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Rame e cioccolato

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Una mia lettura del romanzo Rame e cioccolato – Alzheimer e memorie del cuore di Brina Maurer.  La recensione è stata pubblicata da Literary.it, a questo link:

http://www.literary.it/dati/literary/M/mugnaini/rame_e_cioccolato.html

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Un prudente racconto di fatti estranei al proprio mondo o protetti da robusti filtri è tutto sommato agevole. Diverso è il discorso quando si sente di volere o dovere raccontare qualcosa che davvero scava nel profondo. Ci si avventura in terreni pericolosi, in tal caso. Il rischio è scivolare nel patetico, o, peggio ancora, in cliché abusati, corrosi dal tempo e dall’uso. Brina Maurer è conscia di questo rischio ma si inoltra da sempre in quei terreni, restando immune, evitando l’insidia, rimanendo se stessa, coerente con il proprio modo di essere, di sentire e di raccontare.

La protegge l’autenticità, la necessità sincera che sente e trasmette di parlare delle condizioni più fragili, più bistrattate, più scomode, quelle di fronte a cui spesso si chiudono gli occhi per evitare di dover aprire il cuore. Parlare di dolore, di emarginazione sociale e mentale, per alcuni è uno svago, uno sport, un modo per farsi belli con le pene altrui. La Maurer, senza strafare, senza effetti speciali da sceneggiata alla Mario Merola, senza colpi di scena eclatanti e mirabolanti intrecci, parla del lato in ombra delle vita, delle zone in cui si osserva, si percepisce, si respira “il male di vivere”.

L’utilizzo della prima persona è un primo passo verso l’immediatezza. Non un resoconto astratto di scene viste ma un racconto di vite vissute. E il plurale non è casuale: in primo luogo perché è duplice già in partenza il rapporto tra l’esistenza reale e quella narrata, ma, in maniera non secondaria, per la volontà dell’autrice di far sì che una vicenda individuale possa anche farsi specchio di altre strade e altri destini. «Mi assaliva il terrore. Ancora una volta. Come quando ero bambina e poi ragazza. Non riuscivo più a vedere con chiarezza. Troppi erano i traumi, i tagli che l’anima aveva subito, le toppe che rammentavano i buchi nascosti, le nubi di amianto che opacizzavano il cielo, le combustioni degli organi interni, del cuore, del cervello. Ero Serena, la figlia unica di sempre, quella su cui ricadeva tutto, nel bene e nel male», osserva.

Il tempo passato, l’infanzia e l’adolescenza, in realtà non trascorrono mai, non sono mai distanti, collocati in un altrove innocuo, a tenuta stagna. Sono sempre presenti, sono dentro noi, sono noi. Il terrore rimane lo stesso, solo trasformato da escamotage, trucchi, cerone, abili finzioni. Ma i traumi restano, così come i nodi mai sciolti, quelli che lentamente ma inesorabilmente ci soffocano. Le due componenti che avvitandosi l’una all’altra formano il cappio sono citate nel brano del libro riportato qui sopra. Vengono poste una a fianco all’altra, parallele e contrapposte: il cuore e il cervello. Se funzionassero di pari passo, tutto filerebbe liscio, serenamente armonico. In realtà accade molto di rado.

Accade, a volte, quando si trova il coraggio di osare, di provare a essere davvero ciò che si è, a dispetto di tutto, perfino di noi, delle maschere che abbiamo messo sul volto, sperando in una protezione che invece si rivela corrosione, annichilimento progressivo. Assieme a questo, per rendere possibile questo piacere dell’onestà che comporta enorme sforzo e grande dolore, serve un colpo di vento, uno scarto del destino. Uno degli aspetti più interessanti e di maggior rilievo di questo romanzo è la sottolineatura, concreta, controcorrente, che a volte un evento di per sé negativo può portare con sé effetti inattesi, nuovi terreni di dialogo, di consapevolezza, potremmo dire di “agnizione”, facendo sì che finalmente due personaggi, anzi, due persone, si incontrino davvero, si riconoscano nella loro identità autentica.

«Stavo male moralmente, mentalmente e fisicamente (l’ansia stava impossessandosi anche del mio corpo), eppure una vocina ogni tanto si insinuava chiedendomi: “E se tuo padre si fosse ripreso proprio perché ha rivisto te?”. Pensare al bene degli altri è necessario, ma tutti abbiamo dei limiti e non si può fare troppa violenza su se stessi. Potevo davvero resistere? Ero veramente diventata più forte, capace di farmi rispettare? Ma soprattutto avevo rispetto, a trentotto anni, finalmente per me stessa?». In queste frasi del libro (e non è un caso che siano espresse in forma di domanda) sono contenute le coordinate fondamentali, l’evoluzione, i mutamenti di orizzonte, le nuove sfide imposte dalla sorte. L’accadimento determinante è la malattia del padre. Correlato ad esso, il primo passo verso la nuova direzione: il rivedersi, che diventa vedersi davvero, fragili, quasi diafani. Il cambiamento impone la reazione; e qui, come spesso accade nella vita, il gioco è serissimo e aspro. L’affetto può essere una sfida, un peso, una violenza. Il più normale dei sentimenti, l’amore verso il padre, impone una ricollocazione del modo di essere e di sentire sedimentato dentro per anni. La domanda di fondo riguarda i limiti. Può un essere normale, privo del dono della santità, trasformarsi e riforgiare il proprio modo di essere? È possibile pensare al bene degli altri senza fare del male a noi stessi? Donare gesti e parole vivificanti senza uccidere i propri ricordi, il bene e il male accumulati nel tempo fino al punto in cui sono diventati carne e respiro? Non è facile. Non è possibile senza pagare uno scotto. Nelle pagine di questo romanzo si ragiona su questo, si riflette accuratamente, mentre la vita quotidiana scorre con i suoi piccoli e grandi eventi, se valga la pena pagare il prezzo di essere umani, a dispetto di tutto, perfino del dolore.

«Veniamo al mondo da soli e moriamo da soli, indipendentemente dal fatto che ci sia o non ci sia qualcuno fisicamente accanto a noi, a gioire o a piangere per la nostra venuta o per la nostra dipartita o sofferenza, nelle varie fasi altalenanti dell’esistere». Questa frase del libro ricorda, per assonanza, Joseph Conrad, il mistero del Cuore di tenebra. Ma, tra le righe, nelle pieghe delle parole, è nascosto un bagliore. Se non la soluzione, almeno un percorso, la possibilità di dirigersi altrove: piangere per la sofferenza altrui, nelle fasi altalenanti dell’esistere. Il mutamento si verifica, in modo emblematico, nel momento in cui, affermando l’assoluta solitudine dell’individuo, si riconosce che c’è la possibilità della com-passione, la sofferenza condivisa, e con essa la gioia, la tenacia, la volontà di dare, a dispetto di tutto.

«Il presente è la sola dimensione temporale che veramente ci appartiene. Si dice che l’uomo occidentale sprechi quasi tutta la sua vita a pensare al futuro, a quello che ancora non è riuscito a fare, non apprezzando le mete già raggiunte, i traguardi faticosamente conquistati e magari fino a poco prima ritenuti impossibili», annota la protagonista. Questo libro è, anche, un tentativo di smentire questa tendenza a vivere distanti dal presente, quindi dalla vita che davvero conta, dall’istante che fa di noi quello che davvero siamo. Ci viene raccontato, o meglio mostrato, pagina dopo pagina, che i gesti normali sono i più importanti: preparare e portare una colazione, chiedere come stai, accertarsi che la persona che si ha accanto abbia mangiato, che possa stare meglio possibile, nei limiti di quanto ci è concesso.

Anche l’ironia può essere utile, toglie peso al male, sdrammatizza, rende la pena meno solenne e ineluttabile. L’ironia, tra pensieri e riflessioni, slanci, arrabbiature, corse e rincorse, è una delle armi della protagonista, Serena (nome adeguato e ossimorico allo stesso tempo) e, tramite lei, dell’autrice.

«Inorridisco se penso che per quasi trent’anni non ho avuto una vita veramente mia! Cosa ne sarebbe stato di me, se non avessi avuto i cani e il talento artistico? Sono stati i miei fratelli e sorelle pelosi a educare il mio cuore, ad aprirmi gli occhi sulle meraviglie del creato, a dare un senso al mio cercarmi». Accanto all’ironia, adeguata a loro, appresa anche dal loro comportamento, uno dei Leitmotif più cari a Brina Maurer: l’amore assoluto per il mondo degli animali. Mai accessorio, mai posto a fianco a quello degli umani, ma, al contrario, parte integrante della volontà e possibilità non solo di comprendere il senso della vita ma anche di assaporarla appieno. Nella trama specifica di questo romanzo, l’amore condiviso per i cani sarà il fulcro, la leva che consente il recupero del rapporto tra padre e figlia. Attraverso lo sguardo e la presenza di un cane gli occhi tornano a guardarsi, uscendo da antichi egoismi, barriere e trincee erette a separare caratteri, difetti, vizi, manie, imperfezioni. Nello specchio degli occhi di un cane, l’autrice vede se stessa e suo padre. Guarda e finalmente si lascia guardare. «Anche se non mi sono mai considerata figlia unica, perché i cani sono sempre stati i miei fratelli, non posso fare a meno di domandarmi se, ai tempi di Villa Viola, almeno qualche volta mio padre abbia riconosciuto la sua unica figlia di umana stirpe».

