valeria serofilli

Alla casa di Dante

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Scusandomi per il ritardo, propongo un resoconto (tratto dal sito Pianeta Poesia http://www.pianetapoesia.it/?p=410)  della mia presentazione alla Casa di Dante a Firenze del 14 marzo scorso.

Pianeta Poesia

PIANETA POESIA fa parte dell’ASSOCIAZIONE NOVECENTO POESIA diretta da Franco Manescalchi.

La bellezza del luogo, le suggestioni artistiche e letterarie e la partecipazione attenta dei presenti mi hanno consentito di annotare belle sensazioni da inserire “nel cammin  di nostra vita”. Copio, sperando di non essere mandato all’Inferno. Oppure sì: la compagnia descritta dal Poeta è molto interessante.

Ringrazio i relatori e i lettori, di cui riporto qui di seguito le note e i commenti. IM

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La presentazione è iniziata con il benvenuto della Presidente del Circolo degli Artisti, Graziella Marchini.

Poi Annalisa Macchia ha presentato l’autore, elencandone le molteplici attività e opere, ed ha letto la propria nota critica:

“Scarne, essenziali le notizie biobibliografiche di Ivano Mugnaini presenti su questo libro, in perfetta sintonia con il carattere schivo e modesto dell’autore (pregevole e rara virtù, oggi, tra gli scrittori), nonostante l’eccellenza della sua attività letteraria e critica, caratterizzata da un autentico amore per la parola, in ogni sua artistica declinazione. Molto sinteticamente ricordo che Mugnaini è autore di romanzi, racconti, poesie, recensioni, note critiche; collabora con riviste ed  editori, ha curato una rubrica sul sito della Bompiani RCS, cura un blog letterario tutto suo, “Dedalus”, www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com e il sito www.mugnaini.it, dove sarà  facilmente rintracciabile una nota biobibliografica più ampia e dettagliata.

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Certamente può essere utile appropriarsi delle note bibliografiche di un autore per inquadrarlo, capire a grandi linee come si articola la sua scrittura, tuttavia non è sufficiente per percepire a pieno le sue potenzialità, quanto riesce a trasmettere con la parola, quale vita sa ricreare nelle pagine, quanto di sé sa comunicarci. Leggere le sue opere resta un’inevitabile e spesso sorprendente via. Avventurarsi in questo specchio di Leonardo, dunque, aiuterà indubbiamente il lettore a conoscere meglio la personalità del grande artista-genio toscano, ma, e non in misura inferiore, anche quella di chi l’ha scritto.

Il romanzo, precisa l’autore, è stato ispirato da un film-documentario su Leonardo da Vinci, alle prese con lo studio sugli specchi, cui il genio si dedicò a lungo per scopi scientifici e militari, suscitandogli interrogativi sul possibile rapporto tra il genio toscano e la sua immagine speculare, con tutti i contrasti che potevano derivarne.

Così, dall’incontro casuale con un sosia, di identico aspetto fisico, ma diversissimo come carattere e inclinazioni, Manrico, nasce e si sviluppa questo romanzo, non ascrivibile al genere “romanzo storico” perché molti sono gli elementi romanzati della vicenda, anche se la ricostruzione storica dell’ambiente è fedele e ricrea una perfetta cornice di paesaggi e situazioni per i personaggi che vi si muovono.

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Come sottolinea Giuseppe Panella, autore di un ampio saggio critico che precede il testo, il romanzo non può nemmeno essere comparato, trasportati nostro malgrado dall’onda di una potente pubblicità, a una delle tante sensazionalistiche emulazioni nate in seguito alla fortuna del Codice da Vinci di Dan Brown. Il romanzo di Mugnaini affonda le sue radici in ben diversi terreni, possiede una personalità propria (anzi due…), ben delineata e tratteggiata, seppure inserita nella vastissima corrente delle tematiche trattate.

Quest’opera, afferma Giuseppe Panella, è uno scavo in profondità nella mente di Leonardo supportato da una notevole ricostruzione del suo percorso biografico che non pretende tuttavia di rivelare verità storiche nuove o sorprendenti quanto di puntualizzare e di ricostruire ciò che è noto della dimensione umana del personaggio, tentando di farlo interagire con le proprie contraddizioni.”

Un’opera che si situa sia tra le molteplici, varie e variegate altre opere sul geniale artista toscano, dopo aver solleticato la fantasia, gli studi e la voglia di indagine di tanti autori nel corso dei tempi,  sia in quelle, ancor più numerose, che, fin da epoche assai anteriori a quella di Leonardo, si destreggiano con l’inesauribile tematica del doppio. Non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta nell’enumerarle, ma, forse, la mente corre più facilmente ad alcune, famosissime, giocate sulla tragedia, come: Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde di Stevenson, Il ritratto di Dorian Grey di Oscar Wilde, Il fu Mattia Pascal  o anche Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello; oppure a quelle in chiave più surreale come Il visconte dimezzato di Italo Calvino o L’uomo duplicato di José Saramago; ma anche alla godibilità del “doppio” giocato da Plauto, Shakespeare e dal nostro Goldoni.

Il “doppio” di Ivano interpreta il desiderio inappagato che ciascuno di noi ha di comprendere la natura umana in ogni sua misteriosa sfumatura, cercando se stesso negli altri e in ciò che ci accade intorno. Aspirazione, a maggior ragione, drammaticamente vissuta da Leonardo, dotato di un genio capace di creare bellezza e scienza così magistralmente da essere difficilmente superato da altre menti e mani della sua epoca, senza tuttavia riuscire, per la intrinseca limitata natura umana, a comprendere fino in fondo la ragione della sua creatività, la complessità, la follia e tutti i moti spontanei di un io più profondo, costantemente tenuto a bada dall’altro io, quello inevitabilmente soggetto alle soffocanti leggi della società.

L’incontro con il sosia Manrico è per Leonardo l’occasione di affondare in questa oscurità, di scavare impietosamente in se stesso, liberando istinti repressi, lasciandosi coinvolgere poi da insolubili contraddizioni, tormentato dal continuo struggimento di non trovare adeguata finitezza alla sua sete di sapere e nel suo operato. Cercherà di mettere quest’io nei suoi ritratti. La pittura è per lui lo specchio in cui guardare dentro di sé e risalire alla parte più sconosciuta di se stesso; davanti al suo sosia, il suo specchio umano, capiterà la stessa cosa. Crederà di essersi ritrovato in parte, ma dovrà prendere tragicamente atto del suo fallimento, poiché l’io di entrambi, come quello di ciascuno di noi, è in continua evoluzione, sfuggente, ambiguo, inafferrabile.

Particolarmente interessante, nella nota critica di Panella, è il duplice riferimento, opportunamente presentato nel testo in maniera speculare, alla Introduzione al metodo di Leonardo da Vinci del 1894 di Paul Valery e al saggio biografico su Leonardo di Sigmund Freud, scritto nel 1910.

Si tratta di due tra le più autorevoli e significative analisi su questo personaggio, profondamente diverse, come diversi sono i loro autori e le origini, ma capaci di mettere in luce le altrettanto diverse facce di Leonardo: il rigore scientifico che convive con la grazia delle sue opere artistiche, ovvero la natura solare di artista-scienziato evidenziati da Valery e, scandagliata da Freud, la resistenza al piacere, l’inquietudine interiore, la genialità misurata in rapporto alla vitalità sessuale.

Affidando alla parola scritta, come l’autore fece a suo tempo anche nella raccolta poetica  Il tempo salvato, un’operazione di scandaglio nei meandri più profondi dell’essere, attraverso cui si possa arrivare a conoscere qualcosa di più di noi stessi, letterariamente scavalcando ogni barriera temporale, Mugnaini guida il suo Leonardo in questa particolare ricostruzione al contempo biografica e romanzata.  Nell’umanissima figura umana che ne emerge, combattuta tra dubbi e incertezze, tra complessità e linearità, tra luce e buio, tra bene e male, si percepisce bene quanto lo scrittore si identifichi con il suo personaggio, con lui immerso nell’ansia di una ricerca di verità sfuggente, che mai si rivela nella sua pienezza, perché al Vero è concesso solamente avvicinarci.”

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A questo punto Valeria Serofilli, dell’Associazione Caffè dell’Ussero, di Pisa, ha letto alcuni brani dell’opera.

L’intervento di Giuseppe Baldassarre è iniziato portando i saluti di Giuseppe Panella, che non ha potuto partecipare, per impegni di lavoro lontano da Firenze, e leggendo alcune righe dall’Introduzione al libro fatta dallo stesso Panella. Se ne riporta una parte: ” Il libro di Mugnaini è un romanzo, anzi una biografia romanzata simpatetica e allucinata, attraversata dai brividi dell’approssimarsi alla verità, dal timore di non poterla raggiungere. Ma ogni biografia (e, aggiungo, ogni autobiografia) è il romanzo che il suo protagonista non ha avuto il tempo o il coraggio di scrivere. Lo specchio di Leonardo è un sogno della Storia e, come tutti i sogni che si sono avverati, parla un linguaggio fatto di poesia e di sapiente accostamento al vero.”

Poi Baldassarre ha esposto alcune riflessioni critiche, che qui si riportano sinteticamente.

La tensione vitale dell’ambivalenza
Lo specchio porta a un riflesso asimmetrico, che porta a riflettere sull’identità, le due figure non sono un raddoppio, ma un invito a tentare una sintesi che si rivela impossibile. Ma il punto di partenza è ormai superato, per cui c’è evoluzione, necessaria. Che può anche non trovare l’ubi consistam, se non momentaneo. Ma avviene, per caso e per scelta.

Il genio è scontento, insoddisfatto ed ha bisogno di esperire le sue possibilità. Nel caso di Leonardo alla sublimazione degli istinti vitali fa da contralto e contrasto la sensazione, la carnalità, a partire dalla sessualità istintiva. Leonardo e Manrico rappresentano i due poli, la cui tensione è forte e vitale, ma si scopre via via impossibile da armonizzare. Manca la sintesi armoniosa, resta l’ambivalenza, e la scontentezza. E’ un’interpretazione romantica del personaggio simbolo del Rinascimento.

Anche il prodotto artistico è incompleto se non c’è la fusione degli elementi contrastanti: la bellezza diventa statica senza la vitalità degli istinti. A parte le altre opere portate a termine o incompiute, simbolo di questa situazione diventa la Gioconda, che l’artista porta con sé e rifinisce continuamente, ma non ha sorriso. E’ un gesto dirompente di Manrico, espressione degli istinti originari, che la fa diventare pienamente donna e allora appare il sorriso. Suggestiva e inaspettata soluzione artistica che porta alle estreme conseguenze la teoria freudiana della sublimazione artistica. Scelta originale di Mugnaini, che la carica di una valenza artistica anticipatrice di una certa arte performativa del Novecento.

Il linguaggio del romanzo è misurato, ma incisivo, carico di parole e immagini concrete. La narrazione è sempre verisimile. Il lettore si trova subito immerso, in modo del tutto naturale, nell’ambiente e nel tempo della seconda metà del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.

Se l’autore entra in piena sympàteia con il suo personaggio, non è richiesta l’immedesimazione del lettore con Leonardo, anche perché colto in questa fase di schizofrenia, in cerca lui stesso di unitarietà, probabilmente non raggiungibile. La narrazione di Mugnaini, in compenso, rende il grande artista uno di noi, lo porta tra noi. E  questo, insieme ad altri,  è certamente un grande merito dello Specchio di Leonardo.”

Valeria Serofilli ha letto alcune pagine del libro.

