storia

I sommersi e i salvati. Note a margine su Primo Levi

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“La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è proprietà della sostanza umana. Gli uomini liberi danno a questo scopo molti nomi, e sulla sua natura molto pensano e discutono, ma per noi la questione è più semplice. Oggi e qui, il nostro scopo è di arrivare a primavera”.

Le parole sono di Primo Levi, su cui ho scritto alcune note a margine su L’Ottavo. L’impressione è che certe parole conservino sempre una possente attualità. 

Rimando, per la lettura di questo e di altri articoli della rubrica “Luoghi d’Autore”, a  questo link: https://www.lottavo.it/2020/04/note-a-margine-su-primo-levi/  .

IM

I sommersi e i salvati - Levi, Primo - Ebook - EPUB con DRM | IBS

 

 

NOTE A MARGINE SU PRIMO LEVI

Di Ivano Mugnaini

La discesa negli inferi senza un vero ritorno

La guerra c’è sempre. Il resto è solo tregua.

Anzi, la guerra è sempre, è il presente che non muta, resta, a rincorrere, a mordere e strappare via la carne dei giorni.

Questa è la prima sensazione, il sapore agro del primo impatto con le parole di Primo Levi. Ben più complesso è il percorso che ha compiuto e ha voluto trasmettere. Preso atto del dolore, dell’assurdo sovrumano, anzi inumano, in grado di negare la natura stessa dell’umanità, l’alternativa è la resa, l’inazione, il silenzio, oppure il cammino della testimonianza.

Essendo conscio della fragilità e dell’imperfezione della memoria, Levi, da uomo di scienza, ha registrato tutto con oggettività, prima che qualcuno, forse lui stesso, potesse dire un giorno che i dettagli non erano esatti, non corrispondevano le dosi, le componenti, gli elementi della pazzia. Si è assunto il compito, da chimico attento e paziente, di registrare, trascrivere, riportare, in forma di parole, elenchi di eventi e gesti, attimi e corpi morti e vivi, i sommersi e i salvati.

Primo Levi (Foto da wikipedia)

Il vero viaggio di Primo Levi è stato dentro una memoria a cui dava vita passo dopo passo e da cui gradualmente veniva annientato, come da un acido corrosivo. Conscio di questo, non si è mai fermato, fino a quando ha potuto, finché ha avuto la sensazione di avere la forza di poter continuare ad essere utile ai suoi simili. Finché è riuscito a rievocare gli orrori più grandi conservando spazio per un sorriso, amarissimo ma tenace. La prova che il nemico aveva perduto. Perché la vita e l’umanità resistono perfino ad Auschwitz. Resistono all’annientamento, alla ferocia pianificata e resa meccanica, con una struttura industriale, per tramutare gli uomini in materia inerte. Ma la materia inerte non sa sorridere, non sa rievocare, seppure con la morte nel cuore, tutte le occasioni in cui nei campi di sterminio è rimasta viva la fame di arte, di musica, di letteratura, o semplicemente la volontà di vita a dispetto di tutto, essa stessa forma primaria e assoluta di poesia.

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Il viaggio di una promessa

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Un racconto a volte è un’occasione per riflettere sulla Storia, sulle pagine ancora oscure, su quel desiderio di fare luce, per comprendere realtà che si fanno specchio di qualcosa che va oltre i confini del tempo e dell’individualità e finisce per coinvolgere, nel profondo, tutti noi.

La trama del libro è basata sulla ricerca da parte dell’autrice dell’uomo  che aveva aiutato la sua famiglia di origine a fuggire dalla rivoluzione iraniana. In questa ricerca si esprime la promessa (richiamata nel titolo) fatta al fratello morente per ringraziare quell’uomo, di nome Sherko, che aveva salvato la famiglia di Fatemeh.

Il risultato della ricerca porta con sé qualcosa di più ampio e inaspettato: conduce gradualmente a conoscere la realtà degli armeni che ancora oggi sono costretti a nascondere la loro vera identità e religione per sopravvivere in quella terra conquistata dai turchi.

Il nodo che il libro accoratamente rivela e su cui pone l’accento è proprio la condizione, assurda e per molti versi emblematica, che ancora oggi, nel 2019, a distanza di molti decenni dal Genocidio, impedisce agli armeni di manifestare la loro vera identità e la loro vera fede e li costringe a fingere, per poter sopravvivere, di essere musulmani e turchi. 

Una condizione crudelmente emblematica, su cui il libro, adeguatamente e con acutezza, ci invita a riflettere.

Questo libro, coinvolgente e ben costruito, frutto di anni di ricerca, è un modo per conoscere mondi in apparenza distanti e di cui sappiamo ancora troppo poco.

Con i loro misteri, con il dolore e la voglia di bellezza e di riscatto che manifestano, i personaggi descritti nelle pagine del libro possono aiutarci a esplorare con maggiore consapevolezza i territori del nostro presente, i conflitti, i disagi e gli attriti al di sotto della superficie e su terreni scoscesi, tra radici condivise e sentieri che solo la conoscenza può permetterci di percorrere evitando di ricadere negli stessi baratri, in identici abissi e cercando spazi più vivibili fatti di libertà di espressione e di pensiero.

IM

 

 Vi segnalo in questo articolo il libro di Fatemeh Gaboardi Maleki Minoo

Il Viaggio di una promessa

Attraverso la storia di un popolo dimenticato: gli armeni nascosti dell’Anatolia  

“Ho vissuto e condiviso le storie quotidiane del popolo curdo e del popolo armeno, entrambi martoriati da interessi politici ed economici, ma sempre fieri e pronti a rialzarsi. Per questa ragione ho voluto ricordarli attraverso il racconto della mia esperienza, facendo conoscere le loro vicende.

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Il misterioso fascino di una donna “fuori moda”: Elsa Morante

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Elsa Morante 1

“Ci muovevamo sperduti, come attraverso un fragore prorompente, che ci urtava, ci avvicinava e ci separava, vietandoci d’incontrarci mai.”

