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La barriera

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Una mia recensione al romanzo “La barriera”, uno scenario prossimo venturo che ci parla anche del nostro presente e delle gabbie da evitare.

Scritta  per il sito di Anita Likmeta e pubblicata in versione integrale a questo link: https://anita.tv/2017/07/31/la-barriera-il-romanzo-sull-inconsistenza-della-nostra-mente/

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“La barriera” il romanzo sull’inconsistenza della nostra mente.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017

Il primo e decisivo passo compiuto da Vins Gallico e Fabio Lucaferri è l’umanizzazionefar capire che in questo libro non si parla di numeri, di statistiche, di esempi astratti e proiezioni su grafici teorici. Non si parla neppure di personaggi letterari. Si parla di uomini, esseri umani. In quest’ottica i dettagli, le minuzie, le caratteristiche in apparenza inconsistenti, le fragilità, i vizi, le manie, gli oroscopi, gli ascendenti, il gioco del calcio, i luoghi e le cose, contribuiscono a definire una persona, a fare da specchio, facendoci identificare per analogia o per contrasto, dando forma a un riflesso in cui possiamo e dobbiamo guardarci. Da queste infinite tessere differenti si delineano i contorni di un mosaico: il mondo così com’è. Sarebbe bello poter dire che è così solamente nella finzione, ma è proprio questo il nodo, la sfida e il senso di questa narrazione.

C’è una data precisa, il 2029. Indicata con chiarezza, su un’agenda ipotetica ma ineludibile. Una data che appare lontana, eppure conosciamo i ritmi e le cadenze del tempo: quel traguardo è a un passo. C’è la descrizione di un pianeta che è una polveriera, e un solo luogo ancora conserva una parvenza di ordine e vivibilità: il più ricco e potente d’Europa, la Germania. Si salva dal caos imperante, ma a quale prezzo? Cosa si è costretti a pagare in termini di libertà e dignità umana per avere protezione? Lo sfondo del romanzo è quello descritto in questo breve sunto, arricchito da intrecci ulteriori di vite e destini e dal vibrare di trame sotterranee, intrighi, astuzie e controastuzie, corruzione, scontri, fughe, ostacoli e macchinazioni di ogni genere. Mentre ci si muove rapidissimamente da un episodio all’altro, si assimila gradualmente, potremmo dire nel sudore della tensione e della rincorsa, il messaggio sottotraccia, la verità nascosta ad di là della barriera, anche narrativail futuro apocalittico descritto nel romanzo in gran parte lo stiamo già vivendo. Lo intravediamo, ci viene tatuato addosso una goccia alla volta, ogni volta che in televisione all’ora di cena assistiamo a quelle trasmissioni inesorabilmente mandate in onda ogni singolo giorno Ferragosto compreso. Quelle in cui ci dicono, scrivendolo a caratteri cubitali sullo schermo del piccolo-grande-fratello, che siamo minacciati, che verremo schiacciati e che ci ammazzeranno tutti se le porte, tutte quante, non le chiudiamo. Se non ci chiudiamo.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017.

Vins Gallico – Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017.

Per rendere questo senso di oppressione il romanzo adotta un ritmo che non lascia respiro: è la versione narrativa di un film d’avventura, con attraversamenti di terre desolate, città e confini, nuotate da campione olimpionico, corse di velocità e di resistenza, centometristi e mezzofondisti. Ma il vero protagonista, muto ed eloquentissimo, è lo sfondo: il mondo, il solo luogo che abbiamo, il giardino recintato a mo’ di gabbia.Il linguaggio è rapido, frenetico ma preciso. Nessuna frase è buttata là solo per fare conversazione, nessun dettaglio è meramente descrittivo. Tutto è finalizzato a fornirci i dati essenziali di un manuale di sopravvivenza, un docufilm girato a ritmi serrati in cui si mostrano mosse e contromosse, lo scontro tra le regole annichilenti del potere e la volontà di restare vivi. I diritti naturali nello scenario descritto non sono più garantiti, devono essere riconquistati in una corsa da maratoneta e il premio finale, i diamanti da salvare, sono la dignità e la libertà. Gli aguzzini qui sono molto meno appariscenti di quelli descritti nel film di John Schlesinger con Dustin Hoffmann eLaurence Olivier. Sono burocrati in apparenza scialbi, e questo li rende perfino più temibili. In questo romanzo si arriva a far sì che siano le vittime a dover anelare di essere marchiati. Il tatuaggio, l’identity matrix, è la meta per cui si è disposti a fare di tutto. Ci si getta da soli nella gabbia camuffata da luogo stabile e sicuro.

Si procede nel libro, guardandosi anche alle spalle: la Germania, il MuroSchindler’s ListLe Vite degli Altri e mille istantanee immagazzinate nella memoria riprendono vita e si intrecciano ad un futuro che è ipotesi più che plausibile e a un presente che è già dato di fatto vissuto. In un circolo che avvolge e soffoca: con la burocrazia che uccide la dignità senza neppure sporcarsi le mani. I capitoli del libro sono nomi di persona, luoghi e date. Quasi a confermare che ciò che ancora conta è l’equazione spazio-tempo, la possibilità di continuare a conservare la nostra identità a dispetto del mutare delle epoche e dei luoghi. O, meglio, saperla conservare lottando giorno dopo giorno per l’evoluzione, la sopravvivenza della specie autentica, quella specie umana che è costretta a difendere il proprio diritto alla diversità, al pensiero autonomo, alle scelte fondamentali, non ultime la sete di giustizia e di amore.

