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Oltre la linea gialla – romanzo di Marisa Papa Ruggiero – di prossima uscita

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Oltre la linea gialla

di

Marisa Papa Ruggiero,

Edizioni Divinafollia, 2018

Prefazione di Ivano Mugnaini

 

Ci si meraviglia, a volte, del nostro allontanarci dalle cose che più ci appartengono e non si lasciano conoscere. Per non sentire le crude voci gridare il nostro nome da un pozzo senza fondo. Ci si meraviglia, ancora, di una cosa a cui non sappiamo dare nome, del nostro essere fuori da noi stessi, a cui non chiediamo più di tornare.

Brani come quello citato dimostrano il notevole livello di scavo e di indagine che sono connaturati a questo romanzo di Marisa Papa Ruggiero. Testimoniano il lavoro intenso sia a livello lessicale e strutturale sia nell’ambito dello studio psicologico. Il tutto si innesta nella trama con un amalgama frutto di elaborazione attenta che tuttavia non diventa macchinosa, ma, in virtù di un’immedesimazione empatica con i personaggi e le loro istanze, scorre fluida.

La narrazione non è mai asfittica o incolore. La sinuosità della frase è sempre finalizzata alle curve e alle ellissi della vicenda narrata, possiede l’agilità e lo scatto consoni ad un racconto che fa della tensione conoscitiva e della vividezza delle passioni il proprio fulcro e la propria sostanza. La specificità del rapporto fondamentale di ogni storia raccontata, quello tra il narratore e la dimensione temporale in cui si colloca e ci trasporta, è, qui, anch’essa originale e specifica: la vicenda del pensiero sembra venire allo scoperto e prendere corpo e voce non per evocazione memoriale, ma, potremmo dire, per processi psichici che vengono fuori nell’immediato del momento emotivo e intuitivo dell’io.

        Al di là del piano presente, non a caso volutamente adottato dall’autrice nell’arco dell’intera storia, c’è quello (evidenziato dal corsivo) in cui il romanzo sembra dialogare con se stesso, come se la storia fosse a un certo punto evocata dalla scrittura. I corsivi non fanno riferimento ai ricordi ma rappresentano nella narrazione uno “sguardo interno” che illumina piani “virtuali”, ossia mentali, che prendono corpo nel momento della scrittura stessa, spostando la narrazione, con misura e gradualità, in direzione di un metaracconto, inserito, in certi punti, non per volontà esplicativa ma per intrinseca necessità. Questi piani “interni” sono uno dei meccanismi che maggiormente contribuiscono a conferire al racconto quella capacità di scavo e indagine ad ampio raggio a cui si è fatto cenno nel paragrafo iniziale.

 Le escursioni “interne” o interiori sono intarsi brevi, quasi in trance, come dettati da una volontà autonoma. Agiscono entro loro piani paralleli, come se la scrittura narrasse se stessa, per rispecchiarsi nell’enigma stesso, il centro focale di tutta la narrazione. Adeguata sintesi di questo meccanismo e del concetto ad esso legato si trova in questa densa definizione che cito: “una storia che non conosco […] si sta ribaltando nella mia”.     

Questi “doppi piani” in cui ha luogo il processo cardine dell’intera vicenda, la forte identificazione dell’autrice con “l’altra, si trovano in modo evidente in alcune pagine chiave, in modo diffuso, anche se ve ne sono altri frammenti di minore estensione in altre parti del libro. Sta al lettore il compito di dare un’interpretazione autonoma sul rilievo narrativo, simbolico e psicologico di questi “intarsi”.

Sussiste in queste pagine la volontà di mostrare ed esplorare l’intera gamma delle sensazioni e delle pulsioni. Il mistero che è alla base della trama diventa in tal modo uno strumento, una bussola per addentrarsi in un universo altrettanto misterioso, quello dei meandri del bene e del male, della mente e del corpo e di tutti quegli anfratti in chiaroscuro in cui le due dimensioni di incontrano, si scontrano e si stringono saldamente, uniti da un velo:

Lei posò il bicchiere. Con estrema naturalezza si sollevò di poco dai cuscini e si sfilò con tranquilla lentezza un solo guanto guardando tutti e nessuno davanti a sé. Le bastò slacciare con due dita l’unico gancio del corpino damascato che i seni, a lungo trattenuti, esplosero. Li tenne nelle mani per qualche secondo, poi aprì le dita. I seni, d’un rosa perlaceo alla luce tremolante delle torce erano gonfi e sodi, perfetti. Con lentezza immerse la punta delle dita nel bicchiere del compagno e si inumidì le labbra rovesciando il capo sui cuscini. Finalmente attirò il giovane a sé e si sollevò le ampie gonne.

Nessuno si mosse. Sprofondata nell’erba, completamente vestita, assecondava con tranquilla noncuranza i movimenti rapidi e vigorosi del primo partner finché cessarono; poi, quelli lenti e profondi dell’altro.

L’intensa curiosità e sensualità, trasmesse in modo elegante, senza approssimazioni, sono il tratto distintivo e il valore aggiunto del romanzo. Il brano qui sopra citato è uno dei moltissimi esempi possibili di descrizione visiva, in cui lo sguardo, condotto ad alternare panoramiche e primi piani di impianto quasi cinematografico, si arricchisce anche di ulteriori segni e segnali, un universo visivo che diventa all’istante immedesimazione, immersione completa nei gesti e nelle azioni, negli stati d’animo pensati e percepiti. Come se l’espressione adeguata delle sensazioni, delle pulsioni, delle esitazioni e degli slanci, non fosse un qualcosa in più, un mero abbellimento esornativo ma fosse essenziale al pieno godimento estetico e carnale. Tale denso connubio richiama l’intera gamma sensoriale e rende il romanzo accattivante, sia a livello narrativo che percettivo.

Nel libro la trama e il mezzo per esprimerla, il linguaggio, sono intersecati in modo assolutamente coerente. Lo stile influenza il contenuto e lo determina. Non è irrilevante in quest’ottica il fatto che l’autrice provenga da una lunga pratica di pensiero poetico e da una ricerca spesa sul campo, pluridecennale, per la parola e lo studio ad essa inerente e correlato. L’aderenza tra parola e pensiero, cari da sempre a Marisa Papa, e, aggiungo, l’interesse per i filtri linguistici, per l’essenzialità più che per la descrizione eccessiva o ridondante, vengono, nelle pagine di questo romanzo, messe in atto e ulteriormente confermate.