Elsa Morante 2
La frase sopra riportata può essere considerata una sintesi emblematica della scrittura della Morante nonché uno spaccato dei diversi punti di vista tormentati che caratterizzano i suoi lavori. E’ un’autrice nella cui produzione i motivi autobiografici, come vedremo, sono sempre significativi e rivelatori. La mia chiave di lettura cerca di indagare come e quanto le vicende personali dell’autrice si intersechino con le vicende e gli eventi del mondo e in quale misura riescano a farsene specchio.
Di sicuro la Morante è stata ed è una scrittrice complessa. Per scelta e per istinto ha coltivato forti elementi di ambiguità, in particolare l’androginia, che rende problematica la cifra realistica dei romanzi. La lotta fra immaginario e reale è il tema chiave, il nodo da sciogliere.
Leggendo le pagine della Morante si percepisce netta un’enorme ansia espressiva. Ciò la conduce ad un’adesione a modelli narrativi consolidati appartenenti alla tradizione, ma, nei suoi esiti migliori, li oltrepassa, li supera in virtù di un sentire dolorosamente netto e di un senso dell’oppressione mentale e morale del tutto sinceri e moderni.
Partendo da questi punti di riferimento si può tentare di intraprendere questo nuovo viaggio letterario. La Morante spazia tra filastrocche e favole per bambini, poesie e racconti brevi ma anche alcuni dei più celebri, e in gran parte amari, romanzi italiani del ‘900: Menzogna e sortilegio, L’isola di Arturo, La Storia, Aracoeli. Ebbene, nelle pagine dei suoi romanzi, nei contorni di isole, paesaggi e personaggi, nelle pieghe di esistenze in bilico sopraffatte dalla Storia, si scorge il profilo di una donna libera, sopra le righe e fuori dagli schemi, capace di sfuggire sistematicamente stereotipi ed etichette preconfezionate. Forse davvero “una grande solitaria”, come la definì Franco Fortini. Ma soprattutto una scrittrice che ha saputo lasciare un segno pur prescindendo dall’identificazione con le correnti letterarie del suo tempo.
Le sue opere non sono solo la trasposizione del suo pensiero ma il frutto dei conflitti interiori e delle vicende personali e storiche in cui si trovò a vivere.
La prima tappa del percorso che tentiamo di tracciare non può che essere Roma, la sua città natale. Figlia naturale d’una maestra ebrea e di un impiegato delle poste, alla nascita fu riconosciuta da Augusto Morante, sorvegliante in un istituto di correzione giovanile. Trascorre la sua infanzia a Testaccio, in questa famiglia insolita dai segreti ingombranti. Inizia a scrivere filastrocche e favole per bambini, poesie e racconti brevi che a partire dal 1933 e fino all’inizio della seconda guerra mondiale, furono via via pubblicati su varie riviste tra cui il “Corriere dei piccoli” e “Oggi”. Pubblicava usando spesso, come si è accennato, pseudonimi maschili: Antonio Carrera e Lorenzo Diodati. Già da qui l’ambiguità che caratterizza la sua carriera letteraria e quel suo piglio di farsi chiamare “scrittore”, quella voglia di essere ricondotta ad un universale rispetto alla specificità di una letteratura femminile.
Fu costretta a confrontarsi fin dall’adolescenza con luoghi e situazioni che la indussero ad esplorare  i lati oscuri della psiche. Tali esperienze la porteranno ad affermare anni dopo, quando era già una scrittrice affermata, che “bisogna scrivere solo libri che cambiano il mondo”. Cambiare il mondo per cambiare se stessa.
Nel 1936, grazie al pittore Giuseppe Capogrossi, Elsa Morante conosce Alberto Moravia con cui si sposa nel 1941, anno in cui pubblica con Garzanti sua prima raccolta di racconti, Il gioco segreto.
Filo conduttore dei racconti sono le trasformazioni e le metamorfosi dei personaggi: il gioco, serissimo e lieve, consiste nella sopravvivenza dell’umanità.
Assieme al marito Moravia frequenta alcuni intellettuali e artisti di assoluto rilievo tra cui Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, Attilio Bertolucci, Giorgio Bassani, Sandro Penna, Enzo Siciliano. Ma, come spesso accade nella sua vicenda esistenziale gli estremi coincidono e si sovrappongono: la fase dell’incontro corrisponde a quella della fuga. Durante la seconda guerra mondiale, per sfuggire alle rappresaglie dei nazisti, la Morante e Moravia si rifugiarono vicino a Fondi, un paesino in provincia di Latina.
Qui la Morante inizia la stesura di Menzogna e sortilegio ma questa difficile esperienza sarà anche alla base della successiva scrittura de La Storia.
Nel 1957 pubblica L’Isola di Arturo, nato e scritto totalmente a Procida, con cui vince il Premio Strega. E’ la storia della difficile maturazione di un ragazzo che vive quasi segregato nel paesaggio immobile dell’isola di Procida, accanto all’imponente presenza del penitenziario.
Dal romanzo scaturirà cinque anni dopo il film di Damiano Damiani. Il romanzo ha la struttura di una fiaba ma anche qui la realtà fa sentire la sua presenza e la sua voce. Il materiale letterario della scrittrice si nutre di se stesso, di letteratura, il romanzo si innerva in altri infiniti romanzi meravigliosi immaginati da Arturo, una metaesistenza basata su una vasta metaletteratura.
Per poter finalmente parlare del capolavoro della Morante, La storia, è necessario fare un passo indietro, tornando al periodo dell’esilio a Fondi, circondata e minacciata dalla violenza del mondo. Nel borgo in provincia di Latina, in quello che lei stessa definirà “una specie di porcile” lei e Moravia daranno vita a due delle loro opere più significative. A Fondi Moravia concepì La ciociara proprio mentre la sua compagna maturava il disegno di quello che sarà poi il suo punto di arrivo, La storia.
La Morante, iniziando il processo creativo che la porta a realizzare il suo libro più significativo, si scopre in grado finalmente di rovesciare il cannocchiale. Dal microcosmo passa al macrocosmo, abbandona l’isola ed abbraccia il mare aperto, con la sua globale fascinazione e crudeltà.
La storia è il romanzo della Morante. Tutto il resto del suo mondo appare in qualche modo preparatorio, propedeutico. Ne La storia trovano compimento gli anni e le esperienze, le poesie imperfette e i lavori di formazione, le isole utopiche dissolte dalle deflagrazioni della guerra e della verità. Ma nel suo romanzo più significativo il “realismo magico” trova il compimento nella forza della sincerità: gli umili, i vinti, quelli che la scrittrice ama e dalla cui parte si schiera, non prevalgono, non possono sperare in nessun successo, rivalsa o provvidenza. I promessi sposi sono lontani, fondamenta possenti ma ricoperte dalla macerie degli anni e degli eventi. I vinti vengono sballottati sugli scogli, e non c’è più alcuna isola di miti generosi e assolati che possa accoglierli.
Nel periodo del rifugio in quello che venne poi definito, una sorta di porcile, vicino a Fondi Elsa Morante trova la dimensione giusta, la compenetrazione con il mondo contadino che accoglie e protegge lei e Moravia senza pretendere niente in cambio. Con il trascorrere degli anni trasferirà e collocherà le emozioni percepite a Fondi nell’ambito a lei più naturale, la città di Roma, con i quartieri che conosce a menadito, con il modo di vivere, di pensare e di reagire alle sciagure che ha radici antiche e a cui lei aggiunge nuova vita e attualità.
Inizia a guardare le cose come sono. Senza tentare di edulcorare la ferocia con la fiaba né di contaminare la bellezza della resistenza con la retorica.
Uscito nel ’74, negli anni delle ideologie e delle avanguardie, “la storia” della Morante si allontana dai canoni stilistici del tempo confermando la sua originalità, la sua natura di atipica e vorace autodidatta. Disorienta ma indaga su vicende di dolore e riscatto in cui tutti si possono riconoscere.
Questo suo essere una voce fuori dal coro e dalle correnti le valse non poche ostilità dividendo la critica, indipendentemente dal significativo riscontro di pubblico del libro. Alcuni le rimproverarono di non essere al passo con i tempi, di aver conservato una struttura narrativa ancora ottocentesca. Altri la esaltarono considerandola in grado di attraversare territori letterari diversificati vivificandoli, dando loro un’impronta nuova. Ai due estremi contrapposti si collocano coloro che la considerarono segnata da un populismo di maniera e chi al contrario apprezzò la sua capacità di dare voce ad una passionale coralità.
La figura di Elsa Morante continua ancora oggi a dividere.
Dopo trionfi e delusioni, fughe e ritorni, il motto della Morante, la sua stella polare, “bisogna scrivere solo libri che cambiano il mondo” trova compimento puntuale nell’atto del suo tradimento: La storia è un libro che cambia il mondo nel momento esatto in cui smette di volerlo cambiare e inizia a raccontarlo così com’è, tra sangue e sogno, fiaba e massacro.
Ancora oggi, nonostante le schiere di lettori, le innumerevoli edizioni e riedizioni, i convegni e i dibattiti a lei dedicati, Elsa Morante resta una figura a se stante, aliena dalle correnti e dagli schemi prestabiliti. Il costante collocarsi fuori moda da parte della scrittrice, la rende complesso e controverso oggetto di studio e di valutazione, ma, sul fronte opposto, la strappa alle mode effimere e contingenti. Diceva a proposito di moda una che certamente se ne intendeva, Madame Coco Chanel: ” La moda passa ma lo stile resta”. Nel caso di Elsa Morante è stato proprio così. La forza della sua narrativa risiede ancora oggi nella complessità che rifiuta, per scelta e per istinto, soluzioni univoche e rassicuranti.

