Ultimi Aggiornamenti degli Eventi

Ostinate morfeologie

Postato il Aggiornato il

 

Il presente articolo nasce dalla presentazione congiunta dei libri Ostinato di Cinzia Della Ciana e Morfeologie di Stefano Taccone che ha avuto luogo il 22 novembre scorso alla Libreria Blu Book di Pisa nell’ambito del ciclo di Incontri “Autori allo Specchio” proposti dall’Associazione AstrolabioCultura diretta da Valeria Serofilli.

Sono stato invitato in qualità di “curioso ponente domande” in quanto conosco e stimo da tempo entrambi gli autori, di cui ho già letto vari libri scrivendo in proposito anche qualche mia impressione di lettura.

In questo articolo propongo alcune delle domande poste agli autori da me e da Valeria Serofilli corredate dalle risposte degli autori.

Aggiungo in calce a ciascun “dialogo” anche una mia nota (musicale, spero, in assonanza) ai due libri presentati, ciascuno (per via diverse ma per molti versi convergenti) originali e interessanti.

Buona lettura a chi vorrà.

 IM 

 

L'immagine può contenere: testo

 DOMANDE A CINZIA DELLA CIANA

RIGUARDO A OSTINATO

 

Domande di Ivano Mugnaini

  1. Ostinato è un titolo perentorio e accattivante. Ce ne puoi spiegare l’origine? Si tratta di un parto immediato, per così dire, o è stato gradualmente concordato con l’editore e i tuoi collaboratori?

1) “Ostinato” è un titolo ambiguo, gioca sull’ambivalenza lessicale perché, se da una parte rimanda alla tenacia dello star fermo, dall’altra si muove nella musica per consentire il ricamo della melodia.

Ostinato porta un sottotitolo: “suite in versi”, proprio per indicare che è una vera e propria suite musicale e come tale ho orchestrato la sua architettura. Una sequenza di movimenti ciascuno con la propria andatura e la propria tonalità, con tanto di agogica. La sua particolarità è che è una partitura senza note, le parole e il loro combinarsi in versi la melodia. Sono arrivata a questo particolare parto grazie alla mia formazione pianistica che mi ha suggerito l’impostazione. La massa di liriche che avevo raccolto in quasi due anni di produzione è stata scremata, selezionata e organizzata in un piano d’opera che nel titolo voleva richiamare il cd. “basso continuo” della musica barocca.

 

2) Con questo tuo libro prosegue il tuo progetto, notevolmente interessante, di unire e fare interagire, in una specie di possente “cortocircuito”, parole e note, scrittura e musica. Da cosa trae origine questo abbinamento e quali sono le difficoltà che comporta e i vantaggi, le sensazioni più appaganti che dona l’accostamento tra i due ambiti espressivi?

2) Certo il libro è un ulteriore passo dopo “Passi sui sassi” di cui rappresenta la continuità, ma anche l’evoluzione. Qui, in “Ostinato”, la “musicalità” aspira a diventare “musica”, qui è il significante sonoro a condurre il tema senza tralasciare il materiale del significato. Leggi il seguito di questo post »

Il viaggio di una promessa

Postato il Aggiornato il

 

 

Un racconto a volte è un’occasione per riflettere sulla Storia, sulle pagine ancora oscure, su quel desiderio di fare luce, per comprendere realtà che si fanno specchio di qualcosa che va oltre i confini del tempo e dell’individualità e finisce per coinvolgere, nel profondo, tutti noi.

La trama del libro è basata sulla ricerca da parte dell’autrice dell’uomo  che aveva aiutato la sua famiglia di origine a fuggire dalla rivoluzione iraniana. In questa ricerca si esprime la promessa (richiamata nel titolo) fatta al fratello morente per ringraziare quell’uomo, di nome Sherko, che aveva salvato la famiglia di Fatemeh.

Il risultato della ricerca porta con sé qualcosa di più ampio e inaspettato: conduce gradualmente a conoscere la realtà degli armeni che ancora oggi sono costretti a nascondere la loro vera identità e religione per sopravvivere in quella terra conquistata dai turchi.

Il nodo che il libro accoratamente rivela e su cui pone l’accento è proprio la condizione, assurda e per molti versi emblematica, che ancora oggi, nel 2019, a distanza di molti decenni dal Genocidio, impedisce agli armeni di manifestare la loro vera identità e la loro vera fede e li costringe a fingere, per poter sopravvivere, di essere musulmani e turchi. 

