Samuel Beckett

Svenimenti a distanza – anteprima del libro

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Come sosteneva Beckett, “è tutta una questione di voci; quello che accade, sono delle parole”. Mario Fresa in una delle liriche iniziali di Svenimenti a distanza, il suo libro di prossima uscita, descrive “Proposizioni in gabbia”, e alcune delle sbarre d’acciaio sono costituite dai ricordi, dalla necessità di trovare un senso a tutto, perfino al nonsenso, perfino al lutto, alla perdita, alla solitudine e all’assurdo.

Presa coscienza dell’impossibilità di dare misura esatta al destino, restano poche strade, sostanzialmente due: il mutismo oppure l’utilizzo delle stesse pietre e della stessa polvere, del medesimo percorso tramutato di verso e direzione. La parola diventa rotta trasversale del de-centramento. Non è un antidoto. Il veleno permane, è nel flusso, in circolo. Ma tale attività di escursione ed esplorazione delle vie laterali e divergenti è gioco vitale.

Se la parola evoca frustrazione, memoria che ferisce e riflessione che annienta, è con la parola stessa che lo possiamo e lo dobbiamo affermare. È un paradosso di fondo, uno “svenimento a distanza” che ci stende a terra e ci salva allo stesso tempo.

“Mi siedo fingendo di essere un suono/ interminabile. La strada arriva a te, cotone d’aria […] gioca/ senza riguardo a ricercare me, nello spedale/ delle parole vinte o sottili:/ topi di artiglieria che vengono alle mani,/ se tu gli muovi guerra; e così sia”, annota Fresa. Attraverso la parola, progressivamente, si esce dalla gabbia, o si finge di uscirne, ancora soggetti alla fascinazione, alla tana in cui ci rifugiamo e ci danniamo.

I versi diventano dialogo, svelamento, rivelazione profonda e coraggiosa di ciò che si pensa, tra riflessione e pura immagine stampata nella mente, un mosaico di tessere il cui senso svanisce, ci ingloba, cambia e ci trasforma istante dopo istante:

“Niente da fare, mamma: i poveri arrivano tardi,/ a tredici anni; c’è una sola risposta alla domanda./ Chiamiamo l’elettricista per non fare indigestione./ Il corpo della signora sembra perfino bianco, mentre guida ubriaca per la casa”.

Ci sono istantanee che restano nella mente leggere e acuminate per una vita intera. C’è l’ironia sapida e non di rado aspra di Fresa, mai aliena però all’umanità più profonda, quel senso di fragilità condivisa in tutto e per tutto tranne che nella resa incondizionata. Fresa con un sorriso lieve e serio continua a porsi e a porre a noi le questioni più scomode, quelle che non dovrebbero essere rese pubbliche.

“Un luogo esiste almeno cinque volte”, sostiene. E questo verso ha il fascino di un’indeterminatezza che assume a poco a poco contorni che ci chiamano in causa: “Riprovano a lasciarci sulla rotta,/ senza mutare o restando con una certa età;/ viene da dentro, come se lui non fosse un mostro/ che ha un solo desiderio: passare dal fatto alla certezza pura./ Facciamo il tutto esaurito./ Se non ti volti nemmeno adesso – è tutta qui la mia/ speranza – tu dormirai nel nulla,/ come salvato dall’attesa”.

Qui di seguito pubblico alcune delle liriche tratte da Svenimenti a distanza il libro di Mario Fresa in uscita presso Il Melangolo.

Si tratta di un’anteprima che Fresa mi ha inviato in lettura. Il mio invito è quello di salvare nella memoria questi versi lontani dai sentieri eccessivamente battuti e transitati. Non per trovare risposte impossibili, ma per ripercorrere con traiettorie libere e originali le domande imprescindibili. IM

*******

versi tratti da Svenimenti a distanza
di Mario Fresa
*
Porto l’intera stirpe del lavoro
dietro casa, metà bicchiere e metà pesce;
la prima parte, decido di lasciarla poco
più sopra; l’altra metà la fisso sulla terra,
fino a stancarla.
Mia madre resta dura, dura, e cresce in aria.
Si volta giù dalle sue stelle
e sa creare un albero, da vera intenditrice,
anche partendo da un proverbio.
Tale è l’importanza di cambiare un po’
il registro, di uscire dal tappeto dichiarando:
Non so bene come ci sono entrato, qui.
L’altra risorsa è pestare un po’ la voce, per ottenere
un certo tema di combustione; a lei ricordo che anche
un santo può cambiare cognome, se gli va;
e poi, di scatto, sedere coi capelli mostrati a dito,
perché visti da tutto il vicinato: sollevo il freddo
dal tuo letto che mi dice essere buono, onesto.
Poi ordina speranza, ma la lascia
proprio a metà sul piatto,
quasi contento di non pagare più.