Ivano Mugnainifoto(4)

STELLEZZE di Paola Febbraro

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Una mia nota di lettura a STELLEZZE di Paola Febbraro. Un libro atipico, arcano, solare, crudo e dolce, lieve e intenso. I.M.
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Nota di lettura a Stellezze di Paola Febbraro, a cura di Anna Maria Farabbi, Lietocolle, Faloppio, 2012

Leggendo i lavori di un poeta scomparso spesso si ha l’impressione di percorrere le stanze di un museo, prendendo visione degli armadi e degli archivi, delle catalogazioni attente, precise, definitive. Tutto questo non accade con il libro Stellezze di Paola Febbraro. Non accade in virtù di quell’esuberanza irrefrenabile che nasce dall’incontro alchemico tra l’ebbrezza infantile, conservata avidamente e golosamente da Paola fino in fondo, e il pensiero, autenticamente libero, filosofico senza rigori sterili a cui dava vita e da cui riceveva la curiosità, l’impulso ad esplorare, nonostante tutto. La parola “vita” è quella che emerge alla mente e riecheggia dentro con più frequenza e nitore leggendo questo volume curato da Anna Farabbi ed edito da Lietocolle. La vita nel suo insieme, in quella totalità complessa, multiforme, composta di ossimoriche misture, moltitudini e solitudini, pazzie e ragioni, piaceri e dolori. Non si tratta di un paradosso né di un guanto di sfida lanciato in faccia al destino da un’artista che ci ha lasciato troppo presto. La sua vittoria sulla morte è spontanea, naturale, non cercata né voluta. È resa possibile, lo si percepisce pagina dopo pagina, dal modo in cui l’autrice ha saputo percorrere il mistero, il suo, individuale, e quello di tutti. Con un modo sincero di attraversare la strada che le è toccata e che ha scelto: guardando negli occhi il sole e la pioggia, cantando con amore perfino alla morte, alla solitudine, alla pena. Senza astio. Con la dolcezza di chi sa di possedere il dono ed il peso della parola, la condanna meravigliosa e terribile chiamata poesia.
Si può permettere allora di trasformare il tempo in una serie di disegni abbozzati, quasi fumettistici, quelli riprodotti sulla copertina del libro. Per sfuggire alla ripetitività routinaria degli obblighi e della solitudine, l’ironia si fa schizzo, sarcasmo difensivo, una terra di nessuno tra la gioventù e l’età adulta. Estrema serietà e solida leggerezza. Il volo di una farfalla trasforma un volo effimero in un segno, una traccia di simboli e richiami tracciati nell’aria, invisibile solo a chi è cieco dentro. I versi di Paola Febbraro parlano della sua esperienza esistenziale, sono l’eco dei suoi gesti, i suoi incontri, i passi del suo cammino. Eppure questo apparente egocentrismo in realtà è ampia, vigilata, deliberata richiesta ed offerta di condivisione. L’altra parola chiave rilevabile è, accanto a vita, condivisione. Il libro stesso è una forma di dialogo continuativo, ininterrotto, con Anna Farabbi e con coloro che hanno saputo leggere i versi di Paola quando era in vita, spartendo con lei lo spazio abitabile di questo tempo e questa terra. Ma anche per chi scopre l’autrice per la prima volta grazie a questo libro lo scambio è “immediato e irrimediabile”, come si annota adeguatamente nella nota introduttiva al volume. Si tratta di baratto, giustamente: la voce di Paola Febbraro chiede in cambio un’altra voce, un confronto. Non accetta una neutra e comoda moneta, pretende che chi riceve offra altrettanto, metta in gioco se stesso, qualcosa di ugualmente lieve e imprescindibile: “il canto si offre da solo, da solo con l’ascolto di chi gli va incontro”, non a mani vuote. Non è un caso che l’autrice avesse l’abitudine di trascrivere estratti da opere altrui; la poesia affonda le proprie radici in un terreno fertile, le radici ed i rami si sfiorano e si intrecciano.
Alcune lettere dell’autrice, pubblicate nella parte iniziale del libro, mettono a nudo gli elementi, la chimica essenziale del suo processo di creazione e ricerca, nel senso di esplorazione e di moto verso un luogo, e verso una presenza, auspicata, anelata. La base primaria è l’immediatezza, la riscoperta delle componenti naturali: in primis le sensazioni in apparenza semplici, in realtà complesse e ardue come terreni di conquista. La fiducia, ad esempio: “nessuno niente niente e nessuno è stato così rivoluzionario per me quanto avere fiducia in un’altra donna”, annota. Ed è rivelatore, emblematico, scoprire che questa conquista nasce da un gesto piccolo, quotidiano: un abbraccio, un contatto istantaneo tra due corpi, due entità. Poco dopo, puntuale, nella lettera in questione così come nei versi dell’autrice, all’emozione profonda, primordiale, subentra la riflessione, il pensiero, il rovello della mente. Ma anche la filosofia della Febbraro è personale e leggera, umana, vitale, danzante. Il trucco è, per usare le sue parole, “accogliere in maniera diversa/ la pazzia”. Sì, perché come ogni artista che sente la sostanza del suo agire nel mondo, l’autrice sa bene che “le parole fanno”. E altrettanto bene è conscia della distinzione tra “un poeta che canta e un poeta che scrive”. Non ultima, consequenziale, la consapevolezza estrema, la coincidentia oppositorum: “gli indiani sanno vivere la costruzione e la distruzione. Mi piacciono molto”. Quasi a presagire, ad anticipare. Ma anche come atto consapevole di speranza concreta: la voce e la musica resistono e persistono. Anche nel silenzio apparente della fine. Da qui l’auspicio, il progetto, vibrato nell’aria più che redatto: “io voglio andare dove cinguettano/ ogni tanto non per sempre”. Là dove quel “non per sempre” è autentica, duratura libertà.
