile. Ad essa si affianca una forma di sensualità che non contraddice ma anzi integra la linearità dominante. Il corpo diventa puro strumento di espressione, puro in ogni accezione possibile. Il corpo inteso come tramite per l’espressione libera e vivida della mente e di ciò che qualcuno definirebbe anima. A me basta definirla “umanità”, nel senso più ampio e nobile del termine.

 

Una semplicità che si fa apprezzare proprio perché è sapida, ed è conscia, di tutto, perfino del dolore, perfino del suo contrario, la complessità multiforme dei destini. “Chi odia/ la pena/ non ami”, scrive la Bruni. Ed ogni parola, pur scorrendo fluida, assume un peso specifico, simbolico, ineludibile.

 

“Non mi servono/ vestiti firmati/ appariscenti”. L’esordio della poesia di pagina 32 assume un valore emblematico. L’estetica assume valore simbolico e si estende all’ambito della scrittura e delle scelte essenziali. La poesia di Miriam Bruni rifugge dalle mode e dai lustrini. Cerca, piuttosto, quel discrimine essenziale che unisce e separa il dolore e la speranza, la pena ed un sorriso tenace.

Ivano Mugnaini

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sorridente

Recensione di Cristalli ad opera di Giovanna Albi

“Una silloge che porta questo nomen omen (un nome un presagio) “Cristalli” richiede anzitutto rispetto e profonda interiorizzazione. Le poesie vanno lette e rilette a voce alta e iniettate nelle vene sì da sentirne punti di forza e di debolezza, intrinseca fragilità, metafora della precarietà della condizione umana che ci accomuna sotto il medesimo cielo. La silloge si apre con una moderna invocazione alla Poesia, cui si chiedono le chiavi di accesso, per accarezzare le forme muliebri, il ventre di fitta ombra, fino a sentirla affine nel suo pascaliano silenzio. Perché solo il silenzio consente di entrare in questo sacro scrigno e carpirne i segreti inebrianti più dei petali di rosa. Versi di supplice preghiera di chi nutre religioso timore reverenziale per l’apice della creazione umana, lì dove si colloca il pensiero sublime. E’ l’ansia di attingere alla Bellezza che conduce a quel punto di non ritorno che è la parola poetica, che si affida alle carezze degli angeli in una dimensione metafisica. Slancio del pensiero consapevole della dicotomia implicita nell’essenza umana, che procede per ossimori, metafore e metonimie della condizione esistenziale: Stanchezze/slanci; sterpi, rovi/limpidi tramonti ; forza /dolore; ricreati in un  carducciano gioco chiaroscurale. Mentre mai paga è la ricerca dell’Amore, il solo che sigilla, rovista, trasforma le contraddizioni dell’umano sentire.
Un agile e abile ricerca della parola curata, cercata, inseguita, scavata e scovata: l’amore che trascina safficamente e ustiona, conduce, risveglia, incatena, ma soprattutto fa male, tanto male, l’amore come morbus: anche questo un “topos” letterario che viene dalla classicità (corre il pensiero a Catullo); un amore che può condurre alla morte, quando è absolutus, libero dalle catene della convenzione. Ogni tanto il miraggio… e l’incantesimo avviene “Eccomi, amore, stasera ti reco in dono il mare”, cioè ti faccio assaporare la vertigine del pensiero illimitato. Così finalmente all’amore ci si può abbandonare con la totalità dell’essere rompendo gli indugi; allora sarà luce improvvisa e danza sfrenata, vento che la poetessa bacia gonfia di esultanza. Il miracolo c’è, c’è la via di fuga dal dolore ed è l’unità totalizzante con l’oggetto concupito. C’è tanta classicità in questi versi, là dove la poetessa si incanta ad ascoltare la sua voce, che grecamente (si veda l’Odissea) viene percepita come un fluido magico che sgorga per volontà divina, e pur si cerca ancora il silenzio perché le parole sono come pietre che fanno male o ripetitive da ingenerare noia. Eppure certi giorni (titolo che ricorda Certe Notti di Ligabue) la vita appare piena, in sintonia con le stagioni, fusa con il senso profondo dell’essere. Sicché si può anche elevare un Salmo al Signore, intravedendo la vita nella sua pienezza con in un montaliano miraggio: la percezione di una sera che fa pensare al “magnifico amore”. E così procede il poetare della Bruni, tra momenti di esaltazione e amara caduta nella depressione in una costante, faticosa, anche penosa, dicotomia dell’anima. Le poesie vanno assaporate come acqua che sgorga pura da sorgente, per sentieri non calpestati da altri, perché i richiami che intravvedo alla classicità nulla tolgono all’originalità della giovane poetessa.”