Una condizione crudelmente emblematica, su cui il libro, adeguatamente e con acutezza, ci invita a riflettere.

Questo libro, coinvolgente e ben costruito, frutto di anni di ricerca, è un modo per conoscere mondi in apparenza distanti e di cui sappiamo ancora troppo poco.

Con i loro misteri, con il dolore e la voglia di bellezza e di riscatto che manifestano, i personaggi descritti nelle pagine del libro possono aiutarci a esplorare con maggiore consapevolezza i territori del nostro presente, i conflitti, i disagi e gli attriti al di sotto della superficie e su terreni scoscesi, tra radici condivise e sentieri che solo la conoscenza può permetterci di percorrere evitando di ricadere negli stessi baratri, in identici abissi e cercando spazi più vivibili fatti di libertà di espressione e di pensiero.

IM

 

 Vi segnalo in questo articolo il libro di Fatemeh Gaboardi Maleki Minoo

Il Viaggio di una promessa

Attraverso la storia di un popolo dimenticato: gli armeni nascosti dell’Anatolia  

“Ho vissuto e condiviso le storie quotidiane del popolo curdo e del popolo armeno, entrambi martoriati da interessi politici ed economici, ma sempre fieri e pronti a rialzarsi. Per questa ragione ho voluto ricordarli attraverso il racconto della mia esperienza, facendo conoscere le loro vicende.

Leggi il seguito di questo post »

Profumo di elicriso

Postato il Aggiornato il

Risultati immagini per profumo di elicriso moro

 

Edizioni Divina Follia
Bergamo 2017

pp. 150
prezzo: € 15,00

 

Se è vero, come è vero, che un autore affida al titolo le chiavi d’ingresso della sua opera e del suo mondo, o almeno gli indizi per quella caccia al tesoro ininterrotta tra il significato e il significante, tra la metafora e l’interpretazione, non si può ignorare la scelta di Anna Moro di dare al proprio libro il nome di un fiore, aggiungendo inoltre un sottotitolo, “Come il colore del sole”, che non solo spiega il nome stesso, ma estende il discorso, aggiungendo una sfumatura, rendendo la prosa spontaneamente lirica.
Non ci sarebbe niente di strano in tutto questo se il suddetto libro contenesse la descrizione di sereni idilli campestri o le vicende di arcadiche e gioviali comunità rurali. In realtà nel paesino della Barbagia che fa da sfondo ai fatti narrati ha avuto luogo “una faida durata dieci anni. La vita di quella comunità è sconvolta, i morti sono tredici, l’ultimo dei quali è stato ucciso per essere stato testimone involontario di un omicidio e aver denunciato il bandito ai carabinieri”. Dal punto di vista cronologico, il romanzo si colloca in “una società di fine Ottocento caratterizzata da odio, vendette e omicidi”. Fin qui i dati di fatto, succintamente riassunti dagli stralci della quarta di copertina qui sopra riportati. Sarebbe stato più facile per l’autrice basarsi sul nocciolo duro, e aspro, della storia e chiamare il libro “La tredicesima vittima”, oppure “Una lunga scia di sangue”, un titolo del genere, insomma, di quelli che attraggono i cultori del poliziesco, del noir, del thriller e via dicendo. La scelta invece ha preso una direzione diversa, dettata al tempo stesso dalla memoria e dal cuore. Anna Moro ha voluto porre l’accento su quel colore giallo acceso che, ad un certo momento, vedi apparire in una landa brulla in apparenza ostile alla vita. Ha voluto dirsi, e dirci, che si sono fiori che, come la ginestra leopardiana, crescono alle pendici dei vulcani, sfidando il fuoco e l’aridità del terreno.
L’autrice ha scritto questo libro per rendere omaggio al ricordo di un suo parente, ultima vittima della sequenza di omicidi a cui si è fatto cenno. Ha voluto testimoniare il senso della sua vicenda esistenziale, il suo essere un momento di svolta tra il buio della violenza e quell’oro del sole che ancora splende, su tutto, nonostante tutto.
Il tono che l’autrice ha adottato, per scelta o per istinto, grazie alla sua indole naturale incline all’armonia, è determinante, conferisce alle pagine del racconto un sapore e una consistenza del tutto specifici e riconoscibili, come il profumo di un fiore appunto, che, in modo immediato, proustianamente, richiama alla mente memorie, sensazioni e il sapore di un’epoca e di una terra speciale, diversa dalle altre ma accomunata dalla ricerca di bellezza e di verità.

