PANORAMI CONGENIALI – La parola

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Un repêchage. Ripropongo  a distanza di qualche anno PANORAMI CONGENIALI, una rubrica scritta all’epoca per il sito Speaker’s Corner della Bompiani RCS. Si tratti di articoli basati sulle citazioni di pensieri di letterati, pensatori ed artisti su alcuni temi fondamentali. Lo spessore delle fonti citate ne garantisce l’attualità. La qualità non teme il tempo.
Propongo qui di seguito l’introduzione della rubrica e il primo articolo dedicato a LA PAROLA.

Acropoli Atene Grecia - Foto gratis su Pixabay

  PANORAMI CONGENIALI

        Come indica con un gioco di parole il titolo di questa mia nuova rubrica, il volo panoramico avrà come guida e sostegno compagni di viaggio particolari: i geni di epoche lontane e recenti. Le ali dei geni saranno, volta per volta, congeniali. Proverò a vedere in che modo scrittori e uomini di pensiero hanno trattato uno stesso argomento, un tema comune. Annotando analogie e divergenze. E concedendomi magari il lusso di dire anche la mia, tentando collegamenti con l’età presente, misera e mirabile.

        Non garantisco che l’esercizio possa condurre, me in primis, all’apprendimento dei rudimenti del volo. Di sicuro però prometto un percorso, un viaggio. Nel tempo, nello spazio, e sui sentieri, aspri, intricati e sublimi, delle idee.
 libri aperti
        “LA PAROLA”
        Questa nuova avventura negli orizzonti panoramici delle lettere e del pensiero ritengo opportuno farla iniziare con un tema in qualche modo obbligato: la parola. Conditio sine qua non, non soltanto della comunicazione ma dell’esistenza, se non addirittura dell’essenza del genere umano.
        Raccogliere opinioni e punti di vista illustri sul significato e sul ruolo delle parole, equivarrà ad accatastare preziosi mattoni con cui tenterò di costruire, in seguito, tema dopo tema, per parallelismi e per contrasti, lungo vie orizzontali e verticali, le puntate di questa rubrica di aeree “congenialità”, con e senza paracadute.
        La parola, dunque. Inizierei con l’osservare che per parlare della parola debbo fare ricorso ad un identico materiale, in una sovrapposizione emblematica. Tutto ciò appare banale e scontato, d’accordo; ma se mi consentite l’ossimoro, direi che è “significativamente banale”. Il primo decollo, il battesimo dell’aria, lo faccio grazie ad uno scrittore e saggista austriaco del secolo scorso, Franz Blei. Relativamente poco noto, ma autore di un testo ironico ed arguto, “Il bestiario della letteratura”, all’interno del quale propone un passaggio perfettamente confacente al contesto: Si può pensare solo con le parole, cioè in immagini. Per questo le parole dominano il mondo e le idee appartengono, nella loro azione diretta, alle parole.
        Per porre il tutto su un piano simile, ma in un’ambientazione concreta e attuale, quotidiana, è il caso di dirlo, mi metto sulle tracce di “Zazie dans le métro” di Raymond  Queneau. Tu causes, tu causes, c’est tout ce que tu sais faire. Parli, parli, è tutto quello che sai fare. Frase che abbiamo detto, o pensato, infinite volte. Rivolti agli altri ma anche, ahimè, a noi stessi.
        Il prossimo punto di riferimento è Anton Cechov. Qui, per par condicio, sarebbe giusto proporre una citazione in cirillico. Purtroppo non sono attrezzato per tale compito. La frase dello scrittore russo la apprezzo ugualmente, però, e la riporto come posso: Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero. Qualsiasi commento è superfluo.
        Il mio amato Voltaire nei suoi “Dialoghi” include una frase che i politici, ma non solo loro, dovrebbero ripetersi almeno una dozzina di volte al mattino prima di colazione: Gli uomini si servono delle parole solo per nascondere i loro pensieri. In seguito, magari, i suddetti signori continuerebbero ad operare “per il bene comune”, ossia per il loro, come hanno sempre fatto. Tuttavia l’esercizio risulterebbe salutare, non solo per loro, lo ribadisco, per provare ad inviare qualche segnale a quell’accessorio non-optional chiamato coscienza. Gran bella parola! E, si spera, anche qualcosa di più di una serie di grafemi e fonemi.