Moltissimi sono i riferimenti a situazioni che conosciamo bene e con cui interagiamo quotidianamente. Nel 2029 ci sarà ancora Facebook e ci saranno i tatuaggi, ma diventeranno macabre immagini di una gigantesca schedatura collettiva. Ci sarà ancora il sesso. Ma quello descritto nel libro è rapido e quasi incolore. La passione e la gioia sono al di là della barriera. Una delle sensazioni che le pagine trasmettono è che si potrà tornare ad assaporare tutto davvero fino in fondo solo quando la corsa per la sopravvivenza potrà essere interrotta. Coerentemente, nel libro c’è poco spazio per le divagazioni “liriche” e perfino per le pause descrittive. La solo poesia possibile nel contesto raffigurato è quella dei gesti, degli sguardi rapidi d’intesa, come quelli dei naufraghi, dei fuggiaschi. Come quelli delle spie, gli infiltrati in un mondo nemico. Le occhiate rapide di chi si riconosce affine ma non può fermarsi, per non destare attenzione.

La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine.

Berlino è la scenografia ideale, per questa narrazione di impronta cinematografica, rapida, intensa. La Berlino di questo romanzo è una città senza cielo, riflessa nei colori scuri di un passato di ferro e di sangue, ma anche nei vetri lucidati a specchio dei palazzi altissimi e dell’arte solenne e geometrica che atterrisce e attrae, inglobando corpi e menti nelle sue strade e nelle immense periferie livide. La bellezza è cupa. Non è morta ma deve essere risvegliata. Nel momento in cui torneremo ad essere armonici, aperti e davvero liberi, ritroveremo anche le luci, i riflessi fascinosi del sole del nord.

Con abilità e in modo quasi subliminale vengono messi in atto parallelismi fondamentali. L’anno descritto si colloca a distanza di un secolo esatto da quello della grande crisi finanziaria, dal crollo di Wall Street e dell’economia globale. Il futuro è adesso e il passato è uno spettro che ancora si aggira nelle case, negli uffici, nelle officine. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine.

Leggendo questo libro si respira a fondo, si è coinvolti anche noi in una corsa vitale, nel senso letterale del termine. La posta in palio è la più preziosa, il nostro diritto a restare umani, con tutto il bene e il male che ciò comporta, con il libero arbitrio, la capacità di riconoscerci affini a chi è diverso da noi. La sfida è ardua, lo scopriamo pagina dopo pagina. L’unico spiraglio è quello offerto dal riferimento all’ideogramma orientale che esprime il concetto di “crisi” facendo riferimento simultaneamente all’idea di pericolo e a quella di opportunità. Ciò che viene descritto e collocato in un futuro prossimo è profezia che già sconfina nella realtà. La vicenda narrata ci prepara, ci invita a mantenere tonici i muscoli delle gambe e del cuore fin d’ora, anzi, proprio ora, nel presente su cui possiamo agire, mutando noi stessi, per poter guardare negli occhi il nostro volto in un volto altro, arrivato da qualche luogo del pianeta di fronte a una Barriera che esiste, ed esisterà, solo se avrà consistenza nella nostra mente.

Estinzione

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Estinzione

di Marco Capponi
Edizioni Divinafollia, 2016

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Nella copertina del libro campeggia un quadro di cui è autore lo stesso Capponi. Il quadro in apparenza è rassicurante. In apparenza, appunto. Ed è in questo aspetto esteriormente quieto, geometrico, razionale, che si nascondono profondità e ombre, spazi per riflettere sul lato oscuro della scienza, della mente umana, del presente che anela a diventare futuro diverso, manipolato, geneticamente modificato, potremmo dire. 

Capponi unisce nei suoi libri le sue due grandi passioni: la ragione e il raccontare, la logica e l’immaginazione, o meglio l’ipotesi delle conseguenze della variazione di alcuni dati e parametri di riferimento che sembrano fissi su quel microcosmo complesso e fragile che è il genere umano.

Estinzione immagina un futuro senza tempo, perfino senza morte.

Dovrebbe essere un quieto paradiso. Non è così. Perché ogni azione impone una reazione, un cambiamento nella struttura di un intero sistema, una mutazione nel suo equilibrio instabile e precario che è allo stesso tempo la sua fragilità e la sua unica forza.

L’idea alla base del romanzo è originale e coraggiosa. Capponi la esplora aggiungendovi elementi essenziali e variabili di portata assoluta: l’amore, l’odio, l’orgoglio, la ferocia, la sete di distruzione, il realismo, l’idealismo, l’eros, la poesia…

Un quadro a tutto tondo, nei cui chiaroscuri si intravede la figura umana messa a nudo, analizzata con occhio di scienziato ma anche di letterato. Conservando, a dispetto di tutto, la speranza che non si estingua del tutto la bellezza, la sua possibile, essenziale, viva presenza.

Non guasto con anticipazioni il gusto della scoperta della trama ai lettori interessati.

Mi limito a fare riferimento ad alcuni passaggi del libro, basandomi su due paragrafi della recensione di Rossella Frollà pubblicata sulla rivista Pelagos, a questo link: 

http://www.pelagosletteratura.it/2016/09/15/estinzione-di-marco-capponi/ .

«Un gruppo di scienziati lavora sotto la guida del prof. Franzinelli all’intuizione di uno di loro, Filippo Landi. Si scopre un’ «interazione ordinante» che non disperde energia e informazione ma le organizza e le concentra. Franzinelli si rende conto della possibilità di bloccare ogni processo degenerativo dei sistemi biologici oltre che raffreddare quasi gratuitamente ogni sistema termodinamico. L’«interazione ordinante» va oltre il principio classico dell’aumento dell’entropia dell’universo. Il risultato scientifico sarà quello di trattare la morte, la degenerazione della vita non più come inevitabile. Si renderà possibile la stabilità straordinaria del materiale biologico, superando l’ibernazione e addirittura favorendo il processo di riparazione delle cellule.