Leggi il seguito di questo post »

Il Centauro esiste

Postato il

Risultati immagini per il centauro malato maurer

Il Centauro esiste: la poesia di Claudia Manuela Turco, tra immaginario e reale

Le parole con cui veniamo accolti sulla soglia d’ingresso di questo libro sono un’indicazione spaziale, le coordinate di un luogo, “Nella Vallata dei Mughetti”, e una dedica in lingua inglese “A Mughy, Lily of the Valley, from glen to glen”. È un esordio adeguato, lo si capisce leggendo il libro ma anche pensando ad altri lavori di Claudia Manuela Turco, alias Brina Maurer. Dire (e dirsi) che, a dispetto di tutto, esiste ancora in qualche luogo del mondo e del tempo una simile Vallata, non vuol dire chiamarsi fuori dagli slings and arrows of outrageous fortune, per dirla in modo amleticamente sintetico, né cercare un’Arcadia tanto bella quanto improbabile. Piuttosto, come una tenace Alice, significa sapere guardare al di là di tutti gli specchi, i trucchi, gli enigmi, gli inganni, i conigli e i cappellai, per cercare ancora lo stupore di ciò che è semplice e naturale, la meraviglia, immensa, che a volte è racchiusa nelle piccole cose.

Il titolo del libro, Il Centauro malato, è, di per sé, un segnale che non solo indica una strada ma conferisce il sapore e la sostanza di ciò che troveremo lungo il cammino. Mitologia, fantasia, immaginazione, ma anche realtà, dolore, e, dall’interazione di tutti gli elementi, la tenacia di volere scrivere di sé, tramite una poesia che si estende nell’arco di una vita intera. Il sottotitolo del libro è secco e sintetico: “Poesie 1998-2010”. Una parola e due cifre. Scorrono via in un fiato o con uno sguardo. Ma se si scrutano bene, danno il senso di un rapporto ininterrotto con il proprio fare ed essere poesia. Ossia tra l’immedesimazione costante e schietta, senza infingimenti, tra il proprio mondo e il mondo esterno, visto, percepito e registrato tramite lo strumento della parola.

Si inizia con una silloge scritta lo scorso millennio, nel 1999, quando imperava non solo il terrore dei bug in grado di bloccare i computer ma anche di qualcosa che fermasse qualcosa di ben più ampio, l’esistenza stessa del genere umano. Una paura atavica, eppure presente. Si inizia, quindi, e forse non è un caso, con una fine. Una fine potenziale, una sorta di bacillo del pensiero, una paura globale, diffusa come un contagio, una malattia. Ma la danza degli ossimori è tempistica e altrettanto puntuale. Il titolo della prima Sezione (o silloge) è “Frecce di luce”. Una possente, vitalistica sinestesia. Linguistica e tematica. La vita, nonostante tutto, sfreccia oltre, supera i confini, anche dei millenni. E, poiché nulla sembra casuale in questo libro e nelle tessere che ne compongono il mosaico, le prime parole sono una sorta di chiave ulteriore, per il passaggio specifico e per il volume nel suo insieme: “La scienza può spiegare il meccanismo che regola la natura/ ma non il fascino che essa emana”. Poco oltre, al lato opposto della stessa pagina, versi che, nell’atto di negare l’assunto, in realtà lo confermano, o confermandolo lo negano, aggiungendo una nota umanissima, schietta e rivelatrice: “Sorprendimi cuore/ lascia che io erri./ Non temo i tuoi tetri misteri”. Leggi il seguito di questo post »

Il circuito della memoria

Postato il

Barcellona, 3 settembre 1973.

Felice Gimondi vince il Campionato del Mondo. E io perdo una scommessa con mio padre.

Ma, guardando e  imparando, vinco qualcosa che vale molto di più.

Ciao Felice

Il circuito della memoria

 

                                                        Le cose si scoprono attraverso i ricordi
che se ne hanno. Ricordare una cosa
significa vederla, ora soltanto, per la prima volta.
C. Pavese,
Il mestiere di vivere

 

Barcellona, metropoli vasta, fascinosa, capace di alternare esuberanze mediterranee a razionalità germaniche. Una rambla ti fa respirare miele e spezie come un vicolo di Casablanca, e, qualche metro oltre, ti si aprono di fronte prospettive di vetro e acciaio di grattacieli. Mi sento un po’ Don Chisciotte impegnato a sfidare i mulini a vento e un po’ Cristoforo Colombo pronto a sentire nel sibilo dell’aria l’eco di terre lontane. In realtà sono un turista per caso condotto qui dalla bizzarria degli scali di una compagnia aerea. Scaraventato qui come un bagaglio inviato a una destinazione sbagliata. Sballottato tra due estremi: da un lato la soddisfazione di poter girovagare per un pomeriggio intero in una città bellissima, dall’altro la fretta di arrivare alla mia meta reale, l’ansia di dare un peso e una ragione ad ogni passo.