        Grazie alle “Massime e riflessioni” di Goethe si potrebbe trovare una scappatoia, una via di fuga, una giustificazione o quasi per mille mezze verità: Ogni parola che si pronuncia fa pensare al suo contrario. Ma ci riconduce alle realtà nitida e semplice delle cose Publilio Siro. Una citazione in latino possiede sempre un suo fascino. Quindi, poiché è vero Oscar, si resiste a tutto tranne che alle tentazioni, la propongo. Sermo imago animi est: qualis vir, talis et oratio est. La parola è lo specchio dell’anima; tale l’uomo, tale la parola. La traduzione può anche essere approssimativa. Non certo il concetto, ineludibile, che la sentenza propone.
        Con una virata di non poco conto, non solo nell’ambito cronologico, passo da Publilio Siro a Pittigrilli. Tagliente, sarcastico, ma anche estremamente lucido, non c’è dubbio. Nel suo “Amori Express” osserva che: Esistono da sempre delle droghe più potenti, più calmanti, più tranquillanti, più allucinogene di tutte le droghe della farmacopea antica e della farmacologia moderna. Queste miracle-drugs, queste droghe-miracolo sono le parole.
        Rimanendo nella scia di un umorismo sapido, sostanzioso, viene fatto di citare Carlo Dossi: Il meditare da solo è onanismo – il pensare con altri (conversare) è coito.
        Restituisco alla parola la propria sacralità tramite un’affermazione di Chateaubriand che personalmente trovo molto convincente: Ci sono parole che dovrebbero servire una sola volta. Ognuno avrà in mente una quantità di vocaboli adatti ad impersonare un solo ruolo in una scena esclusiva di un unico film. A me ne viene subito in mente una, anzi due “Ti amo”. Utopico? Forse sì, forse no. Allora aggiungo alla lista anche “Ti odio”, oppure “Voto questo partito”, o ancora “credo” o “non credo”, e via dicendo. L’utopia così si fa totale. E, in fondo, non è male. Scusate la rima.
        Giunto fin qui, nei pressi ormai della pista di atterraggio, posso affermare di avere compreso qualcosa: le parole possono servire a tutto e al contrario di tutto. Mi resta cioè, come alla partenza, un dubbio. Ma un dubbio fertile, pronto a pronunciare ed ascoltare altre frasi, nuove certezze, ulteriori dubbi. A far convivere, ad esempio, Pirandello, che in “Ciascuno a suo modo” esclama: Quanto male ci facciamo per questo maledetto bisogno di parlare!, con l’Eschilo di “Prometeo incatenato” che sostiene con solennità che Le parole sono medicina all’animo che soffre.
        Una cosa è certa: rimane, immutato, più vivo che mai, il mio amore per la parola. Nonostante tutto. A dispetto di quanto male a volte siamo capaci di trattarla. Ma è sostanza eterea; rinasce, si riplasma, si rimodella. Aria mobile, inebriante. Come il volo.
        Resterebbe, chiaramente, moltissimo da dire. Fiumi di sillabe incatenate da riversare ancora nel mare magnum della parola. Tuttavia, per non eccedere, torno a terra. Facendo tesoro di un’ultima frase, pronunciata da Luigi XIV, re di Francia: E’ difficilissimo parlare molto senza dire qualcosa di troppo. Affermazione contenuta nel volume “Memorie storiche e istruzioni per il Delfino suo figlio”. Non sono il Delfino di Luigi XIV. Anche se, per ragioni eminentemente finanziarie, tale condizione non sarebbe disprezzabile. Tengo conto lo stesso, comunque, della sua ineccepibile “istruzione”. Lascio in pace, momentaneamente, le parole. Per tornare però, molto presto, a bussare alla loro porta, con identica passione, in occasione del prossimo volo. 
 L'identikit dell'italiano si accumula lungo il filo di parole e definizioni  - Corriere.it

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