racconto

PANTA REI : vita (nuova) per acqua

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PANTA REI

Dulce et decorum est pro patria mori. Noia e studio, lingue morte e vive, anni di scuola, la testa immobile sui libri, placidamente perduto, sconvolto ma tutto sommato al sicuro, ed ora, là fuori, la morte bussa ed io non so che fare.
Loro sono e restano granitici, imperterriti. Sanno come agire, cosa pensare e cosa non pensare. Manganellate, fucilazioni, rastrellamenti, petto in fuori, una mano fiera sui testicoli, uno sguardo gelido e avanti, un’altra risatina e via al bar a farsi una briscola e a scolarsi un grappino. E io qui a rimuginare frasi in una lingua morta e a riflettere sull’etica della violenza. Cazzate! Li ho visti, giù alla curva davanti alla vecchia miniera. Li ho visti con i miei occhi fucilare sei ragazzi di vent’anni. La colpa? Avere un’idea. Il grave per loro non era che l’idea fosse opposta, contraria, ma che esistesse, che avesse forma, corpo, pensiero. Il sole spietato d’agosto e l’odore del sangue. Li ho visti. Li ho ancora nella mente. Un attimo scolpito nelle braccia, nella fronte, nelle costole.
Avrei dovuto essere là anch’io, indossare la camicia di quei ragazzi trucidati e macchiarla anche con il mio sangue. Io che non amo far male neppure ad una zanzara per esistere ora devo uccidere o essere ucciso. Il gioco della vita è questo: ora, per vivere, devo morire. Morire o cercare il mutamento che può ridarmi la vita attraverso la morte. La loro.
Ho una donna. Quando poso la testa sul suo seno e le mie mani scivolano sulla pelle liscia delle sue cosce non c’è guerra, la vita non odora più di morte. C’è solo il profumo di lei, il suo sudore caldo, la saliva, la linfa.
“Se muori fai morire anche me. Non andare”, mi ha detto.
Forse ha ragione. Non vale la pena morire per questo paese. Le ingiustizie cambieranno colore un giorno, ma io resterò straniero, escluso, al di là del fossato e della rete di recinzione. Che duri finché deve durare. Niente è eterno. Anche l’Impero Romano sembrava infinito, poi, un giorno, si è sgretolato, sfarinato, disciolto come neve al sole. Passeranno anche loro. Non darò la mia vita per questa patria. La mia patria sono io. È lei la mia patria, Monica, l’amore, l’affetto sincero.
Morire per un mondo come questo? No. Anche il mio, ne sono certo, non è perfetto, non è ideale. Ma è mio. È diverso, lontano dal loro. Troppo lontano. Qui, in questo posto non farei mai nascere un figlio. Dargli la vita qui, hic et nunc, sarebbe qualcosa di più crudele di una beffa mortale.
Una beffa. Come questa pioggia, l’acqua che prende a cadere, ironica e tenace, proprio ora che avevo in progetto di uscire per respirare un po’ d’aria e un po’ di sole. Resto qui invece, davanti a questa finestra spalancata a bagnarmi la faccia e i capelli, ad annegare i pensieri e a salvarli uno ad uno su sponde salde di sorrisi. Penso alle settimane, ai mesi interi in cui l’afa ha dominato incontrastata. Assorbe la carne l’afa, risucchia le energie, la volontà. Beve e risputa sull’asfalto infuocato perfino la speranza. Pensi che sarà sempre così, arrivi a concludere che è tutto assurdamente necessario: è così e non può essere diverso da così. Poi, un pomeriggio come tanti, un granello di polvere si fa più scuro e un altro accanto a lui si colora, muta, respira.
Mi sbaglio. Adesso lo so. So che la logica che custodisco dentro come uno zelante carceriere è peggiore della follia. Ne ha diritto. Il figlio che sogno un giorno deve avere una possibilità. Quello che appare impossibile deve poter provare a mutare di segno, deve poter scommettere di esistere in modo diverso. Devo lasciare spazio a mio figlio, spazio e tempo, anche di sbagliare, di fare i suoi errori, ma in un mondo libero, che magari, tra dieci o cent’anni, saprà fare equo, vivibile, solidale.
Giù al fiume c’è un ponte. La vita si agita, incalza, cerca di scorrere, di scivolare in avanti, anela al panta rei. Loro lo bloccano, fanno da argine all’espandersi del mondo nuovo, allo straripare dei partigiani nella pianura, verso Reggio Emilia. Da giorni decine di ragazzi provano a forzare il ponte ma è tutto inutile. E’ imprendibile, l’unico risultato finora è una lunga catena di morti falciati dalla mitragliatrice.
Noi siamo gli studenti, quelli che masticano latino e greco, quelli che stanno nei bar a cazzeggiare, a parlare di filosofia, di Bakunin, di Lenin, di Trotskij, quelli che non hanno mai preso una vanga né un fucile in mano. Siamo quelli che durante le battaglie stanno nascosti in cantina a sussurrare sogni di rivoluzione timidi e ciechi come pipistrelli. Siamo quelli che si riempiono i polmoni di parole grosse ma sussurrate sottovoce come in chiesa. Quelli che tremano al pensiero di esser visti, denunciati, interrogati e presi a bastonate nelle costole e sulla testa. Siamo sempre e solo noi, i perditempo.
Sono andato al bar oggi, dai vagabondi come me. Ho parlato della mia donna e di mio figlio. Quello che non ho. Quello che non ha me, quello che un giorno nascerà dal mio sangue, quello che forse avrà solo la sostanza di una chimera. Ho parlato della mia donna e di mio figlio ai compagni. Oggi facciamo una chiacchierata diversa, noi smidollati. La andiamo a fare all’aperto, davanti al fiume. Ci siamo guardati ed abbiamo deciso, piangendo, ridendo, urlando per una volta, tutti insieme. Insieme, per una volta, tutti quanti.
Un fucile ce l’abbiamo, una moschetto, una doppietta, va bene qualsiasi cosa. Un’idea, ecco ciò di cui abbiamo bisogno. Un’idea valida. Nascosti nell’erba alta col fiato trattenuto cerchiamo un’escamotage. Farci massacrare subito servirebbe a poco. Uno di noi deve andare là disarmato e distrarli, deve lasciare agli altri tempo e modo per aggredirli a sorpresa. Giorgio parla tedesco, suo nonno era austriaco e lo ha ospitato per mesi su nel Tirolo. Andrà lui. Si rifiuta però. Propone di far scegliere la sorte. Nessuno vuole andare, tutti dicono di voler agire, tutti dicono di voler sparare. In realtà ciò che vogliamo davvero è scamparla: sappiamo bene che chi sale sul ponte disarmato durante il conflitto a fuoco sarà spacciato, è già, fin dal primo momento, un morto che cammina. Decido di andare io. Anch’io parlo un po’ di tedesco in fondo.
Percorro i primi metri con le gambe leggere, inconsistenti. Sento solo un martellare insistente all’altezza degli zigomi. Il resto del corpo è aereo, impalpabile, è come se se vedessi e sentissi me stesso camminare al mio fianco. Cerco di far comparire sulla faccia qualcosa di simile a un sorriso e mi avvicino ai soldati di guardia. Chiedo la più banale delle informazioni, la strada più breve per arrivare ad un paese vicino. Facciamo qualche metro insieme, poi, nel momento in cui mi voltano le spalle, prendo a correre a perdifiato verso la postazione della mitragliatrice. Il fattore sorpresa mi concede istanti preziosi. Corro ad occhi semichiusi. I colori si confondono con i suoni e gli odori. Tutto si ingigantisce e si fa vivido, il mondo per qualche passo è dentro di me, ne colgo il mistero, la chiave, la direzione. Fino al momento in cui il primo sparo mi lacera i vestiti e la carne, un taglio netto, profondo, un dolore che afferra le gambe e le trattiene. Il sangue cola lento e denso sul fianco. Posso ancora muovermi però, ne ho ancora la forza. Sono a pochi metri dalla mitragliatrice, schivo una raffica buttandomi a terra e mi scaglio addosso al soldato che mi spara contro. Lo immobilizzo con un abbraccio disperato quindi estraggo il coltello e glielo affondo nel petto fino all’ultimo centimetro. Solo adesso riesco a guardarlo. È un ragazzo della mia età. Il suo sguardo di terrore esterrefatto è fisso nella mia testa. Chiude gli occhi lentamente, divorato dalla morte. Li chiudo anch’io, serrati dal sudore, dalla paura, dal frastuono degli spari, dal desiderio di quiete. Sotto di me l’acciaio fumante della mitragliatrice e il corpo del ragazzo, le gambe e le braccia in una posa grottesca, un Cristo in croce di qualche pittore minore, una figura sospesa nell’estasi tragica di una macabro presepe.
Rimango fermo, abbracciato alla morte finché non si spegne l’eco dell’ultimo degli spari. Rialzo la testa di qualche palmo, in tempo per vedere le braccia dei compagni levate al cielo, in tempo per sentire urla di gioia che attraversano i campi e le strade. Il ponte è libero. È nostro. La prima volontà, l’istinto immediato, è quello di distruggerlo. Pensiero tanto assurdo quanto prepotente. Prevale presto la ragione, la consapevolezza che è un bene prezioso, da proteggere ad ogni costo. Un paio di settimane dopo, dal nostro ponte, transitano le truppe alleate. E noi con loro, fino in fondo, fino alla sponda più estrema, verso la città, verso la gente.
L’acqua scorre, ora. La vedo ancora rossa di sangue, il loro e quello dei compagni. Ma si muove, è libera, vola verso il mare. E’ valsa la pena. L’acqua potrà tornare limpida, tornerà a vivere.
Dall’acqua scorre il tempo, l’avvenire. Il cielo è caldo adesso, nei polsi e nel petto c’è il tepore di un respiro che abbraccia l’orizzonte degli anni. Riapro gli occhi. La playstation di mio nipote spara sibili elettronici come una mitragliatrice. Vorrei raccontargli la mia storia, vorrei dirgli di quei giorni, dei boschi, delle montagne, della paura, del coraggio, delle attese. Vorrei dirgli tutto, ma forse faccio bene a tacere. Non è stata un videogame la mia vita, è stata sangue e fremito al cuore, stretta violenta di realtà. Non capirebbe. Riderebbe sarcastico per qualche attimo, si farebbe una sbuffata e accenderebbe lo stereo.
Apro la finestra e ascolto il suono dell’aria. C’è ancora il profumo e il ritmo della pioggia. Piove ancora, come quel pomeriggio lontano della mia gioventù, la stessa acqua, la stessa musica sulla terra e nella carne, la stessa forza, la stessa speranza. La vità è uguale, nel profondo, identica a se stessa. Anche oggi i ponti della libertà sono occupati e presidiati. Da loro. Gli stessi, a ben vedere. L’oppressore muta divisa ma non gli occhi, non le braccia, le astuzie, le trappole. Anche mio nipote, con la sua playstation eternamente in funzione, con il suo videofonino sempre in mano, deve correre sopra un ponte a petto nudo contro piombo e fuoco, contro assurdità e ingiustizia.
Posso raccontarglielo. Posso rivivere con lui la mia storia, la storia di un uomo. Posso aiutarlo a correre. A correre anche per me. Anzi, posso fare di più. So parlare la sua lingua, se voglio. So parlare anche la loro, quella del nemico, dell’oppressore. Insieme, io e mio nipote, possiamo fregarli. È ancora possibile, correre, vivere, respirare, mettere a tacere la loro mitragliatrice, acciaio di falsità e ipocrisie. Sì, è ancora possibile. Altra acqua, libera davvero, può aprire la strada alla primavera.