Nei suoi versi, nelle sue lettere, nella sua biografia esistenziale e letteraria, Paola Febbraro ha saputo e voluto distinguere bene la sua storia, quella con cui ha desiderato ricongiungersi, con la storia esterna, quella che alcuni scrivono con la s maiuscola, quella che “è veramente un’altra cosa”. Lei, come poeta, non ha soltanto cercato di andare incontro alla sua fortuna, ma ha saputo “portarla, esserlo. Come se questa fosse una forma di maternità”. L’elemento femminile, il liquido amniotico dell’essere e del percepire è stato per lei intima ispirazione e forza.
Ciò le dona la certezza che la consunzione ha un suo scopo: “brucio per diventare asciutta”. Per ritrovare la forma primaria dell’essere, quella commistione connaturata di principio e di epilogo, di isolamento e di immersione totale nella globalità del senso e dell’assenza di senso, nel tempo e nella sua assenza. In tale ottica può permettersi di osservare che “per fortuna che c’è la morte per fortuna/ Altro non si possono inventare e non ci tocca”. E, sulla base di questa riflessione, può dire, e dirci, con sobrio sorriso, che il mondo “è solo […] qualche chilometro di strada asfaltata”. Esclamando, un verso dopo, “Meglio!/ Mondo? Ma è solo una giornata!”.
Così, senza retorica, senza forzature, consci delle reciproche ferite e delle braccia che ancora sanno fare schermo e barriera, possiamo dialogare con i versi di Paola Febbraro, e comprendere per un istante, non solo con la ragione, quando ci invita, lirica dopo lirica, pagina dopo pagina, a “spogliarci nudi alla gentilezza/ quella danza a fil di sonno che tutto allarga schiara/ di una luce sola”. Da onesto e benevolo giocatore, Paola, strizzandoci l’occhio, ci lascia sbirciare per un attimo anche le sue carte, mostrandoci che “non c’è da riflettere/ le onde del mare sono mamme solitarie”. Qualche verso più avanti la rivelazione è ancora più ampia e generosa: “la calligrafia non si leggerebbe/ tanto è sottile ora quello che divide il capo dal sole”. Qui tuttavia la vista non basta. Le carte messe a nudo vanno anche interpretate. Tocca a ciascuno di noi dirci cos’è che davvero divide il capo dal sole. In cosa consiste per l’autrice che ci chiama in causa, e in cosa consiste per noi, per i versi e i pensieri che da lei nascono e portano con loro. “La poesia scritta ha qualcosa di triste perché toglie/ alla vita chi la scrive”, dichiara con schiettezza Paola Febbraro. Potrebbe sembrare una pietra, una macigno che nessuno può neppure sognare di spostare, nessun Lazzaro è ipotizzabile. Ma c’è un ma, è quel ma si chiama poesia, veleno e antidoto: “ma ecco che senti anche tu come la parola vita sia quella che ci toglie/ a noi stessi noi stesse/ quasi la ragione”. In questa dicotomia, in questo contrasto, c’è la ricerca di senso ulteriore, il fascino arcano, lieve e profondo di questo libro che ci invita, con possente lievità, a scoprire il segreto delle sue “stellezze”, quelle luci immaginarie e reali, percepibili ed immaginabili, che costituiscono l’enigma dell’esistere, del bruciare nel vento, senza smettere mai di cantare, al mondo e del mondo.
Ivano Mugnaini

La generazione entrante

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Dal blog “UniversoPoesia” riporto qui di seguito la recensione di Elisa Vignali al libro “La generazione entrante” a cura di Matteo Fantuzzi. La recensione, già apparsa sul numero 65 della rivista Atelier, pone in evidenza alcuni aspetti interessanti di questo libro. Non si tratta solo di un’antologia o di una selezione di testi. È anche e forse soprattutto un modo per ragionare sulla nuova poesia italiana, e sulla poesia in generale. Per confermare ai tenaci e agli ottusi detrattori che la poesia non è mero e vano esercizio di stile per cacciatori di farfalle e di vispe terese, ma necessità, urgenza di mutamento, percepibile, genuinamente concreto. Le voci degli autori presenti nel libro dimostrano un impegno reale, non di facciata, non artefatto, non giovanilisticamente impalpabile ed utopico. I loro versi dimostrano a chi ritiene di poter basare il potere su silenzi e parole innocue che non è così, non sarà così, non potranno avere sempre vita facile. La speranza, l’auspicio è che, assieme alle nuove generazioni, entrino anche, senza bussare, tempi nuovi. I.M.
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Recensione a La generazione entrante di Elisa Vignali da Atelier n. 65, Marzo 2012.