E’ quindi intervenuto l’autore che ha dialogato con i relatori e con il pubblico in merito al libro, alla tematica e al proprio metodo di scrittura.

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LETTI SULLA LUNA (10): Ulisse, Vestali e altri testi in poesia e prosa di Valeria Serofilli

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vademecum” della rubrica Letti sulla luna:
L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.
Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo. Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.
Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida.

LETTI SULLA LUNA (10): Ulisse, Vestali e altri testi in poesia e prosa di Valeria Serofilli

Propongo qui alcuni scritti di Valeria Serofilli. Poesie ispirate al mito ma anche viaggi ed esplorazioni della realtà attuale attraverso liriche e brevi racconti.

Come introduzione utilizzo, con riferimenti specifici al testo in questione ma anche con intenti di presentazione di carattere più ampio, la mia prefazione al volume “Ulisse”, a cui aggiungo per ampliare ed estendere la visuale gli interventi critici di Floriano Romboli e Andrea Salvini. IM

 

Ulisse ”

Un caleidoscopio di immagini in grado di mettere in contatto presente , passato e ipotesi di futuro. Racconti che non temono di navigare verso e oltre le Colonne d’Ercole della fantasia senza però mai scordare la terra ferma dei ricordi e dell’osservazione diretta e concreta della realtà. Tramite un linguaggio stringato ma mai ignaro della forza dell’armonia e della lirica, fonte primaria e punto di partenza sia della produzione letteraria dell’Autrice che della sua ispirazione. I racconti sono preceduti da citazioni che orientano la ricezione, o meglio, fanno presagire contenuti e impressioni, incontri e sensazioni, contesti da scoprire passo dopo passo. Il ragionamento sul tempo e sul destino, sulla ragione di ciò che è di per sé, per sua natura intrinseca, irrazionale e imprevedibile, non può avere basi di appoggio certe, se non nella certezza effimera e vitale di una scommessa: quella del viaggio intorno al mondo immaginato e descritto da Jules Verne, oppure quello di Ulisse, ancora lui, figura imprescindibile, il cui percorso dura anni ed è preceduto da immense attese e seguito da lidi sconfinati di rimembranze, rimpianti e volontà di partire di nuovo, nonostante tutto. Ma l’interpretazione soggettiva e l’accorato auspicio dell’Autrice la conducono a dare vita ad un Ulisse atipico, lontano dall’immagine consolidata e prevalente, spinto dalla volontà di un ritorno definitivo in quanto appagato dall’amore finalmente  raggiunto, privo quindi di ulteriori pulsioni di fuga.
I riferimenti autobiografici, caratteristica propria della Serofilli, sia in ambito narrativo che nella sua scrittura poetica, compensano in parte la componente fluida del moto mentale e narrativo. Senza tuttavia fare evaporare del tutto quel senso di mistero che si cela a volte, in modo preponderante, proprio dietro e dentro gli atti e gli oggetti in apparenza più quotidiani e prevedibili, come ad esempio nel racconto “Qui c’è il sole”dedicato alla madre e al suo mondo circoscritto nell’ambito delle mura di una casa, che, in virtù del potere immenso della fantasia e del ricordo, risulta in ultima istanza assolutamente libero, privo di barriere e autenticamente poetico.  Questo racconto sembra esulare dai temi prevalenti del viaggio, ma, per la sua natura ossimorica, in realtà risulta del tutto consono ed anzi in grado di illustrare ulteriormente, per analogia e contrasto, i simboli e i contenuti di maggior rilievo e presa emotiva.
Del tutto esplicite in uno dei racconti da cui non a caso la raccolta prende il titolo, le tematiche del viaggio e della ricerca del sé si ritrovano nelle varie storie in forme diverse ma in ogni caso similari e cariche di risvolti simbolici e allegorici a seconda delle situazioni dei protagonisti e degli intrecci. Anche il testo “Sirena”, il cui  titolo stesso rientra nel campo semantico del mare, è unito agli altri racconti dal sottile fil rouge del potenziamento delle normali capacità percettive condotte al di là delle comuni caratteristiche e capacità umane. In questo contesto Il titolo di un altro  dei racconti, “Un viaggio dentro”, assume una valenza altamente simbolica al punto da poter essere considerato alla stregua di un potenziale titolo alternativo per l’intero volume. Il viaggio della Serofilli, per scelta dell’Autrice, supera con levità le barriere del tempo e dello spazio, consentendo in tal modo anche l’inserimento di racconti di tono quasi fiabesco come Natale da Gatti, dalla raccolta Comete per la coda, per adulti che si sentono ancora bambini.

La narrazione della Serofilli in questo suo libro costituisce quindi un’esplorazione di ciò che è percepibile e, in modo ugualmente presente e urgente, di ciò che non si riesce a visualizzare, quello che resta al di là delle facoltà umane. Ciò che assilla e impaurisce ma al contempo attrae, quell’onda che cela l’orizzonte ma verso cui si dirige la prua, con una sorriso folle ma irrinunciabile.
Alcuni racconti sono di impronta più “lirica”, vele aperte ad un vento malinconico ma lieve. Altri sono tenacemente improntati alla ricerca di una logica ferrea che sfugge, si eclissa o si sposta di qualche grado, in modo costante e beffardo. Una sconfitta accettata in partenza, quella della navigazione cieca, quindi, a suo modo, una sorta di paradossale vittoria. “Perché il bello consiste nell’essere di ritorno da ogni dove senza essere andati da nessuna parte se non dentro se stessi e il proprio animo”, scrive la Serofilli. Il paradosso si fa ossimoro e viceversa, in un gorgo continuo, immutabile e cangiante, che induce a smarrire la rotta, oppure a ritrovarla, nell’attimo in cui si accetta che il viaggio non è il punto d’arrivo ma il percorso.Nei racconti di questo libro la memoria si unisce alla riflessione sul presente e sul futuro, su timori e aspirazioni dalla cui coesistenza emerge il senso del viaggio la cui meta è, per la voce narrante e per ogni viaggiatore di parole e di sogni, un’Itaca da definire e ridefinire gradualmente tramite una narrazione sempre viva e aperta all’incontro con istanti ed echi della storia, individuale e collettiva. Perché, citando l’epigrafe del racconto eponimo, possiamo affermare che, nel subconscio, molti pensieri hanno “nostalgia di casa”. Un’estensione logico-etimologica del termine “nostalgia”, che nega il concetto nell’atto di confermarlo, oppure il contrario. Il tutto ulteriormente complicato dal fatto che il subconscio è un luogo altro della coscienza, quasi un alter ego, una persona estranea che abita dentro di noi. Sulla base di questi contraddizioni e di questi attriti, fertili, o almeno in grado di generare scintille che illuminano per qualche attimo il panorama, la Serofilli ha messo insieme tessere narrative che costituiscono un mosaico interessante, di impronta personale, una prosa che ammicca a tratti alla poesia ma senza mai scordare l’assillo dell’osservare per tentare di comprendere, se non la verità, qualcosa che, nel bagliore dei mari, tra la Colchide e le nostre città, tra i secoli passati e le asprezze del presente, le possa somigliare.
I
M

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Testi da Vestali, poesia (Ibiskos Ulivieri Editrice, 2015)

 

Penelope”

Scriverò sul tuo corpo i miei rimpianti

fra i tuoi capelli neri e bianchi

Ci siamo lasciati e ripresi mille volte

tra infinite voglie

Il filo interrotto e saldato è diventato tronco

su cui arrampicarsi:

voglio un cambiamento/ una catarsi

Sul tuo corpo tracce

del nostro amplesso/ miste ad altri odori

di cui non mi spiego il senso

 

Invoco venti che dissipino i tuoi torti/ tutti

i ti amo estorti

 

Tesso e intarsio

di te mai sazia

 

All’amore, al fuoco di passione

non chiedo verità

tra il limite del sogno e recriminazione.

 

Lo specchio”

Il tempo impazzisce i suoi ricordi

Chi è la più bella – chiedesti

ed io risposi

Capelli bianchi, chili in eccedenza

incolmabile perdita d’amplessi

Fai la somma: assai probabile crisi d’astinenza

Non scriverei più cuori sulla sabbia

né sullo specchio/ appannato dai nostri amplessi

ma il contenuto è lo stesso:

di te non so far senza

-Illusa Penelope/ lui non tornerà

e se lo farà, non sarà poi il tuo telaio a trattenerlo

né potrai recidergli le ali o sabotare il suo vascello

spezzandone l’albero maestro

che inesauribile è la sua sete-

– Intanto ho messo il telaio accanto alla finestra

per essere la prima a gridargli ben tornato –

Quando incontrerò i tuoi occhi”

Quando incontrerò i tuoi occhi

sarà connubio/ stasi e Paradiso

sarà che tutto tornerà sorriso

e la mia mente in volo, iconostasi

di territori dall’amore invasi

Quando incontrerò i tuoi occhi

estati d’estasi

per tutti gli inverni trascorsi/ senza i tuoi occhi

senza che mi tocchi

Uniti nella distanza/ distanti e

più che mai uniti /proprio perché distanti

ma troppo lontana è la Colchide.

SEZ.4 – Itaca

Malata di tua perdizione”

(Omaggio a “Folle, folle, folle di Amore per te”Folle, folle, folle di Amore per te”olle, folle, folle di Amore per te”

di Alda Merini)

Ho avuto a lungo un uomo

che viveva della mia stessa essenza,

empatia/ dedizione meravigliose

ma che senza accorgermene/ mi portava nei suoi abissi

gabbia di cristallo mai infranta

E la sete, la pazzia/ la cieca corsa verso il mare aperto

smarrendo il mio sguardo/ oltre la soglia dell’amore

Tout passe

tout casse

tout lasse et

tout se remplace” mi disse

A chi interessa ora/ il mio pianto

mentre nuvole di aceto corrugano il mio canto

tra le parole derise di un risveglio ancora vago

A chi interessa

se ha trasformato ogni mio gemito in tormento

se folle/ cerco il suo calore adorato

nel buio e gelo di una stanza vuota?

Mi trovo ora a vacillare incerta

sui colori accesi di quei nostri giorni.

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POSTFAZIONE DEL PROF FLORIANO ROMBOLI A ULISSE

Sotto il segno di Ulisse*

In questo intervento intendo soffermarmi su due recentissimi lavori di Valeria Serofilli, l’e-book Ulisse (La Recherche, 2014), una raccolta di brevi racconti, e la silloge poetica ancora inedita, Vestali; si tratta di opere differenti, pensate e realizzate autonomamente eppur non prive di molteplici rapporti ideali e formali, tali da rendere criticamente proficuo un attento esame comparativo.

Occorre comunque muovere da una premessa: la ricerca della scrittrice, ormai piuttosto ricca di testi, appare caratterizzata dall’interazione di intensa esperienza personale e di raffinata elaborazione culturale-letteraria la quale canalizza e sublima i dati emozionali e sentimentali attraverso una strategia di allusioni prestigiose, di riferimenti archetipici di rilievo pregnante e dall’effetto universalizzante.

Nelle prose che compongono Ulisse – spesso di “impronta lirica”, come bene ha visto il prefatore Ivano Mugnaini – i richiami formano grappoli associativi:

Il mio uragano personale con te, che mi prendi e mi lasci come l’onda che sbatte sullo scafo. Ulisse sirena, naufragio d’anime. O Adamo e la sua donna, dai tempi (racconto Ulisse (il mio Ulisse);

Ora e da ora, con te, sarà un nuovo viaggio. Riprende il volo d’Icaro, ma con ali che non siano di cera, che non si sciolgano al fuoco di nuove passioni: basi più solide per nuove fondamenta. Così ti dico – Buon viaggio, mio Ulisse – ( ivi, corsivo nel testo ).