        La linea gialla evocata nel titolo richiama in modo indiretto ma chiaro l’idea del confine, della barriera, topos della letteratura di ogni tempo e nella nostra epoca più che mai attuale, sia nel mondo virtuale che nella dimensione reale. Partendo da questi ingredienti e da questi dati di fatto, il romanzo gioca, con seria e appassionata costanza, a scardinare le regole e a mostrare come in una serie di rifrazioni progressive quanto le immagini e i ruoli, i volti e le maschere si sovrappongano. Torna e riemerge il caravaggesco rincorrersi delle luci e delle ombre, con i volti messi in evidenza nella loro imperfezione, umanissima, fragile e innocente ma anche avidamente perversa, assetata di scoperte, e, appunto, di passioni, altra parola chiave del tutto fondamentale.

        Il romanzo è costruito con perizia, la trama è densa, i nodi richiamano altri nodi in un intreccio saldo, corposo. Ma come in ogni lavoro ben realizzato, il trucco non prevale, resta dietro, nella parte sottostante alla tela. Quello che emerge sono i grumi di colore e le ombre, la corposità non di rado ruvida dei destini, la tangibile concretezza della carne che si fa proiezione dei pensieri, dei desideri, dei dubbi, delle luci e del loro inesorabile contrario, ugualmente attraente, come un mistero di cui si cerca la soluzione, o almeno una soluzione possibile, compatibile con ciò che siamo e ciò che vogliamo.

Costruito con perizia lessicale e strutturale, il romanzo può ben richiamarsi, sotto certi aspetti, ad alcuni psico-thriller basati sulla descrizione visiva d’impianto cinematografico grazie all’impiego di “tagli” scenici, di “spaccati” caratteriali efficacemente essenziali, oltre che di inaspettate inquadrature d’ambiente dove è possibile intravedere, come in controluce, alcuni squarci della città cara all’autrice: Napoli.

        Il racconto, come detto, ama rendersi ricco, esondare, fare invadere l’alveo della trama da mille rivoli di materia e sostanza diversa. Il risultato è un insieme denso e cangiante, un fluido in cui scorrono richiami intertestuali mai casuali, mai privi di senso e di risvolti. La cultura dell’autrice non è messa in mostra per puro narcisismo. Ogni riferimento ha un senso, o meglio una varietà sfaccettata che allo stesso tempo amplia il raggio visivo e ci conduce in svariate direzioni, e, dal canto opposto, illumina a poco a poco il mistero che è alla base del percorso e della ricerca, permettendoci di avvicinarci alla verità, o meglio alle verità, ai riflessi che cogliamo al di sopra e al di sotto della superficie, là dove sussistono i pensieri e i desideri che davvero contano e incidono sul nostro vivere.

        Questo romanzo ci conferma, con libertà e rigore narrativo ottimamente abbinati, che niente è davvero come sembra e che per avvicinarci al luogo che cerchiamo e alla soluzione auspicata è necessario superare quella linea di demarcazione tra razionalità e immaginazione, realtà e fantasia, per giungere ad un luogo in cui dimora ciò che abbiamo perduto, quel nostro ego parallelo, il burattinaio di cui pensavamo di muovere i fili fino al momento in cui scopriamo che quei fili sono dentro di noi. Anzi, quei fili siamo noi. Accettando ciò ritroviamo finalmente la protagonista, Sara, e con lei “un altro piano della coscienza, su un altro schermo, da cui va prendendo forma una storia parallela ma sommersa che adesso emerge, imperiosa e tremenda, in tutta la sua vivida consapevolezza”. Questo romanzo ci conduce a percorrere, sulla pagina e dentro di noi, vicende “opposte e speculari”. La meta a cui si osa arrivare, aspra ma essenziale, è “l’inaspettato ritrovamento, tutto interiorizzato, di ciò che era perduto per sempre”.

           Ivano Mugnaini

 

RUGGIERO

Marisa Papa Ruggiero, scrittrice, artista verbo-visuale, studi di formazione artistica compiuti a Milano e a Napoli. Inizia il suo percorso di scrittura creativa alla fine degli anni 80 affiancandolo all’attività pittorica e didattica nei Licei della città di Napoli dove vive. Ha pubblicato una dozzina di libri di poesia, in prosa e alcune edizioni d’arte. Tra i titoli più recenti: Le verità bugiarde, 2009; Passaggi di confine, 2011; Di volo e di lava, 2013, Puntoacapo; Jochanaan, 2015, Ladolfi; Un intenso venire, 2017, Passigli; Se questo è il gioco, 2018, Eureka. Promotrice culturale, le sono attribuiti diversi premi e segnalazioni di merito. Collabora con interventi creativi e critici in riviste, in rassegne d’arte, in siti web. Suoi testi poetici sono stati rappresentati come eventi scenici in siti archeologici in Campania e in Sicilia. É tra i fondatori di alcune riviste letterarie, la più recente è Levania, edita a Napoli, di cui è redattrice. Il suo romanzo OLTRE LA LINEA GIALLA è attualmente in corso di stampa.

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Profumo di elicriso – stralci della prefazione

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Pubblico qui alcuni stralci della mia nota ad un libro di recente uscita di Anna Moro edito da Edizioni Divinafollia. Una lettura adatta a chiunque voglia riscoprire il gusto di una narrazione di stampo “classico” ma non priva di richiami alla modernità e a sentimenti che restano attuali, vividi e necessari. 

Il romanzo contiene una passione forte ma lucida, adeguata alla descrizione dei tempi e della società descritti, la Sardegna di alcuni decenni fa. Come l’autrice stessa ha dichiarato, Profumo di elicriso è stato scritto per conservare la memoria di un episodio realmente accaduto a un suo bisnonno, ultima vittima di una lunga faida, ucciso per la sua sete di giustizia e di legalità quasi mai presenti in quello scorcio di secolo in Sardegna.

La narrazione nasce dunque da una motivazione personale fortissima. Ma riesce ad andare oltre, assumendo, senza forzature, senza vane pretese didattiche e senza tirate morali, un valore più ampio, universale, evidenziando tramite gesti e sentimenti autentici, l’eterno contrasto tra la bassezza e la volontà di elevarsi, tra la violenza e l’aspirazione ad un’esistenza più umana e armonica.

Profumo di elicriso regala, anzi restituisce il gusto di una scrittura sobria ma non sterile e vuota, priva di acrobazie sintattiche e lessicali, numeri da circo ed effetti sbalorditivi, ma mai aliena all’emozione del racconto, la volontà e la necessità dell’affabulazione, qui ulteriormente accentuata dalla profonda motivazione personale, il desiderio di tener vivo il ricordo di un parente che è diventato simbolo della sete di pace e di giustizia di una famiglia. 