Alla applicazione metodologica di tale intuizione seguirà negli anni la mutazione genetica della specie umana. L’interazione ordinante si estende attraverso onde elettromagnetiche che viaggiano nella rete telematica per raggiungere tutti coloro che sono collegati ad essa. Si tratta di un cambiamento epocale che muta il rapporto degli uomini col territorio, con la loro stessa esistenza. Il fine non è più pensabile, né la fine né il tempo se non nella perpetua angoscia del possibile incidente che limita e penalizza l’evitabilità della morte naturale. Questa paura folle costringerà la nuova specie ad abbandonare completamente i mezzi di locomozione aerei e terrestri. Si apre un nuovo eterno pericoloso senso di angoscia».

Qui di seguito il link di un brano del libro letto da Ivano Marescotti.

Di nuovo buona estate a voi, razza non ancora estinta di lettori.

IM

Il tuo nemico – una recensione

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“Se amate il minimalismo non leggete questo libro. Se amate narrazioni comode, rilassanti neppure. Questo libro si rivolge a coloro che sono pronti a mettersi in gioco e chiamarsi in causa.

Il succo del romanzo, o meglio il nodo, è correlato all’incontro-scontro tra democrazia e cibernetica, tra la società “reale” e i territori ancora in gran parte inesplorati del virtuale.

 Gregorio, il protagonista del romanzo, è uno dei tanti diversi di cui dovrebbe essere fatto un mondo di uguali. La sua diversità sta nel fatto di non accettare “the way of the world”, il mondo e la strada che ha preso e in cui, con corridoi di cemento e di asfalto in apparenza lisci e comodi, vuole portarci. Una delle domande che si pone e che ci pone questo libro è chi ci ha condotto su questa strada, come e perché.”

Ripropongo qui nel mio sito alcuni stralci della mia recensione a questo romanzo di cui vi consiglio la lettura.

La recensione è stata pubblicata originariamente a questo link: http://www.zestletteraturasostenibile.com/il-tuo-nemico-michele-vaccari/ dove è possibile leggerla in versione integrale. IM

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Il tuo nemico

Michele Vaccari
Editore: Frassinelli
Anno edizione: 2017
Pagine: 290 p. , Rilegato
  • EAN: 9788893420204

Un romanzo di mari, amori e misteri.

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Una mia lettura del romanzo originale, lussureggiante e “debordante” di Guido Mina di Sospiro recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie.

La recensione è uscita originariamente sul sito di Anita Likmeta, con cui collaboro per la sezione Letteratura e cultura, a questo link  https://anita.tv/2017/05/04/il-poliedrico-e-multiforme-teatro-della-vita-un-romanzo-di-mari-amori-e-misteri/ .

Buona lettura e buone avventure a tutti i naviganti. IM

 

 

 

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Mina di Sospiro gioca con le parole, con il loro mistero, con il senso e l’assenza di senso, con la vita, fatta di codici astratti e di carne palpabile e danzante, folle e assetata, a volte perfino saggiamente folle. È attratto da tutto ciò che porta e indossa la vita, sopra e sottovento, sopra e sotto i vestiti, i gesti, i sorrisi ammiccanti, l’invito a esplorare i confini e a fare un passo oltre. La vita lo incuriosisce, lo attira, gli pone di fronte uno spettacolo variegato fatto di contrasti e chiaroscuri, il sublime e il becero, il pensiero e il salto ad occhi chiusi in un vortice o in un baratro.

 

E allora lo scrittore la osserva, la corteggia, la fa bere e la fa parlare. Ha la conferma di quanto lieve e complessa sia, la vita, e che il suo significato è una sciarada con troppe soluzioni, o forse con nessuna, o entrambe le cose assieme. Non ha bisogno del re scozzese shakespeariano per confermare e confermarci quanto la vita sia “a tale told by an idiot”. Lo sa, ne ha preso atto da tempo, ma non si è fermato, non ha rinunciato a mettere le vele al vento. Anzi, si è ripetuto, come Hölderlin, che “l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ma non è sceso neppure a questo porto. Con la forza dell’istinto e di un possente vitalismo ha compreso che mischiando le due componenti in giuste dosi l’uomo può essere meno misero quando pensa e meno asceticamente incorporeo quando sogna. Basta rendere vivo il sogno, aggiungendo una porzione di follia, di avventura, di sudore, di adrenalina, di paura e attrazione: tramite un viaggio, un’esplorazione, una sfida, quindi, ancora, un gioco.

 

Sempre sapendo, con un sorriso, che non c’è niente di più intrigante e divertente del gioco, e, al tempo stesso, non c’è niente di più serio. E che il gioco non è mai gratuito, impone attenzione, coinvolgimento assoluto, per capirne le regole sancite e soprattutto quelle nascoste, le più importanti. Alla fine, bisogna essere anche disposti a perdere, a capire che non c’è niente da capire, come cantavamo negli Anni Settanta, oppure che tutto ciò che si deve comprendere è che non tutto può essere compreso, è questo è il più secco e il più dolce dei colpi di vento. La narrazione di Mina di Sospiro vive di accostamenti e contrasti. Unisce oggetti, azioni e idee come un artista materico, e non si lascia abbattere se non combaciano gli angoli, anzi, ne esulta. Sconfina con gusto, deborda e ci trascina con forza gioiosa ed esuberante a bordo di una fantasia onnivora, poliedrica, multiforme, un teatro nel teatro della vita. Il susseguirsi delle scene, delle azioni, degli spunti e degli stimoli è rapido, incalzante. L’autore mette in pratica ciò che ha scritto in suo fortunato libro sul ping pong e sulla metafisica che ne è alla base; o, meglio, applica alla scrittura anche di questa polimorfa creatura letteraria l’istinto e la ragione del gioco da lui preferito: la necessità di correre e pensare allo stesso tempo. Fino a far coincidere le due istanze, senza distinguerle, senza separarle dalla naturalezza del respiro. Perché quell’istante di riflessione fuori tempo e fuori luogo farebbe cadere a terra la pallina e con essa la magia folle della passione che tutto assorbe, dell’affabulazione che rende tutto credibile, irreale nella realtà a cui scegliamo di dare corpo.