nuova scadenza Concorso LA VITA IN PROSA 2014

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A seguito delle richieste di numerosi autori,  la scadenza del Concorso LA VITA IN PROSA è prorogata al  31  LUGLIO 2014.

Il concorso è aperto a tutti i generi narrativi, comprese quindi anche le lettere (di qualsiasi genere, amore, rabbia, gioia, dolore, protesta, ironia…) , le fiabe e le favole,  i brani di diario e le considerazioni in forma di prosa su qualsiasi argomento, politica, sport, attualità. Per quanto riguarda il gossip… siamo di manica larga, ma non fino a questo punto.

Buona scrittura e spero di leggervi o rileggervi presto, IM

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LA VITA IN PROSA

CONCORSO NAZIONALE DI NARRATIVA

Terza edizione, 2014

nuova scadenza:  31  luglio  2014

NORME DI PARTECIPAZIONE

Il Concorso prevede la selezione di scritti inediti in prosa (racconti, lettere, considerazioni, brani di diario e qualsiasi altro testo creativo scritto in prosa).

Periodicamente alcuni dei testi migliori pervenuti potranno inoltre essere inseriti, indipendentemente da quella che sarà la classifica finale del Concorso, nella rivista telematica DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario, http://www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com. Nel sito DEDALUS sono presenti, preceduti da un commento introduttivo, liriche, prose e interventi critici di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo e alcuni autori giovani o emergenti dotati di personalità e talento.

La Giuria del Concorso, composta da MAURO FERRARI (poeta, critico, direttore editoriale di puntoacapo Editrice), LUIGI FONTANELLA (poeta, scrittore, critico letterario, direttore della rivista internazionale “Gradiva”) ROBERTA LEPRI (scrittrice), IVANO MUGNAINI (scrittore, consulente editoriale, co-direttore della collana di narrativa AltreScritture di puntoacapo Editrice, ALESSANDRA PAGANARDI (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), DANIELA RAIMONDI (poeta e scrittrice), VALERIA SEROFILLI (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), valuterà tutti gli scritti pervenuti e proporrà infine a puntoacapo Editrice una rosa di Finalisti, tra cui tre Vincitori.

I lavori Vincitori saranno pubblicati da puntoacapo Editrice, http://www.puntoacapo-editrice.com http://www.puntoacapoeditrice.wix.com/puntoacapo in un numero speciale dei “Quaderni di Narrativa Dedalus”, vero e proprio “Annuario” della narrativa italiana, in cui i primi tre classificati saranno ospitati con una vetrina dei loro testi e alcuni degli autori selezionati potranno comparire con il loro racconto più significativo.
Al volume contenente i racconti vincitori e segnalati sarà dato ampio rilievo e godrà di una promozione di assoluto rilievo grazie alla mailing-list dell’Editrice e a tutti i canali di informazione ritenuti utili ed efficaci.

Agli Autori che invieranno al Concorso La Vita in Prosa testi ritenuti interessanti potrà inoltre essere proposta la presentazione critica dei lavori con cui hanno partecipato, o di altri, anche già editi, presso lo storico Caffè letterario dell’Ussero di Pisa, o presso la Villa di Corliano, http://www.corliano.it , a San Giuliano Terme (Pisa), nell’ambito degli eventi letterari promossi dall’Associazione “AstrolabioCultura”, appuntamenti che hanno visto avvicendarsi nei mesi scorsi alcune personalità interessanti della prosa e della poesia contemporanea.

MODALITÀ DI INVIO

Gli autori interessati devono inviare i loro testi inediti entro il 31  luglio  2014 . 

I partecipanti potranno inviare da uno a tre racconti, lettere, fiabe, favole, articoli di qualsiasi argomento, pagine di diario o brani di prosa creativa, a tema libero e di lunghezza compresa fra le due e le dieci cartelle per ciascun testo, tramite file in formato Word .doc (non .docx) oppure RTF, allegato ad un messaggio e-mail indirizzato al seguente indirizzo: ivanomugnaini@gmail.com, indicando come oggetto del messaggio: “Concorso La Vita in Prosa 2014”.

I dati personali dell’autore (nome, recapito postale, telefono, cellulare e indirizzo di posta elettronica) dovranno essere riportati esclusivamente nel corpo del messaggio, non nel file dei racconti. Nel corpo del messaggio dovrà anche essere trascritta la seguente dichiarazione: “I testi sono inediti e di mia esclusiva creazione. Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del decreto numero 196/2003 nell’ambito del Concorso LA VITA IN PROSA”.

È previsto un contributo spese di 10 € da inviarsi tramite pagamento sulla Carta Postepay numero 4023 6006 5865 2286 intestata a Ivano Mugnaini (codice fiscale MGNVNI64H12L833T);
oppure tramite contante in una lettera (preferibilmente raccomandata, purché non Raccomandata 1, va bene una raccomandata ordinaria) inviata a: Ivano Mugnaini – via delle Sezioni, 4348 – Località Bargecchia – 55040 Corsanico (Lucca).

La partecipazione al Concorso implica l’accettazione del presente regolamento in tutti i suoi punti. Il corretto ricevimento del messaggio e dei file con il racconto o i racconti, e la conseguente iscrizione al Concorso, saranno comunicati via e-mail a tutti i concorrenti. Il nome dei Vincitori sarà comunicato sul sito Dedalus, su diversi portali letterari e sul sito di puntoacapo Editrice.

Per eventuali richieste di maggiori informazioni, o per qualsiasi altra richiesta riguardante il Concorso, scrivere all’indirizzo e-mail: ivanomugnaini@gmail.com.

Viv., 1938 – racconto

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La passione di Alba Gnazi per T. S. Eliot, ma anche per la parola, per ciò che riesce a trasmettere, di dolorosamente complesso ma anche di irrinunciabile, vengono espressi al meglio in questo racconto che ha inviato per Dedalus. La voce narrante è quella di Vivienne Haigh-Wood, ma in fondo è quella della stessa autrice e di ogni donna o uomo che dedica alla parola, alla poesia, al dono e alla pena dell’espressione profonda, qualcosa che può essere chiamato tempo, riflessione, battito, tormento, tensione costante, speranza tenace, in una parola, la più semplice e la più irriducibilmente astrusa, vita.

Con l’invito a tutti i narratori a partecipare alla edizione 2014 del Concorso La vita in prosa. Il bando può essere reperito su questo blog, nei post precedenti, o può essere richiesto a : ivanomugnaini@gmail.com .

Buona lettura e buona scrittura. IM

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VIV., 1938

di ALBA GNAZI

 

Viv., 1938

La verità è che avrei dovuto parlarti addosso, Tom, parlarti dentro, mentre il tuo occhio frugava le mie mani e impietosiva il mio sguardo, perché so (lo so) che quel che ostenti è sicurezza ma quel che calchi, e scappi pur di non confessarlo, è paura, Tom.

E’ paura.

Come la mia di attraversare la strada, di svegliarmi di notte e vedere lucertole sul cuscino, di sorbire formiche insieme al brodo, di non lavarmi abbastanza dopo il sesso, perché il sesso odora di te e di me e della terra che ci butteranno addosso, delle tue ricerche e delle tue pretese, dei tuoi silenzi, dell’ira che mi sbuffi sul collo quando mi prendi, dell’ira che tossisci dentro una poesia; di questo sa il sesso, Tom, e io ne vivo, e ne ho paura.

Potrei schermirmi la voce, alterare le maniere, indossare guanti bianchi per accendere ceri e fustigare quel che resta del mio presente con il cencio di una contrizione, con una preghiera tra le gengive, e scordare il sapore del seme sulla lingua e dell’etere in gola – maledetti, mi cuciono nervi saldi su misura, nervi al metro e senza sconto, come quel soggiorno in Svizzera, che dopo più nulla è stato lo stesso.

Più nulla.

La pioggia ama i distillati di sudore e inerzia. Ama grondare dai nasi e dagli ombrelli. Inzaccherare cappotti e cani al guinzaglio. Scorre su questo vetro come una tenia, e i vetri che altro sono se non l’intestino dell’inganno?

La pioggia solleva le gonne e abbassa i rami. Prolifera tra le giunture dei vecchi con dita d’umidità. Attecchisce sui tetti con un fragore che ninna i bambini.

Volevo un figlio, Tom. Ma non da te.

Volevo te, e la tua poesia, e la tua voce, e il benessere che mi dava lo starti accanto.

Volevo ballare solo per te, celebrarti col mio corpo e i miei fianchi, godere del tuo tocco lieve e intimo anche tra mille persone, sapere che saresti corso a casa dopo il lavoro per vedermi e giacere al mio fianco, ma

dio

(il tuo dio, non il mio)

A te non piaceva prendermi.

E io …

Lui c’è sempre stato, Tom.

Abbiamo vissuto in casa sua, e io ho dormito nel suo letto, e lavato i suoi piatti; mi ricordava mio padre, col suo alito e il suo passo, e quell’acutezza che io non ho mai saputo afferrare per intero, ma che mi estasiava.  Era stato il tuo docente di filosofia, io ne ero l’amante. Bertrand.

