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“Il lume della follia”, domande e annotazioni

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Pubblico qui di seguito alcune domande a Prisco De Vivo riguardo alla sua attività letteraria ed artistica, con riferimento specifico al suo libro di recente pubblicazione “Il lume della follia”. IM

  1. Nella tua ultima raccolta di poesie, dal titolo “Il lume della follia”, in un verso reciti: “le cose del mondo che ti limitavi a tenere nascosto”. È la rappresentazione di un dolore vissuto?

Sì, rappresenta un doloroso vissuto di una persona a me cara, mio zio Gaetano, fratello di mia madre vissuto in manicomio; si è consumato nel silenzio e nell’ombra dell’indifferenza, di aspri egoismi e cattiverie.

  • Vorrei approfondire il tuo sguardo in materia di oscurità. Qual è la tua vertigine di solitudine?

La mia vertigine di solitudine, come tu la chiami, ha a che fare con il disincanto attraversando l’inciampo e la caduta, con lo stesso umore ho raggiunto quell’uscita dall’incombente oscurità. Tutto è dettato solo dall’amore verso gli altri e dalla chiarità delle proprie azioni.

  • Qual è il lato luminoso della follia?

Il lato luminoso della follia è rappresentato dalla genuinità di essere veraci, persone senza filtri fino al disgusto. La verità è nuda e ruvida, per niente estetica e per niente accattivante. Ebbene, questo è anche il perno principale di questa mia ultima raccolta di poesie dall’ossimorico titolo: “Il lume della follia”; testo viscerale e pulsante come un corpo nevralgico; un corpo scoperto coi suoi tendini, i suoi nervi e il suo sangue messo in luce.  

  • Riconosco che sei un uomo di fede, quanto è importante per te “la fede”?

In sintesi, “la fede” è davvero determinante. Dovrebbe essere fondamentale per ogni uomo. Ma, denoto che la questione religiosa, nel nostro attuale tempo, è del tutto secondaria. La mia esperienza di conversione al credo cristiano mi ha portato ad analizzare diversi aspetti della mia vita; a tendere, con vera autocoscienza, verso la redenzione ed a sopprimere l’inutilità di un vissuto speso verso la perdita e l’inconcludenza.

  • Può mai esserci una barriera alla banalità del male?

Credo che questa barriera non verrà abbattuta fin quando il seme dell’odio è fra gli uomini; ramifichi ed irrobustisca le sue radici verso il dissenso e la gratuità della violenza.

A tal proposito, Simon Weill diceva semplicemente: “Nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà dell’altro”. Eppure, tutto questo per l’uomo non dovrebbe essere così difficile e faticoso.

  • Secondo te, l’arte come la poesia è ricerca di perfezione e consapevolezza? Oppure, è solo una totale uscita dalle proprie insicurezze?

L’arte e la poesia migliorano profondamente l’essere umano. Ma, se vogliamo, la bellezza è custodita in ognuno di noi.

A tal proposito, vorrei citare George Bernard Shaw che quando si ritrovò ad osservare le opere di poesia di Michelangelo e le pitture della Cappella Sistina esclamò: “Si usano gli specchi per guardarsi il viso e si usa l’arte per guardarsi l’anima”.  

  • Quella sacralità del dolore che ritrovo nella tua ultima opera, sei sempre riuscito a riconoscerla?

Sì, sono riuscito a riconoscerla fin dall’adolescenza. In una mia vecchia lirica, dal titolo “Nel corpo della sofferenza”, parlai di un viaggio autobiografico nella profondità del proprio dolore; quel dolore che è visibile nella salvezza cristiana, quel “corpus doloris” che porta ad accettare il peso della croce ed a portarla con amore ed umiltà.

  • Ogni rumore ed ogni suono, in poesia, sono quasi solenni. Volevo capire, quando tu scrivi o dipingi hai bisogno della musica o del totale silenzio?

Sicuramente il suono ha una sua solennità. Se pensiamo, ad esempio, a “Barche amarrate”, dai “canti orfici” di Dino Campana in cui egli esprime fino in fondo la poesia farsi suono, quasi come se fosse uno spartito.