Il settembre spagnolo è carezzevole e malinconico. Un flamenco lento, estenuato, si muove nella mente. Un ritornello immutabile orchestra i pensieri e mi porta, contro la mia stessa volontà, a mischiare presente e passato, desideri e ricordi.

Rivedo ora, nitida, una sequenza di immagini e suoni. Tre settembre 1973. Un televisore in bianco e nero, la voce cristallina di Adriano De Zan. L’essenza sonora del ciclismo, colta e popolare, impastata del fango della Parigi-Roubaix ma anche eterea, vibrante dell’ossigeno rarefatto delle vette dolomitiche. Tre settembre 1973, prova in linea del Campionato del Mondo. La sigla dell’Eurovisione mi attira come una calamita. Ho nove anni ma so già alla perfezione che quelle note hanno il potere di evocare magie, vittorie e sconfitte, il Messico, la Germania, il Brasile, Benvenuti, i pugni presi e dati, le braccia alzate al cielo e l’asciugamano gettato sul ring in segno di resa. Vittorie e sconfitte in grado di generare nuovi sogni.

Accanto a me, nel salotto della mia infanzia, è seduto mio padre. Giovane, forte, denti saldi e volto abbronzato. Sorride. Mi guarda e sorride, già pronto a un’immancabile sfida.

Partono i corridori. Inizio incerto, la confusione causata come sempre dalle nazioni meno esperte. Ma a Barcellona, nel Campionato Mondiale dell’anno 1973, il copione è scritto da un regista geniale e per nulla paziente. Dopo pochissimi giri, contro ogni pratica consolidata, contro ogni tattica studiata a tavolino, l’esito della gara è già deciso. I campioni delle squadre più forti sono da soli in fuga. Gli altri, dietro, non osano neppure sognare di abbozzare un inseguimento. Il mondiale dopo pochi chilometri è divenuto una lunga, lenta, torturante partita a scacchi. La scacchiera è circolare ed immensa, i giocatori sono quattro: Mercks, il cannibale, favorito sempre e comunque, il prototipo del vincente; Gimondi, bergamasco silenzioso capace di sorridere, abile a celare dentro di sé la fonte della sua voce e della sua forza; Maertens, il meno atteso, temibilissimo outsider, velenoso in caso di arrivo allo sprint; Ocaña, idolo del pubblico locale, spagnolo dalla schiena curva come un tornante dei Pirenei, costantemente a testa bassa come un toro sulla sabbia infuocata di un’arena.

Si studiano, i battistrada. Si conoscono a memoria ma non si perdono di vista un istante, cercano ognuno negli occhi degli altri una crepa, un’esitazione, un’incertezza. Una stilla in più che possa amplificare, facendo da specchio, la propria potenza, la sete di trionfo.

Sul divano del salotto, intanto, altri occhi si incrociano. Mi scruta mio padre, si gusta la mia agitazione. Lascia scorrere ancora qualche minuto, permette al silenzio di acquisire metri di vantaggio. Lo annulla immediatamente poi, in un sol colpo, facendo scattare fulminee le sue prime parole. Prevedibili, e tuttavia dirette allo stomaco, come un pugno, come una carezza.

– Sentiamo, chi vince secondo te? Lo guardo anch’io. Esito a rispondere. So che è un gioco, ma, come tutti i giochi autentici, estremamente serio. Vorrei dargli la risposta che si attende, quella che desidera. Alla fine però, ancora una volta, l’orgoglio prevale. So bene chi è il favorito, so che è bello vincere, qualsiasi cosa, e questo, nella mia mente di bambino, supera ogni barriera, cancella tutto il resto. Vorrei dire Gimondi, perché è italiano, perché è vicino a noi, parla la nostra lingua, ha la nostra espressione, la faccia simile a quelle che vedo nelle strade e nei bar del mio paese. Vorrei dire Gimondi ma dico Mercks, il belga che non perdona, che divora ogni traguardo, ogni avversario. Dico Mercks, anche se so che è il nemico da battere, l’uomo che non riesce a sopportare neppure mia madre, lei che di sport sa poco o nulla, abbastanza tuttavia per affermare che questo tipo che vince sempre le sta sullo stomaco. Ci penso, sento gli occhi di tutti su di me, la ruota dei secondi e dei minuti gira lenta. Leggi il seguito di questo post »

Il discepolo del serpente

Postato il Aggiornato il

Ho avuto modo di tradurre nei mesi scorsi, per conto della Eiffel Edizioni , il romanzo Il discepolo del serpente, di Deborah Stevens.