Il tono è sobrio, controllato, come se un narratore onnisciente osservasse con disincanto i propri simili, in una sorta di coro, una coscienza collettiva tipica dei piccoli centri a qualunque latitudine. Ma a tratti lo sguardo si apre in un guizzo o in un sorriso, breve, fulmineo, ma in grado di illustrare con efficacia la crudeltà e la solidarietà, la disperazione e la tenacia, la miseria contrapposta alla grandezza dell’animo.

 Alla pubblicazione del libro ho contributo in parte anch’io tramite la lettura, l’editing e la prefazione.

Chi volesse inviarmi in lettura manoscritti inediti di narrativa e poesia, o libri già editi, mi scriva a ivanomugnaini@gmail.com

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La barriera

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Una mia recensione al romanzo “La barriera”, uno scenario prossimo venturo che ci parla anche del nostro presente e delle gabbie da evitare.

Scritta  per il sito di Anita Likmeta e pubblicata in versione integrale a questo link: https://anita.tv/2017/07/31/la-barriera-il-romanzo-sull-inconsistenza-della-nostra-mente/

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“La barriera” il romanzo sull’inconsistenza della nostra mente.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017

Il primo e decisivo passo compiuto da Vins Gallico e Fabio Lucaferri è l’umanizzazionefar capire che in questo libro non si parla di numeri, di statistiche, di esempi astratti e proiezioni su grafici teorici. Non si parla neppure di personaggi letterari. Si parla di uomini, esseri umani. In quest’ottica i dettagli, le minuzie, le caratteristiche in apparenza inconsistenti, le fragilità, i vizi, le manie, gli oroscopi, gli ascendenti, il gioco del calcio, i luoghi e le cose, contribuiscono a definire una persona, a fare da specchio, facendoci identificare per analogia o per contrasto, dando forma a un riflesso in cui possiamo e dobbiamo guardarci. Da queste infinite tessere differenti si delineano i contorni di un mosaico: il mondo così com’è. Sarebbe bello poter dire che è così solamente nella finzione, ma è proprio questo il nodo, la sfida e il senso di questa narrazione.

C’è una data precisa, il 2029. Indicata con chiarezza, su un’agenda ipotetica ma ineludibile. Una data che appare lontana, eppure conosciamo i ritmi e le cadenze del tempo: quel traguardo è a un passo. C’è la descrizione di un pianeta che è una polveriera, e un solo luogo ancora conserva una parvenza di ordine e vivibilità: il più ricco e potente d’Europa, la Germania. Si salva dal caos imperante, ma a quale prezzo? Cosa si è costretti a pagare in termini di libertà e dignità umana per avere protezione? Lo sfondo del romanzo è quello descritto in questo breve sunto, arricchito da intrecci ulteriori di vite e destini e dal vibrare di trame sotterranee, intrighi, astuzie e controastuzie, corruzione, scontri, fughe, ostacoli e macchinazioni di ogni genere. Mentre ci si muove rapidissimamente da un episodio all’altro, si assimila gradualmente, potremmo dire nel sudore della tensione e della rincorsa, il messaggio sottotraccia, la verità nascosta ad di là della barriera, anche narrativail futuro apocalittico descritto nel romanzo in gran parte lo stiamo già vivendo. Lo intravediamo, ci viene tatuato addosso una goccia alla volta, ogni volta che in televisione all’ora di cena assistiamo a quelle trasmissioni inesorabilmente mandate in onda ogni singolo giorno Ferragosto compreso. Quelle in cui ci dicono, scrivendolo a caratteri cubitali sullo schermo del piccolo-grande-fratello, che siamo minacciati, che verremo schiacciati e che ci ammazzeranno tutti se le porte, tutte quante, non le chiudiamo. Se non ci chiudiamo.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017.

Vins Gallico – Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017.

Per rendere questo senso di oppressione il romanzo adotta un ritmo che non lascia respiro: è la versione narrativa di un film d’avventura, con attraversamenti di terre desolate, città e confini, nuotate da campione olimpionico, corse di velocità e di resistenza, centometristi e mezzofondisti. Ma il vero protagonista, muto ed eloquentissimo, è lo sfondo: il mondo, il solo luogo che abbiamo, il giardino recintato a mo’ di gabbia.Il linguaggio è rapido, frenetico ma preciso. Nessuna frase è buttata là solo per fare conversazione, nessun dettaglio è meramente descrittivo. Tutto è finalizzato a fornirci i dati essenziali di un manuale di sopravvivenza, un docufilm girato a ritmi serrati in cui si mostrano mosse e contromosse, lo scontro tra le regole annichilenti del potere e la volontà di restare vivi. I diritti naturali nello scenario descritto non sono più garantiti, devono essere riconquistati in una corsa da maratoneta e il premio finale, i diamanti da salvare, sono la dignità e la libertà. Gli aguzzini qui sono molto meno appariscenti di quelli descritti nel film di John Schlesinger con Dustin Hoffmann eLaurence Olivier. Sono burocrati in apparenza scialbi, e questo li rende perfino più temibili. In questo romanzo si arriva a far sì che siano le vittime a dover anelare di essere marchiati. Il tatuaggio, l’identity matrix, è la meta per cui si è disposti a fare di tutto. Ci si getta da soli nella gabbia camuffata da luogo stabile e sicuro.

Si procede nel libro, guardandosi anche alle spalle: la Germania, il MuroSchindler’s ListLe Vite degli Altri e mille istantanee immagazzinate nella memoria riprendono vita e si intrecciano ad un futuro che è ipotesi più che plausibile e a un presente che è già dato di fatto vissuto. In un circolo che avvolge e soffoca: con la burocrazia che uccide la dignità senza neppure sporcarsi le mani. I capitoli del libro sono nomi di persona, luoghi e date. Quasi a confermare che ciò che ancora conta è l’equazione spazio-tempo, la possibilità di continuare a conservare la nostra identità a dispetto del mutare delle epoche e dei luoghi. O, meglio, saperla conservare lottando giorno dopo giorno per l’evoluzione, la sopravvivenza della specie autentica, quella specie umana che è costretta a difendere il proprio diritto alla diversità, al pensiero autonomo, alle scelte fondamentali, non ultime la sete di giustizia e di amore.