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Racconto di pirati, a tratti di moderna cappa e spada, tra malviventi e personaggi ambigui, bizzarri e disperati, ma senza resa né tregua, il romanzo è mille cose insieme, mille generi, toni, rimandi e allusioni, senza compiacimento, senza ammiccamenti. Quindi, è soprattutto anzi unicamente se stesso, un pezzo unico, originale. Non da collocare in qualche museo o catalogo ma da porre costantemente in un flusso, sia esso quello della lettura che della fantasia. Romanzo on the road, sulla strada del mare, ha bisogno di moto costante, non può sostare. Racchiude posti e volti inventati e al contempo è un documento ricco di riferimenti a luoghi esistenti, il Jackson Memorial, Palm Beach, la Florida, le Antille, i Caraibi, Cuba e mille altri luoghi collocati a metà strada tra il mare e il mito. Tra le righe, ma anche dentro, nelle pieghe più sensibili, è il resoconto di un mondo che siede sulle sdraio a strisce multicolori in luoghi di lusso tra il sole e l’ombra densa di sotterfugi e intrighi, la zona morta, ma brulicante di umanità, tra legalità e crimine, disperazione, fantasia e il sogno costante di un altrove risolutivo, una mossa a sorpresa che cambia le carte e rovescia i tavoli. 

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Il destino, lo si sa, si nutre di logiche sbalestrate. Nella seconda parte del libro Mina di Sospiro lo fa condurre da una nave senza timone, ricca di assonanze e richiami fascinosi: “Durante questa unica e irripetibile settimana astrale, gli eventi di ogni giorno saranno influenzati e talvolta addirittura decretati dalle divinità pagane. Quali? Quelle della mitologia latina e sassone, le due culture che hanno colonizzato il nuovo mondo e che evidentemente presiedono alla pari sul mar dei Caraibi. Le stesse divinità, infine, che hanno ispirato il nome dei giorni della settimana, sia nelle lingue d’origine latina, fra le quali lo spagnolo, che in quelle d’origine sassone, fra le quali l’inglese”. Un escamotage accattivante, del tutto coerente con lo spirito e l’animo che orientano il romanzo: lo scambio costante di colpi d’approccio e di schiacciate fulminee e secche tra il caso e l’uomo, tra il rischio, la pena e il piacere di non sapere mai se saremo sopravvento o sottovento, con la sola certezza del mutare costante. Consapevoli solo che, per dirla con le parole di una delle epigrafi del libro: “Non ci sarà sortita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo dove non è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro”. (Jorge Luis Borges, Labirinto).

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Questo romanzo ci chiede una cosa difficile ed esaltante: lasciarsi andare alla corrente. Chiudere gli occhi e abbandonarsi alle onde, oppure spalancarli, ma lasciando spazio a ciò che non si vede immediatamente, a quel senso di mistero che è, la trama ce lo indicherà gradualmente, un oro che non si può afferrare con le dita, ma che non per questo è privo di peso, anzi, contiene in sé il peso del tempo e dello spazio di tutti i secoli e tutti i sogni che abbiamo fatto e che ancora saremo in grado di fare. La narrazione sui generis di Mina di Sospiro ha un potere straniante, ci porta in un luogo che non c’è ma che, improvvisamente, con un sorriso, riconosciamo come nostro: un posto dove siamo già stati, o, più esattamente, dove abbiamo immaginato di andare, e, quindi, dove siamo stati veramente. Il romanzo ci fa lo stesso effetto che Christopher Foley, uno dei personaggi del libro, esercita su Ruth, una delle partecipanti alla spedizione: “Era venuta a sapere di lui indirettamente, investigando la storia del Belize e della  barriera corallina che Chris aveva aiutato certi oceanografi a esplorare. Da quanto aveva sentito e in seguito letto su di lui, l’aveva colpita come un essere umano tanto illogico che, prima ancora d’averlo conosciuto, ne era già stranamente attratta. ≪Un tuffo nell’irrazionale≫  pensò mentre si convinceva della bontà della propria decisione, ≪ecco cosa fa per me. Ci sarà da divertirsi≫”.

 

Odore dei miei giorni – nota di lettura

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Federica Di Fresco è un’autrice giovane che ha pubblicato tuttavia, per scelta, per istinto e per necessità, un testo sentito, giocato su toni complessi e su sofferti equilibri, slanci e tensioni, anche di natura psicologica, di scavo profondo e sincero nella propria interiorità.

Lascia intravedere potenzialità per ulteriori prove, sia in ambito poetico che narrativo.

Per avere qualche notizia in più su di lei e per conoscere il suo punto di vista sul mondo, non solo letterario, si può fare riferimento a questo link: https://millesplendidilibriblog.wordpress.com/2017/04/10/chiacchiere-in-poesia-con-federica-di-fresco/ .

