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La solitudine di Schenk

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LETTI SULLA LUNA (2)

 

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Propongo qui la seconda segnalazione di questa rubrica.

Mano a mano proporrò altri libri che ho scelto tra quelli che ho ricevuto e che ho letto.

La rubrica non avrà cadenza regolare ma sarà un piacere per me indicare ogni volta che posso uno spunto, un’occasione di lettura e di dialogo con gli autori.  

Sempre seguendo l’impostazione indicata in questo piccolo vademecum che confermo qui sotto.

L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.
Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo.
Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.
Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida.

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Il volume stavolta è di dimensioni ridotte. Fa parte della collana di libri “Officina di Poesia” di Michelangelo Coviello, curati con arte e con passione antica, artigianale. Coviello ha già ospitato nella sua Officina autrici ed autori di sicura competenza tecnica, tra cui Biagio Cepollaro, Mariella De Santis, Umberto Fiori, Alberto Mari, Meeten Nasr, Giampiero Neri, ed altre ed altri, tutti abili con gli occhi, con le mani, con l’arte del fare e del sentire, il poiein, quello che davvero produce la civiltà dei gesti concreti che si fanno parola. Coviello li definisce libretti.  Sembreremmo in grado di leggerli in un soffio, in una manciata di minuti. Non è così.

Non è stato così anche per il libro di Paolo Rabissi, La solitudine di Schenk (1).

Ogni parola è legata alle altre in una concatenazione necessaria, come una cordata che sale lungo il versante più arduo di una montagna, quello mai percorso fino in fondo; forse la verità, o magari la giustizia, o semplicemente il tempo, mistero roccioso e tagliente. Una cordata alpinistica o semplicemente una fila di uomini e donne che seguono un itinerario disegnato da altre mani, da altre menti, tra un Nord e un Sud, posti come chiodi alle estremità di un’asse geografico a cui sono conficcati i piedi, le mani, i destini, “lungo la pianura fino all’orizzonte,/ tutto appare deserto, è non conosciuto.”

La solitudine forse è nel cuore del non conoscere che si rispecchia in un non conoscersi; riflessione che acceca in un crescendo annichilente.

Rabissi nel suo libro racconta una storia, forse la Storia. Ma senza pretendere neppure un istante di possedere una chiave, e neppure l’istantanea giusta, l’inquadratura ideale, quella che separa buio e luce, giusto e sbagliato, buoni e cattivi. L’impronta dei versi è profonda ma senza mai scordare che ci si sta muovendo nella sabbia, nella neve e nel fango e che ad ogni passo si rischia di calpestare cadaveri di donne e uomini, oppure la loro carne ancora viva. “Al cambio di turno nei pressi del cancello minore/ la solitudine di Schenk si staglia ogni giorno,/ non è tanto la sua notevole altezza, la magrezza/ ma l’impronta dello sconfitto dalla vita./ -Tu studi la Storia, non ne caverai niente.”.

La descrizione è attenta ma non indulge al patetico. Indica, perché guardare insieme è già un atto di condivisione, un nutrirsi dello stesso sole e della stessa solitudine. Un paradosso vitale, la scommessa più ardua e necessaria. Scoprire che la Storia è sempre altra, sempre altrove, lontana dai discorsi ben calibrati delle tavole rotonde con i fiori freschi e le bottiglie di bibite multicolori. Renderci conto che il conto è sbagliato. Anche nel senso numerico del termine. Che il resto non è stato dato, che niente rientra nei confini della logica aritmetica, di ciò che si può osservare senza dovere inventarsi acrobazie di menzogne e algoritmi da ciarlatani. Accorgerci che, in tal modo, lo sconfitto della vita è chiunque, anche chi ogni giorno può scegliere il gusto dell’acqua  minerale che più gli aggrada.

Questo libro racconta la vita. Uno dei suoi angoli, gli sprazzi di sole, perfino, in mezzo al buio, alla solitudine. La misura breve del testo ha favorito qui una concentrazione che si estende per poi racchiudersi attorno a nuclei tematici che sono funzionali alla vicenda specifica ma in modo spontaneo si estendono a raggiera, come strade, sentieri. Ed è il cammino che conta.