Cos’hai fatto ai miei anni, Tom? Cos’avevano le mie gambe e i miei seni, la mia voce e le mie idee, che ti atterrivano al punto da farti giurare castità?

Cristo.

Il tuo Cristo, non il mio.

Ma mi vedi? Mi guardi, Tom? Mi guardi, perdio? Sono bellissima. Sono stata il sogno di mezza Londra.

Non il tuo.

Sono caduta giù un pezzo alla volta, come le molliche da una tovaglia. Sono una mollica sulla tua tovaglia, la stoffa grezza del tuo rifiuto, la macchia rossa del vino proibito.

Sono la donna che hai sposato per sfregio, sgarbo, amore di un attimo, idiozia. Sono la ceralacca del tuo ripensamento, la fuga pusillanime, l’aggettivo dimenticato.

Tre mesi, ed eravamo insieme, con un giuramento davanti all’ufficiale e senza casa, senza lavoro, senza soldi, senza criterio.

Tu leggevi e leggevi e citavi poeti francesi e scrivevi e dibattevi e passeggiavi e giorno per giorno, sempre meglio e con dolo, tessevi una trama che mi escludeva da te.

La Terra Desolata ero io. Lo sono stata per così tanto tempo, Tom. Ero il tuo personale, amatissimo, eccitante, rinnegato inferno.

Tu eri il Prufrock delle mie intenzioni, l’Animula dei miei terrori, il Preludio di ogni mia contrizione.

Non è stato difficile, Tom.

Non darti pena, nelle tue notti senza solco e senza buio, notti che scintillano di resistenza all’affanno, che malizia non imbratta – tu segugio della fede, tu mendico della colpa, tu figlio del non-perdono, sei andato con dio, e me, mi hai lasciato qui, ma adesso, adesso

ho pensato a tutto, io sola.

E’ stato semplice.

Ti avviseranno entro qualche ora.

Avrei dovuto baciarti un’ultima volta.

Ma fa lo stesso.

Viv., 1938

 

(Liberamente ispirata al matrimonio tra Vivienne Haigh-Wood e T.S.Eliot)

PAROLE NELL’ACQUA

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epigrafe KeatsUn mio racconto da L’ALGEBRA DELLA VITA, Greco e Greco. Milano, 2011

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PAROLE NELL’ACQUA

“Here lies one whose name
was writ in water”.
Qui giace un uomo il cui nome
è stato scritto nell’acqua.

Frase tratta dall’epitaffio
riportato sulla lapide di
John Keats

Lo sconosciuto guardava gli oggetti lasciati nelle macchine parcheggiate. Camminava lento, la mattina presto, sempre e solo con la pioggia. “Cosa posso fare per ognuno?”. si chiedeva. “Quale biglietto lasciare? Quali parole? Un consiglio, un apprezzamento per la sensibilità, un aiuto per la vita?”.
La mia è un’ipotesi. Follia. Come la sua. Forse peggiore. Ma non posso fare a meno di chiedermi in che direzione si muove, verso quale senso. Per avere una risposta devo sperare nella pioggia giusta, nel ritmo, nelle frequenze adeguate. Lo incontro. Lui trova me. E’ capace di morbidi agguati.
I suoi vestiti sfuggono agli occhi, vi rientrano in un secondo momento: colori soffici, fuori tono, in armonia solo con loro stessi. Sembra parlare tutte le lingue e nessuna, la sua cantilena oscilla su cadenze che spaziano dallo slavo allo spagnolo. In una mano tiene una vecchia mappa della città, nell’altra stringe con timidezza una cassa di plastica utilizzata per trasportare le bottiglie d’acqua minerale. Il contenitore, vuoto, diventa una sedia, solida, leggera. Fluida e mobile, come l’acqua che gli dava uno scopo, una funzione. Acqua lui stesso, nella pioggia, con in mano un guscio di plastica che un tempo racchiudeva acqua. Un circolo perfetto, perenne.
Ho bisogno di dargli un nome. La mente adora il superfluo. Potrei chiederlo direttamente a lui, come si chiama. Ma non sarebbe la stessa cosa. Mi mentirebbe, o risulterebbe banale, magari. Mi arrogo il diritto di battezzarlo io. Un appellativo bizzarro e solenne, su misura per lui, ecco cosa mi serve. Nuvolario, voilà. Perfetto. Almeno per me. Lui non è necessario che lo conosca. Nuvolario, miscuglio di assonanze fascinose: un capo indiano, un pilota di auto da corsa, un imperatore persiano. Tutto e niente. Lui soltanto.
Mi si avvicina di un altro passo, cerca con gli occhi il mio sguardo, e mi chiede informazioni su una strada. Mi porge la mappa della città e mi invita a indicargli il punto esatto. Mentre la apro mi sembra di cogliere un sorriso sarcastico. Ma forse mi sbaglio. Probabilmente è un riflesso, uno sprazzo di luce nel grigio del cielo. Ci sono tre vie che portano il nome che mi ha chiesto. Incredibile ma vero. Dislocate in punti estremamente distanti l’uno dall’altro. Glielo faccio notare, e lui allarga le braccia, serafico. Gli chiedo cosa deve fare di preciso, cosa cerca, una casa, un monumento, un ufficio, un palazzo… Sorride, senza aprire bocca.
Mi viene il sospetto che la richiesta di informazioni sia una scusa per parlare con persone che, per qualche sua personale ragione, o assenza di ragione, trova interessanti. Porre un quesito che presuppone tre possibili risposte, tutte ugualmente valide, e tutte identicamente errate, gli consente di non avere alcun obbligo. Né una meta precisa. Può girare continuamente con la consapevolezza del limite e delle potenzialità: dirigersi volta per volta verso un luogo che è sempre, allo stesso tempo, giusto e sbagliato. La schiavitù e la libertà.
Mi piace. Lo trovo affine. Non lo comprendo appieno, ma lo apprezzo. E’ un dubbio vivente che mi attrae. Sento di dover fare qualcosa per lui.
Qualche giorno dopo gli lascio un biglietto appiccicato con lo scotch sul contenitore di plastica posato sul suo marciapiede preferito.
“Viene la siccità e viene la piena/ sugli occhi e nella bocca,/ acqua morta e sabbia morta/ in gara di dominio./ Acqua e fuoco deridono/ il sacrificio che negammo./ Acqua e fuoco roderanno/ le fondamenta in rovina da noi dimenticate./ Questa è la morte dell’acqua e del fuoco”.
Parole per scuoterlo, per incitarlo al mutamento. Versi di Eliot, dalla poesia “Morte degli elementi”. Ma di questi particolari non ritengo necessario metterlo al corrente.
Mi risponde il mattino dopo. Noto un foglietto bianco sul parabrezza della mia macchina. Penso lì per lì a un divieto di sosta. Invece si tratta di qualcosa di molto più articolato.
“Il mio centro è tempo-presente/ e ovunque i miei rami s’allungano/ pendono nel buio/. Non so discernere cosa da cosa/ luogo da luogo/ né se l’io appartenga all’io, o non esista”.
Lui è più generoso di me. Mi rende nota la fonte, l’autore dei versi, Nat Scammacca. Quasi un implicito invito a informarmi, a scoprirne di più.
Il giorno seguente, contro ogni attesa, è lui a rilanciare. Un altro foglietto, colorato stavolta, sotto il medesimo tergicristalli.
“Non invano è passato il non-amore/ la fatica, il digiuno, la sazietà,/ del desiderio mai toccato”.
Mi rendo conto che non è più un gioco. O, almeno, non solo. Ho il dovere di rispondere.
“La città, con te, è diventata/ una città di mare./ Ma l’arsura della verità/ è un gelo senza fine”.
Tutto tace, per molti giorni. Sconfitti, entrambi, dall’inverno del silenzio. Poi, una sera, sotto le luci gialle dei lampioni, un nuovo rettangolo di carta e parole sul vetro della macchina.
“Sono unito al mondo da tutti i miei gesti, agli uomini da tutta la mia pietà e la mia riconoscenza. Fra questo diritto e questo rovescio del mondo, non voglio scegliere, non mi piace che si scelga”.
Ancora lui, tornato a me. Tramite le parole di Albert Camus. Splendide, come il suo coraggio di scriverle ed affidarmele. L’uomo dell’acqua è sulla strada giusta. Ce l’ho fatta. Il mio impegno è servito a qualcosa. Sta diventando fertile, la sua pioggia, vitale. Ora voglio, anzi devo salvarlo del tutto. Posso riuscirci, so come operare la metamorfosi definitiva.
Gli lascio un biglietto con dei numeri, stavolta: il cellulare di Carmela. E’ grande, lei. Io lo so bene, è stata la mia donna per anni. E’ possente, Carmela, e il suo amore è sempre totalizzante. Sa inglobare il mondo e chi le sta accanto. Rendendolo identico a sé.
Passano varie settimane, e nessuno più cammina per le strade guardando gli oggetti lasciati nelle macchine. Ho vinto. La trasformazione ha avuto luogo secondo le più rosee aspettative. L’uomo dell’acqua è sfociato nel mare ampio di Carmela. Ora posso dimenticarlo. Lo archivio con gioia e legittima soddisfazione nella memoria.
Questa mattina però, a sorpresa, un nuovo segno della sua presenza. Lui non ha dimenticato me. Un altro biglietto. Azzurro, stavolta.
“Ti ringrazio”, mi scrive. “Il tuo dono è stato immenso. Più grande di me, e di quanto meritassi. Ti ringrazio di cuore, e, come ricompensa, prendo da te la sola cosa che non ti serve”.
Non capisco. E’ normale, comunque. Sono abile, certo, ma per i miracoli non sono ancora attrezzato. L’amico della pioggia resta sostanzialmente un folle. Civilizzato e fidanzato, adesso, ma pur sempre tale. Un folle felice, grazie a me.
Comincio a capire qualcosa, di colpo, nel momento in cui, lanciato a tutta velocità lungo una discesa, premo il pedale del freno. E’ morbido, docile, inservibile. Piove, chiaramente. Il fiume è gonfio, rabbioso, al di là dell’esile parapetto posto ai bordi della curva al termine del rettilineo. Corre come il vento la mia macchina. Fluida, leggera. Stretta in un abbraccio solido e poderoso di aria ed acqua. Volo, inarrestabile, verso il mare. Lassù, nel cielo, ridono le nuvole.