*
Proposizioni in gabbia

1
Ben detto. Pari saranno la mattina e i vocaboli
sporchi da te, nel sottosuolo, come pestarli
al suono di certi insetti così pieni
di viva, bollente calma!
Perciò ringrazio te, fato-giornale,
mentre ti avvolgi come un uomo
che capita a sorpresa,
che discute con l’emicrania
da riparare in casa.
2
Se dormo, come un’ombra cinese, mi sento
più giardino di ieri.
Che fare, allora, così dritto,
mentre cadi nell’orologio e vedi muoversi,
contro di te, l’essere puro
di un animale in gabbia?
L’odore me lo porto alla mia casa.
Forse nessuno lo vuole fare più:
dare le spalle alla finestra che ci parla;
vedi, ho fretta della tua voce.
Così rimani viva pure tu.
Diventi sola e non ti sai bene
comandare. Somiglia a chi la sceglie
per mesi interi: sta come
una scuola di sostegno che, va da sé,
gonfia e scompare sempre di più,
come un pensiero muto.


*
Sul cumulo della testa riesco a malapena a dare
una certa età; ne puoi pagare il conto col termometro
fisso sulla parete: sono lo stesso nuotatore
che cerca di salvare tutte le macchie, di sparire
nell’emicrania come un bicchiere d’acqua.
Lo porto a riva con l’inganno di dirgli
che è solo un corridoio,
una grazia che vive nella sua stretta intimità.
Lo so che non ti piace l’autocritica.
Se dici “piano”, mi lascerai la tua bellissima
schiena-afrodite da baciare
ancora un po’?


*
Cometa
Lo immagino salire a scatti, cercando le pareti
per aprire una cosmica giuntura,
così grazioso nel riparare le paure
sommate sulla terra, sugli occhi lieti di macinare
una marziale grazia
nelle sue tasche azzurre:
tiriamo dove arriva il bianco del giardino
sulla tua fronte: la mano si è confidata
come una specie
di universale portineria.


*
Mi siedo fingendo di essere un suono
interminabile. La strada arriva a te, cotone d’aria,
per essere guardata
con autentica pazienza da chi parla,
da chi risponde: «Non l’ho sentito per nessuno, mai. Te l’assicuro».
Prova a spezzare le tue movenze in quattro,
come un avaro mostro che gioca
senza riguardo a ricercare me, nello spedale
delle parole vinte o sottili:
topi di artiglieria che vengono alle mani,
se tu gli muovi guerra; e così sia.


*
In tanto spazio, quanti nemici stanno
nella materia? La tua voce raggiunge
le dita e noi saremo uguali
per sempre. Ma cos’era successo davvero,
ai nostri poveri amici? Oltre il giardino
dell’ospedale, dico? Oltre l’abbraccio
della prima ora?
E tu, scontrosa diligente, mi basterai per l’ultimo
proiettile, per questo allegro ballo
inciso nel fosforo dell’aria?


*
1.
Nemmeno se mi appoggio sui fianchi
del temporale – e voi zitti, miseri di cuore! –
lei riuscirà a convincermi ad uscire,
a rimanere qui. Quando è così, mettiamoci
una pietra sopra, mi disse appunto sulla soglia
del matrimonio, l’amico delle Funebri onoranze.
2.
La sua cenere, dice, quasi mi abbaglia
con le lancette in mano; oh, brutto segno.
Mettiamo, che so, che il conduttore voglia prendere,
all’improvviso, i suoi parametri lisci,
i suoi propositi da bravo inserzionista di macerie;
alla prossima città, traforerò l’armadio
di qualche segreto da ristorante.
Avrai capito, no?
Così ci inginocchiamo, adesso, per toccarla, e lei si crede
quasi un santo, una specie di banca di periferia.
3.
La seconda prova è questa.
Una volta interrogata, lei sbotta: Macché progresso o guerra!
Si difende, allora, più o meno come
un insetto-favola: diciamo quasi da farmacia.
Non ci basta capire! Non è legale e non abbiamo più
nemmeno le mani legate come un tempo.
Ma senta, le dico io di scatto, senza
più mezzi termini: uno, insomma, può abitarci proprio vicino,
contarli uno per uno, ma poi non lo sa bene
che i toni riappaiono così, senza che
lo vogliamo noi?