Per quanto riguarda la musica, sì, quando dipingo ascolto maggiormente da Bach a Bartok. Ma, devo anche confessarti una cosa che ci sono alcune canzoni che ascolto di rado, come: “L’oceano di silenzio” di Franco Battiato e “C’è tempo” di Ivano Fossati, oppure “Martha” di Tom Waits. Sono testi che scuotono il mio essere, mi lasciano naufrago in un dirupo di ricordi e di emozioni. Ma, penso che ciò accade a tutte le figure sensibili.

Ivano Mugnaini

TARANTA D’INCHIOSTRO note e considerazioni dell’autrice

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Ricevo da Valeria Serofilli alcune note riguardanti il suo libro di recente uscita, Taranta d’inchiostro, e, più in generale, concernenti la sua poetica.

A corredo delle note ho ricevuto dall’autrice alcune liriche tratte dalle varie sezioni del libro.

Le pubblico in calce assieme ad alcune foto e ad un video del prof. Aziz Mountassir.

IM

ALCUNE RIFLESSIONI

Di VALERIA SEROFILLI

Con particolare riferimento a Taranta d’Inchiostro, Oedipus, 2020

A mio avviso il significato assume senso e misura grazie al significante, in un connubio in cui tuttavia l’azione della parola assume un ruolo di ristrutturazione creativa della realtà. In questo senso potrei rispondere che il ruolo del significante è egemone, anche se forse una sintesi più esatta di quanto intendo può essere trovata in questo mio pensiero: “A mio avviso il senso del verso è da intendersi sia a livello logico che emotivo in quanto per scrivere poesia avverto l’esigenza di uno stimolo concreto, spesso di natura visiva” (1).

L’intento è il superamento della connotazione della realtà tramite la parola, senza tuttavia abdicare del tutto alla dimensione concreta ed efficace, al significato, al senso che il verso trasfigura tramite un significante, che la riscrive sia a livello logico che a livello estetico e sinestetico.

1) da: Valeria Serofilli, ” Amalgama” ne “La parola e la cura, I Quaderni di Poiein, Monografie di poeti contemporanei”, a cura di Gianmario Lucini, (puntoacapo 2010).

Nei miei versi penso che comunque vi siano l’uno e l’altro, cioè si riscontrino la preoccupazione dei “significati” e l’attenzione al gioco fonico e ritmico dei “significanti”; per la definizione di essi mio punto di riferimento è tra gli altri, la distinzione di Ferdinand De Saussure, che ispira e sottende lavori critici di grande valore come quelli di Gianluigi Beccaria consegnati al volume einaudiano “L’autonomia del significante”. 

Link con recensioni al volume:

Altri link di note critiche sui testi ancora inediti, poi confluiti nell’attuale pubblicazione, tra cui la nota del prof. Romboli poi divenuta l’attuale postfazione al volume:

http://www.literary.it/dati/literary/p/piazza/taranta_dinchiostro.html

https://www.google.com/amp/s/www.900letterario.it/poesia/taranta-di-inchiostro-serofilli-saggio-romboli/

Dalla Sez. I  LA TARANTA

La notte della taranta

(22 agosto 2015)

Quale ragno mi ha morso?

Prova col nastrino colorato/ amore

ma tanto già ne conosco il nome

come già ne so l’antidoto:

tu il veleno/ il contro veleno

la mia terapia coreutica

E abbracciati balliamo

in pizzica lenta

ad uccidere un ragno che non c’è.

Io il ragno

Mi tuffo dal soffitto/ per sprofondare

nell’abisso cristallino

a tessere la tela

dell’attesa e dell’aspettativa

Forse che

sono io il ragno

a misurare le distanze

tra dune di sabbia

ormai tarantata/ in notti senza sonno?

Conoscenza

È questa verità, tardiva

o il raggiungimento

di essa/ mio malgrado?

La ragnatela non serve

più/ me ne distacco:

ingombrante scaleo

di sapienza cui

ogni gradino ha acuito conoscenza.

Vecchiezza

Bulbo di memoria/ la conoscenza

cresce ad oltranza

«Sei pronta ad invecchiare con me?»

chiese il ragno alla sua tela

Ma la domanda giunse assai tardiva

alla ragnatela già bianca che

priva di forza e incanutita/ lasciò cadere

il suo ragno stanco/ ormai inerte

e questo facendo impronta di sé

reinventando il suo ieri.