Ponendosi in sostanziale linea di continuità con l’iniziativa promossa da Giuliano Ladolfi nel 1999 con l’Opera comune. Antologia di poeti nati negli Anni Settanta, sempre per «Atelier», il volume La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, a cura di Matteo Fantuzzi, a sua volta poeta ed editor, si propone di “mappare” le esperienze poetiche più sicure e riconoscibili tra gli autori che oggi abbiano vent’anni. Qualche dubbio è lecito muovere proprio sul ricorso al criterio anagrafico, osservato un po’ rigidamente, per la selezione degli autori, quando un allargamento del campo avrebbe magari attivato connessioni più proficue, consentendo di verificare l’effettiva presenza di certe linee vitali (per esempio, la vivacità della poesia neodialettale o la ricezione di determinate tradizioni, anche straniere). Senza contare che proprio in virtù di un simile approccio rimangono esclusi autori nati a cavallo tra i due decenni, ma afferenti per indole e temperamento forse più agli anni Ottanta che al decennio precedente.

Anche se motivato da criteri di gusto individuale e da ragioni editoriali, appare tuttavia un poco limitato anche il numero delle voci campionate, che registra qualche assenza o che nel complesso appare ristretto rispetto all’orizzonte di possibili altre inclusioni. Nondimeno il volume mantiene una sua validità di fondo nel documentare una realtà per molti versi sommersa, una produzione in versi sovente più affidata alla circolazione in rete che alla carta stampata, consentendo così di misurarsi con un pubblico di lettori che, se nel caso della poesia non può mai dirsi davvero largo e attento, tanto più necessità di un diretto confronto con la parola del testo, fosse anche precaria e in via di necessaria definizione come nel caso di questi giovani autori. Ma non è tanto ora sul criterio generazionale o anagrafico che si vuole qui soffermare la propria attenzione, oscurando la qualità, il quid specifico degli autori selezionati. Su almeno uno degli elementi rilevati da Fantuzzi nella sua introduzione si può, infatti, quasi generalmente concordare: «E proprio dalle opere dobbiamo ripartire se vogliamo risuscitare lo stato della poesia italiana contemporanea, l’unico antidoto […] sono i testi». E sono poi anche altri gli elementi evidenziati dal curatore tali da configurare quest’antologia, al di là di certi limiti in parte inevitabili, come uno strumento di qualche utilità per il lettore che volesse accostarsi ad alcuni dei poeti d’oggi più interessanti: un ritrovato «senso dell’urgenza» del dire, l’intenzione di una «poesia sociale (piuttosto che civile)» che appunto rinsaldi il rapporto un po’ sfilacciato tra letteratura e società (un’esigenza tra l’altro viva anche in altri campi, dalle riviste letterarie a certe piccole e medie case editrici), una differenziazione anzitutto geografica, specchio di una «frammentazione di percorsi che non indebolisce, piuttosto rende possibile una lettura condivisa delle pulsioni che rendono vivo il fare poetico», e infine la ricerca, tutt’altro che pacificata, di una propria identità, come a dire di un proprio stile, non ancora del tutto affinato ma dai tratti già riconoscibili e, nei casi migliori, persino maturi. E ancora, tra gli elementi non rilevati nell’introduzione: la configurazione del rapporto maschile/femminile in termini rinnovati e meno stereotipati, per la disponibilità della voce maschile ad assumere entro di sé quella femminile e viceversa, in accordo con un’identità fluida; e ancora l’allargamento di orizzonti geografici e interculturali, con significative aperture a tradizioni letterarie e lingue sovranazionali, tali da produrre interessanti stratificazioni anche a livello linguistico.

Circa la «necessità sempre più pressante di farsi comprendere, di utilizzare figure, immagini, espressioni, dialoghi vicini al linguaggio comune», procederei invece con maggiore cautela, perché se è vero che la qualità di una scrittura poetica consiste anzitutto, per usare una metafora del grande poeta irlandese Seamus Heaney, in un’operazione di scavo che tramite il pensiero consente di tradurre una percezione interiore in una trama di parole, un eccessivo scadimento del linguaggio a livello della comunicazione quotidiana rischia di abbassarne notevolmente il potenziale espressivo. Anche se poi, in verità, non sono pochi gli autori inseriti nell’antologia, ancorché all’inizio del loro percorso, a mostrare di avere recepito la lezione anche formale dei nostri maggiori poeti, maestri di stile prima ancora che abili costruttori di immagini, non limitandosi a riprodurne stancamente i modi, ma riassorbendone gli echi entro la propria officina verbale. Allo stesso modo, non sempre l’oltrepassamento di un novecento “sperimentale”, di cui si vorrebbe trovare conferma nel volume, si è prodotto o è bene si produca, almeno se s’intende il termine “sperimentale” in accezione più produttiva di quella che vorrebbe confinarlo negli angusti confini dello sperimentalismo, e non lo s’intenda invece, come forse si dovrebbe, come inesausta capacità di sprigionare sempre nuove risorse vitali dalla lingua poetica. Si pensi a un poeta come Porta, peraltro assunto a punto di riferimento da più d’uno di questi poeti nati negli anni Ottanta, capace di superare le secche del neoavanguardismo per riconquistarsi uno spazio di autenticità, verbale, oltre che esperienziale. Certo l’aggancio al reale, (con il suo portato anche traumatico) nelle sue varie declinazioni, il «rifiuto di una lirica concepita come intuizione e libera effusione della soggettività o come espressione poetica di un’individualità assoluta», sottolineati da Giuliano Ladolfi nella lucida e a un tempo appassionata postfazione che chiude il volume, sono il dato che più accomuna gli autori antologizzati, rendendo in fondo ragione di una loro appartenenza a una medesima sensibilità, se non comunità. Se è vero, poi, che a fronte di un futuro fattosi sempre più incerto, non più veicolo di speranza, ma «fonte di apprensione», la generazione dei anni Ottanta ha maturato un senso di smarrimento profondo, di cui è emblematica, in molti testi selezionati, la costante della figura paterna, spesso assente o problematica, è pur vero però che si assiste a un tentativo ininterrotto di dialogare con i padri della tradizione, entro un rapporto più mobile e dunque in parte più libero, senza pretese di autoinvestiture o l’assunzione posticcia di pose compiaciute.