“Sicuramente la memoria ha fissato da tempo/ la mappa dei luoghi, degli incontri./ Bastava solo ridarle occasione,/ questa storia, ma verrebbe da pensare ogni storia, / scritta era scritta da tempo,/ bastava trascrivere il tutto come sotto dettatura.”.

In fondo anche questo libro di Rabissi è una trascrizione, con il valore aggiunto di un testimoniare che non pretende di fornire panacee o di rischiarare tenebre, ma solo di mostrare la via della solitudine e una traiettoria che conduca altrove. IM

 

  1. La solitudine di Schenk fa parte del poemetto Inverno a Colonia dello stesso Rabissi (diviso in tre sezioni, di cui La solitudine di Schenk è la prima) insieme ad altri tre poemetti di prossima pubblicazione.

 

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Qui di seguito una nota sul testo dello stesso Rabissi, da cui si ricava il senso e il clima, non solo dello scritto ma anche del tempo, e dei tempi:

La solitudine di Schenk segna nella mia produzione un passaggio decisivo. Avevamo in animo di cambiare il mondo e mi sto chiedendo come sia successo, ma credo che sia anzitutto un topos della mia generazione nata durante o subito dopo la guerra. Tutto era nato con l’emigrazione. I miei compagni di strada nelle Puglie della mia infanzia e adolescenza salirono al Nord, molti si fermarono nelle fabbriche milanesi, altri andarono in Germania o oltreocano. C’era una richiesta di trasformazione molto prima del ’68. Io stesso sono stato un emigrante, in Germania tra pulizia dei pavimenti e patate da sbucciare cercavo di capire, oggi ne è nato Inverno a Colonia e l’inchiesta continua. Il verso si è fatto, a partire da lì, più lungo e narrativo, negli altri poemetti in corso di pubblicazione ha ormai raggiunto il doppio settenario (ma con accenti diversi). Il fatto è che gli emigranti sono di nuovo qui. Anche loro chiedono un cambiamento. Del ’68 la reazione è riuscita a farne un mostro senza cambiare niente. Oggi la reazione è ancora più mostruosa. Non so se il verso riuscirà a tenere il ritmo, nei miei progetti si sta facendo pressante l’idea di smettere di andare a capo e di continuare a scrivere fino alla fine del rigo e delle righe.   (Paolo Rabissi)

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La solitudine di Schenk 

Per fissare i rinvii della memoria

è utile il disegno di una mappa.

In quel territorio s’intrecciano tuttora

sentimenti e progetti. Più a Nord rispetto

ai due campi, è certo,

turchi, greci, spagnoli, italiani abitano

periferie chiassose dove le risse scoppiano

frequenti.

*

 

A Sud i due campi contigui sono separati

da una fitta rete di ferro.

Gli abitanti del campo a Nord,

per entrare in quello a Sud, devono possedere

un pass, il più delle volte non serve,

i volti infatti sono quasi sempre gli stessi.

Stagionali e avventizi sono rari

ma forse è la memoria che immobilizza

lo scenario.

*

 

Dieter sciancato, rifugiato dall’Est, parla inglese,

è convinto che la libertà assoluta non esiste

“…ma voglio essere libero di scegliere

le mie schiavitù, you see?”.

A est del campo, lasciando correre lo sguardo

lungo la pianura fino all’orizzonte,

tutto appare deserto, è non conosciuto.

*

 

Qualcuno potrebbe dire che qui

l’unica religione è il lavoro.

Sul permesso di lavoro, controfirmato da un

religioso, deve comparire la religione professata.

Con qualche insistenza si riesce infine  a ottenere,

evitando il balzello, la scritta keine religion.

*

 

Tra versi petrarcheschi e ragazze Carla

le indicazioni non abbondavano,

tra erbe e rami fioriti e tic tac di macchina da scrivere

si poteva imboccare un sentiero poco noto,

forse una scorciatoia oppure il contrario.