E’ indubbia d’altronde la centralità dell’antico eroe greco, stando altresì all’indicazione dell’autrice presente nell’explicit del racconto eponimo, racconto d’apertura che fin dal titolo – Ulisse (il mio Ulisse) – rivela quell’interazione compositiva a cui si è in precedenza fatto cenno:

Con l’augurio, più che altro a me stessa, che tu sia un Ulisse omerico, che torna a casa dopo il varco delle colonne d’Ercole, e non dantesco, a perdersi nell’illimitato.

Il rinvio alle grandi auctoritates poetiche, a due delle massime della letteratura europea, è di certo stimolante e giustifica una serie di considerazioni introduttive di carattere storico.

Per quanto riguarda Omero, è da tener presente specialmente l’Odissea, giacché, se nell’Iliade l’argomento principale consegue da una puntualizzazione tematica sul filo del discorso narrativo ( l’ira di Achille e i suoi effetti rovinosi per l’esercito degli Achei), nel secondo poema fin dall’inizio s’intende prevalentemente “cantare un uomo”( Àndra moi ènnepe, Musa…”), ovvero delineare e proporre un modello antropologico-culturale, suggerire le peculiarità tipologiche di una figura esemplare e nondimeno assai complessa, di grande interesse proprio in forza delle tante sfumature che la contraddistinguono.

Definire Ulisse “eroe del viaggio” può risultare banale; lo è meno porre in evidenza l’àmbito di costrizione, di sofferenza e di privazione in cui il paradigma “viatorio” si realizza ( la persecuzione del dio del mare Poseidone) e che induce nel navigatore il desiderio struggente del nostos, del ritorno.

Gli episodî della guerra di Troia che rivivono nel canto dell’aedo Demodoco alla reggia di Alcinoo, re dei Feaci, provocano in lui un pianto accorato: egli è l’uomo che “molto sopporta” (polýtlas).

Numerosi altri epiteti il poeta attribuisce al suo personaggio, con chiara volontà di qualificazione etica e psicologica; Ulisse è infatti ora polýmetis ( uomo dai molti pensieri, simbolo stesso della libido sciendi, come quando, nella caverna di Polifemo, si trattiene nell’antro perché vivamente interessato a conoscerne gli abitatori, o in occasione dell’incontro con le Sirene, allorché vuole ascoltarne il pericoloso canto ammaliatore), ora polýtropos (dall’ingegno multiforme, dall’intelligenza duttile e, tra l’altro, capace di controllo razionale degli impulsi istintivi, come nell’atto di punire il Ciclope omicida o nel compiere la vendetta sui Proci), ma è pure polymèchanos (dalle tante astuzie, dai mille disegni ingannevoli, sostenuto in questo dall’avvincente, efficacissima, inarrivabile eloquenza).

La tradizione post-omerica e segnatamente virgiliana operò con riduttivo schematismo sulla varietà e densità di quel modello, privilegiando le doti intellettive, ma sovente connotandole in senso negativo, poiché stimate coefficienti decisivi di obliquità fraudolenta, quando non di aperta malvagità: Ulisse è infatti designato quale dirus, saevus, durus, pellax e fandi fictor, scelerum inventor

In Dante la sottolineatura valorizzante l’esigenza assoluta della conoscenza, la narrazione dell’avventura estrema dell’intelligenza esplorativa giungono a una tensione acuta al punto di configurare il “folle” ardimento e, secondo taluni interpreti, la dismisura di un comportamento passibile della condanna divina.

Non è possibile in questa sede diffondersi ulteriormente sulla fortuna poetica di Ulisse, anche soltanto nella letteratura italiana, da Tasso a Foscolo; la sua figura così variamente e intensamente emblematica ha nel tempo sollecitato molti scrittori al confronto e all’appropriazione critico-culturale che nel Novecento si sono risolti in un significativo processo di frantumazione del profilo dell’eroe, attraverso la disgregazione dell’apparato mitologico solitamente ad esso connesso e un proposito selettivo mirante all’apprezzamento di un solo frammento della vasta costruzione omerica.

Avendo ormai alle spalle decenni di esperienza didattica, ricordo lo stupore degli studenti disorientati per la non immediatamente individuabile presenza di Ulisse nel celebre, omonimo componimento di Umberto Saba:

Nella mia giovinezza ho navigato

lungo le coste dalmate. Isolotti

a fior d’acqua emergevano…

(…) Oggi il mio regno

è quella terra di nessuno. Il porto

accende ad altri i suoi lumi, me al largo

sospinge ancora il non domato spirito… ( vv. 1-3 e 9-12 )

Gli è che il riferimento alla terra di “nessuno” (noto eteronimo dell’Itacese) vale un atto di sfida morale, la rivolta contro l’ordinarietà delle comode, ma trite consuetudini, significa l’aspirazione a una vita libera, all’indipendenza etico-intellettuale insita nell’idea di “spingersi al largo”, di raggiungere il “mare aperto” che garantisce all’esistenza la qualità di un’avventura gratificante perché imprevedibile.

Nella cultura del secolo appena trascorso prevale perciò un approccio personale alla vicenda del guerriero-navigatore, un’adibizione spiccatamente soggettiva di essa mediante l’utilizzo meditato di un particolare suggestivo, di un tratto che risulti connaturale e coinvolgente.

Analoga è la disposizione mentale di Valeria Serofilli, secondo quanto è possibile acquisire tramite l’analisi testuale; comincio pertanto con due citazioni, la prima proprio dall’inizio del racconto Pagina mare:

Liquidità e fisicità, due realtà così diverse, come possono del resto andare d’accordo? Forse solo in virtù del fatto di essere entrambi, uomo e mare, simboli della dinamica della vita e della creazione in senso ampio. Ma cos’è mai l’uomo? Non è forse un abisso, non è forse, come l’acqua, un fluire continuo in continua transizione tra le cose da compiere e il già portato a termine?

E l’altra dalla quarta sezione (Itaca) della raccolta poetica Vestali:

Ma che senza accorgermene/ mi portava nei suoi abissi

gabbia di cristallo mai infranta

E la sete, la pazzia/ la cieca corsa verso il mare aperto

smarrendo il mio sguardo/ oltre la soglia dell’amore ( Malata di tua perdizione, vv.4-7 )

E così il motivo “viatorio” e la prospettiva della libera espansione vitale dell’individuo si precisano in queste pagine nel senso dell’incontro con l’altro, nell’intesa “empatica” con il “compagno della vita”, nella relazione anche e soprattutto fisico-amorosa, sensualisticamente appassionata; e questo si determina all’interno di una concezione della realtà inequivoca e incardinata sui concetti di liquidità e di solidità, del resto fondamentali pure quali fattori dell’organizzazione formale dei testi.

La liquidità rimanda al costante fluire tipico dell’ordine delle cose e in particolare della condizione umana, nella sua dimensione esteriore (quella dei rapporti interpersonali) e in quella intima:

E la notte il sub, piccola anima errabonda, mi ha chiesto scusa con un bacio e un dolce abbraccio ( racconto Il sub, corsivo mio );

Si decise infine che la piccola anima errabonda potesse continuare a “nuotare” fino alla vita… ( racconto La sirena, corsivo mio );

Perché il bello consiste nell’essere di ritorno da ogni dove senza essere andati da nessuna parte se non dentro se stessi e il proprio animo ( racconto Un viaggio dentro)

Fluire è il continuo mutamento, la lotta all’abitudine, all’impersonalità delle situazioni cristallizzate (“Passavano le stagioni, mutavano i luoghi, non la nostra anima. Presto avremo fatto ritorno alla nostra vita di sempre ma ora eravamo felici e il fatto che non ci accorgessimo di esserlo, voleva dire che lo eravamo”, da Un viaggio dentro ), ma comporta altresì variabilità, incertezza, precarietà, potenziale disordine:

Ma vento che va e viene

ed io disillusa penelope che

tesse e disfà

Quale più annichilente vertigine a stordirmi

e rinsavire? ( Scirocco, in Sezione prima, Sirtaki, vv.12-16)

Ora l’incessante mutabilità – e la conseguente instabilità intellettuale e sentimentale-morale – non sono congeniali all’animo umano, che sa di certo godere dell’intensità dei momenti straordinarî, ma non si appaga dell’attimalità esaltante: pretende di fissare, dare consistenza stabile, continuità e durata alle situazioni, anche sensuali e voluttuarie, fisico-corporee:

Tutti gli incensi/ dall’ambra al muschio selvatico

non valgono una stilla/ del profumo della tua pelle

Dopo l’amore

sul tuo corpo tracce

del nostro amplesso/ miste ad altri odori

di cui non mi spiego il senso (Penelope,in Sezione , Ulisse,vv.13-15);

mentre intesso tasselli musivi sul tuo corpo/ ogni tassello un ricordo (ivi,vv.7-11);

E’ che l’amore lo riconosci dall’odore e tu hai l’odore dell’uomo della mia vita (racconto Ulisse).

Viaggiare affascina, eppure è necessario il “rientro in porto”, e quindi il possesso sicuro, il saldo legame, l’appartenenza profonda che trasformi l’ebbrezza dei sensi, la vibrazione passionale in relazione duratura, in tela solida e resistente, lungi dalle cadute nell’amarezza dell’abbandono, nella solitudine del freddo, sterile ricordo:

A chi interessa

se ha trasformato ogni mio gemito in tormento

se folle/ cerco il suo calore adorato

nel buio e gelo di una stanza vuota?

Mi trovo ora a vacillare incerta sui colori accesi di quei nostri giorni ( Malata di tua perdizione, cit., vv. 15-19)

In questi versi della poetessa moderna si avverte l’eco dei lamenti di donne d’altri tempi rivolti agli amanti lontani, del tipo di quelli consegnati, per esempio, all’elegia amorosa di Ovidio nelle Heroides, che non casualmente principiano proprio con la lettera di Penelope allo sposo assente da anni:

Hanc tua Penelope lento tibi mittit, Ulixe/ nil rescribas attinet: ipse veni! (vv.1-2: “E’ tua moglie Penelope a inviarti questa lettera, Ulisse, tardivo a ritornare; non c’è bisogno che tu risponda: vieni di persona!”);

Tu citius venias, portus et ara tuis! (v.110 : “Torna al più presto, tu che per i tuoi cari sei porto e altare di salvezza!”)

Il libro ovidiano raccoglie il dolente messaggio d’amore di molte eroine del mito, da Arianna a Didone.