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Note biografiche a cura dell’autrice stessa:

Sono nata nel ’79, vivo a Bologna e ho due bambini. Insegno Spagnolo.

Ho frequentato il Liceo Linguistico Malpighi e la Facoltà di Lingue e Letterature moderne, laureandomi nella primavera del 2003 con una Tesi su Pedro Salinas.

Amo la scrittura e la poesia sin da bambina. In esse e grazie ad esse dialogo costantemente con me stessa, gli altri, la natura e il trascendente. Investo moltissimo anche nelle relazioni interpersonali sincere e profonde, e da un po’ di anni mi sono molto appassionata di fotografia.

Nel 2011 ha raccolto e fatto pubblicare una prima silloge di mie poesie, che ho intitolato “Cristalli”, casa editrice Booksprint. Del 2014 è il mio secondo libro, “Coniugata con la vita. Al torchio e in visione”, casa editrice Terra d’Ulivi. A breve uscirà una terza raccolta.

La mia predilezione poetica va alla concisione e alla intellegibilità. Con la parola cerco di raccogliere, ordinare ed esprimere l’emozione (piacevole o spiacevole) che mi preme dentro, l’intuizione, l’immagine, lo slancio che vengono ad abitarmi o anche solo attraversarmi facendomi sentire me stessa, e viva!

E’ scrivendo, perciò, che metto a fuoco le esperienze vissute, che metto a nudo il mio cuore,  cerco il bene, l’oltre delle cose, l’essenza profonda e risonante. Quanto alla forma tendo alla massima concentrazione, alla sintesi, a quella che potrei chiamarecristallizzazione…

Ogni poesia la lavoro a lungo, ed è figlia di scelte consapevoli quanto a musicalità, metrica eccetera.

Grazie per l’attenzione!

ALCUNE PUBBLICAZIONI RECENTI

  • Papaveri in “Cronache da Rapa Nui”, CFR edizioni, 2014

  • Ogni cosa è soggetta, Penso che potrei morire in “Ho conosciuto Gerico”, Ursini Edizioni 2014, targa di merito Premio Alda Merini.

  • Seguimi in Tiburtino”, Aletti 2014 a seguito del secondo Concorso Internazionale di Poesia Inedita.

  • Su di me vorrei sentirti in “L’indice delle esistenze – L’amore“, Aletti 2014

  • Perdona in “Il Federiciano 2014 – Libro amaranto”, Aletti a seguito del sesto Concorso Internazionale di Poesia Inedita 2014

  • Quando ti vedo, e Arriverà in “500 poeti dispersi” volume VI, edito da La Lettera Scarlatta, 2014

  • Gabriele nella XIII Raccolta Antologica “Figli miei!” per la collana “Les Cahiers du Trotskij” della Montegrappa Edizioni, 2014

  • Dalle tue labbra Dio nell’Antologia Premio San Francesco d’Assisi, Archeoclub d’Italia sede di Patti, 2014, con medaglia e menzione d’onore

  • Ho radici, finalista del Premio Altino 2014

  • Paesaggio, in “Agenda Annuario 2015 – La Luce”, Fondazione Terramia
  • Sempre il poeta, in “Habere Artem XVII ed.”, Aletti 2015

  • Mattini ti ho dato, Ogni giorno ravvivo il tuo ricordo, Un affondo nell’ebook “Un amore di poesia” edito da AltriEditori

  • Cerchi i miei occhi, nell’ebook “Mamma Blues” edito da AltriEditori

  • Troppa neve spezza, nell’antologia del Premio “Progetti di Armonia” 

Dicono che il tempo, Vorrei fosse bugia, sul volume antologico “Questo Amore”, La Lettera Scarlatta, 2016

Hai parole, sull’Agenda Annuario La Pace 2016, Terramia Edizioni

Altre mie poesie edite e inedite le potete trovare su Critica impuraLa presenza di EratoWord Social Forum, L’Undici, e soprattutto Versante Ripido!

