Letture allo specchio (5):Roberta Pelachin, Francesca Piovesan,Vivetta Valacca

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Il rischio dell’autoreferenzialità è grande, lo so, e me ne scuso. Ma più grande è la volontà di ringraziare alcuni lettori e lettrici (in questo caso lettrici che sono anche autrici) per la loro lettura appassionata e per il commento al mio libro. Quindi, al termine di una lunga ed animata riunione con la redazione del blog Dedalus (composta da me e da me) abbiamo deciso di pubblicare (in grato ordine alfabetico) i commenti.

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Nota di lettura di Roberta Pelachin su LO SPECCHIO DI LEONARDO

Mi avvicinai a lui a passi lenti, come un felino che avanza verso la preda facendo attenzione a non farla fuggire troppo presto.” Il predatore è l’insospettabile Leonardo, il genio nato a Vinci nel 1492 che fece conoscere al mondo innumerevoli prodigi di scienza, ingegneria, architettura, scultura, pittura. Alcune opere furono portate a termine, molte rimasero incompiute o in forma di progetto. Ma quali erano desideri e confini dell’uomo che disegnò macchine avveniristiche con una mente immaginifica che non conosceva limiti? Lo specchio di Leonardo (Eiffel Edizioni, 2016), romanzo scritto da Ivano Mugnaini, ci introduce in una vita parallela, quella che Leonardo da Vinci a un certo punto della sua vita decide di percorrere. Un incontro fortuito gli offre un’occasione che afferra al volo. Indurrà a seguirlo nel suo progetto una preda ingenua, un giovane scrivano, un semplice e rozzo campagnolo, che, tuttavia, ha una particolarità: è identico a lui. Manrico è il suo alter ego.

Ma quali ragioni spingono Leonardo verso una scelta così radicale e inconsueta? Un gioco ludico? Una piacevole esperienza trasgressiva? “Finalmente, privo di catene, avrei viaggiato nel mondo, nella memoria, e dentro me, applicandomi con cura alla dissezione della mia mente e dei miei desideri con i coltelli affilati del tempo e della sincerità.” L’opportunità inaspettata gli permette di scardinare “l’immagine che mi ero lasciato cucire addosso.”

Le pagine del romanzo fluiscono in un ritmo serrato di contraddizioni che si aggrovigliano in altre e in altre ancora. La forma linguistica cadenza le ambivalenze con abilità. Gli ossimori insistono di riga in riga, compressi dentro a una paratassi quasi ossessiva di congiunzioni che sembrano non unire alcunché, disperse nell’umore discontinuo di Leonardo. Allineano pensieri e sensazioni in una incessante rincorsa verso una linea orizzontale che pare senza fine. Il linguaggio di Mugnaini modella la figura dell’artista con pennellate impressionistiche e non si configura in una forma ben definita e compiuta, proprio come molte opere del Leonardo storico. E tutto questo attrae. È difficile sottrarsi alla curiosità che incalza e si colora, poco a poco, di emozioni variegate.

Da subito il monologo avvince. L’artista riflette: osservare il mondo attraverso “leggi fisiche, neutre, impersonali” è utile, certo, però tutto ciò disperde la cruda realtà della vita. Quella della guerra, per esempio, dove ogni uomo raggiunge l’apice dell’infamia. Morti “fatti a pezzi, squartati in un urlo che strappa la pelle”. Eppure, Leonardo li aveva guardati “senza orrore”. Esiste una logica nel caos?, si chiede. Che cosa giustifica il piacere e il dolore, e il tempo “che scava come un aratro rugginoso?” È possibile trovare la divina proportione nell’intimo sé? L’avventura di Leonardo che si snoda nel libro è racchiusa nella ricerca di qualcosa che dia senso all’esistenza. Un’esplorazione che, a tratti, ognuno di noi ha compiuto quando il peso delle incombenze quotidiane non è troppo greve e permette all’altra grevità, quella insoluta del nostro essere al mondo di mostrarsi, senza annegare in un’angoscia che assedia.