Il recupero del rapporto tuttavia è presentato in modo maturo, onesto, lontano da soluzioni miracolistiche da fiaba della buona notte. Il mondo era imperfetto e tale rimane, l’alcol e il cemento continuano a contrastare il rame e il cioccolato. Gli echi letterari si intravedono in controluce, appena rilevabili, ma in grado di dare sostanza a una vicenda del tutto originale. Si sente l’eco della Lettera al padre di Kafka, de La coscienza di Zeno, di Con gli occhi chiusi di Federigo Tozzi. Qui tuttavia i gesti più semplici riescono a fare la differenza: «Serena dagli animali aveva imparato tanto e con umiltà. Gli angeli con la coda erano stati i soli responsabili della sua educazione sentimentale. Eppure, proprio a quel padre tanto odiato, ella doveva quanto aveva di più caro e prezioso: l’amore per i cani, senza il quale nemmeno la passione per lo studio e per l’arte avrebbe avuto alcun significato». La chiave, forse, è in queste parole: l’umiltà che è innata negli animali per gli uomini è cammino aspro, meta che conduce ad una nuova consapevolezza, ad un modo differente di relazionarsi con il mondo, con gli altri, con noi stessi. Il gesto finale del libro è a sorpresa, una maniera simbolica e concreta allo stesso tempo di legare il proprio affetto, tutto il bene e il male, il rapporto ritrovato con una figura chiave dell’esistenza, all’amore assoluto per i cani, nello specifico per un cane. In tal modo tutto, la vita e perfino la morte che della vita fa parte, assumono una dimensione. Il senso, se esiste, è nella cosciente incoscienza del vivere seguendo istinto e passione: «Fu allora che potei nascondere all’interno della sua giacca due sacchetti contenenti i resti di Amina (li avevo fatti riesumare per farli cremare pochi giorni prima, sapendo che mio padre si stava spegnendo). Così nessuna legge, né nessun dio, poté frapporsi tra loro, nemmeno nell’aldilà».

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 Claudia Manuela Turco (Brina Maurer), è nata a Codroipo il 15 dicembre 1970. Poeta, romanziere, biografa e critico letterario, vive nella campagna friulana.
Il 22 febbraio 1996 ha conseguito, a pieni voti, la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Udine. Da Margherita Azzi Visentini ha ereditato l’interesse per la Storia dei Giardini, da Guido Zucconi quello per l’Urbanistica e l’Architettura Contemporanea. Innamoratasi di Alfieri durante le lezioni di Clemente Mazzotta, attratta dalle eccezioni e dalle minoranze, scrive combattuta tra due fuochi: Vittorio dalle labbra verdi e Lord Byron.
Ha frequentato alcuni corsi di perfezionamento per insegnanti e di alta cultura presso l’Università di Udine e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia ottenendo una borsa di studio, ha lavorato in un ufficio farmaceutico e in alcune gallerie d’arte. Il 22 marzo 2001 a Torino ha sposato il poeta Marco Baiotto.
CMT/BM ha collaborato con “Il Convivio” (ideando una traccia di manifesto letterario in forma di decalogo) e con molte altre riviste e siti Internet, scrivendo recensioni e approfondimenti critici (complessivamente circa 200 contributi, prevalentemente su autori italiani contemporanei ma anche su autori classici come Carducci e stranieri come Hŏ Kyun); in qualità di collaboratore redazionale del periodico “Literary” è diventata giornalista pubblicista ed è rimasta iscritta all’albo del Friuli Venezia Giulia per diversi anni.
Ella elabora progetti di ricerca letteraria volti a una originale provocazione della modernità. Costanti della sua poetica: il voler dar Voce a chi la cui Vita non gli appartiene, l’umanità degli animali (suo primo ed eterno amore, i cani), l’animalità dell’uomo, la dimensione di solitudine e malattia cui è condannato il diverso tra i diversi.
Il 25 giugno 2007 ha adottato Glenn, protagonista di un ciclo narrativo che supera le 1600 pagine, e il 1° agosto 2011 il cagnolino Mughetto, al quale ha dedicato un diario in forma di epistolario.
CMT/BM ha scritto più di 20 libri ed è presente nell’Atlante Letterario Italiano – Le biografie (Libraria Padovana Editrice) e nell’antologia on line Italian Poetry curata da Mondadori, Einaudi, Aragno e Biblioteca dei Leoni (www.italian-poetry.org: “Claudia Manuela Turco”).
Sue poesie sono state tradotte in inglese americano e greco moderno.

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Intervista a Demetrio Paolin e Giorgio Scianna – Festival Indipendentemente 2017

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Il Festival Indipendentemente, di cui scrivo qui sotto un succinto programma (per informazioni più dettagliate http://www.indipendentemente.eu/ ) ospita artisti, scrittori e musicisti che ragionano, anche attraverso le loro opere, sul tema della “consapevolezza”.

Ho avuto l’opportunità e il piacere di poter chiacchierare con due degli scrittori ospiti del Festival, Demetrio Paolin e Giorgio Scianna.

Abbiamo parlato di scrittura, del mondo in cui viviamo e dei mondi possibili, quelli a cui pensiamo e che immaginiamo.

Le mie domande hanno ricevuto risposte originali, mai banali. Mi hanno chiamato in causa, mi hanno spinto a guardare le cose da prospettive diverse, in alcuni casi, confermando o contrastando ciò che avevo pensato e visto, fornendo angolazioni basate su esperienze autentiche, di uomini oltre che di scrittori.

Il mio ringraziamento, quindi, a Giorgio e a Demetrio per la partecipazione autentica e per il dialogo.

Ogni lettore, non solo gli “addetti ai lavori”, vi potrà trovare qualcosa che lo riguarda: una riflessione sulla propria “in-dipendenza” e sul proprio modo individuale, unico e differente, di creare (e modificare giorno per giorno) la propria consapevolezza e il proprio modo di raccontare e di raccontarsi, dicendo ciò che siamo e ciò che non siamo, le passioni, le paure, le speranze. Tutto ciò che di umano continua a vivere e si continua a scrivere . IM

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Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti si terrà nel Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre. Indipendentemente è una manifestazione del tutto nuova che coinvolge il teatro, la musica, la storia dell’arte e l’editoria e vuole far dialogare tutte queste parti tra loro con un fine ben preciso: creare consapevolezza.

Numerosi gli autori ospiti: Silvia Ballestra,​ Raul Montanari, Ivano Porpora, Daniela Brogi, Francesca Mazzuccato, Giorgio Scianna, Demetrio Paolin, Francesco Muzzopappa, gli storici dell’arte Maria Elena Gorrini, Davide Zizza, Stefano Maggi, il comico e scrittore Stefano Vigilante e molti altri.

Venerdi 6 ottobre Ore 18:30, Sala dei Due Balconi: Conforme alla gloria (Voland), di Demetrio Paolin, con l’autore e la pubblicista, blogger, editor Chiara Solerio .

Domenica 8 ottobre ore 19 

Sala degli Affreschi: La regola dei pesci (Einaudi), di Giorgio Scianna, con l’autore e la scrittrice Silvia Longo

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SETTE DOMANDE A DEMETRIO PAOLIN

autore di CONFORME ALLA GLORIA, Voland, 2016

in occasione della sua partecipazione a Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti in programma presso il Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre.

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1) Il titolo del Festival di cui sei ospite è “Indipendentemente”.

A tuo avviso, quanto, come e a che prezzo si può essere indipendenti, oggi, come scrittori e come uomini?

Parto da un paradosso. Io sono ospite di questo festival perché negli anni ho sviluppato una seria e durevole, vorrei dire ossessiva, dipendenza dal mettere insieme le parole. Quindi io non sono indipendente, ma anzidipendo totalmente da ciò che scrivo. È la stoffa di ciò che scrivo che mi porta a essere qui intervistato da te. Quella che tu chiami indipendenza èsecondo me accettare che esiste qualcosa che a cui chiniamo il capo; a cui infine vinti ci arrendiamo. Per me questa cosa è la scrittura.

Quindi penso che l’unico modo per essere indipendenti sia in realtà cercare qualcosa da cui dipendere, qualcosa che definisca il nostro stare nel mondo. Quando scrivo, non mi chiedo cosa voglia da me il mercato, il mio editore potenziale, la mia agente, ma semplicemente mi metto a servizio della storia che ho pensato e quella scrivo. La scrivo al meglio, perchécredo che sia importante, che sia etico fare un bel lavoro, ma io sono al servizio della storia e non di una idea di mercato, di marketing etc. etc… Èmolto semplice: a ogni parola ne segue una e una soltanto; e l’insieme di queste forma una frase, che si trasforma in un periodo che diventa pagina. Il libro si scrive parola dopo parola: questa logica conseguenza sintattica è ciò a cui sono devoto, è ciò da cui dipendo, ed è ciò che mi rende indipendente.

2) Lo scopo programmatico del Festival è “creare consapevolezza”.

Puoi darci una tua definizione di questo termine, e di ciò che, nel panorama e nella mentalità odierna, a livello politico, dell’informazione e del modo di vita, la favorisce e, sul fronte opposto, la ostacola?