I Quaderni dell’Ussero

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SEROFILLIPer i tipi di Collezione Letteraria, collegata a puntoacapo Editrice, Valeria Serofilli ha curato una serie di Quaderni dedicati alle autrici e agli autori ospitati allo storico Caffè dell’Ussero di Pisa nell’ambito di una serie di incontri promossi e organizzati dall’Associazione Astrolabio da lei diretta.
Propongo qui di seguito alcuni brani del Quaderno che la Serofilli ha dedicato ai libri di cui è autrice. Ho ricevuto dalla Serofilli per il blog Dedalus assieme ad alcuni stralci del Quaderno a lei dedicato anche alcune note critiche. Pubblico alcuni testi tratti dalla raccolta “Dai tempi” con la nota critica di Marco Righetti.

Rinnovo a tutte e a tutti voi il mio auguro per un’ottima estate. IM

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Allo scopo di ridare vita all’antica tradizione dei cenacoli letterari, mi pregio di promuovere e organizzare ormai da diversi anni il Ciclo di Incontri e dibattiti nelle due sedi diverse ma complementari del Caffè Storico Letterario dell’Ussero di Pisa e il Relais dell’Ussero di Villa di Corliano, dimora storica del XV secolo della famiglia Agostini Venerosi Della Seta. I Quaderni dell’ Ussero intendono dunque costituire un progetto editoriale il cui fine è dare risalto agli autori ospitati di volta in volta nell’ambito del Calendario degli omonimi Incontri Letterari, legando insieme contributi diversi ma non per questo disparati , attenendosi alla formula dell’evento svoltosi al Caffè dell’Ussero o a Villa di Corliano. Il Quaderno propone infatti : la recensione critica al volume presentato; una scelta antologica del libro in oggetto e di altri testi editi e inediti dell’autore; un suo curricolo.
Grazie a nuove presentazioni di altri Autori di valore, la tradizione dell’Ussero sarà continuamente rinnovata, confermandosi come un punto di riferimento significativo per la cultura italiana.
Valeria Serofilli

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testi di Valeria Serofilli

DAI TEMPI – Raccolta inedita

Dai tempi
Già ti conosco / meglio, ti ho riconosciuto

Sei lo stesso / dei tempi della clava
che si ostina con la pietra focaia
che mi stringe / al riparo dagli orsi

Sei l’antico etrusco
che abbraccio sul sarcofago
il bizantino con me nel mosaico

Ti ho riconosciuto
Sei lo stesso / con me steso sul triclinio
mentre sorseggi assenzio e mi accarezzi

Sei il fontanone romano / che mi schizza
e io la vestale che
scherza con il getto

Sei lo stesso con cui danzo
il minuetto e mi difende
da chi tenta lo sgambetto

Lo stesso che adesso
mi accompagna in ascensore
mentre clicca su fb “mi piace” o “commenta”
e che su Marte mi sposerà all’istante
cercando un varco telematico al consenso

Lo stesso sei, che stringo a me
dai tempi / ad adesso.

Il Fornaio

Quando il Fornaio / impastò la mia pagnotta
vi mise sale / lievito, sesamo di giudizio / smalto rosso
di zenzero un pizzico
amore molto / vino bianco
e forse un po’ d’inchiostro

La unse quel tanto di sudore / giusto lavoro
la spezzettò in tasche di ricordo

Ne serbò briciole / per piazze di piccioni
e per piccole tese mani di ogni colore

Pezzi più grossi / cartilagine rigenerante
azione/ non azione
o per sgualcite merende sui banchi / ricreazione

Infornò il tutto, indicandone i tempi
di cottura / doratura

Lasciò detto che / quotidiana messe
pane vita fosse / per me
questa Poesia.