Pubblico qui le mie impressioni di lettura sul suo libro Odore dei miei giorni. IM

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Federica Di Fresco, Odore dei miei giorni, Scatole Parlanti, 2017

C’è, nel titolo di questo libro di poesie, un primo indizio, un’indicazione per provare ad avvicinarci alla porta di un sentimento intimo, complesso, espresso tramite una sincerità assoluta e disarmante, tanto intensa da aprire e dischiudere misteri, domande, interrogazioni sul sentire, sull’immensità vasta e in gran parte inesplorata dei domini dell’amore. Si fa riferimento all’odore dei giorni. L’olfatto è uno dei sensi più vividi, retaggio della nostra nobile natura animale, del fatto di essere allo stesso tempo radicati sulla terra e proiettati, grazie alla mente, al ricordo e al sogno, in un altrove incorporeo. Nel contesto di questo libro di Federica Di Fresco il riferimento all’olfatto risulta quanto mai adatto e consono. Richiama qualcosa di impalpabile eppure concreto, dotato di respiro e quindi in grado di creare un legame che è anche corporeo, una connessione che chiama in causa l’intero essere, nella sua totalità che non è soltanto somma di organi tangibili e di pensiero ma è quella risultante più articolata, fatta anche di suggestioni, sensazioni multiformi, profonde, a volte contrastanti, come dolore e quiete insieme, come lacrime e sorriso, come ricordo che si rende presente, tangibile al punto di mutare natura senza perdere la sua connotazione originaria.

Questo libro, opera di una giovane scrittrice, per la sua specifica natura e per l’impostazione che l’autrice gli ha dato per scelta e per istinto, contiene già, pur nella sua lineare immediatezza, rilevanti complessità psicologiche espresse non per il gusto di esibire abilità tecnica, ma, piuttosto, per la necessità, e il coraggio, di manifestare fino in fondo ciò che la pena del lutto le ha ispirato, e, mai disgiunta, la conferma che il lutto non pone fine a niente, muta ma non annichilisce.

La caratteristica di maggior rilievo ed evidenza è la costanza della voce rivolta al destinatario, il padre scomparso. Quasi un mantra ininterrotto, un diario condiviso, o meglio un giornale di bordo rivolto a qualcuno che adesso solca mari distanti ma mai disgiunti, dimensioni parallele che si incontrano nella parola. La parola è, qui, mezzo e messaggio, canale di trasmissione e oggetto, contatto ininterrotto. La rotta è quella di un viaggio che l’autrice immagina e di cui traccia continuamente le tappe. Ogni punto segnato sulla carta dice, e ci dice, il passato, la memoria mai persa, costantemente rivissuta, il presente, fatto di un filo di pensieri mai interrotti, e il futuro, la destinazione. Questa è una delle direttrici di maggior rilievo, anche a livello psicologico: l’autrice in più di una occasione ragiona sul modo in cui un nuovo incontro tra lei e il padre può avere luogo:

Vieni più vicino.

Ti sussurro qualcosa all’orecchio…

Posso farti una confessione…?

E se… ci fosse una ragione per cui seguirti, ti giuro padre, sai che ad una parte di me non dispiacerebbe?

Non giudicarmi padre, oh no, ti prego, mai.

Farò del peccato ma è il dolore a parlare…

Oh padre, inizierei il viaggio verso di te anche adesso…

Perché mai dovrei cadere in negazione?

Perché mai dovrei nascondermi…?

Non giudicarmi padre.

Non vivo più, senza te non è più vita ormai.”

Il coraggio di sentire e ragionare allo stesso tempo caratterizzano questo passaggio: la consapevolezza di un pensiero estremo, negare la propria vita pur di realizzare il desiderio del ricongiungimento con la persona amata. Percepisce l’autrice quello che lei stessa definisce peccato, ne è conscia, sa che è contro le leggi naturali, perfino contro la logica, ma ha la volontà di mostrare nudo, fino in fondo, quello che sente. Senza filtri.

Potessi chiederti un dono, forse oggi non ti chiederei di tornare, mio adorato padre…

Preferisco prendere io tutta la tua sofferenza e viverla in questa vita che forse un significato non ce l’ha.

Ti chiederei soltanto di accompagnarmi, anche se nel dolore e nella paura, ma con te al mio fianco.

Aiutami, padre.

Aiutami, ti prego, a reggere la mia croce…

Non posso liberarmene ma forse potrei imparare ad accettarla…

Accettarla con la tua mano nella mia e con il pensiero rivolto al giorno in cui saremo insieme per l’eternità e ci perderemo, abbracciati, a danzare tra le stelle del tuo regno”.

In questo dialogo che è allo stesso tempo un intenso monologo, un tendere verso l’altro che è poi un modo per dare dimensione alla propria interiorità sconvolta e spiazzata da un dolore enorme, si aggiungono vari riferimenti ad una spiritualità di stampo religioso, ma che appare soprattutto un’ulteriore ricerca o necessità di confronto anche con simboli che fanno parte dell’educazione ricevuta, altri dati, coordinate con cui fare i conti per dare una rotta, necessariamente nuova, al viaggio lungo e complicato da compiere dopo l’esperienza del lutto.

Lutto sta per perdita, in senso specifico e generico, mancanza, privazione di qualcosa che era essenziale. Dopo il lutto è necessaria una rinascita, ripartire su basi nuove, su diversi piani e terreni. Ma, e Federica Di Fresco dimostra di averlo compreso e messo in pratica, per poter ripartire, per creare un nuovo terreno, bisogna venire a patti con il bagaglio dei ricordi, con ciò che ancora scava dentro, nel corpo e nella mente. Ricoordinarsi, innanzitutto. Ricollocare il proprio essere anche in rapporto agli altri. Partendo dall’analisi del proprio dolore, l’autrice ci parla anche del suo mondo, di ciò che la unisce e la separa dagli altri passeggeri di questo viaggio chiamato vita:

Amore, ciò che tutto muove.

Ciclo perpetuo di corpo, spirito e mente.