PERDITA DI MEMORIA

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dedalus1.jpg“Non sono mai stato tanto lucido in vita mia come da quando è iniziata la mia perdita di memoria”. La mia attrazione per questo racconto è iniziata da questa scintilla, da questo apparente paradosso capace di aprire squarci di luce sui meandri oscuri della mente umana, o di gettarvi un’ombra in più. Comunque sia, la presa emotiva e affabulatoria è vasta e immediata. Simona Conte, autrice che ho avuto modo di leggere e di apprezzare assieme agli altri componenti della giuria al Concorso La Vita in Prosa in cui è risultata tra i vincitori, esplora le miserie e le nobiltà della mente, della sorte, del destino, di quel mistero arcano che è la mente umana, con sguardo intenso ma mai privo di umana pietà e di quello scampolo tenace di ironia che è arma di legittima difesa.
In calce al racconto pubblico la presentazione del racconto scritta dalla stessa autrice. Essa stessa parte integrante non solo della genesi della scrittura ma direi del processo narrativo, quasi un brano di metaletteratura che diventa letteratura tout court, indagando ulteriormente sulle dinamiche mentali della creazione, della memoria, del rapporto tra realtà e immaginazione, finzione e “verità”.
Un racconto complesso ma scritto in modo scorrevole e godibile. Un’escursione sui terreni friabili della follia, del senso stesso dell’esistere e del riflettere sulla consistenza dell’inconsistente.
Buona lettura a tutte e a tutti i “dedalonauti”, IM
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PERDITA DI MEMORIA
“La demenza consiste nella compromissione globale delle funzioni cosiddette corticali (o nervose) superiori, ivi compresa la memoria, la capacità di far fronte alle richieste del quotidiano e di svolgere le prestazioni percettive e motorie già acquisite in precedenza, di mantenere un comportamento sociale adeguato alle circostanze e di controllare le proprie reazioni emotive: tutto ciò in assenza di compromissione dello stato di vigilanza.
La condizione è spesso irreversibile e progressiva”.

