Venezia

“Crisalidi”, di Giuliana Donzello

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“Il vero viaggio della scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. La frase è di Proust, ma ben si addice al senso e alla direzione del percorso letterario di Giuliana Donzello. Lei stessa la cita, appropriatamente, nel sincero e dettagliato resoconto che mi ha inviato per descrivere le tappe che l’hanno condotta a scrivere il libro di poesie Crisalidi.
Segnalo volentieri il libro di Giuliana, e consiglio a chi leggerà questo post di dare un’attenta occhiata anche alla nota in cui l’autrice parla del suo volume. Per le informazioni che contiene, utili ad una comprensione partecipata delle tematiche e delle simbologie, ma anche per il rispetto sincero nei confronti della poesia che l’ha condotta ad avvicinarsi gradualmente al mondo dei versi, senza fretta, senza approssimazioni ed improvvisazioni.
“La crisalide è uno stato di quiescenza, in cui l’insetto completa la metamorfosi con una serie di cambiamenti morfologici che trasformano il bruco in farfalla. Il ricorso metaforico alle crisalidi del titolo doveva indicare il mio stato iniziale di poetessa. Mi sono sentita bruco, ma doveva essere benaugurante della mia metamorfosi in farfalla”, scrive la Donzello.
In un mondo caratterizzato da frettolose prosopopee, è bello osservare la solenne e progressiva sacralità di questo passaggio compiuto con la cura e l’eleganza di un rito orientale.
Il risultato è un libro maturo e consapevole, ma, per fortuna dell’autrice e dei lettori, i versi sono pervasi anche dall’immediatezza di uno stupore sincero (torna con frequenza questo aggettivo chiave perché costante è l’impressione di genuinità non forzata e non di maniera che traspare dalle pagine).
Come sempre accade in questo spazio riservato alla segnalazioni di libri, mi limito volutamente ad accennare ad alcuni punti cardine.
È giusto ed è bello che sia il lettore a scoprire i momenti in cui la crisalide muta il suo aspetto in farfalla. E il modo in cui accade, nel mondo della scrittura, è sia forma che sostanza.
Il consiglio è quello di sempre: cercare il libro, magari anche contattando l’autrice o l’editore, e leggendolo confrontare le proprie impressioni con le coordinate fornite qui succintamente, ma anche in maniera più diffusa nella prefazione che pubblico integralmente in questo stesso post.
Da parte mia, confermando il mio consiglio di lettura, e, auspicando per tutti i “dedalonauti” un favorevole ritorno alle attività dopo la pausa vacanziera, aggiungo solo un altro breve ma luminoso dettaglio tratto anche in questo caso dalla nota dell’autrice:
“Dalla memoria affiora il ricordo che consente un viaggio dalle diverse connotazioni e fedeli al dualismo di Henri Bergson sono le liriche affidate a due diverse sezioni: “presenze e desideri”, affidate ad un linguaggio volutamente più lirico; “mancanze e assenze” dove il linguaggio si fa introspettivo della realtà”.
Nel momento in cui “de-sidera” e percepisce il senso del pieno e del vuoto il bruco è già farfalla.
IM
Crisalidi – Nota dell’autrice 
Il libro nasce da un atto di consapevolezza. Per molti anni ho fatto della prosa poetica il mio stile, perché consideravo la poesia così alta e destinata ad essere privilegio di pochi eletti, da considerare ancora immaturo e maldestro il mio approccio. Eppure in tutto ciò che scrivevo la poesia si rivelava. Determinante per me è stato il percepire imminente e necessario un mutamento.
La crisalide è uno stato di quiescenza, in cui l’insetto completa la metamorfosi con una serie di cambiamenti morfologici che trasformano il “bruco” in farfalla. Il ricorso metaforico alle “crisalidi” del titolo doveva indicare il mio stato “iniziale” di poetessa. Mi sono sentita “bruco”, ma doveva essere benaugurante della mia metamorfosi in “farfalla”.
Per scelta i testi sono brevi ed essenziali, risultato di un lavoro di limatura condotto soprattutto sul ritmo, le sonorità delle parole e le immagini a cui esse aprono attraverso l’uso delle metafore, lasciando al lettore libertà di lettura e di immedesimazione. Sullo sfondo della ricerca c’è sempre il rapporto tra la realtà dello spirito e la realtà della materia, come insegna Bergson.
Dalla memoria affiora il ricordo che consente un viaggio dalle diverse connotazioni e fedeli al dualismo di Henri Bergson sono le liriche affidate a due diverse sezioni: “presenze e desideri”, affidate ad un linguaggio volutamente più lirico; “mancanze e assenze” dove il linguaggio si fa introspettivo della realtà.
Accanto all’amore in tutte le sue accezioni vivono da protagonisti luoghi e città. Venezia ricorre sovente, anche in una semplice foto, il più come emblema di solitudine e sinonimo di separazione forzata dagli eventi, e soprattutto luogo di partenza ed eterno ritorno della mia scrittura, con Santa Croce, il sestiere che mi ha vista bambina e adolescente e al quale ritorna l’anima della donna adulta.
Tema antico, il tempo segna ogni cambiamento, disegna altri volti, scandisce le azioni del quotidiano, è spesso affidato a descrizioni liriche, dove la struttura lineare del verso comporta attraverso un traslato un rovesciamento del discorso che permette di comprendere l’assunto secondo il quale la poesia si caratterizza per la sua funzionalità estetica delle sue figure retoriche.

