libro

Svenimenti a distanza – anteprima del libro

Postato il Aggiornato il

Come sosteneva Beckett, “è tutta una questione di voci; quello che accade, sono delle parole”. Mario Fresa in una delle liriche iniziali di Svenimenti a distanza, il suo libro di prossima uscita, descrive “Proposizioni in gabbia”, e alcune delle sbarre d’acciaio sono costituite dai ricordi, dalla necessità di trovare un senso a tutto, perfino al nonsenso, perfino al lutto, alla perdita, alla solitudine e all’assurdo.

Presa coscienza dell’impossibilità di dare misura esatta al destino, restano poche strade, sostanzialmente due: il mutismo oppure l’utilizzo delle stesse pietre e della stessa polvere, del medesimo percorso tramutato di verso e direzione. La parola diventa rotta trasversale del de-centramento. Non è un antidoto. Il veleno permane, è nel flusso, in circolo. Ma tale attività di escursione ed esplorazione delle vie laterali e divergenti è gioco vitale.

Se la parola evoca frustrazione, memoria che ferisce e riflessione che annienta, è con la parola stessa che lo possiamo e lo dobbiamo affermare. È un paradosso di fondo, uno “svenimento a distanza” che ci stende a terra e ci salva allo stesso tempo.

“Mi siedo fingendo di essere un suono/ interminabile. La strada arriva a te, cotone d’aria […] gioca/ senza riguardo a ricercare me, nello spedale/ delle parole vinte o sottili:/ topi di artiglieria che vengono alle mani,/ se tu gli muovi guerra; e così sia”, annota Fresa. Attraverso la parola, progressivamente, si esce dalla gabbia, o si finge di uscirne, ancora soggetti alla fascinazione, alla tana in cui ci rifugiamo e ci danniamo.

I versi diventano dialogo, svelamento, rivelazione profonda e coraggiosa di ciò che si pensa, tra riflessione e pura immagine stampata nella mente, un mosaico di tessere il cui senso svanisce, ci ingloba, cambia e ci trasforma istante dopo istante:

“Niente da fare, mamma: i poveri arrivano tardi,/ a tredici anni; c’è una sola risposta alla domanda./ Chiamiamo l’elettricista per non fare indigestione./ Il corpo della signora sembra perfino bianco, mentre guida ubriaca per la casa”.

Ci sono istantanee che restano nella mente leggere e acuminate per una vita intera. C’è l’ironia sapida e non di rado aspra di Fresa, mai aliena però all’umanità più profonda, quel senso di fragilità condivisa in tutto e per tutto tranne che nella resa incondizionata. Fresa con un sorriso lieve e serio continua a porsi e a porre a noi le questioni più scomode, quelle che non dovrebbero essere rese pubbliche.

“Un luogo esiste almeno cinque volte”, sostiene. E questo verso ha il fascino di un’indeterminatezza che assume a poco a poco contorni che ci chiamano in causa: “Riprovano a lasciarci sulla rotta,/ senza mutare o restando con una certa età;/ viene da dentro, come se lui non fosse un mostro/ che ha un solo desiderio: passare dal fatto alla certezza pura./ Facciamo il tutto esaurito./ Se non ti volti nemmeno adesso – è tutta qui la mia/ speranza – tu dormirai nel nulla,/ come salvato dall’attesa”.

Qui di seguito pubblico alcune delle liriche tratte da Svenimenti a distanza il libro di Mario Fresa in uscita presso Il Melangolo.

Si tratta di un’anteprima che Fresa mi ha inviato in lettura. Il mio invito è quello di salvare nella memoria questi versi lontani dai sentieri eccessivamente battuti e transitati. Non per trovare risposte impossibili, ma per ripercorrere con traiettorie libere e originali le domande imprescindibili. IM

*******

versi tratti da Svenimenti a distanza
di Mario Fresa
*
Porto l’intera stirpe del lavoro
dietro casa, metà bicchiere e metà pesce;
la prima parte, decido di lasciarla poco
più sopra; l’altra metà la fisso sulla terra,
fino a stancarla.
Mia madre resta dura, dura, e cresce in aria.
Si volta giù dalle sue stelle
e sa creare un albero, da vera intenditrice,
anche partendo da un proverbio.
Tale è l’importanza di cambiare un po’
il registro, di uscire dal tappeto dichiarando:
Non so bene come ci sono entrato, qui.
L’altra risorsa è pestare un po’ la voce, per ottenere
un certo tema di combustione; a lei ricordo che anche
un santo può cambiare cognome, se gli va;
e poi, di scatto, sedere coi capelli mostrati a dito,
perché visti da tutto il vicinato: sollevo il freddo
dal tuo letto che mi dice essere buono, onesto.
Poi ordina speranza, ma la lascia
proprio a metà sul piatto,
quasi contento di non pagare più.


*
Proposizioni in gabbia

1
Ben detto. Pari saranno la mattina e i vocaboli
sporchi da te, nel sottosuolo, come pestarli
al suono di certi insetti così pieni
di viva, bollente calma!
Perciò ringrazio te, fato-giornale,
mentre ti avvolgi come un uomo
che capita a sorpresa,
che discute con l’emicrania
da riparare in casa.
2
Se dormo, come un’ombra cinese, mi sento
più giardino di ieri.
Che fare, allora, così dritto,
mentre cadi nell’orologio e vedi muoversi,
contro di te, l’essere puro
di un animale in gabbia?
L’odore me lo porto alla mia casa.
Forse nessuno lo vuole fare più:
dare le spalle alla finestra che ci parla;
vedi, ho fretta della tua voce.
Così rimani viva pure tu.
Diventi sola e non ti sai bene
comandare. Somiglia a chi la sceglie
per mesi interi: sta come
una scuola di sostegno che, va da sé,
gonfia e scompare sempre di più,
come un pensiero muto.


*
Sul cumulo della testa riesco a malapena a dare
una certa età; ne puoi pagare il conto col termometro
fisso sulla parete: sono lo stesso nuotatore
che cerca di salvare tutte le macchie, di sparire
nell’emicrania come un bicchiere d’acqua.
Lo porto a riva con l’inganno di dirgli
che è solo un corridoio,
una grazia che vive nella sua stretta intimità.
Lo so che non ti piace l’autocritica.
Se dici “piano”, mi lascerai la tua bellissima
schiena-afrodite da baciare
ancora un po’?


*
Cometa
Lo immagino salire a scatti, cercando le pareti
per aprire una cosmica giuntura,
così grazioso nel riparare le paure
sommate sulla terra, sugli occhi lieti di macinare
una marziale grazia
nelle sue tasche azzurre:
tiriamo dove arriva il bianco del giardino
sulla tua fronte: la mano si è confidata
come una specie
di universale portineria.


*
Mi siedo fingendo di essere un suono
interminabile. La strada arriva a te, cotone d’aria,
per essere guardata
con autentica pazienza da chi parla,
da chi risponde: «Non l’ho sentito per nessuno, mai. Te l’assicuro».
Prova a spezzare le tue movenze in quattro,
come un avaro mostro che gioca
senza riguardo a ricercare me, nello spedale
delle parole vinte o sottili:
topi di artiglieria che vengono alle mani,
se tu gli muovi guerra; e così sia.


*
In tanto spazio, quanti nemici stanno
nella materia? La tua voce raggiunge
le dita e noi saremo uguali
per sempre. Ma cos’era successo davvero,
ai nostri poveri amici? Oltre il giardino
dell’ospedale, dico? Oltre l’abbraccio
della prima ora?
E tu, scontrosa diligente, mi basterai per l’ultimo
proiettile, per questo allegro ballo
inciso nel fosforo dell’aria?