Vi è mai successo di perdere la memoria? E non parlo di una perdita lieve, come quando si fa fatica a ricordare il nome di qualcuno che conosciamo bene. Parlo di una perdita sostanziale, progressiva, definitiva, parlo dello svegliarsi una mattina e rendersi conto che un intero lustro della propria vita è scomparso nel nulla, e poi un decennio, e poi un ventennio, e poi, pian piano, l’intero arco dell’esistenza, tanto che non si è più in grado di comprendere perché ci si trova dentro quella vita che non ci appartiene e perché quelle persone, che non sappiamo chi siano, ci trattino con tanta familiarità e si prendano confidenze che non sarebbero lecite né auspicabili tra estranei. Non è una bella sensazione.
La prima volta è passata inosservata. Me ne sono reso conto soltanto a cose fatte. Cercavo di ricordare me stesso seduto sui gradini di casa mia, nella casa nella quale sono nato e cresciuto fino all’età di dieci anni. Mi sforzavo di focalizzare la mia immagine, un ragazzino magro con i capelli scarmigliati, le scarpe slacciate e la maglietta sporca, seduto sugli ultimi due gradini di una scala non molto alta che dal portone d’ingresso si gettava direttamente sulla strada. Il ragazzino c’era, se ne stava lì, seduto, a guardare davanti a sé, ma non ero io. Mi somigliava soltanto.
La mia perdita di memoria non va intesa come perdita dei fatti, dei visi o della cronologia degli eventi. La questione è completamente diversa. Io sto perdendo progressivamente il rapporto con la mia esistenza, sto perdendo la sensazione di appartenenza ai miei stessi ricordi. Mi sono perfettamente chiari gli episodi, i luoghi, le persone, le cose, le parole, i gesti, i colori, a volte anche gli odori, ma non le sensazioni, non le emozioni. Ogni ricordo è privato della memoria del personalmente vissuto, come storie raccontate da altri e fatte proprie, come fatti capitati a terzi che non siamo noi e che, a furia di sentirle ripetere, sono diventate nostre senza esserlo e che teniamo ben distinte nel cervello, nella categoria “ricordi presi a prestito”.
Non sono mai stato tanto lucido in vita mia come da quando è iniziata la mia perdita di memoria. A volte temo che il mio cranio si apra per dare sfogo alla tensione interna. Non prendo caffè, non bevo e non faccio uso di sostanze stupefacenti, ma dormo sempre meno e ho sempre meno bisogno di riposo. Lavoro dodici ore al giorno, la mia capacità di concentrazione è centuplicata, riesco laddove non sono mai riuscito, il mio rendimento è aumentato del cinquecento per cento, ma non sono più capace di sostenere una conversazione per più di tre minuti, decorsi i quali ciò che il mio interlocutore sta dicendo smette di interessarmi, e la mia mente riprende a pensare ai fatti suoi, completamente incapace di decodificare i messaggi vocali che continuano a pervenire dall’esterno quali parole di senso compiuto, componenti plausibili a loro volta di un discorso logico e coerente. Quel che le persone hanno da dire non mi riguarda più. Come potrebbero interessarmi fatti con i quali non ho connessione alcuna relativi a persone che non fanno parte in alcun modo della mia esistenza?
Trovo noiosi i discorsi altrui. Una volta riuscivo ad ascoltare per ore le chiacchiere degli altri. Monotoni o vivaci che fossero, i discorsi degli amici erano sempre ottimi spunti di riflessione. E quanto mi piaceva dispensare consigli, com’ero bravo a rivelare la formula magica della serenità. A nessuno negavo una parola di conforto, una pacca sulla spalla, la mia comprensione, il mio appoggio morale. Era un orecchio attento e premuroso il mio, dispensavo perle di saggezza senza lesinare. Sono diventato un accattone, un miserabile barbone all’angolo della strada, cappello in terra, occhi bassi da cane bastonato, un disgraziato che elemosina a sua volta un soldo d’ascolto.
– Ditemi, signori, vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e di non riconoscervi? Vi è mai capitato di guardare i vostri figli e chiedervi come hanno fatto costoro a nascere, quando è successo esattamente, con gli ovuli di quale donna avete mischiato il vostro seme e perché?- chiedo agli sconosciuti passanti. Dovevo amarla mia moglie per decidere di concepire figli con lei, perlomeno così presumo, eppure ora la guardo e, per quanti sforzi io faccia, non mi riesce di riesumare il ricordo del preciso istante, evidentemente vissuto, in cui ho deciso di legarmi indissolubilmente a lei. Come ho potuto? E quando l’avrei fatto? E perché proprio lei e non un’altra? Chi è la persona che dorme al mio fianco? E’ carina, finanche bella, ha un naso elegante, francese, labbra morbide, ben disegnate, un seno pieno, ancora sodo, capelli folti, lunghi, ventre invitante, ma non so chi sia. La osservo respirare, di notte conto i battiti del suo cuore nella vena del polso, tento di ricordarne il ritmo, la annuso come un cane nell’ostinato tentativo di ricordarne almeno l’odore, ma nel mio cervello di animale nulla si accende, nemmeno un barlume. Non la conosco. So che è mia moglie ma non so chi sia. Da qualche parte, là fuori, forse c’è quella vera, quella che mi hanno sottratto.
Faccio fatica a scorrere attraverso i miei giorni. Lavoro più che posso per tenere la testa impegnata, occupo il mio tempo libero in modo tale da essere sempre stanco, e più tento di sfinirmi più resto sveglio. I pensieri che cerco di evitare sono sempre in agguato, corrono come topi nella cantina buia della mia mente e vanno a rintanarsi in un baleno, nei più angusti pertugi, quando accendo la luce. Vorrei poterli osservare bene una volta per tutte, contarli ad uno ad uno, ma non ci riesco mai. Vorrei disseminare i meandri del mio sconforto di esche avvelenate, ma so che uccidendo loro, i topi, ucciderei me stesso.
C’è un viso di donna che mi ossessiona, un sorriso che parte dagli occhi, accende le guance arrossate e scopre la punta dei denti. Mi guarda di sbieco, mi chiama per nome, mi sfiora il mento con la mano, poi si avvicina a posarmi un bacio leggero sulle labbra. E’ carne della mia carne, sangue del mio sangue, respiro il suo respiro caldo e mi si riempie l’anima, ma il tempo a mia disposizione è già finito. I suoi polsi magri scivolano attraverso la stretta della mie mani viscide di paura. Mi sveglio di soprassalto ogni notte ormai da mesi, con il cuore che martella le tempie e il sudore ghiacciato in mezzo alle spalle. Qualcuno mi ha sottratto alla mia vita e mi ha trasportato nella vita di un altro, dentro un’esistenza che non ricordo di aver scelto e che non mi appartiene, costretto a recitare una parte, come da copione.
A Natale mi sono accorto di aver definitivamente perso il contatto mnemonico con i primi quarant’anni della mia vita anagrafica. Niente è più triste di un Natale triste, e il mio lo è stato. Ho riso fino a farmi formicolare le mascelle, ho aperto regali, abbracciato parenti sconosciuti, giocato a carte, mangiato più del dovuto, ho fatto tutto quello che dovevo. Alla prima occasione mi sono chiuso in bagno e, seduto sulla tavoletta del water, ho implorato Dio di restituirmi alla mia vita e ho pianto, ormai incapace di sostenere ulteriormente l’angoscia di un’esistenza con la quale con ho più rapporto alcuno.
Vorrei avere un numero da digitare, un nome da formulare, ma non ho niente in mano, soltanto lo spezzone di un ricordo e una foto, l’unica prova tangibile della mia vita precedente o successiva, non so. Sono stato dal mio medico curante, ho cercato di spiegargli come mi sento, quello che provo, gli ho parlato del senso di estraneità che percepisco quando sono con i miei familiari, della mia incapacità di ricordare i passaggi emotivi che mi hanno portato, uno dopo l’altro, a fare le scelte principali della mia vita. Non è un medico molto anziano, ma ha quindici anni più di me e mi conosce da sempre. Mi ha detto che lavoro troppo. Mi ha chiesto quante ore dormo per notte e mi ha prescritto delle gocce per rilassarmi un po’ – soltanto per mettere insieme otto ore di sonno continuato, come prescritto dal manuale del buon padre di famiglia – ha concluso sorridendo. Ho avuto la sensazione che fosse preoccupato per me, come un amico, non come un dottore.
Sto prendendo le gocce. A mia moglie non l’ho detto. Le prendo la sera, di nascosto, prima di andare a letto. Ho la sensazione che non servano a molto se non a spegnere il desiderio sessuale, perlomeno spero proprio che dipenda da quelle. Ho una donna carina nel letto, l’ho già detto, una donna morbida e accattivante che vorrebbe soltanto io mi occupassi un po’ di lei, ma non ho erezione, nemmeno pensando ad altro. Le sue mani armeggiano intorno al mio pene, le vedo muoversi attivamente, bisognose, e altre mani si sovrappongono, nervose, magre, dita lunghe e pelle troppo sottile. Se chiudo gli occhi riesco a ricordare i suoi occhi fissi nei miei e la sua bella bocca che si schiude in un sorriso e prende a muoversi. Non emette suoni, ma leggo il suo labiale, mi sta parlando. – Vieni per me, ti prego amore mio, vieni per me, fammi felice – ed io le inondo il viso e i capelli di seme caldo e amorevole. Amo questa donna che mi pugnala le reni, che mi strazia la carne, che domina i miei pensieri e le mie viscere.
Mia moglie piange sempre più spesso. Cerco di rassicurarla. Le ho parlato delle gocce, sembra aver capito, ma ora è preoccupata anche lei. Non ho potuto parlarle dell’altra donna, come potrei? Non posso dirle che non ricordo di averla sposata. Per aiutare se stessa e me, ora organizza ogni sorta di intrattenimento, feste a sorpresa, viaggi lampo, gite in barca. Ha rinnovato tutta la sua biancheria intima. Si è messa in testa di guarirmi, di riportarmi su questa terra. A volte spero che ci riesca.
Nel frattempo ho consultato uno psichiatra, è inutile far finta di niente, ho bisogno di aiuto. Ora prendo una pillola rossa al mattino ed una bianca la sera, prima di coricarmi. Ho ripreso a fare l’amore con mia moglie che dentro il letto salta come una capra. Qualcuno deve averle messo in testa che più si agita, più mi fa godere. Non ho voglia di lei, ma faccio il mio dovere, almeno questo, assolvo il mandato e la faccio contenta.
Oggi ho ritrovato un sasso in fondo alla tasca interna di un giubbotto che non metto da anni. L’ho riconosciuto subito, non appena la sua forma rotondeggiante è scivolata nel palmo della mia mano. L’ho portato dallo specialista che mi segue. – Ecco, lo vede, è un sasso, non è un pensiero, non è un’idea, non è un prodotto della mia immaginazione, è un sasso e me lo ha dato lei, la donna della foto – gli ho gridato in faccia poggiando il sasso sul ripiano lucido della sua scrivania da cinquemila euro. – E allora? – mi ha risposto – Cosa dimostra? E’ un sasso. Dimostra soltanto se stesso. Sa dirmi quando questa donna glielo avrebbe dato, e perché? –
Gli racconto del sasso e di lei. Gli racconto di quando lo ha raccolto da terra, in mezzo a tanti altri, tutti uguali, di come me lo ha messo in tasca. Portavo lo stesso giubbotto, lo stesso di adesso, me lo ha messo in tasca dicendomi che sarebbero passati giorni, mesi, anni, ma il sasso non sarebbe passato, il sasso sarebbe rimasto, con le sue impronte stampate sopra, e le mie. Mi ha raccomandato di non dimenticare mai né il sasso, né lei, qualunque cosa fosse capitata, qualunque cosa.
– Amico mio, si sieda qui, accanto a me, e cerchi di ricordare quando e dove ha preso questo sasso e se lo è messo in tasca. Sia buono con se stesso, si perdoni, si conceda un errore di tanto in tanto – .
Sono rientrato molto tardi ieri stasera, e ho baciato i miei figli. Li riconosco ancora, conosco i loro nomi, so che li amo, so che mi amano; non so come li ho avuti, non so cosa ho provato quando sono nati, ma sono miei. Mi sono steso al loro fianco, mi sono infilato nel loro letto, sotto le coperte, ho avuto bisogno di sentire il calore dei loro corpi addormentati. Aiutatemi figli miei, aiutatemi a ricordare chi sono.
Ho smesso di andare dal dottore, ero stufo delle sue chiacchiere inutili, per fortuna sono ancora libero di operare delle scelte. Mia moglie non è d’accordo, dice che secondo lei le cose così andranno peggio e che parlare con lui mi faceva stare più tranquillo. Non mi interessa stare tranquillo, mi interessa soltanto ricordare quando è avvenuto il passaggio. Se soltanto riuscissi a mettere a fuoco l’istante in cui sono stato trasportato da una vita all’altra…
Da qualche tempo dormo due ore per notte e passo tutto il resto del tempo al buio, a pensare. A volte mi alzo e leggo, altre volte guardo vecchi film in televisione, ogni tanto esco, giro in macchina come un matto, come quello che sono ormai, sperando di incontrare una donna di cui non so nemmeno il nome. Adesso ho una foto, un sasso e una lettera, uno scritto disperato. E’ una donna impazzita dal dolore quella che parla, non potrebbe essere diversamente. Mi rimprovera, mi accusa duramente di averla tradita. Mi rinnova il suo amore ad ogni parola, ogni riga trabocca di paura e di perdono. Non sono stato io, non è possibile, io non l’ho mai tradita, io non l’ho mai lasciata. Era l’unico specchio capace di riflettere un’immagine accettabile di me, come avrei potuto tradirla o lasciarla dopo avere impiegato tanto tempo a trovarla? Ricordo perfettamente le mille volte in cui le ho promesso che non sarei sparito. Eppure devo averlo fatto, non so quando, ma devo averlo fatto di sicuro, ed ora si sta prendendo la sua rivincita, sta ponendo in essere la sua vendetta. Il dolore genera dolore. Sparita dalla faccia della terra, si è installata nella mia mente come un virus letale, e ora sta cancellando le mie memorie, sta divorando una ad una le connessioni dei miei ricordi, e se è vero, come è vero, che ognuno di noi è soltanto la sommatoria delle scelte operate, delle decisioni prese, dei giorni vissuti, io molto presto non sarò più niente, non sarò più nessuno.
Stanotte l’ho sognata. Come posso aver pensato che volesse farmi del male? Me ne vergogno. Era piccola come una bambina, l’ho cullata, ho asciugato le sue lacrime e mi sono avvinghiato a lei come ad un salvifico scoglio. Non lasciarmi morire, le ho chiesto, non lasciarmi morire. Non essere ridicolo, mi ha risposto tranquilla, di nuovo sorridente, nessuno morirà, nessuno.
Vivo da giorni in una stanza tutta mia, prendo farmaci ad ore prestabilite, dormo spesso, quasi tutto il tempo. Mi piace dormire, e mentre dormo la sogno. Da sveglio non sempre riesco a parlarle. Nel sonno la ritrovo, nel sonno mi ritrovo, nel sonno gli eventi riprendono il loro decorso naturale, nel sonno sono al mio posto, al posto che mi compete, nel sonno lei viene a trovarmi e mi parla della mia vera vita, quella in cui ogni cosa torna ad essere se stessa. Nel sonno le chiedo perdono e ogni volta lei me lo concede. Nel sonno non soffro, nel sonno non fingo, nel sonno non devo essere nient’altro che quello che sono.
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Il racconto “Perdita di Memoria” è stato scritto in una notte. L’idea arrivò all’improvviso ed era così chiara e nitida che mi fulminò, un uomo che perdeva pezzi della memoria come le tessere di puzzle e che venivano via via sostituite con altre provenienti da non si sa dove, da una vita precedente, successiva o addirittura parallela. La sua incapacità di ritrovarsi nella propria vita e il progressivo distacco da persone e luoghi si rivela, procedendo nella lettura, più che una perdita di memoria la riscoperta di una memoria diversa, più vecchia o più nuova non è dato di sapere ma, sicuramente, più vera. Visivamente quel che mi veniva in mente mentre scrivevo era la situazione che qualche volta si produce nel restauro dei quadri: sotto il quadro apparente, di valore più modesto, affiora, spesso per caso, nell’angolo, o al centro, comunque in una zona all’inizio minimale, un altro dipinto, di maggior valore, molto più vivo e reale di quello oggetto del restauro, dovuto alla mano di un autore molto più abile. La verità si nasconde sotto le apparenze. Così chi vive attorno al protagonista non comprende il suo disagio e si impegna, secondo modalità diverse, a ricondurlo nell’accettazione della propria realtà. Egli si rifiuta, il suo Es e il suo Io si alleano e lo conducono lentamente ma inesorabilmente verso quella che per gli altri è follia, ma che per il protagonista è il ritorno a casa, il ritorno al vero sé.
Purtroppo quella notte ero senza pc, l’avevo portato in riparazione e, per non far svanire l’idea, scrissi il racconto con una bic nera e dei fogli di carta bianca da stampante. Lo buttai giù tutto intero, di getto, una parola dopo l’altra, come sotto dettatura, e il giorno dopo lo trascrissi, lo rilessi, mi sembrò buono e lo inviai al concorso nazionale organizzato dal Centro Artistico Culturale Torinese “Arte Città Amica”. Fu selezionato e premiato presso la Galleria d’Arte Moderna di Torino come primo qualificato nella sezione racconti inediti con la seguente motivazione: “Perdita di memoria”, storia di una discesa nei meandri dell’inconscio, di un percorso fra dettagli psichici e memorialistici, alla ricerca di un’appartenenza perduta; il brano è condotto con stile sobrio e sorvegliato, con felice e raffinata capacità di osservazione e introspezione”. L’anno dopo fu inserito in una antologia di nuovi autori edita dalla casa editrice Ananke di Torino.