Proviamo allora a predisporci all’ascolto di queste “nuove” voci del panorama poetico italiano, liberi per una volta da pregiudizi e dall’ingombro di categorie interpretative precostituite, lasciandoci guidare nel percorso dalle note di critici e studiosi che nel firmare l’introduzione a ogni singolo autore antologizzato contribuiscono in qualche misura a riannodare i fili con una storia più consapevole e matura. Si avrà allora anzitutto la sensazione, magari un po’ ingenua ma pur sempre stimolante, di trovarsi di fronte a una sorta di cantiere aperto, di laboratorio in atto, secondo un principio del fare poesia che segue non astratte regole esterne, ma una ritmica e una metrica anche interiori. Per ognuna di queste voci non sarebbe improprio ricorrere all’immagine sereniana assai efficace della poesia come «stella variabile»: la raccolta di Vittorio Sereni (una delle presenze sicuramente più certificabili nelle pagine di quest’antologia, insieme ad altri poeti della quarta generazione) usciva proprio nel 1981 e fin dal titolo intendeva riferirsi alla poesia e al suo rapporto col mondo, alla sua condizione, appunto, di stella non fissa, non più in grado di fornire certezze o dispensare verità assolute, e invocata senza che possa promettere nessuna salvezza, nessun risarcimento del vuoto personale e storico. Essere nell’oggi significa appartenere al male: «Oggi si è – e si è comunque male/ parte del male tu stesso tornino o no sole e prato coperti». Nei versi di Sereni, animati da un senso tragico dell’esistenza, eppure ancora resistente di fronte alla forze regressive operate dalla Storia, la violenza e i segni del massacro si nascondono in ogni gesto; la vita quotidiana e ripetitiva del lavoro non fa trasparire alcuna ipotesi di comunicazione umana, ma solo un logoramento che penetra nelle persone e nei luoghi, privandoli di forza vitale. Tra insicurezze e senso lacerante della precarietà, si sperimentano così limiti e insufficienze della condizione umana, mentre il passaggio del tempo rivela il suo fondo amaro nell’immagine di un «gran catino vuoto» che chiede ora di essere riempito con nuove figure di speranza.

Si parte con il compatto manipolo di testi di Dina Basso, che ha esordito appena ventenne con la promettente raccolta Uccalamma (Le Voci della Luna, 2010), in cui l’impasto neodialettale dell’idioma naturale, quello catanese, si piega alla narrazione, spesso in chiave autoironica e già dal piglio sicuro, di accadimenti quotidiani, di esperienze concrete, filtrate da una memoria capace di rimandare tanto a un preciso senso del luogo quanto a un ricco repertorio culturale. Ed è proprio questa naturalità del dire, legata a una concreta «lingua del fare» – come nota nella sua persuasiva introduzione Manuel Cohen –, a una trama di gesti e di parole, il tratto forse più preciso in cui si può far consistere il verso tutto materico di quest’autrice, fisico e mentale insieme.

A seguire, la voce di Marco Bini, nella cui raccolta d’esordio Conoscenza del vento (Ladolfi Editore, 2010), la costante tematica dello smarrimento generazionale è resa mediante un’equilibrata oscillazione di linguaggio colto e linguaggio quotidiano, tra intonazione lirica e cadenze del parlato, nel quadro di una dialettica io/ noi che finisce per intrecciare i fili della storia individuale con quelli della storia collettiva. Ed ecco tornare di nuovo, in uno dei versi selezionati, l’immagine astrologica di Sereni, anche se declinata in altra forma: «Solo che non si ferma là davanti/ come una supernova ciò che accade/ ma più simile a una cometa ostenta/ alle spalle una storia”, perché “il futuro certo non è lì che aspetta». Il senso della scrittura, per questo giovane autore, andrà dunque rintracciato nella ricerca inesausta di un orizzonte in cui consistere, di una misura capace di garantire una giusta prossemica, nel tentativo di mappare il reale, ridisegnandone i confini: «Averla questa forza di accorciare/ le distanze, indicare gli orizzonti/, nuovamente raccogliere le facce/ disparate in un’unica medaglia». E ciò varrà sia nella vita che negli spazi della poesia, dove stile e ritmo spesso sono tutto. Anche il percorso compiuto da Carlo Carabba nei suoi Canti dell’abbandono (Mondadori, 2011) è mosso da un’analoga volontà di ricerca, non necessariamente finalizzata al raggiungimento di una meta, se è vero, come si legge nell’introduzione firmata da Roberto Carnero, che «il miraggio della felicità non consiste nell’arrivare al traguardo ma nel non arrivare, “consumando” esperienze sempre nuove in luoghi, sensazioni, incontri, illuminazioni interiori», secondo una dinamica incessante di fughe e ritorni, partenze e abbandoni. Solo così forse è possibile ritrovare il rapporto perduto con la memoria dei nostri padri, metaforici o reali, rinnovandone lo sguardo nel presente: «Da qui sono partito/ qui dove non arrivo», recita un verso in tal senso emblematico tratto dalla raccolta Gli anni della pioggia (PeQuod, 2008).

E ancora troviamo la dimensione itinerante di un homo viator, il cui peregrinare assume la forma di un cercare senza sosta, nei versi di Giuseppe Carracchia il quale, nei passi estratti dalla silloge La virtù del chiodo (L’arca felice, 2011) esplora il reale con intento anzitutto conoscitivo, per misurarne distanze e traiettorie: «Il piede che calza la terra è centro/ profondo, e ovunque si sposta dentro/ universo tracciato a ogni passo/ baricentro del mondo e compasso».