*
1.
Nemmeno se mi appoggio sui fianchi
del temporale – e voi zitti, miseri di cuore! –
lei riuscirà a convincermi ad uscire,
a rimanere qui. Quando è così, mettiamoci
una pietra sopra, mi disse appunto sulla soglia
del matrimonio, l’amico delle Funebri onoranze.
2.
La sua cenere, dice, quasi mi abbaglia
con le lancette in mano; oh, brutto segno.
Mettiamo, che so, che il conduttore voglia prendere,
all’improvviso, i suoi parametri lisci,
i suoi propositi da bravo inserzionista di macerie;
alla prossima città, traforerò l’armadio
di qualche segreto da ristorante.
Avrai capito, no?
Così ci inginocchiamo, adesso, per toccarla, e lei si crede
quasi un santo, una specie di banca di periferia.
3.
La seconda prova è questa.
Una volta interrogata, lei sbotta: Macché progresso o guerra!
Si difende, allora, più o meno come
un insetto-favola: diciamo quasi da farmacia.
Non ci basta capire! Non è legale e non abbiamo più
nemmeno le mani legate come un tempo.
Ma senta, le dico io di scatto, senza
più mezzi termini: uno, insomma, può abitarci proprio vicino,
contarli uno per uno, ma poi non lo sa bene
che i toni riappaiono così, senza che
lo vogliamo noi?


*
Il rapporto tra noi è una
gengiva azzurra; e tanto si dimentica lo stesso.
(Come i gamberi e l’acqua nodosa,
che li fanno diventare eterni).
Ancora un ospite e odore
di esempi finiti male.
Meglio svenire in qualsiasi
continente che tra le tue braccia.
Neppure giurare o diventare ciò che si vede.
No: rallentare in una pianta morbida, ovale.
Risalire un po’ di meno.
Chi se ne è andato paga il conto
perché è solo: e tu, quasi sorella, entrando con un graffio
tra le facciate gigantesche, alle parole bianco e annoiarmi,
sei scivolata
con una rara facilità da polvere da sparo.

*

Sortita
1.
Quella in fondo al corridoio, non sarebbe andata
a casa mai da sola. Chissà cosa le prende?
Se avevate intenzione di maltrattarmi, fatemi almeno entrare.
Lei, come d’accordo, torce fra le sue dita il parente più vicino,
e corre al salvataggio.
Si pianta, cioè, all’ingresso della soglia e non passa più nessuno.
Scendiamo come fiori
nel villaggio giocattolo di ieri.
2.
Niente da fare, mamma: i poveri arrivano tardi,
a tredici anni; c’è una sola risposta alla domanda.
Chiamiamo l’elettricista per non fare indigestione.
Il corpo della signora sembra perfino bianco, mentre guida
ubriaca per la casa.
3.
Stia tranquilla, però! Di certo il suo cervello si stancherà.
Oltre i visceri, gli unghioni, la sua tela;
quel liquido vischioso…. le mandibole uncinate….
E quando l’ha finita di colpo, la vera punizione è data
non solo perché abbiamo peccato, ma perché adesso
noi non pecchiamo più.


*
Alcuni gli vogliono bene quanto basta, felice purgatorio
senza vele – e lui così, turbante sulle gambe; occhio sparito
fin dal principio; si sposerà? –. Eppure adesso gli sale
tra le gote un vento leggerissimo che resta
senza pace. Poi lascia la nostra roba all’aria,
e nel silenzio messo presto in discussione (gridare
dalla finestra fino a volersi rovinare proprio il mento,
le gambe, la prossima stagione…).
Più centrale, più acuta. Se ne ricorderà.
Ecco la luce che fa più uguale, adesso,
il tuo veloce sguardo al mio.
I nomi precipitati giù dall’ascensore, o semiaperti,
dimenticati; confusi soprattutto per il caldo innaturale.
Un accidenti che vuole proprio me, anche se dice
di non sapere amare.
Se qualcuno, cioè, gli vuole bene,
non lo dirà proprio a nessuno.
Mai rendere pubblico un disastro.


*
Un luogo esiste almeno cinque volte.
I successivi due anni nessuno ne sa niente e lo teniamo
a bada, giusto ai confini della guerra. Per essere felici,
apriamo i nervi ottici e stacchiamo l’ombra netta
alla radice: un modo di spezzare il tuo cervello
quasi perfettamente in due.
Accade, allora, che lui – nel centro del dolore –
torni ogni giorno al mio indirizzo.
Riprovano a lasciarci sulla rotta,
senza mutare o restando con una certa età;
viene da dentro, come se lui non fosse un mostro
che ha un solo desiderio: passare dal fatto alla certezza pura.
Facciamo il tutto esaurito.
Se non ti volti nemmeno adesso – è tutta qui la mia
speranza – tu dormirai nel nulla,
come salvato dall’attesa.


* * *

Risultati immagini per icaro

Mario Fresa è nato nel 1973. Già collaboratore delle riviste “Caffè Michelangiolo”, “Paragone”, “Palazzo Sanvitale”, “Nuovi Argomenti”, “Almanacco dello Specchio”, “Gradiva”, “Smerilliana”, “Capoverso”, “Il Monte Analogo”, “La clessidra”, “Levania”, “InOltre”, “L’area di Broca”, “Nuova Prosa”, “Erba d’Arno”, “Carteggi Letterari”, “L’Ortica”, “Punto”, “Semicerchio”, “Il lettore di Provincia”, “Cortocircuito”, “Risvolti”, “Vico Acitillo 124”, “Il Banco di lettura”, “La Mosca di Milano”, “Secondo Tempo”, ecc., è traduttore dal latino e dal francese (Catullo, Marziale, Pseudo-Bernardo di Chiaravalle, Musset, Desnos, Apollinaire, Frénaud, Char, Duprey, Queneau) ed è autore di vari libri di critica e di poesia. Tra i suoi ultimo lavori: Omaggio a Marziale (2011); Uno stupore quieto(2012); La tortura per mezzo delle rose (2014); Come da un’altra riva. Un’interpretazione del Don Juan aux Enfers di Baudelaire (2014); Catullo vestito di nuovo (2014); Teoria della seduzione (2015); In viaggio con Apollinaire (2016);Le parole viventi. Modelli di ricerca nella poesia italiana contemporanea (2017);Alfabeto Baudelaire. Dodici traduzioni dai Fiori del Male (2017)

Annunci

Malanotte

Postato il Aggiornato il

Risultati immagini per chiaroscuro caravaggio

Malanotte | Marilina Giaquinta

racconti,
Coazinzola Press, 2017

di Ivano Mugnaini

La raccolta si apre con “Questa notte non vuole morire” e si conclude con: “Se guardo le cose non so dirle, non ricordo cosa sono, non so chiamarle, non capisco perché stanno lì. Non ricordo chi ce le ha messe. Non ricordo perché ne ho bisogno. Però sento. Sento ancora. Sento. Il nome di quella signora che si guarda allo specchio e mi sorride triste”. Si chiude il libro (restando quanto mai aperto) con una sorpresa che diventa certezza: essere ancora capaci di sentire. Ed è l’ossimoro essenziale, il conflitto mai spento tra le ultimissime parole, quella coppia improbabile che si azzuffa e si abbraccia, quel “sorride triste” che racchiude in sé il percorso e la meta.

Un panoramica sul libro “Malanotte” di Marilina Giaquinta si trova nel sito ZEST, a questo link http://www.zestletteraturasostenibile.com/malanotte-marilina-giaquinta/ 

L'immagine può contenere: albero

L'immagine può contenere: notte e spazio al chiuso

Il tuo nemico – una recensione

Postato il

Risultati immagini per michele vaccari

“Se amate il minimalismo non leggete questo libro. Se amate narrazioni comode, rilassanti neppure. Questo libro si rivolge a coloro che sono pronti a mettersi in gioco e chiamarsi in causa.

Il succo del romanzo, o meglio il nodo, è correlato all’incontro-scontro tra democrazia e cibernetica, tra la società “reale” e i territori ancora in gran parte inesplorati del virtuale.

 Gregorio, il protagonista del romanzo, è uno dei tanti diversi di cui dovrebbe essere fatto un mondo di uguali. La sua diversità sta nel fatto di non accettare “the way of the world”, il mondo e la strada che ha preso e in cui, con corridoi di cemento e di asfalto in apparenza lisci e comodi, vuole portarci. Una delle domande che si pone e che ci pone questo libro è chi ci ha condotto su questa strada, come e perché.”

Ripropongo qui nel mio sito alcuni stralci della mia recensione a questo romanzo di cui vi consiglio la lettura.