A Ovest  i bassi casamenti sono depositi

per ricambi di lenzuola, coperte

e qualche altro comfort. Non lesinano

nella distribuzione anzi invitano a una cadenza

settimanale, per non trascurare l’igiene.

*

 

La memoria ha fissato un tempo duraturo,

un inverno inoltrato, un principio d’estate, un sole a tratti,

un verdeggiare fresco e sul piazzale delle passioni

al cambio di turno l’incontro regolare con Schenk

– Wunderschön, ah?

– Wunderbar…

Alla cava vicina lo spettacolo è assicurato, corpi

al sole, trasparenze.

*

 

Dieter passeggia conversevole trascinando il suo piede,

indica due caccia americani che sfrecciano nel cielo,

ricorda la sua fuga nel bagagliaio.

Forse è per questo che frequenta il vicino aerodromo

per alianti. Quando è in alto e il suo apparecchio si sgancia

dice che urla per la libertà e la bellezza.

A leggergli versi in italiano si lascia cullare,

non capisce, gli piace la musica che faccio.

*

 

Sicuramente la memoria ha fissato da tempo

la mappa dei luoghi, degli incontri.

Bastava solo ridarle occasione,

questa storia, ma verrebbe da pensare ogni storia,

scritta era scritta da tempo,

bastava trascrivere il tutto come sotto dettatura.

*

 

Al cambio di turno nei pressi del cancello minore

la solitudine di Schenk si staglia ogni giorno,

non è tanto la sua notevole altezza, la magrezza

ma l’impronta dello sconfitto.

-Tu studi la Storia, non ne caverai niente.

Da tremila anni è bloccata, è sempre la stessa.

Sarai solo anche tu. Ist es besser vergessen,

Ich habe alles vergessen.

Quando esce dal suo casamento nella rientranza

della sua finestra accomoda terra e acqua

nel piccolo vaso dove a volte fiorisce

un fiore rossastro.

*

 

L’entrata è dal Main Gate, situato a Est,

chiedono il pass solo la sera al rientro

da scorribande notturne nei quartieri a Nord,

veri e propri dormitori, attrezzati con qualche verde

e di presidi sanitari dove s’incontrano mogli

e madri turche, italiane, greche, spagnole

con i figlioli vocianti. L’intreccio delle lingue

le fa esplodere tutte in risate concilianti.

L’entrata nel campo è dal Main Gate dove

talvolta sostano due cani pastori tedeschi.

Si tratta solo di una coreografia di qualche

malizia, il conduttore dei cani chiede il saldo

di un debito dimenticato.

*

 

Schenk non commette errori, quando esce

punta diritto verso il sentiero in terra battuta

e lo segue. Non vigila su nulla e per l’habitat

non è possibile distrarsi per alcunché

– il verso è una misura d’uomo, non più in là

di tanto né meno, un equilibrio interiore.

Il suo passo sottile, come una lametta

incide il sentiero in silenzio

– a volte inseguo il pensiero e non trovo

la parola. Se qualcuno è vicino a te puoi

chiederla a lui, la prima che dice.

*

 

(I testi tratti dal libro sono quelli riportati sul bel blog di Gabriele Zani, http://gabrielez.blogspot.it/2011/10/paolo-rabissi-la-solitudine-di-schenk.html )

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Biografia

Nato a Trieste, scrittore di righe e versi, vive a Milano da più di cinquantanni, dopo aver insegnato nelle scuole superiori ha ripreso lavori di ricerca su poesia e operaismo. Ha messo in scena eventi nella libreria Calusca di Primo Moroni, in particolare, con la partecipazione di Joe Fallisi, un atto unico dedicato al rapporto tra Dino Campana e Sibilla Aleramo. Ha pubblicato in versi: nel 2001 “Città alta” per DIALOGOlibri, con nota di Giampiero Neri, nel 2005 “La ruggine, il sale” per Lietocolle, prefazione di Tiziano Rossi, nel 2009 la plaquette “Maschile plurale” per DIALOGOlibri, nel 2010 “I contorni delle cose”, edizioni Stampa, Varese, prefazione di Maurizio Cucchi. Cura il blog http://www.righeeversi.blogspot.it .