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La mia Venezia

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Gli ingredienti di questo romanzo sono stati miscelati dall’autrice con passione e cura, senza fretta. Ha avuto il merito di scegliere ciò che la coinvolge, tra realtà e sogno, ricordo e immaginazione, il tutto miscelato a lungo, fino a creare un amalgama, fino al punto da unire colori e sapori, sensazioni vissute e conosciute e altre rese suggestione vivida, così intensa e speziata da poter rivaleggiare con il reale, o, meglio, al punto da favorire l’osmosi, la sublimazione. Ma una sublimazione molto tangibile, concreta, carnale.

Il romanzo è stato definito “rosa”, da alcuni commentatori. La definizione è al tempo stesso esatta e impropria. La narrazione si basa sì su una trama fatta di ricerca dell’amore, sul corteggiamento stesso dell’amore, intenso come idea, principio e fine di tutto. Ma il romanzo è anche, e forse soprattutto, altro. È anche una bizzarra e tortuosa, e quindi credibile, vicenda di avventure e disavventure, incontri e scontri, intrighi e sotterfugi. Contiene sprazzi di romanzo d’appendice e manciate generose, ma sempre curate ed eleganti, mai volgari, di erotismo, alluso, evocato, assaporato e assaporabile. Racchiude una lunga, articolata, caccia al tesoro, una vicenda quasi poliziesca, una serie di corse, fughe, inseguimenti, reali e telematici, dialoghi ed escamotage di cortigiane e donne moderne, emancipate da tutto tranne che dal fascino dell’amore.

La trama è tessuta con mano rapida ma sempre molto concentrata, oscillante tra varie epoche storiche, passato e presente, perfino, a livello di linguaggio, tra prosa e poesia, e muovendosi costantemente sulla scala ideale di diversi registri, colloquiale ed aulico, immediato e ricercato. Il tutto senza cadere nel burrone delle contraddizioni, degli anacronismi, delle cadute di tono e di stile. L’impressione è che Monica Pasero abbia dedicato a questo romanzo molto tempo e molta attenzione. Che lo consideri come un figlio letterario prediletto o, proseguendo la metafora gastronomica che fa da filo rosso a questa nota di lettura, che abbia voluto presentare ai suoi lettori più affezionati un piatto da grande occasione, per far parlare di sé, o, più esattamente, per parlare di sé, per mettere tra le varie pagine, tra fogli e sfoglie, ciò che maggiormente sente, che davvero le piace, i sogni e le realtà che vuole condividere con i suoi commensali ideali.

La trama, come detto, è complessa e articolata ed è giusto lasciare a chi vorrà leggere il libro il gusto della scoperta passo dopo passo, tra passione, colpi di scena e ironia.

Ci si può soffermare semmai su quest’ultima parola, ironia, che assume un ruolo chiave. Anche qui è tutta questione di dosi, di senso del ritmo e della misura: in un romanzo basato su una lunga storia d’amore che attraversa i secoli ci si poteva attendere un tono solenne ed enfatico. Invece, per istinto, e direi per fortuna, la Pasero ha raccontato il sogno della sua Venice in modo serio ma non serioso, senza mai dimenticare che in tutto, perfino nelle situazioni più drammatiche e nei momenti di massima passione e trasporto, un sorriso, o un riso condiviso con gusto, non solo non stemperano e non diluiscono ma possono, se arrivano al punto giusto e nel giusto modo, perfino esaltare, rafforzare, unire ancora di più i protagonisti.