La recensione è stata pubblicata originariamente a questo link: http://www.zestletteraturasostenibile.com/il-tuo-nemico-michele-vaccari/ dove è possibile leggerla in versione integrale. IM

Risultati immagini per il tuo nemico vaccari

Il tuo nemico

Michele Vaccari
Editore: Frassinelli
Anno edizione: 2017
Pagine: 290 p. , Rilegato
  • EAN: 9788893420204

Un romanzo di mari, amori e misteri.

Postato il Aggiornato il

Una mia lettura del romanzo originale, lussureggiante e “debordante” di Guido Mina di Sospiro recentemente pubblicato da Ponte alle Grazie.

La recensione è uscita originariamente sul sito di Anita Likmeta, con cui collaboro per la sezione Letteratura e cultura, a questo link  https://anita.tv/2017/05/04/il-poliedrico-e-multiforme-teatro-della-vita-un-romanzo-di-mari-amori-e-misteri/ .

Buona lettura e buone avventure a tutti i naviganti. IM

 

 

 

Risultati immagini per mina di sospiro

Risultati immagini per mina di sospiroRisultati immagini per mina di sospiro

Mina di Sospiro gioca con le parole, con il loro mistero, con il senso e l’assenza di senso, con la vita, fatta di codici astratti e di carne palpabile e danzante, folle e assetata, a volte perfino saggiamente folle. È attratto da tutto ciò che porta e indossa la vita, sopra e sottovento, sopra e sotto i vestiti, i gesti, i sorrisi ammiccanti, l’invito a esplorare i confini e a fare un passo oltre. La vita lo incuriosisce, lo attira, gli pone di fronte uno spettacolo variegato fatto di contrasti e chiaroscuri, il sublime e il becero, il pensiero e il salto ad occhi chiusi in un vortice o in un baratro.

 

E allora lo scrittore la osserva, la corteggia, la fa bere e la fa parlare. Ha la conferma di quanto lieve e complessa sia, la vita, e che il suo significato è una sciarada con troppe soluzioni, o forse con nessuna, o entrambe le cose assieme. Non ha bisogno del re scozzese shakespeariano per confermare e confermarci quanto la vita sia “a tale told by an idiot”. Lo sa, ne ha preso atto da tempo, ma non si è fermato, non ha rinunciato a mettere le vele al vento. Anzi, si è ripetuto, come Hölderlin, che “l’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ma non è sceso neppure a questo porto. Con la forza dell’istinto e di un possente vitalismo ha compreso che mischiando le due componenti in giuste dosi l’uomo può essere meno misero quando pensa e meno asceticamente incorporeo quando sogna. Basta rendere vivo il sogno, aggiungendo una porzione di follia, di avventura, di sudore, di adrenalina, di paura e attrazione: tramite un viaggio, un’esplorazione, una sfida, quindi, ancora, un gioco.

 

Sempre sapendo, con un sorriso, che non c’è niente di più intrigante e divertente del gioco, e, al tempo stesso, non c’è niente di più serio. E che il gioco non è mai gratuito, impone attenzione, coinvolgimento assoluto, per capirne le regole sancite e soprattutto quelle nascoste, le più importanti. Alla fine, bisogna essere anche disposti a perdere, a capire che non c’è niente da capire, come cantavamo negli Anni Settanta, oppure che tutto ciò che si deve comprendere è che non tutto può essere compreso, è questo è il più secco e il più dolce dei colpi di vento. La narrazione di Mina di Sospiro vive di accostamenti e contrasti. Unisce oggetti, azioni e idee come un artista materico, e non si lascia abbattere se non combaciano gli angoli, anzi, ne esulta. Sconfina con gusto, deborda e ci trascina con forza gioiosa ed esuberante a bordo di una fantasia onnivora, poliedrica, multiforme, un teatro nel teatro della vita. Il susseguirsi delle scene, delle azioni, degli spunti e degli stimoli è rapido, incalzante. L’autore mette in pratica ciò che ha scritto in suo fortunato libro sul ping pong e sulla metafisica che ne è alla base; o, meglio, applica alla scrittura anche di questa polimorfa creatura letteraria l’istinto e la ragione del gioco da lui preferito: la necessità di correre e pensare allo stesso tempo. Fino a far coincidere le due istanze, senza distinguerle, senza separarle dalla naturalezza del respiro. Perché quell’istante di riflessione fuori tempo e fuori luogo farebbe cadere a terra la pallina e con essa la magia folle della passione che tutto assorbe, dell’affabulazione che rende tutto credibile, irreale nella realtà a cui scegliamo di dare corpo.

Risultati immagini per mina di sospiroRisultati immagini per mina di sospiro

Racconto di pirati, a tratti di moderna cappa e spada, tra malviventi e personaggi ambigui, bizzarri e disperati, ma senza resa né tregua, il romanzo è mille cose insieme, mille generi, toni, rimandi e allusioni, senza compiacimento, senza ammiccamenti. Quindi, è soprattutto anzi unicamente se stesso, un pezzo unico, originale. Non da collocare in qualche museo o catalogo ma da porre costantemente in un flusso, sia esso quello della lettura che della fantasia. Romanzo on the road, sulla strada del mare, ha bisogno di moto costante, non può sostare. Racchiude posti e volti inventati e al contempo è un documento ricco di riferimenti a luoghi esistenti, il Jackson Memorial, Palm Beach, la Florida, le Antille, i Caraibi, Cuba e mille altri luoghi collocati a metà strada tra il mare e il mito. Tra le righe, ma anche dentro, nelle pieghe più sensibili, è il resoconto di un mondo che siede sulle sdraio a strisce multicolori in luoghi di lusso tra il sole e l’ombra densa di sotterfugi e intrighi, la zona morta, ma brulicante di umanità, tra legalità e crimine, disperazione, fantasia e il sogno costante di un altrove risolutivo, una mossa a sorpresa che cambia le carte e rovescia i tavoli. 

Risultati immagini per mina di sospiro

Risultati immagini per mina di sospiro

Il destino, lo si sa, si nutre di logiche sbalestrate. Nella seconda parte del libro Mina di Sospiro lo fa condurre da una nave senza timone, ricca di assonanze e richiami fascinosi: “Durante questa unica e irripetibile settimana astrale, gli eventi di ogni giorno saranno influenzati e talvolta addirittura decretati dalle divinità pagane. Quali? Quelle della mitologia latina e sassone, le due culture che hanno colonizzato il nuovo mondo e che evidentemente presiedono alla pari sul mar dei Caraibi. Le stesse divinità, infine, che hanno ispirato il nome dei giorni della settimana, sia nelle lingue d’origine latina, fra le quali lo spagnolo, che in quelle d’origine sassone, fra le quali l’inglese”. Un escamotage accattivante, del tutto coerente con lo spirito e l’animo che orientano il romanzo: lo scambio costante di colpi d’approccio e di schiacciate fulminee e secche tra il caso e l’uomo, tra il rischio, la pena e il piacere di non sapere mai se saremo sopravvento o sottovento, con la sola certezza del mutare costante. Consapevoli solo che, per dirla con le parole di una delle epigrafi del libro: “Non ci sarà sortita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo dove non è diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro”. (Jorge Luis Borges, Labirinto).

Risultati immagini per mina di sospiro

Questo romanzo ci chiede una cosa difficile ed esaltante: lasciarsi andare alla corrente. Chiudere gli occhi e abbandonarsi alle onde, oppure spalancarli, ma lasciando spazio a ciò che non si vede immediatamente, a quel senso di mistero che è, la trama ce lo indicherà gradualmente, un oro che non si può afferrare con le dita, ma che non per questo è privo di peso, anzi, contiene in sé il peso del tempo e dello spazio di tutti i secoli e tutti i sogni che abbiamo fatto e che ancora saremo in grado di fare. La narrazione sui generis di Mina di Sospiro ha un potere straniante, ci porta in un luogo che non c’è ma che, improvvisamente, con un sorriso, riconosciamo come nostro: un posto dove siamo già stati, o, più esattamente, dove abbiamo immaginato di andare, e, quindi, dove siamo stati veramente. Il romanzo ci fa lo stesso effetto che Christopher Foley, uno dei personaggi del libro, esercita su Ruth, una delle partecipanti alla spedizione: “Era venuta a sapere di lui indirettamente, investigando la storia del Belize e della  barriera corallina che Chris aveva aiutato certi oceanografi a esplorare. Da quanto aveva sentito e in seguito letto su di lui, l’aveva colpita come un essere umano tanto illogico che, prima ancora d’averlo conosciuto, ne era già stranamente attratta. ≪Un tuffo nell’irrazionale≫  pensò mentre si convinceva della bontà della propria decisione, ≪ecco cosa fa per me. Ci sarà da divertirsi≫”.