Si tratta di un libro che spazia, con meccanismi narrativi originali e coinvolgenti, tra realtà e immaginazione.

Tutta la vicenda narrata è frutto della fantasia dell’autrice, eppure, in virtù di un’accurata e appassionata capacità descrittiva, la trama ci conduce sulle tracce di eventi costantemente sospesi sul filo sottile e tagliente che lega il passato al presente ed il presente ad un futuro minaccioso, ipotetico ma non per questo meno cupo e potenzialmente micidiale, proprio in virtù di quella verosimiglianza che l’autrice ha saputo e voluto racchiudere in ogni sua pagina.

I luoghi descritti sono quelli a noi ben noti: l’Italia delle meravigliose bellezze artistiche ma anche delle stanze oscure che celano misteri e giochi di potere, santità e corruzione.

Di questi contrasti si nutre questo thriller di un’autrice americana che con questo suo libro d’esordio ha già saputo guadagnarsi significativi riconoscimenti e l’attenzione della critica e del pubblico.

Oltre al fascino del mistero, svelato gradualmente e dopo innumerevoli peripezie, è interessante per noi lettori italiani anche osservare lo sguardo di una scrittrice che, pur vivendo oltreoceano, grazie alle sue radici italiane e grazie al suo amore per l’arte e la cultura italiana, sa illustrare i misteri e le trame criminose di casa nostra con un’ottica lucida ed esterna che è allo stesso tempo estremamente acuta e appassionata.   

Il libro è acquistabile sul sito della Eiffel edizioni

a questo link:

http://www.edizionieiffel.com/

Oppure tramite le seguenti modalità:

sul sito
 www.eiffelhouse.it

su
– Amazon.it ( per i lettori italiani)
– Amazon.com ( per i lettori di lingua italiana – Stati Uniti )
– Amazon.ca  ( per i lettori di lingua italiana – Canada )

su
– IBS ( Internet book shop spa) 

Si può inoltre richiedere nelle librerie fiduciarie indicate nel sito : www.edizionieiffel.com in primis e in tutte le altre librerie italiane.

È acquistabile infine anche in contrassegno formulando la richiesta e fornendo le relative informazioni a : info@edizionieiffel.com 

Il Discepolo del Serpente €19.00
Il Discepolo del Serpente

di Deborah Stevens

Il Discepolo del Serpente è un thriller della cospirazione: una strisciante insidia, ricorrente nei secoli, minaccia di prendere possesso della Chiesa Cattolica e di usarla per creare un Nuovo Ordine Mondiale. Pietro Romano, Gran Maestro della loggia massonica segreta nota come Propaganda Due, mette in azione il complotto per uccidere il papa e controllare i più potenti governi del mondo attraverso la Chiesa.

€ 19.00

copertina Il discepolo del serpente

Aletta Il discepolo del serpente

 

 

Risultati immagini per deborah stevens

Deborah Stevens è figlia di Albert, emigrante italiano che ha sposato Anna Bonderchuk, il cui padre è emigrato a sua volta dall’Europa orientale. Da ragazza sentiva spesso parlare italiano e russo. Cresciuta nei pressi di Detroit, ha frequentato la Michingan State University dove si è diplomata in arredamento d’interni. Dopo il college si è spostata a Traverse City, (Michingan) per vivere in una fattoria che produceva prevalentemente frutta. Dopo aver avuto il suo secondo figlio, si è trasferita con la famiglia nel Minnesota. Fin da piccola ha sempre coltivato il sogno di scrivere libri.  Mettendo da parte i dubbi iniziale, ha pubblicato il primo romanzo, Il discepolo del serpente, che ha vinto sei premi.