INXS: A MID-SUMMER DREAM

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INXS: A MID-SUMMER DREAM

 
Maida Cappelletto, https://www.facebook.com/profile.php?id=100000477222667, mi ha chiesto un racconto che contenesse le suggestioni di alcune canzoni da lei selezionate. Ne è venuta fuori questa scatola senza pareti, senza logica, senza tempo. Questa memoria di fatti vissuti, immaginati, o forse soltanto sognati di cui la musica è materia pulsante, una radio accesa su una spiaggia, un juke-boxe fatto girare dalle monete di altre tasche, altre vite. Eppure quella presenza discreta è essenziale. È la colonna sonora del film che abbiamo girato o che ci è toccato in sorte, come la solitudine, come l’amore cercato e inseguito. Provando sempre a tenere il ritmo, svaniti, sperduti ma tenaci, ballerini improvvisati di gioie e dolori a tutto volume, sempre al massimo, sempre INXS.
 
   Estate, pieno agosto. Il mondo intero è o appare in vacanza. Per me niente di nuovo; solo molto tempo, troppo. Seduto da solo, straccio bianco e peloso su un divano quasi bianco e quasi altrettanto peloso, scorro uno dopo l’altro i numeri della rubrica del cellulare alla ricerca di qualcuno da chiamare o a cui scrivere. Nomi vecchi e nuovi in abbondanza; ma non ce n’è uno che vada bene. Da molti ho ricevuto torti, ad altri ne ho fatti. Sono archiviati. Su cento numeri non ne trovo nessuno contattabile, specialmente ora. A meno di chiamare farmacie o assicurazioni, o un tecnico del computer con cui fingere un guasto o un’urgenza. Guardo meglio, con più cura. Ci sono in realtà cinque numeri che di solito salto istintivamente con lo sguardo: mettono in difficoltà, appartengono a persone buone. Buone, sì, ma difficili. Anzi, buone perché difficili, troppo generose. Danno e chiedono in eccesso, anzi INXS, per dirla con il nome di un gruppo in voga negli Anni Ottanta. Vogliono sapere, informarsi, interagire, vogliono cambiare il mondo, vorrebbero cambiare me.
Guardando le finestre sento un’afa dolciastra e molle nelle vene. Mi accorgo che l’estate è avanzata e tra poco sarà autunno: mi accorgo che non ho niente da perdere.
   Invio un messaggio ai cinque samaritani. A ciascuno scrivo che ho bisogno di lui o di lei soltanto, e che solo lei o lui può trovare il modo di convincermi ad uscire di casa. Le risposte non si fanno attendere, in breve mi trovo a dover considerare cinque proposte, cinque progetti di vita. Essere membro unico di una Commissione Giudicatrice implica vantaggi e svantaggi: non c’è nessuno che ti contraddice, ma non c’è neppure nessuno con cui prendersela in caso di errore.
   La sola via di uscita è stabilire criteri limpidi e univoci di valutazione: vincerà chi riuscirà a farmi fare la cosa più difficile. Come premio avrà questo straccio di vita, con la possibilità di stringerlo e strizzarlo a suo piacimento. Un trofeo di scarso valore intrinseco, ma di notevole valore simbolico, per loro, per i miei accaniti benefattori. Un po’ come il drappo del Palio di Siena per i contradaioli.
   Flavio mi propone di catapultarci insieme nella discoteca Technomatic di recente inaugurazione, musica moderna da far saltare per aria le casse, ma, a suo dire, nella semioscurità la nostra effettiva età anagrafica resterebbe celata, clandestina, e, di sicuro, potremmo abbordare qualche procace adolescentina capricciosa.
   Piera mi prospetta una cena di classe: un revival degli anni del liceo, dei gloriosi fasti che, a sentir lei, hanno preceduto la Maturità. “Vieni tranquillamente – miagola – tanto tutti quanti abbiamo qualche capello in meno e qualche ruga in più. Nessuno ci farà caso. Ascolteremo musica dei mitici Anni Ottanta, e, se ci prenderà la nostalgia, la combatteremo raccontandoci le nostre vite, ciò che abbiamo realizzato, i resoconti, i bilanci”.
(il post completo è a questo link: http://www.ivanomugnaini.it/inxs-a-mid-summer-dream/ )