Le antinomie di Leonardo che Ivano ci mostra sono pressanti: rabbia e brama di rivalsa, godimento nel sentirsi invidiato e adulato e senso di vuoto. L’odio e l’amore sembrano segnarlo fin dalla nascita: abbandonato dalla madre e accettato di malavoglia dal padre, anche se il nonno è presenza affettuosa. “Sono un’opera incompiuta”, dice di sé con un tono che pare freddo e insieme profondamente afflitto. Una pena così intensa che strappa ogni radice. Leonardo si sente come “un quadro che non riesce a staccarsi dall’intonaco per prendere una forma concreta.” C’è un sogno ricorrente nelle notti inquiete: un nibbio penetra nella bocca turgida di una fanciulla. Leonardo riflette sull’orrido piacere che prova nel fantasticare sul gesto del rapace. È sempre “sospeso tra due estremi”, l’uomo Leonardo.”La vera scienza, non passa [che] per le matematiche dimostrazioni.” Ma non è sufficiente se “prima che in tali discorsi mentali non accade sperienza, senza la quale nulla dà di sé certezza.” L’esperienza, quella del vivere è inquieta, purtroppo. Non confuta solo falsi teoremi. Leonardo è costantemente dilaniato da una duplice natura, come quella dell’ermellino. L’animale, in un dipinto enigmatico, e per questo incredibilmente affascinante, è accovacciato tra le braccia della dama. Pare tenero e delicato, ma “nel suo intimo è feroce, predace.” In ugual modo pure la dama è ambigua, come molte delle femmine dipinte dall’artista. Forse, “come tutte le donne”, suggerisce Leonardo attraverso la voce dell’autore. A Manrico l’artista confessa che gli occhi dell’ermellino sono i suoi: spaventati, confusi. L’animale candido è accoccolato tra “braccia gentili e stritolanti”. Forse, la dama è “l’essenza di donna”, forse, “la realtà, la vita.”

Nei dialoghi con il copista Manrico l’inquieto artista gli racconta della vita di corte, in particolare di Lorenzo il Magnifico a Firenze, mecenate munifico e cosciente del suo potere. Eppure, quel personaggio che tutto può vorrebbe essere poeta. Ma, “era solo un abile buffone, nato perfetto per questo mondo, e quindi marcio e destinato a essere consumato presto.”, commenta Leonardo con sarcasmo. Nondimeno, “lo amavo. Mi piaceva.” Di nuovo antinomie. Leonardo è consapevole di recitare per bene la parte del giullare di corte. Per vanità, per danaro, anche se disprezza quel mondo dappoco, e si disprezza. Talvolta, ha “osato” qualche gesto sacrilego come quando dipinse il volto di Giuda nell’Ultima Cena prendendo a modello il priore, ma dovette umiliarsi e chiedere protezione allo Sforza di Milano per non pagare le conseguenze di quell’illecito atto.

Molte ombre costeggiano la biografia romanzata di Leonardo. Quasi per voler liberarsi da un peso ormai insostenibile racconta allo scrivano dalla mente zotica di Jacopo Saltarelli, giovane effeminato e “bellissimo”. Leonardo e la sua banda di ricchi perdigiorno lo violentarono. Il branco lo lacerò tra urla, sperma, sangue. E Leonardo fu complice attivo. I giovani furono assolti. Potere, prestigio e danaro parlano una lingua sola. Manrico, nel corso della storia, appare sempre più spesso un diavoletto burlone che muta il corso delle cose. Senza una ragione apparente.

Le pagine si rincorrono rapide in una serie di azioni e riflessioni, di desideri inevasi e rancore sedimentato, di vanità e disprezzo che Leonardo vorrebbe riunire in un struttura organizzata con un senso, uno scopo. Ma è un ordine che non prende forma. Le riflessioni spaziano dalle analisi puntigliose in cerca della geometrica armonia che si palesa nell’uomo di Vitruvio, e pervade la sua ricerca intellettuale, alla percezione che nel mondo reale a volte appaiono azioni quasi impensabili. Sono atti buoni. Una bontà che fa “da vetro opaco e infedele alla totalità dell’imbecillità” e non è “quella viscida e untuosa” del gesto benevolo che vuole esibirsi. “La bontà è poesia: disgraziata, testarda, indistruttibile. La poesia è la bontà perché conosce perfettamente anche il suo opposto.”, suggerisce Leonardo, e si chiede se anche lui potrà sognare di diventare poeta. “Forse la vita me ne concederà l’occasione, il privilegio e la sciagura”, bisbiglia tra sé. Ricorda come le prime opere fossero ispirate dal mistero della natura, ma “ora, dopo la fine delle speranze, dopo l’anelito di bontà diventato fame di silenzio, non so più credere.”