Lettera a mio padre
(A più sereni cieli)
Ora che più manchi/ più non manchi
e la tua memoria a quest’ora
s’intride di luce

Anche qui, tra la folla/ intossicata di vita
vocii richiami applausi
mi tieni compagnia
Più presente di quando/ al mattino
ti alzavi già stanco e soffermavi
la mente/ prima d’iniziare il giorno
Chissà com’è ora il tuo giorno
che non sia un’andata senza ritorno
un sonno privo di risveglio
Qui nell’aria una strana dolcezza
e non è certo tutto quel che resta
e mentre la calma acqua del Fiume continua a incorniciare Pisa
ho in me il tuo abbraccio/ astratto, ma non per questo meno caldo
Sei tu che più non soffri/ caro
o il ricordo di te/ a rifiorirmi dentro
senza addio?
Ora che ti so quieto/ adagiato sulla parte di me
che t’appartiene
ritorno bambina, fresca e fragile
a scrivere “padre mio, ti voglio bene”.

Ora che l’afa

Ora che l’afa
non cessa il suo morso lento/ ma vorace
ti porterei con me, a toglierti un po’ di smog
di quel catrame trasparente/ sedimento
della vita di sempre

Ti porterei alle Canarie
a ritrovare/ il volo
di quei freschi baci selvatici
Alle Sechelles, ad annegare i pensieri
di te /di me

Mentre qui/ solo l’eco delle foreste
oasi fittizie di un artificiale ferragosto

O non è forse/ il solo
restare qui/ abbracciati
mare monte lago
semplicemente noi
la nostra estate?
(Agosto 2012)

A me ti rapirà
Tra non molto/ a me
ti rapirà il sonno
e resterò a parlare col tuo fantasma
Sarà allora che potrò dirgli
tutto quel che taccio
prima del risveglio e di quel tuo “devo andare”.

Uomo nuovo
(Ab ovo)
Si rompa il guscio/ di pietra focaia e fionda
il cavernicolo di ripercussioni e invidia

Abbandonare, vorrei/ la crisalide di mattoni vecchi
e rinascere acqua di lago/senza spreco
fondamenta più solide, anche se di palafitta
e poter dire infine
”Evviva, è nato/ l’uomo senza il guscio!”.
SS.Pasqua 2013

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Note a lettura della plaquette “Dai tempi” di Valeria Serofilli
La poesia di Valeria Serofilli sgorga con il procedere di un tempo sempre uguale e diverso, è improvvisa agnizione che supera la memoria “Sei l’antico etrusco/che abbraccio sul sarcofago/il bizantino con me nel mosaico”, filiazione del proprio bisogno di nuovo consistenza, “Sei il fontanone romano / che mi schizza/e io la vestale che/scherza con il getto”, o ineludibile identità di un pensiero circolante, perché la matematica della poesia ha la proprietà di non far fuggire nulla “Lo stesso sei, che stringo a me//dai tempi / ad adesso” (Dai tempi).
E c’è la cortesia tutta naturale, sorgiva, di far lievitare il pane dei ricordi e volgerlo in elezione stringente: “Lasciò detto che / quotidiana messe// pane vita fosse / per me //questa Poesia” (Il fornaio), o il volo sperato verso un presente che tolga “un po’ di smog/ di quel catrame trasparente/ sedimento//della vita di sempre”. Parca, estroflessa la chiusa, il finire di un’attesa nella pacificazione di una resa che però ha identità impreviste : “O non è forse/ il solo// restare qui/ abbracciati// mare monte lago/ semplicemente noi/la nostra estate?” (Ora che l’afa).
Le occasioni per adottare lo sguardo altro, ‘il senso del verso’, sono le più comuni, “La sveglia”, con la sua crudele sottrazione di un tempo altrimenti disincarnato, il “Compleanno” col suo ‘discorso farfait’, il candore elegiaco per l’eternità di una cometa (“Halley”) e il gioco finale di un abbraccio da regalare alla Cometa’. Può avvenire di tutto, scrivendo poesia, anche il dilatarsi di un batter di ciglia, lo smarrimento dei collanti umani della fretta, l’essere appesi a un filo che non ha altro significato che la perdita della gravità, la leggerezza di un tempo diverso.
Percorsa la parabola, il canto si volta in senso di ineludibile distanza – come nella sognante “Aprilia Lunarossa (a una figlia probabile)” – in consapevolezza di impossibile ‘scambio di sopravvivenze’, in speranza che la poesia, in ultima analisi, non deluda, non derida. E la finestra del disinganno si allarga ancora in “Resoconto”, articolata riflessione che brancola il buio e porta la poeta a ‘tracimare coi suoi fantasmi’ indagando sul rapporto con la vita, su ‘quello che è stato o quel ch’essere poteva’ , sulla nebbia che versa “Strasogno/tra annichilimento e resoconto”. Qui l’incessante musicalità del verseggiare, le rime le paronomasie le assonanze i richiami interni concorrono ad un vero e proprio ‘crescere’ dei versi oltre il loro stesso valore semantico. Qui la poesia si dispiega, il verso si allunga e interroga se stesso come il miglior humus per veicolare il seguito di questo dialogo con il sé nascosto: una poesia, con Heidegger, come casa dell’essere.
In “Lettera a mio padre (A più sereni cieli)”, toccante omaggio al padre scomparso, le domande entrano sul foglio e ne vengono cancellate subito dopo, come se l’unico approdo consentito fosse la rinuncia a una risposta, l’accontentarsi di aver un attimo varcato l’aldilà e acceso umane luci, senza poter sapere se serviranno a illuminarlo. Allora il viaggio di questa tenera pietà filiale ritorna all’origine dialetticamente arricchito: “Ora che ti so quieto/ adagiato sulla parte di me// che t’appartiene// ritorno bambina, fresca e fragile //a scrivere “padre mio, ti voglio bene”.