Viviamo in un mondo in cui la paranoia e il complotto sono all’ordine del giorno, in cui per ogni dato fattuale esiste una contro narrazione, il piùdelle volte bislacca che si nutre dell’ignoranza. Io credo che sia necessario avere un atteggiamento di responsabilità nel raccontare le nostre storie, nell’esprimere i nostri giudizi. Creare consapevolezza è uno slogan bellissimo che ha un fondamento etico complesso. Lo scrittore non deve avere il vizio della superiorità, ma anzi si impegna ad acquisire il punto di vista “nemico” (mi sia concesso il termine). Essere consapevoli significa guardare con occhi completamente altri rispetto ai nostri. Io sono affascinato dalle motivazioni storiche psicologiche etiche dei carnefici non per crudeltà, per cinismo, ma perché assumendo il loro sguardo io posso dare a chi mi legge, a chi si attarda nelle pagine della mia storia, una narrazione consapevole, una narrazione responsabile di un fatto. Essere consapevoli vuol dire non fare generalizzazioni, e non fare semplificazioni. La consapevolezza usa una lingua lenta, che ha bisogno di tempo ed elaborazione, lontana dalla frenesia e dell’equivoco del linguaggio spigliato dei social.

3) Hai provato anni fa, seppur brevemente, la strada della poesia, percorrendo alcuni passi in quella direzione. Quali differenze hai percepito con più forza ed evidenza tra la poesia e la narrativa? Ritieni che a dispetto di tali differenze sia possibile lasciare uno spiraglio alla poesia anche in ambito narrativo o ènecessaria una separazione netta?

Non credo di essere un poeta.

Ho una competenza linguistica, so come si scrive un verso, ma non sono un poeta. Per questo motivo pur scrivendo versi non li raccolgo. Ho questo vezzo totalmente antieconomico dal punto vista della scrittura. Sul mio pc c’è un file nominato “cose_a_capo.rtf”. Quando scrivo una poesia, cancello quella precedente. E così da anni io ho sempre un’unica manciata di versi e gli altri sono perduti. La poesia italiana negli ultimi ha prodotto testi molto belli e potenti. Mi vengono in mente Andrea De Alberti, Giovanna Frene, Gilda Policastro, Maria Grazia Calandrone, Andrea Ponso. Io non sono in grado di scrivere opere come le loro, ogni tanto mi servo dei versi nelle mie narrazioni o scrivo proprio dei piccoli racconti in versi, ma sono più una forma ibrida di racconto che non una poesia vera e propria.

4) Una vexata quaestio, o, meglio, un rompicapo molto nostrano: per quale ragione a tuo avviso il racconto come forma narrativa in Italia stenta a decollare mentre in altre nazioni èseguitissimo e molto amato sia dagli editori che dai lettori?

Penso agli anni ’90, quando ho incominciato a leggere la nuova narrativa italiana, e ai libri, che hanno influenzato il mio apprendistato narrativo e mi viene da dire che erano quasi tutti libri di racconti, ad esempio i testi di Mozzi, di Nove, di Drago e di Voltolini. Il problema, io credo, non è il racconto come genere narrativo, ma il lavoro di post-produzione. Non basta, insomma, prendere 10 racconti e metterli insieme per dire “ecco un libro di racconti”. Un libro di racconti, non è una raccolta di racconti, prendi un volume come Fiction 2.0 o il Male Naturale di Mozzi e ci troverai un equilibro interno, una voce, una tessuto comune ovvero una sua organicità.

Io credo che la mancanza di questa tensione compositiva (nel senso proprio di orchestrazione) ha prodotto la disaffezione del pubblico per i racconti. Oggi, però, ci sono dei segnali positivi. Riviste come Effe – periodico di Altre narrativitàCarieCadillac, blog come Cattedrale e case editrici come Racconti edizioni siano il segnale che forse sta tornando una attenzione reale verso questo tipo di narrazione.

5) Il tuo romanzo Conforme alla gloria esplora il confine tra ciò che è umano e il suo contrario, la negazione di tutto quello che ci rende esseri degni di tale nome. La cronaca, ormai da molti mesi, sembra fare da involontario ufficio marketing al tuo romanzo, ossia, fuori di metafora e al di là della battuta esorcizzante, ogni giorno purtroppo ci offre spunti e occasioni per riflettere sulla dicotomia a cui si è fatto cenno, ponendoci di fronte a nuovi disumani orrori. Come si colloca secondo te il nostro tempo nel contesto della struttura evolutiva del male? Siamo di fronte a forme nuove o è soltanto un modello atavico che si perpetua?

Io ho l’intima convinzione che la scrittura abbia a che fare con il vero, e il luogo centrale in cui il vero appare è appunto la riflessione sull’umano e sul disumano. Conforme alla gloria, ma anche tutta la mia produzione precedente e ipotizzo quella futura se mai ci sarà, ha come punto nodale non tanto descrivere le differenze tra umano e disumano, ma i momenti di attrito tra queste due categorie: ora questa riflessione appunto è vecchia come il mondo, è forse uno degli archetipi narrativi fondanti di ogni letteratura. Io non credo che il male abbia una evoluzione, il male semplicemente èEsiste e come esistente fa parte del nostro orizzonte umano e storico. Il fatto che il male abbia forme diverse, non è indicativo di un suo cambiamento, ma al massimo di una sua diversa percezione. Pensa a come si è modificato il nostro atteggiamento rispetto alle stragi dell’Isis. Un tempo la timeline di Facebook, dopo un attentato, era per giorni piena di riflessioni, immagini, preghiere, improperi dibattiti sull’argomento. Chi si ricorda che pochi giorni fa due donne sono state sgozzate in strada a Marsiglia?

Il compito dello scrittore è non eludere lo sguardo, e lo può fare in un unico modo: scrivendo una storia che per quanto terribile e oscena sia cosìbella e da costringere chi legge e rimanere lì nonostante il male che è presente nelle pagine, perché vuole arrivare al fondo.

6) A livello tecnico e di coinvolgimento emotivo quali differenze hai notato tra il resoconto dei fatti storici come saggista (come ad esempio in Una tragedia negata) e la narrazione basata sulla storia in qualità di romanziere?

L’attività di critico, e di critico letterario, mi piace perché è il tentativo di produrre senso e narrazione, partendo altri testi e altre opere. In questo senso il coinvolgimento emotivo è più razionale, è più misurato e sobrio (mi viene da dire). Fare critica è provare a collegare con fili lunghissimi e tesi, testi diversi per spirito scrittura e indole, ma in cui tu rivedi qualcosa di tuo. Ecco forse il momento più emotivamente alto nello scrivere un saggio è quando realizzi che nel disordine delle tue letture, c’è qualcosa che collega tutto. Il critico è la cosa più vicina ad un paranoico che io possa immaginare, cerca di trovare una sorta di visione d’insieme anche quando non c’è.

Scrivere un romanzo con una precisa connotazione storica èparadossalmente molto più semplice, l’attenzione devi rivolgerla ai dettagli: conoscere bene gli usi e i costumi, conoscere le strade e i luoghi in cui ambienti la storia, i modi di dire e la moda del tempo. Poi il resto viene facile, almeno per me. In entrambi i casi il segreto è uno: studiare molto, leggere molto, prendere appunti, farsi schemi, specchietti. Nessun romanzo si scrive di getto, tanto meno un romanzo con ambientazione storica. Ora mi si dirà: ma lo scrittore X ha scritto il capolavoro mondiale Y in 30 giorni. La mia risposta è: X è un genio, noi no.

7) Sempre facendo riferimento a Conforme alla gloria e alla tua esperienza di uomo e di scrittore, intravedi in termini storici e sociali possibilità di miglioramento, o almeno semi di speranza? Credi che anche questa nostra epoca buia possa finire così come sono finite le pagine più nere di alcune efferate dittature? In termini più ampi, ritieni che la letteratura possa solo documentare scenari reali e mondi fittizi oppure debba tentare di influenzare il modo di pensare e di agire?

Io non credo nella magnifiche sorti e progressive. Non ci ho mai creduto, non ho mai avuto fiducia nel sole dell’avvenire. Penso che invece di guardare in avanti dovremmo guardare alla tradizione. Se c’è una speranza è nella tradizione. Abbiamo scrittori grandissimi che non studiamo più, abbiamo una cultura che neppure sappiamo di possedere. Fate così, ad esempio, prendete la macchina e andate a Ascoli Piceno. Giratela, guardate lo stupendo romantico che è presente in questa città e ditemi poi chi lo sapeva? Chi immaginava tanta bellezza?

In senso più ampio. Io non credo che viviamo in un mondo così terribile, per quanto riguarda il nostro occidente. L’Italia non è una dittatura, è un luogo dove puoi dire e scrivere quello che ti pare senza finire in prigione e alla gogna. Che nel resto del mondo poi il livello di democrazia sia peggiore o in alcuni casi assente è vero, ma che la letteratura possa produrre un effetto rispetto a questo, mi spiace ma credo di no.

La letteratura non serve. La letteratura non cura, non redime, non salva, non produce rivoluzioni, non defenestra dittatori, non fa cadere regimi. La letteratura produce una storia, la racconta meglio che può e come può; la letteratura fa in modo che una persona abbia uno sguardo nuovo sul mondo; la letteratura non fa l’uomo nuovo, ma dà la possibilità di guardare ciò che gli sta intorno con una responsabilità e una consapevolezza diverse.