Il sorriso di Monna Lisa

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Nella visione del professor Andrea Salvini, Leonardo, dal “vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze scivola dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza”. Una visione corredata da riferimenti a vari libri fondamentali del Novecento.

Una nuova “lettura allo specchio” di sicuro valore e spessore di cui ringrazio.  IM

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“Lo specchio di Leonardo” di Ivano Mugnaini (Eiffel edizioni, 2016)

L’idea della fuga dalla vita quotidiana grazie ad un doppio di se stessi non è nuova nella letteratura, più o meno recente. Chi non ricorda “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello? Mattia Pascal si trova libero da se stesso e da tutta la congerie oppressiva degli assilli quotidiani grazie ad un doppio perfettamente docile, al cadavere di uno sconosciuto che, ufficialmente, lo fa scomparire per sempre dalla scena del mondo rendendolo libero di inventarsi una vita tutta nuova. In effetti ci è sembrato di trovare, quasi all’inizio del romanzo del Mugnaini, un preciso riferimento all’universo pirandelliano: “E, una buona volta, avrei potuto vedermi vivere, o, ancora meglio, osservare come gli altri mi vedevano o credevano di vedermi: le falsità, i commenti velenosi, le pugnalate appena voltata la schiena. Avrei finalmente scrutato con calma e con agio le facce e i cuori degli altri. Pensando anche, con enorme applicazione, a una vendetta adeguata, prima di morire: un’invenzione decisiva, risolutiva, un micidiale cavallo di Troia per questo mondo malato” (p. 23). Non sarà sfuggito al lettore, verso la fine del passo che abbiamo riportato, anche un richiamo al noto finale della “Coscienza” sveviana. Un primo omaggio al Novecento è dato, ma ne troveremo altri, come avremo modo di osservare in questo nostro tentativo di lettura. Avvertiamo, infatti, sin da ora che ci sembra ben difficile dire qualcosa di esaustivo su questo testo, su cui altri sono già autorevolmente intervenuti. Solo il tempo e ulteriori riflessioni critiche potranno portare più luce su un testo davvero complesso e che è stato sicuramente scritto dopo approfonditi studi storici e artistici.

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Intanto vediamo che la narrazione è condotta da un “io narrante” che si propone praticamente come onnisciente riguardo alla realtà; e non poteva essere altrimenti, dato che si tratta dell’«io» del grande Leonardo: egli appare in grado di comprendere tutto ciò che lo circonda, tutto ciò che si trova nell’animo di chi incontra, si tratti di Lorenzo il Magnifico o di una semplice ragazza veneziana, maldestra avventuriera. Un altro «io narrante» di tale spessore lo possiamo incontrare solo là dove il protagonista ha uno spessore culturale elevatissimo, come, ad esempio, nelle “Memorie di Adriano” della Yourcenar: anche qui il protagonista ci racconta se stesso dal vertice assoluto della società ove si trova collocato, lucido e implacabile scrutatore di uomini e cose, senza nascondere le proprie bassezze e nefandezze, consapevole infine del proprio declino, del proprio scivolare dall’onnipotenza in una sostanziale impotenza. Lo stile ovunque prezioso, quasi fastoso, del romanzo, che troviamo tanto simile a quello della Yourcenar, rafforza nel lettore l’impressione di onnipotenza dell’io narrante.

( A questo link: http://www.ivanomugnaini.it/il-sorriso-di-monna-lisa/ l’articolo completo).