Pinnacle Book Achievement Award, vincitore, categoria Thriller

Book Excellence Awards, Premio per l’eccellenza del libro

American Fiction Awards, vincitore, categoria Thriller religioso

Best Book Awards, finalista, categoria Fiction generale

Great Midwest Book Festival, menzione d’onore, categoria Fiction

International Book Award, Finalista, Categoria Fiction Religiosa

Ora, dopo aver completato il sequel di The Serpent’s Disciple, sta lavorando al terzo libro della serie. Ha altri progetti, tra cui anche un libro di saggistica.

Recours au Poeme – poesie da “La creta indocile” in versione bilingue

Postato il

Alcuni miei testi tratti dal libro “La creta indocile” sono stati tradotti in francese, una lingua che amo.
Qualcuno potrebbe obiettare che se mi avessero tradotto in un dialetto eschimese direi che è il mio dialetto preferito.
Vero!
Però il francese mi piace veramente.
Specialmente nella traduzione accurata ed empatica che Marilyne Bertoncini, che ringrazio molto, ha curato per Recours au Poeme

https://www.recoursaupoeme.fr/ivano-mugnaini-extraits-de-l…/

 

 

Accueil> Ivano Mugnaini, extraits de La Creta indocile

Ivano Mugnaini, extraits de La Creta indocile

Par Marilyne Bertoncini| 4 juin 2019|Catégories : Essais & Chroniques

Poèmes extraits de La Creta Indocile (L’argile indocile),
choix et traduction par Marilyne Bertoncini

 

Risultati immagini per la creta indocile

La speranza di settembre

Ora che sono finiti gli spunti antichi

e le idee adeguate annotate con cura

hanno ridisceso scale di ferro

senza ringhiera, ora che l’afa

lascia spazio alla sera, sarebbe tempo

di scrivere solo del tempo,

come un naufrago che si innamora

dell’acqua che lo strangola e si abbandona

a un abbraccio infinito.

Sarebbe tempo di percorrere le strade

dei perché lasciando a casa le borse

dei come, cercare una voce, una chiave

nelle ossa spezzate dei cani, nella carne

di ghignanti puttane. Sarebbe tempo,

se il tempo non fosse fragile, imperfetto,

regolato da cronografi tarati male, ancora

soggetti a salti e arresti, orgogli e terrori,

costretti a fare algebra dell’aritimetica,

sbagliando i teoremi più elementari,

contenti, in fondo, di fallire gli schemi,

le basi, le proporzioni, felici

di sprecare un’altra estate fingendo di studiare

o lavorare, per poi tornare

al primo giorno di scuola, assetati,

immutabilmente, finché sussiste

la speranza

di settembre

 

Espérance de septembre

 

Désormais finis les antiques goûters

et les bonnes idées notées soigneusement

ils ont redescendu des échelles de fer

privées de rampe, maintenant que la canicule

laisse sa place au soir, il serait temps

de n’écrire qu’à propos du temps,

comme un naufragé qui s’éprend

de l’eau qui l’étrangle et s’abandonne

à une étreinte infinie.

Il serait temps de parcourir les rues

des pourquoi laissant à la maison les sacs

des comments, chercher une voix, une clé

dans les os brisés des chiens, dans les chairs

de putains ricanantes. Il serait temps,

si le temps n’était fragile, imparfait,

réglé par des chronographes mal calibrés, encore

sujets à des sauts, des arrêts, orgueils et terreurs,

contraints à faire de l’algèbre avec l’arithmétique,

mélangeant les théorèmes les plus élémentaires,

satisfaits, au fond, de rater les projets,

les bases, les proportions, heureux

de gâcher un autre été à feindre d’étudier

ou de travailler, pour retourner ensuite

au premier jour de classe, bien mis,

immuablement, tant que demeure

l’espérance

de septembre.

 

Il non amore

 

Forse proprio quando comprendi meno

scorgi una fessura, ed è consolazione

sapere che niente si apre, nessuno

squarcio di luce ; di nuovo tace il corpo

e solo il tempo si muove assieme al sangue

intravisto in fotogrammi ingurgitati

assieme a un piatto di cibo che scordi

prima di averlo metabolizzato.

Tra foga e vomito, fame e apatia,

diventi silenzio che ti strozza senza rabbia,

passato che non sai scacciare.

E perdi il senso dello sguardo, la mano,

il sudore, la voce che si insinua nella gabbia

e la frantuma, bocca spalancata, schiuma

di folle che sa bene quanto sia amaro

il non amore.