Quale sarà l’epilogo di questa leonardesca peregrinazione? Lo scambio di ruoli tra l’artista e lo scrivano soccorrerà l’inquietudine dissociata e dissociante di Leonardo che Mugnaini delinea con tratti serrati, agri e pungenti, e si abbandonano talvolta in minuscole oasi di struggimento? Riusciranno il genio e l’uomo a incontrarsi? Si dovrà arrivare all’ultima pagina di Lo Specchio di Leonardo per saperlo. Molto prima di morire, il Leonardo storico scrisse: “Si come una giornata spesa bene dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire.” Una riflessione semplice e sincera. Il genio del Rinascimento sarebbe riuscito a vedere, alla fine, “senza più cercarle la luce, le tenebre, il colore, il corpo, la figura, la collocazione, la distanza, la prossimità, il moto e la quiete?”

Roberta Pelachin, laureata in filosofia si occupa in particolare di biologia, evoluzione, genetica come di miti e antropologia. Le più recenti pubblicazioni sono: Lettera a Charles Darwin. Caro Charles ti scrivo in questa sera svagata d’estate (2010), e due raccolte di poemetti: La fiamma della Co(Scienza) (2014) e Passioni inquiete o dell’Amore (2015).

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Francesca Piovesan su LO SPECCHIO DI LEONARDO

Ho appena terminato di leggere il libro Lo specchio di Leonardo dello scrittore Ivano Mugnaini. La prima cosa che ho pensato, già dopo poche pagine, è stata che finalmente avevo tra le mani un romanzo caratterizzato dall’uso di una scrittura preziosa e amabile, elaborato in uno stile degno di essere chiamato letterario nel senso più pieno del termine. Inoltre ho amato subito questo libro per la tematica affrontata, che mi è particolarmente cara, ovvero quella del doppio. Leonardo, genio fra i più grandi di tutti i tempi, non poteva che essere un uomo sensibile e consapevole anche della propria fragilità, la quale gli derivava dall’essere, come e più di tutti gli uomini, contraddittorio e poliedrico, sfaccettato. Non è un caso che Freud se ne sia interessato, probabilmente affascinato da questo aspetto. Emerge, dunque, nel romanzo un Leonardo eroe ed antieroe, un Leonardo uomo come tutti, con i suoi limiti, non solo genio. In questo senso Mugnaini ne ha delineato la figura in maniera molto convincente e accattivante. Il passo che ho adorato: “Loro hanno una vita concreta, terra e legno, io ho spirali d’aria.”

Francesca Piovesan è nata a Venezia e laureata in Lettere a Ca’ Foscari. Abita a Pordenone. E’ insegnante di scuola secondaria di secondo grado. Coltiva nel contempo la passione per la scrittura, lavorando prima su riviste associazionali, poi sul «Gazzettino», per il quale ha condotto dei reportage di carattere culturale e sociale. Ha un blog di letteratura nel sito “I colori della vita”. Nel 2015 per la casa editrice Ladolfi ha pubblicato la raccolta di poesie Una vita tante vite. Il libro è stato inserito nello scaffale del blog di poesia della RAI curato dalla poetessa Luigia Sorrentino ed è stato recensito da varie riviste e blog letterari.

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Vivetta Valacca

Lo specchio di Leonardo

Presentazione del libro di Ivano Mugnaini

È un topos letterario quello del doppio. Chi ha fatto il Liceo conosce l’Anfitrione di Plauto, chi non l’ha fatto usa comunque la parola <<sosia>>, il nome proprio del personaggio di Plauto che é diventato nome comune, per indicare qualcuno che ha gli stessi tratti somatici di un altro, le stesse caratteristiche fisiche, come un gemello monozigota, impossibile da distinguersi.

La clonazione ha dato nuova linfa alle storie dei doppi, basti pensare a Il terzo gemello di Ken Follet.

È ovvio che si può giocare con le stesse intriganti introspezioni psicologiche legate allo studio dei gemelli, con il fattore aggiunto di quanto possa incidere l’educazione, la formazione su quello che un uomo diventerà.

Una domanda sulla quale dibattono psicologi e sociologi e che da sempre interessa quei settori della medicina che mettono in relazione ereditarietà e comportamenti, fisionomica e caratteri.