Sfrecciano dinanzi ai nostri occhi quei treni che ci tolgono il fiato…

E che peccato infinito, alla fermata dell’Unica vita che abbiamo ricevuto in dono, prenderne uno a caso per paura che il destino possa tagliarci fuori dall’itinerario del niente.

Bugia a noi stessi, il nostro mondo in cambio di un po’ di sicurezza e in un attimo ci siamo già venduti al diavolo dell’assurdo, posto in prima classe sul vagone dell’infelicità permanente.

E quando ci sveglieremo sarà ormai troppo tardi…

Nessun preavviso, il più esoso dei conti e, disperati e senza più parole, non saremo che eterni debitori di gesti mancati e repressi ardori.

Mai, caro padre, non sarò mai quel tipo di passeggero…

Camminerò piuttosto sulle mie stesse gambe, mezzo sicuro e sincero quanto la mia anima.

Lascerò che il mondo testi, stupito, la forza del mio coraggio.

Ed ho amato anche te, immensamente, seppur d’un amore frenato e molto spesso respinto…

Quindi dimmi, padre, è tempo…

Dimmi, sono condannata?

Dimmi perché chi ama davvero, come me, è destinato talvolta a fallire… come unica realtà certa, libera tra tristi burattini”.

Annota la Di Fresco: “Lascerò che il mondo testi, stupito, la forza del mio coraggio”. In questa esclamazione è contenuta una delle chiavi, di questo libro nello specifico e più in generale del modo di essere e di sentire che l’autrice rivela, senza superbia, con sincerità necessaria, come se essa stessa fosse un antidoto contro il dolore e lo smarrimento, come se a un certo momento, svelarsi, osare guardare il mondo negli occhi mentre si è nudi, nella propria forza e fragilità, fosse il solo modo possibile per proseguire, per camminare tra ali di folla che guarda e non comprende, non vuole o non è in grado di capire. I “tristi burattini” accettano senza battere ciglio il patto bieco con l’assurdo e l’infelicità permanente. L’autrice dichiara al padre, e quindi a se stessa, in un’identificazione che è allo stesso tempo letteraria e psicologica, che lei non sarà mai quel burattino, quel tipo di passeggero mosso da mani fredde ed estranee. La scelta di campo è stata effettuata: la sincerità del dire e del sentire, senza preoccuparsi dei giudizi e dei pregiudizi, senza ascoltare i saggi consigli di chi invita ad un’espressione del dolore più saggia e moderata e ad una manifestazione dell’amore più prudente e compunta. L’amore di cui parla Federica Di Fresco è amore a tutto tondo, fatto anche di odori, di attrazioni e respingimenti, di tensioni che coinvolgono e sconvolgono la totalità dell’essere. Il dialogo con il padre, il ricordo vivissimo della ricerca di contatto, è anche un modo per riflettere e risentire dentro la sua natura di giovane donna, i gesti, gli ardori, le sensazioni, il vibrare dell’essere che la conduce verso la consapevolezza di sé, un sentire autentico, un moto dell’essere animato da pulsioni simili a quelle che chiama “le mie stesse gambe, mezzo sicuro e sincero quanto la mia anima.”

Da qui il canto, lo snocciolarsi degli opposti, degli ossimori che popolano la mente e il corpo. Quasi un laico, tormentato e inteso Cantico delle Creature che ha composto, di cui è composta, e di cui, se osiamo vederlo, siamo fatti tutti. Ad un certo punto la speranza si fa consapevolezza; gli ossimori possono convivere, gli universi, nelle galassie così come nell’animo umano, non sono mai, in fondo eternamente distanti:

Tu, la mia malattia.

Tu, la mia guarigione.

Tu, il mio abisso.

Tu, la mia redenzione.

Tu, che non ci sei.

Ed io, mai stanca di cercarti.

Un continuo rincorrersi per mai trovarsi.

Perché è troppa la distanza che separa i nostri mondi poi forse non così tanto lontani.

Il mio, ancora profano.

Il tuo, ormai sacro.

Io che muoio in te…

Tu che rinasci altrove.

Vivi in quella vita, dentro me, al momento caduta in un sonno profondo.

Un sonno dal quale potrebbe destarsi solo con il tuo ritorno.

Ed è così che chiudo gli occhi della mente, per sempre…

Per poi riaprirli soltanto al suono del nostro ricongiungimento.”

Per poter guarire, per tornare a respirare, bisogna guardare nel fondo della malattia, del dolore, perfino dell’amore, fino al momento in cui si intravede il punto in cui si uniscono sacro e profano, morte e rinascita.

Mescolerò ed assaporerò i miei malesseri, uno ad uno, fino a che non avrò trovato la ricetta perfetta, affinché io non debba mai più patire la fame del tuo amore, qualunque siano le circostanze, qualunque siano le condizioni del mio cuore”.

La rinascita è anch’essa parallela, sincronica, simultanea, avviene in dimensioni apparentemente distanti, ma lo spazio-tempo è unico, univoco, è fisica che si fa palpito.

Ci son giorni in cui tutto ciò di cui si avrebbe bisogno non è che un abbraccio, calore di vita, energia dell’anima.

E se solo ci fossimo abbracciati a lungo costantemente, io e te, saremmo ancora vivi, padre.

Vivi entrambi”.

La volontà, la meta, è raggiungere la totalità, diventare angelo e animale libero e puro, e ancora una volta i termini si sovrappongono, si intersecano, si contraddicono e si confermano. Questo libro è composto di liriche, di poesia, ma è anche una sorta di “romanzo di formazione”, un Bildungsroman, un modo per raccontare con fedeltà i passi che si compiono sul cammino che porta, nel dolore e nell’amore, a diventare uomini e donne, esseri complessi, tormentanti, ma con la tensione perenne verso la bellezza, la libertà, l’appagamento di ciò che realmente, dentro, si sente e si si è.