Lo strazio della regina cartaginese abbandonata da Enea era stato già rappresentato con insuperati accenti patetici da Virgilio nel quarto libro dell’Eneide, ove si legge uno spunto, che forse sarà stato presente alla Serofilli, perché corrispondente appunto a quella necessità di assicurare tangibile continuità, carattere non transeunte all’incontro erotico-sentimentale:

Si quis mihi parvulus aula/ luderet Aeneas, qui te tamen ore referret/ non equidem omnino capta ac deserta viderer (vv.328-330: “Se giocasse per me nella sala del trono un piccolo Enea che nondimeno riportasse nel volto la tua fisionomia, non mi sembrerebbe di essere del tutto umiliata e abbandonata”)

Invero nella lirica Penelope prima citata si leggono versi siffatti:

Ci siamo lasciati

e ripresi mille volte

tra infinite voglie

Il filo interrotto e saldato

è diventato tronco

su cui arrampicarsi:

voglio un cambiamento

una catarsi (vv.5-12)

L’uomo è per sua natura incline a fermare, a stabilizzare, non si rassegna facilmente al flusso permanente, come annotava con incisiva lucidità Luigi Pirandello in un passo famoso del saggio L’umorismo (1908):

La vita è un flusso continuo che noi cerchiamo di arrestare, di fissare in forme stabili e determinate, dentro e fuori di noi, perché noi siamo già forme fissate…Ma dentro di noi stessi, in ciò che noi chiamiamo anima e che è la vita in noi, il flusso continua, indistinto, sotto gli argini…

Al netto dell’impianto critico-riflessivo del discorso del grande scrittore e drammaturgo siciliano e a prescindere dalle deduzioni che egli ne ricavava sul fondamento di un radicale scetticismo corrosivo e demistificatore, un atteggiamento simile si riscontra anche in queste ultime opere di Valeria Serofilli, dominate dall’antitesi fra attimalità e continuità, fra dionisismo e vestalità (intesa quale vocazione alla custodia del sacro fuoco dell’amore: “Eccomi Vestale/ in estasi di te”, Sirtaki, in Sezione prima, Sirtaki,v.1).

La visione dell’autrice è a ben vedere in buona parte contraddittoria, per cui non sorprende che a conclusione dell’ultima sezione di Vestali i versi appaiano strutturati secondo un insistito, elegante gioco di antitesi:

Ma questa è l’ora/ in cui ti desidero forte:

Ferita ormai cauterizzata

torna più acceso di prima/ più tenace (…)

nel freddo eri la luce che scaldava il cuore

ora tu il buio, il buco nero

nel mio nuovo, vano tentativo di luce ( vv.11-12 e 20-23)

Floriano Romboli

. . . . . . . .

*Questo è il testo lievemente adattato della relazione tenuta a Pisa il 20 marzo scorso nella Sala del Consiglio dei Dodici in occasione della presentazione dell’e-book antologico di racconti brevi Ulisse (La Recherche, 2014) e del Quaderno dell’Ussero (Puntoacapo Edizioni, Collezione 2014) di Valeria Serofilli. Ho conservato largamente alla struttura dell’intervento la forma originaria della comunicazione orale che mi auguro non dispiaccia all’autrice e ai lettori.

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Testi da Ulisse, racconti,( Ibiskos Ulivieri Editrice, 2015)

ULISSE

(Il mio Ulisse)

Felice come Ulisse chi ha varcato i mari,

o chi fino alla Colchide si è spinto, Giasone,

che poi tornando esperto e ricco di ragione

il tempo che gli resta si gode fra i suoi cari!”

J.Du Bellay, Les regrets

Fuori piove. Ma io a combattere la mia tempesta privata, il mio uragano personale con te, che mi prendi e mi lasci come l’onda che sbatte sullo scafo. Ulisse sirena, naufragio d’anime. O Adamo e la sua donna, dai tempi.

Mi chiedono di scrivere, ma questa delusione blocca i miei sensi e la mente, mentre mi trovo a ragionare con la parte debole della testa, che viene chiamata cuore, con la viva convinzione che se tutti cominciassimo a pensare e decidere col cuore, l’intero universo ne trarrebbe giovamento.

Poi un lampo, uno squarcio di luce, un cambio di rotta: una telefonata ad aprire un nuovo mondo.

E torni da me, ed io a riprenderti ancora, perché anch’io ho tanto da farmi perdonare. Anche se mai quanto te. E’ che l’amore lo riconosci dall’odore e tu hai l’odore dell’uomo della mia vita, un po’ macchiato d’inchiostro e penna.

Quest’ultimo periodo abbiamo avuto grossi problemi, è vero, così accettando ogni compromesso che possa portare un qualche vantaggio, tra il vissuto e l’immaginato io in cucina a comporre inutili poesie e racconti pseudo calviniani, e tu romanzi nella camera da letto.

E a sprazzi riemerge la nostra storia, mentre sempre più labili i confini tra dentro e fuori, coscienza frammentaria di una unione. Ed è ancora poesia.

Ora e da ora , con te, sarà un nuovo viaggio. Riprende il volo d’Icaro, ma con ali che non siano di cera, che non si sciolgano al fuoco di nuove passioni: basi più solide per nuove fondamenta.

Così ti dico – Buon viaggio, mio Ulisse – .

Con l’augurio, più che altro a me stessa, che tu sia un Ulisse omerico, che torna a casa dopo il varco delle colonne d’Ercole, e non dantesco, a perdersi nell’illimitato.

Perché il vero viaggio consiste nell’ essere di ritorno da ogni dove senza essere andati da nessuna parte se non dentro se stessi e il proprio animo. Per darsi alla luce, preparando il terreno all’altro viaggio di scoperta che inizia con un piccolo passo: quello in direzione dell’altro.

PAGINA MARE

(Figlio dell’onda)

Solo dopo aver conosciuto la

superficie delle cose … ci si può

spingere a cercare quel che c’è

sotto. Ma la superficie delle

cose è inesauribile.

Italo Calvino, Palomar

Vi sono state due rivoluzioni, una tra l’uomo e la terra e una tra la terra e il mare”, era solito spiegare il mio professore di geografia nel corso delle lezioni universitarie. Per la proprietà transitiva, aggiungo, ve n’è stata dunque una tra l’uomo e il mare. Liquidità e fisicità, due realtà così diverse, come possono del resto andare d’accordo? Forse solo in virtù del fatto di essere entrambi, uomo e mare, simboli della dinamica della vita e della creazione in senso più ampio.

Ma cos’è mai l’uomo? Non è forse un abisso, non è forse, come l’acqua, un fluire continuo in continua transizione tra le cose da compiere e il già portato a termine?

Posso provare a dire, semmai, cosa non è: non è certo un essere puramente fisico, come sostiene l’Holbach. Se infatti le ossa si ricollegano alla terra, il suo sangue non richiama forse l’acqua, tanto che la medicina cinese nella teoria dei quattro mari cosmici stabilisce una stretta connessione tra il corpo umano e il cosmo in cui la testa è il cielo, gli occhi il sole, il sangue la pioggia e gli umori e le vene i fiumi?

E’ forse in quest’ottica che il Martin Eden di London si getta nell’acqua restandone per sempre inglobato, diventando, da buon marinaio aspirante scrittore, un tutt’uno con la pagina mare, inchiostro di vita per sempre impresso sul foglio in cui, profumi, colori, suoni, ricordi, aspirazioni e desideri si corrispondono in un infinita sinestesia.

Perché, facendo mio il pensiero di Calvino,“ solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose… ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile”.

Il SUB

L’inconscio è un particolare regno della psiche

con impulsi di desiderio propri, con una propria

forma espressiva e con propri meccanismi psichici

che non vigono altrove”.

S. FREUD, Introduzione alla psicoanalisi,1915/32

La Sarda la chiamavo, la mia compagna d’Università con cui studiavo Lettere e Teatro. Conviveva, e per quel periodo non era così usuale tanto che altre mie amiche mi chiedevano- Ci hai studiato insieme? E’ vero che ha il letto matrimoniale nella stessa stanza vicino alla scrivania?-. E la Sarda, con quel suo parlare preciso, essenziale, ben scandito , senza saperlo mi rivelò la più grande delle verità: – di giorno litighiamo, peggio, non mi guarda; la notte però mi cerca-.

Ne è passato di tempo.In quest’ultimo periodo di giorno litigavamo, peggio, non mi guardava; la notte però mi cercava.

Poi nel buio alcune sue parole tra l’interrogazione e la discolpa, come svelare un segreto, mettermi al corrente di un qualcosa d’importante.

Perché l’uomo è antico. Ma io non gli diedi peso. Poi lo strappo definitivo, perché una donna dovrebbe capire da sola quando è il momento della scissione da tanti piccoli infiniti indizi, ed io non l’avevo capito. Forse perché in fondo non lo era, la fine. Perché l’amore vero va “oltre”: e dopo giorni eterni il tuo richiamo forte -_”La casa senza di te non ha senso né vita. E non solo la casa”- e quella canzone con dedica speciale.

Sono tornata.

E la notte il sub, piccola anima errabonda,mi ha chiesto scusa con un bacio e un dolce abbraccio. Per poi diventare di notte in notte sempre più acceso.

E mentre rifletto se il campo d’esperienza dell’inconscio sia una realtà propria o vi influisca la quotidianità, mi trovo a chiedermi se succederà ancora che il giorno litighiamo, peggio non mi guardi, e che la notte però mi cerchi.

Ed a rispondermi –pazienza, la notte aspetterò il sub- o meglio –Attento amore, non dirò pazienza aspettando la notte il sub-.

Secondo le più recenti ricerche il subconscio

sembra essere una specie di ghetto dei pensieri.

Ora molti di essi hanno nostalgia di casa.”

Karl Kraus, Di notte, 1918.

UN VIAGGIO DENTRO

Di solito a chi mi chiede perché amo viaggiare in treno rispondo che, treno o non treno, il vero viaggio è quello dentro noi stessi.

Rispondo che so quello da cui fuggo ma non quello che cerco.

E se è vero che nei più giovani il viaggio fa parte dell’educazione mentre negli adulti dell’esperienza, è anche vero che io, di questa esperienza, ne ho ben poca.

Non ho viaggiato molto.

Ma ricorderò sempre la volta che il controllore ci chiese scusa per essere entrato nel nostro scompartimento, l’ultimo del vagone. Eravamo abbracciati, stretti, i sedili un letto di petali, i cuscini sdruciti che hanno ospitato migliaia di persone, la più bella imbottitura: il cielo in uno scompartimento direi e quel gesto di aprirlo con forza suonò come una violenza nei confronti di quella bolla spaziotemporale propria solo degli innamorati.

La cosa che l’amore sopporta con maggior fatica è l’intrusione di estranei. Se poi tocca anche pagare, questo diventa veramente insopportabile.

Il treno scivolava sulla rotaia e noi custodi del più grande segreto, con l’infinito a portata di mano, ed io con la tua mano nella mia, felici come Ulisse, senz’altra cura che noi stessi e il nostro viaggio: quel vagone il solo posto, l’unico, per incontrarci.

– Il treno viaggia con trenta minuti di ritardo – annunciava l’altoparlante, ma per noi non c’era ritardo, perché non c’era tempo. Era il treno stesso a scandire i nostri battiti oltre il vetro opaco. Passavano le stagioni, mutavano i luoghi, non la nostra anima. Presto avremo fatto ritorno alla nostra vita di sempre ma ora eravamo felici e il fatto stesso che non ci accorgessimo di esserlo, voleva dire che lo eravamo. Un po’ come per la salute. Ed io mi sentivo l’ape di Trilussa, piena di felicità per essersi posata su un bocciolo di rosa, e il mio bocciolo eri tu. Si, presto avremo fatto ritorno alla nostra vita di sempre ma ora nessuno, neanche il controllore, ci avrebbe separato. Neanche l’insistente e martellante annuncio dell’arrivo ad ogni prossima stazione, utile ma quanto mai disarmonico e dissacrante. – E’ la rapidità a generare il vizio della fretta – mi trovai a pensare . Un vizio che ora ci era estraneo.

E se Marinetti lodava la bellezza della velocità, per noi, in quel momento, il treno in corsa era bello solo perché ci permetteva di stare insieme. Avrebbe potuto anche star fermo, quel treno, perché ugualmente in corsa verso il nostro amore.

Ciò che provavamo era un alternarsi di calma serenità, propria di chi si muove tra gli oggetti dei sensi con animo sgombro d’odio e d’amore; serenità dunque, piacere e pazzia.