Ma Ivano Mugnaini non si è limitato a parlarci del doppio, perché il vero doppio non è Manrico, il sosia di Leonardo nel suo libro, ma Leonardo stesso che, proprio come ciascuno di noi, lotta con i propri contrasti, con i propri demoni.

Chi siamo veramente noi?

Quello che vedono gli altri?

Quanti sono i nostri pensieri inespressi che non vorremmo mai che gli altri conoscessero?

Nessuno mai è stato lucido quanto Pirandello: noi siamo uno, nessuno, centomila, ma i centomila che gli altri vedono sono solo maschere e noi ci adattiamo alle circostanze, cerchiamo la forma più idonea al ruolo.

Chi era veramente Leonardo?

Non può lasciarci indifferenti questa figura che scuote la storia col suo genio. Quest’uomo che tutto il mondo ci invidia.

Chi non vorrebbe conoscerlo meglio?

Il genio. L’uomo del mistero: nell’arte, con la sua Gioconda, nei palazzi del potere coi suoi patti coi potenti, nelle stanze segrete delle sue ricerche invise alla Chiesa.

Ivano non avrebbe potuto scegliere meglio.

Leonardo per guardare non solo dentro al mistero del genio, ma dentro al mistero che ciascuno di noi è nella tensione continua tra ragione e pulsioni, tra bene e male

L’angioletto e il diavoletto nelle illustrazioni di Giovannino Guareschi.

«Il bene che voglio non lo faccio, il male che non voglio, quello faccio», diceva perfino Paolo di Tarso nell’Epistola ai Romani (7. 19)

E allora noi vediamo un Leonardo che, lasciando a palazzo il suo sosia, può fare quello che Leonardo non può permettersi, lasciarsi andare a ciò cui non avrebbe potuto lasciarsi andare.

Guardare dentro di sé.

Nel mistero che ciascuno è a se stesso.

Allora questo è doppiamente il romanzo del doppio.

E nulla è lasciato al caso.

Il doppio può essere anche la nostra immagine allo specchio. Quello che noi spiamo da angolazioni obbligate, ma che non vedremo mai come possono vederlo gli altri… e si torna a Pirandello. Al suo Vitangelo Moscarda che non si era mai accorto di quel suo piccolo difetto tanto palese a sua moglie…

Ma il doppio di Leonardo è anche la sua Gioconda con le teorie che vogliono vedere in essa un autoritratto.

E allora il titolo, Lo specchio di Leonardo, e la copertina con i ritratti del maestro e della donna che si fondono o, forse, si dipartono uno dall’altro.

Ma ha un altro grande pregio il libro di Ivano Mugnaini.

La qualità della scrittura.

Prende, avvince, non si smette di leggere.

Stupisce non solo per la sua acutezza, ma anche per il ritmo narrativo, rapido, scorrevole, nonostante la profondità delle argomentazioni.

Una scrittura che si stacca nettamente dalla lentezza che caratterizza solitamente i narratori italiani.

Io credo che si possa rendere giustizia a questo libro solo leggendone direttamente alcune pagine e scelgo due argomenti che mi stanno particolarmente a cuore.