La poesia di Tommaso Di Dio, autore della plaquette Favole (Transeuropa, 2009), propone seppure con accenti del tutto personali alcuni motivi comuni a molti di questi poeti: la dimensione del poeta viandante, da cui deriva un senso profondo di precarietà e di incertezza del futuro, tra paura e attesa per un avvenire dai contorni oscuri, la dialettica tra mente e materia, fra tradizione e apertura al nuovo, secondo una dinamica in questo caso mediata dall’esempio fondativo di Antonio Porta, rappresentante di una lirica «della memoria» e della «carne», come annota efficacemente Stefano Raimondi nella sua introduzione. Il progetto poetico di Tommaso Di Dio appare già delineato nei suoi tratti fondamentali ed è capace in molti casi si produrre buoni esiti, come nella sequenza poematica seguente, tra le più sicure dell’intera raccolta: «Ti voglio credere vera e impossibile/fuga sotto il ventre dell’ariete. La pietra che chiude./ La forza del gigante. Chiudi la fatica degli occhi e abbassa/ l’arma dello sguardo; lascia tu aperto il passaggio». Di Francesco Iannone, autore della plaquettePoesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011)andrà rilevata, come annota intelligentemente Massimo Morasso, la «ricerca di uno spazio condiviso», che convive con la percezione di una «coscienza ferita». La poesia è capace di produrre senso anche tra i tagli e le slabbrature del reale, nel segno di un realismo riportato a ragioni quasi “elementari”, laddove tra i primari impulsi della fame e della sete si misura anche il potere di sopravvivenza della parola: «La resistenza al nulla è una lotta/ che lascia ferite e tagli/ è un labbro squarciato da un pugno/ è un figlio espulso da un utero contuso».

Nella sua partecipe introduzione Antonella Anedda coglie bene i tratti distintivi della poesia di Domenico Ingenito, poesia dalle tante e diverse “grammatiche” possibili: quella del corpo, anzitutto, per l’oscillazione costante di polo maschile e polo femminile, non rigidamente separati ma dialetticamente cooperanti nel processo conoscitivo; il dialogo con la tradizione, qui più che mai intesa anche come traduzione in atto di «linguaggi distanti», tra italiano, persiano e portoghese. E infine la grammatica, per così dire, dell’immaginazione, capace, come accade nell’ultima poesia riportata, di far parlare due autrici separate da due secoli e da quattromila kilometri. Come nel caso di altri poeti qui antologizzati, la poesia vale come strumento per accorciare le distanze, mantenendo aperto il dialogo tra entità lontane nello spazio e nel tempo. La poesia di Franca Mancinelli, che ha già al suo attivo una raccolta, Mala Kruna, uscita da Manni nel 2007, si connota per la capacità di tradurre il senso di precarietà comune, del resto, a un’intera generazione, in interrogazione universale sul senso dello stare al mondo, con ciò rinsaldando le ragioni dell’io con quelle del noi, mediante un linguaggio poetico che dietro la scorza lirica dei versi nasconde le ferite del reale, «in un codice di nervi e sangue, di corpo e mente interiore», per usare le parole del sottile prefatore Gualtiero De Santi. Come avviene in questi versi: «Ora l’infante potrà camminare/ con l’equilibrio che porta le braccia/ a sollevarsi inermi dalla terra./ È un giorno strabico, e le persone/ s’affacciano sul proprio sangue fermo/ chiedendo dove sbuca la corrente/ che spinge rossa e perfora gli occhi».

La poesia di Lorenzo Mari, presente con un campione da Minuta di silenzio (L’arcolaio, 2009), è pronta a cogliere scarti e zone liminari del reale, con affinata sensibilità percettiva e una sottesa intenzione ironica, offrendo altre emblematiche immagini del senso di sospensione e incertezza esistenziali. Ne è significativo esempio la figura «dell’uomo che cadeva» al centro di una delle sequenze più riuscite dell’intera raccolta: «Di tanti posti, in riva al mare/ è dove conta meno il minuto/ di silenzio, stretto tra onda/ e risacca, accanto alla figura/ fetale, a ossa rotte, dell’uomo/ che cadeva. Scrivere sulla sabbia/ è gesto romantico, meglio le glosse:/ tatuate dal sole con certezza,/ e più direttamente, sulla minuta/ di silenzio». Ed è tutta da condividere la nota iniziale di Andrea Gibellini che di questi versi coglie «lo stigma irrevocabile della parola poetica detta in sincerità prima della tecnica e di un sentimento stilistico». I versi di Davide Nota, tratti dalle tre raccolte finora pubblicate e preceduti da un’accurata postilla critica a firma di Giuliano Ladolfi, descrivono una condizione di orfanezza assunta a metafora quasi ossessiva di una condizione esistenziale comune, tra percezione lacerante della colpa e desiderio di rimozione. E anche il dettato poetico, “sporcato” da espressioni gergali e tic verbali, si fa specchio dell’onesta rinuncia a dire verità risolutive: «Così come orfani del mondo/ incatenati nella febbre a vita/ del giorno: è così, sì, va bene…», cui fanno eco i versi «Anch’io sono colpevole del male/ che regna vomitevole e banale».

Nell’introdurre i testi di Anna Ruotolo, Maria Grazia Calandrone ne sottolinea con efficacia la vocazione a innestare un produttivo dialogo tra dimensione celeste e dimensione umana, seguendo la rotta indicata dalle «stelle comuni, evidenze della bontà di ognuno» che «proprio a causa di questa loro presenza ubiqua» fanno segno al «rapporto tra uomo e uomo – e tra uomo e natura». Cifra specifica della scrittura di questa giovane autrice è la tendenza a iscriversi entro costellazioni dialettiche – tra interni ed esterni, solitudine e «tuttitudine», singolare e plurale –, secondo uno sguardo capace di farsi davvero plurale: «I singolari sono plurali/ dico casa e ne dico mille/ perché se guardo fuori da qui/ tante ce ne sono,/ pulsano da non finire […] ma chiama, chiama tutti/ con centomila nomi esatti/ si esce, così, infine, dalle dimore/ e camminiamo in stormi/ si prova a fare bene/ tutto e forte, tutto al plurale/ per una volta tra le altre volte».

Ancora una volta è l’emblema della figura paterna, in senso tanto metaforico quanto reale, a fare la sua comparsa nei versi di Giulia Rusconi, una delle voci sicuramente più originali del panorama poetico attuale per la capacità di combinare psicologia del profondo, «con punte di orrore quasi onirico», per usare le esatte parole di Anna Maria Carpi, con un ordito prosodico semplice, deprivato di orpelli stilistici. Ecco un passo estratto dalla serie L’altro padre: «Mio padre numero quindici/ corregge la mia postura./ Precaria mi aggrappo al suo braccio/ lo conosco a memoria./ Mio padre — l’altro — non lo tocco/ mai neanche per sbaglio./ «È questo che cerchi, il contatto?»/ Il contatto sì il pezzo mancante/ della “casa”, delle cose».