Se è vero, caro padre, che vi sarà un’altra vita oltre questa, affido a te il mio desiderio.

Desidero essere una qualunque splendida creatura di ali munita, dolce padre.

Intercedi per me affinché possa essere esaudita la mia richiesta di non appartenere più a tutto questo.

Un animale libero e puro, fuori da ogni umana cattiveria.

E tu lo sarai con me, felici come non mai”.

Riesce qui l’autrice, addirittura, a scrivere la parola “felici”, a dare corpo al concetto di felicità in un contesto di lutto, di commemorazione addolorata. Ma è felicità ad occhi aperti, incalzata da prese di coscienza che non la negano ma la inseriscono in un contesto ostile:

Me ne resto così, qui, nel silenzio delle mie solitudini, nelle prigioni del mio cuore.

Incredula ed inorridita, un’altra volta ancora, della grande insensibilità che tutto avvolge.

Ma felice, felice per te nonostante tutto, che hai lasciato questo bellissimo teatro dell’orrore”.

E ancora, poco oltre:

Prendere per mano i limiti, riconoscerli e comprenderli, amarli di un amore nuovo.

E così noi, padre mio, figli dello stesso cielo, fratelli dello stesso sentimento.

Una finestra di colpo aperta sul petto e caldi raggi d’un sole fresco e profumato, appena nato, ora senza più ostacoli.

Semplicemente la pace, giunta a piccoli passi.

Così, conquistata, nostra, finalmente”.

Si arriva così, gradualmente, in un coerente crescendo, al finale:

Spegnere le luci ed attendere il suo sorriso immenso dinanzi a quei colori che illuminavano ogni angolo della stanza, lucciole di vita vera.

E adesso solo un abete in festa in mezzo al mare, insolito ed insensato come un Natale in Luglio.

L’onda inaspettata e funesta della morte che irrompe nei nostri giorni, irrimediabilmente. O quasi”.

Grazie di tutto, caro padre…

Arrivederci, Tua Federica”.

Questo libro si conclude con un congedo che non è un congedo, con un “arrivederci”. Non è un caso che sia la parola conclusiva, prima di un’attestazione ulteriore di appartenenza, quel “Tua” che è un’eterna conferma. Quell’arrivederci dà la sensazione di aprire e non di chiudere, sia il percorso letterario che lo scavo psicologico, sia l’esperienza del dialogo che dell’ascolto, dell’altro e di sé. Questo libro di Federica Di Fresco ribadisce con la sua intesa linearità che la parola può essere tormento ma anche cura, o, almeno, mezzo per mantenere vivo un legame, un contatto, un odore che conferma l’esistenza e la presenza, a dispetto di ogni vento, ogni tempesta della vita. L’autrice ha la consapevolezza di capire nel profondo che quell’odore è anche l’odore di un veleno, lo scrive lei stessa, con una lucidità che dimostra maturità e acutezza. Ma sa altrettanto bene che al momento, in questa fase della sua esistenza, non può smettere di respirare quell’odore, per tenersi viva, attraverso un ricordo che è anche presenza tangibile, quotidiana. In questo suo romanzo esistenziale la prossima tappa, resa possibile da questa sincera autoanalisi divenuta libro, potrà essere la costruzione di un nuovo mondo possibile, quando ne avrà occasione, modo e forza. Qui ed ora, l’autrice registra, e con lei il lettore, questo diario, questo scambio di lettere con un destinatario a cui rivolge una forma assoluta ed imperante di amore. La risposta non è muta. Si trova nei codici di un dialogo che, nella sua assoluta unicità e individualità, l’autrice ha avuto il merito, grazie al coraggio della sincerità, di rendere universale, o, almeno, parametro su cui ragionare, spunto di riflessione sul legame tra dolore e amore, ricordo e corporeità del pensiero.

Ivano Mugnaini

 

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La mia Venezia

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Gli ingredienti di questo romanzo sono stati miscelati dall’autrice con passione e cura, senza fretta. Ha avuto il merito di scegliere ciò che la coinvolge, tra realtà e sogno, ricordo e immaginazione, il tutto miscelato a lungo, fino a creare un amalgama, fino al punto da unire colori e sapori, sensazioni vissute e conosciute e altre rese suggestione vivida, così intensa e speziata da poter rivaleggiare con il reale, o, meglio, al punto da favorire l’osmosi, la sublimazione. Ma una sublimazione molto tangibile, concreta, carnale.

Il romanzo è stato definito “rosa”, da alcuni commentatori. La definizione è al tempo stesso esatta e impropria. La narrazione si basa sì su una trama fatta di ricerca dell’amore, sul corteggiamento stesso dell’amore, intenso come idea, principio e fine di tutto. Ma il romanzo è anche, e forse soprattutto, altro. È anche una bizzarra e tortuosa, e quindi credibile, vicenda di avventure e disavventure, incontri e scontri, intrighi e sotterfugi. Contiene sprazzi di romanzo d’appendice e manciate generose, ma sempre curate ed eleganti, mai volgari, di erotismo, alluso, evocato, assaporato e assaporabile. Racchiude una lunga, articolata, caccia al tesoro, una vicenda quasi poliziesca, una serie di corse, fughe, inseguimenti, reali e telematici, dialoghi ed escamotage di cortigiane e donne moderne, emancipate da tutto tranne che dal fascino dell’amore.