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SETTE DOMANDE A GIORGIO SCIANNA

autore di LA REGOLA DEI PESCI, Einaudi, 2017

in occasione della sua partecipazione a Indipendentemente, il primo festival dell’Editoria e delle Arti in programma presso il Castello di Belgioioso a Pavia dal 6 all’8 ottobre.

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1) Il titolo del Festival di cui sei ospite è “Indipendentemente”.

A tuo avviso, quanto, come e a che prezzo si può essere indipendenti, oggi, come scrittori e come uomini?

Oggi non vedo tanto il rischio di asservimenti politici o ideologici, a meno che non si operi in settori specifici. Il rischio è il pensiero dominante, quello ci condiziona tutti, in ogni momento. Oggi da Twitter, Instagram, Facebook sappiamo immediatamente cosa pensano su un tema determinato le persone che riteniamo simili a noi per valori, per affinità, per simpatia. Prima di esserci ancora fatti un’idea autonoma su un quesito elettorale, su un film, su un fatto di cronaca sappiamo già cosa pensano quelli del nostro ambiente di riferimento. E questa è una gabbia mentale. Avere un giudizio libero e personale diventa una conquista.

2) Lo scopo programmatico del Festival è “creare consapevolezza”.

Puoi darci una tua definizione di questo termine, e di ciò che, nel panorama e nella mentalità odierna, a livello politico, dell’informazione e del modo di vita, la favorisce e, sul fronte opposto, la ostacola?

La consapevolezza può nascere solo da un percorso individuale coerente costruito in base alle nostre aspettative e alle nostre capacità. Oggi ci sono palchi e piattaforme naturali e virtuali di ogni tipo (TV, ancora i social) che consentono di avere una visibilità immediata, di bruciare le tappe di questo percorso. A volte questo rappresenta un aiuto enorme perché consente di accorciare le distanze non solo col pubblico, coi lettori, con gli spettatori, ma anche con gli altri artisti. A volte diventa invece un rischio molto alto: si può essere portati a forzare percorsi, a interromperli oppure a inseguirli in maniera innaturale, alla ricerca di scorciatoie pericolose.

3) Il tuo saggio Narrativa italiana oggi è del 2011. A sei anni di distanza come sono mutate le istantanee e in che direzione si sono spostati i confini?

Per fortuna l’evoluzione è continua: nuovi autori sono entrati, nuove suggestioni e nuovi temi si sono imposti. Credo che l’impalcatura di quella fotografia però regga ancora. Se la riprendessi oggi mi piacerebbe parlare di tecnologia, di realtà virtuale, degli impatti sugli schemi della narrazione delle nuove scoperte.

4) Nel 2014 per Einaudi hai pubblicato il tuo terzo romanzo,Qualcosa c’inventeremo. Prendendo il titolo come spunto, ritieni che a livello narrativo, ma anche individuale e sociale, si possa creare, forgiare, inventare ex novo?

Si dice spesso che tutto è già stato scritto e che si possono solo declinare storie note in modo personale. Non sono sicuro che sia così, non solo perché la cronaca è una sfida continua ed è importante trovare il modo di rappresentarla, ma anche perché i mezzi e gli strumenti narrativi sono in divenire. Le serie tv negli ultimi anni hanno messo in discussione tanti di noi.

5) La regola dei pesci, il tuo romanzo di recente uscita, ha un titolo fascinoso, surreale e in qualche misura ossimorico. Puoi dirci come è nato il titolo e se è frutto di un’intuizione immediata oppure il risultato di ripensamenti e aggiustamenti progressivi?

La regola dei pesci si riferisce a quel fenomeno noto in etologia come “schooling”. Si ha quando un banco di pesci si muove tutto insieme sembrando un corpo unico; è un comportamento difensivo che serve per ingannare i predatori impedendo loro di aggredire il singolo pesce. Nel romanzo il branco ha spesso una valenza negativa, quella a cui ci ha abituato la cronaca di entità deresponsabilizzante che ci fa fare in gruppo cose che non faremmo mai da soli. Il titolo ci è venuto in mente negli ultimi giorni e ci ha convinto perché coglieva l”idea del gruppo – che nel romanzo è importante, è quasi un personaggio – ma dando per una volta al branco un valore positivo: quando uno dei ragazzi è completamente scarico, in una crisi profonda, si lascia andare appoggiandosi agli altri, fidandosi del loro movimento che va nella direzione giusta.

6) Facendo ancora riferimento al tuo romanzo, ritieni che oggi si sia tutti più che mai muti come pesci (a dispetto del proliferare di svariati e sempre più rapidi mezzi di comunicazione)? Oppure credi che ci sia la possibilità di dirci, anche tra diverse generazioni, sono qui, sono fatto in questo modo, aiutatemi, aiutiamoci?

Qui mi interessava il silenzio degli adolescenti, troppo diffuso. C’è difficoltà di dialogo tra coetanei, ma è verso gli adulti che il silenzio diventa spesso impenetrabile, anche quando c’è un rapporto di affetto vero. In parte è fisiologica incomprensione generazionale, ricerca della parola e del confronto soprattutto con gli altri ragazzi, ma temo ci sia di più. Noi adulti abbiamo smarrito la capacità di parlare di futuro, perché anche per noi è nebuloso è incerto. Così siamo diventati interlocutori poco credibili proprio sulle cose che a loro interessano di più.

7) Come si colloca La regola dei pesci nel complesso della tua produzione narrativa? È un punto di svolta o è la naturale prosecuzione del discorso e del percorso da te intrapresi?

Con “Qualcosa c’inventeremo” era iniziato un dialogo sugli adolescenti, con gli adolescenti, un cammino anche fisico che mi ha portato a incontrare migliaia di ragazzi nelle scuole di tutta Italia. “La regola dei pesci” è partito da lì, dalla voglia di riprendere un percorso nel tentativo di esplorare un mondo – quello degli adolescenti di oggi – che io continuo a vedere molto giudicato ma poco conosciuto e soprattutto poco raccontato dall’interno.

Come la vita. Caso, fortuna, destino da Pirandello a Woody Allen

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Come la vita.

Caso, fortuna, destino da Pirandello a Woody Allen 

Basterebbe il titolo di questo libro per interessare, attrarre, incuriosire. Gli ingredienti di partenza sono ottimi, e sono stati messi insieme, plasmati, amalgamati con cura, passione, competenza. Ne deriva un libro (lasciando da parte la scia delle metafore gastronomiche ma conservando il gusto dell’assaggio e di una lenta e accurata degustazione) assolutamente gradevole dalla prima all’ultima pagina. Ricco di sostanza, documentato, con note accurate e precise ma mai pedante, ridondante o macchinoso.

Ciò non significa che il libro non abbia un approccio assolutamente rigoroso e “scientifico”. Tutt’altro. L’apparato di dati, citazioni, rimandi e riferimenti intertestuali letterari e cinematografici è vasto, accurato, nitido e ricco.

C’è semmai, in più, o accanto, o comunque legato da tutto questo materiale raccolto e catalogato, un elemento ulteriore, viene fatto di dire ancora una volta un ingrediente, un sapore inconfondibile: il gusto di chi lavora con passione su qualcosa e per qualcosa che ama e che gli è congeniale. Donatella Boni ha realizzato questo suo saggio come un romanziere elabora e dà corpo ad una storia che gli sta a cuore: con sudore sempre accompagnato dal sorriso, quello di un collezionista che ha tra le mani l’oggetto del suo desiderio e della sua attenzione. Sa che vi vorrà enorme pazienza e moltissimo tempo a collocare ogni tassello nella giusta posizione. Ma mentre lo fa ha un volto radioso e quel sorriso, quell’ammirazione per i pensieri registrati in ogni pagina, per le riflessioni riportate e messe a confronto, traspare, viene trasmesso come per osmosi anche a chi legge, a chi esplora i mondi possibili e le argomentazione che il libro propone.

Tutto è ben catalogato, ordinato in capitoli e paragrafi come si sistemano nei cassetti oggetti a noi cari, trovati, cercati, incontrati lungo il cammino e conservati con cura nella memoria.

Come per la vita si adatta a vari tipi di lettori, ai neofiti e agli esperti. Non lascia per strada nessuno. Ciascuno, a seconda dei suoi gusti, delle letture, delle conoscenze, vi può trovare qualcosa di suo, confrontando la sua idea della sorte con la realtà che ha immaginato e vissuto, con la sorte individuale delle sue verità e dei suoi sogni.

Propongo qui di seguito il brano iniziale dell’Introduzione, alcuni brani e la scheda editoriale.

Sottolineando e confermando però che ogni pagina è interessante, contiene perle di citazioni su cui vale la pena riflettere mandandole a memoria. Possono servirci nelle varie circostanze del caso, della fortuna, del destino, tra rabbia e riso, disperazione e umorismo, nel dissidio ininterrotto tra il sognato e il cosiddetto “reale”.