Con cura e passione Monica Pasero ha scritto un romanzo in cui ha espresso la sua visione della vita, o meglio il suo tendere verso una vita che, con la forza della passione resa parola, con il gusto dell’avventura affrontata con serenità e tenacia, supera il confine, il muro freddo e micidiale che separa il vero dal sognato. Non è un caso forse che in questo suo libro tutte le barriere più spietate e annichilenti cadano: quella del tempo, delle diverse epoche storiche, quella delle barriere sociali, quella del destino, addomesticato alla fine, reso vivibile, quella tra prosa e poesia, quella tra ciò che è e ciò che potrebbe e dovrebbe essere. Il libro è, a dispetto di tutto, a dispetto del male e della malasorte, un inno alla potenzialità e perfino alla bellezza della vita. Alla bellezza del corpo e della mente e a quel mistero, la vera città meravigliosa verso cui tendere, che è l’amore, meraviglia effimera e inaffondabile, sospesa su palafitte di pensieri e di sogni che resistono, chissà come, alla corrosione del tempo e delle maree.

Il sorriso di Monna Lisa

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Nella visione del professor Andrea Salvini, Leonardo, dal “vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze scivola dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza”. Una visione corredata da riferimenti a vari libri fondamentali del Novecento.

Una nuova “lettura allo specchio” di sicuro valore e spessore di cui ringrazio.  IM

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“Lo specchio di Leonardo” di Ivano Mugnaini (Eiffel edizioni, 2016)

L’idea della fuga dalla vita quotidiana grazie ad un doppio di se stessi non è nuova nella letteratura, più o meno recente. Chi non ricorda “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello? Mattia Pascal si trova libero da se stesso e da tutta la congerie oppressiva degli assilli quotidiani grazie ad un doppio perfettamente docile, al cadavere di uno sconosciuto che, ufficialmente, lo fa scomparire per sempre dalla scena del mondo rendendolo libero di inventarsi una vita tutta nuova. In effetti ci è sembrato di trovare, quasi all’inizio del romanzo del Mugnaini, un preciso riferimento all’universo pirandelliano: “E, una buona volta, avrei potuto vedermi vivere, o, ancora meglio, osservare come gli altri mi vedevano o credevano di vedermi: le falsità, i commenti velenosi, le pugnalate appena voltata la schiena. Avrei finalmente scrutato con calma e con agio le facce e i cuori degli altri. Pensando anche, con enorme applicazione, a una vendetta adeguata, prima di morire: un’invenzione decisiva, risolutiva, un micidiale cavallo di Troia per questo mondo malato” (p. 23). Non sarà sfuggito al lettore, verso la fine del passo che abbiamo riportato, anche un richiamo al noto finale della “Coscienza” sveviana. Un primo omaggio al Novecento è dato, ma ne troveremo altri, come avremo modo di osservare in questo nostro tentativo di lettura. Avvertiamo, infatti, sin da ora che ci sembra ben difficile dire qualcosa di esaustivo su questo testo, su cui altri sono già autorevolmente intervenuti. Solo il tempo e ulteriori riflessioni critiche potranno portare più luce su un testo davvero complesso e che è stato sicuramente scritto dopo approfonditi studi storici e artistici.

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Intanto vediamo che la narrazione è condotta da un “io narrante” che si propone praticamente come onnisciente riguardo alla realtà; e non poteva essere altrimenti, dato che si tratta dell’«io» del grande Leonardo: egli appare in grado di comprendere tutto ciò che lo circonda, tutto ciò che si trova nell’animo di chi incontra, si tratti di Lorenzo il Magnifico o di una semplice ragazza veneziana, maldestra avventuriera. Un altro «io narrante» di tale spessore lo possiamo incontrare solo là dove il protagonista ha uno spessore culturale elevatissimo, come, ad esempio, nelle “Memorie di Adriano” della Yourcenar: anche qui il protagonista ci racconta se stesso dal vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze, consapevole infine del proprio declino, del proprio scivolare dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza. Lo stile ovunque prezioso, quasi fastoso, del romanzo, che troviamo tanto simile a quello della Yourcenar, rafforza nel lettore l’impressione di onnipotenza dell’io narrante.

( A questo link: http://www.ivanomugnaini.it/il-sorriso-di-monna-lisa/ l’articolo completo).