  1. la bellezza, pagg. 27- 29: «Ho sempre provato un’immensa attrazione per la bellezza, e una paura altrettanto grande. Perché uno sguardo sublime che ti avvolge ti pone davanti all’eterno, strappandoti alle sicurezze della contingenza. Ti fa vedere i secoli passati, e la primavera che torna, anno dopo anno, a dispetto di ogni gelo e di ogni distru­zione, facendoti sognare il futuro. Troppo grande per un uomo è tale visione, soprattutto per un uomo come me, incompleto, sospeso tra due estremi. È così che, allora, mi sono rifugiato nello studio, nell’osservazione delle cose statiche, caduche, imperfette. Mi è piaciuto infinitamente osservare e dipingere le teste degli impiccati. Quelle facce che, di colpo, si fermano, smettono di fremere oscillanti tra progetti e desideri. Si spezza il collo e con esso il fiato, e il viso trova pace, in una smorfia eterna di dolore. Io stesso sono un impiccato, ondeggio tra voglie contraddittorie, tra nuvole e fango. Sono un verme di lusso, con la possibilità e la condanna di poter guardare anche il cielo. Quando ero poco più che un ragazzo, ho dipinto il Battesimo di Cristo, l’Annun­ciazione, la Madonna con il Bambino e i Santi, ma sono riuscito ad identificarmi solo con il Viaggio dei Magi, orientato da una stella che non sapevo e non so vedere, e mi perdo, smarrito in undeserto gelido, senza mai smettere di cercare, senza abbandonare la tensione verso una meta. È arrivato il successo per me, prima di quanto sperassi, nell’arte e nella scienza. Sono diventato appetibile, e, regolarmente, sono stato divorato. Con sgomento e contentezza mi sono lasciato ma­sticare e inglobare dal lusso e dal denaro, come un agnello che percorre sorridente i sentieri dei lupi. Ma forse lupo ero anch’io, ho solo abbassato la testa per essere accettato dal branco e potere a poco a poco rialzarla e iniziare a mia volta a sbranare. Di sicuro so che il gioco mi ha chiamato a sé, e se mai c’è stato un attimo utile per potermi sottrarre, non l’ho saputo cogliere oppure l’ho perduto. La verità probabilmente è che mi è piaciuto vestirmi di seta e broccato e sentirmi chiamare Maestro, dopo averlo dovuto fare io per anni con gli altri. Ho accettato le regole sedendo ai tavoli dei potenti, disegnando mentalmente con immensa cura l’immagine di me, vedendola costantemente al mio fianco, do­cile, brillante, seria quanto basta, convinta, del tutto adatta alla parte. Fino al punto in cui l’immagine è diventata me, ricopren­do con una mano di bianco il passato, il mio modo autentico di vedere e sentire, gli istinti, le passioni più vere. Mi è piaciuto, alla fine, piacere ai miei padroni. Mi sono nu­trito come un cane da compagnia delle loro moine e delle loro smancerie. Per averne sempre di più, sempre più convinte e sdol­cinate, ho assunto come un camaleonte la pelle del colore gradito ai loro occhi. A Ludovico Sforza mi sono presentato come uomo di scienza, ingegnere e ideatore di macchine belliche. Gli ho pro­messo, più o meno esplicitamente, di fornirgli le armi in grado di far prevalere i suoi eserciti in ogni battaglia. Era questo che voleva. Desiderava un creatore di forme di distruzione. E io in quella veste mi sono proposto, nascondendo e annientando metà della mia anima, l’arte e la bellezza, soffocando in me l’amore per l’umanità. Un ottimo esordio, non c’è che dire. E fu immensa­mente apprezzato: lo Sforza mi ha accolto come un suo simile, un fratello di sangue. Quello stesso sangue che ancora mi sento addosso, sulle mani e sulla faccia.»

  2. la bontà pagg. 58- 59: « La bontà è la poesia: disgraziata, testarda, indistruttibile; nep­pure tutti i marchingegni di morte e distruzione che ho ideato potrebbero abbatterla. La poesia è la bontà perché conosce per­fettamente anche il suo opposto. Eppure, per una scelta che non ha alcuno scopo pratico, nessuna convenienza, nessun calcolo, si schiera dal lato del bersaglio. La poesia si vede, si tocca. Così come la pittura è una poesia che si vede e non si sente, la poesia è pittura che si sente e non si vede. Dietro questa evidenza, sotto il velo di questa apparente banalità, c’è, forse, un quadro nascosto, un superficie dotata di senso e di colore. La poesia è la bontà. E io ancora mi ostino, dimenticando un moto di vergogna e di inadeguatezza, a sognare di essere un poeta. Lo è Michelangelo, il mio eccelso rivale, uomo di molli e feroci durezze. Forse posso esserlo anch’io; forse la vita me ne concederà l’occasione, il privi­legio e la sciagura.»

Rimanendo nella Poesia, dal momento che Ivano Mugnaini è poeta, se dovessi cantare in versi il suo libro, lo troverei, già cantato in Dualismo di Boito, genio della nostra Scapigliatura;

Son luce ed ombra; angelica

farfalla o verme immondo

sono un caduto cherubo

dannato a errar sul mondo,

o un demone che sale,

affaticando l’ale,

verso un lontano ciel.

 

Ecco perché nell’intime

cogitazioni io sento

la bestemmia dell’angelo

che irride al suo tormento,

o l’umile orazione

dell’esule dimone

che riede a Dio,  fedel.