Elementi di originalità presenta anche il percorso poetico di Sarah Tardino, di cui vengono proposti alcuni testi dall’ultima raccolta I giorni della merla (Lietocolle, 2011), preceduti da una nota esegetica di Rosita Copioli che ne rileva i tratti distintivi: la «fascinazione arabizzante», una «passione per il racconto instancabile» e la «pronuncia androgina». Nel segno di un fiabesco quasi stregonesco e del meraviglioso si collocano, per esempio, i versi seguenti: «Sono la merla e i suoi giorni,/ la maga e l’ombra della rosa,/ l’aprile della vendetta sotto mentite spoglie,/ la vita che assalta con un segno,/ il baro salvato dall’ironica sorte,/ la ruota da cui nessuno ha scampo:/ sono la fedele assassina!».

Si può senz’altro concordare con Gian Ruggero Manzoni, secondo il quale la poesia di Francesco Terzago si connota per la dinamica ossimorica di una «presenza-assenza» volta alla messa in scena di figure recuperate a una memoria insieme individuale e storica, secondo una modalità anche teatrale: «Mia nonna mi chiamava tesoro, lipscén/ diceva e mi appoggiava una mano sulla testa/ e mi diceva che era stanca. Vedi lipscén le stelle/ che sono sopra di noi, il cielo, – l’universo che/ non ha confini pensa – a tutte le cose che ci sono/ dentro pensa agli anni che ci separano e pensa/ a quante persone, in questo preciso momento,/ ed è possibile che sia così».

Chiudono l’antologia alcuni testi selezionati da L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009), l’ultima raccolta pubblicata di Matteo Zattoni (1980), tra gli autori senza dubbio più maturi della sua generazione, in virtù di uno stile ben calibrato e di una materia poetica mossa da intenti conoscitivi. Attraverso una ricezione attenta della lezione dei grandi poeti del secondo Novecento, la scrittura poetica è investita di una valenza etica, oltre che estetica, riconquistando così la sua originaria funzione sociale. Quella di Zattoni è poesia «in uno stato di attesa» – come scrive nella sua densa introduzione Alberto Casadei – , sospesa in precario equilibrio sul filo dell’esistente. Una situazione ben riflessa da alcuni versi di Trapezisti: «c’è sempre qualcuno che rinuncia a qualcosa/ di certo, alla tranquillità di una casa/ per inventarsi un equilibrio nuovo/ io guardo e non guardo, poi l’applauso/ sorrido; loro non cadono».

A chiusura di questa panoramica, ecco un invito finale: lasciamole sedimentare, allora, queste voci, concediamo loro il tempo – e gli spazi – per tornare a parlarci, prima di sottoporle a nuova e più onesta verifica.

LIBERAZIONE – oggi

Postato il

festa
d’aprile
22·29
2012
ore 12,3
0, Soms del Cristo, corso Acqui 15
8
Apertura della settimana di Festa d’Aprile
(67° anniversario della Liberazione) con pranzo solidale
22
A
P
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I
LE
ore 14-19, Palestra Enaip, piazza Santa Maria di Castello 7/r
1° Torneo di Ping Pong (individuale)
1° Torneo di Biliardino (a coppie)
“Trofeo 25 Aprile” a cura di U.S. Acli
27
AP
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I
LE
ore 15-19, Anpi, via Verona 17
Torneo di Scacchi “Tattica e strategia di Resistenza”
a cura Circolo Scacchistico Alessandrino
28
AP
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LE
ore 9,3
0-19, Palazzo dello Sport
Torneo di Pallavolo “Martiri della Libertà”
a cura di Uisp
29
A
P
R
I
LE
ore 10-13 • 14,30-20, Palazzo Ghilini, Sala del Consiglio Provinciale
Inquietudini e speranze della scena contemporanea
una giornata con il regista Roberto Faenza, convegno a cura di Isral e Falsopiano Edizioni
23
A
P
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LE
Cinema Ambra
Musica e parole per la Liberazione
ore 21,3
0: Carlo Pestelli. Canti della Resistenza
ore 22,30: Gianluigi Trovesi-Gianni Coscia, Altre radici
ore 24,00: Brindisi della Liberazione
24
A
P
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I
LE
ore 9-12 ad Alessandria
Celebrazione ufficiale del 25 aprile
ore
8,45 partenza dalla stazione di Alessandria
Resistere pedalare resistere: sui luoghi della banda Tom
a cura di Gliamicidellebici Fiab
dalle ore 14,3
0, Campo sportivo “Carlo Cattaneo”
Trofeo “Martiri della Libertà”
Torneo di calcio a cura di Uisp
25
A
PRILE
CON IL CONTRIBUTO
IN COLLABORAZIONE CON
PROMOTORI
Città di Alessandria
ASSOCIAZIONE NAZIONALE
PARTIGIANI D’ITALIA
ISTITUTO PER LA STORIA
DELLA RESISTENZA E DELLA
SOCIETÀ CONTEMPORANEA
IN PROVINCIA DI ALESSANDRIA
“CARLO GILARDENGHI”
ALESSANDRIA

I poeti che abitano il silenzio

Postato il

Accademia del Silenzio

è lieta di presentare

I POETI CHE ABITANO IL SILENZIO

Franco Loi

Milo De Angelis

Stefano Raimondi

LIBRERIA UTOPIA

Via Moscova 52

28 APRILE 2012

ORE 18,30

Un percorso dove la poesia diventa luogo privilegiato del silenzio non perché “silente” ma perché attenta: in ascolto. Un incontro con poeti che hanno sempre posto e disposto nell’Attenzione dell’ascolto tutta la loro cifra poetica, intelaiando con il mondo circostante storie, racconti, emozioni. La loro poesia qui viene portata alla visibilità da una amalgama di intenzioni che, nelle loro attese di silenzio, diventano detonanti e sonore. Un reading poetico dove conoscere e porsi in ascolto di voci che hanno fatto strade diverse nell’intento di costruire una storia comune. Con loro la città diventa “cortile” e le case pezzi di cuore; qui le vie portano agli incontri. Milano è qui ospite in ascolto, in silenzio!