 

Andare per salti

Postato il Aggiornato il

Una mia nota di lettura sul libro Andare per salti di Annamaria Ferramosca.

La nota è già stata pubblicata in versione integrale, comprendente anche una selezione di testi scelti dalla stessa autrice, sul portale Viadellebelledonne, a questo link https://viadellebelledonne.wordpress.com/2017/05/05/andare-per-salti-di-annamaria-ferramosca/ .

L’invito, ai dedalonauti interessati è quello di sempre: incuriosirsi, leggere, cercare il libro e altre belle cose. Le stesse che auspico per tutti voi. IM

cop.andare per salti.jpg

Risultati immagini per annamaria ferramosca

Andare per salti presuppone la volontà e la necessità di staccarsi dal suolo, seppure per un breve tratto. Implica un volo, uno spazio ed un tempo in cui si perde il contatto con il terreno. Annamaria Ferramosca ha percepito nei versi di questo volume un moto interno, una dinamica del sentire, ma, coerentemente con quanto ha scritto nei suoi libri precedenti e soprattutto in piena concordanza con il suo modo di percepire e di vedere, ha corretto il tiro, lo ha ampliato e modulato. Andare per salti è composto da tre sezioni: la prima, eponima, ricalca il titolo del libro, la seconda prosegue con “Per tumulti” e l’ultima va ”Per spazi inaccessibili”. Si ha l’impressione di una progressiva volontà di recuperare il legame con la superficie terrestre, imperfetta, pietrosa ma imprescindibile. Il tumulto richiama l’effetto di un sommovimento tellurico. Un terremoto, sia del suolo che del cuore. Gli spazi inaccessibili sono quelli intricati di una giungla, una boscaglia, non certo quelli sgombri ed eterei del cielo. La Ferramosca, anche in questo libro, percorre con coerenza i cerchi e le curve del percorso letterario ed esistenziale che le è proprio. Cammina in punta di piedi ma con forza e tenacia sul filo esile e vitale sospeso tra il corporeo e l’incorporeo, il carnale e l’etereo, tra la paura e la necessità di sporcarsi le mani con la sabbia e con il fango, con il sudore e con il sangue, con la feroce attrazione dell’imperfezione.
In quest’ottica, partendo da questa prospettiva, anche il linguaggio va adattato, ristrutturato e rimodellato, reso strumento duttile e duplice, atto a tracciare sottili linee azzurre nell’etere ma anche all’occorrenza lettere rosse, dense di sangue, piene della goffa e umanissima sostanza del dolore. “Questa sera ruota la vena/ dell’universo e io esco, come vedi,/ dalla mia pietra per parlarti ancora/ della vita, di me e di te, della tua vita/ che osservo dai grandi notturni”. Sono questi i versi, tratti da Incontri e agguati di Milo De Angelis, scelti dall’autrice, con una cura e un’attenzione che non è difficile immaginare, come epigrafe, come stanza d’ingresso per questo suo libro. Esco dalla mia pietra, recita uno dei versi. Da una pietra si esce come, in quale modo, con quale forza e quale strumento? Annamaria Ferramosca in questo libro sembra dirci che dalla pietra si può uscire vivi, senza essere diventati pietra noi stessi, almeno non del tutto. Si esce, forse, se si è capaci di comprendere che non c’è una sola vita da raccontare. C’è anche la vita altrui da dire, da rendere verso, parola. Dalla pietra di una tomba che è già realtà all’atto del nascere ci si salva parlando agli altri della propria vita e della loro, simultaneamente, cercando di andare oltre il confine, superandolo con il tumulto di un cuore che si spezza e rischia di spegnersi da un attimo all’altro ma che, nonostante questo, non smette di camminare e sorridere, a dispetto di tutto, esplorando e rendendo propri gli spazi inaccessibili del significato, di un significato possibile, giusto o sbagliato ma umano, il luogo dove il senso diventa sentimento. “Schizzo via dalla giunglamercato/ obliquando rallento prendo fiato/ rispondo alla domanda muta/ del venditore ambulante/ – è da un po’ che mi fissa perplesso -/ sai la fine mi tiene d’occhio e voglio/ andare senza direzione/ come un bambino fare splash nelle pozzanghere/ se vuoi se hai tempo appena/ il tiglio smette di gocciolare/ ti racconto una stupida vita/ come stupisce come istupidisce”. In questi versi della lirica d’esordio del libro l’autrice, con i mezzi, gli utensili a lei più cari, tesse un filo che unisce passato e presente, la sua produzione precedente e questo suo libro attuale, lo specchio del momento. Un collage tra parole che vengono agglutinate, come in “giunglamercato”, conservando ciascuna un proprio senso che tuttavia diventa nuovo nell’attimo dell’accostarsi, nel gusto mai spento della voluttà del dire. Stesso discorso per i vocaboli creati ex novo, come con i pezzi di un Lego colorato e dalle infinite possibilità, come nel caso di “obliquando”. Ma il gioco della Ferramosca è sempre serissimo, nella forma e nella sostanza. Viene fatto di immaginare un taglio dolce ma severo perfino nel sorriso che le si apre sulla bocca quando fa “splash nelle pozzanghere”. È una delle caratteristiche che rendono riconoscibile la poetica dell’autrice: la serietà nel gioco e la giocosità nella serietà. La commedia della vita che racconta con i suoi versi alterna, potremmo dire “obliqua”, attimi di levità in cui tuttavia non smette di percepire che il mondo è storto, sbilenco, fuori asse, e istanti di ragionamento che non vuole mai rendere del tutto agri. L’ironia, in questo libro, ha sempre un fondo di amarezza per la deriva umana, osservata, percepita, descritta.
Questo libro è, in parte, una sorta di canto notturno della Ferramosca, scritto con la percezione di una ferita, con la minaccia di un buio incombente. Ma l’autrice anche qui, perfino nella penombra del corpo e dei pensieri, riesce a non dimenticare le voci altrui, e la sua “bambina delle meraviglie” che dorme, serena. Comprende, e ci fa comprendere, che la bambina è altra da sé, vive una vita propria, indipendente da lei. Ha il suo luminoso tempo dell’infanzia, Nicole, e avrà un futuro anche quando non potrà e non potremo più guardarla, proteggerla con lo sguardo e con i pensieri. La bambina è altra da sé ma è anche lei, Annamaria Ferramosca, in grado di conservare uno spiraglio di stupore, e la forza di un salto, illogico e salvifico, perfino al di sopra del “terribile che infuria”, del “solito sgomento” che rende illusoria la speranza.
Il trucco è semplice, tutto sommato: dimenticare, volutamente, ricordarsi di scordare lo “zaino zavorra”. Sapendo che dentro quello zaino c’è tutto ciò che conta e che in realtà quello che c’è conta poco o niente. Non contano le “de-finizioni”, ciò che pone termine alle potenzialità infinite dell’essere e dell’esprimere. Non conta ciò che minaccia e chiama a sé, nel mistero dell’oltre. Non contano perché la bambina è ancora splendidamente “irrubata” dal mondo, è un luogo del tempo in cui il tempo stesso non può arrivare, non può irrompere e non può infrangere. Questo è il fuoco del libro, l’essenza, il succo spremuto da giorni di ascolto e visione, di paura e di attesa. Ed ha un sapore lieve al palato, nonostante la speranza che si fa sempre più esile, che parla come una Sibilla chiusa in un’ampolla. “Nessuno è reale piove sempre/ nella pioggia sbavano i segni/ ma le pagine accidenti quelle sono/ insperate di bellezza/ disperante bellezza irraggiungibile”, scrive. In questo gioco oscillante di ossimori, quasi danza su un filo sospeso, c’è il richiamo mai spento, determinante, imprescindibile: quello di Nicole, la bambina, alunna e maestra, la sua luminosa infanzia, intatta e intangibile, e ci siamo che, pensandola, amandola, salviamo lei in noi e noi in lei.
Da qui, da questa fragile solidità acquisita con un moto d’affetto assoluto, può finire il salto e iniziare il tumulto. La seconda sezione del libro si apre con una danza, un movimento del corpo che si disegna nell’aria con il suo legame attraverso i passi, con la terra: “Tu non lo sai ma questa tua danzaturbine/ ha parole paradossali d’invito ‘nturcinate”. Il turbine sconvolge, scompagina, descrive e genera forme nuove: il coraggio di affidare al corpo la libertà di creare ancora, nonostante tutto, ancora una volta. Il paradosso è sempre fertile, per sua natura, per la capacità di mettere a contatto materie diverse, entità e respiri. Ne deriva un amplesso, corporeo e astratto, etereo e sanguigno, in grado di rendere le parole ‘nturcinate’, intrecciate, avviluppate fino a smarrire il discrimine, l’io e il tu, il presente e un tempo indefinito, la coscienza e il sogno. Da qui, la scena d’amore, nasce, erompe, come “le onde-salento che lampeggiano” e “il soffio greco del timo sullo scoglio”, con la consapevolezza di avere già i piedi nella corrente. La solidità si è fatta fluida, scorre, e ad ogni istante muta. Non è tuttavia morte per acqua alla Eliot. Semmai qui, nell’ebbrezza del tumulto, è vita per acqua, eros esistenziale, dialogo intimo di braccia, occhi, dita, parole.
Fortificati, consci e smarriti quanto basta, possiamo intraprendere l’esplorazione dei luoghi inaccessibili, ultima tappa del viaggio. Ma il tragitto è sempre circolare, ci si muove sempre in circoli, cerchi, Circles, circonferenze e sfere: la tappa finale è anche la prima. Ci si rivolge ad un destinatario ben identificato e al contempo indefinito. Si parla, in questa sezione, ma in fondo in ciascuna pagina di questo libro, della fine personificata che incombe: “Procedi per allusioni/ per sotterfugi sottili ti sottrai/ e intanto lievita/ questa bella estate di frutti e led/ ora so di aver vissuto solo per stanarti/ un’intera vita a decrittare invano/ i cartelli che pianti sulle svolte/ le scritte pallide le frasi/ lasciate qua e là smozzicate/ (per discrezione o forse/ per una più veloce eutanasia) ma/ sai bene quanto intollerabile sia/ conoscere i dettagli del viaggio”.
Un consuntivo, una sorta di giornale di viaggio, un diario di bordo scritto per se stessa e per chi lo leggerà, dopo, in un tempo ancora da venire e definire. Lo è nello specifico la sezione conclusiva del libro ma anche l’intero libro, nella sua sfaccettata unitarietà. Annamaria Ferramosca in questo suo Andare per salti ha scritto un sobrio, addolorato e gioioso inno alla vita, insieme ad un ascolto dell’effimero che siamo. La forza di questo libro è nella capacità di scrivere di sé senza egotismo, senza pretendere di essere il Nord magnetico e la stella polare. L’autrice parla di sé rispondendo al silenzio di un venditore ambulante con il racconto della sua vita. Parla di sé smarrendosi in una danza o nell’ebbrezza di frasi fulminee scambiate sullo schermo di un computer. Parla di sé osservando la bellezza di una fanciulla che prosegue da sola il suo cammino portando però con sé frasi, discorsi, pensieri e sogni che ha raccolto da lei in modo spontaneo, immediato, naturale come il ciclo delle stagioni.
Al lettore, alla fine, viene spontaneo dire che l’attività del decrittare cartelli sulle svolte e frasi smozzicate non è stata inutile. Non è stato invano, il salto, il tumulto, la ricerca costante, ininterrotta. Il fascino, del libro, e della poesia in termini più ampi, è quello di sapere cantare il viaggio, le luci e le ombre, le danze e gli inciampi, senza conoscerne i dettagli. Dando voce e canto al mistero che ci finisce e ci dà vita. Se troviamo, chissà dove, chissà come, la forza di non smettere di saltare con la forza visionaria e danzare con la forza umana, vitale. Anche nel buio.