Moltissimi sono i riferimenti a situazioni che conosciamo bene e con cui interagiamo quotidianamente. Nel 2029 ci sarà ancora Facebook e ci saranno i tatuaggi, ma diventeranno macabre immagini di una gigantesca schedatura collettiva. Ci sarà ancora il sesso. Ma quello descritto nel libro è rapido e quasi incolore. La passione e la gioia sono al di là della barriera. Una delle sensazioni che le pagine trasmettono è che si potrà tornare ad assaporare tutto davvero fino in fondo solo quando la corsa per la sopravvivenza potrà essere interrotta. Coerentemente, nel libro c’è poco spazio per le divagazioni “liriche” e perfino per le pause descrittive. La solo poesia possibile nel contesto raffigurato è quella dei gesti, degli sguardi rapidi d’intesa, come quelli dei naufraghi, dei fuggiaschi. Come quelli delle spie, gli infiltrati in un mondo nemico. Le occhiate rapide di chi si riconosce affine ma non può fermarsi, per non destare attenzione.

La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine.

Berlino è la scenografia ideale, per questa narrazione di impronta cinematografica, rapida, intensa. La Berlino di questo romanzo è una città senza cielo, riflessa nei colori scuri di un passato di ferro e di sangue, ma anche nei vetri lucidati a specchio dei palazzi altissimi e dell’arte solenne e geometrica che atterrisce e attrae, inglobando corpi e menti nelle sue strade e nelle immense periferie livide. La bellezza è cupa. Non è morta ma deve essere risvegliata. Nel momento in cui torneremo ad essere armonici, aperti e davvero liberi, ritroveremo anche le luci, i riflessi fascinosi del sole del nord.

Con abilità e in modo quasi subliminale vengono messi in atto parallelismi fondamentali. L’anno descritto si colloca a distanza di un secolo esatto da quello della grande crisi finanziaria, dal crollo di Wall Street e dell’economia globale. Il futuro è adesso e il passato è uno spettro che ancora si aggira nelle case, negli uffici, nelle officine. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine.

Leggendo questo libro si respira a fondo, si è coinvolti anche noi in una corsa vitale, nel senso letterale del termine. La posta in palio è la più preziosa, il nostro diritto a restare umani, con tutto il bene e il male che ciò comporta, con il libero arbitrio, la capacità di riconoscerci affini a chi è diverso da noi. La sfida è ardua, lo scopriamo pagina dopo pagina. L’unico spiraglio è quello offerto dal riferimento all’ideogramma orientale che esprime il concetto di “crisi” facendo riferimento simultaneamente all’idea di pericolo e a quella di opportunità. Ciò che viene descritto e collocato in un futuro prossimo è profezia che già sconfina nella realtà. La vicenda narrata ci prepara, ci invita a mantenere tonici i muscoli delle gambe e del cuore fin d’ora, anzi, proprio ora, nel presente su cui possiamo agire, mutando noi stessi, per poter guardare negli occhi il nostro volto in un volto altro, arrivato da qualche luogo del pianeta di fronte a una Barriera che esiste, ed esisterà, solo se avrà consistenza nella nostra mente.

Estinzione

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Estinzione

di Marco Capponi
Edizioni Divinafollia, 2016

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Nella copertina del libro campeggia un quadro di cui è autore lo stesso Capponi. Il quadro in apparenza è rassicurante. In apparenza, appunto. Ed è in questo aspetto esteriormente quieto, geometrico, razionale, che si nascondono profondità e ombre, spazi per riflettere sul lato oscuro della scienza, della mente umana, del presente che anela a diventare futuro diverso, manipolato, geneticamente modificato, potremmo dire. 

Capponi unisce nei suoi libri le sue due grandi passioni: la ragione e il raccontare, la logica e l’immaginazione, o meglio l’ipotesi delle conseguenze della variazione di alcuni dati e parametri di riferimento che sembrano fissi su quel microcosmo complesso e fragile che è il genere umano.

Estinzione immagina un futuro senza tempo, perfino senza morte.

Dovrebbe essere un quieto paradiso. Non è così. Perché ogni azione impone una reazione, un cambiamento nella struttura di un intero sistema, una mutazione nel suo equilibrio instabile e precario che è allo stesso tempo la sua fragilità e la sua unica forza.

L’idea alla base del romanzo è originale e coraggiosa. Capponi la esplora aggiungendovi elementi essenziali e variabili di portata assoluta: l’amore, l’odio, l’orgoglio, la ferocia, la sete di distruzione, il realismo, l’idealismo, l’eros, la poesia…

Un quadro a tutto tondo, nei cui chiaroscuri si intravede la figura umana messa a nudo, analizzata con occhio di scienziato ma anche di letterato. Conservando, a dispetto di tutto, la speranza che non si estingua del tutto la bellezza, la sua possibile, essenziale, viva presenza.

Non guasto con anticipazioni il gusto della scoperta della trama ai lettori interessati.

Mi limito a fare riferimento ad alcuni passaggi del libro, basandomi su due paragrafi della recensione di Rossella Frollà pubblicata sulla rivista Pelagos, a questo link: 

http://www.pelagosletteratura.it/2016/09/15/estinzione-di-marco-capponi/ .

«Un gruppo di scienziati lavora sotto la guida del prof. Franzinelli all’intuizione di uno di loro, Filippo Landi. Si scopre un’ «interazione ordinante» che non disperde energia e informazione ma le organizza e le concentra. Franzinelli si rende conto della possibilità di bloccare ogni processo degenerativo dei sistemi biologici oltre che raffreddare quasi gratuitamente ogni sistema termodinamico. L’«interazione ordinante» va oltre il principio classico dell’aumento dell’entropia dell’universo. Il risultato scientifico sarà quello di trattare la morte, la degenerazione della vita non più come inevitabile. Si renderà possibile la stabilità straordinaria del materiale biologico, superando l’ibernazione e addirittura favorendo il processo di riparazione delle cellule.

Alla applicazione metodologica di tale intuizione seguirà negli anni la mutazione genetica della specie umana. L’interazione ordinante si estende attraverso onde elettromagnetiche che viaggiano nella rete telematica per raggiungere tutti coloro che sono collegati ad essa. Si tratta di un cambiamento epocale che muta il rapporto degli uomini col territorio, con la loro stessa esistenza. Il fine non è più pensabile, né la fine né il tempo se non nella perpetua angoscia del possibile incidente che limita e penalizza l’evitabilità della morte naturale. Questa paura folle costringerà la nuova specie ad abbandonare completamente i mezzi di locomozione aerei e terrestri. Si apre un nuovo eterno pericoloso senso di angoscia».

