Umberto Eco

Gradiva

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Gradiva

 

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In ottima compagnia, un mio testo di cronaca “sportivo-esistenziale” sul numero 50 di Gradiva.

È un numero speciale dedicato a: CINQUANTA POETI ITALIANI PER GRADIVA. Nel fascicolo, oltre ai testi dei vari autori, un editoriale del direttore Luigi Fontanella che percorre la storia della rivista.

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Riporto qui sotto, per chi fosse interessato, alcune informazioni sulla rivista

 

GRADIVA

International Journal of Italian Poetry

Editor-in-Chief: Luigi Fontanella ~ Associate Editor: Michael Palma

Quote di abbonamento: 2016 | 2017

«Gradiva» è una delle più longeve riviste di poesia italiana, dedicata in particolare allo studio e alla diffusione della poesia contemporanea. Rivolta a un pubblico internazionale, pubblica testi sia di poeti italiani (con o senza traduzione in inglese) che di poeti stranieri di origine italiana, saggi, note, traduzioni, recensioni e interviste. Oltre a sezioni dedicate a testi inediti e interventi critici, comprende rubriche specifiche curate da singoli studiosi e poeti. Arricchisce la rivista una «Fototeca», archivio fotografico che documenta i principali eventi della poesia italiana, passata e presente.

«Gradiva» is one of the oldest journals of Italian poetry, and is particularly devoted to the study and promotion of contemporary literature. Addressed to an international audience, it publishes texts by Italian poets (with or without accompanying English translations), or of Italian descent, as well as essays, notes, translations, reviews, and interviews. Beyond its regular sections, with original poems and critical contributions, it includes special sections developed by scholars and poets. Among the latest features of the journal is a «Fototeca», a photographic archive documenting the most important events of the Italian poetical scene.

(L’articolo completo si trova a questo link: http://www.ivanomugnaini.it/gradiva/ )

Un uomo e un personaggio

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“Quando tutti gli archetipi irrompono senza decenza si raggiungono profondità omeriche. Due cliché fanno ridere. Cento commuovono. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra di loro e celebrano una festa di ritrovamento”.
Queste parole sono di Umberto Eco, uno piuttosto noto anche qui in America. Non sono sicuro di averne colto il significato in tutto e per tutto. Però so che mi piacciono. Mi sembra che vadano a pennello anche per ‘Casablanca’. Inoltre, come potete ben capire, quando si parla di ritrovamenti io mi sento perfettamente a mio agio. Sono e rimango trovarobe, in fin dei conti. Mi piace scoprirle, perderle o fingere di perderle per poi fingere di ritrovarle o ritrovarle veramente.”
Sono le parole di un mio racconto “Suonala ancora Sam”, scritto anni fa per il sito della Bompiani “Speaker’s Corner” su sollecitazione di una mia amica che lavorava nell’ufficio stampa della BUR. La mia amica Umberto Eco lo aveva conosciuto di persona.

(L’articolo completo a questo link: http://www.ivanomugnaini.it/un-uomo-e-un-personaggio/ )

Eco

GUARDARE LE FORMICHE, Luigi Malerba “Consigli inutili”