Ivano Mugnaini

Andare per salti
Annamaria Ferramosca, Andare per Salti – Casa Editrice Arcipelago Itaca di Osimo (An), 2017
Introduzione di Caterina Davinio.
2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una Raccolta inedita di versi.
Pagg. 80, € 13,00 – ISBN 978-88-99429-16-4

Andare per Salti di Annamaria Ferramosca

 

dalla sezione PER SALTI

 

esterno con pioggia interno con acquario

 

è l’ora delle prove distratte di attraversamento

senza attenzione a strisce pedonali

zigzag sul bagnato senza ombrello

senza documenti né borsa né portafoglio

schizzo via dalla giunglamercato

obliquando rallento prendo fiato

rispondo alla domanda muta

del venditore ambulante

– è da un po’ che mi fissa perplesso –

sai la fine mi tiene d’occhio e voglio

andare senza direzione

come un bambino fare splash nelle pozzanghere

se vuoi se hai tempo appena

il tiglio smette di gocciolare

ti racconto una stupida vita

come stupisce come istupidisce

sai non si vede non si vede nessuno

nessuno è reale piove sempre

nella pioggia sbavano i segni

ma le pagine accidenti quelle sono

insperate di bellezza

disperante bellezza irraggiungibile

poi i lampi i lampi

dall’oltre indecifrabili martellano le tempie

e l’umano l’umano nausea fa barcollare

ma non mi arrendo

calpesto limiti recinti codici

e non mi perdono ché anch’io sono umana

così mi lascio vivere

un vivere piccolo semplice che almeno

un po’faccia coesione

un rimpicciolirmi come

di seme tra i semi

***

 

ora che mostro viso e braccia aperte

 

s’accendono i corpi le voci

più libero il pianto più intense le carezze

apro armadi nel petto e

vado per salti

dimentico zaino zavorra

virgole punti de-finizioni

tanto so che l’altrove

mi tiene d’occhio e

dorme la mia bambina delle meraviglie

ancora irrubata dal mondo

intatta nel suo pianeta

cosa devo farci io con questo spudorato pianeta

cosa devo farci con il terribile che infuria

con le solite frasi il solito sgomento

con quella spes ultima illusione

cosa devo farci pure con la poesia

tanto so che la nave

sta trascinando al largo

nel muto acquario dove ci ritroviamo

come all’origine nudi

finalmente originali miseramente

splendidi nel nulla

***

 

raccontarti

della distesa muta che circonda

nessuna vibrazione

trascorsi millenni dal diluvio

solo rovine

no messaggi no mails

a chiedermi perché sola e risparmiata

conservata per quale nuovo mondo

quale senso

poi dirti della vestizione

per il viaggio che smuove le pianure

oltre ogni confine

e il fiume largo il fiume

e del risveglio e del segno ancora

che mi scrive m’inarca

ancora linfa a corrermi nei fianchi

richiami che tornano a squillare

quaderno a registrare

***

 

a Nicole del mattino

 

bello vederti bere l’aria

mentre salti sul mondo

s’accendono le arance

ti svegliano ti svelano

una terra d’incanti di festa

senza ombre né memoria

ammutolisco sulle frasi che lanci

verso la mia disfatta geometria

mi indichi il segno del silenzio

io tua piccola alunna tu maestra

mi metti seduta spossessata di storia

sotto l’arco del tuo tempo abbagliante

vedo con le pupille lunari dei gatti

torcersi i meridiani unirsi i continenti

sotto i tuoi passi di conchiglia

brillano nel tuo mare

isole che non raggiungo

***

 

dalla sezione PER TUMULTI

dal monte al mare concordi le soluzioni della natura sull’amore

lungo i fianchi del monte il silenzio

scuote appena la notte

in alto prendono consistenza

i fili invisibili che tengono fisse le stelle

questa concavità di valico ristora

il mio respiro in corsa

l’erba mi attraversa smagliante

mi fa scivolare a valle con l’entusiasmo

potente di valanga

ti raggiungo

il tetto della tua casa ha canali d’aria

vi passano suoni del tempo trascorso nelle stanze

ma appena entro il rimpianto ammutolisce

sa che posso scaldarti già guardandoti

ti performo la scena d’amore

le onde-salento che lampeggiano

il soffio greco del timo sullo scoglio

la carezza del tufo ecco

abbiamo già i piedi nella corrente

***

bla bla bla è urgente

capovolgere i suoni

alba alba alba capite?