Qui di seguito il link di un brano del libro letto da Ivano Marescotti.

Di nuovo buona estate a voi, razza non ancora estinta di lettori.

IM

Il tuo nemico – una recensione

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“Se amate il minimalismo non leggete questo libro. Se amate narrazioni comode, rilassanti neppure. Questo libro si rivolge a coloro che sono pronti a mettersi in gioco e chiamarsi in causa.

Il succo del romanzo, o meglio il nodo, è correlato all’incontro-scontro tra democrazia e cibernetica, tra la società “reale” e i territori ancora in gran parte inesplorati del virtuale.

 Gregorio, il protagonista del romanzo, è uno dei tanti diversi di cui dovrebbe essere fatto un mondo di uguali. La sua diversità sta nel fatto di non accettare “the way of the world”, il mondo e la strada che ha preso e in cui, con corridoi di cemento e di asfalto in apparenza lisci e comodi, vuole portarci. Una delle domande che si pone e che ci pone questo libro è chi ci ha condotto su questa strada, come e perché.”

Ripropongo qui nel mio sito alcuni stralci della mia recensione a questo romanzo di cui vi consiglio la lettura.

La recensione è stata pubblicata originariamente a questo link: http://www.zestletteraturasostenibile.com/il-tuo-nemico-michele-vaccari/ dove è possibile leggerla in versione integrale. IM

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Il tuo nemico

Michele Vaccari
Editore: Frassinelli
Anno edizione: 2017
Pagine: 290 p. , Rilegato
  • EAN: 9788893420204

Un romanzo di mari, amori e misteri.

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Una mia lettura del romanzo originale, lussureggiante e “debordante” di Guido Mina di Sospiro recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie.

La recensione è uscita originariamente sul sito di Anita Likmeta, con cui collaboro per la sezione Letteratura e cultura, a questo link  https://anita.tv/2017/05/04/il-poliedrico-e-multiforme-teatro-della-vita-un-romanzo-di-mari-amori-e-misteri/ .

Buona lettura e buone avventure a tutti i naviganti. IM

 

 

 

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Mina di Sospiro gioca con le parole, con il loro mistero, con il senso e l’assenza di senso, con la vita, fatta di codici astratti e di carne palpabile e danzante, folle e assetata, a volte perfino saggiamente folle. È attratto da tutto ciò che porta e indossa la vita, sopra e sottovento, sopra e sotto i vestiti, i gesti, i sorrisi ammiccanti, l’invito a esplorare i confini e a fare un passo oltre. La vita lo incuriosisce, lo attira, gli pone di fronte uno spettacolo variegato fatto di contrasti e chiaroscuri, il sublime e il becero, il pensiero e il salto ad occhi chiusi in un vortice o in un baratro.

 

E allora lo scrittore la osserva, la corteggia, la fa bere e la fa parlare. Ha la conferma di quanto lieve e complessa sia, la vita, e che il suo significato è una sciarada con troppe soluzioni, o forse con nessuna, o entrambe le cose assieme. Non ha bisogno del re scozzese shakespeariano per confermare e confermarci quanto la vita sia “a tale told by an idiot”. Lo sa, ne ha preso atto da tempo, ma non si è fermato, non ha rinunciato a mettere le vele al vento. Anzi, si è ripetuto, come Hölderlin, che “l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ma non è sceso neppure a questo porto. Con la forza dell’istinto e di un possente vitalismo ha compreso che mischiando le due componenti in giuste dosi l’uomo può essere meno misero quando pensa e meno asceticamente incorporeo quando sogna. Basta rendere vivo il sogno, aggiungendo una porzione di follia, di avventura, di sudore, di adrenalina, di paura e attrazione: tramite un viaggio, un’esplorazione, una sfida, quindi, ancora, un gioco.

 

Sempre sapendo, con un sorriso, che non c’è niente di più intrigante e divertente del gioco, e, al tempo stesso, non c’è niente di più serio. E che il gioco non è mai gratuito, impone attenzione, coinvolgimento assoluto, per capirne le regole sancite e soprattutto quelle nascoste, le più importanti. Alla fine, bisogna essere anche disposti a perdere, a capire che non c’è niente da capire, come cantavamo negli Anni Settanta, oppure che tutto ciò che si deve comprendere è che non tutto può essere compreso, è questo è il più secco e il più dolce dei colpi di vento. La narrazione di Mina di Sospiro vive di accostamenti e contrasti. Unisce oggetti, azioni e idee come un artista materico, e non si lascia abbattere se non combaciano gli angoli, anzi, ne esulta. Sconfina con gusto, deborda e ci trascina con forza gioiosa ed esuberante a bordo di una fantasia onnivora, poliedrica, multiforme, un teatro nel teatro della vita. Il susseguirsi delle scene, delle azioni, degli spunti e degli stimoli è rapido, incalzante. L’autore mette in pratica ciò che ha scritto in suo fortunato libro sul ping pong e sulla metafisica che ne è alla base; o, meglio, applica alla scrittura anche di questa polimorfa creatura letteraria l’istinto e la ragione del gioco da lui preferito: la necessità di correre e pensare allo stesso tempo. Fino a far coincidere le due istanze, senza distinguerle, senza separarle dalla naturalezza del respiro. Perché quell’istante di riflessione fuori tempo e fuori luogo farebbe cadere a terra la pallina e con essa la magia folle della passione che tutto assorbe, dell’affabulazione che rende tutto credibile, irreale nella realtà a cui scegliamo di dare corpo.

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Racconto di pirati, a tratti di moderna cappa e spada, tra malviventi e personaggi ambigui, bizzarri e disperati, ma senza resa né tregua, il romanzo è mille cose insieme, mille generi, toni, rimandi e allusioni, senza compiacimento, senza ammiccamenti. Quindi, è soprattutto anzi unicamente se stesso, un pezzo unico, originale. Non da collocare in qualche museo o catalogo ma da porre costantemente in un flusso, sia esso quello della lettura che della fantasia. Romanzo on the road, sulla strada del mare, ha bisogno di moto costante, non può sostare. Racchiude posti e volti inventati e al contempo è un documento ricco di riferimenti a luoghi esistenti, il Jackson Memorial, Palm Beach, la Florida, le Antille, i Caraibi, Cuba e mille altri luoghi collocati a metà strada tra il mare e il mito. Tra le righe, ma anche dentro, nelle pieghe più sensibili, è il resoconto di un mondo che siede sulle sdraio a strisce multicolori in luoghi di lusso tra il sole e l’ombra densa di sotterfugi e intrighi, la zona morta, ma brulicante di umanità, tra legalità e crimine, disperazione, fantasia e il sogno costante di un altrove risolutivo, una mossa a sorpresa che cambia le carte e rovescia i tavoli. 