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Guardare le formiche

Divagazioni semiserie su Luigi Malerba e i suoi Consigli inutili, Quodlibet, 2014
Un consiglio se non è inutile non è buono. Non è un paradosso, o, almeno, non lo è quando si parla di letteratura e di tutto ciò che vi è correlato, filosofia, ragione, follia, forse perfino la vita. Un consiglio è buono se ti conduce a riderne, per poi, un istante dopo, ripensarci sopra, con un riso modificato, quasi geneticamente, concludendo che forse, tutto sommato, non è vero, certo, ma potrebbe anche essere vero, anzi, forse è vero proprio perché non lo è, perché non dovrebbe essere così. Su quel terreno fertile e friabile, quella terra vulcanica e pericolosa che sa di zolfo e di humus, di secoli antichi ma anche dell’urgenza del presente, si è sempre mosso Luigi Malerba. Su quel versante vulcanico costantemente sospeso tra il rischio della deflagrazione e il gusto del ragionarci sopra, magari quando si vedono già lapilli rosso fuoco. Malerba si muove tra gli ossimori, danza con studiata lentezza tra pareti di diversa natura che fanno da specchio le une alle altre creando sempre un’immagine altra, una prospettiva aliena, un punto di vista ulteriore. L’ossimoro per eccellenza è quello celato nell’intento del consiglio: ci avvisa del rischio, dell’assurdo, sapendo di non essere ascoltato, essendo perfettamente a conoscenza dell’inutilità del messaggio. Il vulcano esploderà, anzi, è già esploso e i più non se ne sono neppure accorti. Ma allora perché dispensare la parola, l’esercizio vitale del comunicare? Per quei pochi che ascolteranno, per consolarci, per ridere insieme dei vivi e dei morti, dei sordi e di quelli dotati di udito? Forse perché il consiglio deve essere dato a prescindere, fa parte del gioco, anzi, è il gioco, senza il gioco della parola, crudele ed essenziale, non esisterebbe la terra, il vulcano, il pomodoro e la vite, l’assurdo e il sublime.
Malerba è un prestidigitatore. Uno che avrebbe potuto mettersi a un tavolo e spennare tranquillamente tutti i polli. Avrebbe potuto mostrare agli occhi degli altri solo quello che gli faceva comodo, mani rapide, ma anche uno sguardo serio e monotono, tutto sommato rassicurante. Avrebbe ottenuto un’attenzione ammirata ma serena. E invece no. Ha voluto mostrare il trucco, la finzione che è insita nel meccanismo stesso, nell’utilizzo della carta come codice, oggetto simbolico. Ci ha mostrato che ogni seme in realtà contiene altri segni, solo in apparenza invisibili. Ogni carta ha due facce, e, dal raffronto di esse, deriva una figura differente, o un numero che varia a seconda dei contesti e delle situazioni. Ecco perché, descrivendo episodi apparentemente banali o comunque “normali”, intrisi di quella ordinaria follia a cui siamo assuefatti, ci consiglia di diffidare, delle luci del locale, di chi ci siede a fianco o sopra, e, soprattutto di noi stessi.
L’uomo è l’oggetto dello studio, anche quando l’attenzione si concentra “sugli alberi e sui suoni da essi prodotti”. L’uomo è l’eterno interrogativo, senza risposta o con innumerevoli risposte. Lo sguardo è diretto, crudo, mai connivente. Eppure, alla fine, se si ritiene qualcuno degno di ricevere un proprio consiglio, forse lo si considera ancora salvabile, oppure, semplicemente, si vuole ragionare sul perché della sua traiettoria, quella specie di “inchino schettiniano” che sarebbe stato bello poter vedere commentato da Malerba, lui che subiva il fascino senza tempo dell’anomotecnicon, l’esperto dei venti.
In fondo Malerba stesso ha condotto in ogni suo scritto uno studio su quella materia immateriale eppure imprescindibile che è la parola. Ne ha colto la natura essenziale, quel suo fare la differenza tra la fluidità dell’acqua e il rischio letale dello scoglio, tra comunicazione e rumore, comprensione e fallimento del dialogo. Ha sempre scelto rotte difficili, volutamente. Si è sempre mosso lungo direttrici che richiedono mappe nautiche molto dettagliate. Ma non ha mai lasciato a terra nessuno. Come hanno osservato più volte vari critici, tra cui Umberto Eco, l’utilizzo del double coding, pone in gioco la possibilità di una doppia lettura. Malerba “non invita tutti i lettori a uno stesso festino, […] li seleziona, e predilige i lettori intertestualmente avveduti, salvo che non esclude i meno provveduti. Il lettore ingenuo, se per caso l´autore mette in scena un turista ingenuo che, sbarcando al Charles De Gaulle, dice Parigi a noi due!, non individua il richiamo balzacchiano, e tuttavia può appassionarsi ugualmente alla spavalderia di quella figura comica. Il lettore informato “becca” invece il riferimento, e assapora la citazione che in quel caso produce un effetto di abbassamento”.