se si sovvertono se le stanze

si mettono in subbuglio

dietro la porta può affacciarsi

la sempre sfuggente poesia

può rinascere

incurante del rumore intorno del brusio

crescere con la sua fame adolescenziale

di cose vere sia pure materia rarefatta

di parole vive dai corpi

lungo tutti i meridiani pure

da territori dubbi come atlantide

o aldebaran o l’isola di ogigia

insomma – accidenti – da spazi

inaccessibili

provare solo deliri di sfioramento

farsene una ragione

***

dalla sezione PER SPAZI INACCESSIBILI

posto di pietra

cerca – ad esempio – il profilo di un vecchio

seduto sulla pietra al sole siediti accanto

inizia con un’inezia parlagli di vigne o di mare

accogli la sua lingua spezzata che trasforma

la piazza in fantastico teatro

di strampalati racconti

fanne ricordi fermi per l’inverno

vento caldo di favole ai tuoi figli

ritorna a fargli visita

ogni volta prima di partire

il suo posto di pietra così simile

al tuo vecchio banco a scuola

erano voli di parole-rondini

a lasciarti sigilli sulla fronte

nel becco rami che rifondano paesi

dove i profili tutti si somigliano

a mezzogiorno passarvi il pane

e insieme tornare a casa

come stringendo al petto il mondo

prima della prossima tempesta

***

elogio del futuro senza tabù

dove cade l’ultima luce

là sulla terra della riservatezza

dove non oso accostarmi

avanza il suo profilo drammatico

ha occhi penetranti matematici

mentre continua la sua caccia

lucida già decisa

senza ombra di premeditazione

mi lancia nel tempo

i suoi eureka ritmati

come note di fisarmonica

quando improvvise scoppiano

durante i matrimoni

donna che hai accolto nutrito conservato

il seme la bella carne e ti sei liberata

ecco sei stata

ora ti sospingo stralunata

in questa tua chiara stanza del sonno

uomo da sempre dominus fiero

in perentorio avido pensiero

pugnale innestato a ordinare

vincere eliminare

ecco a te il buio che illumina

ogni vittoria presunzione errore

ai vivi resta in mano

incorrotto un ramo

aspirazioni e sogni da sfogliare

restano tracce di linguaggi

di manufatti di macchinari

con la loro usurata grammatica

a dire la speranza e pure l’irreparabile

(a volte il destino già occhieggia nei nomi)

***

Annamaria Ferramosca

nata a Tricase (Lecce), vive a Roma. Fa parte della redazione del poesia2punto0 portale, Dove e ideatrice e curatrice della rubrica Poesia Condivisa. Ha all’attivo collaborazioni E Contributi creativi e Critici con varie riviste e siti di Settore. Vincitrice del Premio Guido Gozzano e del Premio Astrolabio e recentemente del Premio Arcipelago Itaca, e finalista ai Premi Camaiore, LericiPea, Pascoli, Lorenzo Montano. Ha Pubblicato in poesia: Andare per salti, Arcipelago Itaca 2017, trittici – Poesie Il segno e la Parola, DotcomPress 2016, Ciclica, La Vita Felice 2014, Altri Segni, Altri Circles– Selected 1990-200 8, collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti , Chelsea Editions, NY 2009, Curve di Livello a le, Marsilio 2006, Pasodoble, Empiria 2006, la Poesia Anima Mundi, Puntoacapo 2011, Porte / Doors, Edizioni del Leone 2002 Il Versante Vero, Fermenti 1999. Ha curato la versione italiana del poetica libro del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D-Poesie 2003-2013, Edizioni CFR 2015 e’ voce ampiamente antologizzata e inclusa nell’Archivio della voce dei Poeti, Multimedia, Firenze. Testi Suoi sono stati Tradotti, Oltre Che in inglese, in francese, Tedesco, Greco, albanese, russo, rumeno. Suo sito Personale: http://www.annamariaferramosca.it

Letti sulla luna (11): La sospensione dei pensieri

Postato il

luna-1luna-2

vademecum” della rubrica Letti sulla luna:

L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.
Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo. Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.

Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida. 

piovesan-copertina

Francesca Piovesan

La sospensione dei pensieri, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero, 2016

Per un attimo

mi rivedo bambina a rotolarmi

in un’immensa distesa di grano

artefice inconsapevole

di una folle falciatura.

Forse per individuare le giuste coordinate della raccolta La sospensione dei pensieri di Francesca Piovesan è necessario provare a dare un nome e una dimensione agli accostamenti di termini contenuti nei versi qui sopra citati: “artefice inconsapevole” e “folle falciatura”. Hanno una natura quasi ossimorica: l’artefice in genere ha un intento, uno scopo. Se è inconsapevole diventa uno strumento, un mezzo, quasi un utensile. Un simile ragionamento si potrebbe fare riguardo a “folle falciatura”: la falciatura segue una tempistica ben definita e si basa su tecniche studiate ed eseguite con cura e con metodo. Una falciatura folle suggerisce quasi l’immagine di uno scempio delle messi, o almeno di una creativa opera di distruzione che riconduce il campo ad un condizione primigenia. Ma forse è proprio questo che, con naturalezza e con passione, la Piovesan ha voluto fare, o meglio ha sentito di fare in questo suo libro. Quel rivedersi bambina, in una condizione di libertà assoluta ed autentica, non è solo un ricordo ma un’aspirazione. Potremmo dire che è la nostalgia di un desiderio. Un passato che si incarna nel presente e nel futuro. L’autrice si rende conto che quel rotolarsi in un campo immenso non è più possibile. Non con quella spensieratezza priva di confini, almeno. Il campo oggi è delimitato da nuove consapevolezze, dalla cognizione del dolore, da rimpianti e da svariati condizionamenti sociali. Ma, per fortuna, resta la folle falciatura: quell’attività di ristrutturazione, di cancellazione e di nuova creazione che si può compiere anche nel campo della scrittura. Come se il grano diventasse parola e l’attività del raccontarsi in poesia fosse ogni giorno un nuovo palinsesto.

Il tempo resta, rimane la sua impronta. Ma, e qui probabilmente si colloca il senso e lo scopo del titolo, è possibile attuare una sospensione dei pensieri, che non significa cancellazione, di per sé impossibile, ma rilettura e riscrittura, sulla base di quella consapevole inconsapevolezza che permette di recuperare l’essenza immediata senza abdicare alla nitidezza espressiva che consente poi di renderle intelligibili, a se stessi e agli altri.

Francesca Piovesan ci propone riflessioni che sono fatte di emozioni e emozioni che sono fatte di pensieri. Non appare casuale la catalogazione quasi tassonomica dei vari tipi e delle varie qualità e caratteristiche del pensare. Ogni sezione del libro definisce e descrive uno specifico tipo di pensiero, soffermandosi sul suo peso, sulla lievità, la pesantezza, la distanza, l’intensità e altri modi e forme. Ma non è una catalogazione sterile e burocraticamente esatta. Non ci sono compartimenti stagni o lindi e asettici cassetti di archivi. In questo libro tutto è contaminato, e quindi reso fertile. C’è una vitalità appassionata e vorace, febbrile ma mai malata. C’è una sensualità solare, positiva, come un modo per confermare le infinite variazioni sul tema del pensiero tramite il corrispettivo concreto, altrettanto modulabile, del corpo.