LETTI SULLA LUNA

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LETTI SULLA LUNA 

Inauguro oggi una piccola rubrica il cui scopo è quello di segnalare alcuni volumi e alcuni autori con cui sono venuto in contatto, personalmente o tramite i loro scritti. 

L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.

Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo.

Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.

Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida.

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Inizio con un libro dal titolo che non fa sconti, non lascia spazi ad improbabili Arcadie: “L’estinzione del lupo”.

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L’ESTINZIONE DEL LUPO

di Gabriela Fantato

Un mondo che non c’è più, un animale cacciato in modo spietato e ridotto in riserve sempre più minuscole e impervie, dove si sente estraneo, fuori tempo e fuori zona, come certi ricordi, come la realtà che prima era quotidiana, vissuta con naturalezza, pane e vino mangiati e bevuti  con passione autentica, senza sofisticazioni sterili, senza strangolanti recitazioni di copioni autoimposti.

 

Al primo piano da una finestra
incastrata tra le altre
la signora Anna vedeva il nostro
sciogliere le reti,
intrecciare logica e spavento
nella furia delle stanze,
dentro le pagine bianche
in cui tenevo stretta la mia fuga
come un’estate venuta troppo presto.
Mi dicevi inventiamo il mondo
nella lirica del pane, nel rosso del sangue
facciamolo ora,
come se fosse tutto vero, come se

Ma, come osserva Elio Pecora nell’introduzione, “non v’è nostalgia, è negato ogni ritorno. Tutto si mostra come dietro un velario, di chi guarda lontano in una luce tenue”.

Era così facile il racconto,
facile entrare nelle trattorie,
bersi il novello o un amaro
tra Ticinese e corso Garibaldi
dove c’era un palazzo per noi.
Chi era stato dentro quelle stanze
prima del sogno dentro i libri,
la cicatrice nella mano…
Era solo nostro l’abitare
senza cesso, senza le spalle alte di mio padre
e la casa in smottamento,
dentro l’imponenza di nobiltà lombarda
la muffa vien giù dal tetto.

E sono gli oggetti a dare la salvezza. Nel momento di una resa che è a volte la sola reale vittoria possibile, l’accettazione di un tempo altro in cui si è ancora vivi ma abitanti di altri luoghi, di altri noi.

E la schiettezza volutamente brusca dei termini, le cose chiamate per quello che sono “cesso”, “muffa”, “cicatrice”, si affianca alla dimensione e all’espressione verbale del  racconto, del palazzo, della nobiltà.

La vita incontra la vita vera nel momento in cui trova il modo di guardarla per come è e di chiamarla con le parole in cui si riconosce, nello spazio compreso tra il misero e il sublime.

Lì si colloca la descrizione che si riveste e ci riveste del mistero per eccellenza: il tempo. Il tormento e la meta di ogni poeta, oggetto di terrore e di desiderio, tortura e pensiero fisso. Lo Zahir piantato nel costato. Ciò che intreccia logica e spavento nella furia delle stanze della nostra estate venuta troppo presto.

Ed è in questo ambito, in questa terra di nessuno ( e di tutti) che si colloca la poesia sincera e tagliente di Gabriela Fantato. La sua mano non si ferma alla superficie. Le dita, siano esse carezza o forbice, scavano al di sotto, dove pulsa e fa bene e male il sangue, la linfa dell’esistenza, per cercare ciò che davvero ha ferito o sfiorato lasciando comunque una traccia, un solco visibile e percepibile.

Questo libro suggerisce, anzi mostra, mette in evidenza il compito di tutti i lupi estinti ma ancora dotati di senso e respiro. Senza additare panacee, ma con il coraggio di dire e di dirsi, documentando fedelmente il sentito, il vissuto, tesse lo spazio esistenziale che separa l’aspirazione alla vita (e forse perfino al sogno) da “queste cellette,/ case piccole,/ dove la paura/ guarda l’orologio / ogni mattina che passa»

 

*  * * * * * *

 