Nessuno scrittore degno di tale nome sceglie di lasciare immobili sul molo con la valigia in mano tre quarti dei suoi potenziali passeggeri. Si tratta solo di immaginare e creare preventivamente percorsi differenziati, oggi le agenzie parlerebbero di “itinerari personalizzati”. L’importante è che tutti i passeggeri, di qualsiasi genere, qualunque sia la cabina in cui si vanno a collocare, sappiano bene prima di salire a bordo che il viaggio c’è ma in realtà non c’è, o forse che non c’è ma in verità è reale. Se solo potessimo stabilire cos’è la realtà. Si tratta di rendere chiaro, tramite tutte le complicazioni possibili e immaginabili, tramite gli arabeschi di tragitti circolari e panoramici, che è tutta una menzogna, una menzogna geniale, per dirla ancora con Eco, ma sempre e soltanto una finzione. Pirandello riflettendo su questa consapevolezza si sarebbe toccato la testa dolente e avrebbe chiuso mezzo occhio con un profondissimo tic. Malerba sulla medesima presa d’atto ci fa toccare la testa surriscaldata mentre ci osserva fumando la pipa e scrutando la nostra sorpresa per tutto ciò che abbiamo compreso e tutto ciò che crediamo di avere compreso. Ghigna, e ridiamo anche noi, con un riso amaro ma sapido.
Un resoconto inattendibile, una verità che sfocia nella menzogna, una barzelletta senza finale o con un finale volutamente anticipato o deliberatamente spiazzante. Oppure, appunto, un consiglio inutile. Ma, in quest’ottica, se il resoconto rende conto di altri numeri e altri segni, se della verità si svela la natura ambigua e bifronte, allora, beh, come non detto: il consiglio non è inutile un bel niente! Diventa utilissimo, il consiglio. Per evitare di ascoltare nel nostro sdrucciolevole presente accorati consigli dall’arringatore di turno che vorrebbe darci a bere che di consiglio valido ce n’è uno solo, il suo. Per tenerci alla larga da quel tipo che vichianamente riappare sulla scena italiana, quello che ne I Neologissimi, pubblicati di recente dai Quaderni dell’Oplepo, Malerba definisce con un’acrobazia linguistica aspra, divertita e tagliente, “ammalùcco”, “andreòtto” o, all’occorrenza, “bugiàdro” e “personàccio”.
Ecco, forse questo stravolgimento della parola, mai causale, mai fine a se stesso, è di per se stesso la chiave, o forse una delle chiavi possibili. O magari contiene l’unico consiglio vero, quello di non tenere conto delle cose così come sono, o meglio di tenerne conto ma con un salvifico mélange di serietà e distacco, attenzione e disincanto. Come un bambino che osserva il giocattolo con uno sguardo tanto intenso da lasciar presagire che il gesto successivo, ineluttabile, necessario, sarà quello dello smontaggio. Ne nasce qualcosa di nuovo, un occhio diverso, un nuovo modo di osservare e raccontare. Con queste rinnovate pupille si impara di volta in volta, grazie a Malerba, l’arte di indagare su “L’utilità del treno”, oppure sul modo più o meno congruo di usare “La pipa”, oggetto caro all’autore, non solo nella sua funzione simbolica. Ma soprattutto, accanto alle “Biografie immaginarie”, in cui ci beffa dell’esattezza dei dati e dei moduli, delle anagrafi e dei resoconti di vite, morte e presunti miracoli, si giunge al sacro atto di “Guardare le formiche”. La ricchezza della costante ambivalenza di senso e contenuto propria di Malerba ci fa intuire, mentre ancora una volta sorridiamo, che in effetti in quell’attività apparentante vana c’è tutto il senso possibile. Quell’animaletto nero e scuro come un segno d’inchiostro porta tenacemente sulle spalle un carico di un peso identico al suo: il senso del suo agire e la sua assurdità, la sua minuscola e tenace verità e il fardello della sua inutilità.