Dalla Sez.II  RAGNATELA DEL MONDO

Lettera al figlio

Vorrei vedere nel film dei tuoi occhi

scorrere le favole di una volta

Riccioli d’oro/ nel bosco del tuo disincanto

E risuscitare elfi per guardia a castelli

e draghi per assalti fuori porta

raccogliere gocce per farne stagno

e ogni filo d’erba intrecciarlo a parco

perché non siano stanche le fate

mentre mi scuso per il dolore che ti darò

Il destino/ figlio è cosi:

siam tutti condannati ad essere estratti a sorte

ma tu e non io/ mi hai dato la vita.

Testo tradotto in arabo dal prof. Aziz Mountassir con video al link:

Dalla Sez.Sezione III LUZIANE

“L’insegnamento poetico di Luzi ha inciso molto su di te

cara Valeria e lo si vede bene nei tuoi libri ma è ovvio

che tu conservi una notevole originalità”.

Giuseppe Panella

(27 Gennaio 2019)

Per sua significazione 

Per sua significazione 

la non parola 

chiese al Poeta 

e si fece Poesia e significanza.

Forse che il cielo ci ha salvato entrambi

Forse che il cielo ci ha salvato

entrambi/ da una inutile vecchiezza

preservandoci

senza dubbio uguali

e quant’altro donandoci

ad uno ad uno e insieme

un paio d’ali?

Si cristallizza nel momento della recisione

Il fluire di sempre

si cristallizza nel momento della recisione

dal sé/ dall’altro, dal resto

Questo da sempre temeva/ questo ormai sapeva

per sempre impresso acquisito

nel momento in cui

non seppe più.

Dalla sez IV PAGANELLIANE

Contemplo in cielo

Il teatro di me/ la mia

Dispersa storia.

G. Luigi Paganelli: poesia del 2015 pubblicata 

sulla rivista “Paletot” g.c. da Claudio Frosini.

Funzione religiosa

Gremita era la Chiesa: 

non mancava nemmeno/ la sua migliore amica 

con quel cappellino 

accessorio integrante/ di quell’ultimo acquisto di 

Moschino 

La chiesa era gremita: 

il prete che tesseva/ le lodi di una vita. 

Più pregi o più difetti? 

Difettava semmai, la necessaria volontà di elencazione

non trattandosi, stavolta, di confetti

E tanti fiocchi

– Ma non rovinavano le panche? –

– Se al Matrimonio no, almeno adesso

le è concesso, anche se neri e non bianchi

Qualche pianto, più che altro rimpianto:

sensi di colpa per non averle più telefonato 

o non averla invitata a quel concerto

Ormai non usciva che di rado, del resto

Tanti i convitati al lugubre banchetto:

chi si batte a croce il petto,

chi ricerca/ disperato, un fazzoletto

Amava scrivere, soprattutto accanto al caminetto

– Una pura, direi, –

– ma la pigrizia, poi, dove la metti? –

Si/ perché c’era anche quella

in sapida componente con l’ ingegno

La Chiesa era gremita. C’è chi pensava, 

tra un pianto ed una rosa

che forse, in fondo, era più pazza che estrosa

inadatta alla vita, al contingente

C’era anche il Sindaco: non poteva mancare

In quanto pisana, se non una strada 

almeno questa presenza 

se la meritava

C’era il Prefetto, 

dispiaciuto per non averle concesso

il patrocinio

a quel suo ultimo progetto

– Se n’era andata così, mentre scriveva – Leggeva? –

– No, scriveva. A leggere le cose altrui non ci teneva.

Ma aveva il Premio… –

– si, ma la Giuria leggeva anche per lei –

Tanti i discorsi

sommessi

in fondo all’androne

C’era anche il ladro

col sacchetto vuoto/ del suo ultimo misfatto

C’era anche il gatto/ col fiocco nero d’organza:

non si è mai capito se l’amava

certo la seguiva ovunque

anche se a debita distanza

C’era la zia, più vecchia di lei

– L’avevo sognato: perdita di dente

morte di parente –

E c’era lui, assenza/ presenza

che di lei sapeva tutto e non aveva niente 

vestito a lutto impeccabilmente

ma un lutto artistico, con quella penna all’occhiello

ed il suo piccolo, immancabile ombrello

che forse pioveva e 

nero per fortuna, che si addiceva

La Messa è finita: andate in pace

No, aspettate, c’è una postilla

o forse un refuso:

“Da leggersi al momento opportuno: istruzioni per 

l’uso”.