La trama è tessuta con mano rapida ma sempre molto concentrata, oscillante tra varie epoche storiche, passato e presente, perfino, a livello di linguaggio, tra prosa e poesia, e muovendosi costantemente sulla scala ideale di diversi registri, colloquiale ed aulico, immediato e ricercato. Il tutto senza cadere nel burrone delle contraddizioni, degli anacronismi, delle cadute di tono e di stile. L’impressione è che Monica Pasero abbia dedicato a questo romanzo molto tempo e molta attenzione. Che lo consideri come un figlio letterario prediletto o, proseguendo la metafora gastronomica che fa da filo rosso a questa nota di lettura, che abbia voluto presentare ai suoi lettori più affezionati un piatto da grande occasione, per far parlare di sé, o, più esattamente, per parlare di sé, per mettere tra le varie pagine, tra fogli e sfoglie, ciò che maggiormente sente, che davvero le piace, i sogni e le realtà che vuole condividere con i suoi commensali ideali.

La trama, come detto, è complessa e articolata ed è giusto lasciare a chi vorrà leggere il libro il gusto della scoperta passo dopo passo, tra passione, colpi di scena e ironia.

Ci si può soffermare semmai su quest’ultima parola, ironia, che assume un ruolo chiave. Anche qui è tutta questione di dosi, di senso del ritmo e della misura: in un romanzo basato su una lunga storia d’amore che attraversa i secoli ci si poteva attendere un tono solenne ed enfatico. Invece, per istinto, e direi per fortuna, la Pasero ha raccontato il sogno della sua Venice in modo serio ma non serioso, senza mai dimenticare che in tutto, perfino nelle situazioni più drammatiche e nei momenti di massima passione e trasporto, un sorriso, o un riso condiviso con gusto, non solo non stemperano e non diluiscono ma possono, se arrivano al punto giusto e nel giusto modo, perfino esaltare, rafforzare, unire ancora di più i protagonisti.

Con cura e passione Monica Pasero ha scritto un romanzo in cui ha espresso la sua visione della vita, o meglio il suo tendere verso una vita che, con la forza della passione resa parola, con il gusto dell’avventura affrontata con serenità e tenacia, supera il confine, il muro freddo e micidiale che separa il vero dal sognato. Non è un caso forse che in questo suo libro tutte le barriere più spietate e annichilenti cadano: quella del tempo, delle diverse epoche storiche, quella delle barriere sociali, quella del destino, addomesticato alla fine, reso vivibile, quella tra prosa e poesia, quella tra ciò che è e ciò che potrebbe e dovrebbe essere. Il libro è, a dispetto di tutto, a dispetto del male e della malasorte, un inno alla potenzialità e perfino alla bellezza della vita. Alla bellezza del corpo e della mente e a quel mistero, la vera città meravigliosa verso cui tendere, che è l’amore, meraviglia effimera e inaffondabile, sospesa su palafitte di pensieri e di sogni che resistono, chissà come, alla corrosione del tempo e delle maree.

Letture allo specchio (5):Roberta Pelachin, Francesca Piovesan,Vivetta Valacca

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Il rischio dell’autoreferenzialità è grande, lo so, e me ne scuso. Ma più grande è la volontà di ringraziare alcuni lettori e lettrici (in questo caso lettrici che sono anche autrici) per la loro lettura appassionata e per il commento al mio libro. Quindi, al termine di una lunga ed animata riunione con la redazione del blog Dedalus (composta da me e da me) abbiamo deciso di pubblicare (in grato ordine alfabetico) i commenti.

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Nota di lettura di Roberta Pelachin su LO SPECCHIO DI LEONARDO

Mi avvicinai a lui a passi lenti, come un felino che avanza verso la preda facendo attenzione a non farla fuggire troppo presto.” Il predatore è l’insospettabile Leonardo, il genio nato a Vinci nel 1492 che fece conoscere al mondo innumerevoli prodigi di scienza, ingegneria, architettura, scultura, pittura. Alcune opere furono portate a termine, molte rimasero incompiute o in forma di progetto. Ma quali erano desideri e confini dell’uomo che disegnò macchine avveniristiche con una mente immaginifica che non conosceva limiti? Lo specchio di Leonardo (Eiffel Edizioni, 2016), romanzo scritto da Ivano Mugnaini, ci introduce in una vita parallela, quella che Leonardo da Vinci a un certo punto della sua vita decide di percorrere. Un incontro fortuito gli offre un’occasione che afferra al volo. Indurrà a seguirlo nel suo progetto una preda ingenua, un giovane scrivano, un semplice e rozzo campagnolo, che, tuttavia, ha una particolarità: è identico a lui. Manrico è il suo alter ego.

Ma quali ragioni spingono Leonardo verso una scelta così radicale e inconsueta? Un gioco ludico? Una piacevole esperienza trasgressiva? “Finalmente, privo di catene, avrei viaggiato nel mondo, nella memoria, e dentro me, applicandomi con cura alla dissezione della mia mente e dei miei desideri con i coltelli affilati del tempo e della sincerità.” L’opportunità inaspettata gli permette di scardinare “l’immagine che mi ero lasciato cucire addosso.”

Le pagine del romanzo fluiscono in un ritmo serrato di contraddizioni che si aggrovigliano in altre e in altre ancora. La forma linguistica cadenza le ambivalenze con abilità. Gli ossimori insistono di riga in riga, compressi dentro a una paratassi quasi ossessiva di congiunzioni che sembrano non unire alcunché, disperse nell’umore discontinuo di Leonardo. Allineano pensieri e sensazioni in una incessante rincorsa verso una linea orizzontale che pare senza fine. Il linguaggio di Mugnaini modella la figura dell’artista con pennellate impressionistiche e non si configura in una forma ben definita e compiuta, proprio come molte opere del Leonardo storico. E tutto questo attrae. È difficile sottrarsi alla curiosità che incalza e si colora, poco a poco, di emozioni variegate. Leggi il seguito di questo post »