Ivano Mugnaini

divinafollia

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Un’esperienza editoriale, ma soprattutto umana, che Silvia Denti, autrice, giornalista, critico letterario e titolare della casa editrice dal nome evocativo “divinafollia” racconta in prima persona con verve e schiettezza.
Riporto le sue parole qui di seguito sperando possa nascere un dibattito sul tema sempre complesso e controverso dell’editoria italiana. Su problemi, domande, ipotesi, strade, proposte, controproposte, esperienze, sogni, realtà.

Buona lettura e ancora buona estate a tutte e a tutti, IM

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Silvia Denti, da qualche anno titolare della casa editrice Divinafollia http://www.divinafollia.altervista.org , scrive: “Spero che queste mie poche righe aiutino tante persone a non smettere di sognare. Per anni ce l’ho messa tutta. Tante volte ho avuto la tentazione di arrendermi. Ci sono stati giorni di disperazione, ma poi ho continuato a lottare. Oggi sono felice. Dopo tanti anni ho realizzato il mio sogno. La mia Divinafollia”.

“Amo la scrittura da quando avevo 10 anni. Ne ho 50 e tutta la mia vita è stata un ostacolo. Prima di tutto il mondo, che negli anni ’70 – ‘80 non ti dava modo di far girare i tuoi pezzi. Poi il giornalismo pirata. Alludo a quelli che ti pagavano l’articoletto pochissimo, sfruttandoti e mandandoti in giro per interviste. Poi le redazioni piccole, che pagavano una miseria. Si lavorava anche di notte. Alla fine ho fatto l’impiegata, la contabile – io, che odio la matematica! Ma non è finita. Sempre continuando a scrivere nel tempo libero, mi sono messa a fare la rappresentante di articoli per la casa, la salute, addirittura. Intanto radunavo persone amanti della scrittura, realizzavo antologie, tutto per passione. Poi ho avuto una figlia. Un giorno, la separazione da suo padre, che non era poi tanto maturo per fare il padre. Ho dovuto piegarmi ancora di più alla vita, lavorando come colorista chimico, non ridete, ma è così, per quindici anni maledetti. E il mio sogno? Stava lì, ad aspettarmi. Di notte ho continuato a scrivere e personaggi come Vittorio Sgarbi, Alberto Bevilacqua, Giorgio Barberi Squarotti, Maurizio Costanzo mi hanno spinto a non mollare, anche se nessuno ti regala niente, nemmeno la gloria, se non sei furba. E io la furbizia non la conosco davvero. Facevo critica letteraria in diretta radio il sabato pomeriggio presso una emittente privata, che, naturalmente, non mi corrispondeva un centesimo. Mi ha ascoltato anche Umberto Eco, apprezzandomi. Oggi? Mia figlia ha diciotto anni, ho mollato il “piccolo chimico” e mi sono messa in pista con l’editoria. Oh, ma naturalmente non poteva essere tanto semplice. Mi sono imbattuta ancora in editori mangiasoldi, ma oggi, FINALMENTE, la casa editrice MIA esiste, è nata, si chiama DIVINAFOLLIA. Non diventerò ricca, lo so, ma sfornerò solo penne valide. A questo punto della mia esistenza non transigo più. Tutti gli pseudoscrittori che mi si presentano li manderò al diavolo … senza pietà. Nessuno ne ha avuta per me – e ne vado fiera, per inciso mai ho cercato pietà. Anzi, sono stata stimolata allo studio e alla ricerca. Oggi le mie analisi dei testi sono apprezzatissime e richieste. Sto allargando il campo anche verso la fotografia e la pittura. Creo sinergie con gli scritti e porto in giro, insieme al mio compagno – anche lui autore – Gavino Angius, dei corsi di scrittura creativa, che piacciono parecchio e sono di grande supporto per chi si avvicina alla stesura di un romanzo o di una poesia. Devo dire grazie anche a Gavino, è un mito, uno che per passione, esattamente come me, si è messo in gioco e si prodiga nel sostenere chi ha veramente qualcosa di valido nella penna! Non ho un centesimo da parte, vivo alla giornata, non ho avuto eredità materiali, ma ho cresciuto una figlia nel migliore dei modi possibili. Ha la testa sulle spalle, non si è mai persa in questo mondo di scriteriati, non ha avuto i vestiti firmati e le scuole private, ma diventerà un medico, studia ed è il mio orgoglio. Ah, perché DivinaFollia? E’ un omaggio a Platone, il quale spiegava: “‘Divina follia è quella del poeta ispirato che scopre in sé improvvise energie creative, quella del profeta che spinge lo sguardo nell’ invisibile, quella di Dioniso che consente di entrare in uno stato mentale che i Greci definivano estasi, in cui un uomo percepisce di avere «un dio dentro di sé», e infine -«la migliore di tutte» precisa Platone – la follia di Amore, che porta l’ anima vicino alla sua vera natura. Divina follia quindi come malattia della mente, ma anche come potenziamento della personalità”.

Silvia Denti

Piercing the page

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JUST OUT. Antonio Porta, “Piercing the Page. Selected Poems 1958-1989,

Edited and with an introduction by Gian Maria Annovi. And an essay by Umberto Eco. (Los Angeles: Otis Books/Seismicity Editions, 2012).Translations by Anthony Baldry, Rosemary Liedl, Paolo Martini, Anthony Molino, Lawrence R. Smith, Paul Vangelisti and Pasquale Verdicchio.

https://blogs.otis.edu/seismicity/

www.spdbooks.org/Producte/9780984528950/piercing-the-page-selected-poems-19581989.aspx?rf=1