Marco Righetti

Viaggio in Irlanda

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È quasi un ossimoro il titolo del libro di Claudia Zironi: Il tempo dell’esistenza. Un contrasto, un dissidio di termini in lotta, in contrapposizione. Un ossimoro atipico, improprio, ma pur sempre fertile di suggestioni, di inviti, di sfide. Il tempo è, o riflette, come uno specchio troppo nitido, la ragione, la logica, la caducità, la coscienza della ineluttabilità dei numeri, delle stagioni, del ciclo terreno delle rincorse e delle cadute. L’esistenza è ciò che deforma il vetro lucidato e spietato; lo sporca, lo appanna di passione, lo infrange, lo riforgia. Tra questi due estremi si muove la poesia di Claudia Zironi: tra un’attenta consapevolezza della fragilità e una forza eversiva, nel senso più nobile del termine. Quella forza del gesto, dell’abbraccio sconfinato e incondizionato a corpi che tradiscono la miseria umana, la mostrano, la superano, la sublimano, con le armi incruente e vitali dell’arte e dell’amore. Sì, perché la rincorsa che più conta, quella che spinge a percorrere le vie e i campi dell’Irlanda, tra nuvole ed erba verde, tra pietra e sogno, è quella eternamente vana eppure imprenscindibile: quella orientata verso l’amore. Sia pure l’amore di un istante malinconico, forse ricordo, forse sogno, il brillare del sole in un lago che cambia, muta colore e aspetto migliaia di volte nell’arco di un giorno o di una vita. L’Irlanda, luogo concreto e immaginario, ideale per perdersi e per trovarsi, per trovarsi nell’attimo in cui si smarrisce la coscienza del sé e ci si abbandona al fascino dell’abbandono. Lo smarrimento malinconico e felice, la consapevolezza di essere un prato destinato a seccare, ad essere prosciugato, per dare vita però ad altri fili, altri muschi, altre parole spazzate dal vento eppure tenaci, aggrappate alla roccia e agli scogli.
“Le nuvole/ di domani profano /con presunzione”, scrive l’autrice nei versi posti quasi ad esergo del poemetto qui pubblicato. C’è un pudore, quasi una riverenza nei confronti della parola, della poesia, propria degli artisti consapevoli, in queste parole. Questa stessa attenzione, questa delicata intensità, si rileva con coerenza e costanza in tutte le poesie della Zironi. Versi brevi, concentrati, alieni agli eccessi vani e a roboanti metafore. L’autrice percorre lo spazio che unisce e separa le parole in punti di piedi, scalza. Per non fare rumore, per non stridere, non lacerare vanamente. Ma anche per essere pronta, nei punti in cui il senso, il sentimento, si manifesta e si offre a braccia spalancate, a infilarsi assieme a lui in un letto di passione. Lì, ad occhi chiusi, si può essere fertili, si può fare scorrere il fluido del dire e del percepire. “Spingiamoci oltre/ nella prossima cavalcata ché qui/ é ancora terra, in fondo”.
Allora tutto, anche la malinconia, trova misura, perfino il ritorno che appare eterno del dolore. Ma c’è l’ironia, arma di difesa legittima ed essenziale, e c’è l’osservazione del mondo, la costanza della ricerca, il bene della vista: “Solo mucche completamente nere/ che portano nuvole/ impigliate al mantello./ Qui padrone non é il castello/ sono i fiori gialli”. Nel contrasto di questi colori, nella capacità di renderli testimoni di malinconie e di pulsioni vitali e coinvolgenti, si dipana la poesia di Claudia Zironi. Nella passione dei fiori gialli che è capace di vedere e fare vedere, mostrandone l’incanto semplice e arcano, la forza e l’attrazione naturale. I.M.
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Viaggio in Irlanda
di Claudia Zironi. Tratto da “Il tempo dell’esistenza”, Marco Saya edizioni, 2012