La tessitura dei versi di questo libro è lineare, ma mai semplice o banale. C’è sempre quel desiderio di spingersi un passo più in là, senza sperare di ottenere formule alchemiche che tramutino in qualcosa di perfetto eventi o oggetti e senza sperare in panacee o pietre filosofali. Il metodo o forse l’istinto, o entrambe le dimensioni insieme, consistono nell’accostare riflessioni e quotidianità, volo e suolo. “E se oltre il buio profilo dei monti/ si facesse improvvisamente sereno?/ Non c’è forza dentro me/ per spingermi oltre l’orizzonte/ degli eventi. Il mio destino/ è di non conoscere nulla di più”: l’immagine costante e familiare del profilo dei monti diventa una siepe leopardiana dietro cui c’è però la consapevolezza di un contrasto, la volontà di andare oltre un confine che è per sua natura invalicabile. Oppure “Ricordo quel disegno di bambina:/ un vecchio mulino dimenticato in campagna./ Le pale immote nella fissità della vita.”. Con un rimando all’infanzia che torna ciclicamente in tutta la raccolta, come a confermare un continuo punto di riferimento ideale, mutato dal tempo ma mai vinto. Quasi a contrastare con la forza del movimento e della trasformazione quella fissità della vita che tenderebbe a cristallizzare tutto.

“Aroma di tabacco/ fra i capelli sparsi al vento./ Labbra di mela nel dire […] Fugace senso/ di profonda pienezza”: la poesia di Francesca Piovesan in questa raccolta si muove danzando tra contrasti e chiaroscuri. Senza mai scordare il dono della lievità. Che non equivale a inconsistenza ma semmai alla volontà di unire in un gesto o in una parola fugacità e permanenza. I contrasti sono composti da componenti unite tra di loro per creare un senso di completezza fluida: sobrietà e brio, quiete e sensualità, realtà e sogno, ragione e immaginazione. L’intento, percepito più che programmato, è quello di provare ad attuare l’invito implicito di Pascal espresso nella frase posta ad esergo: quello a concentrarsi sul presente, sulla bellezza e sulle imperfezioni, sul piacere e sul dolore dell’attimo attuale piuttosto che sulla nostalgia del passato o sulle aspirazioni del futuro. La sospensione dei pensieri è un libro in cui luce ed ombra, vitalità e riflessione si incontrano e si fondono grazie ad un atteggiamento schietto e sincero, grazie alla capacità di lasciar scorrere dentro la vita il pensiero dell’esistere. Senza mai neppure ipotizzare di risolvere il mistero, ma abbandonandosi, nel canto, alla sua malia. IM

* * * * * * *

Prefazione al volume

La poesia come esprit de finesse

Il titolo della seconda raccolta di Francesca Piovesan spinge di primo acchito a cercare analogie con Les Pensées di Blaise Pascal, il grande filosofo francese tormentato dalla coscienza dei limiti umani.

Egli mediante l’esprit de finesse riesce a superare le angustie della pura razionalità intrinsecamente incapace di cogliere la realtà dell’essere umano profondamente complesso, enigmatico, contraddittorio, ricco di infiniti aspetti. Ma Pascal è filosofo e, come tale, descrive, organizza i concetti, indica linee, propone norme in modo fondamentalmente razionale, anche quando ne delimita gli ambiti; il poeta invece traduce in atto quello “spirito di finezza”, lo concretizza, lo invera.

E proprio per questo la grande scrittura in versi e l’arte in genere vanno interpretate come gli strumenti più completi per rappresentare la Weltanschauung di un periodo storico (cfr. il I tomo dello studio di Giuliano Ladolfi La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà).

Anche Francesca Piovesan si pone sulla scia del pensatore transalpino e intende qui proporre una serie di pensieri di contenuto diverso, ma anche di impostazione diversa, quantunque rimanga comune il legame con l’aspetto diaristico.

La macrostruttura è delineata dalle diverse sezioni che scandiscono la diversità dei “pensieri”… Già i pensieri! Ma quali sono i pensieri dei poeti? Anzi come pensa un poeta? Mi sto accorgendo di addentrarmi in un campo minato, perché si tratta di inquadrare un mondo multiforme quale è lo spirito umano e anche in questo caso occorrerebbe un pascaliano esprit de finesse. Nonostante la difficoltà, non mi sottraggo alla sfida: il pensiero del poeta è una sensazione che a fatica si risolve in parole. In questa lotta troviamo l’intera personalità di un essere che, oltre alla ragione, è materia, storia, lingua, vicenda, coscienza e inconscio, relazione, razionalità, sentimento, progetto, aspirazione, tradizione, originalità…

Il pensiero del poeta è “totale” anche in una dimensione individuale: « Sento le tue mani calde, / profumano di pane fragrante, / impastano anima e corpo». La Piovesan senza dubbio rappresenta l’esempio concreto che le maniere novecentesche postromantiche, avanguardiste o neoorfiche hanno lasciato finalmente il posto a una parola “chiara e forte” (cfr. Introduzione all’antologia L’opera comune.

Poeti nati negli Anni Settanta), una parola che sappia delineare scenari, aprire orizzonti di senso, battere con vigore sul cuore e sull’animo del lettore. Sensazioni

tattili, visive, olfattive («Odore di zenzero e panpepato») si uniscono a una passione vissuta nella sua completezza («assaporo, morso a morso, / sino

a farti per sempre mio»). Guardarsi, parlare, percepire il calore del corpo amato, tutto si trasfonde in pensieri di serenità, in «fugace senso / di profonda pienezza».

I pensieri lieti, però, possono trasformarsi in pensieri lievi, che colmano lo spazio tra poesia ed esistenza: suoni, piante, silenzi, persone escono dalle pagine, entrano

nella vita vera dei versi.

Ecco dunque delinearsi scene di rara bellezza, in cui la natura e l’uomo trovano un’unione di intenti in un’atmosfera trasfigurata («In questa / notte di San Giovanni / tra faville d’erbe magiche / le fiamme s’alzano al vento / a lambire dolci pensieri»)

e la “sora nostra matre terra” che “ne sustenta e governa” procura felicità di fronte ai «frutti maturi» in una letizia che pervade uomini e mondo. Anche la poetessa si lascia conquistare dall’ebbrezza “panica” nel senso francescano del termine e non certo nel

senso dannunziano) come parte di un’immensa vita («mi abbandono tra spighe ondeggianti») e dalla felicità procurata dalla lettura di «un libro» di poesia.

Per questo è difficile sentirsi radicati soltanto nella propria terra.

Pensieri lontani: eppure quell’essere contraddittorio soffre di nostalgia (etimologicamente: “malattia del ritorno”). Verso dove? «Avvinta da una malìa» la poetessa scopre un lato nascosto che affiora quando avverte la lontananza della persona amata al punto da percepire un vero e proprio manque-àêtre della propria personalità («Sono come svanita»).

L’esperienza, tuttavia, ci ammonisce che la «sensazione / di noia indistinta» lascia il posto a pensieri intensi: la passione trafigge l’animo («E poi vorrei sapere perché /con lo sguardo mi perfori l’anima / e infrangi la certezza del ricordo»), un animo «vuoto» “attraversato dalla pioggia”.

E la vita ritorna con fardello dei giorni (Pensieri pesanti): «Anima e corpo spossati /giacciono in un limbo, immoto». La gioia, l’unione con l’universo, l’esistenza stessa paiono svanire nell’indifferenza, nella mancanza di prospettive, e tutto si disfa «in polvere di sogni», dove si infrange l’eco montaliana:

La vita è questo scialo / di triti fatti, vano / più che

crudele”.

Pensieri sospesi: eppure il cuore umano non si rassegna; la voglia di ribellarsi ritorna («E se oltre il buio profilo dei monti / si facesse improvvisamente sereno?»), anche se fievole, nella routine quotidiana, dove si alternano, si mescolano e si separano ricordi

adolescenziali, speranze, il «sogno di ragazza»: è difficile spingersi «oltre l’orizzonte degli eventi».