(Testo finalista al premio L assedio della poesia 2020 presieduta da Antonio Spagnuolo e vincitrice del Premio della Giuria al Concorso “Tra Secchia e Panaro” 2020).

BIGLIETTO SOLO ANDATA

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copertina
Biglietto solo andata di Alessandra Solina

BIGLIETTO SOLO ANDATA

Ciò che maggiormente colpisce e rimane di Biglietto di sola andata è il coinvolgimento sincero, non fittizio, non di maniera. L’autrice, Alessandra Solina, ha manifestato nelle pagine del suo romanzo ciò che realmente ha vissuto e percepito, a livello emozionale. Sembrerebbe una caratteristica scontata, garantita, del tutto normale. Invece, se pensiamo ai fiumi di inchiostro deliberatamente appesantito da retorica densa e posticcia, se pensiamo all’ideologizzazione di tutto, persino di ciò che la comune appartenenza al genere umano dovrebbe rendere naturale, se pensiamo alla pletora di romanzi in cui la trama è poco più che un pretesto per permettere all’autore evoluzioni narcisistiche tipo selfie acrobatico con tuffo all’indietro carpiato, allora, sì, un romanzo atipico come quella della Solina merita sicuramente attenzione.

            L’atteggiamento di schietta fratellanza con gli esseri umani descritti e l’autenticità degli stati d’animo, perfino nei confronti dei personaggi negativi, hanno in questo libro un’influenza diretta anche sulla struttura narrativa. La “mimesi”, la capacità di identificazione con le persone e con gli eventi, determina qui anche il ritmo narrativo. In questo libro l’andamento è sostenuto. Il cuore vibra come uno strumento, un tamburo africano percosso da dita abili che ricalcano il battere e il levare delle vibrazioni, della speranza e del dolore, del nascere e del morire, del vivere e del lottare.

“Il mio romanzo è debitore ai molti incontri avuti nel corso degli anni con gli immigrati e i rifugiati politici, grazie all’attività svolta come insegnante di lingua italiana e successivamente come operatrice SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Ho ascoltato racconti incredibili per i nostri giorni, storie affascinanti di Paesi lontani che hanno risvegliato in me il desiderio di far capire sentimenti e sogni di questi uomini”, annota la Solina nelle pagine del suo blog.

            Sentimenti e sogni. Materia impalpabile, eppure essenziale. La più preziosa, ciò che realmente siamo e ciò che davvero possediamo. Tutto ciò conferma che Biglietto di sola andata non è un libro da leggere per svagarsi o per distrarsi magari mentre si fa qualcos’altro. Non è un libro per passare il tempo. Perché il tempo, tutto quello che c’è, e anche quello che non c’è ma che si vorrebbe avere, magari per cambiare l’orientamento del destino, è lì, in quelle righe compresse, tese come dita, come mani protese a difesa di ciò che di sacro ancora oggi rimane, la vita, i diritti, il desiderio di protezione anche di fronte alla violenza più cieca e inumana.

            Altra caratteristica di rilievo di questo libro è l’abbinamento o meglio la coesione spontanea tra il particolare e il generale, tra il dettaglio e la visione d’insieme. Il libro racconta i destini di un numero limitato di personaggi. Eppure, pur con le peculiarità di cui si è detto, la trama, gli uomini e le donne che la tessono e da cui vengono essi stessi tessuti e forgiati, è capace di assumere una dimensione allegorica, facendosi specchio di ciascun essere in lotta per la propria sopravvivenza, in senso stretto e in senso metaforico. È altresì una descrizione del tempo che stiamo vivendo, quello degli sbarchi che impongono la scelta tra accettazione e rifiuto, interessi e solidarietà. Al contempo è anche un quadro di più ampio respiro, una sintesi diacronica di tutti i viaggi fatti in cerca di un lembo di terra che possa consentire la sopravvivenza ma anche la realizzazione dei propri sogni.  

