Viv., 1938 – racconto

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La passione di Alba Gnazi per T. S. Eliot, ma anche per la parola, per ciò che riesce a trasmettere, di dolorosamente complesso ma anche di irrinunciabile, vengono espressi al meglio in questo racconto che ha inviato per Dedalus. La voce narrante è quella di Vivienne Haigh-Wood, ma in fondo è quella della stessa autrice e di ogni donna o uomo che dedica alla parola, alla poesia, al dono e alla pena dell’espressione profonda, qualcosa che può essere chiamato tempo, riflessione, battito, tormento, tensione costante, speranza tenace, in una parola, la più semplice e la più irriducibilmente astrusa, vita.

Con l’invito a tutti i narratori a partecipare alla edizione 2014 del Concorso La vita in prosa. Il bando può essere reperito su questo blog, nei post precedenti, o può essere richiesto a : ivanomugnaini@gmail.com .

Buona lettura e buona scrittura. IM

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Immagine

VIV., 1938

di ALBA GNAZI

 

Viv., 1938

La verità è che avrei dovuto parlarti addosso, Tom, parlarti dentro, mentre il tuo occhio frugava le mie mani e impietosiva il mio sguardo, perché so (lo so) che quel che ostenti è sicurezza ma quel che calchi, e scappi pur di non confessarlo, è paura, Tom.

E’ paura.

Come la mia di attraversare la strada, di svegliarmi di notte e vedere lucertole sul cuscino, di sorbire formiche insieme al brodo, di non lavarmi abbastanza dopo il sesso, perché il sesso odora di te e di me e della terra che ci butteranno addosso, delle tue ricerche e delle tue pretese, dei tuoi silenzi, dell’ira che mi sbuffi sul collo quando mi prendi, dell’ira che tossisci dentro una poesia; di questo sa il sesso, Tom, e io ne vivo, e ne ho paura.

Potrei schermirmi la voce, alterare le maniere, indossare guanti bianchi per accendere ceri e fustigare quel che resta del mio presente con il cencio di una contrizione, con una preghiera tra le gengive, e scordare il sapore del seme sulla lingua e dell’etere in gola – maledetti, mi cuciono nervi saldi su misura, nervi al metro e senza sconto, come quel soggiorno in Svizzera, che dopo più nulla è stato lo stesso.

Più nulla.

La pioggia ama i distillati di sudore e inerzia. Ama grondare dai nasi e dagli ombrelli. Inzaccherare cappotti e cani al guinzaglio. Scorre su questo vetro come una tenia, e i vetri che altro sono se non l’intestino dell’inganno?

La pioggia solleva le gonne e abbassa i rami. Prolifera tra le giunture dei vecchi con dita d’umidità. Attecchisce sui tetti con un fragore che ninna i bambini.

Volevo un figlio, Tom. Ma non da te.

Volevo te, e la tua poesia, e la tua voce, e il benessere che mi dava lo starti accanto.

Volevo ballare solo per te, celebrarti col mio corpo e i miei fianchi, godere del tuo tocco lieve e intimo anche tra mille persone, sapere che saresti corso a casa dopo il lavoro per vedermi e giacere al mio fianco, ma

dio

(il tuo dio, non il mio)

A te non piaceva prendermi.

E io …

Lui c’è sempre stato, Tom.

Abbiamo vissuto in casa sua, e io ho dormito nel suo letto, e lavato i suoi piatti; mi ricordava mio padre, col suo alito e il suo passo, e quell’acutezza che io non ho mai saputo afferrare per intero, ma che mi estasiava.  Era stato il tuo docente di filosofia, io ne ero l’amante. Bertrand.

Cos’hai fatto ai miei anni, Tom? Cos’avevano le mie gambe e i miei seni, la mia voce e le mie idee, che ti atterrivano al punto da farti giurare castità?

Cristo.

Il tuo Cristo, non il mio.

Ma mi vedi? Mi guardi, Tom? Mi guardi, perdio? Sono bellissima. Sono stata il sogno di mezza Londra.

Non il tuo.

Sono caduta giù un pezzo alla volta, come le molliche da una tovaglia. Sono una mollica sulla tua tovaglia, la stoffa grezza del tuo rifiuto, la macchia rossa del vino proibito.

Sono la donna che hai sposato per sfregio, sgarbo, amore di un attimo, idiozia. Sono la ceralacca del tuo ripensamento, la fuga pusillanime, l’aggettivo dimenticato.

Tre mesi, ed eravamo insieme, con un giuramento davanti all’ufficiale e senza casa, senza lavoro, senza soldi, senza criterio.

Tu leggevi e leggevi e citavi poeti francesi e scrivevi e dibattevi e passeggiavi e giorno per giorno, sempre meglio e con dolo, tessevi una trama che mi escludeva da te.

La Terra Desolata ero io. Lo sono stata per così tanto tempo, Tom. Ero il tuo personale, amatissimo, eccitante, rinnegato inferno.

Tu eri il Prufrock delle mie intenzioni, l’Animula dei miei terrori, il Preludio di ogni mia contrizione.

Non è stato difficile, Tom.

Non darti pena, nelle tue notti senza solco e senza buio, notti che scintillano di resistenza all’affanno, che malizia non imbratta – tu segugio della fede, tu mendico della colpa, tu figlio del non-perdono, sei andato con dio, e me, mi hai lasciato qui, ma adesso, adesso

ho pensato a tutto, io sola.

E’ stato semplice.

Ti avviseranno entro qualche ora.

Avrei dovuto baciarti un’ultima volta.

Ma fa lo stesso.

Viv., 1938

 

(Liberamente ispirata al matrimonio tra Vivienne Haigh-Wood e T.S.Eliot)

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2 pensieri riguardo “Viv., 1938 – racconto

    poetella ha detto:
    9 marzo 2014 alle 16:01

    stupendo!
    Senza fiato…senza parole. Senza voglia di scrivere più.
    O…

    Alba Gnazi ha detto:
    12 marzo 2014 alle 14:58

    Gentilissima, grazie per la tua lettura.

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