Simona Conte

Vincitori, finalisti e segnalati del Concorso La vita in prosa ediz. 2012

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La terza edizione del Concorso LA VITA IN PROSA organizzato in collaborazione con puntoacapo Editrice, ha visto la partecipazione di 190 Autori, per un totale di 357 lavori inviati da tutte le regioni italiane.
La Giuria del Concorso, composta da Adrian Bravi (scrittore), Roberta Lepri (scrittrice), Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di puntoacapo Editrice), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), e da Ivano Mugnaini (ideatore e curatore del Concorso, scrittore, direttore della collana di narrativa AltreScritture di puntoacapo Editrice), ha valutato i testi inviati, rilevando anche per questa edizione un livello qualitativo soddisfacente tenendo conto della grande varietà di stili, generi e temi, a testimonianza di percorsi personali variegati e interessanti.
La Giuria, che ha valutato i racconti in forma anonima, ha effettuato una prima selezione, in seguito a cui sono emersi i lavori dei seguenti Autori ritenuti degni di segnalazione:
Luigi Arena, Martina Barducci, Susanna Barsotti, Bruno Bianco, Monica Boccaccio, Tiziana Boccaccio, Martina Bono, Luca Boschetti, Maria Vittoria Boschiero, Antonella Brighi, Loretta Buda, Rosalba Calcagno, Enzo Campi, Marco Capponi, Davide Castiglione, Letizia Castronai, Maria Gisella Catuogno, Antonio Cernuschi, Pino Chisari, Alessandro Corsi, Caterina Davinio, Gabriele De Mori, Lorenzo Falletti, Guillermo Fava, Nicola Gaggelli, Filippo Gatti, Alessia Gonfloni, Arjan Kallço, Anna Lamarina, Anna Rita Lisco, Ilaria Mainardi, Matilde Maisto, Monica Martinelli, Roberto Morpurgo, Fabio Muccin, Franca Oberti, Damiano Pepe, Gavino Puggioni, Maria Sanchez Puyade, Marco Righetti, Marco Rodi, Massimo Sannelli, Antonella Santoro, Vittorio Sartarelli, Fulvio Segato, Angela Siciliano, Danila Talamo, Michelina Turri, Giuseppe Vetromile, Lucia Visconti, Elena Volonterio, Elisabetta Zanasi, Mara Zanetti, Silvia Zordan, Giuseppina Zupi.
Un’ulteriore cernita ha evidenziato i testi dei seguenti Autori, a cui è stata attribuita la qualifica di Finalisti:
Maria Vittoria Boschiero, Antonella Brighi, Davide Castiglione, Caterina Davinio, Lorenzo Falletti, Anna Rita Lisco, Roberto Morpurgo, Maria Sanchez Puyade, Marco Righetti, Marco Rodi.

Dalla valutazione dei racconti finalisti, è emersa la seguente classifica:
Racconti VINCITORI :
Primo classificato: Muette , di Roberto Morpurgo
Secondo classificato: Un brillio di smeraldo , di Caterina Davinio
Terzo classificato: Il quaderno dei bottoni , di Anna Rita Lisco
Racconti SEGNALATI EX-AEQUO :
La lettera A , di Maria Vittoria Boschiero
Segmenti , di Antonella Brighi
L’elefantino verde , di Davide Castiglione
Dalla canicola al blu , di Lorenzo Falletti
L’automa , di Maria Sanchez Puyade
La fuga , di Marco Righetti
Fuggo via , di Marco Rodi .
I racconti dei primi tre Autori classificati verranno pubblicati in una plaquette edita da puntocapo Editrice ed inserita nella Collana AltreScritture narrativa.
Come da Bando di concorso, puntoacapo Editrice si riserva inoltre di pubblicare, con regolare contratto di edizione, in volume singolo o nei Quaderni di Narrativa Contemporanea “Dedalus”, alcune opere degli Autori partecipanti di particolare interesse e rilevanza.

ΒΙΒΛΙΟ ΚΑΙ ΒΙΒΛΙΟ

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ΒΙΒΛΙΟ ΚΑΙ ΒΙΒΛΙΟ, ovvero, con traduzione libera, LIBRI E LIBRI. Si tratta del nome del blog greco curato da Konstantinos Kokologiannis. Recentemente, navigando su Google, ho visto che Konstantinos ha ripubblicato nel suo blog la nota critica di Francesco Marotta originariamente apparsa su “La dimora del tempo sospeso”. La prima reazione è stata di divertimento, accompagnata da un certa dose di consapevolezza dell’ignoranza, non essendo in grado di leggere le parti dell’articolo scritte in greco moderno. Poi, a mente più fredda, mi è nata una considerazione. Banale, scontata, certo, ma anche viva, tenace, gradevole: nonostante le violenze e le pressioni assurde e inumane del sistema economico-finanziario, le tensioni, le sperequazioni e le vessazioni, i libri girano, per percorsi autonomi, liberi, inarrestabili. Mi fa molto piacere che il mio libro sia approdato, come uno strano e arcano messaggio nella bottiglia, sulle sponde del mare greco. La culla della civiltà, quella che, nonostante tutto, permane, resiste, persiste, curiosa, viva. Non sono capace di ringraziare in greco moderno, lo confermo. Per fortuna però Kostantinos, con cui ho avuto modo di dialogare dopo la pubblicazione di questo suo post, parla italiano. Colgo anche l’occasione per ringraziare nuovamente l’amico Francesco Marotta, che, con la sua accurata nota critica, ha reso possibile questo incontro e questo dialogo. Sfido di nuovo a cuor leggero il rischio della retorica, concludendo con un “Viva la Grecia!”. Per tutto ciò che anche oggi, anzi, oggi più che mai, rappresenta e simboleggia. I.M.
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τάρτη, 12 Σεπτεμβρίου 2012
Ivano Mugnaini, L’algebra della vita Greco e Greco Editori

Gli sviluppi nel corso del tempo dell’arte del racconto hanno evidenziato e messo definitivamente a fuoco una precipua caratteristica delgenere: il suo essere, in buona sostanza, un banco di prova ineludibile per chiunque coltivi ambizioni di scrittura fuori dal circuito della serialitàprogrammatica e dalle secche di una narrazione che si consuma, soprattutto oggi, nella pura e semplice rappresentazione del dato, nell’ordinario e rituale esercizio affabulatorio che ha come unico fine quello di raccogliere i frammenti del reale e di ricondurli a un paradigma teorico preesistente, canonizzato. Il corpo a corpo con la scrittura, nel caso del racconto, avviene invece in un tempo metamorfico non mai assolutizzato, in unpaesaggio altro dove le coordinate non sono mai prefissate ma si definiscono, nella loro essenzialità, solo nel farsi del discorso, nell’oltranza della narrazione – alla presenza, silenziosa e discreta, della tradizione, che agisce come propulsore e catalizzatore di voci, attraverso i fantasmi che lascia emergere, a ondate, dalle acque mobili del suo mare inattuale. Esattamente quello che avviene in questo libro. […]
(Francesco Marotta, L’algebra della vita: il racconto tra ratio gnoseologica e istanza etica.)

Ivano Mugnaini, L’algebra della vita
Prefazione di Luigi Grazioli
Milano, Greco e Greco Editori, 2011