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Il destino, lo si sa, si nutre di logiche sbalestrate. Nella seconda parte del libro Mina di Sospiro lo fa condurre da una nave senza timone, ricca di assonanze e richiami fascinosi: “Durante questa unica e irripetibile settimana astrale, gli eventi di ogni giorno saranno influenzati e talvolta addirittura decretati dalle divinità pagane. Quali? Quelle della mitologia latina e sassone, le due culture che hanno colonizzato il nuovo mondo e che evidentemente presiedono alla pari sul mar dei Caraibi. Le stesse divinità, infine, che hanno ispirato il nome dei giorni della settimana, sia nelle lingue d’origine latina, fra le quali lo spagnolo, che in quelle d’origine sassone, fra le quali l’inglese”. Un escamotage accattivante, del tutto coerente con lo spirito e l’animo che orientano il romanzo: lo scambio costante di colpi d’approccio e di schiacciate fulminee e secche tra il caso e l’uomo, tra il rischio, la pena e il piacere di non sapere mai se saremo sopravvento o sottovento, con la sola certezza del mutare costante. Consapevoli solo che, per dirla con le parole di una delle epigrafi del libro: “Non ci sarà sortita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo dove non è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro”. (Jorge Luis Borges, Labirinto).

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Questo romanzo ci chiede una cosa difficile ed esaltante: lasciarsi andare alla corrente. Chiudere gli occhi e abbandonarsi alle onde, oppure spalancarli, ma lasciando spazio a ciò che non si vede immediatamente, a quel senso di mistero che è, la trama ce lo indicherà gradualmente, un oro che non si può afferrare con le dita, ma che non per questo è privo di peso, anzi, contiene in sé il peso del tempo e dello spazio di tutti i secoli e tutti i sogni che abbiamo fatto e che ancora saremo in grado di fare. La narrazione sui generis di Mina di Sospiro ha un potere straniante, ci porta in un luogo che non c’è ma che, improvvisamente, con un sorriso, riconosciamo come nostro: un posto dove siamo già stati, o, più esattamente, dove abbiamo immaginato di andare, e, quindi, dove siamo stati veramente. Il romanzo ci fa lo stesso effetto che Christopher Foley, uno dei personaggi del libro, esercita su Ruth, una delle partecipanti alla spedizione: “Era venuta a sapere di lui indirettamente, investigando la storia del Belize e della  barriera corallina che Chris aveva aiutato certi oceanografi a esplorare. Da quanto aveva sentito e in seguito letto su di lui, l’aveva colpita come un essere umano tanto illogico che, prima ancora d’averlo conosciuto, ne era già stranamente attratta. ≪Un tuffo nell’irrazionale≫  pensò mentre si convinceva della bontà della propria decisione, ≪ecco cosa fa per me. Ci sarà da divertirsi≫”.

 

Odore dei miei giorni – nota di lettura

Postato il

Federica Di Fresco è un’autrice giovane che ha pubblicato tuttavia, per scelta, per istinto e per necessità, un testo sentito, giocato su toni complessi e su sofferti equilibri, slanci e tensioni, anche di natura psicologica, di scavo profondo e sincero nella propria interiorità.

Lascia intravedere potenzialità per ulteriori prove, sia in ambito poetico che narrativo.

Per avere qualche notizia in più su di lei e per conoscere il suo punto di vista sul mondo, non solo letterario, si può fare riferimento a questo link: https://millesplendidilibriblog.wordpress.com/2017/04/10/chiacchiere-in-poesia-con-federica-di-fresco/ .

Pubblico qui le mie impressioni di lettura sul suo libro Odore dei miei giorni. IM

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Federica Di Fresco, Odore dei miei giorni, Scatole Parlanti, 2017

C’è, nel titolo di questo libro di poesie, un primo indizio, un’indicazione per provare ad avvicinarci alla porta di un sentimento intimo, complesso, espresso tramite una sincerità assoluta e disarmante, tanto intensa da aprire e dischiudere misteri, domande, interrogazioni sul sentire, sull’immensità vasta e in gran parte inesplorata dei domini dell’amore. Si fa riferimento all’odore dei giorni. L’olfatto è uno dei sensi più vividi, retaggio della nostra nobile natura animale, del fatto di essere allo stesso tempo radicati sulla terra e proiettati, grazie alla mente, al ricordo e al sogno, in un altrove incorporeo. Nel contesto di questo libro di Federica Di Fresco il riferimento all’olfatto risulta quanto mai adatto e consono. Richiama qualcosa di impalpabile eppure concreto, dotato di respiro e quindi in grado di creare un legame che è anche corporeo, una connessione che chiama in causa l’intero essere, nella sua totalità che non è soltanto somma di organi tangibili e di pensiero ma è quella risultante più articolata, fatta anche di suggestioni, sensazioni multiformi, profonde, a volte contrastanti, come dolore e quiete insieme, come lacrime e sorriso, come ricordo che si rende presente, tangibile al punto di mutare natura senza perdere la sua connotazione originaria.

Questo libro, opera di una giovane scrittrice, per la sua specifica natura e per l’impostazione che l’autrice gli ha dato per scelta e per istinto, contiene già, pur nella sua lineare immediatezza, rilevanti complessità psicologiche espresse non per il gusto di esibire abilità tecnica, ma, piuttosto, per la necessità, e il coraggio, di manifestare fino in fondo ciò che la pena del lutto le ha ispirato, e, mai disgiunta, la conferma che il lutto non pone fine a niente, muta ma non annichilisce.

La caratteristica di maggior rilievo ed evidenza è la costanza della voce rivolta al destinatario, il padre scomparso. Quasi un mantra ininterrotto, un diario condiviso, o meglio un giornale di bordo rivolto a qualcuno che adesso solca mari distanti ma mai disgiunti, dimensioni parallele che si incontrano nella parola. La parola è, qui, mezzo e messaggio, canale di trasmissione e oggetto, contatto ininterrotto. La rotta è quella di un viaggio che l’autrice immagina e di cui traccia continuamente le tappe. Ogni punto segnato sulla carta dice, e ci dice, il passato, la memoria mai persa, costantemente rivissuta, il presente, fatto di un filo di pensieri mai interrotti, e il futuro, la destinazione. Questa è una delle direttrici di maggior rilievo, anche a livello psicologico: l’autrice in più di una occasione ragiona sul modo in cui un nuovo incontro tra lei e il padre può avere luogo:

Vieni più vicino.