Pazzia, si, con quel certo compiacimento che solo i pazzi conoscono mentre tracciano la via che percorreranno i savi. Presto avremo fatto ritorno alla nostra vita di sempre e di questa rosea pazzia non sarebbe restata traccia, se non sulle nostre guance ancora rosse di baci. Saremo tornati alle nostre abitudini a cui è difficile dire addio. E l’abitudine, triste surrogato della felicità, avrebbe preso il sopravvento su questo nostro tempo, su questo nostro viaggio. Ma ora il treno in corsa scandiva quel nostro tempo altro.

Giungemmo. Dove? Alla stazione della nostra meta, con quel distanziamento necessario per giungere alla conoscenza. Per capire che molto spesso quelle verità per raggiungere le quali ci mettiamo in cammino, già le abbiamo davanti agli occhi e non ce ne accorgiamo.

Il treno ripartì per tornare alla partenza.

Perché il bello consiste nell’ essere di ritorno da ogni dove senza essere andati da nessuna parte se non dentro se stessi e il proprio animo. Per darsi alla luce, preparando il terreno all’altro viaggio di scoperta che inizia con un piccolo passo: quello in direzione dell’altro.

E tu,mio Ulisse, figlio dell’onda sei tornato.

paoloefrancesca

da Amalgama, I quaderni di Poiein – Valeria Serofilli, (puntoacapo editrice 2008) 

 

Paolo e Francesca

(Inferno, canto V)

 

Lo sguardo complice

il furto di una vita

in quella mela / labbra rosse

 

Adamo ed Eva

clonati dal peccato / prima radice

rinati pallidi dalle pagine

di un libro/ da quel bacio

unico / sia pur imitativo

 

A tanta passione / troppa condanna

 

Con Dante io vi comprendo!

(da Amalgama,I quaderni di Poiein – Valeria Serofilli, puntoacapo editrice 2008) 

amalgama 

 

 Nota dell’Autrice

Il testo è tratto dalla raccolta Amalgama che si articola  in tre sezioni di cui la seconda, Dantesche,che accoglie questo testo su Paolo e Francesca, intende porsi come una rilettura in ottica personale ed individuale di alcune delle vicende più toccanti narrate in versi nella Divina Commedia (Paolo e Francesca ma anche Ulisse, Il Conte Ugolino, Pier delle Vigne).Personalmente concordo dunque col Bardi che la condanna possa suonare beffarda in quanto essi in fondo non hanno seguito che l’impulso irresistibile dell’amore che nasce dalla visione della bellezza dell’uno e dell’altro: può bastare un solo gesto, una parola, uno sguardo, per scendere nell’abisso, ed è quello che successe ai due amanti (v 132-138 ma solo un punto fu…”).Quel giorno s’interruppe e per sempre la lettura del libro galeotto.

 

Su Paolo e Francesca in “Amalgama” di Valeria Serofilli

Pochi canti danteschi come il V dell’Inferno sono stati letti, discussi, analizzati, rivissuti e, a volte, anche traditi. In pochi altri testi letterari ci troviamo a confronto con il dissidio fra l’abbandono, che pare così ovvio, alla più travolgente delle passioni umane e le sue possibili rovinose conseguenze, tra cui, la più terribile, consiste nella dannazione eterna. Ha talmente esercitato da subito il suo fascino sui lettori da diventare uno dei canti più letti e diffusi anche prima del completamento della Divina Commedia, come ha mostrato la ricognizione di uno dei “Memoriali bolognesi” risalente al 1304. I critici si sono divisi a lungo su di esso. Canto dell’amore o canto della pietà? Il Caretti trovò una brillante soluzione critica: amore e pietà sono due “parole‑tema” che non hanno un vero significato se considerate separate, ma che si rafforzano potentemente se viste l’una nell’ottica dell’altra. Il Canto genera il senso di una scissione dolorosa e mai pacificata. Paolo e Francesca sono uniti per sempre dal loro amore, ma in questa unione non troveranno mai pace. L’amor cortese che anche Dante ha sentito come fonte di elevazione spirituale e di poesia nella sua giovinezza, fallisce clamorosamente di fronte alla condanna divina, come un sogno che svanisce quando si viene destati da un evento catastrofico. Dante personaggio del Canto rivive in sé la sua stagione creatrice giovanile e sembra non accettare questa condanna: prima si turba sempre più e alla fine sviene, tronca il confronto, quasi si autocensura probabilmente per accettare la condanna divina senza esprimersi contro di essa.

Valeria Serofilli ripropone in questa sua lirica-gioiello il dramma dei due cognati, con il suo stile giocoso e insieme pregnante, sempre leggero ma dall’impronta indelebile. All’inizio i due appaiono come due ragazzi birichini che progettano di rubare una mela: è il furto di una vita, quasi un gesto che segna il passaggio alla vita adulta, o, forse, una liberazione da un ambiente familiare costrittivo. Le labbra rosse di Francesca diventano un altro frutto proibito, come quello gustato da Adamo ed Eva. La genialità di questa lirica consiste, secondo noi, anche in questa assimilazione di Paolo e Francesca proprio con Adamo ed Eva. In una chiave modernissima i due Romagnoli diventano i cloni dei Progenitori, rinati attraverso un libro, il romanzo arturiano che stavano leggendo insieme.

Se si guarda oltre, però, notiamo che la Serofilli è riuscita a ricreare nel breve volgere di questa lirica quel senso di scissione insanabile che abbiamo visto essere una delle caratteristiche del Canto dantesco. Il senso del doppio è un filo conduttore di tutta la produzione della Serofilli, come andiamo ripetendo da anni, e forse proprio per questo la sensibilità dell’Autrice si è lasciata attrarre dai due cognati romagnoli, uniti e al contempo divisi per l’eternità. Il senso della scissione balza agli occhi in certi accostamenti semantici fra parole in posizione di rilievo: uno è “verticale” (clonati – rinati), e qui i termini sono semanticamente omogenei, ma osserviamo che li divide un abisso culturale. Poi ne abbiamo altri “orizzontali”: ad esempio: unico ‑ imitativo, dove invece abbiamo una netta opposizione. La più significativa di queste opposizioni è passione ‑ condanna, sottolineata dalle allitterazioni circostanti (passione…troppa). È qui che la Serofilli non sfugge, come fa il Dante personaggio, alla espressione libera di una non accettazione e coglie, nel contempo, quello che il Poeta non ha voluto dire: Con Dante io vi comprendo! Tutto questo ci appare coerente con la vena passionale e dionisiaca che affiora in tutta la produzione serofilliana e che ci risulta evidente fin dalle sue prime raccolte. Ricordiamo appena le sue Vendemmia in “Acini d’anima” e Estasi panica in “Tela di Erato”: quest’ultima, inoltre, già si abbinava al motivo della divisione insanabile e, appunto, cominciava con la parola “scissa”

Andrea Salvini

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CURRICULUM DI VALERIA SEROFILLI

Valeria Serofilli, insegnante di Lettere, come operatrice culturale è Presidente del Premio Nazionale di Poesia “Astrolabio”e degli Incontri Letterari presso il Caffè storico dell’Ussero di Pisa e di Villa di Corliano. (www.corliano.it). Ha diretto dal 2004 le collane “Passi – Poesia, I libri dell’Astrolabio” per puntoacapo Editrice di Novi Ligure, annessa all’omonimo premio letterario e “I Quaderni dell’Ussero” (Collezione di puntoacapo) nonché dal 2015 “Le PetitUssero”, Quaderni collettivi per l’editrice Ibiskos Ulivieri di Empoli (Pisa); cura il sito personale http://www.valeriaserofilli.it .E’ autrice di poesia, saggistica,critica letteraria e testi di prosa.

Poesia

Sua opera prima è Acini d’Anima (Pisangrafica, Snc,Pisa, 2000);

Tela di Eràto, (Sovera Multimedia, Roma, 2002) nella Collana “La Fronda Peneia”, con nota critica di Giorgio Bàrberi Squarotti;

Fedro rivisitato (Ed. Bastogi, Foggia 2004), collana di poesia “Il Capricorno”, curata da Maria Grazia Lenisa, con prefazione di Dino Carlesi e nota critica di Giorgio Bárberi Squarotti;

il cofanetto libro con audiolibro Nel senso del verso (Ed. ETS, Pisa 2006), contenitore multimediale che comprende un estratto delle varie raccolte poetiche dell’autrice e nuove poesie, recitate e interpretate liricamente, con accompagnamento musicale al pianoforte e clarino, rappresentato al Teatro Verdi di Pisa in forma di spettacolo;

Chiedo i cerchi (puntoacapo editrice, Novi Ligure, 2008);

Nel senso del verso – Nuovo Volume (Leonida Edizioni, Reggio Calabria 2009) opera vincitrice del Premio Gaetano Cingari 2008;

Amalgama in Valeria Serofilli – La parola e la cura (Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2010), Collana I quaderni di Poiein.;

I Quaderni dell’Ussero – Valeria Serofilli (Collezione di puntoacapo Editrice 2013) nell’ambito della Collana da lei stessa diretta fino al 2015;

l’ebook antologico di poesia Resoconto e senso ( LaRecherche 2013);

Vestali, ( Ibiskos Ulivieri Editrice, Empoli,Pisa, 2015);

Racconti

Racconti brevi, (alcuni inseriti in Pisanthology della collana antologica di Perrone editore, già finalisti al premio Teramo 2005 e vincitori del Castelfiorentino 2007); raccolte di racconti brevi per ragazzi “Comete per la coda pubblicati nei volumi antologici I Quaderni di Dedalus – Annuario di narrativa contemporanea 1 (puntoacapo Editrice , Novi Ligure 2014);

Come essere tondi in un mondo di Quadrati” e altri racconti, pubblicati nei volumi antologici I Quaderni di Dedalus – Annuario di narrativa contemporanea 2, (puntoacapo Editrice , Novi Ligure 2014);

l’ebook antologico di racconti Ulisse (LaRecherche, 2013);

Ulisse, versione cartacea dell’ebook ( Ibiskos Ulivieri Editrice, Empoli,Pisa,2015);

Critica letteraria

Serie I Quaderni dell’Ussero da lei curati e prefati (puntoacapo di Collezione,2010,11, 12, 13, 14.).

La figura femminile nella poesia barberiana in:

Passione Poesia, letture di poesia contemporanea 1990-2015 (CFR Edizioni) a cura di Aglieco, Cannillo,Iacovella.

Passione Poesia, letture di poesia contemporanea 1990-2015 (CFR Edizioni) a cura di Aglieco, Cannillo,Iacovella.

E’ inserita in Letteratura Italiana dal secondo Novecento ad oggi (Bastogi, Foggia 2007, vol. 1) e in numerose antologie e riviste italiane e straniere fra cui “Gradiva” e “Lo Scorpione Letterario”.

E’ stata ospite di trasmissioni televisive nonché radiofoniche tra cui Radio Alma di Bruxelles, la rubrica culturale La Tela Sonora, e nel programma Carta Vetrata curato da Gaffi Editore di Roma.