L’INSEGUITORE

Troppo nitidi, troppo statici. Ho provato, quando mia moglie non guardava, a girarli e rigirarli tra le dita, a farli ruotare come trottole sul legno del tavolo. Niente da fare: dopo un po’ il metallo degli occhiali riacquista il suo peso e le lenti rallentano sempre più fino a restare immobili, occhi di vetro che riflettono le pareti del laboratorio, le finestre semichiuse, l’enorme orologio a pendolo appeso alla parete centrale.
A mia moglie è sempre piaciuto il pendolo dell’Ottocento, l’orgoglio, il simbolo stesso del nostro negozio di ottica e orologeria. C’è sempre stato, fin da quando ero ragazzo, forse l’ha comprato mio suocero, o il padre di mio suocero, o forse anche loro l’hanno trovato già lì. Scandisce i movimenti, le azioni, le parole che dici e quelle che non osi nemmeno sognare. C’è, si fa pensare, e a volte credo che anche lui pensi a me, e rida, di ogni gesto quieto, paziente, scandito a bacchetta dalle lancette di ferro e di ottone dei suoi secondi e dei suoi minuti. Mi raggiunge continuamente, il tempo, mi piazza un braccio nerboruto sulla spalla e non si stacca più, come un ubriaco in un bar che ti chiede da bere e ti racconta una storia lunga, incomprensibile, costantemente identica a se stessa.
Mia moglie assomiglia un po’ al pendolo: è di legno liscio, saldo, smaltato con cura, senza screpolature e senza ammaccature. E’ precisa, puntuale, ama il suo lavoro, l’attività che è chiamata a svolgere. Procede in senso orario senza mai perdere un colpo, senza una pausa, un’esitazione, un dubbio. Mi invita ad imitarla, ad essere zelante, a prestare attenzione ai clienti, a mostrare attaccamento. Ha ragione, sì, ha senz’altro ragione lei.
Una lente ferma tra le dita è uno specchio, due lenti che girano nelle mani sono un’idea, due ruote che corrono sull’asfalto lucide come lenti sono una fuga. Mia moglie ha ragione, è dalla parte del giusto. Io ho solo una bicicletta rossa fiammante e corro in direzione opposta. L’asfalto non è mai grigio, o meglio, non è mai grigio allo stesso modo. Non è del colore del giorno prima, non ha lo stesso profumo e la stessa consistenza, le salite rincorrono le discese e il sudore sulla fronte trasforma un tramonto in un’alba.
Esco in silenzio dalla porta laterale del negozio e monto in sella con l’espressione di un bambino che sale sul cavallo più bello di una giostra. Svolto l’angolo ed il negozio non c’è più. Non c’è lui per me né io per lui. Solo un rettilineo assolato, l’odore della pineta e del mare, il riflesso delle macchine che mi sfilano accanto piene di ragazze in maglietta e di asciugamani colorati. Respiro a fondo, indosso gli occhiali da sole presi a prestito nel negozio ed inizio l’inseguimento. Non c’è nessuno davanti a me, solo un viale alberato, automobili e moto. Eppure io lo vedo, è laggiù, a un centinaio di metri da me, ha un passo regolare, basta aumentare la frequenza delle pedalate e posso raggiungerlo. E’ lui, il compagno di viaggio ideale, quello che, a seconda del mio umore, procede cupo al mio fianco o ride e scherza con me. E’ laggiù, il ragazzo eternamente torturato, vittima di tutti i regimi. Lo riprendo e cerco i suoi occhi per un attimo. Non c’è bisogno di parole, pedaliamo spalla contro spalla unendo forza e fragilità, fendendo la stessa aria, sognando insieme il traguardo di una valle silenziosa dove poter distendere le braccia, posare la schiena sull’erba e chiudere gli occhi vedendo e pensando solamente il sole.
Oppure, quando sono di buonumore, mi metto sulle tracce di Mercks, il più forte, l’eterno vincente. L’ho anche conosciuto un giorno Eddy Mercks, quello vero, in carne ed ossa. Gli ho chiesto l’autografo, ho accostato la bici alla sua e mi sono fatto scattare da un amico una foto che conservo come una reliquia. Mi ha sorriso il campione, ed ha provato a dirmi qualcosa in un italiano tagliente come una lama, pieno di erre appuntite e arrotate. Gli ho sorriso anch’io e gli ho detto grazie. Non sapeva, il belga, per fortuna, quello che pensavo in quel momento. Dicevo a me stesso che era forte, sì, era bravo il cannibale, ma io, se avessi potuto allenarmi a tempo pieno, lo avrei battuto prima o poi. E in ogni caso, mi dicevo, l’ho già battuto tante di quelle volte! Quasi ogni giorno lo immagino davanti a me, lo inseguo, lo supero e lo batto in volata. Povero Mercks, se sapesse quante volte l’ho sconfitto scoppierebbe a piangere come un ragazzino, come quella volta al traguardo di Sanremo quando fu costretto a ritirarsi dal Giro d’Italia. Per sua fortuna non sa niente, e io non ho intenzione di dirglielo. Lo lascio dov’è, nella leggenda, nella memoria, e sul viale che costeggia la pineta, pronto ad essere inseguito e staccato ogni volta che mi va di pedalare e di fantasticare.
Ne ho conosciuta di gente famosa in vita mia, ciclisti e atleti ma anche artisti e personaggi famosi. Ho incontrato la nipote di Puccini, un giorno. Bella come Tosca, come Madama Butterfly, vestita di colori accesi, delicata come un alito di vento, un filo di fumo, una melodia che danza sull’azzurro e sul verde. Mi sono perso nel sogno di lei, ed anche lei, forse, si è innamorata di me. Una cosa è sicura, ho ricorso la sua armonia, nel ritmo della fatica, nel cigolio dei pedali, nell’ombra disegnata sugli alberi, nel dipanarsi ondulato della strada che riflette le pulsazioni del cuore come il volo di un gabbiano che si specchia sulle acque di Torre del Lago.
L’ho inseguita, la musica di Puccini, si è lasciata raggiungere quando ha compreso che non volevo costringerla a seguire il mio cammino, volevo solo averla al mio fianco fino all’istante in cui avrei imparato, partendo da lei, a sentirne gli accordi nelle braccia e nelle gambe.
Ho inseguito anche un collega, l’occhialaio di Amsterdam: Baruch Spinoza, un uomo colto, un filosofo. Io, lo confesso, non sapevo chi fosse, me l’ha spiegato un mio amico. Sono ignorante, lo so, lo ammetto, ma lui mi ascolta, mi parla di filosofia, pedala e ride anche lui al mio fianco, dice cose assurde e cose vere come me. Non sa se i paesi a cui passiamo di fronte esistono davvero o sono immaginari, conosce solo le stille di sudore, l’imprecazione, la voglia di arrivare in cima alla salita per vedere cosa c’è lassù e cosa oltre, o magari solo per avere il vento fresco sulla faccia e sul petto, per quanto male possa fare.
Mi piace anche, di tanto in tanto, attraversare la città, sfrecciare sui viali pedonali e lungo la Passeggiata zeppa di gente. Con la bici luccicante, contromano, volo e vedo per un attimo breve le loro risa e le dita che mi indicano e tamburellano allusive sulla fronte. Corro, ed ogni istante cambia la gente, anche se la gente non cambia mai. Ma basta un colpo di pedale, elegante e potente come quello di Adorni, come quello di Koblet, e sono alle spalle. Spariti, andati, presenti e lontani.
A volte passo accanto a camion pieni di soldati. Seri, massicci, con le divise tirate a lucido. Passo a testa bassa come uno scalatore timido, Battaglin, Ocaña, Chioccioli. Passo piano e lascio correre i sogni. Immagino di poter montare a rovescio le ruote dei loro mezzi blindati e delle loro jeep come a volte faccio in negozio con le lenti degli occhiali. Mia moglie è convinta che lo faccia per sbadataggine e puntualmente si imbestialisce. Non sa che lo faccio apposta. Una lente rovesciata può essere magica, può far vedere il mondo a sghimbescio, può farti sbagliare strada e direzione e farti finire su una spiaggia dove gli unici proiettili sono gli zampilli che raggiungono la pelle dopo un tuffo tra le onde. Vorrei poter dire e fare davvero tutto questo, ma per ora so solo procedere muto. Continuo a inseguire però, a puntare lento e tenace verso la Cima Coppi, lo Stelvio, il Mortirolo, la più dura e la più ambita delle vette.
So correre anche all’indietro, so inseguire, guardando dritto davanti a me, anche il tempo, lungo viali illuminati da lampioni potenti come stelle o sulle pietre e la polvere degli stradoni, ai bivi sperduti delle campagne. Per chiedere indicazioni ad Alessandro il Grande, a Giulio Cesare, a Napoleone. Con la scusa di domandare come si arriva ad un borgo inventato, invitarli a pedalare con me, ad accorgersi che basta un campo di papaveri su cui stendersi quando si è stanchi e un ciglio di strada per vedere orizzonti e confini senza bisogno di oltrepassarli, senza la foga di sentirli tuoi, perché restano liberi, sempre, nonostante tutto, nonostante te.
Anche e soprattutto le donne, la bellezza, ho inseguito. Ragazze da marito e donne sposate, salite dolomitiche, erte, insidiose, rosa come la pelle e celesti come gli occhi baciati dal sole d’alta quota. Le ho inseguite, paziente, ammaliato, pedalando morbido e seguendo con le dita le curve dei fianchi e del seno. Mi hanno staccato spesso, per forza, per necessità, oppure, alla fine, mi sono lasciato sfilare io, ho fatto l’elastico lasciando che prendessero metri e filassero via, per paura, per lasciare spazio a nuove chimere e nuove fughe. Perché è bello a volte anche guardare la bellezza che si allontana sapendo che è stata tua, ha condiviso con te un tratto di strada, la meraviglia, la lucertola e il gatto che attraversano di fronte a te e ti sembra che ti sorridano come se avessero capito, come se conoscessero, loro, la magia dell’attimo: il rischio e il privilegio dell’asfalto, saper scivolare senza paura, contenti dell’istante che scalda di follia e di passione.
La mattina, dopo notti di amore rubato, tornavo al negozio ad incastrare frammenti geometrici di vetro. Le mani erano docili, per qualche minuto, riuscivo a guardare mia moglie e a sorridere alla sua saggezza. Lei capiva senza parlare, o magari si accorgeva, come me, che era meglio non capire, a volte è così, per sopravvivere.
La rispetto, l’ho sempre rispettata, è parte di me. Mi perdona, non mi insegue, ed io so bene che se volesse potrebbe raggiungermi in qualsiasi momento. Potrebbe mettersi di traverso sulla strada e bloccarla, guardarmi in faccia e obbligarmi a fissarla negli occhi. Non lo fa. Lascia che io vada, che sparisca senza preavviso lasciando negozio e clienti, soldi e porte spalancate. Lei è qui, sempre, la sento, so che c’è. Ci perdoniamo a vicenda: lei ha le sue ragioni, io la fortuna di averla e di scappare da lei.
Fuggo, sì, spesso da solo, a volte in compagnia. Con Enrica negli ultimi tempi, soprattutto con Enrica, una ragazza che pedala come un uomo, borbotta con una voce aspra che non riesce a nascondere e fa ondeggiare le spalle tozze, la testa e gli occhi che sorridono nel pianto. Vorrebbe raccontarmi storielle da caserma, barzellette sceme da osteria, da caraffa di vino rosso da un litro. Invece, regolarmente, finisce per parlarmi di sua zia, la vecchia Cesira che l’ha tirata su fin da quando è morta sua madre, tra preghiere, mani giunte, profumo di naftalina sullo scialle color Pentecoste e sulla gonna di velluto grezzo che respinge l’estate, la tramuta in una stanza cieca, una macchina da cucire dei primi del Novecento con una ruota arrugginita e una pedana su cui poggiano gambe gonfie. Mi parla di sé Enrica, del terrore e del desiderio di diventare come sua zia, delle albe già in attesa del crepuscolo, della bicicletta appoggiata al cancello del cimitero quando le ombre preparano la notte e resta solo il custode all’interno, quasi cieco, quasi pazzo, sempre preso a pregare e bestemmiare, a parlare coi morti e ad accarezzare le foto dei bambini e delle donne più belle. Entra di soppiatto là dentro, Enrica, con un fiore bianco colto in un prato da portare alla zia. Per pregare e respirare assieme a lei il silenzio della notte.
Mi attrae e mi atterrisce la mia compagna di escursioni. Mi piace, ma ho paura a guardarla in faccia, è troppo pallida, troppo luminosa, sgraziata e attraente. Temo di innamorarmene. Mi viene da ridere a confessarlo ma è così. Provo affetto per lei, vorrei strapparla alla gabbia dei ricordi, alle tarme nere che le rodono la mente, al vaso di cristallo della tomba ogni giorno più giallo ed opaco.
Presto o tardi lo faccio. Anzi no, lo faccio oggi stesso. La invito a pedalare con me, a buttarci giù per la discesa del colle ad occhi semichiusi senza pensare a niente, giù, più veloci del cuore, del sangue nelle vene.
Oggi lo faccio, io e lei in picchiata lungo i tornanti leggeri come rapaci, rapidi come ciottoli levigati, ignari di mura, paracarri, lamiere di auto che ci corrono contro.
So che lei parte sempre prima di me. Pedala vigorosa, è difficile da raggiungere. Io sono inseguitore però, è il mio ruolo, il mio mestiere. Macino metri sereno e concentrato, so dove andare oggi, conosco la via e la meta. Tengo un’andatura sostenuta da passista veloce, aumento ritmo e forza ma non la vedo, non c’è. Accelero ancora, do tutto ciò che ho. Niente. E’ fuori del raggio visivo, una curva oltre. Non ho più forze, la delusione mi fa sentire ora tutta la fatica accumulata. Mi pianto, mi blocco di colpo, riesco a procedere con immenso sforzo solo pochi centimetri alla volta. La salita ride fiera adesso, coglie il suo trionfo, la rivincita. Sorrido amaro e metto un piede a terra. In quel preciso istante sento una mano grande e lieve che mi sfiora la spalla. Mi volto lentamente con gli occhi dilatati. E’ lei, Enrica. Mi sorride, e, senza bisogno di parlare, mi appoggia le dita sulla schiena e mi invita a riprendere il cammino. Mi ha raggiunto, ha tenuto con ostinazione estrema il passo folle del mio scatto. Era partita dopo di me, attardata da un contrattempo. Mi ha scorto all’orizzonte e si è messa sulla mia scia, ha aspettato che esaurissi le energie e mi ha ripreso, pedalata dopo pedalata.
Sono stanco ora. Di tutto, anche della stanchezza, del sudore che un tempo adoravo. Con lei al mio fianco però ritrovo la voglia di spingere ancora un po’ sui pedali, quel tanto che basta per scollinare, rialzare la schiena dolorante e abbandonarsi alla discesa. La sento accanto. Mi guarda dolcemente. E’ felice adesso, e sono felice anch’io, sento il vento nelle orecchie ed è identico al suo riso. Mi perdo in lei, nel profumo, nella mano che mi sfiora la fronte e mi invita a chiudere gli occhi. Non c’è occhiale ora, non c’è lente, non c’è parola esatta e graduata che possa convincermi a tenere le palpebre aperte. Ho corso. Ho respirato la polvere e il polline dei prati e dei viali, fremendo, imprecando, cercando di capire e smettendo di cercare per comprendere davvero. Ho scelto le linee, le traiettorie da impostare, il margine di rischio, la prudenza e il gusto dell’impatto, muro di mattoni rosso sangue. Come il mio sangue che colorerà la strada, come un bacio, una carezza.
Ho conosciuto Enrica, ne ho avuto paura, una paura stupenda. L’ho fuggita tenendola al mio fianco, mi sono lasciato raggiungere fingendo di non averla veduta, di non aver percepito la sua presenza alle mie spalle. Ora volo con lei in discesa verso il mare, ad occhi chiusi e braccia spalancate. Le ruote girano, brillano nel sole. C’è ancora la strada, l’essenza, l’ossigeno che non vedi ma è ovunque, dentro di te, nella realtà, nel sogno. C’è ancora la strada, e la amo ancora. Posso diventare un granello di asfalto, un cristallo di roccia con cui gioca una formica. Posso muovermi rapido, inseguire l’infinito ed esserne inseguito. Essere tempo e spazio, spazio e tempo: una parete di cemento e il riflesso iridescente di un attimo che vola nel traguardo della mente a braccia alzate, gli occhi e le labbra spalancati in un sorriso, nel flash breve di una foto che cattura un bagliore di eternità.