I

e le nuvole
di domani profano
con presunzione

II

Il Biondo.

Volerò con apprensione solita
l’incurante stupore della bimba
E vedrò dalla caduta un’isola
estirpata dal verde dell’Irlanda

L’Alba.

Altere nuvole nordiche
si formeranno purosangue
spumeranno dalle scogliere
in tuffo a scovare il fiume

Il Poeta.

Martedì piangeranno piano
sull’alberi le chiese, tetti neri.
Costretto il poeta nell’ombrello
riempirò i miei occhi di Dublino

III

furiose nubi
vendicano il sacro.
sorte serbata

IV

La Vecchia e la Morte.

L’aereo penetrò velocemente le nuvole
si pensò all’eiaculazione precoce
della morte
nella vecchia
(non c’é tempo per la psicanalisi)

Dev’essere così
bianca che accoglie
il sole i miei occhi ogni colore
cancella
Non c’é niente in queste nuvole.
Questa morte nordica, forse non troppo
a nord. Spingiamoci oltre
nella prossima cavalcata ché qui
é ancora terra, in fondo
E un poeta nella terra bagnata
é per i vermi come tutti

La campana!
Quanto tempo ci rimane non a Dublino?

V

nubi gotiche
non lasciano spiragli
a frivolezza

VI

Le ballate del Ring of Kerry.

Uccelli stagliano lo spartito
sul rigo elettrico contro l’indeciso
La vacca interpreta il ritmo
“What’s the story?”

(ballata per cornamusa)
Quattro figli son giusti
Beviti la Guinness!
Risata forte del sud
Davanti al tetto sfondato
della chiesa metodista
Agli spazi da riempire
di pioggia ogni due ore,
come una prescrizione

Qualcuno non parlava gaelico
o c’era una voce fuori dal coro
al pub, con capelli rosso brughiera
“Vita brevis ars longa”

(ballata per violino e flauto)
E le bionde di fieno
sono incartate, qui
in sacchi di cellophane
Sacchi da obitorio,
ruzzolano giù per il basalto
a fare il solletico all’oceano
in contesa di spiagge
Beviti la Guinness!

VII

Molly Malone
le nubi e le porte
tinge di rosso

VIII

Messa anglicana.

Avanza il corteo dal fondo
Purple e bastone d’argento
L’organo coperto dal coro
Dio da freddezza e riserbo

Campanari impiccati a quindici campane
rispondono a diciannove, in lotta impari
Li ricordano al secondo piano dell’ospedale

IX

si appoggia alla
collina, nube stanca
dell’indeciso

X

Glendalough.

Il purple distingue il lignaggio
delle montagne
Ché a vestirsi
di nebbia e di pecore
sono capaci anche le colline

Kilkenny.

Solo mucche completamente nere
che portano nuvole
impigliate al mantello.
Qui padrone non é il castello
sono i fiori gialli

XI

lascio l’isola
per il mare nebbioso.
di nuovo terra

XII

Waning waxing.

Ho visto il leprecano
sotto il fairy tree
togliersi la testa ridendo
L’ho coperto d’oro
perché la riponesse.
In cambio
non ho voluto trifoglio
ché nel giardino
dei ricordi
non cresce più nulla

Alle spalle una quercia
di fronte un tulipano
cambiasti l’alchimia
strega, non il tuo destino

XIII

s’acquieta pioggia,
di nuvola nordica
lacrima ultima