In qualità di saggista ha pubblicato il volume I Gigli di Nola, pp. 254, Rotary Club, Nola – Pomigliano d’Arco, 1993 mentre in poesia ha pubblicato sette libri: sua opera prima è Acini d’Anima (Pisangrafica, Pisa, 2000), vincitrice del Premio Astrolabio 2000, sez.poesia, poi rinnovato e presieduto dall’autrice; Tela di Eràto, (Sovera Multimedia, Roma, 2002); Fedro rivisitato (Ed. Bastogi, Foggia 2004); il libro con audiolibro Nel senso del verso (Ed. ETS, Pisa 2006), contenitore multimediale con un estratto delle varie raccolte poetiche dell’autrice e nuove poesie, recitate e interpretate liricamente, rappresentato al Teatro Verdi di Pisa in forma di spettacolo; Chiedo i cerchi (Puntoacapo Editrice, Novi Ligure, 2008); Nel senso del verso – Nuovo Volume (Leonida Edizioni, Reggio Calabria 2009) opera vincitrice del Premio Gaetano Cingari 2008; Amalgama in Valeria Serofilli – La parola e la cura (Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2010), Collana I quaderni di Poiein. I Quaderni dell’Ussero – Valeria Serofilli (Collezione di puntoacapo Editrice 2013) nell’ambito della Collana da lei stessa diretta fino al 2015;

l’ebook antologico di poesia Resoconto e senso ( LaRecherche 2013);

Vestali, ( Ibiskos Ulivieri Editrice, Empoli,Pisa, 2015); l’ebook antologico di racconti Ulisse (LaRecherche, 2013);

Ulisse, versione cartacea dell’ebook ( Ibiskos Ulivieri Editrice, Empoli, Pisa,2015).

Tra le altre pubblicazioni: Premio Astrolabio 2008, Antologia (Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2009); Premio Astrolabio 2010, Antologia (Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2011); Antologia dei poeti puntoacapo, (Puntoacapo Editrice, Novi Ligure 2010, pp. 125-130); Aspettando il Premio – Astrolabio 2016/17(Ibiskos Ulivieri Editrice, Empoli, 2016); Le petit Ussero vol 1,2, (Ibiskos Ulivieri 2015,2016).

Suoi testi sono stati letti e commentati all’interno delle trasmissioni radiofoniche di Toscana Classica, Radio Alma di Bruxelles, nella rubrica culturale La Tela Sonora e Radio Città Futura, nel programma Carta Vetrata curato da Gaffi Editore di Roma nonché televisive. Alcune varianti poetiche dell’autrice, richieste dal Centro di Documentazione sulla Poesia Contemporanea Lorenzo Montano, sono depositate presso la Biblioteca Civica di Verona. Numerosi i critici si sono occupati del suo lavoro creativo.

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Letti sulla luna (5): La quiete dei respiri fondati

Postato il Aggiornato il

luna-1vademecum” della rubrica Letti sulla luna:
L’intento è quello di incuriosire, e magari anche di spingere a compiere il passo ulteriore, piccolo ma significativo: approfondire, leggere altre cose, dire “sì mi piace”, oppure dire “Mugnaini non capisce niente, ha gusti da troglodita”.
Va bene tutto. Purché si metta in moto il meccanismo. Proporrò alcuni testi e qualche nota, nel senso musicale del termine, qualche breve accordo che possa dare un’impressione, un’atmosfera.
Se poi qualcuno, qualche essere semi-mitologico, volesse compiere anche il passo da gigante (quello alla Polifemo, o alla Armstrong sulla Luna, vera o presunta che sia) di acquistare una copia di uno dei suddetti libri… beh… allora il trionfo sarebbe assoluto e partirebbe la Marcia dell’Aida.

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Per introdurre, proporre e consigliare la lettura di Fernando Lena mi baso sulla nota qui sotto riportata a firma di Gabriella Montanari. Me l’ha indicata lo stesso Lena chiarendomi che si tratta della sola recensione ancora inedita. Su vari e validi blog, infatti, si possono leggere approcci e analisi sulla sua poesia. Per quello che mi riguarda, sono contento di poter parlare di Fernando Lena basandomi anche sulla lettura di Gabriella Montanari. Con Gabriella ho avuto modo spesso di parlare della “follia”, e il nostro primo dialogo ebbe come argomento il lavoro e la biografia (del tutto misteriosa) di una poetessa che meriterebbe di essere molto più conosciuta, Maria Marchesi. Una poetessa folle in modo autentico, non patinato o da rotocalco televisivo. Disperatamente attaccata alla vita, alla sensualità, a tutto ciò che le ha consentito di resistere a condizioni e situazioni inumane. Della Marchesi Gabriella Montanari ha anche curato un libro dal titolo che già di per sé attrae e trascina nel vortice che oscilla tra vita e scrittura: Non sono più mia, edito da White Fly press. 

Anche qui ed ora, con Fernando Lena, si parla di follia, della capacità di scrutarla guardandosi dentro con coraggio, senza farsi sconti o cercare improbabili e troppo facili vie di fuga. Preso atto del deserto, dell’oceano che ubriaca e stordisce ad ogni istante, il vero e unico atto poetico, e quindi schiettamente umano, è reagire, provare a ritrovare una rotta, un senso, un cammino. Lena c’è riuscito. E quello che colpisce, anche nei versi del libro qui sotto riportati, è la lucidità. Lo sguardo ha assunto una saldezza assoluta; potremmo dire, paradossalmente ma non troppo, serena. Come un viandante che ha visto violenze, dolore, ferite, miserie di ogni genere, e che nonostante tutto, anzi, forse proprio per la consapevolezza di queste realtà, riesce a proseguire, vedendo anche ciò che gli altri schivano o considerano di scarso rilievo.

Un’ironia amara, e il coraggio di chi ha già affrontato i colpi più aspri dei nemici, esterni ed interni. La quiete, dunque, come recita il titolo del libro. Ma, la quiete dei respiri fondati. Quiete, dunque, in opposizione al respiro, che invece è prova e condizione essenziale della vitalità, della possibilità di esistere e di interagire con tutto il bello e con tutto l’assurdo di cui è fatto il mondo.

Sensibili e miti”: in questo modo Gabriella Montanari definisce le scorie del passato di Lena. Ed è di questa mitezza, ancora in grado di scatenare azioni e reazioni possenti che si nutre la poesia di questo libro.

Ho solo imparato a convivere – dice –/ con l’urlo degli altri… tacendo/ quando vengo stuprato dalla loro demenza” – scrive Lena parlando di Ciro, un internato del manicomio. Ma forse, a ben pensare, Ciro è lo stesso Lena, o, più esattamente , Ciro è ognuno di noi, fuori e dentro le mura dei manicomi dell’esistere.

Chiusi come bestie”, così, in queste tre parole, l’autore racchiude il senso e l’assurdo spietatamente reale di una condizione imposta da uomini ad altri uomini.

Però, ed è, lo confermo, il valore aggiunto del libro, non farsi ridurre davvero alla condizione di bestia, conservare l’umanità, può essere un percorso che conduce ad una consapevolezza maggiore, perfino artistica, basata sulla scrittura ma anche sull’osservazione. Sapere ancora, nonostante la cognizione del dolore, imposta a se stesso prima e poi subita dal mondo. Sapere ancora, nel senso di conoscere, ma anche di assaggiare, assaporare, un profumo, un dipinto, una bellezza, una pulsione sensuale o della mente, può condurre a quella quiete del respiro che è allo stesso tempo accettazione e rivolta tramutata in ricerca di bellezza e di poesia.

Tutto quello che rimane da dire, e non è poco, lo affido alla nota qui sotto riportata e ai versi tratti dal libro.

Il consiglio è, come sempre, quello della lettura diretta e individuale. La ricerca del libro e la lettura. Che, come ribadisco anche qui ed ora, è, alla fine, ciò che conta.

IM

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Nota di Gabriella Montanari

Sul manicomio di Aversa avevo letto poesie scritte da chi da lì ci era passato con «onorevoli» finalità politiche, per uscirsene poi con un antipasto di voci di pazienti misti, forse realmente incontrati, forse solo impersonificati. Si può anche essere poeti provetti e avvezzi agli scomodi meandri della mente, ma l’esperienza vissuta in prima persona, o quel che resta di essa, ha in bocca e sulla carta un sapore più convincente e persistente. Certo, Fernando Lena, non deve convincere di quel che può aver passato tra le mura del padiglione 5, adibito alla riabilitazione di ex tossicodipendenti. Oggi, dopo aver masticato un necessario silenzio, se non del tutto «digerito» (e vorrei anche vedere, i sassi restano a lungo nel crasso…) mi appare uomo «metabolizzato». Come un organismo che trattiene i nutrienti di quanto ingerito e ne espelle le scorie, il prodotto di scarto. E sono belle le sue scorie. Sensibili e miti, dolcemente radioattive, mai spente in velenosa cenere. Sin dalla premessa al poemetto che, nella lunghezza emotiva, tutto è tranne che -etto : «…quell’inferno mite che ancora oggi non so se detestare o ricordare con nostalgia ». Non mi stupisce questo stare in bilico. Sento una familiarità che trascende i rispettivi passati e affonda in una lava che cola sin da prima di essi. Qualcosa che chiamerei «sindrome della cella socchiusa». L’ambivalenza tra insofferenza per la reclusione e accettazione del perimetro amico. Il quadro, la struttura, il «no» che i pedagogisti consigliano di imporre al bambino affinché sperimenti, per poi rielaborarla positivamente, la frustrazione. La placenta, poi la culla, poi il lettino con le sbarre. Troppo azzardate come radici dell’ossimoro relegazione/rifugio, privazione/protezione? Come si può non provare nostalgia per l’inferno che ha rappresentato anche una sorta di conforto nella necessità di proteggersi da se stessi, dal mondo, dalle delusioni, dalle prove? Qui a Santa Maria della Pietà posso andarmene appena finito il lavoro, ma in realtà non me ne vado mai da sola. Luoghi e incontri come questi continuano ad abitarti la testa e le emozioni anche di ritorno sul tram, anche a cena, anche a letto. E l’indomani ci torni con la sensazione di rincasare, di essere atteso, di appartenere, di stare al sicuro. È ben poca cosa questa mia, ma penso intuire il sentimento di Fernando. Quiete è la parola chiave della sua poesia, la chiave della cella che crea struggente dipendenza affettiva mista ad anelito d’ali. Le sue sono storie di dolore mite, mitigato dalla chimica e dalla stanchezza dei trascorsi, quasi pace fatta con la pena, la pena interiore non scelta e quella reclusiva inflitta. Porto, parto sicuro. Incontro tra malesseri d’animo e di mente, accomunati dal nidificare su un ramo alto, lontano dai passi della gente, ma lontano anche dal cielo aperto. Rabbia assopita ma non al punto da scegliere la rinuncia alla libertà. Piuttosto, disillusione che mette una distanza sana dal ricordo. Chi riesce a uscire dal buio, poi si ritrova ad affrontare le piccole notti quotidiane con occhi di gatto, con un settimo senso di umanità. E lo si legge con commozione e non compassione, con stima per l’essere umano che trapela dal poeta. Per il bambino stupito di «io non speravo che me la cavavo». Non sempre il tempo ripara gli strappi, ma di sicuro aggiunge strati, epidermidi. Fossilizza segni, forgia nuove sagome di sensibilità e inventa linguaggi al passo con l’attualità del sentire. Dà forza, cazzo. E la poesia di Fernando ha la forza dell’Etna dalla pancia di fuoco e magma. Dalle guance irrigate di vapore acqueo che scalda.

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FERNANDO LENA, I quaderni dell’Ussero, da «La quiete dei respiri fondati» , Puntoacapo editrice, 2014. A cura di Valeria Serofilli

« …
se solo si potesse
prenotare un angolo di paradiso
lui lo meriterebbe…
– ho solo imparato a convivere – dice –
con l’urlo degli altri… tacendo
quando vengo stuprato dalla loro demenza –
Ciro è un paranoico e basta…
È l’unico che respira oltre le mura
guardando negli occhi
la paura della gente inquieta
almeno quanto un sognatore
affamato di colori.»