            La trama del romanzo è complessa, articolata. È giusto ed è bello che sia il lettore a scoprirla, individuando i rimandi, i richiami, l’intreccio dei destini che confermano quanto ogni essere umano sia in realtà il risultato di infinite combinazioni, incontri, scontri, dialoghi, interazioni in cui il dare e l’avere si sovrappongono in infinite variazioni sul tema. L’autrice stessa propone questa essenziale sinossi: “Nel romanzo i destini di giovani italiani si intrecciano a quelli di giovani stranieri evidenziando quanto la vita sia complicata a tutte le latitudini, ma altrettanto preziosa e degna di essere vissuta intensamente. Le figure femminili rivestono un ruolo chiave, poiché ritengo che siano le meno ascoltate in tutte le società. In Italia, come in Africa, seppur con caratteristiche diverse, la donna resta in secondo piano: nella nostra nazione costretta a scimmiottare l’uomo per poter raggiungere ruoli di potere, in Africa obbligata a fuggire oppure a subire violenze”.

Ne ricaviamo un elemento aggiuntivo, di assoluta importanza: l’attenzione per l’universo femminile. In un mondo esposto al pericolo, alla sopraffazione e alla violenza, la donna è in apparenza l’anello più debole. Ma tornando al discorso espresso poco sopra si può anche rilevare che la donna è forza creatrice, energia vitale che può incarnare, anche in senso stretto e letterale, la rinascita, il rinnovamento.

            Il libro di Alessandra Solina, è giusto confermarlo, non è stato scritto per narcisismo letterario né per dare voce ad una propria tesi o ad una visione del mondo da imporre. La motivazione profonda alla base di questo romanzo è un sincero moto della mente e delle emozioni. Ricordi, stati d’animo, sensazioni di fronte ai fatti di cronaca, alle morti, alle stragi ai danni del bello, del giusto e di tutto ciò che di autenticamente umano rimane su questo nostro pianeta. La Solina ha un amore autentico per tutto ciò che estende l’orizzonte. Ciò che va oltre le mura e i confini. Sente il fascino di ciò che è distante eppure a ben pensare è parte di noi. Percepisce le affinità nelle differenze (si veda ad esempio nelle pagine del romanzo l’utilizzo dei nomi, delle etimologie, delle assonanze). Ed è questo il vero senso della solidarietà: non la cancellazione delle differenze, non la volontà di uniformare. Il desiderio e l’attrazione, semmai, per ciò che unisce senza distruggere le specifiche peculiarità.

La lettura di questo romanzo equivale a viaggiare nella nostra realtà geografica e in terre lontane, nel tempo presente e in un tempo che ha le proprie radici nella memoria ma anche in una dimensione ancora tutta da scrivere, a seconda delle scelte che, anche individualmente, in qualità di appartenenti al genere umano, sapremo e dovremo fare. Questo è un racconto di avventure, un romanzo di formazione e, non ultimo, un invito a staccarci, magari tramite un biglietto di sola andata, dalle isole dei pregiudizi e degli egoismi, scoprendo la bellezza della diversità, il fascino di vedere il nostro stesso volto in volti con altri lineamenti, altri colori, ma con negli occhi la stessa sete di vita, le stesse necessità e gli stessi sogni.

                                                                                                         Ivano Mugnaini

NOTA DELL’AUTRICE

Il mio romanzo è debitore ai molti incontri avuti nel corso degli anni con gli immigrati e i rifugiati politici, grazie all’attività svolta come insegnante di lingua italiana e successivamente come operatrice Sprar (acronimo di Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Ho ascoltato racconti incredibili per i nostri giorni, storie affascinanti di Paesi lontani che hanno risvegliato in me il desiderio di far capire  sentimenti e sogni di questi uomini. Credo profondamente che il razzismo nasca dall’ignoranza, dalla non comprensione dell’altro, e che quindi soltanto attraverso la conoscenza sia possibile comprendere che nel profondo siamo tutti collegati da fili invisibili. Si dice che lo sbattere d’ali di una farfalla possa generare un uragano in un’altra parte del globo (The Butterfly Effect), allo stesso modo la sofferenza delle popolazioni del sud del mondo si riversa nelle nostre vite influenzandole, anche se non ce ne rendiamo pienamente conto.

Nel romanzo i destini di giovani italiani si intrecciano a quelli di giovani stranieri evidenziando quanto la vita sia complicata a tutte le latitudini, ma altrettanto preziosa e degna di essere vissuta intensamente. Le figure femminili rivestono un ruolo chiave, poiché ritengo che siano le meno ascoltate in tutte le società. In Italia, come in Africa, seppur con caratteristiche diverse, la donna resta in secondo piano: nella nostra nazione costretta a scimmiottare l’uomo per poter raggiungere ruoli di potere, in Africa obbligata a fuggire oppure a subire violenze.