http://rebstein.wordpress.com
Αναρτήθηκε από Konstantinos Kokologiannis στις 12:38 π.μ.
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Ετικέτες Greco e Greco Editori, Ivano Mugnaini, L’algebra della vita
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TRE PAROLE ILLEGGIBILI

Postato il Aggiornato il

Sul sito “Cartesensibili”, http://cartesensibili.wordpress.com/2012/09/02/tre-parole-illeggibili-ivano-mugnaini/ , è uscito a cura di Fernanda Ferraresso, che ringrazio, “Tre parole illeggibili”,  uno dei racconti del mio libro L’ALGEBRA DELLA VITA. Si tratta di una riflessione sul senso della scrittura e della sua arcana e vitale connessione con quel testo multiforme e complesso che è la vita. Buona lettura dell’illeggibile (se mi è concesso l’ossimoro). Un caro saluto a tutte e a tutti i “dedalonauti”. IM
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TRE PAROLE ILLEGGIBILI

Aristide Nicodemi cercava da anni un senso all’attività che lo portava a sporcare il bianco dei fogli con simboli grafici. Gli venne in mente un parallelo: senza alterigia, quasi con pena, si accorse che lo scrittore è una specie di dio, un essere costretto alla creazione, incatenato alla necessità di dare carne e sangue a pensieri eterei. In ogni racconto e in ogni romanzo uno scrittore prova a generare un mondo, fragile, traballante, minato dalla violenza dell’imperfezione, dalla bruttezza e dall’assurdo. Le alternative sono due: interrompere l’attività, negando in tal modo la sua natura innata, oppure individuare il percorso che conduce alla comprensione profonda, difficile, forse utopica.

A Santa Rita, patrona dei sogni impossibili, decise di rivolgersi Nicodemi. Un dio può chiedere aiuto ad una santa? – rifletté, con il più amaro dei sorrisi. Ma anche un dio necessita aiuto, si rispose. Meglio mendicare che morire, concluse. La Santa degli impossibili lo osservò, ieratica, enigmatica, e non una parola uscì dall’ineffabile bocca. Quella stessa mattina giunse a Nicodemi una rivista letteraria. Altre parole, pensò, acqua nel mare. Quando l’occhio gli cadde su un articolo, però, qualcosa si accese. Nella lettera autografa dello chirurgo-scrittore morente, Giuseppe Bonaviri, riportata in forma originale, c’erano tre parole illeggibili. In quel foglio con tanto di intestazione dello studio medico dello scrivente, tra segni scritti con mano malferma ma in qualche modo intelligibili, c’erano tre parole che sfuggivano a qualsiasi tentativo di decifrazione. Tre parole: un numero mai casuale, la perfezione nascosta nell’imperfezione. E se fosse lì il senso che cerco?, si chiese Nicodemi. Studiò quel foglio con enorme attenzione. Sentì, con la ragione e con l’istinto, che la verità di un dio può essere celata negli sgorbi di un chirurgo che non sapeva né poteva curare se stesso, forse divenuto cieco, forse demente.

Tre parole illeggibili, recitava inesorabile la didascalia posta a fianco del documento. Provò a decifrarli in ogni modo, Nicodemi, ma nessun segno era apparentabile ad alcuna lettera presente nelle altre parti dello scritto. Forse il senso è nell’assenza di senso? E’ collocato nell’imperfezione della morte che già avanzava nelle dita e nella mente dell’autore di quel messaggio estremo?

Provò ancora a vedere, a capire. Chiese aiuto ad esperti di linguistica matematica, poi, senza vergogna, si rivolse agli enigmisti e perfino ai maghi. Risero tutti, sarcastici, sconfitti quanto lui. Non si arrese. Le tre parole illeggibili divennero una condanna, una mania a cui dedicò i giorni e le notti. Il sonno svanì, la mente divenne un misero computer costretto a far scorrere in una scabra schermata milioni di dati inconciliabili, logaritmi contorti che si strangolavano da soli nella sovrabbondanza iperbolica di incognite di riferimento. Sentiva la testa scottare come se avesse la febbre. Provò a distrarsi pregando, bestemmiando, guardando in televisione programmi comici e seri, commedie e telegiornali. Provò perfino con i canali pornografici, ma sulle nudità ostentate scorrevano quelle lettere disarticolate, tetri tatuaggi su cui finiva per cadere l’occhio e crollare la mente.

Giunse ad un passo dalla pazzia. Arrivò a parlare da solo, in casa e per strada, mostrando ai passanti una fotocopia della lettera con le tre famigerate parole. Chiedendo ad ognuno, implorando, minacciando, piangendo, intimando di dirgli cosa volessero dire.

Alcuni fuggivano, altri a loro volta gli sbraitavano contro. Parole furiose: ma non quelle giuste, non la soluzione anelata. Un mattino come tanti, mentre si avviava verso la sponda del fiume, un bambino lo rincorse e gli gridò: “Quella lettera è tua. Puoi farne quello che ti pare e piace. Io faccio così: quando devo fare un disegno scelgo un colore che mi piace. A volte faccio un albero viola, con il tronco rosa e la chioma dorata. È roba tua. Fanne ciò che vuoi”.

Nicodemi lo guardò con affetto. Non fece in tempo ad accarezzarlo perché era già corso via, rapido come il sorriso che gli aveva lasciato, come un dono, come una beffa: si accorse di non aver risolto nulla, in fondo. Si rese conto di essere tornato esattamente al punto di partenza, di fronte alla domanda iniziale, nella condizione di dover dare misura al silenzio e al grido assordante delle potenzialità. Ma qualcosa in realtà era mutato. Sentì che a quel punto delle tre parole illeggibili non gli importava più niente; si accorse che era in grado di ignorarle, mentre le amava nel profondo come mai prima di allora. Le tre parole cifrate che il chirurgo morente aveva indirizzato alla vita, gli erano chiare a quel punto: “Non mi avrai”, ecco cosa aveva vergato quella mano tremolante. E, sopra, accanto, dentro a quelle parole, mischiate, fuse, abbracciate con rabbia e trasporto, altre tre parole: “Ti amo infinitamente”. Nell’atto della sconfitta il medico-scrittore ormai impotente aveva fatto vibrare nell’aria, fino al cielo, due urla sovrapposte, odio e amore, abbandono e passione. Un lasciapassare per la sola eternità alla portata dell’uomo.

Rise, Nicodemi, finalmente soddisfatto. Ma l’istinto acquisito in lunghe settimane di studio, lo portò a guardare un’ultima volta le tre parole sulla fotocopia spiegazzata che portava con sé. Ebbe un lampo, un’illuminazione. Fu certo di vedere, in quel momento, ciò che si celava davvero dentro quegli scarabocchi: “Non esiste cura”, e, nel medesimo spazio, “Ancora non capisco”. Al di sopra di tutto, come un coperchio che cela e sigilla, “Non voglio guarire”.

Rise ancora, Nicodemi. La sua soddisfazione sarebbe stata completa se non fosse sussistito un dubbio residuo: il vecchio chirurgo non voleva guarire dalla malattia della vita oppure era vero l’esatto contrario? Non si disperò, Nicodemi. Capì che quel dubbio sarebbe rimasto fertile, tenace, sia quando viveva i suoi giorni e percorreva il suo cammino, sia quando dava corpo e respiro al bizzarro personaggio di un racconto strampalato chiamato Aristide Nicodemi.

Ivano Mugnaini