Fernando LenaLA QUIETE DEI RESPIRI FONDATI, I quaderni dell’Ussero, 2014

I

siete il nulla

sotto il sole apatico

di questa trincea.

Chiusi come bestie

ogni giorno

ascoltate i passi

per capire dov’è

l’inizio dell’abisso.

a volte e’una certezza

essere domati dalla follia

o solo un incubo

che vi abbraccia

con camicie interdette

stritolandovi di silenzio.

III

Intina da almeno cinquant’anni

vive intrappolata

nella coscienza di una bambina.

Tutto il giorno

vaga tra i padiglioni

abbracciando una bambola

come se fosse l’unica erede

della sua estraneità…

la domenica pranza con noi

esile come una creatura innocente

si ciba  d’incanto…

parola dopo parola

diventa sempre più libera

di  abitare il suo poema apatico

ma pieno di bambole e silenzi

che pettinano l’ira impavida

dei suoi coinquilini…

la sua follia ha una logica

che la proietta nella libertà:

ha scelto di non essere donna

per contenere l’odore infernale

                                           degli uomini.

VIII

La  chiesetta accenna

un do di campane

però non è domenica

quindi è solo

un altro funerale…

qui si muore e si vive

con un tempo indifferente

solo qualche lacrima

per  un improvviso

mutamento cosmico

arriva dal cielo…

Passano una mano sull’oblio

i pochi amici rimasti

finalmente è libero

il demone… libero

di giocare con l’immenso

e di scegliere

una camicia più comoda

un po’ più alata

come quella di un angelo.

X

Cercano di fermare l’oblio

ma non è semplice:

ieri un altro suicidio

si è aggiunto

nel libro dell’inferno…

Peppino ha ingoiato un bullone

affermando la sua vocazione

di   cadavere incatenato

tra lo spirito e l’impulso

di un cannibale…

era la spalla di Don Celeste

tutte le domeniche

serviva messa

con  lo sguardo di chi

attende da sempre un miracolo…

Teatralmente era perfetto:

come un angelo del caos

adombrava d’imprevedibilità

                                             ogni eucarestia.

XII

Nessuno pensa che Cecilia

possa davvero innamorarsi

di un ex tossico come me…

Dal buio irrompe

con una vestaglia bianca

per cercare un secondo

del mio respiro… forse

le basta per non soffocare

nel suo solito

pensiero di suicida.

Una come lei

se ha una certezza

e’ quella di essere primordiale

come una Eva bandita dal paradiso

                                                  per aver tradito.

Inseguire a tutti i costi

l’amore immorale

è stata una caccia al dolore.

Nessuno pensa

che con la sua bellezza

possa ancora ammansire

le belve dell’inquietudine

mentre il suo  sguardo

cerca nel mio

la complicità di una favola.

XVI

Fedele tutte  le mattine

un topo si gode

la sua boccata d’aria

poi sparisce verso

la puzza dei sogni

-io posso osservarlo

ma non osservare me

nella fatica che metto

durante il via vai

tra la libertà

e l’abisso…

amo questa morte

millimetrata

perche’ non disperde

il gelo dei carnefici –

XXI

Paolino arriva eccitato

indossa la solita tuta

di due taglie in meno.

Gioca da portiere,

ama il calcio in modo struggente…

Ogni tanto in infermeria

gli lasciano vedere qualche partita

non appena il suo Diego

(Armando Maradona)

aleggia sul prato

come un danzatore

lui inizia a lacrimare.

Vederlo contrastare

la sfera di cuoio

traccia un sorriso

sull’apatia dei farmaci

che lo vorrebbero immobile

davanti a una morte

                                che lo stuzzica…

Sorprende lo slancio che mette

nel chiedere alla felicità

quello che gli altri

calpestano da sempre:

un po’ d’erba,qualche palo

uno sguardo che delimita

90 minuti di libertà

XXII

quasi per gioco  il vuoto

ha prosciugato la vena.

Una cintura, il sangue strozzato,

il buio nel mistero delle  pupille

niente di più urgente abbiamo chiesto;

volevamo il mondo

iniettandolo nella discarica della

                                                     coscienza

grammo dopo grammo poi la morte

si e’ rivelata una cifra

di respiri spacciati.

XXIX

stanotte rivedo le tue mani

che inconsapevolmente

mi porgono un po’ di morte

– il tuo denaro

e’ solo per arginare

il caos dei miei globuli

almeno così credi

mentre l’adolescenza

accede nell’aria

come un volo di farfalle

                                predestinate-

Forse ho solo amato

il ciclo terminale  di un miraggio.

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Fernando Lena (1969) è nato a Comiso (Sicilia) dove attualmente vive e lavora. Si è diplomato all’istituto statale d’arte e per anni ha  fatto il creatore di gioielli presso Valenza Po’ (Alessandria). Il suo primo libro risale al 1996 dal titolo “E vola via” edito da Libro Italiano poi dopo alcuni anni di silenzio ha pubblicato prima una breve silloge ispirata a otto tele del pittore Piero Guccione (archilibri edizione) e poi un  libro più corposo dal titolo “Nel Rigore Di Una Memoria Infetta” sempre edito dalla Archilibri di Comiso. Costellato ancora da periodi di silenzio dopo esattamente 10 anni ha pubblicato l’ultimo libro un poemetto edito nella collana i Quaderni Dell’Ussero (Puntoacapo editrice ,anno 2014)dal titolo “la Quiete Dei Respiri Fondati”. Le sue poesie sono presenti in diversi blog, è stato anche finalista in premi come:Tivoli Europa Giovani,Vola Alta La  Parola (premio Luzi), Astrolabio,Torre Dell’Orologio ecc. Frequenta spesso reading sforzandosi di portare i versi dove l’indifferenza poetica  urla a gran voce.

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Premio “Astrolabio 2016” – bando di concorso

Postato il

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Premio“Astrolabio 2016”
Premio Internazionale di Poesia, Fiaba e Racconti
(7ª edizione del Terzo Millennio)
dedicato alla memoria di Renata Giambene e
presieduto e diretto da Valeria Serofilli
Gruppo Internazionale di Lettura (Presidente fondatrice Renata Giambene), e Libera Accademia Galileo Galilei di Pisa con il patrocinio della Prov. di Pisa e del Comune di Pisa.
Bando di Concorso
Il Premio è istituito allo scopo di promuovere la parola poetica ed il componimento di fantasia, al fine di evidenziare, nel panorama letterario attuale, opere di autori degne di attenzione
Il Concorso si articola nel seguente modo:
oltre alle quattro sezioni a tema libero, gli autori potranno inviare lavori ispirati alle tematiche delle sezioni specifiche.
LE SEZIONI SPECIFICHE SONO LE SEGUENTI:
LA MEMORIA
IL MITO DI ULISSE
SEZIONI A TEMA LIBERO
Prima sezione: Volume edito di poesia per un’opera in versi pubblicata a partire dal 2008. Inviare quattro copie del volume di poesia. Solo una delle copie dovrà recare i dati completi dell’ autore compreso un breve curriculum biobibliografico ed eventuale e-mail.
Seconda sezione: Silloge inedita di almeno 10 poesie e massimo 20 in quattro copie. Soltanto una delle copie dovrà recare il nome e l’indirizzo completo, compreso eventuale e-mail dell’autore. È gradito anche un breve curriculum da allegare in busta chiusa.
Terza sezione: Poesia singola a tema libero. Si partecipa inviando da una a tre poesie inedite e mai premiate in altri concorsi.
Inviare le poesie in 4 copie di cui solo una delle copie dovrà recare i dati completi dell’autore compreso un breve curriculum ed eventuale e-mail.
Quarta sezione: Fiabe e racconti inediti
Tema: libero. Lunghezza: da 3 a 12 pagine, indicativamente di 40 righe a corpo 12. La sezione è aperta agli autori di età superiore a 16 anni.
Per inedito s’intende opera mai apparsa in volume individuale.
GIURIA
Presidente Valeria Serofilli (Presidente del Premio, poeta e critica letteraria)
Membri
Giorgio Bárberi Squarotti (scrittore e critico letterario)

Ivano Mugnaini (scrittore e critico letterario)
Giulio Panzani (giornalista)

Andrea Salvini (antichista)
Antonio Spagnuolo ( poeta e curatore del sito letterario Poetry-Dream)
Comitato d’Onore:
Fabiana Angiolini (Consigliera regionale), Paolo Ghezzi (Vice Sindaco del Comune di Pisa), Federico Eligi (Assessore del Comune di Pisa) , Dante Maffia (poeta e scrittore).
Regolamento
Le opere partecipanti dovranno essere inviate a: Segreteria Premio Astrolabio, via Ciardi nr° 2F, 56017 Pontasserchio di San Giuliano Terme (PI) entro e non oltre il 27.11.2016 (farà fede il timbro postale). Per agevolare il lavoro della Giuria, si raccomanda ai concorrenti di inviare i propri lavori prima possibile, senza attendere il periodo a ridosso della scadenza. Possono partecipare al concorso autori italiani e stranieri con elaborati dattiloscritti in lingua italiana redatti su foglio formato A4. E’ ammessa la partecipazione a più sezioni.
Gli elaborati partecipanti al Premio non saranno restituiti: per i libri editi è prevista la cessione di una copia dei testi alla Biblioteca Comunale della città di Pisa.
L’esito del concorso verrà comunicato ai soli vincitori e segnalati e ai concorrenti che avranno indicato il proprio indirizzo di posta elettronica.
Per ciascuna sezione inviare € 20 per rimborso spese di segreteria, da versare in contanti in busta chiusa, oppure con assegno o tramite bonifico bancario:
CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA PISA LIVORNO (GRUPPO BANCO POPOLARE),
IBAN: IT03 T 05034 14026 000000201175 intestato a Valeria Serofilli specificando nella causale “Premio Nazionale di Poesia Astrolabio” e allegando al plico la fotocopia dell’avvenuto pagamento.
PREMI
Prima sezione
Al concorrente primo classificato, durante la Cerimonia di Premiazione, verrà consegnata la targa con l’Astrolabio, simbolo della Libera Accademia Galileo Galilei, opera dell’artista Vittorio Minghetti e garantita la presentazione e promozione del volume a livello nazionale. Al premiato sarà inoltre offerta la cena conviviale dei poeti e il pernottamento presso la Residenza Storica di Villa di Corliano (www.corliano.it) di Rigoli, San Giuliano Terme (prov. Pisa) o in altra dimora storica del lungomonte pisano.
Seconda sezione
“Pubblicazione da parte di Ibiskos Ulivieri Editrice della silloge Vincitrice nella Collana “Astrolabio”.
Sul volume sarà apposta la dicitura “Vincitore del Premio Astrolabio 2016”.
Terza sezione
Targa offerta dall’ Editrice Ibiskos Ulivieri e inserimento nell’ Antologia “Astrolabio”, con possibilità di presentazione presso il Caffè Storico Letterario dell’ Ussero di Pisa.
Quarta sezione
Targa offerta dall’ Editrice Ibiskos Ulivieri e inserimento nell’ Antologia “Astrolabio”, con possibilità di presentazione presso il Caffè Storico Letterario dell’ Ussero di Pisa.
Per gli autori delle sezioni terza e quarta pubblicazione di un’ antologia dei primi 10 autori in ordine di graduatoria nell’ambito della collana “Astrolabio”, con possibilità di presentazione presso il Caffè Storico Letterario dell’ Ussero di Pisa.
I premiati, inoltre, potranno essere inseriti nel Calendario degli incontri allo storico Caffè dell’Ussero http://www.localistorici.it/it/Schede/view/slug/caffe-dell-ussero/tipo/locali-storici di Pisa e al Relais dell’Ussero della Villa di Corliano http://www.villacorliano.it/ curati e promossi da Valeria Serofilli.
Le opere degli autori premiati o segnalati potranno essere presentate al Palazzo della Provincia o nell’ambito della città di Pisa da esponenti dell’Associazione Astrolabiocultura o presso alcune scuole del comprensorio pisano.
La Cerimonia di Premiazione è prevista ad Aprile 2017 presso la Sala del Palazzo del Consiglio dei Dodici in Piazza dei Cavalieri a Pisa.
I premi dovranno essere ritirati personalmente dai vincitori o in caso di impossibilità ritirati da un delegato.
La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento. La Giuria si riserva di apportare modifiche al presente bando qualora se ne presentasse la necessità. I dati personali dei concorrenti saranno tutelati a norma della legge 675/96 sulla privacy.
Per eventuali informazioni e comunicazioni rivolgersi preferibilmente al seguente indirizzo e-mail: valeriaserofilli@alice.it, oppure al numero telefonico 366.6820493.