Quale la conclusione? La affido alla sensibilità e all’esperienza del lettore. Certo, in questi versi così levigati, in questo lessico così sorvegliato ed essenziale pulsano l’esperienza e la sensibilità di ogni persona, perché i pensieri di Francesca Piovesan

descrivono con potenza i nostri pensieri.

Giulio Greco

piovesan-copertina

Poesie tratte da

La sospensione dei pensieri

PER SEMPRE MIO

Sento le tue mani calde,

profumano di pane fragrante,

impastano anima e corpo.

Sul tuo volto di farina

poso la mia fronte.

La tua guancia di mollica

mi accoglie e ti ricopro

di baci scrocchianti, ti

assaporo, morso a morso,

sino a farti per sempre mio.

*

POESIA DI PAROLE

La densità del silenzio

culla il mio pensiero

in un dissimulato desiderio.

Come poesia dell’anima

le tue parole.

*

NOTTE DI SAN GIOVANNI

Verdi screziati

nel crepuscolo caldo.

Effluvio di rosmarino in fiore,

aroma di magnolie.

Senso di quiete profonda.

Nella luce soffusa si sperdono

parole e versi. In questa

notte di San Giovanni

tra faville d’erbe magiche

le fiamme s’alzano al vento

a lambire dolci pensieri.

Poi la notte morbida

ricopre tutto.

*

MARE DI SPIGHE

Nel sole alto

sento il silenzio caldo.

Mi abbandono tra le spighe ondeggianti.

Galleggio nel mare di nuvole

che trascorrono rapide.

Il tedioso frinire della cicala

mi riscuote. Per un attimo

mi rivedo bambina a rotolarmi

in un’immensa distesa di grano

artefice inconsapevole

di una folle falciatura.

*

LONTANO

La tua assenza brucia nello stomaco

stride nel pensiero, graffia il cielo.

Poi il dolore, raggrumato, denso,

d’asfalto viscido, improvviso si scioglie.

*

EVANESCENTE PRESENZA

Il pieno, il vuoto.

Frastornante silenzio

di pensiero pregno

nel caos cosmico.

Sono come svanita.

*

MIRAGGIO

Un languore profondo mi vince,

dolceamaro sentire.

Mi sfinisce il tuo sguardo

color della terra

screziato di cielo.

*

IN UN BICCHIERE

Tintinnii di ghiaccio nello sguardo

di fuoco.

Per un istante vengo meno in te.

Annego e non so più se sono

o non sono

immagine deformata dietro il vetro.

Uno spicchio di sole galleggiante

in un calice trasparente.

*

NOTTI D’ESTATE

Passi scricchiolanti nella notte,

madidi di sudore.

Estate d’incanto e disincanto

in un letto disfatto, insonne.

Rintocchi di campane scandiscono

il tempo dilatato dal silenzio.

Si avviluppano nella mente

oniriche bramosie.

Anima e corpo spossati

giacciono in un limbo, immoto.

*

INCONSAPEVOLMENTE CONSAPEVOLE

Sull’aria di cristallo

collidiamo inermi.

Inetti a questa vita

ci abbandoniamo al caso,

ci consumiamo, poi

verso la fine, d’improvviso,

ci accendiamo d’infinito

ci disfiamo in polvere di sogni.

Tragico inganno dello stupore.

dsc01246

Notizie biobibliografiche

Francesca Piovesan è nata a Venezia e laureata in

Lettere a Ca’ Foscari. Abita a Pordenone. è insegnante

di scuola secondaria di secondo grado. Coltiva

nel contempo la passione per la scrittura,

lavorando prima su riviste associazionali, poi sul

«Gazzettino», per il quale ha condotto dei reportage

di carattere culturale e sociale. Nel privato scrive per

diletto testi sia poetici sia narrativi.

Solo negli ultimi anni ha deciso di renderli pubblici,

partecipando a qualche concorso. La poesia

Vienna è stata segnalata per qualità e originalità al V

Concorso di poesia e letteratura di viaggio “Le capitali”

nel 2010 e il racconto Parole silenti ha ricevuto

un riconoscimento e targa celebrativa, nonché citazione

nell’antologia, alla 3^ edizione del concorso “I

Picentini” nel 2011. Ha ricevuto la menzione d’onore

della giuria al concorso “La voce dell’anima” e suoi

testi sono stati inseriti nell’ebook La voce dell’anima

2016. La video poesia L’onda infame è risultata finalista

nel “Premio Internazionale di letteratura Antonia

Pozzi” del 2016. Ha un blog di letteratura nel sito “I

colori della vita”. Nel 2015 per la casa editrice Ladolfi

ha pubblicato la raccolta di poesie Una vita tante

vite. Il libro è stato inserito nello scaffale del blog di

poesia della RAI curato dalla poetessa Luigia Sorrentino

ed è stato recensito da varie riviste e blog letterari.

13925446_278033689232705_4954818082022522683_o2006_08_20-019-2

Alcune lezioni sulla vita e sulla morte

Postato il Aggiornato il

Ho incontrato Narda Fattori a Sant’Arcangelo di Romagna il 22 ottobre scorso. Sapeva che le restava poco tempo eppure ha accettato di presentare il mio libro alla Biblioteca Baldini. Lo ha fatto senza mai smettere di sorridere, facendo sua la vicenda narrata, raccontandola come se la avesse vissuta in prima persona brano dopo brano. La ha tramutata in una storia nuova, fedele e libera allo stesso tempo. Poi, assieme ad Antonella Brighi ed altri amici, siamo andati a cena. Era la terza volta che le parlavo di persona. La prima era stata a Pisa, la seconda a Sogliano al Rubicone, al Premio Venanzio Reali di Bruno Bartoletti. Eppure, seduto accanto a lei, io, orso non di rado laconico, mi sentivo allo stesso tempo parente e amico, figlio e compagno di viaggio di una lunga gita, una scampagnata sui prati della vita. Narda aveva una dolcezza aliena alle sdolcinatezze. Ti guardava fissa negli occhi, dava e chiedeva verità. Pur sapendo sempre capire e in fondo amare allo stesso modo, con la stessa forza, anche l’errore, l’imperfezione.

narda-fattori-1

Narda sapeva che il mondo è storto e sbilenco ma non per questo lo disprezzava, anzi, lo amava con più volontà. Nelle sue Parole agre. https://ivanomugnainidedalus.wordpress.com/2012/04/15/le-parole-agre/ , c’era la dolcezza di chi sa quanta fragilità ci sia nella forza e quanta forza nella fragilità.

leparoleagrenarda-fattori-3

Narda ha cantato i suoi versi e raccontato le sue storie fino in fondo. Senza mai smettere di assaporare i versi, il vino e ogni boccone di pane, cogliendone la sacralità concreta, il legame tra le zolle e quei colori sfumati e cangianti che sono sopra e dentro di noi.

E io, seduto accanto a lei, forestiero strano, viaggiatore spaesato, mi sono sentito a casa mia.

Sempre certo della sua presenza, sempre incerto riguardo alla possibilità di ricevere da lei una carezza o uno scappellotto, semischerzoso certo, ma sempre molto schietto e robusto.

narda-fattori-5

Ho incontrato Narda Fattori tre volte in vita mia ma oggi ho perduto qualcuno che avevo vicino.

La regola si conferma: nella vita conta la qualità, non la quantità.

Sono certo che se Narda leggesse queste parole le correggerebbe con una penna rossa e aggiungerebbe una battuta di spirito, lieve e corposa allo stesso tempo, ad ogni frase.

Ci inviterebbe magari a leggere o rileggere un suo libro, dicendoci che siamo dei patacca, che lei è ancora qui.

Ed avrebbe ragione lei, tanto per cambiare.

Dall’insegnante Narda Fattori ho ricevuto alcune lezioni sul modo di affrontare la vita e la morte: con coraggio e lievità, senza mai smettere di essere umani, con tutto ciò che comporta, l’impegno e il gioco, la ragione e la passione.

Spero di avere recepito abbastanza e soprattutto spero di sapere applicare qualcosa di ciò che senza mai predicare, senza mai pontificare, ci ha mostrato.

Ciao Narda, alla prossima cena, su qualche nuvola dove fanno un’ottima piadina

narda-fattori-2