 

Ecco perché m’affascina

l’ebbrezza di due canti,

ecco perché mi lacera

l’angoscia di due pianti,

ecco perché il sorriso

che mi contorce il viso

o che m’allarga il cuor.

 

Ecco perché la torbida

ridda de’ miei pensieri,

or mansueti e rosei,

or violenti e neri;

ecco perché con tetro

tedio, avvincendo il metro

de’ carmi animator.

 

O creature fragili

dal genio onnipossente!

Forse noi siamo l’homunculus

d’ un chimico demente,

forse di fango e foco

per ozioso gioco

un buio Iddio ci fe’.

 

E ci scagliò sull’umida

gleba che c’incatena,

poi dal suo ciel guatandoci

rise alla pazza scena

e un dì a distrar la noia

della sua lunga gioia

ci schiaccerà col pie’.

 

E noi viviam, famelci

di fede o d’altri inganni,

rigirando il rosario

monotono degli anni,

dove ogni gemma brilla

di pianto, acerba stilla

fatta d’acerbo duol.

 

Talor, se sono il demone

redento che s’india,

sento dall’alma effondersi

una speranza pia

e sul mio buio viso

del gaio paradiso

mi fulgureggia il sol.

 

L’illusion-libellula

che bacia i fiorellini,

-l’illusion-scoiattolo

che danza in cima i pini,

-l’illusion-fanciulla

che trama e si trastulla

colle fibre del cor,

 

viene ancora a

 sorridermi

nei dì più mesti e soli

e mi sospinge l’anima

ai canti, ai carmi, ai voli;

e a turbinar m’attira

nella profonda spira

dell’estro ideator.

 

E sogno un’Arte eterea

che forse in cielo ha norma,

franca dai rudi vincoli

del metro e della forma,

piena dell’Ideale

che mi fa batter l’ale

e che seguir non so.

 

Ma poi, se avvien che l’angelo

fiaccato si ridesti,

i santi sogni fuggono

impauriti e mesti;

allor, davanti al raggio

del mutato miraggio,

quasi rapito, sto:

 

e sogno allor la magica

Circe col suo corteo

d’alci e di pardi, attoniti

nel loro incanto reo.

E il cielo, altezza impervia,

derido e di protervia

mi pasco e di velen.

 

E sogno un’Arte reproba

che smaga il mio pensiero

dietro le basse immagini

d’un ver che mente al Vero

e in aspro carme immerso

sulle mie labbra il verso

bestemmiando vien.

 

Questa è la vita! L’ebete

vita che c’innamora,

lenta che pare un secolo,

breve che pare un’ora;

un agitarsi alterno

fra paradiso e inferno

che non s’accheta più!

 

Come istrion, su cupida

plebe di rischio ingorda,

fa pompa d’equilibrio

sovra una tesa corda,

tal è l’uman, librato

fra un sogno di peccato

e un sogno di virtù.

boito

Vivetta Valacca è saggista e poeta del Mito. Saggi: ha collaborato con la rivista Mondo Archeologico (Ed. Corrado Tedeschi, Fi) con articoli di storia delle religioni fra cui Il tempio israelitico di Casale Monferrato (Maggio 1981). Inoltre ha pubblicato: Una vita per la Torà. Raccolta di discorsi del Rabbino Ruggero Coen, La Giuntina, Firenze 1983; Gabriele D’Annunzio e i fratelli Palli (Casale, M.to 1991); Dio e gli stranieri (AAVV  in Atti del Convegno nazionale La posizione del debole nella Bibbia, Fi, 1987); Al di là dei gesti, analisi del folklore casalese alla luce delle matrici classiche e indoeuropee, Casale M.to 1998. Testi poetici: ha pubblicato la trilogia poetica di argomento omerico Il mare dai mille occhi (Campanotto editore 2006); Lo specchio del mondo (Campanotto Editore 2006) e La danza delle onde (Campanotto Editore 2007). Vivetta Valacca ha inaugurato la poetica del Mitoesistenzialismo. Ultima opera pubblicataLa luce dell’anima. Zeit Los brennt dieses Licht hier, ETS, Pisa 2011, voce femminile nel dialogo lirico d’amore scritto con Dieter Schlesak, voce maschile.

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