Di seguito un breve estratto che riguarda una ragazza somala:

“Zahara. Nome che evoca terre aride e riarse come il deserto che nel nord taglia il continente africano. Zahara, estirpata dalle sue radici e costretta ad attraversare quel mare subdolo e dorato. Lacrime più calde della sabbia arroventata avevano solcato la sua pelle liscia. Lacrime sprecate al vento che faceva piroettare granelli nel vano tentativo di offuscare il sole. Gocce d’acqua che non avrebbero donato alcun sollievo alla terra, e non avrebbero prodotto neanche miseri germogli isolati. Lacrime che semplicemente si univano ai suoni misteriosi del vento, un canto disperato di berbere in lutto. Zahara, che come promesso dal nome datole alla nascita*, era di una bellezza disarmante. E la sua avvenenza sarebbe stata anche la sua rovina”.

Da “Biglietto Solo andata”, Alessandra Solina, Libeccio Edizioni, Gruppo CTL Editore, 2020

Immagine di copertina: “Sogno” dell’artista Xixi Wang

*nome di origine araba, utilizzato in varianti simili anche in lingua swahili, che significa “bella e profumata come un fiore”.

“Monte Stella”: il cronometro, la clessidra e il magnetofono

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Monte Stella (poesie 2014-2019) - Luigi Fontanella - Libro - Passigli -  Passigli poesia | IBS

  Monte Stella: Variazioni sul tema del tempo e della realtà

in Luigi Fontanella

 

Il riferimento alle variazioni sul tema richiama immediatamente la musica. Un mio professore del liceo sosteneva che la musica è matematica. Un altro sosteneva che è illogica astrazione. Entrambe le affermazioni sono vere ed entrambe sono false. È qui che subentra la poesia. La sola in grado di accogliere in sé il vero e il falso, la realtà è ciò che va oltre, sopra, sotto, nei meandri, nelle vene sotterranee, al di là del confine e del limite.

Il recente libro di Luigi Fontanella, Monte Stella, parla di moltissime cose. Spazia, racconta, immagina, disegna e compone. Ma soprattutto gioca, con “orrore” ma anche con il gusto di addentrarsi dentro un dedalo di “cose buffe”, con il Tempo, operaio, capomastro e inesorabile padrone della palazzina eternamente in affitto e perennemente in costruzione che è la Vita.

Per parlare adeguatamente di un libro ricco e complesso come Monte Stella bisognerebbe essere amici del principale e possedere moltissimo del suo materiale da costruzione. Qui ed ora, in questo spazio telematico, ciò non è possibile. Ma abbiamo comunque a disposizione un modo semplice e bello per fregare il “capoccia”: comprare il libro e leggerlo, con la dovuta calma e la dovuta attenzione che si riservano a parole che sono il frutto di anni di scrittura, di ricordi e di vita vissuta.

Hic et nunc, possiamo esplorare, come in un immaginario volo di aliante, il Monte eponimo.

In primis, qualche chiarimento sul titolo, in apparenza sibillino, di questo articolo. Conosco Luigi Fontanella da alcuni anni e ogni tanto mi reco nella sua casa fiorentina per fare una chiacchierata di aggiornamento. Sarebbe elegante e assez maudit dire che beviamo litri di Chianti, invece spesso ci gustiamo ottima acqua, oppure, visto che arrivo sempre nel pomeriggio, un tè. Poco british, ma sempre tè. Durante le nostre chiacchierate parliamo non solo di idee astratte ma anche dei modi concreti, dell’aspetto “pratico” dello scrivere, che poi, a ben pensare, influisce molto sulla forma e sui contenuti. Fontanella mi ha rivelato che spesso scrive di notte, nel dormiveglia, e che per poter annotare rapidamente le idee utilizza un magnetofono.  Ecco, credo che in questo oggetto, a metà strada tra modernità e tradizione, passione e riflessione, immediatezza e ragionamento rielaborato come materia onirica plasmabile, ci sia molto della poetica di Fontanella in generale e del libro di cui ci occupiamo ora in modo più specifico.