*
Il rapporto tra noi è una
gengiva azzurra; e tanto si dimentica lo stesso.
(Come i gamberi e l’acqua nodosa,
che li fanno diventare eterni).
Ancora un ospite e odore
di esempi finiti male.
Meglio svenire in qualsiasi
continente che tra le tue braccia.
Neppure giurare o diventare ciò che si vede.
No: rallentare in una pianta morbida, ovale.
Risalire un po’ di meno.
Chi se ne è andato paga il conto
perché è solo: e tu, quasi sorella, entrando con un graffio
tra le facciate gigantesche, alle parole bianco e annoiarmi,
sei scivolata
con una rara facilità da polvere da sparo.

*

Sortita
1.
Quella in fondo al corridoio, non sarebbe andata
a casa mai da sola. Chissà cosa le prende?
Se avevate intenzione di maltrattarmi, fatemi almeno entrare.
Lei, come d’accordo, torce fra le sue dita il parente più vicino,
e corre al salvataggio.
Si pianta, cioè, all’ingresso della soglia e non passa più nessuno.
Scendiamo come fiori
nel villaggio giocattolo di ieri.
2.
Niente da fare, mamma: i poveri arrivano tardi,
a tredici anni; c’è una sola risposta alla domanda.
Chiamiamo l’elettricista per non fare indigestione.
Il corpo della signora sembra perfino bianco, mentre guida
ubriaca per la casa.
3.
Stia tranquilla, però! Di certo il suo cervello si stancherà.
Oltre i visceri, gli unghioni, la sua tela;
quel liquido vischioso…. le mandibole uncinate….
E quando l’ha finita di colpo, la vera punizione è data
non solo perché abbiamo peccato, ma perché adesso
noi non pecchiamo più.


*
Alcuni gli vogliono bene quanto basta, felice purgatorio
senza vele – e lui così, turbante sulle gambe; occhio sparito
fin dal principio; si sposerà? –. Eppure adesso gli sale
tra le gote un vento leggerissimo che resta
senza pace. Poi lascia la nostra roba all’aria,
e nel silenzio messo presto in discussione (gridare
dalla finestra fino a volersi rovinare proprio il mento,
le gambe, la prossima stagione…).
Più centrale, più acuta. Se ne ricorderà.
Ecco la luce che fa più uguale, adesso,
il tuo veloce sguardo al mio.
I nomi precipitati giù dall’ascensore, o semiaperti,
dimenticati; confusi soprattutto per il caldo innaturale.
Un accidenti che vuole proprio me, anche se dice
di non sapere amare.
Se qualcuno, cioè, gli vuole bene,
non lo dirà proprio a nessuno.
Mai rendere pubblico un disastro.


*
Un luogo esiste almeno cinque volte.
I successivi due anni nessuno ne sa niente e lo teniamo
a bada, giusto ai confini della guerra. Per essere felici,
apriamo i nervi ottici e stacchiamo l’ombra netta
alla radice: un modo di spezzare il tuo cervello
quasi perfettamente in due.
Accade, allora, che lui – nel centro del dolore –
torni ogni giorno al mio indirizzo.
Riprovano a lasciarci sulla rotta,
senza mutare o restando con una certa età;
viene da dentro, come se lui non fosse un mostro
che ha un solo desiderio: passare dal fatto alla certezza pura.
Facciamo il tutto esaurito.
Se non ti volti nemmeno adesso – è tutta qui la mia
speranza – tu dormirai nel nulla,
come salvato dall’attesa.


* * *

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Mario Fresa è nato nel 1973. Già collaboratore delle riviste “Caffè Michelangiolo”, “Paragone”, “Palazzo Sanvitale”, “Nuovi Argomenti”, “Almanacco dello Specchio”, “Gradiva”, “Smerilliana”, “Capoverso”, “Il Monte Analogo”, “La clessidra”, “Levania”, “InOltre”, “L’area di Broca”, “Nuova Prosa”, “Erba d’Arno”, “Carteggi Letterari”, “L’Ortica”, “Punto”, “Semicerchio”, “Il lettore di Provincia”, “Cortocircuito”, “Risvolti”, “Vico Acitillo 124”, “Il Banco di lettura”, “La Mosca di Milano”, “Secondo Tempo”, ecc., è traduttore dal latino e dal francese (Catullo, Marziale, Pseudo-Bernardo di Chiaravalle, Musset, Desnos, Apollinaire, Frénaud, Char, Duprey, Queneau) ed è autore di vari libri di critica e di poesia. Tra i suoi ultimo lavori: Omaggio a Marziale (2011); Uno stupore quieto(2012); La tortura per mezzo delle rose (2014); Come da un’altra riva. Un’interpretazione del Don Juan aux Enfers di Baudelaire (2014); Catullo vestito di nuovo (2014); Teoria della seduzione (2015); In viaggio con Apollinaire (2016);Le parole viventi. Modelli di ricerca nella poesia italiana contemporanea (2017);Alfabeto Baudelaire. Dodici traduzioni dai Fiori del Male (2017)

GLI SMS DEL SIGNOR GODOT

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Un breve omaggio, o meglio messaggio, all’imprescindibile irlandese, nell’anniversario della sua morte.