Ti sussurro qualcosa all’orecchio…

Posso farti una confessione…?

E se… ci fosse una ragione per cui seguirti, ti giuro padre, sai che ad una parte di me non dispiacerebbe?

Non giudicarmi padre, oh no, ti prego, mai.

Farò del peccato ma è il dolore a parlare…

Oh padre, inizierei il viaggio verso di te anche adesso…

Perché mai dovrei cadere in negazione?

Perché mai dovrei nascondermi…?

Non giudicarmi padre.

Non vivo più, senza te non è più vita ormai.”

Il coraggio di sentire e ragionare allo stesso tempo caratterizzano questo passaggio: la consapevolezza di un pensiero estremo, negare la propria vita pur di realizzare il desiderio del ricongiungimento con la persona amata. Percepisce l’autrice quello che lei stessa definisce peccato, ne è conscia, sa che è contro le leggi naturali, perfino contro la logica, ma ha la volontà di mostrare nudo, fino in fondo, quello che sente. Senza filtri.

Potessi chiederti un dono, forse oggi non ti chiederei di tornare, mio adorato padre…

Preferisco prendere io tutta la tua sofferenza e viverla in questa vita che forse un significato non ce l’ha.

Ti chiederei soltanto di accompagnarmi, anche se nel dolore e nella paura, ma con te al mio fianco.

Aiutami, padre.

Aiutami, ti prego, a reggere la mia croce…

Non posso liberarmene ma forse potrei imparare ad accettarla…

Accettarla con la tua mano nella mia e con il pensiero rivolto al giorno in cui saremo insieme per l’eternità e ci perderemo, abbracciati, a danzare tra le stelle del tuo regno”.

In questo dialogo che è allo stesso tempo un intenso monologo, un tendere verso l’altro che è poi un modo per dare dimensione alla propria interiorità sconvolta e spiazzata da un dolore enorme, si aggiungono vari riferimenti ad una spiritualità di stampo religioso, ma che appare soprattutto un’ulteriore ricerca o necessità di confronto anche con simboli che fanno parte dell’educazione ricevuta, altri dati, coordinate con cui fare i conti per dare una rotta, necessariamente nuova, al viaggio lungo e complicato da compiere dopo l’esperienza del lutto.

Lutto sta per perdita, in senso specifico e generico, mancanza, privazione di qualcosa che era essenziale. Dopo il lutto è necessaria una rinascita, ripartire su basi nuove, su diversi piani e terreni. Ma, e Federica Di Fresco dimostra di averlo compreso e messo in pratica, per poter ripartire, per creare un nuovo terreno, bisogna venire a patti con il bagaglio dei ricordi, con ciò che ancora scava dentro, nel corpo e nella mente. Ricoordinarsi, innanzitutto. Ricollocare il proprio essere anche in rapporto agli altri. Partendo dall’analisi del proprio dolore, l’autrice ci parla anche del suo mondo, di ciò che la unisce e la separa dagli altri passeggeri di questo viaggio chiamato vita:

Amore, ciò che tutto muove.

Ciclo perpetuo di corpo, spirito e mente.

Sfrecciano dinanzi ai nostri occhi quei treni che ci tolgono il fiato…

E che peccato infinito, alla fermata dell’Unica vita che abbiamo ricevuto in dono, prenderne uno a caso per paura che il destino possa tagliarci fuori dall’itinerario del niente.

Bugia a noi stessi, il nostro mondo in cambio di un po’ di sicurezza e in un attimo ci siamo già venduti al diavolo dell’assurdo, posto in prima classe sul vagone dell’infelicità permanente.

E quando ci sveglieremo sarà ormai troppo tardi…

Nessun preavviso, il più esoso dei conti e, disperati e senza più parole, non saremo che eterni debitori di gesti mancati e repressi ardori.

Mai, caro padre, non sarò mai quel tipo di passeggero…

Camminerò piuttosto sulle mie stesse gambe, mezzo sicuro e sincero quanto la mia anima.

Lascerò che il mondo testi, stupito, la forza del mio coraggio.

Ed ho amato anche te, immensamente, seppur d’un amore frenato e molto spesso respinto…

Quindi dimmi, padre, è tempo…

Dimmi, sono condannata?

Dimmi perché chi ama davvero, come me, è destinato talvolta a fallire… come unica realtà certa, libera tra tristi burattini”.

Annota la Di Fresco: “Lascerò che il mondo testi, stupito, la forza del mio coraggio”. In questa esclamazione è contenuta una delle chiavi, di questo libro nello specifico e più in generale del modo di essere e di sentire che l’autrice rivela, senza superbia, con sincerità necessaria, come se essa stessa fosse un antidoto contro il dolore e lo smarrimento, come se a un certo momento, svelarsi, osare guardare il mondo negli occhi mentre si è nudi, nella propria forza e fragilità, fosse il solo modo possibile per proseguire, per camminare tra ali di folla che guarda e non comprende, non vuole o non è in grado di capire. I “tristi burattini” accettano senza battere ciglio il patto bieco con l’assurdo e l’infelicità permanente. L’autrice dichiara al padre, e quindi a se stessa, in un’identificazione che è allo stesso tempo letteraria e psicologica, che lei non sarà mai quel burattino, quel tipo di passeggero mosso da mani fredde ed estranee. La scelta di campo è stata effettuata: la sincerità del dire e del sentire, senza preoccuparsi dei giudizi e dei pregiudizi, senza ascoltare i saggi consigli di chi invita ad un’espressione del dolore più saggia e moderata e ad una manifestazione dell’amore più prudente e compunta. L’amore di cui parla Federica Di Fresco è amore a tutto tondo, fatto anche di odori, di attrazioni e respingimenti, di tensioni che coinvolgono e sconvolgono la totalità dell’essere. Il dialogo con il padre, il ricordo vivissimo della ricerca di contatto, è anche un modo per riflettere e risentire dentro la sua natura di giovane donna, i gesti, gli ardori, le sensazioni, il vibrare dell’essere che la conduce verso la consapevolezza di sé, un sentire autentico, un moto dell’essere animato da pulsioni simili a quelle che chiama “le mie stesse gambe, mezzo sicuro e sincero quanto la mia anima.”