 

 

Le désamour

 

Peut-être justement quand tu comprends le moins

surgit une fissure, c’est une consolation alors

de savoir que rien ne s’ouvre, aucun

rai de lumière : le corps de nouveau se taît

et seul le temps se meut avec le sang

entrevu dans des photogrammes avalés

avec un plat de nourriture que tu oublies

avant de l’avoir métabolisé.

Entre fougue et nausée, faim et apathie,

devenu silence qui t’étrangle sans colère,

passé que tu ne sais chasser.

Et tu perds le sens de la vue, la main,

la sueur, la voix qui s’insinue dans la cage

et la fracasse, bouche béante, écume

de folie qui sait combien amer

est le désamour.

 

Il grado zero

 

Arriva un momento in cui tutto ciò

che rimane è attesa, sospensione,

grado zero della vita. Diventa colpa,

allora, perfino muovere le dita goffe

della speranza, dirigere il cuore verso

l’idea di un cielo arioso, un morso

di pane, una briciola, un sorso residuo

di vino.

Ma più colpevole e più tenace è

l’udito, fisso sul legno della porta,

inchiodato, crocifisso, appeso

a un battito, un tocco ansioso,

incerto, furtivo : forse il tonfo,

l’incedere cieco del destino ;

forse il calore, sincero, di una mano.

 

 

Le degré zéro

 

Il arrive un moment dans lequel tout ce qui

reste est attente, suspens,

degré zéro de la vie. Et devient une faute,

alors, même bouger les doigts maladroits

de l’espérance, diriger le coeur vers

l’idée d’un ciel dégagé, une bouchée

de pain, une miette, le reste d’une gorgée

de vin.

Mais plus coupable et plus tenace

l’ouïe, fixée au bois de la porte,

clouée, crucifiée, suspendue

à un battement, un coup anxieux,

incertain, furtif : peut-être le bruit sourd,

l’aveugle démarche du destin :

peut-être la chaleur, sincère, d’une main.

 

 

 

Un raggio più tenace

 

Perfino l’aria, elemento vitale,

si fa scommessa, rischio,

peccato mortale. È il giorno

dell’attesa, sospende il battito

tra attrazione e paura. Andare

alla finestra, alla luce del sole, dovrebbe

essere impulso, palpito delle vene.

È diventato dubbio, riflessione :

il bilancio del dare e dell’avere,

la distanza tra il divano e il davanzale.

Si siede la pena al mio fianco, ed è

gentile, quasi gioviale. Mi copre

con un abbozzo di abbraccio la vista

del vetro assolato. Resto seduto,

comodo, stordito. Il gelo nella carne

è carezza, la stanchezza è dolce :

sapere di non volersi muovere,

restare alla portata delle sue dita.

Ma c’è un raggio più tenace, diretto

da trame arcane di mura e rami.

Arriva a toccare la gamba, l’avvolge,

la scalda, la sfiora. Riesco ad alzarmi,

a camminare, verso i voli del cuore.

 

 

 

 

Un rayon plus tenace

 

Même l’air, élément vital,

devient pari, risque,

péché mortel. C’est le jour

de l’attente, suspendu le battement

entre attraction et crainte. Aller

à la fenêtre, à la lumière du soleil devrait

être impulsion, palpitation des veines.

C’est devenu doute, réflexion :

le bilan du donner et avoir,

la distance entre divan et fenêtre.

La douleur s’assied à mon côté, elle est

gentille, presque joviale. Elle me couvre

d’une ébauche d’étreinte la vue

du verre ensoleillé. Je reste assis,

à l’aise, étourdi. Le gel dans ma chair

est caresse, la fatigue est douce :

savoir qu’on ne veut pas bouger,

rester à la portée de ses doigts.

Mais il y a un rayon plus tenace, venu

de trames archaïques de murs et de rameaux.

Il parvient à toucher la jambe, l’entoure,

la chauffe, l’effleure. Je parviens à me lever,

à marcher, vers les envols du coeur.

 

 

 

Folli e strani castori

 

Facendo due rapidi conti, se diamo

al cupo albergatore tutto il denaro

messo da parte per l’affitto mensile

della casa oggi lontana, e gli consegniamo

con gesto ilare e breve le nostre carte

di credito legate a conti correnti

già quasi sfiatati, potremmo restare

qui, sulle sponde di questo lago

incantevole e sperduto, per un totale

di giorni ventidue, stanza con balcone,

colazione e vista compresi nel prezzo.