Gli anni sono quelli “dei sogni, degli errori e di molte sconfitte” della generazione del ’76. La città è Milano delle case delle ringhiere, case ottocentesche “con la muffa ovunque / e il cesso fuori al piano, dietro una porta”. La voce che racconta scende dentro se stessa, raggiunge la sua grana, si ascolta partecipe e accoglie tante voci in una pacatezza trovata dopo l’inquietudine. La parola pulita, densa, aderisce al suo significare. Non v’è nostalgia, è negato ogni ritorno. Tutto si mostra come dietro un velario, di chi guarda lontano in una luce tenue.

dall’introduzione di Elio Pecora
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Gabriela Fantato

Poetessa, critica e saggista, tradotta in inglese, francese, arabo e spagnolo. Suoi testi sono compresi nell’antologia: Nuovi poeti italiani 6(Einaud, 2012) e in “Almanacco dello Specchio”(Mondadori, 2009), con il poemetto A distanze minime. Raccolte poetiche: L’estinzione del lupo ( Empiria, 2012); The  form of life,  bilingue, traduzione E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2012).Codice terrestre, (La Vita Felice,2008); il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo,2005); Moltitudine (Marcos y Marcos,2001); Northern Geography,traduzione E.Di Pasquale (Gradiva Publications, University of New  York, 2002); Fugando (Book editore, 1996). Per molti anni ha diretto la rivista “La Mosca di Milano”, codirige: Almanacco di Poesia PUNTO e la collana  poetica SGUARDI (La Vita Felice). Ha scritto testi in versi per la musica, andati in scena nei maggiori teatri italiani (Piccolo Teatro di Milano, Arena di Verona, Teatro Comunale  di Trento, Teatro  Giacosa di Novara, Filarmonica di Roma, Donizetti di Bergamo).

 

Gradiva

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Gradiva

 

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In ottima compagnia, un mio testo di cronaca “sportivo-esistenziale” sul numero 50 di Gradiva.

È un numero speciale dedicato a: CINQUANTA POETI ITALIANI PER GRADIVA. Nel fascicolo, oltre ai testi dei vari autori, un editoriale del direttore Luigi Fontanella che percorre la storia della rivista.

* * * * *

Riporto qui sotto, per chi fosse interessato, alcune informazioni sulla rivista

 

GRADIVA

International Journal of Italian Poetry

Editor-in-Chief: Luigi Fontanella ~ Associate Editor: Michael Palma

Quote di abbonamento: 2016 | 2017

«Gradiva» è una delle più longeve riviste di poesia italiana, dedicata in particolare allo studio e alla diffusione della poesia contemporanea. Rivolta a un pubblico internazionale, pubblica testi sia di poeti italiani (con o senza traduzione in inglese) che di poeti stranieri di origine italiana, saggi, note, traduzioni, recensioni e interviste. Oltre a sezioni dedicate a testi inediti e interventi critici, comprende rubriche specifiche curate da singoli studiosi e poeti. Arricchisce la rivista una «Fototeca», archivio fotografico che documenta i principali eventi della poesia italiana, passata e presente.

«Gradiva» is one of the oldest journals of Italian poetry, and is particularly devoted to the study and promotion of contemporary literature. Addressed to an international audience, it publishes texts by Italian poets (with or without accompanying English translations), or of Italian descent, as well as essays, notes, translations, reviews, and interviews. Beyond its regular sections, with original poems and critical contributions, it includes special sections developed by scholars and poets. Among the latest features of the journal is a «Fototeca», a photographic archive documenting the most important events of the Italian poetical scene.

(L’articolo completo si trova a questo link: http://www.ivanomugnaini.it/gradiva/ )

Letture allo specchio 4: “La colpa del genio”, nota di F. Cannavò

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Letture allo specchio 4: “La colpa del genio”, nota di F. Cannavò

“La colpa del genio è la negazione del genio stesso alla propria essenza umana.”

È bello vedere come la lettura di un libro possa generare a volte un’alchimia libera, quasi del tutto autonoma, di sicuro in grado di generare forme ulteriori, altre creazioni.