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On the other side of the moon – Cronache di estinzioni

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Nel weekend lo spettacolo della Luna piena della Neve - Tiscali Ambiente

On the other side of the moon

Osservazioni e note di viaggio

su

Cronache di estinzioni

di Lucetta Frisa

Cronache di estinzioni. Si intitola così il libro che vi propongo oggi in questo spazio riservato alle segnalazioni di libri, spesso atipici (per loro merito e nostra fortuna) che ho letto con piacere. Questa rubrica di segnalazioni si chiama “Letti sulla luna”, e, nel caso specifico di questo libro, il luogo in cui idealmente sfogliamo le pagine appare quanto mai adeguato.

Ci siamo estinti, ci dice l’autrice, Lucetta Frisa. Più che una previsione per il futuro, la cronaca è un commento in fieri, se non addirittura un resoconto di eventi che già hanno avuto luogo. Ma immaginiamolo come il commento di una partita. Un match tra la bellezza del mondo e la stupidità umana. Anzi, potremmo sintetizzarla in questo modo: in diretta dallo stadio Azteca, il Peggio dell’Atletico Sapiens Sapiens contro il Resto del Bello del Mondo.

Questo non è tuttavia, è bene chiarirlo, solo un resoconto di eventi catastrofici, disastri ecologici e altre esiziali amenità. È un libro in cui l’autrice si chiede, e ci chiede, se abbia senso continuare ad essere come siamo e a vivere come viviamo.

Una domanda da un milione di dollari, o di talleri, a seconda delle epoche, in quanto è su questo interrogativo che si gioca da sempre il senso del fare poesia. Piera Mattei in una recensione al libro apparsa su “Perigeion” ha scritto: «Cronache di estinzioni è la raccolta poetica di Lucetta Frisa che più ho amato». Al di là delle classifiche, concordo anch’io sul fatto che questo libro abbia concesso a Lucetta di esprimere al meglio la gamma dei temi, dei modi e degli sguardi su sé stessa e sulla vita che le sono cari e consoni.

Ho incontrato Lucetta Frisa in varie occasioni. L’impressione dominante è una solarità assoluta e una grande capacità di dialogo, in grado di mettere a proprio agio perfino i timidi più ostinati. Eppure, nella sua tendenza alla giovialità c’è una parte della mente e del cuore che osserva e annota. Collocata on the other side of the moon, nella parte più silenziosa dei luoghi e dei tempi, la Lucetta cronista estrae il taccuino e scrive. Si appunta gesti, azioni, comportamenti e soprattutto il materiale di base, il combustibile che può accendere un falò nel buio ma anche generare tragicomici incendi: le parole.

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Gatti rossi / Red cats

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Un racconto, spero abbastanza folle e abbastanza “felino”, con la versione in inglese “fatta in casa”.

Buona lettura e buona estate,

IM

 

 

GATTI ROSSI 

 

Fummo svegliati da un canto urlato, quella notte. Così angelico, quasi asessuato, che rimanemmo incantati, prima di alzarci di scatto inferociti. Quell’attesa, caseggiato dopo caseggiato, era sufficiente a quel corpo e a quella voce per allontanarsi.

Andai al lavoro più rintronato del solito. Non fino al punto da non notare un particolare: i gatti che incrociavo erano tutti rossi. Soffici, grassi e dal pelo fulvo. Tutti di buon umore. Mi guardavano e ridevano, sotto i lunghi baffi, come per dirmi “Non capisci niente, vero?”.

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Libri, statistiche, lettori e visitatori

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Libri, statistiche, lettori e visitatori

Le statistiche di questo sito mi dicono che molti dei lettori-visitatori vengono da vari paesi esteri.

È per me un motivo di soddisfazione ma anche di curiosità.

Vorrei conoscere di più di voi, i vostri gusti letterari, le vostre idee, le proposte, i suggerimenti, le opinioni.

Ho pensato quindi di proporre volta per volta alcuni miei libri, con qualche assaggio in italiano affiancato dalla traduzione.

Per il momento ho a disposizione alcuni brani tradotti in inglese, francese, spagnolo e romeno.

Se qualcuno volesse tradurre in qualche altra lingua ne sarei molto lieto.

Il libro La creta indocile al momento è disponibile solo in lingua italiana.

Se qualcuno fosse interessato a riceverne una copia, mi scriva a questo indirizzo di posta elettronica:

ivanomugnaini@gmail.com  .

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Io sono te / Ipotesi

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Ringrazio l’amica Anna Moro per aver selezionato e tradotto in francese questi due scritti.

È sempre interessante osservare su quali testi si sofferma l’attenzione dei lettori sensibili e affini.

IM

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