Una cosa è certa: vale la pena cercare questo libro, leggerlo, tenerlo come utile e pregevole serbatoio di saggezze e insanie, materiale con cui erigere la sola certezza della vita, quella riguardante la linea di confine tra ragione e follia, caso e scelte esistenziali. Tanto esile, quella demarcazione, da apparire inconsistente se non del tutto inesistente. Saggiamente folle, come la vita. IM

* * * * * * *

La letteratura, come tutta l’arte, è la

confessione che la vita non basta.

(Fernando Pessoa)

Che fortuna, che sfortuna, era destino, il caso ha voluto, fatalità… chi di noi non ha esclamato queste parole, talora a sproposito? Fortuna, sfortuna, caso e destino in una attribuzione a volte immediata, a volte a posteriori, sono gli elementi che ordinano tutte le vite, quelle vere come quelle immaginarie.

È da qui che voglio iniziare: da come la mia idea di lavorare sulle costanti che compongono o scompongono qualunque avventura abbia sollecitato in amici e conoscenti il desiderio immediato e quasi compulsivo di dire la loro: “È un argomento interessante, pensa che proprio parlando di destino ti potrei raccontare quel che mi è capitato…”. Così ho compreso che non stavo solo scrivendo un saggio letterario, ma un regesto di possibilità diversamente concatenabili sull’esistenza, tratto non dalla vita, ma dalle opere di narrazione che la descrivono, alcune tanto avvincenti e ben costruite da essere, appunto, come la vita.

Personalmente ho sempre cercato nei libri risposte, spunti e suggestioni per meglio comprendere le esperienze della quotidianità. La narrativa è stata per me una specie di realtà virtuale, un luogo fantastico dove conoscere mondi diversi nel nostro stesso mondo, senza rischi se non quello di fare le ore piccole e di avere gli occhi rossi, immedesimandomi nell’uno o nell’altro personaggio. Ho spesso riflettuto sulla sottile alchimia tra caso, fortuna, destino e libera scelta nella vita delle persone, reali o inventate, argomento che da qualche tempo si è fatto più insistente nei miei pensieri e al quale dedico questo scritto.

Capitolo 1

VENTO, PIUME E CIOCCOLATINI:

DEFINIZIONI ED IMMAGINI

Ripugna allo spirito umano accettare la

propria esistenza dalle mani della sorte,

esser null’altro che il prodotto caduco di

circostanze alle quali nessun dio presieda,

soprattutto non egli stesso.

(Marguerite Yourcenar)

Ad elaborare una delle più celebri riflessioni sulle dinamiche tra fortuna e virtù fu senz’altro Niccolò Machiavelli. La questione è oggetto di diversi passi del Principe, trattato in cui si afferma che “Coloro e’ quali solamente per fortuna diventano di privati principi, con poca fatica diventano, ma con assai si mantengano” (Machiavelli, 1981: 32). Vale a dire che circostanze positive aiutano, ma la mutevole fortuna non garantisce il mantenimento dei risultati, fine per il quale è necessaria la virtù, definibile come energia, intelligenza, previdenza e capacità di volgere a proprio vantaggio gli eventi. Chi possiede queste doti non teme le avversità; gli ostacoli gli permettono anzi di mettere in luce e di utilizzare il proprio talento, come avvenne a Mosè, liberatore del suo popolo dalla schiavitù in Egitto: “Sanza quella occasione, la virtù dell’animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano” (Machiavelli, 1981: 29). Sembra tutto molto facile nel lucido disegno di Machiavelli, ma la sua parola non fu certo l’ultima e, dopo di lui, innumerevoli filosofi e scrittori si posero il medesimo problema.

Solo pochi integralisti affermano che tutto avvenga solo per caso o che, al contrario, tutto sia già scritto e non valga pertanto mai la pena di lottare. Si trova invece spesso chi, ispirandosi all’antico detto faber est suae quisque fortunae, sostiene il primato della volontà e dell’iniziativa personale, cadendo talvolta in inevitabili momenti di delusione e frustrazione nel vano tentativo di controllare, pianificare e schematizzare la vita. Tutti, in modo diverso, cercano una via per la felicità ed è tendenza comune quella di voler risalire ad una origine, ad una responsabilità per ciò che accade.

In sintesi mi pare suggestiva una riflessione di Jacopo Fo:

Cos’è la vita? Per quanto si possa studiare la realtà scientificamente è difficile che si giunga un giorno a svelare l’ultimo segreto: perché il mondo esiste? La risposta dovremo comunque cercarla altrove, nella nostra mente, nel nostro corpo o nel nostro cuore. Tutta la nostra vita è dominata da questo qualche cosa che fa crescere le maree e il ventre delle donne, combina incontri straordinari, salvataggi impossibili, tramonti e prodigi di ogni genere. Cosa fa riuscire le imprese impossibili? Cosa ispira gli artisti? Cosa fa nascere gli amori? Cosa rende possibile camminare sul fuoco, sopravvivere a una caduta dal sesto piano, mangiare un gelato? Chiamatelo Dio, Caso, Fortuna, Energia, Natura, Non Senso, Mistero. C’è comunque un’inspiegabile magia nell’universo. Capita, a volte di riuscire a sentirne la forza, la direzione. Intuire come si sta muovendo. Chiunque sia riuscito a realizzare un sogno sa che c’è un sottile legame tra il desiderio e la sua realizzazione.

1.3 Fortuna e sfortuna

Il termine serendipità indica “la capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte (specialmente in campo scientifico) mentre si sta cercando altro”, tipicamente riassunta nella formula “si scava per piantare un albero e si trova un tesoro”. Senza alcun merito, quindi, si superano le proprie aspettative. Ha una connotazione generalmente positiva; è nota anche una definizione differente che si trova in un dialogo tra William Holden e Audrey Hepburn contenuto nel film Paris – When it Sizzles (Insieme a Parigi, 1964): “the ability to find pleasure, excitement and happiness in anything that occurs… No matter how unexpected”; in questa seconda definizione una parte di merito c’è, e riguarda l’atteggiamento personale di fronte agli eventi.

L’unione di caso e felicità si trova anche nella fortuna, mentre il corrispondente negativo è la sfortuna. Iniziamo ora a parlarne prendendo spunto da una affermazione dello psicologo Paolo Legrenzi, che ritengo esprima bene, pur non essendo particolarmente innovativa, un concetto fondamentale: Tendiamo a sottostimare il contributo del caso nella vita perché l’idea che molti eventi sfuggano al nostro controllo ci mette a disagio. Preferiamo cercare schemi e nessi causali, anche se inesistenti. E vogliamo un “colpevole”, perché ci aiuta a farcene una ragione. Così finiamo per prendercela con una fantomatica entità chiamata sfortuna su cui scaricare la responsabilità di disastri o sconfitte (Legrenzi, cit. in Cipolloni, 2015: 40).

Presso i latini il termine Fortuna, oltre ad indicare una dea bendata (quindi cieca) e a corrispondere ad un’ampia iconografia, era anche “vox media”, ovvero utile per riferirsi sia al bene che al male. Nel tempo è invece prevalsa l’idea di identificare con il termine fortuna una forza positiva, con la parola sfortuna un influsso negativo. Di derivazione classica è la sua “incostanza” (Cicerone la descrive con l’immagine di una ruota), ovvero il fatto di essere mutevole e variabile. A differenza del caso, che è neutro, la fortuna e la sfortuna ai nostri giorni sono quindi ben connotate e continuano ad avere molte caratteristiche tipiche e rituali dedicati.

La parola tedesca Glück e quella francese bonheur significano sia fortuna che felicità. È quindi fortunata è la circostanza che “porta bene” (l’etimo di “fortuna” è legato alla radice del verbo latino ferre, che significa appunto “portare”), anche se gli effetti si vedono a distanza di tempo ad esempio una grossa vincita al gioco può avere alla lunga esiti nefasti, come dire che il “colpo di fortuna” va poi gestito nel giusto modo o può condurre a conseguenze imponderabili.

5.2 L’incontro

In Les stratégies fatales Jean Baudrillard scrive che “Pour qu’il y ait hasard […] il faut qu’il y ait coïncidence, que deux séries se croisent, que deux événements, deux individus, deux particules se rencontrent” (Baudrillard, 1983: 162).

La parola “incontro” porta con sé l’idea di un movimento frontale in direzione di altri, di un dinamismo nello spazio; in questo paragrafo mi occuperò solo della modalità involontaria di questo evento, designando come “appuntamento” l’evento prestabilito (se ne parlerà successivamente, nell’ambito del destino). L’incontro così inteso, evidentemente, è frutto del caso e motore di avventure quasi imprescindibile fin dai tempi del romanzo picaresco, spesso con il cronotopo della strada. Parallelamente un personaggio restato completamente solo (come Henry Bemis in “Time Enough at Last”) faticherebbe a riempire lo spazio di un romanzo o la trama di un film; per superare questa impasse solitamente si inseriscono come interlocutori degli oggetti inanimati – il pallone Wilson per il naufrago nel film Cast Away (2000) – o si ricorre all’espediente del sogno. Nel film Gravity (2013) una astronauta è l’unica superstite di una passeggiata spaziale; rifugiatasi in una navicella guasta e decisa a suicidarsi durante una allucinazione dialoga con un ex compagno morto (una delle vittime della missione) che le dà il giusto suggerimento per salvarsi e per riconsiderare l’intera sua esistenza. A parte l’inizio, la visione suddetta ed un fallito contatto radio, questo film è una felice eccezione: ha una trama che tiene nonostante la presenza di una sola protagonista, alla quale si nega ogni incontro fino alla fine (nell’ultima scena, dopo un rocambolesco atterraggio,

la vediamo rialzarsi e camminare da sola su una spiaggia).