Grazie a Leonardo, per questo suo ennesimo meccanismo messo in moto in modo mirabile, e grazie a Francesca Cannavò per questo originalissimo e vivido brano di “lettura poetica”. IM

Due volti di donna

“La colpa del genio”, nota di Francesca Cannavò

Con il suo sguardo, l’altro conosce me più di quanto io possa conoscere me stesso,perché io non posso mai oggettivarmi, distanziarmi come un oggetto da me stesso.
Io sono quel me che un altro conosce e mi sento trasformato in un oggetto inerme e nudo davanti all’altro.
J.P.Sartre

L’occhio fuori dal finestrino, il paesaggio conosciuto che scorre scandito dai cigolii dei cardini; i lampi, gli scrosci violenti, bombarde di tuoni, dita di fango che arraffano i raggi… il carro rallenta, ansima: deve fermarsi.
Il pensiero invece corre già troppo velocemente a raccattare tasselli di memoria che spianeranno le visioni : il Carro mi viene incontro con i suoi significati simbolici, è il settimo degli Arcani; il sette è l’indicatore, il settimo dito della mano: indica ed accusa. E lo si ritrova, questo dito, ben in vista nei disegni in sanguigno, nei dipinti di quell’epoca che si volle impregnare di ri-nascimento, nel dipinto forse più caro a Leonardo, “quel dito che promette il paradiso”, la rinascita finale a se stesso e che in un vortice estatico riporta al Satiro Danzante, ebbro dell’attimo d’infinito in cui viene colto da mano d’artista sconosciuto.

Indica ed accusa . Espiazione e Colpa.

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Che colpa potrà mai essere addossata ad un genio? Al genio?
La colpa del genio è la negazione del genio stesso alla propria essenza umana.

(La nota completa è a questo link: http://www.ivanomugnaini.it/letture-allo-specchio-4-la-colpa-del-genio-nota-di-f-cannavo/ )

L’inciampo – recensione

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L’inciampo – recensione

Propongo qui una mia nota di lettura al recente libro di Daniela Pericone.

Chi fosse interessato a inviarmi suoi testi, editi o inediti, per letture editoriali o recensioni, mi contatti a questo recapito :  ivanomugnaini@gmail.com

COPERTINA L'INCIAMPO

Daniela Pericone, L’inciampo, L’Arcolaio edizioni, Forlì, 2015, pagg. 90, € 11

Nota di lettura di Ivano Mugnaini

Inutilmente la vita mi rincorre
la gara è breve ma la fatica è doppia
a ogni tappa è mia la vittoria
il passo sempre di uno sbaglio avanti
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Questi riportati qui sopra sono alcuni versi che ho scelto tra i più significativi, a mio avviso, della raccolta L’inciampo di Daniela Pericone. A dire il vero avrei dovuto citarne molti, alcuni sparsi e racchiusi in contesti apparentemente e forse volutamente transitori, come tappe di un percorso che conduce a bagliori di visioni tanto brevi quanto intensi.

Ci sono molte parole chiave, nei versi riportati: “vita, gara, fatica, passo, sbaglio”. Sembra fuori dei confini semantici, e per questo spicca, il termine “vittoria”.

L’esplorazione del terreno esistenziale è condotta con sguardo attento e acuto, disincantato, sapendo che ogni sorriso comporta la conquista non di rado penosa dei domini del tempo e dello spazio. Con la consapevolezza che ogni passo è, insieme, gioia e dolore, volo e inciampo.

Sapendo che forse il solo volo possibile è quello brevissimo, tragico, ironico, salvifico a suo modo, che separa e unisce il desiderio dell’aria e l’asprezza del terreno.

“Uno sbaglio avanti” è uno dei molti ed efficaci casi in cui il linguaggio viene plasmato per esigenze di sintesi e per creare un ponte tra la sintassi e il sentire più profondo, per andare oltre il senso immediato, esprimendo in una manciata di sillabe un mondo, un microcosmo, individualità tanto assoluta da diventare paradossalmente universale.

(La recensione completa è a questo link: http://www.ivanomugnaini.it/linciampo-recensione/ )