 

Esiti del Premio Nazionale di Poesia “Astrolabio” 2014

Postato il

verbale Astrolabio 2014

PREMIO NAZIONALE DI POESIA

“ASTROLABIO 2014”

In memoria di Renata Giambene

6° edizione del Terzo Millennio

Presieduto e diretto da Valeria Serofilli

Verbale di Giuria

PRIMA SEZIONE: VOLUME EDITO DI POESIA (34 partecipanti)

In Giuria, presieduta da Valeria Serofilli, Presidente del premio,

Ivano Mugnaini, Andrea Salvini, Antonio Spagnuolo

1° Classificato

Dieter Schlesak e Vivetta Valacca, La luce dell’anima, Edizioni ETS, Pisa 2011

2° Classificato

Grazia Di Lisio, Un asciugar di tempo, Edizioni Noubs, Chieti 2014

3° Classificato

Paolo Pistoletti, Legni, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero (No) 2014

Sezione specifica a tema

Omaggio a Mario Luzi

Cristiana Vettori, Agenda 2014 – Arte e Pensiero, Edizioni Helicon, Fano (PU) 2013

Premio Speciale per l’originalità del testo

Evaristo Seghetta Andreoli, I semi del poeta, Edizioni Polistampa, Firenze 2013

Premio Speciale

Per la forza espressiva del volume

Brina Maurer (pseudonimo di Claudia Manuela Turco), Architectures (three-dimensional poems), Gradiva Publications, Stony Brook, New York 2013

Premio Speciale del Presidente della Giuria

 Lella De Marchi, Stati d’amnesia, LietoColle Edizioni, Faloppio (Co), 2013

Premio della Giuria

Luana Fabiano, Respiri violati, puntoacapo Editrice, Pasturana (AL) 2014

Finalisti in ordine di graduatoria

1° Evaristo Seghetta Andreoli, I semi del poeta, Edizioni Polistampa, Firenze 2013

2° Luigi Cannillo, Galleria del vento (poesie), La Vita Felice Editrice, Milano 2014

3° Sandro Pecchiari, Le svelte radici, Samuele Editore, Fanna (PN), 2013

4° Carla Spinella, Il canto dell’assenza, Leonida Edizioni, Rende (CS), 2013

5° Anna Magnavacca, Oltre la siepe di sambuco e altre poesie, Guerra Edizioni, 2012

Menzione Speciale in ordine di graduatoria

1° Giancarlo Remorini, Il canto dei cigni, Editorial Nazari, 2014

2° Matteo Casale, Studi Op. 3, Campanotto Editore, Pasian di Prato (Udine) 2014

3° Giuliana Piroso, Trasparenze, Libroitaliano, Ragusa 2007

4° Emidio Montini, Non un grido fra le palme, L’Arcolaio Editore, Segrate (Mi) 2013

5° Veronica Manghesi, Il mio mare all’improvviso, MdS Editore, Gorgonzola (MI) 2014

SECONDA SEZIONE: SILLOGE INEDITA

In Giuria, presieduta da Valeria Serofilli, Mauro Ferrari, Ivano Mugnaini, Andrea Salvini

1° Paolo Sangiovanni, Una voce ci chiama

2° Dante Goffetti, Unghie e altre storie di donne

3° Lorenzo Piccirillo, (Niente) Da ridere

Sezione specifica a tema

Maria Adelaide Petrillo, Sotto l’ombrello di foglie intrecciate

Premio Speciale del Presidente della Giuria

Franco Casadei, I luoghi dell’anima

Premio Speciale per l’originalità del tema

Giulio Maffii, Pater Fanghiglia

Premio Speciale della Giuria

Lella De Marchi, Bambina che conta

Finalisti in ordine di graduatoria

1° Donato Loscalzo, In ogni caso

2° Nicola Curzi, Scale anti-incendio

3°  Maristella Bonomo, Senso di blu

4° Fabia Ghenzovich, Totem

5° Serenella Menichetti, La geometria dei frattali

6° Michele Paoletti, Come se fosse giovedì

TERZA SEZIONE: POESIA SINGOLA

In Giuria, presieduta da Valeria Serofilli, Giulio Panzani

1°  Michele Paoletti, Accidentale lo sparo nella nebbia

2° Stefano Zangheri, Fuori contesto

3° Valentina Sanmartino, Sussurri

3° ex aequo Isabella Horn, Raggi e gironi

Premio Speciale per la forza espressiva

Maria Cristina Coppini, Varco

Premio Speciale per l’originalità del tema

Luciana Vasile, Non penso mai all’aldilà

Premio Speciale alla Memoria

Rosario Battaglia, Gela che ridi

Sezione Specifica a tema

Omaggio a Mario Luzi

Egizia Venturi, Torna, se puoi

 Omaggio a Pisa e alla posa della prima pietra della Cattedrale

1° Afra Marangoni, Omaggio alla Cattedrale

2 Sara Costanzo, L’attesa

Maria D’Ippolito, Primavera a Pisa

Premio Speciale per la Sezione specifica a tema Lorenza Corsini Cattedrale

QUARTA SEZIONE: FIABA INEDITA E STORIE PER RAGAZZI INEDITE

1° Achille Concerto, Sogno nel regno di Oz

2° Paolo Stefanini, Nerino e le cose vere

3° Giorgia Spurio, C’era una volta Sami

Sezione Specifica: Omaggio Galileiano

Pietro Rainero, La caduta dell’orso, del gatto e del topo

Premio Speciale per l’originalità del tema

Giampietro Filippi, La lunga, lunga storia di Carbo, Ossi e Geno

Premio Speciale per la forza espressiva

Maria Adelaide Petrillo, Sono nata in un castello

La Cerimonia di Premiazione si svolgerà il 17 gennaio 2015  presso la Sala del Palazzo del Consiglio dei Dodici in Piazza dei Cavalieri a Pisa.

ESITI DEL CONCORSO “LA VITA IN PROSA” 2014

Postato il Aggiornato il

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La Giuria del Concorso LA VITA IN PROSA, edizione 2014, composta da Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di puntoacapo Editrice), Luigi Fontanella (poeta, scrittore, critico letterario, direttore della rivista internazionale “Gradiva”), Roberta Lepri (scrittrice), Ivano Mugnaini (scrittore, consulente editoriale, co-direttore della collana di narrativa di puntoacapo Editrice), Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), ha letto e valutato in forma anonima i testi inviati dai 205 concorrenti provenienti da tutte le regioni italiane.
Rilevando il buon livello dei lavori pervenuti, la Giuria ha stilato una graduatoria comprendente una rosa di Autrici ed Autori meritevoli da cui sono emersi in seguito i finalisti e i vincitori.

La classifica finale del Concorso La vita in prosa edizione 2014 è la seguente:
VINCITORI
Primo classificato: Brunello Gentile, con il racconto IN VIAGGIO CON HANNAH
Secondo classificato: Gian Cosimo Grazzini, L’USCITA
Terzo classificato: Lorenzo Falletti , LIBERI DAGLI STRACCI

FINALISTI ex-aequo, in ordine alfabetico
Are Caverni, Lidia , con il racconto PER LE INFINITE VIE
Astolfi Gabriele, DUE ORE
Brighi Antonella, STRADE
Massimo Mario, ASPETTANDO APRILE
Montini Emidio, IL TEMPO E LE MAREE
Morpurgo Roberto, UN SEGRETO DI KANT
Pretti Emma, IL REBUS DEI TACCHINI BIANCHI
Quintavalla Maria Pia, CARO DIARIO
Vetromile Giuseppe, EVARISTO GRAZIADEO

AUTRICI ED AUTORI SEGNALATI
La Giuria ha ritenuto interessanti e degni di segnalazione anche i lavori delle Autrici e degli Autori i cui nomi sono riportati qui di seguito in ordine alfabetico:

Bandini Paola
Bianco Antonella
Buda Loretta
Calamai Matilde
Caroletti Giulia
Caterino Alfonsina
Cicchino Lucia
Cologni Rosanna
De Castiglione Anna
Ficco Laura
Gamberini Sanzio
Giangiordano Mario
Iannini Valeria
Lucchini Antonella
Mari Lorenzo
Marchinetti Elisa
Martone Cristina
Mondelli Tommaso
Moretti Alessandra
Mori Angela
Mussi Carla
Nudo Nunziatina
Oppio Danila
Piccolo Carla
Polli Margherita
Puggioni Gavino
Raineri Laura
Rainero Pietro
Rando Pina
Santoro Antonella
Sartarelli Vittorio
Testi Niccolò
Trivellato Auro
Troise Sofia
Vasti Monia.
La Giuria del Premio ringrazia tutti i partecipanti al Concorso per aver inviato i loro lavori narrativi e invita fin d’ora i concorrenti interessati e anche nuovi partecipanti alla prossima edizione del Concorso che verrà presentata tra qualche mese.

Concorso La vita in prosa – letture – proposte di edizione

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La Giuria del Concorso La vita in prosa, composta da Mauro Ferrari (poeta, critico, direttore editoriale di puntoacapo Editrice), Luigi Fontanella (poeta, scrittore, critico letterario, direttore della rivista internazionale “Gradiva”), Roberta Lepri (scrittrice), Ivano Mugnaini (scrittore, consulente editoriale, co-direttore della collana di narrativa di puntoacapo Editrice, Alessandra Paganardi (scrittrice, collaboratrice di riviste letterarie nazionali), Daniela Raimondi (poeta e scrittrice), Valeria Serofilli (scrittrice, presidente del Premio Astrolabio), sta leggendo e valutando tutti i lavori pervenuti,

Al termine delle letture verrà stilata una graduatoria e saranno indicati gli autori selezionati in qualità di segnalati, finalisti e vincitori.

A tutti i partecipanti verranno comunicati gli esiti del Concorso tramite un messaggio di posta elettronica.

Ringrazio tutti i partecipanti, a cui rinnovo il mio in bocca al lupo.

Ricordo inoltre a tutte le autrici e gli autori, anche quelli che non hanno preso parte al Concorso, che, nel caso in cui aveste scritti inediti, sia di poesia che di narrativa, e foste interessati ad una lettura anche ai fini di una pubblicazione, potete inviarmi i vostri lavori tramite un file Word o PDF a questo indirizzo e-mail : ivanomugnaini@gmail.com .

Sarò lieto di leggervi e di concordare con voi l’eventuale invio ad un editore per la pubblicazione.

Ancora in bocca al lupo e a presto rileggerci,

Ivano Mugnaini