L’incontro e il caso è il titolo di un già menzionato saggio di Romano Luperini, nel quale ho trovato particolarmente interessante l’analisi della novella “Die Vollendung der Liebe” (“Il compimento dell’amore”, 1911) di Robert Musil: un viaggio in treno ed una esperienza di adulterio offrono ad una donna, in apparenza stabile ed innamorata del marito l’occasione per ritrovare degli aspetti di sé sepolti nel passato, per scoprire di non essere mai uscita dal flusso delle possibilità, sempre in agguato per sviare in modo inatteso un percorso che si crede destinato a durare per sempre.

“Perché ci sia il caso bisogna che ci sia coincidenza, che due serie si intersechino, che due eventi, due individui, due particelle si incontrino” (Baudrillard, 1984: 131).

Scheda editoriale

Ci sono tanti modi di raccontare: oralmente, per iscritto, nei film, nei serial televisivi, ma in tutte le narrazioni accade qualcosa, fatti che cambiano il corso degli avvenimenti: fortunati, sfortunati, casuali, predestinati. Questo saggio si concentra appunto su tali momenti che rappresentano le svolte, gli scambi, i crocevia del meccanismo narrativo e delle vicende dei personaggi. Come nella vita, alternative improvvise o meditate, conclamate o silenziose accendono e regolano le storie che più ci coinvolgono. “Quanti di noi in momenti di scelte che stavano ritenendo nodali non avrebbero voluto potersi almeno sdoppiare per vivere questa vita e quell’altra, usare quei (troppi o pochi) talenti di cui si sentivano dotati per fare questa o quella professione? Dividersi, segmentarsi per poi ritrovare l’altra parte di sé dopo trent’anni e sapere se è lei che ha fatto la scelta migliore o peggiore. Così dallo Spencer Brydon del jamesiano The Jolly Corner (1908) si può arrivare allo Ts’ui Pên del borgesiano El jardín de senderos que se bifurcan (1941), nel quale il dotto cinese scrive ossessivamente in un romanzo smisurato, labirintico, tutti i possibili sviluppi degli innumerevoli avvenimenti con cui l’eroe della sua narrazione è chiamato a confrontarsi. È forse questo, più che quello di Brydon alle prese con un suo singolo fantasma, il caso (o il destino?) dell’uomo del Novecento e più ancora di oggi, riflesso e smarrito nell’infinito caleidoscopio di consumi e avatar che Internet gli propone”. (dalla prefazione di Stefano Tani)

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Donatella Boni lavora all’Università di Verona. È autrice di Geografia del desiderio (Capri, La Conchiglia, 2003) e di Discorsi dell’altro mondo (Verona, Ombre Corte, 2009)

UTTERANCE – Agenzia di traduzioni

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Un bellissimo sito realizzato da Daniela Scalia. Vetrina e strumento di lavoro di un gruppo di traduttori di cui sono contento di far parte:

Utterance

https://www.utterancetraduzioni.com

 

 
 
 
 
 

Utterance – agenzia di traduzioni è una realtà che nasce nel 2017 quale risultato della sinergia tra un gruppo di professionisti del settore linguistico e traduttologico. Il nostro core business è la traduzione a tutto tondo, sia tecnica che commerciale e letteraria nelle seguenti lingue: italiano, inglese, tedesco,francese, spagnolo, portoghese, russo e polacco. Utterance garantisce servizi di grande qualità a prezzi altamente competitivi, un mix di difficile reperimento di questi tempi. Siamo un team di addetti al mestiere qualificati ed affidabili, che conoscono il valore del vostro lavoro e che non vi chiederanno mai cifre illogiche e sproporzionate. Rispettiamo il vostro tempo, le vostre esigenze ed il vostro denaro.

Utterance is… The uttermost expression of translation

La barriera

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Una mia recensione al romanzo “La barriera”, uno scenario prossimo venturo che ci parla anche del nostro presente e delle gabbie da evitare.

Scritta  per il sito di Anita Likmeta e pubblicata in versione integrale a questo link: https://anita.tv/2017/07/31/la-barriera-il-romanzo-sull-inconsistenza-della-nostra-mente/

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“La barriera” il romanzo sull’inconsistenza della nostra mente.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017

Il primo e decisivo passo compiuto da Vins Gallico e Fabio Lucaferri è l’umanizzazionefar capire che in questo libro non si parla di numeri, di statistiche, di esempi astratti e proiezioni su grafici teorici. Non si parla neppure di personaggi letterari. Si parla di uomini, esseri umani. In quest’ottica i dettagli, le minuzie, le caratteristiche in apparenza inconsistenti, le fragilità, i vizi, le manie, gli oroscopi, gli ascendenti, il gioco del calcio, i luoghi e le cose, contribuiscono a definire una persona, a fare da specchio, facendoci identificare per analogia o per contrasto, dando forma a un riflesso in cui possiamo e dobbiamo guardarci. Da queste infinite tessere differenti si delineano i contorni di un mosaico: il mondo così com’è. Sarebbe bello poter dire che è così solamente nella finzione, ma è proprio questo il nodo, la sfida e il senso di questa narrazione.

C’è una data precisa, il 2029. Indicata con chiarezza, su un’agenda ipotetica ma ineludibile. Una data che appare lontana, eppure conosciamo i ritmi e le cadenze del tempo: quel traguardo è a un passo. C’è la descrizione di un pianeta che è una polveriera, e un solo luogo ancora conserva una parvenza di ordine e vivibilità: il più ricco e potente d’Europa, la Germania. Si salva dal caos imperante, ma a quale prezzo? Cosa si è costretti a pagare in termini di libertà e dignità umana per avere protezione? Lo sfondo del romanzo è quello descritto in questo breve sunto, arricchito da intrecci ulteriori di vite e destini e dal vibrare di trame sotterranee, intrighi, astuzie e controastuzie, corruzione, scontri, fughe, ostacoli e macchinazioni di ogni genere. Mentre ci si muove rapidissimamente da un episodio all’altro, si assimila gradualmente, potremmo dire nel sudore della tensione e della rincorsa, il messaggio sottotraccia, la verità nascosta ad di là della barriera, anche narrativail futuro apocalittico descritto nel romanzo in gran parte lo stiamo già vivendo. Lo intravediamo, ci viene tatuato addosso una goccia alla volta, ogni volta che in televisione all’ora di cena assistiamo a quelle trasmissioni inesorabilmente mandate in onda ogni singolo giorno Ferragosto compreso. Quelle in cui ci dicono, scrivendolo a caratteri cubitali sullo schermo del piccolo-grande-fratello, che siamo minacciati, che verremo schiacciati e che ci ammazzeranno tutti se le porte, tutte quante, non le chiudiamo. Se non ci chiudiamo.

Vins Gallico - Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017.

Vins Gallico – Fabio Lucaferri, La barriera, Fandango, Roma, 2017.

Per rendere questo senso di oppressione il romanzo adotta un ritmo che non lascia respiro: è la versione narrativa di un film d’avventura, con attraversamenti di terre desolate, città e confini, nuotate da campione olimpionico, corse di velocità e di resistenza, centometristi e mezzofondisti. Ma il vero protagonista, muto ed eloquentissimo, è lo sfondo: il mondo, il solo luogo che abbiamo, il giardino recintato a mo’ di gabbia.Il linguaggio è rapido, frenetico ma preciso. Nessuna frase è buttata là solo per fare conversazione, nessun dettaglio è meramente descrittivo. Tutto è finalizzato a fornirci i dati essenziali di un manuale di sopravvivenza, un docufilm girato a ritmi serrati in cui si mostrano mosse e contromosse, lo scontro tra le regole annichilenti del potere e la volontà di restare vivi. I diritti naturali nello scenario descritto non sono più garantiti, devono essere riconquistati in una corsa da maratoneta e il premio finale, i diamanti da salvare, sono la dignità e la libertà. Gli aguzzini qui sono molto meno appariscenti di quelli descritti nel film di John Schlesinger con Dustin Hoffmann eLaurence Olivier. Sono burocrati in apparenza scialbi, e questo li rende perfino più temibili. In questo romanzo si arriva a far sì che siano le vittime a dover anelare di essere marchiati. Il tatuaggio, l’identity matrix, è la meta per cui si è disposti a fare di tutto. Ci si getta da soli nella gabbia camuffata da luogo stabile e sicuro.

Si procede nel libro, guardandosi anche alle spalle: la Germania, il MuroSchindler’s ListLe Vite degli Altri e mille istantanee immagazzinate nella memoria riprendono vita e si intrecciano ad un futuro che è ipotesi più che plausibile e a un presente che è già dato di fatto vissuto. In un circolo che avvolge e soffoca: con la burocrazia che uccide la dignità senza neppure sporcarsi le mani. I capitoli del libro sono nomi di persona, luoghi e date. Quasi a confermare che ciò che ancora conta è l’equazione spazio-tempo, la possibilità di continuare a conservare la nostra identità a dispetto del mutare delle epoche e dei luoghi. O, meglio, saperla conservare lottando giorno dopo giorno per l’evoluzione, la sopravvivenza della specie autentica, quella specie umana che è costretta a difendere il proprio diritto alla diversità, al pensiero autonomo, alle scelte fondamentali, non ultime la sete di giustizia e di amore.