Staremmo qui, abbracciati nel letto,

guardando il sole e il cielo, il mistero

che si insegue sfiorando il verde del bosco

e l’azzurro dell’acqua. Saremmo nuvole,

e coglieremmo forse in un istante

il codice del vento, la corrente che ferisce

e sostiene, l’aria muta che osserva e passa,

come un alito, un brivido, la vita.

L’ultimo giorno scivoleremmo silenziosi,

ancora abbracciati, dal fresco della camera

al profondo del lago. Solo un rapace ci vedrebbe,

e capirebbe il senso, il cammino, o forse

ci scambierebbe per folli e strani castori,

prima di virare, indifferente, verso

il suo tratto libero di cielo.

 

 

Castors étranges et fous

 

Faisons deux comptes rapides, si on donne

à l’aubergiste sombre tout l’argent

mis de côté pour le loyer mensuel

de la maison lointaine aujourd’hui, si on lui donne

d’un geste hilare et bref nos cartes

de crédit liées à des comptes courants

déjà presque épuisés, on pourrait rester

ici, sur les rives de ce lac

enchanteur et perdu, pour un total

de vingt-deux jours, chambre avec balcon,

collation et repas compris dans le forfait.

On resterait ici, embrassés dans le lit,

à regarder le soleil et le ciel, le mystère

qu’on poursuit effleurant le vert du bois

et l’azur de l’eau. On serait nuage,

et on saisirait peut-être en un instant

le code du vent, le courant qui blesse

et soutien, l’air muet qui observe et passe,

comme un souffle, un frisson, la vie.

Le dernier jour on glisserait silencieux,

toujours embrassés, de la fraîche chambre

au profond du lac. Seul un rapace nous verrait,

et comprendrait le sens, le cheminement, ou bien

nous prendrait pour des castors étranges et fous,

avant de virer, indifférent, vers

le bout de ciel où il est libre et seul.

 

 

 

 Un altro giorno

 

Ti amo quando sei semplice,

quando ti sai stupire per il sorriso

di un gatto, il riflesso di un raggio

di sole, un colore, le luci di Natale,

tutto ciò che io non so e non voglio

vedere. Perso nella mia ragione, resto

a bocca aperta ogni volta che il tuo sguardo

arriva là dove mai sarei potuto entrare,

senza di te, senza gli occhi e le mani

di una donna che ha la mia stessa età

e sa ancora essere bambina, sognando

i Re Magi e la Befana, la neve e il sole,

la stella e una fiaba di mille notti

indiane strette in un abbraccio senza fine.

Una bambina che al momento giusto

sa darmi lezioni di saggezza e di filosofia,

quando mi getto ad occhi chiusi tra i sassi

di un pensiero senza linfa. E non c’è

stella cometa che mi possa salvare

o indicare la strada. Solo il tuo corpo,

le tue dita, il tuo sguardo d’amore

che chiede al giorno solo un altro giorno,

e alla vita la nostra stessa vita.

 

 

Un autre jour

 

Je t’aime quand tu es simple

quand tu sais t’émerveiller du sourire

d’un chat, du reflet d’un rayon

de soleil, d’un couleur, des lumières de Noël,

de tout ce que je ne sais ni ne veux

voir. Perdu dans mes pensées raisonnables, je reste

bouche-bée chaque fois que ton regard

arrive là où jamais je n’aurais pu entrer,

sans toi, sans les yeux et les mains

d’une femme qui a mon âge

et sait encore être une enfant, rêvant

des Rois-Mages et de la Befana, la neige et le soleil,

l’étoile et une fable des mille et une nuits

indiennes serrées dans une étreinte infinie.

Une enfant qui au bon moment

sait me donner des leçons de sagesse et de philosophie,

quand je me jette aveuglément entre les cailloux

d’une pensée dépourvue de sève. Et il n’est

étoile comète qui me puisse sauver

ou indiquer la route. Seul ton corps,

tes doigts, ton regard amoureux

qui demande au jour seulement un autre jour,

et à la vie seulement notre vie.

 

Risultati immagini per la creta indocile

 

.

 

 

Marilyne Bertoncini

mm

Marilyne Bertoncini, co-responsable de la revue Recours au Poème, docteur en Littérature, spécialiste de Jean Giono, collabore avec des artistes, vit, écrit et traduit de l’anglais et de l’italien. Ses textes et photos sont également publiés dans des anthologies, diverses revues françaises et internationales, et sur son blog :   http://minotaura.unblog.fr.