Ma “il silenzio non è tacere”.

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GLI SMS DEL SIGNOR GODOT

Beckett e l’immutata attualità dell’attesa

Ho immaginato varie volte di bussare alla porta di Beckett. Un irlandese che scrive in francese e parla un linguaggio elementare e arcano, universale in fondo, come un codice in attesa di decifrazione. Beckett e il suo Aspettando Godot, Stele di Rosetta della letteratura che anela a qualche Champollion che ne individui la chiave di lettura. Per poi magari, alla fine di tutto, risultare ancora sublimemente inafferrabile.

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Aspettando Godot tratta, a ben vedere, di forme d’arte. Forme d’arte fondamentali, umane per eccellenza. Una eterna e l’altra eternamente attuale. La prima è l’arte della sopravvivenza. Nei confronti del dubbio, della miseria delle certezze, della comunicazione tra simili, dell’orrore e del bisogno di guardarsi attorno, un passo oltre la propria ombra. La seconda arte è altrettanto ardua: l’attesa. Quasi un tentativo di scolpire nel marmo il vento, l’aria, l’istante che c’è e quello che manca. Oggi più che mai, nonostante le comunicazioni in tempo reale, le e-mail e gli SMS, Messenger e Whatsapp, l’impressione è che, nel bel mezzo del messaggio, con le dita che quasi si intrecciano per la rapidità, ci si trovi a volte sospesi, bloccati in una smorfia parente stretta di un sorriso, o viceversa. Un po’ come Vladimir ed Estragon. Ciascuno ad aspettare un Godot che non può venire. Ma che, anche lui non a caso tramite un messaggio, ci fa sapere che di sicuro verrà domani.

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Vladimir ed Estragon, abili unicamente a rispondere e a rispondersi fuori luogo, troppo presto o troppo tardi, imbestialiti e incavolati quasi sempre, e quasi sempre senza sapere perché, malinconici, immancabilmente, malgrado loro. Schiacciati dal peso di un “io” misero, ispido e adiposo, goffo, ingombrante, enorme grottesco peluche. Per trovarli, per trovare i nostri eroi, spesso non necessita pagare alcun biglietto (la SIAE, speriamo, ci perdonerà). Spesso basta ascoltare ordinarissimi dialoghi nelle strade, negli uffici, nei negozi… Beckett viene regolarmente annoverato tra gli autori del “teatro dell’assurdo”. Martin Esslin in The Field of Drama(Methuen, Londra e New York, 1986) riguardo alla drammaturgia di Beckett sostiene che “the meaning that the author might have wanted to express might merely be that it has no meaning”. Il significato, a suo avviso, è nell’assenza di significato. Posizione salda, certo. Con il tempo tuttavia, con l’attesa, Aspettando Godot si rivela anche e sempre di più un testo fondamentalmente “realistico”. Ciò che accade sono vuoti, silenzi, parole e speranze del tutto autentici e a noi familiari. Giocando con alcuni titoli beckettiani, si può dire che La lezione da imparare prima della Fine di partita è che, sicuro, di Vladimir e Estragon ci somigliano, terribilmente, e la presa di coscienza è già ricchezza, appoggio, fuga magari.

Tale presa di coscienza avviene tramite un testo che con la potenza dell’indeterminatezza ci aiuta a comprendere per quanto possibile questo mondo oscillante tra serietà e farsa, tragedia e riso, God e Charlot. Godot, appunto.

Forse.

Un testo da cercare ancora per poi ripetersi magari assieme ai protagonisti: “Nasciamo tutti folli. Alcuni lo rimangono”.

Una pièce da rivedere o da rileggere per poi poter fare eco ai personaggi dell’Amarcord felliniano, quelli che all’uscita dalla sala cinematografica dichiaravano: “Mi sono divertito tanto. Ho pianto tutto il tempo!”. Fare come loro ed esclamare all’uscita del teatro o alla fine della lettura diAspettando Godot: “Non ho capito niente. E ho capito tutto quello che c’è da capire”. Un punto di partenza. Uno dei pochi attualmente praticabili. Sempre, ovviamente, nell’attesa che venga a farci visita, domani magari, il signor Godot o chi per lui.

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