Moltissimi sono i riferimenti a situazioni che conosciamo bene e con cui interagiamo quotidianamente. Nel 2029 ci sarà ancora Facebook e ci saranno i tatuaggi, ma diventeranno macabre immagini di una gigantesca schedatura collettiva. Ci sarà ancora il sesso. Ma quello descritto nel libro è rapido e quasi incolore. La passione e la gioia sono al di là della barriera. Una delle sensazioni che le pagine trasmettono è che si potrà tornare ad assaporare tutto davvero fino in fondo solo quando la corsa per la sopravvivenza potrà essere interrotta. Coerentemente, nel libro c’è poco spazio per le divagazioni “liriche” e perfino per le pause descrittive. La solo poesia possibile nel contesto raffigurato è quella dei gesti, degli sguardi rapidi d’intesa, come quelli dei naufraghi, dei fuggiaschi. Come quelli delle spie, gli infiltrati in un mondo nemico. Le occhiate rapide di chi si riconosce affine ma non può fermarsi, per non destare attenzione.

La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine.

Berlino è la scenografia ideale, per questa narrazione di impronta cinematografica, rapida, intensa. La Berlino di questo romanzo è una città senza cielo, riflessa nei colori scuri di un passato di ferro e di sangue, ma anche nei vetri lucidati a specchio dei palazzi altissimi e dell’arte solenne e geometrica che atterrisce e attrae, inglobando corpi e menti nelle sue strade e nelle immense periferie livide. La bellezza è cupa. Non è morta ma deve essere risvegliata. Nel momento in cui torneremo ad essere armonici, aperti e davvero liberi, ritroveremo anche le luci, i riflessi fascinosi del sole del nord.

Con abilità e in modo quasi subliminale vengono messi in atto parallelismi fondamentali. L’anno descritto si colloca a distanza di un secolo esatto da quello della grande crisi finanziaria, dal crollo di Wall Street e dell’economia globale. Il futuro è adesso e il passato è uno spettro che ancora si aggira nelle case, negli uffici, nelle officine. La Germania del 2029 ha lineamenti in comune con quella nazista, ma anche con parenti insospettabili, la Calabria del secolo scorso e con lei il Meridione attuale e tutte le mafie di ogni genere e tipo, ad ogni latitudine.

Leggendo questo libro si respira a fondo, si è coinvolti anche noi in una corsa vitale, nel senso letterale del termine. La posta in palio è la più preziosa, il nostro diritto a restare umani, con tutto il bene e il male che ciò comporta, con il libero arbitrio, la capacità di riconoscerci affini a chi è diverso da noi. La sfida è ardua, lo scopriamo pagina dopo pagina. L’unico spiraglio è quello offerto dal riferimento all’ideogramma orientale che esprime il concetto di “crisi” facendo riferimento simultaneamente all’idea di pericolo e a quella di opportunità. Ciò che viene descritto e collocato in un futuro prossimo è profezia che già sconfina nella realtà. La vicenda narrata ci prepara, ci invita a mantenere tonici i muscoli delle gambe e del cuore fin d’ora, anzi, proprio ora, nel presente su cui possiamo agire, mutando noi stessi, per poter guardare negli occhi il nostro volto in un volto altro, arrivato da qualche luogo del pianeta di fronte a una Barriera che esiste, ed esisterà, solo se avrà consistenza nella nostra mente.

Svenimenti a distanza – anteprima del libro

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Come sosteneva Beckett, “è tutta una questione di voci; quello che accade, sono delle parole”. Mario Fresa in una delle liriche iniziali di Svenimenti a distanza, il suo libro di prossima uscita, descrive “Proposizioni in gabbia”, e alcune delle sbarre d’acciaio sono costituite dai ricordi, dalla necessità di trovare un senso a tutto, perfino al nonsenso, perfino al lutto, alla perdita, alla solitudine e all’assurdo.

Presa coscienza dell’impossibilità di dare misura esatta al destino, restano poche strade, sostanzialmente due: il mutismo oppure l’utilizzo delle stesse pietre e della stessa polvere, del medesimo percorso tramutato di verso e direzione. La parola diventa rotta trasversale del de-centramento. Non è un antidoto. Il veleno permane, è nel flusso, in circolo. Ma tale attività di escursione ed esplorazione delle vie laterali e divergenti è gioco vitale.

Se la parola evoca frustrazione, memoria che ferisce e riflessione che annienta, è con la parola stessa che lo possiamo e lo dobbiamo affermare. È un paradosso di fondo, uno “svenimento a distanza” che ci stende a terra e ci salva allo stesso tempo.

“Mi siedo fingendo di essere un suono/ interminabile. La strada arriva a te, cotone d’aria […] gioca/ senza riguardo a ricercare me, nello spedale/ delle parole vinte o sottili:/ topi di artiglieria che vengono alle mani,/ se tu gli muovi guerra; e così sia”, annota Fresa. Attraverso la parola, progressivamente, si esce dalla gabbia, o si finge di uscirne, ancora soggetti alla fascinazione, alla tana in cui ci rifugiamo e ci danniamo.

I versi diventano dialogo, svelamento, rivelazione profonda e coraggiosa di ciò che si pensa, tra riflessione e pura immagine stampata nella mente, un mosaico di tessere il cui senso svanisce, ci ingloba, cambia e ci trasforma istante dopo istante:

“Niente da fare, mamma: i poveri arrivano tardi,/ a tredici anni; c’è una sola risposta alla domanda./ Chiamiamo l’elettricista per non fare indigestione./ Il corpo della signora sembra perfino bianco, mentre guida ubriaca per la casa”.

Ci sono istantanee che restano nella mente leggere e acuminate per una vita intera. C’è l’ironia sapida e non di rado aspra di Fresa, mai aliena però all’umanità più profonda, quel senso di fragilità condivisa in tutto e per tutto tranne che nella resa incondizionata. Fresa con un sorriso lieve e serio continua a porsi e a porre a noi le questioni più scomode, quelle che non dovrebbero essere rese pubbliche.

“Un luogo esiste almeno cinque volte”, sostiene. E questo verso ha il fascino di un’indeterminatezza che assume a poco a poco contorni che ci chiamano in causa: “Riprovano a lasciarci sulla rotta,/ senza mutare o restando con una certa età;/ viene da dentro, come se lui non fosse un mostro/ che ha un solo desiderio: passare dal fatto alla certezza pura./ Facciamo il tutto esaurito./ Se non ti volti nemmeno adesso – è tutta qui la mia/ speranza – tu dormirai nel nulla,/ come salvato dall’attesa”.

Qui di seguito pubblico alcune delle liriche tratte da Svenimenti a distanza il libro di Mario Fresa in uscita presso Il Melangolo.

Si tratta di un’anteprima che Fresa mi ha inviato in lettura. Il mio invito è quello di salvare nella memoria questi versi lontani dai sentieri eccessivamente battuti e transitati. Non per trovare risposte impossibili, ma per ripercorrere con traiettorie libere e originali le domande imprescindibili. IM

*******

versi tratti da Svenimenti a distanza
di Mario Fresa
*
Porto l’intera stirpe del lavoro
dietro casa, metà bicchiere e metà pesce;
la prima parte, decido di lasciarla poco
più sopra; l’altra metà la fisso sulla terra,
fino a stancarla.
Mia madre resta dura, dura, e cresce in aria.
Si volta giù dalle sue stelle
e sa creare un albero, da vera intenditrice,
anche partendo da un proverbio.
Tale è l’importanza di cambiare un po’
il registro, di uscire dal tappeto dichiarando:
Non so bene come ci sono entrato, qui.
L’altra risorsa è pestare un po’ la voce, per ottenere
un certo tema di combustione; a lei ricordo che anche
un santo può cambiare cognome, se gli va;
e poi, di scatto, sedere coi capelli mostrati a dito,
perché visti da tutto il vicinato: sollevo il freddo
dal tuo letto che mi dice essere buono, onesto.
Poi ordina speranza, ma la lascia
proprio a metà sul piatto,
quasi contento di non pagare più.


*
Proposizioni in gabbia

1
Ben detto. Pari saranno la mattina e i vocaboli
sporchi da te, nel sottosuolo, come pestarli
al suono di certi insetti così pieni
di viva, bollente calma!
Perciò ringrazio te, fato-giornale,
mentre ti avvolgi come un uomo
che capita a sorpresa,
che discute con l’emicrania
da riparare in casa.
2
Se dormo, come un’ombra cinese, mi sento
più giardino di ieri.
Che fare, allora, così dritto,
mentre cadi nell’orologio e vedi muoversi,
contro di te, l’essere puro
di un animale in gabbia?
L’odore me lo porto alla mia casa.
Forse nessuno lo vuole fare più:
dare le spalle alla finestra che ci parla;
vedi, ho fretta della tua voce.
Così rimani viva pure tu.
Diventi sola e non ti sai bene
comandare. Somiglia a chi la sceglie
per mesi interi: sta come
una scuola di sostegno che, va da sé,
gonfia e scompare sempre di più,
come un pensiero muto.