Da qui il canto, lo snocciolarsi degli opposti, degli ossimori che popolano la mente e il corpo. Quasi un laico, tormentato e inteso Cantico delle Creature che ha composto, di cui è composta, e di cui, se osiamo vederlo, siamo fatti tutti. Ad un certo punto la speranza si fa consapevolezza; gli ossimori possono convivere, gli universi, nelle galassie così come nell’animo umano, non sono mai, in fondo eternamente distanti:

Tu, la mia malattia.

Tu, la mia guarigione.

Tu, il mio abisso.

Tu, la mia redenzione.

Tu, che non ci sei.

Ed io, mai stanca di cercarti.

Un continuo rincorrersi per mai trovarsi.

Perché è troppa la distanza che separa i nostri mondi poi forse non così tanto lontani.

Il mio, ancora profano.

Il tuo, ormai sacro.

Io che muoio in te…

Tu che rinasci altrove.

Vivi in quella vita, dentro me, al momento caduta in un sonno profondo.

Un sonno dal quale potrebbe destarsi solo con il tuo ritorno.

Ed è così che chiudo gli occhi della mente, per sempre…

Per poi riaprirli soltanto al suono del nostro ricongiungimento.”

Per poter guarire, per tornare a respirare, bisogna guardare nel fondo della malattia, del dolore, perfino dell’amore, fino al momento in cui si intravede il punto in cui si uniscono sacro e profano, morte e rinascita.

Mescolerò ed assaporerò i miei malesseri, uno ad uno, fino a che non avrò trovato la ricetta perfetta, affinché io non debba mai più patire la fame del tuo amore, qualunque siano le circostanze, qualunque siano le condizioni del mio cuore”.

La rinascita è anch’essa parallela, sincronica, simultanea, avviene in dimensioni apparentemente distanti, ma lo spazio-tempo è unico, univoco, è fisica che si fa palpito.

Ci son giorni in cui tutto ciò di cui si avrebbe bisogno non è che un abbraccio, calore di vita, energia dell’anima.

E se solo ci fossimo abbracciati a lungo costantemente, io e te, saremmo ancora vivi, padre.

Vivi entrambi”.

La volontà, la meta, è raggiungere la totalità, diventare angelo e animale libero e puro, e ancora una volta i termini si sovrappongono, si intersecano, si contraddicono e si confermano. Questo libro è composto di liriche, di poesia, ma è anche una sorta di “romanzo di formazione”, un Bildungsroman, un modo per raccontare con fedeltà i passi che si compiono sul cammino che porta, nel dolore e nell’amore, a diventare uomini e donne, esseri complessi, tormentanti, ma con la tensione perenne verso la bellezza, la libertà, l’appagamento di ciò che realmente, dentro, si sente e si si è.

Se è vero, caro padre, che vi sarà un’altra vita oltre questa, affido a te il mio desiderio.

Desidero essere una qualunque splendida creatura di ali munita, dolce padre.

Intercedi per me affinché possa essere esaudita la mia richiesta di non appartenere più a tutto questo.

Un animale libero e puro, fuori da ogni umana cattiveria.

E tu lo sarai con me, felici come non mai”.

Riesce qui l’autrice, addirittura, a scrivere la parola “felici”, a dare corpo al concetto di felicità in un contesto di lutto, di commemorazione addolorata. Ma è felicità ad occhi aperti, incalzata da prese di coscienza che non la negano ma la inseriscono in un contesto ostile:

Me ne resto così, qui, nel silenzio delle mie solitudini, nelle prigioni del mio cuore.

Incredula ed inorridita, un’altra volta ancora, della grande insensibilità che tutto avvolge.

Ma felice, felice per te nonostante tutto, che hai lasciato questo bellissimo teatro dell’orrore”.

E ancora, poco oltre:

Prendere per mano i limiti, riconoscerli e comprenderli, amarli di un amore nuovo.

E così noi, padre mio, figli dello stesso cielo, fratelli dello stesso sentimento.

Una finestra di colpo aperta sul petto e caldi raggi d’un sole fresco e profumato, appena nato, ora senza più ostacoli.

Semplicemente la pace, giunta a piccoli passi.

Così, conquistata, nostra, finalmente”.

Si arriva così, gradualmente, in un coerente crescendo, al finale:

Spegnere le luci ed attendere il suo sorriso immenso dinanzi a quei colori che illuminavano ogni angolo della stanza, lucciole di vita vera.

E adesso solo un abete in festa in mezzo al mare, insolito ed insensato come un Natale in Luglio.

L’onda inaspettata e funesta della morte che irrompe nei nostri giorni, irrimediabilmente. O quasi”.

Grazie di tutto, caro padre…

Arrivederci, Tua Federica”.

Questo libro si conclude con un congedo che non è un congedo, con un “arrivederci”. Non è un caso che sia la parola conclusiva, prima di un’attestazione ulteriore di appartenenza, quel “Tua” che è un’eterna conferma. Quell’arrivederci dà la sensazione di aprire e non di chiudere, sia il percorso letterario che lo scavo psicologico, sia l’esperienza del dialogo che dell’ascolto, dell’altro e di sé. Questo libro di Federica Di Fresco ribadisce con la sua intesa linearità che la parola può essere tormento ma anche cura, o, almeno, mezzo per mantenere vivo un legame, un contatto, un odore che conferma l’esistenza e la presenza, a dispetto di ogni vento, ogni tempesta della vita. L’autrice ha la consapevolezza di capire nel profondo che quell’odore è anche l’odore di un veleno, lo scrive lei stessa, con una lucidità che dimostra maturità e acutezza. Ma sa altrettanto bene che al momento, in questa fase della sua esistenza, non può smettere di respirare quell’odore, per tenersi viva, attraverso un ricordo che è anche presenza tangibile, quotidiana. In questo suo romanzo esistenziale la prossima tappa, resa possibile da questa sincera autoanalisi divenuta libro, potrà essere la costruzione di un nuovo mondo possibile, quando ne avrà occasione, modo e forza. Qui ed ora, l’autrice registra, e con lei il lettore, questo diario, questo scambio di lettere con un destinatario a cui rivolge una forma assoluta ed imperante di amore. La risposta non è muta. Si trova nei codici di un dialogo che, nella sua assoluta unicità e individualità, l’autrice ha avuto il merito, grazie al coraggio della sincerità, di rendere universale, o, almeno, parametro su cui ragionare, spunto di riflessione sul legame tra dolore e amore, ricordo e corporeità del pensiero.

Ivano Mugnaini

 

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