*
Sul cumulo della testa riesco a malapena a dare
una certa età; ne puoi pagare il conto col termometro
fisso sulla parete: sono lo stesso nuotatore
che cerca di salvare tutte le macchie, di sparire
nell’emicrania come un bicchiere d’acqua.
Lo porto a riva con l’inganno di dirgli
che è solo un corridoio,
una grazia che vive nella sua stretta intimità.
Lo so che non ti piace l’autocritica.
Se dici “piano”, mi lascerai la tua bellissima
schiena-afrodite da baciare
ancora un po’?


*
Cometa
Lo immagino salire a scatti, cercando le pareti
per aprire una cosmica giuntura,
così grazioso nel riparare le paure
sommate sulla terra, sugli occhi lieti di macinare
una marziale grazia
nelle sue tasche azzurre:
tiriamo dove arriva il bianco del giardino
sulla tua fronte: la mano si è confidata
come una specie
di universale portineria.


*
Mi siedo fingendo di essere un suono
interminabile. La strada arriva a te, cotone d’aria,
per essere guardata
con autentica pazienza da chi parla,
da chi risponde: «Non l’ho sentito per nessuno, mai. Te l’assicuro».
Prova a spezzare le tue movenze in quattro,
come un avaro mostro che gioca
senza riguardo a ricercare me, nello spedale
delle parole vinte o sottili:
topi di artiglieria che vengono alle mani,
se tu gli muovi guerra; e così sia.


*
In tanto spazio, quanti nemici stanno
nella materia? La tua voce raggiunge
le dita e noi saremo uguali
per sempre. Ma cos’era successo davvero,
ai nostri poveri amici? Oltre il giardino
dell’ospedale, dico? Oltre l’abbraccio
della prima ora?
E tu, scontrosa diligente, mi basterai per l’ultimo
proiettile, per questo allegro ballo
inciso nel fosforo dell’aria?


*
1.
Nemmeno se mi appoggio sui fianchi
del temporale – e voi zitti, miseri di cuore! –
lei riuscirà a convincermi ad uscire,
a rimanere qui. Quando è così, mettiamoci
una pietra sopra, mi disse appunto sulla soglia
del matrimonio, l’amico delle Funebri onoranze.
2.
La sua cenere, dice, quasi mi abbaglia
con le lancette in mano; oh, brutto segno.
Mettiamo, che so, che il conduttore voglia prendere,
all’improvviso, i suoi parametri lisci,
i suoi propositi da bravo inserzionista di macerie;
alla prossima città, traforerò l’armadio
di qualche segreto da ristorante.
Avrai capito, no?
Così ci inginocchiamo, adesso, per toccarla, e lei si crede
quasi un santo, una specie di banca di periferia.
3.
La seconda prova è questa.
Una volta interrogata, lei sbotta: Macché progresso o guerra!
Si difende, allora, più o meno come
un insetto-favola: diciamo quasi da farmacia.
Non ci basta capire! Non è legale e non abbiamo più
nemmeno le mani legate come un tempo.
Ma senta, le dico io di scatto, senza
più mezzi termini: uno, insomma, può abitarci proprio vicino,
contarli uno per uno, ma poi non lo sa bene
che i toni riappaiono così, senza che
lo vogliamo noi?


*
Il rapporto tra noi è una
gengiva azzurra; e tanto si dimentica lo stesso.
(Come i gamberi e l’acqua nodosa,
che li fanno diventare eterni).
Ancora un ospite e odore
di esempi finiti male.
Meglio svenire in qualsiasi
continente che tra le tue braccia.
Neppure giurare o diventare ciò che si vede.
No: rallentare in una pianta morbida, ovale.
Risalire un po’ di meno.
Chi se ne è andato paga il conto
perché è solo: e tu, quasi sorella, entrando con un graffio
tra le facciate gigantesche, alle parole bianco e annoiarmi,
sei scivolata
con una rara facilità da polvere da sparo.

*

Sortita
1.
Quella in fondo al corridoio, non sarebbe andata
a casa mai da sola. Chissà cosa le prende?
Se avevate intenzione di maltrattarmi, fatemi almeno entrare.
Lei, come d’accordo, torce fra le sue dita il parente più vicino,
e corre al salvataggio.
Si pianta, cioè, all’ingresso della soglia e non passa più nessuno.
Scendiamo come fiori
nel villaggio giocattolo di ieri.
2.
Niente da fare, mamma: i poveri arrivano tardi,
a tredici anni; c’è una sola risposta alla domanda.
Chiamiamo l’elettricista per non fare indigestione.
Il corpo della signora sembra perfino bianco, mentre guida
ubriaca per la casa.
3.
Stia tranquilla, però! Di certo il suo cervello si stancherà.
Oltre i visceri, gli unghioni, la sua tela;
quel liquido vischioso…. le mandibole uncinate….
E quando l’ha finita di colpo, la vera punizione è data
non solo perché abbiamo peccato, ma perché adesso
noi non pecchiamo più.


*
Alcuni gli vogliono bene quanto basta, felice purgatorio
senza vele – e lui così, turbante sulle gambe; occhio sparito
fin dal principio; si sposerà? –. Eppure adesso gli sale
tra le gote un vento leggerissimo che resta
senza pace. Poi lascia la nostra roba all’aria,
e nel silenzio messo presto in discussione (gridare
dalla finestra fino a volersi rovinare proprio il mento,
le gambe, la prossima stagione…).
Più centrale, più acuta. Se ne ricorderà.
Ecco la luce che fa più uguale, adesso,
il tuo veloce sguardo al mio.
I nomi precipitati giù dall’ascensore, o semiaperti,
dimenticati; confusi soprattutto per il caldo innaturale.
Un accidenti che vuole proprio me, anche se dice
di non sapere amare.
Se qualcuno, cioè, gli vuole bene,
non lo dirà proprio a nessuno.
Mai rendere pubblico un disastro.


*
Un luogo esiste almeno cinque volte.
I successivi due anni nessuno ne sa niente e lo teniamo
a bada, giusto ai confini della guerra. Per essere felici,
apriamo i nervi ottici e stacchiamo l’ombra netta
alla radice: un modo di spezzare il tuo cervello
quasi perfettamente in due.
Accade, allora, che lui – nel centro del dolore –
torni ogni giorno al mio indirizzo.
Riprovano a lasciarci sulla rotta,
senza mutare o restando con una certa età;
viene da dentro, come se lui non fosse un mostro
che ha un solo desiderio: passare dal fatto alla certezza pura.
Facciamo il tutto esaurito.
Se non ti volti nemmeno adesso – è tutta qui la mia
speranza – tu dormirai nel nulla,
come salvato dall’attesa.


* * *

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Mario Fresa è nato nel 1973. Già collaboratore delle riviste “Caffè Michelangiolo”, “Paragone”, “Palazzo Sanvitale”, “Nuovi Argomenti”, “Almanacco dello Specchio”, “Gradiva”, “Smerilliana”, “Capoverso”, “Il Monte Analogo”, “La clessidra”, “Levania”, “InOltre”, “L’area di Broca”, “Nuova Prosa”, “Erba d’Arno”, “Carteggi Letterari”, “L’Ortica”, “Punto”, “Semicerchio”, “Il lettore di Provincia”, “Cortocircuito”, “Risvolti”, “Vico Acitillo 124”, “Il Banco di lettura”, “La Mosca di Milano”, “Secondo Tempo”, ecc., è traduttore dal latino e dal francese (Catullo, Marziale, Pseudo-Bernardo di Chiaravalle, Musset, Desnos, Apollinaire, Frénaud, Char, Duprey, Queneau) ed è autore di vari libri di critica e di poesia. Tra i suoi ultimo lavori: Omaggio a Marziale (2011); Uno stupore quieto(2012); La tortura per mezzo delle rose (2014); Come da un’altra riva. Un’interpretazione del Don Juan aux Enfers di Baudelaire (2014); Catullo vestito di nuovo (2014); Teoria della seduzione (2015); In viaggio con Apollinaire (2016);Le parole viventi. Modelli di ricerca nella poesia italiana contemporanea (2017);Alfabeto Baudelaire. Dodici traduzioni dai Fiori del Male (2017)

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Ho curato inoltre le relazioni con enti pubblici, ditte e privati per conto di un’azienda operante nel settore delle comunicazioni. Nello specifico ho tradotto, tra l’altro, il Bando per il Fondo Venture Capital per la Regione Sardegna e vari materiali per la partecipazione dello stand italiano all’European Sea Food Expo Global che si è tenuto a Bruxelles lo scorso aprile.

Il mio settore di maggiore interesse e il fulcro della mia attività sia di autore che di traduttore è quello letterario: collaboro con alcune case editrici in qualità di traduttore, redattore e curatore di note critiche, recensioni e schede riguardanti libri e volumi antologici.

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     I have also taken care of relationships with public bodies and private individuals on behalf of a company operating in the communications sector. Specifically, I translated the Call for Venture Capital Fund for the Region of Sardinia and various materials for the participation of the Italian stand at the European Sea Food Expo Global which took place in Brussels last April.

        My area of greatest interest and the focus of my work as author and translator is literary: I work with some publishing houses as translator, editor and curator of critical notes, reviews, books and anthological volumes.

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